29 agosto 2016

LIBRI: “GIUDA” di AMOS OZ

Posted in libri, politica, religione, storia tagged , , , , , , , , , , , , , a 11:14 am di marisamoles

“I libri, loro non ti abbandonano mai. Tu sicuramente li abbandoni di tanto in tanto, i libri, magari li tradisci anche, loro invece non ti voltano mai le spalle: nel più completo silenzio e con immensa umiltà, loro ti aspettano sullo scaffale”. (Amos Oz)

L’AUTORE
ozAmos Oz è nato a Gerusalemme il 4 maggio 1939. Oltre ad essere autore di romanzi e saggi, Oz è giornalista e docente di letteratura alla Università Ben Gurion del Negev, a Be’er Sheva. Sin dal 1967 è un autorevole sostenitore della “soluzione dei due stati” del conflitto arabo-israeliano. Nel 2008 ha ricevuto una laurea honoris causa dall’Università di Anversa. Nel 2007 ha vinto il premio “Premio Príncipe de Asturias de las Letras” e il premio Fondazione Carical Grinzane per la cultura mediterranea. Nel 2008 ha ricevuto il premio Dan David, nello stesso anno ha vinto anche il Premio Internazionale Primo Levi.

Nel suo romanzo autobiografico Una storia di amore e di tenebra, Oz ha raccontato, attraverso la storia della sua famiglia, le vicende del nascente Stato di Israele dalla fine del protettorato britannico: la guerra di indipendenza, gli attacchi terroristici dei feddayn, la vita nei kibbutz. Dopo il suicidio della madre, avvenuto quando lo scrittore aveva appena dodici anni, inizia un contrasto con il padre, un intellettuale vicino alla destra ebraica, e decide di entrare nel kibbutz Hulda, dove viene adottato dalla famiglia Huldai. Amos cambia anche il cognome originario “Klausner” in “Oz”, che in ebraico significa “forza”.

Oz, che ha studiato filosofia e letteratura ebraica all’Università Ebraica di Gerusalemme, inizia giovanissimo a scrivere. Oltre ai suoi romanzi, l’autore pubblica regolarmente saggi di politica, di letteratura e sulla pace. Scrive per il giornale laburista israeliano Davar, soppresso negli anni Novanta e di seguito inizia la collaborazione con il quotidiano Yedioth Ahronoth. Autore di pubblicazioni in inglese, ha collaborato anche con il New York Review of Books.

Numerosissimi i romanzi pubblicati da Oz, in Italia tutti per Feltrinelli. Ricordiamo: Michael mio (1968), Una pace perfetta (1982), La scatola nera (1987), Conoscere una donna (1989), Una storia di amore e di tenebra (2003), D’un tratto nel folto del bosco (2005), Una pantera in cantina (2010). L’ultimo romanzo pubblicato è Altrove, forse del 2015.
Giuda è uscito nel 2014, riedito nell’Universale Economica di Feltrinelli (cui mi riferisco nelle citazioni) nel 2016. [fonte Wikipedia]

giuda oz

IL ROMANZO
La storia è ambientata in Israele tra la fine del 1959 e i primi mesi del 1960. Protagonista è Shemuel Asch, un giovane studente che vive a Gerusalemme dopo aver lasciato la casa di famiglia ad Haifa. A causa di un improvviso dissesto economico che colpisce il padre, co-proprietario di una piccola ditta che ha appena perso una causa con l’ex socio, il giovane decide di abbandonare gli studi universitari (mentre sta scrivendo la tesi di dottorato su Gesù visto in prospettiva ebraica) e cercarsi un lavoro, senza lasciare Gerusalemme.
Lo sconforto di Shemuel è aggravato dalla fine della relazione con Yardena che l’aveva lasciato per sposare un ex fidanzato. Questa serie di vicissitudini porta il giovane a isolarsi: decide, quindi, di abbandonare anche il gruppo di amici che frequentavano il Circolo per il Rinnovamento socialista, tra i quali ha origine un conflitto per divergenza di opinioni.

In breve il ragazzo trova il lavoro che gli serve in vicolo Rav Albaz numero 17. Si tratta dell’ultima casa in fondo alla strada che sul momento al protagonista non fa una buona impressione:

Quanto alla casa, a Shemuel Asch sembrò lì per lì una mezza cantina, più bassa del piano stradale, come sprofondata nella terra greve del pendio fin quasi alle finestre. A guardarla dal vicolo, pareva un uomo tozzo e largo di spalle che con un cappello scuro in testa cercava in ginocchio nel fango qualcosa che aveva perso. (pp. 26-27 dell’edizione citata)

Il luogo è abitato da un uomo vecchio e deforme, che si muove stentatamente con l’ausilio delle stampelle e passa la maggior parte del giorno (e della notte, dato che soffre d’insonnia) nella biblioteca di casa, e da una giovane donna sui quarantanni, misteriosa e allo stesso tempo affascinante (infatti Shemuel ne è subito attratto, nonostante la differenza di età), che si scoprirà essere la nuora del vecchio.

In realtà la casa non appartiene all’invalido Gershom Wald ma alla donna: Atalia Abrabanel aveva sposato il figlio di Wald, Micah, morto nel 1948 durante il conflitto arabo-israeliano, e pur essendosi trattato di un matrimonio di breve durata, aveva deciso di ospitare in casa sua il suocero.
Nell’abitazione per un periodo gli abitanti avevano convissuto anche con il padre di Atalia, Shaltiel Abrabanel, già leader dell’Agenzia Ebraica che era stato rimosso da ogni incarico per divergenze di opinione con Ben Gurion che, convinto sionista, fu primo ministro dello Stato di Israele dal 1948 al 1954.

La vita di Shemuel in casa Abrabanel scorre tranquilla. Le giornate appaiono abbastanza monotone, scandite da gesti che si ripetono sempre uguali: la colazione al mattino, a volte in compagnia di Atalia, il tempo libero passato a bighellonare e talvolta occupato nelle sue ricerche o nella stesura della tesi di dottorato che non abbandona mai, anche se sa che forse non gli servirà, il pranzo in una tavola calda ungherese in via King George, dove ordina sempre il tipico goulash e la composta di frutta. Il lavoro lo tiene occupato solo qualche ora, da metà pomeriggio fino all’ora di cena, anche se nel tempo l’orario si rivelerà piuttosto elastico. In breve, il compito affidato al giovane Asch è di fare compagnia al vecchio Wald, chiacchierando ma perlopiù ascoltando i suoi lunghi discorsi sulla sorte di Israele, con l’unico obbligo di servirgli la cena, una pappina preparata dalla vicina di casa Sarah De Toledo, che spesso costituisce anche la sua cena, accontentandosi degli avanzi.

Il compenso è scarso ma gli viene offerto gratuitamente un alloggio: si tratta della mansarda della casa.

La sua mansarda era bassa e accogliente, una specie di tana invernale. Era un locale bislungo con il soffitto spiovente come teli di una tenda. L’unica finestra dava sul davanti della casa, verso il muro del giardino e il sipario di cipressi che c’era oltre, il giardino lastricato e l’ombra della vite e del vecchio fico. […]
La finestra era profonda perché i muri della casa erano molto spessi. Shemuel aveva preso la sua coperta pesante e l’aveva messa sul davanzale per farsi una specie di sedile: era bello rifugiarsi lì ogni tanto per una mezz’ora, anche un’ora, a guardare il giardino deserto. […]
Il letto di Shemuel si trovava fra l’angolo con il bricco per il caffè e il gabinetto con la doccia, separati da una tenda. Accanto al letto c’erano un tavolo, una sedia e una lampada, e di fronte una stufa e uno scaffale… (ibidem, pp. 58-59)

Nel breve periodo della sua permanenza in casa Abrabanel, Shemuel si affeziona sinceramente al vecchio Wald che si rivela molto meno burbero di quanto potesse apparire all’inizio, anzi, diventa un valido interlocutore che pian piano si apre a confidenze riguardo alla vita privata e alle idee personali sulla questione palestinese. Ghersom ritiene che in Terra di Israele non sarà possibile avere la pace e che sia un’utopia anche solo pensare che due popoli così diversi possano arrivare ad una convivenza civile senza scontri. Ciò lo distanzia dalle convinzioni del consuocero Abrabanel:

«La distanza era troppo grande,» disse Gershom Wald sorridendo mestamente sotto i baffi, «lui era rimasto arroccato sulle sue posizioni, sosteneva che era impossibile realizzare il sionismo nello scontro con gli arabi, mentre io, alla fine degli anni quaranta, avevo capito che non lo si poteva realizzare senza questo scontro.» (ibidem, pag. 223)

Un altro argomento di discussione che sembra interessare il vecchio riguarda la tesi del giovane Shemuel su Gesù visto in prospettiva ebraica. Nello studio portato avanti dall’ex studente, la questione viene affrontata sulla base del ruolo di Giuda che, secondo la teoria esposta nei vangeli gnostici, non avrebbe tradito Cristo ma sarebbe stato costretto dallo stesso Gesù a consegnarlo alle autorità. D’altronde, Giuda era ricco di famiglia e la ricompensa dei trenta denari costituiva una somma decisamente esigua, non tale da giustificare il “tradimento”. L’unica colpa dell’Iscariota, secondo le ricerche fatte da Shemuel, consisterebbe nel non aver capito che Gesù da quella croce non sarebbe sceso sulle sue gambe, vivo e vegeto, facendosi beffe di tutti. Prende forma, dunque, dalla trattazione dell’argomento, di cui il giovane a lungo discute con Wald, un concetto tutto nuovo di “tradimento”, in contrasto con quello portato avanti dalla tradizione cristiana.

I rapporti con Atalia sono, invece, molto altalenanti. A volte sembra che la donna lo eviti, altre lo invita a trascorrere la serata assieme, alimentando nel giovane ex universitario la speranza che fra i due possa nascere un’amicizia sincera o forse un sentimento più forte.

Ripensò ai capelli lunghi di Atalia che le ricadevano sulla spalla sinistra sopra il vestito ricamato. Al suo passo che aveva un che di melodioso, come una danza repressa, come se i fianchi fossero più animati di lei. Una donna decisa, piena di segreti, che ogni tanto è scostante con te e ti tratta con una dose di curiosità fredda, una donna che ti domina costantemente, che ti guarda sempre con un lieve sarcasmo frammisto forse a qualche scheggia di pietà. E quella pietà te la tieni stretta al cuore come se per lei tu fossi un cagnolino abbandonato. (ibidem, pag. 125)

Ma il vecchio Wald lo mette in guardia: stessa sorte era capitata anche ai giovani che l’avevano preceduto, i quali avevano svolto il medesimo compito, e alla fine tutti se n’erano andati perché la sola Atalia ha in mano le pedine e detta le regole del gioco.

Dopo un infortunio del giovane e un periodo di riposo in cui è accudito amorevolmente dalla donna, ma sempre senza alcuna possibilità di scelta, con l’arrivo del primo tepore primaverile le cose cambiano. Anche per Shemuel, come per gli altri, è giunta l’ora di andare?

***

Giuda è un romanzo avvincente, non tanto, e non solo, per la trama, quanto per lo scenario che apre davanti agli occhi del lettore, tutt’altro che scontato e banale. Della storia di Israele crediamo di sapere tutto, fa parte della cosiddetta attualità, con il suo passato e il suo presente, l’abbiamo studiata a scuola e ne leggiamo spesso le cronache sui quotidiani. Eppure – almeno questa è stata la mia impressione – la conosciamo poco nelle sue sfaccettature. Un po’ come studiare la storia sul Bignami e non su un testo monografico.
Amos Oz è perfettamente calato nelle vicende storiche del suo Paese, le ha vissute dall’interno di un kibbutz, per poi uscirne e arrivare a Gerusalemme, la città Santa, nelle vesti di studente prima e docente universitario poi. Pochi potrebbero parlarne meglio di lui, fosse anche dalle pagine di un romanzo dove, nella mescolanza tra fantasia e realtà, emerge una pagina di storia, con tutte le sue contraddizioni, su cui ancora non è stata scritta la parola fine, come una fiaba in cui la lotta fra il bene e male ancora non si è si conclusa con il canonico “e vissero felici e contenti”.
La particolarità di questo romanzo è, a mio modesto avviso, l’intersezione tra storia ed esegesi biblica, o per meglio dire evangelica, anche se non propriamente ortodossa, che vengono perfettamente amalgamate in una trama narrativa non scontata, dove il mistero sui protagonisti viene dipanato un po’ per volta.

Un romanzo, per essere onesti, di non facile lettura. In primo luogo per lo stile un po’ rétro, anche nelle scelte lessicali (viene ripetuto più volte, per esempio, il verbo concionare, ma questo “difetto” potrebbe essere imputato alla traduttrice) che comunque sono molto curate, e per l’alternanza tra racconto in terza e prima persona senza dei confini narrativi ben definiti. Come se narratore esterno ed interno convivessero, confondendo però un po’ i ruoli. Oz usa volentieri il discorso indiretto libero (che i veristi utilizzavano per avvicinare il linguaggio alle capacità di espressione dei personaggi, ma questo non è certamente il caso del romanzo in questione) e a volte il flusso di coscienza che consiste nel riportare per iscritto i pensieri dei personaggi così come affiorano alla mente. Espedienti, questi, che potrebbero essere scelti proprio per rendere la narrazione più “vera”, ma non ho letto altre opere di Oz quindi non so se costituiscono una caratteristica stilistica dello scrittore.

Un’altra particolarità, che potrebbe non essere apprezzata da tutti, è la presenza di tante descrizioni, anche molto efficaci (ne sono esempio i passi riportati, scelti proprio per questo), sia dell’ambiente sia dei personaggi, che a volte si ripetono nel corso dello svolgimento della trama. Questa peculiarità era tipica del romanzo ottocentesco, in particolare del periodo del Naturalismo francese, e serviva in un certo senso a comprendere meglio i personaggi e le loro scelte a volte condizionate dall’ambiente in cui si muovevano. Il soffermarsi su certi dettagli fisici o relativi all’abbigliamento, ad esempio, oppure sulle caratteristiche dei luoghi, dal punto di vista narrativo provoca, però, un rallentamento del ritmo del racconto.
Anche le digressioni in cui l’attenzione si sposta sulla storia di Israele o sulla figura di Gesù visto in prospettiva ebraica, interrompendo lo svolgersi della trama, per lo stesso motivo potrebbero risultare noiose o pesanti. Secondo me, invece, nel momento in cui Oz si sofferma a trattare questi argomenti, lo fa in modo così affascinante che il lettore mette da parte la curiosità di sapere come le vicende di Shemuel proseguiranno, per concentrare la sua attenzione su ciò che di certo non è scontato né prevedibile.

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1 agosto 2016

LIBRI: “LE DIFETTOSE” di ELEONORA MAZZONI

Posted in donne, figli, libri tagged , , , , , , , , , , , a 2:15 pm di marisamoles

EleonoraMazzoni_tmbL’AUTRICE
Eleonora Mazzoni nasce a Forlì il 9 ottobre 1965. Laureata a Bologna in Lettere moderne e diplomata alla Scuola di Teatro diretta da Alessandra Galante Garrone, negli anni Novanta si trasferisce a Roma e intraprende la carriera di attrice.
Interpreta molti ruoli in teatro, in televisione e al cinema, dove debutta nel 1996 con Citto Maselli in Cronache del terzo millennio. La carriera prosegue con numerose interpretazioni sul grande schermo ma partecipa anche a fiction televisive tra cui Elisa di Rivombrosa dove interpreta la contessa Margherita Maffei, seguita da altre fortunate produzioni come Il giudice Mastrangelo, Il bambino sull’acqua e Il commissario Manara.

Nel 2012, per Einaudi, esce il suo primo romanzo, Le difettose, che ottiene un buon successo di pubblico. La carriera di scrittrice di Eleonora Mazzoni prosegue con la pubblicazione di Racconti di Natale (Graphe.it, 2013), insolito duetto narrativo con Carlo Collodi, il celeberrimo autore di Pinocchio, e il secondo romanzo Gli ipocriti (edizioni Chiarelettere collana Narrazioni, 2015).
Nel 2016, prendendo spunto da alcune delle bellissime lettere ricevute dopo l’uscita de Le difettose, la scrittrice torna ad affrontare, dopo un lungo lavoro di studio, il tema dell’infertilità e della procreazione assistita con In becco alla cicogna! Procreazione assistita: istruzioni per l’uso (edizioni Biglia Blu collana Terra).

Le difettose (Einaudi, 2012) nasce dall’esperienza diretta dell’autrice, oggi mamma felice di due bambini nati in provetta, del dramma vissuto da moltissime donne che desiderano ardentemente diventare madri e sono pronte a tutto pur di riuscirci. Il sottotitolo del romanzo – Volere un figlio a tutti i costi può dare dipendenza? – chiarisce molto bene qual è il confine tra desiderio e ossessione.
La Mazzoni spiega, in un’intervista rilasciata a mangialibri.com che il libro è solo in parte autobiografico:

«Durante la mia lunga ricerca di un figlio che tardava ad arrivare ho incontrato, nelle sale d’aspetto e in chat, un esercito di donne con la mia stessa difficoltà. Una miriade di storie ed emozioni che chiedevano di essere raccontate. Il tema della maternità, dove si intersecano vita e morte, così carico di pressioni culturali e sociali, anche di stereotipi, così complesso, ambivalente, primordiale, mi sembrava molto interessante. Mi sembrava molto interessante anche la sua declinazione contemporanea: il ricorso alla fecondazione artificiale, con quel groviglio di desiderio smisurato, speranza di farcela, senso di fallimento all’arrivo delle mestruazioni (dette appunto “le malefiche” o “le maledette”), ansia di non riuscire, paura del tempo che passa. Anch’io, come Carla [la protagonista del romanzo, NdR], sono passata attraverso “fecondazioni artificiali fallite e aborti naturali riusciti”. Detto questo ho creato situazioni e personaggi di fantasia e mi sono fatta guidare soprattutto dall’immaginazione. Il romanzo nasce da una realtà che conoscevo bene ma è meno autobiografico di quello che potrebbe sembrare

Dal romanzo di esordio dell’autrice è stato tratto uno spettacolo teatrale, di e con Emanuela Grimalda, PRO-CREAZIONI #1. Naturalmente la Mazzoni ha collaborato all’impianto drammaturgico.

[fonti: le difettose.it, blog.graphe.it, unilibro.it]

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IL ROMANZO
Carla Petri è una quarantenne ricercatrice universitaria in Letteratura Latina, ha un compagno, Marco, che l’ama e l’asseconda, come un uomo è capace di fare, nella disperata ricerca di un figlio che non arriva.
Dopo un’interruzione volontaria ai tempi del liceo, la vita di Carla trascorre felicemente, sia dal punto di vista personale che professionale, e sembra che l’idea di avere un figlio non rientri nelle sue priorità. Ma la relazione stabile con Marco e l’avvicinarsi di un’età, 35 anni, in cui l’orologio biologico inizia a far sentire il suo ticchettio inesorabile, porta la protagonista alla ricerca di una gravidanza che però non arriva.

Odio tutti i ritardi tranne uno è una frase che si ripete spesso nel libro ed esemplifica molto bene lo stato d’ansia e, conseguentemente, l’afflizione che caratterizza l’arrivo, puntuale o meno, del ciclo mensile.

Il tempo per Carla non è certo un alleato, è un nemico contro cui la lotta è impari. Quando si guarda indietro, vede una vita semplice ma appagante, non vuota. Ma dal momento in cui ha deciso di affidarsi alla scienza per realizzare il suo desiderio, osserva, contrapponendolo al presente caratterizzato da uno stato di impotenza disarmante, un passato familiare popolato di donne appagate nel desiderio di maternità, anche se non sempre felici. Ma le donne della sua famiglia sono “a posto”, hanno onorato il dovere di procreare. Lei, e tutte le donne che non riescono a diventare madri, sono invece le difettose.

E che cos’è un difetto se non un vuoto da colmare? Un vuoto che assume le sembianze di un tempo che non ritorna, di tempo sprecato, pezzi di vita buttati.
Il filosofo Seneca, l’autore latino da lei più amato, cerca di venire in soccorso a Carla, con le sue massime spesso ignorate ma terribilmente vere:

Sei tu, Seneca?
Sono io. Per dirti di aver cura del tempo che finora ti è sfuggito. Non ne abbiamo poco, ne abbiamo perduto molto.
In effetti il mio si è assottigliato di botto […] Ma dove l’ho buttato, che adesso mi sento in ritardo su ogni cosa. […]
La perdita più ignobile è quella che avviene per nostra negligenza. E così la vita ci sfugge nel fare alto da quello che dovremmo.
[…]
Così non vale, Lucio Anneo Seneca. Niente giochetti. Non si getta il sasso e si nasconde la mano. Dimmi cosa dovremmo fare. Dimmelo chiaro e tondo e io ti seguirò. Mi fido di te. (pag. 50 dell’edizione citata)

Le parole di Seneca, che riecheggiano a tratti lungo tutto il romanzo, se da una parte aumentano l’ansia della protagonista, dall’altra le pongono davanti un’altra prospettiva: è vero, spesso il tempo viene buttato via inutilmente, quello che abbiamo perso non si può recuperare ma si può sempre sperare di acchiappare quello che ancora abbiamo di fronte, cercando di sfruttarlo al meglio.

Il chiodo fisso della protagonista la porta ad affrontare un vera e propria via crucis, fatta di cure ormonali, interventi per impiantare gli embrioni nel suo utero difettoso, speranze, fallimenti, ancora tentativi e ancora speranze. Non le manca il supporto del suo uomo, anche se sembra che lui semplicemente assecondi i desideri di lei. Quel figlio per Marco non rappresenta una priorità, gli basta l’amore che prova per la sua donna, difettosa o meno.

Quello in cui cade Carla è un vero e proprio vortice, fatto di sigle incomprensibili ai più (PMA, ICSI, FIVET, IUI, PO, PM, PDG, IVF, GEU) ma non è sola, anzi, si ritrova in buona compagnia di donne come lei, a volte anche molto più giovani, tutte accomunate dal desiderio di maternità che spesso viene confuso con un diritto. Ma la natura, e anche la scienza, impone di fare i conti con una realtà diversa dall’immaginazione. Tanto che Carla è pronta anche a cedere, sconfitta, senza forze per continuare a combattere. Si fa strada in lei la consapevolezza di aver messo al primo posto nella sua vita una gravidanza che non arriva, relegando al secondo posto il suo essere donna attraente, il suo rapporto di coppia, con il rischio concreto di annullarsi completamente, avendo anche messo da parte il lavoro, per un sogno che pare irrealizzabile e che forse la farà ritrovare più sola.

Sono una sciatta professoressa senza alcun appeal per l’altro sesso. Come ho fatto a ridurmi così?
Mi accorgo che per strada nessuno mi guarda. Provo a fissare gli uomini che mi passano vicino, ma non ricevo risposte.
Li conoscevo a menadito i trucchetti che noi donne impariamo presto: un certo sguardo, una risata, un reclinare il capo sulla spalla. Mi bastava un gesto, uno solo, per attirare l’attenzione. Ora il meccanismo si è arrugginito. Nel prepararmi a diventare madre ho assassinato la mia femminilità.
Passando davanti alla vetrina di un ottico noto che due rughe pronunciate scavano tra gli occhi, rendendomi corrucciata. La stessa aria di disapprovazione che aveva mia madre. L’immagine di una donna risentita e ostile ai piaceri. (ibidem, pag. 123)

Ed è forse in questo irrisolto rapporto con la madre che Carla sente maggiormente il suo essere difettosa.

***

Le difettose è decisamente un bel libro, scritto bene, non un romanzo “gastronomico” (mi perdoni Brecht se utilizzo l’aggettivo che lui aveva riservato al teatro, indicando un’opera che si gusta in fretta e che, una volta usciti dalla sala teatrale, non lascia alcun sapore in bocca) ma una narrazione che fa riflettere, schiudendo davanti agli occhi del lettore una storia di vita che solo chi prova può conoscere fino in fondo.
Lo stile della Mazzoni è vario: perlopiù la narrazione è caratterizzata dalla frammentazione dei periodi, per rendere più diretta l’esperienza della protagonista. Sono presenti anche molte parti dialogiche, che frenano il ritmo della narrazione ma in modo non eccessivo, e dei flashback in cui riemerge il vissuto della donna e della sua famiglia. Interessanti le riflessioni “dotte” che vedono protagonista il pensiero più che attuale di Seneca e che rispecchiano molto bene la cultura umanistica dell’autrice, laureata in Lettere.
Il tema trattato non è certo leggero. Ma la Mazzoni riesce, con una certa ironia e a volte un linguaggio agile, vicino al parlato, a sdrammatizzare. Indubbiamente, accanto alle parti romanzate, c’è la scrittrice con la sua storia, il travaglio interiore che qualsiasi donna difettosa prova, con quel pizzico di esperienza in più che rende molto verosimile il racconto.

25 febbraio 2015

LIBRI: “L’ARTE DI CORRERE SOTTO LA PIOGGIA” di GARTH STEIN

Posted in libri tagged , , , , , , , , , , , a 6:28 pm di marisamoles

L’AUTORE
stein-garthGarth Stein (Los Angeles, 6 dicembre 1964), nativo americano della tribù Tligit, è uno scrittore e produttore cinematografico statunitense. Dopo aver trascorso l’infanzia e l’adolescenza a Seattle, nello Stato di Washington, si è trasferito a New York dove ha frequentato la Columbia University, laureandosi nel 1987 e conseguendo un master in cinema. Ha partecipato alla realizzazione di diversi documentari prima di dedicarsi alla scrittura. Dopo la pubblicazione dei primi due romanzi, tra cui Corvo rubò la luna, pubblicato anche in Italia, ha ottenuto fama mondiale con la pubblicazione, nel 2008, del best seller L’arte di correre sotto la pioggia, un romanzo che è stato tradotto in 28 lingue diverse ed è stato per 40 settimane ai vertici della classifica dei libri più venduti del New York Times. In Italia il libro è uscito nel luglio 2013 per Piemme Edizioni (serie Pickwick).
Nel 2014 è stato pubblicato Cose da grandi, seguito dal nuovo romanzo Una luce improvvisa, uscito da poco in Italia, che in breve è schizzato ai primi posti delle classifiche americane ricevendo una magnifica accoglienza di pubblico e critica.
Attualmente Stein vive a Seattle, dove è ambientato il romanzo di maggior successo, assieme alla moglie, ai suoi tre figli e al cane Comet che ha ispirato il personaggio di Enzo, protagonista de L’arte di correre sotto la pioggia.

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LA TRAMA
L’arte di correre sotto la pioggia è una grande storia d’amore a 360°. E per “amore” s’intende quel sentimento che comprende tutto: affetti familiari, amore per la vita, passioni da coltivare e condividere anche con un cane (perché no?), amori tra padri e figli e tra padroni e animali. E questa grande storia d’amore è raccontata in tutte le sue sfaccettature, tra gioie e dolori, dal protagonista a quattro zampe di questo romanzo: il cane Enzo.
La famiglia in cui vive Enzo è composta da Denny Swift, impiegato in un’autofficina con la passione per l’automobilismo sportivo, Eve, la moglie che ama alla follia e che è la prima tifosa del marito, fino a spingerlo a coltivare la sua passione per le automobili da corsa, la piccola Zoe, compagna di giochi del cane che si prende affettuosamente cura di lei fin dalla nascita, e da Enzo, appunto. Non un nome come tanti, non un nome da cani, certamente un nome che di americano ha ben poco. Infatti, il cane di Denny si chiama Enzo in onore del patron della mitica Ferrari, l’orgoglio di Maranello e dell’Italia, uno dei tanti (o pochi?) prodotti made in Italy che tutto il mondo ci invidia.

Enzo ha un carattere allegro, è curioso, appassionato di motori (potevamo dubitarne?) e di televisione. In particolare adora i documentari della National Geographic, anche se i programmi preferiti sono senz’altro quelli che trattano le gare di Formula 1 o altre competizioni automobilistiche, e non si perde nemmeno un video in cui Denny è al volante. Lui sa che il suo padrone ha un grande avvenire in campo automobilistico – anche se pare sia l’unico ad avere piena coscienza delle sue capacità – e ammira il modo impeccabile in cui Denny sa correre sotto la pioggia. Perché quella di correre sotto la pioggia è un’arte vera, un’abilità che pochi possiedono. Solo Ayrton Senna, vero idolo di cane e padrone, era un genio in quest’arte di cui diede prova nel Gran Premio d’Europa nel 1993.

Questo cane speciale ha due unici crucci: quello di non possedere il pollice opponibile e quello di invecchiare. La morte, quella no, non gli fa paura. In un documentario sulla Mongolia ha sentito che i cani, dopo la dipartita, possono reincarnarsi negli esseri umani:

Mi sono sempre sentito quasi umano. Ho sempre saputo di avere qualcosa di diverso rispetto ad altri cani. Mi hanno infilato nel corpo di un cane, d’accordo, ma si tratta solo di un guscio. E’ quello che c’è dentro che conta. L’anima. E la mia anima è molto umana.
Ora sono pronto a diventare un uomo. anche se mi rendo conto che perderò ciò che sono stato. Tutti i miei ricordi, le mie esperienze. Mi piacerebbe portarmeli dietro nella mia nuova vita – ne abbiamo passate così tante, la famiglia Swift e io – ma ho poca voce in capitolo. Che altro posso fare se non sforzarmi di ricordare? tentare di imprimere tutto quello che so nell’anima, una cosa che non ha superficie, non ha lati, non ha pagine, non ha alcuna forma. E cacciarmelo così in fondo alle pieghe dell’esistenza che quando aprirò gli occhi e guarderò le mie nuove mani, ognuna con il suo pollice capace di chiudersi attorno alle altre dita, saprò già tutto. Vedrò già tutto. (pag. 10 dell’edizione citata)

Eh sì, Enzo è proprio un cane particolare. Pensa come un uomo, anzi, a volte ha una capacità di pensiero di gran lunga superiore a quella di tanti uomini. Si pone molte domande sulla vita, attento osservatore dei bipedi le cui azioni spesso gli paiono incomprensibili, scruta e indaga a fondo l’animo umano. Gli riesce difficile comprendere, ad esempio, perché gli esseri umani passino molto del loro tempo assillati dalle preoccupazioni:

Le persone si preoccupano sempre di quello che succederà dopo. E’ raro che se ne stiano tranquille, a occupare il presente senza pensare al futuro. In genere quello che hanno non le soddisfa e quello che avranno le preoccupa molto. Il cane riesce quasi a spegnerla, la psiche, a rallentare il proprio metabolismo anticipatorio, come David Blaine quando tenta di stabilire il record di apnea sul fondo di una piscina; semplicemente il ritmo del mondo attorno a lui cambia. In una delle mie giornate da cane, riesco a stare immobile per ore e ore senza problemi. (pagg. 164-165)

Certo, le preoccupazioni che Denny deve affrontare non sono di poco conto. Anche Enzo alla fine lo capisce, anche lui diventa un cane ansioso. Si prepara alla sua prossima vita da umano, senza perdere la speranza di poter stringere, un giorno, la mano al suo padrone … con il suo bel pollice opponibile. E non sarà una stretta di mano qualunque: stringerà la mano a un campione vero. Solo il cane di un appassionato di corse automobilistiche lo può sperare, con quella fiducia che spesso proprio agli uomini manca.

***

Non ho voluto, nemmeno attraverso lo spoiler, svelare di più sulla trama di questo bellissimo romanzo. L’ho letto tutto d’un fiato e, come poche volte mi capita, mi ha commosso fino alle lacrime.
Stein ha una scrittura impeccabile – teniamo, comunque, sempre presente che si tratta di una traduzione – che rende la lettura veloce e appassionante, sia che tratti di cronache automobilistiche, non tante e tali da annoiare chi non è tifoso di questo sport, sia che racconti la vita di tutti i giorni, con le sue difficoltà, i dolori, le ingiustizie, il riscatto e la rivincita che caratterizzano la parabola stessa dell’esistenza umana. Ma quel che colpisce in particolare è l’abilità con cui, attraverso la narrazione in prima persona, l’autore sa raccontare questa storia, che a volte è commovente e altre esilarante, dando voce ad un cane, senza che nemmeno per un momento il lettore si chieda come possa un animale a quattro zampe essere dotato di tanti e tali sentimenti. Senza cadere, in altre parole, nel ridicolo e nell’assurdo.
Perché in fondo ai cani, per definizione i migliori amici dell’uomo, a volte manca solo la parola. Garth Stein l’ha data ad Enzo, immaginando, forse, quel che passa per la testa al suo cane Comet.

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[immagine dell’autore da questo sito; immagine di Stein con il cane da questo sito, dove potete leggere anche una bellissima intervista all’autore]

VISITA ANCHE LA PAGINA “LE MIE LETTURE”

2 febbraio 2015

LIBRI: “UN USO QUALUNQUE DI TE” di SARA RATTARO

Posted in Letteratura Italiana, libri tagged , , , , , , a 5:20 pm di marisamoles

PREMESSA
Un uso qualunque di te (Giunti editore, 2012) è il secondo romanzo di Sara Rattaro che leggo, dopo Niente è come te. Anche questa volta l’autrice ligure non mi ha delusa, anzi, posso affermare che questo romanzo mi è piaciuto ancor più dell’altro. Ed ora, in attesa nella mia libreria, c’è Non volare via. Se anche questo libro raggiungerà il mio cuore, credo di poter annoverare Rattaro fra i miei narratori contemporanei preferiti. E ancora una volta ringrazio l’amico frz40 che mi ha trasmesso il suo entusiasmo per quest’autrice.

sararattaroL’AUTRICE
Sara Rattaro nasce a Genova dove, dopo il diploma magistrale, nel 1994 si iscrive alla facoltà di Scienze Biologiche, laureandosi nel 1999 con lode. Nel 2009 consegue la laurea anche in Scienza delle Comunicazioni sempre presso l’Università degli studi di Genova.
Dal 1999 al 2006 frequenta più di una decina di corsi di specializzazione sia inerenti gli Studi clinici sia nel campo della Comunicazione conseguendo il master in Comunicazione della Scienza «Rasoio di Occam» a Torino.
Nel 2009 con il suo primo romanzo Sulla sedia sbagliata, pubblicato dall’editore Mauro Morellini, ottiene un buon successo di pubblico e critica.
Nel 2012 vede la luce il suo secondo romanzo, Un uso qualunque di te, che viene pubblicato da Giunti, vendendo 20.000 copie in una settimana, e viene tradotto in 9 lingue.
Nel maggio 2013 pubblica il best seller Non volare via edito da Garzanti.
Nel settembre 2014, sempre per Garzanti, esce Niente è come te, un romanzo che tratta un argomento forte, la cosiddetta “sottrazione internazionale di minore“.

un uso qualunque di te

LA TRAMA
Protagonisti di Un uso qualunque di te sono un uomo e una donna, Carlo e Viola, che hanno una figlia di diciassette anni, Luce. I due si conoscono dai tempi del liceo, la loro all’apparenza è un’unione solida, per Carlo sicuramente lo è ma quando viene smascherata la vera vita di lei, in occasione di un evento tragico che i due devono affrontare, tutto cambia. Il mondo sembra crollare addosso a Carlo, marito premuroso e padre irreprensibile, mentre Viola, moglie e madre distratta, è costretta a fare i conti non solo con il presente tragico ma anche con un passato scomodo, fatto di rinunce, bugie, rancori.
La soluzione finale sarà costituita da un sacrificio che Viola deve fare, non solo per amore nei confronti di chi conta di più nella sua vita, ma anche per espiare le sue colpe che aveva sepolto dentro il cuore, nel tentativo di dare almeno una parvenza di normalità alla sua esistenza.

Difficile dire di più sulla trama di questo romanzo, che tra le altre cose è abbastanza breve (nell’edizione Happy pocket di Giunti appena 150 pagine, ma il carattere di stampa effettivamente è piuttosto piccolo). Chi volesse saperne di più, può continuare la lettura dopo lo spoiler. Chi, invece, ha intenzione di leggere il romanzo e non vuole troppe anticipazioni, si accontenti delle poche righe precedenti e si goda la lettura! Tutti possono, però, leggere il mio commento dopo i tre asterischi che segnano la fine dell’illustrazione della trama del libro.

ATTENZIONE: il seguito contiene SPOILER.

L’inizio della storia è in medias res. Viola si trova nel letto di uno dei suoi amanti occasionali quando sul cellulare trova un messaggio del marito: Carlo le intima di raggiungerlo in ospedale. Lei non sa cosa sia successo, non ha la più pallida idea di quale ospedale debba raggiungere, in più il telefono le muore tra le mani: la batteria è scarica.
Mentre si riveste in fretta, immagina il marito che, svegliatosi nel cuore della notte, non l’aveva trovata accanto a lui, nel loro letto, nell’unico posto in cui una moglie fedele si sarebbe dovuta trovare in quel momento.

Chissà se è questa la sensazione che si prova quando si viene attraversati da una lama. Chissà se puoi guardarti con distacco mentre sanguini perché qualcosa ti ha lacerato la carne. Ho ingoiato l’aria dopo aver ascoltato la tua voce e compreso che questa volta non sarebbe stato facile spiegarti perché non mi trovassi lì. (pag. 8 dell’edizione citata)

Quando la donna raggiunge l’ospedale, trova il marito affranto per le condizioni di salute della figlia Luce, e furioso per l’inspiegabile assenza della moglie nel letto coniugale. Ma le spiegazioni possono essere rimandate, ora bisogna pregare per Luce: la ragazza, infatti, versa in gravi condizioni in terapia intensiva. Solo più tardi si saprà che l’unica cosa che la possa salvare sarà un trapianto di fegato.

La narrazione prosegue in un’alternanza di flashback e di flash sul presente. Il dramma del momento fa rivivere a Viola la sua storia con Carlo, il rapporto contrastato con la suocera Nadiria che dapprima cerca di mettere il bastone tra le ruote ai due e poi si arrende quando scopre la gravidanza della fidanzata del figlio, cercando in tutti i modi di aiutare la giovane coppia ad affrontare il futuro. Nadiria, però, si propone come una specie di “direttore artistico” nella vita di Carlo e Viola, progettando matrimonio e battesimo come fossero un esclusivo affare di famiglia … la sua.
Viola mal digerisce questa intrusione però, almeno all’inizio, è sinceramente innamorata del suo Carlo:

Carlo era come un fascio di luce che, attraversando un prisma, si scompone nei colori dell’arcobaleno, era uno sguardo sereno, una mano tesa, il profumo di caffè la domenica mattina, un sorriso avvolgente. (pag. 27)

L’inquietudine interiore di Viola, tuttavia, ha il sopravvento: quando incontra Massimo, uomo affascinante e misterioso, intreccia con lui una breve relazione che, a dispetto dell’intenzione di considerarla solamente una storia di sesso, la cattura nell’anima e nel corpo:

Massimo era esattamente quello che non doveva essere, inaffidabile, penetrante, faticoso. Vischioso come il miele, avvolgente come un mantello di lana, silenzioso come un pensiero. […] era il sole che si appoggia all’orizzonte. Una filastrocca che ti rimbalza in testa. L’incipit del Cinque maggio. Un abbraccio inaspettato. (pag. 55)

Insomma, Carlo è quello giusto, un marito perfetto, un potenziale padre affettuoso, presente, affidabile. Massimo no, lui è la passione travolgente cui non ci si può sottrarre. Ma quando Viola scopre che è anche un gran bugiardo, si rende conto che tra la ragione e il sentimento, debba prevalere la prima. Carlo.

Complice dei tradimenti e delle bugie di Viola è l’amica del cuore Angela, vecchia compagna di scuola con cui ora gestisce una galleria d’arte. Angela è un po’ una sorta di grillo parlante per l’amica, una voce sfortunatamente inascoltata, una spettatrice rassegnata del degrado morale cui va incontro la protagonista del romanzo.
Alla fine Viola cerca il perdono, il riscatto dalle colpe del passato. Vuole diventare quella madre che non ha mai saputo essere, l’ancora di salvezza della figlia che ama senza riserve. L’unico rammarico è quello di non essere stata in grado di dimostrarle fino in fondo il suo amore. Per Luce, Carlo è il padre amato, insostituibile. Viola è la madre con cui è sempre stata in contrasto ma che alla fine ritroverà e sentirà sempre vicina al cuore.

FINE SPOILER.

***

Il racconto è in prima persona e, a parte i capitoli finali in cui la voce narrante è quella di Carlo, le vicende del passato e del presente sono filtrate attraverso gli occhi di Viola. La scrittura di Rattaro è accattivante, anche quando i fatti narrati sono tutt’altro che felici riesce a rapire il lettore. Ho letto il libro in tre ore appena, impossibile staccare gli occhi dalle pagine.
La prosa è semplice, scivola un po’ nella retorica solo quando alla scrittura è affidato il compito di trascrivere le riflessioni della protagonista; in questi momenti al carattere tondo è alternato il corsivo, un espediente grafico già messo in pratica nell’altro romanzo Niente è come te.
Molto originale la scelta di frapporre qua e là ai capitoli dei passi da celebri classici che trattano d’amore (Giulietta e Romeo, Tristano e Isotta …). Perché in fondo l’amore è il vero protagonista di questa storia, anche quando le vicende sembrano andare in tutt’altra direzione.
L’unica cosa che si potrebbe obiettare a Sara Rattaro è di aver creato una storia strappalacrime che in certi momenti sfiora il melodramma. A qualcuno il finale può sembrare assurdo ma la trama è tutt’altro che scontata, l’epilogo insospettato (anche se qualcosa si riesce a intuire). Quello che rende questo romanzo diverso dal feuilleton di bassa lega è senz’altro la profonda introspezione psicologica con cui Rattaro anima i personaggi che, grazie alla scrittura tutt’altro che anonima e preconfezionata, divengono drammaticamente autentici, figli di quell’esasperazione dell’umana imperfezione che caratterizza il nostro tempo.

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20 gennaio 2015

LIBRI: “STORIA DI UNA LADRA DI LIBRI” di MARKUS ZUSAK

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L’AUTORE
MarkusZusak_GBMarkus Zusak è uno scrittore australiano nato nel 1975 e vive a Sydney con la moglie e i due figli. La madre Lisa è originaria della Germania mentre il padre Helmut è di origine austriaca. Sono emigrati in Australia verso la fine degli anni ’50.
Zusak ha scritto cinque libri. I primi tre, The Underdog, Fighting Ruben Wolfe e When Dogs Cry, usciti tra il 1999 e il 2001, sono stati pubblicati in tutto il mondo e hanno vinto diversi premi. Il successo internazionale, però, è arrivato per Markus Zusak nel 2005 con la pubblicazione del romanzo La bambina che salvava i libri (in Italia ripubblicato nel 2014 con il titolo Storia di una ladra di libri; edizione di riferimento: Frassinelli, 2014), come l’omonimo film prodotto dalla Twenty Century Fox per la regia di Brian Percival.
Il romanzo si è ben presto rivelato un bestseller da otto milioni di copie nel mondo, tradotto in quaranta lingue. Dopo l’uscita del film ha riconquistato i primi posti nelle classifiche dei libri più venduti.

storia ladra libri

LA TRAMA
La storia è ambientata nella Germania nazista e ha inizio nel 1939. Ne è protagonista Liesel Meminger, una bambina di nove anni che deve fare i conti con il difficile periodo in cui è costretta a vivere: separata dalla madre, perseguitata politica, assiste alla morte del fratellino durante il viaggio in treno che l’avrebbe portata dai genitori adottivi: Hans e Rosa Hubermann. Prima di raggiungere la cittadina di Molching, dove vive la coppia, durante il funerale del fratellino si appropria di un libretto nero perduto da uno dei becchini. Il manuale del necroforo, è il titolo, un libro ben strano per attirare l’attenzione di una bimba ma a Liesel non importa: lei non sa leggere. Quel libretto però dà il via a un’autentica passione per i libri che la salverà, in tutti i sensi, dagli orrori della guerra e della brutalità umana. Non solo: da quel momento Liesel diventa una … ladra di libri. D’altronde i tempi sono quelli che sono, la povertà di certo non le può garantire di coltivare la sua passione acquistando i libri che preferisce.

La nuova vita di Liesel scorre nella Himmerlstrasse (letteralmente “la strada del paradiso”) tra le misere pareti domestiche degli Hubermann. Rosa è una donna austera, burbera, che a suo modo, senza risparmiare rimproveri alla piccola (la aggrediva verbalmente, o con un cucchiaio di legno più volte al giorno, pag. 34 dell’ed. citata), le vuole bene. E’ una donna semplice che arrotonda le magre entrate lavando e stirando la biancheria per alcune famiglie facoltose di Molching, tra le quali quella del sindaco. Hans è, al contrario della moglie, un uomo mite che fin da subito tratta Liesel con dolcezza. La piccola ne comprende subito il valore che pare sfuggire agli altri:

Liesel notò la singolarità degli occhi del suo padre adottivo. Erano fatti di bontà e d’argento. Di un argento soffice, liquido. Osservando quegli occhi Liesel comprese che Hans Hubermann valeva molto. […] Non le sarebbe staro difficile chiamarlo papà. (pagg. 34-35)

ladra libri papà

Papà fa l’imbianchino e sa suonare la fisarmonica. Nei periodi di magra, quando non può svolgere il suo mestiere, suona lo strumento – che ha una sua storia e si riallaccia ad un evento molto importante per la famiglia di Liesel- nelle osterie della cittadina.
Sarà proprio Hans ad occuparsi della figlia, a insegnarle a leggere e a incoraggiare la sua passione per i libri, anche se in un primo momento si chiede cosa possa trovare d’interessante Liesel nel Manuale del necroforo. Ma si tratta solo del primo libro rubato. Seguiranno altri furti, come quello di Un’alzata di spalle, un libro che la bambina sottrae, mezzo bruciacchiato e ancora fumante, alle fiamme di un rogo appiccato nel giorno del compleanno di Hitler, il 20 aprile 1940.

Liesel non si vergognava affatto di averlo rubato. Al contrario, il suo era un orgoglio che assomigliava più alla sensazione di avere qualcosa nel ventre. E furono rabbia e un odio cupo ad alimentare in lei il desiderio di rubarlo. […] Che cosa era accaduto, nei precedenti quattro o cinque mesi, che culminasse in una sensazione del genere?
In breve, la risposta andava dalla Himmerlstrasse al Führer all’impossibilità di scoprire dove si trovasse la sua vera madre e ritorno. (pagg. 86-87)

ladra libri biblioteca

Ma furti a parte, c’è un luogo che affascina particolarmente la piccola: la biblioteca privata del sindaco. In uno dei giri compiuti su commissione di mamma Rosa per la consegna della biancheria pulita, grazie alla moglie del sindaco, Liesel viene introdotta in questo “mondo magico” di cui non saprà più fare a meno.

A volte Liesel si domandava se dovesse limitarsi a piantare lì la donna sola, ma Ilsa Hermann era troppo interessante, e troppo forte il richiamo dei libri. Una volta le parole avevano reso impotente Liesel, ma adesso, quando sedeva sul pavimento, con la moglie del sindaco seduta alla scrivania del marito, avvertiva un’innata sensazione di potenza. Le capitava ogni volta che decifrava una nuova parola e metteva insieme una frase. (pag. 151)

Amidst the hardships of World War II Germany, Liesel (Sophie Nélisse) and her friend Rudy (Nico Liersch) find joy.

La piccola ovviamente frequenta la scuola ma non ha rapporti facili con i coetanei. L’unico vero amico è un vicino di casa, Rudy Steiner, compagno di giochi e di … furti, anche se lui ai libri preferisce di gran lunga il cibo.
Ma un nuovo amico farà parte della vita di Liesel, qualche tempo dopo. Si tratta di un ragazzo di 24 anni, Max Vandenburg, figlio di un commilitone di Hans morto durante il primo conflitto mondiale da cui il papà di Liesel si era salvato. Eric Vandenburg, papà di Max, era il proprietario della fisarmonica e aveva salvato la vita ad Hans. Quando quest’ultimo aveva cercato la moglie di Eric per restituirle lo strumento, la donna non l’aveva voluto di ritorno e l’uomo, come debito di riconoscenza, si era offerto di tinteggiare la casa qualora lei ne avesse avuto bisogno. Per essere rintracciato le aveva lasciato un biglietto con il proprio indirizzo.

Quando a Stoccarda le cose per la famiglia Vandenburg si mettono male, la madre riesce a far fuggire il figlio e lo invita a raggiungere proprio la casa di Molching. Raccolte poche cose, nasconde i documenti e l’indirizzo degli Hubermann dentro a un libro: Mein Kampf. Un libro davvero molto singolare, considerate le circostanze.
Max è, infatti, un ebreo. Hans e Rosa sanno bene cosa significhi, in quel momento, nascondere a casa un nemico di Hitler ma accettano di proteggere il giovane, di curarlo e sfamarlo, rischiando la vita e nello stesso tempo dimostrando di non aver dimenticato il debito di riconoscenza con il padre del giovane.

ladra libri max

La vita era mutata nel modo più drammatico, ma era indispensabile comportarsi come se nulla fosse accaduto.
Immaginati di sorridere dopo un ceffone; poi pensa di farlo ventiquattro ore al giorno.
Questo voleva dire nascondere un ebreo.(pag. 223)

Costretto a trascorrere le sue giornate in cantina, il giovane Max diventa inseparabile compagno di letture di Liesel. Per il suo dodicesimo compleanno, seppur in ritardo, la ragazzina riceve da Max un regalo inatteso: un libro in cui il giovane racconta alcuni momenti salienti della sua vita, compreso l’incontro con la sua nuova amica.

[…] Max aveva tagliato una serie di pagine dal Mein Kampf, verniciandole tutte di bianco. […] sulla carta gonfiatasi e spiegazzatasi sotto la vernice asciutta, incominciò a scrivere la storia, servendosi di un pennellino nero. […] Quando terminò, si servì di un coltello per forare le pagine e legarle assieme con un laccio. Ne risultò un fascicoletto di tredici pagine. (pagg. 229-230)

Il resto della storia ruota attorno a questi personaggi: Liesel, Mamma e Papà, l’amico Rudy, gli altri vicini di casa, il sindaco e la moglie, Max l’ebreo … persone che hanno un comune destino, che trascorrono l’esistenza tra la fame, la guerra, i bombardamenti. Su Monaco le bombe furono sganciate il 9 e il 10 marzo: Fu una lunga notte, di bombe e lettura. La ladra di libri aveva la bocca asciutta, ma lesse cinquantaquattro pagine. (pag. 497)
Ma la fine del mondo doveva ancora arrivare.

***
La storia di una ladra di libri è un romanzo annoverato tra i libri per ragazzi e ciò mi stupisce molto. La vicenda, è vero, ha come principali protagonisti dei ragazzini, Liesel e Rudy in primis, ma la trama va ben al di là dei giochi da ragazzi e dei furterelli di cui i due si macchiano. Sullo sfondo si muovono, infatti, le vicende che riguardano una delle più orribili pagine della Storia del Novecento e tutto ciò viene descritto attraverso lo sguardo innocente di Liesel che, vittima anch’essa, sa pensare molto meglio di tanti adulti. Il messaggio che ne cogliamo, leggendo questo romanzo, è davvero molto profondo.
A livello narrativo questo libro è particolare: voce narrante è, infatti, la Morte. Non stupisce che essa si presenti come narratore onnisciente – chi può esserlo più della morte! – che conosce la storia e approfitta del suo ruolo per anticipare alcune vicende che noi lettori avremmo forse voluto scoprire a tempo debito.
Anche dal punto grafico il romanzo si presenta in una veste non usuale: ogni capitolo è anticipato da una sorta di indice dei paragrafi e il testo narrativo è intervallato da alcune parti scritte in grassetto che hanno la funzione di elencare dei fatti, descrivere i personaggi, esplicitare alcune riflessioni dei protagonisti stessi, narrare degli eventi particolari o addirittura spiegare il significato di certi vocaboli, perlopiù quelli che colpiscono particolarmente Liesel che, durante la lettura dei suoi libri, annota diligentemente le parole che non conosce.
Circa a metà del racconto sono inserite le tredici pagine illustrate che costituiscono il “libro” donato da Max alla ragazzina.

Nel complesso a me il libro è piaciuto, anche se non posso considerarlo tra le letture più belle. Ho apprezzato maggiormente il film che ho avuto modo di guardare appena terminata la lettura del romanzo. La trasposizione è molto fedele per ciò che riguarda gli eventi principali ma tralascia molte vicende che fanno da contorno. Del resto in poco più di due ore sarebbe stato impossibile ridurre nella sceneggiatura più di 550 pagine.
Mi sento, quindi, di consigliare non solo la lettura del romanzo di Zusak ma anche di guardare il film, facilmente scaricabile dal web. Ecco il trailer.

Infine, ringrazio gli amici blogger Monique e frz40 che mi hanno invogliata a leggere questo bel libro.

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[immagini dal film tratte da questo sito]

9 dicembre 2014

LIBRI: “NIENTE È COME TE” di SARA RATTARO

Posted in famiglia, figli, libri tagged , , , , , , a 6:29 pm di marisamoles

sararattaroL’AUTRICE
Sara Rattaro nasce a Genova dove, dopo il diploma magistrale, nel 1994 si iscrive alla facoltà di Scienze Biologiche, laureandosi nel 1999 con lode. Nel 2009 consegue la laurea anche in Scienza delle Comunicazioni sempre presso l’Università degli studi di Genova.
Dal 1999 al 2006 frequenta più di una decina di corsi di specializzazione sia inerenti gli Studi clinici sia nel campo della Comunicazione conseguendo il master in Comunicazione della Scienza «Rasoio di Occam» a Torino.
Nel 2009 con il suo primo romanzo Sulla sedia sbagliata, pubblicato dall’editore Mauro Morellini, ottiene un buon successo di pubblico e critica.
Nel 2012 vede la luce il suo secondo romanzo, Un uso qualunque di te, che viene pubblicato da Giunti, vendendo 20.000 copie in una settimana, e viene tradotto in 9 lingue.
Nel maggio 2013 pubblica il best seller Non volare via edito da Garzanti.
Nel settembre 2014, sempre per Garzanti, esce Niente è come te, un romanzo che tratta un argomento, la cosiddetta “sottrazione internazionale di minore“, che con il diffondersi di legami o matrimoni “misti”, è destinato ad essere sempre più attuale. (per saperne di più CLICCA QUI)

rattaro copertina

LA TRAMA
Francesco non è un padre come gli altri. Da dieci anni cerca disperatamente di entrare in contatto con la figlia Margherita che gli è stata sottratta dalla madre, cittadina danese, la quale, un bel giorno e senza preavviso, l’ha portata a vivere nel suo paese d’origine.
Da quel giorno per Francesco inizia un vero e proprio calvario fatto di viaggi inutili, speranze presto deluse, sentenze che gli danno ragione ma non sono applicabili per i giudici danesi, tentativi di approccio con Margherita, grazie anche alla complicità della tata Ingrid, resi inutili da Angelika, la madre, che non ha mai dato spiegazioni del suo gesto e che è determinata ad ostacolare in tutti i modi il rapporto padre-figlia. Eppure per Francesco fino al momento della fuga dell’ex moglie con la figlioletta, la vita sembrava scorrere felice, una vita come quella di tante coppie innamorate che avevano coronato il loro sogno d’amore con la nascita di una bimba.

Poi, all’improvviso, quando ormai questo padre sembra rassegnato a vivere senza sua figlia, accade l’imprevedibile, il destino sembra offrirgli la grande opportunità, anche se quella di cui può godere è una felicità che si tinge di ombre cupe, che più cerca di afferrare più sente fuggire via. Può riabbracciare finalmente la figlia, non più la piccola di quattro anni da cui si era dovuto separare, bensì una quattordicenne che, oltre a vivere la tempesta esistenziale tipica di ogni adolescente, deve fare i conti con una realtà dolorosa e una serie di cambiamenti che in breve rischiano di schiacciarla.

Margherita, rimasta orfana della mamma in seguito ad un incidente, torna in Italia dove ad accoglierla trova un uomo sconosciuto che dicono sia suo padre ma del quale non ha alcun ricordo. Ha passato gli ultimi dieci anni confrontandosi con diverse “figure paterne” che la madre Angelika, facendole credere di essere stata rifiutata dal padre, aveva cercato di imporre alla figlia fin dal suo arrivo in Danimarca.
La ragazza non sa nulla del genitore ed è sempre stata all’oscuro dei fatti realmente accaduti. Piano piano, rompendo gli indugi e allontanando la diffidenza iniziale, scopre l’altra verità, quella di Francesco che con tanta pazienza, e non senza commettere errori, cercherà di convincere la figlia del suo amore autentico, disperato, nutrito silenziosamente nei dieci anni di lontananza. Un amore che, come un guerriero armato, ha cercato di difendere sempre, anche se spesso era stato costretto ad alzare bandiera bianca. Tutte le volte che aveva dovuto affrontare il nemico, Angelika, l’uomo aveva agito non con la testa, inseguendo il sogno di una paternità negata, ma con il cuore cercando di evitare inutili sofferenze alla figlia. Anche quella volta in cui, con la complicità delle persone più care, era stato ad un passo dal pieno “possesso” di Margherita, si era fermato. Rendere pan per focaccia all’ex moglie non era quello che voleva perché sapeva che poi avrebbe dovuto fare i conti con la sofferenza di Margherita.

Da parte sua, la ragazza aveva vissuto la sua esperienza di “figlia separata” ponendosi domande cui non ha saputo dare risposte convincenti.

Quello che non mi è ancora ben chiaro è il perché si debba venire al mondo e soprattutto perché, se i genitori sono due, i figli possono essere anche uno solo. Dovrebbero istituirlo per legge, se decidi di fare un figlio poi ne devi fare subito un altro. In questo modo, quando deciderai di separarti, ogni genitore ne avrà uno in consegna evitando inutili liti per l’affidamento, o peggio ancora, per il non affidamento. (pag. 45)

Per Francesco, invece, proprio la separazione forzata dalla figlia sarà la causa di una decisione, quella di non avere altri figli, perché nessuno avrebbe potuto sostituire Margherita nel suo cuore, che manderà in crisi il rapporto con Enrica. Proprio quando la famiglia sembra aver trovato un equilibrio, dopo l’arrivo della ragazzina, la compagna rinfaccia a Francesco di averle imposto un sacrificio troppo grande.

[Enrica] «Famiglia? Capisco che non sia facile per te. So quanto hai lottato per poterla riabbracciare, ma so anche quanto sia stato complicato per me starti vicino, convivere con i tuoi vuoti affettivi e rinunciare ad avere un figlio mio.»
[Francesco]«Ci risiamo. Mi stai ricattando perché non ho voluto un altro figlio? Ma come avrei potuto? Come avrei fatto a scegliere un altro bambino al posto di mia figlia? L’avrei data vinta ai danesi.»
«E io? Ho rinunciato a un figlio per i danesi? Hai lottato per Margherita, non contro un intero paese. Ora hai vinto, Francesco, ora hai la possibilità di fare quello che hai sempre desiderato, il padre, e nessuno ti comprende meglio di me. E’ per questo che sto pensando di andarmene, perché ci sono cose che si possono rimandare, ma prima o poi tornano a chiederti di occuparti di loro. E’ successo a te. Ora credo sia il mio momento. […]» (pag. 171)

Per i due protagonisti ricostruire un rapporto non è facile. Ad aiutare Francesco ci sono gli amici di sempre, come Andrea che con lui gestisce un’enoteca e che era stato testimone della passione nata fin da subito per Angelika, ed Enrica, la compagna dell’uomo, unica donna cui lui aveva permesso di prendere il posto dell’ex moglie al suo fianco.
È proprio Enrica a stabilire il primo contatto con Margherita, raccontandole le storielle “strampalate” sulla chimica e le scienze che sono la sua specialità. Ma fra lei e Francesco si insinua l’ombra inquietante di Angelika, nel momento in cui l’uomo decide di costruire un rapporto con Margherita rivivendo assieme i momenti più belli della sua storia con l’ex moglie.

Con il tempo, anche se faticosamente, la vita di Margherita acquista una dimensione “normale”. Superato il primo difficile approccio con la nuova scuola – e una lingua non nuova per lei ma pur sempre seconda rispetto al danese -, stringe amicizia con un compagno, Mattia, che piano piano diventa una presenza preziosa al suo fianco. Un giorno, però, il ragazzino la informa di una sua prossima partenza, a causa del trasferimento del padre. L’equilibrio faticosamente trovato sembra venir meno. Margherita si sente sbagliata perché quando si affeziona a qualcuno, le pare che tutti scappino da lei. Enrica e Mattia nel presente, suo padre in passato. Mentre si chiede che cosa ci sia in lei che non vada, si abbandona ad azioni di autolesionismo che rappresentano la punizione che lei crede di meritare.
Ma un’altra svolta nella sua vita, l’ultima, sta per arrivare.

***

Niente è come te è senza dubbio un bel romanzo, ben scritto, e racconta una storia interessante e commovente nonché tristemente attuale. Non è facile, per ammissione stessa dell’autrice, raccontare una storia vera perché quando si entra nella vita degli altri si ha sempre paura di sbagliare. A maggior ragione, se la vita che diviene oggetto della narrazione è caratterizzata dalla disperata ricerca di una felicità troppo a lungo negata.
Sara Rattaro, però, non sbaglia, a partire dalle scelte operate in ambito narrativo: nel romanzo la storia “vera” che riguarda i due protagonisti si intreccia con dei flash che riportano altre esperienze analoghe di sottrazione di minori operata da uno dei genitori. Storie che, purtroppo, non hanno una fine lieta come quella dei due protagonisti. Così, tra i capitoli in cui si alternano le voci narranti di Francesco e Margherita, si insinuano cronache asciutte e sintetiche che cercano di rendere la reale dimensione di un fenomeno che esiste ma di cui si parla troppo poco.
Particolare è anche la scelta di utilizzare, nel racconto principale, la prima persona seppure con una variante: Margherita scrive una sorta di diario in cui si intrecciano esperienze attuali e memorie del passato; Francesco racconta la sua storia rivolgendosi alla figlia, come se le scrivesse una lunga lettera. Un modo, forse, per esprimere il suo amore accorciando le distanze e collocando la figlia “ritrovata” al centro del suo mondo.
Ogni tanto Rattaro affida al carattere corsivo delle riflessioni che, se cercano di trasmettere le sensazioni più intime dei protagonisti, nello stesso tempo appaiono perlopiù banali e un po’ melense. Questa è l’unica pecca che ho riscontrato durante la lettura di un romanzo che vale senz’altro la pena di leggere.

Grazie all’amico frz40 che con la sua recensione mi ha incuriosita e spinta a leggere Niente è come te.

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24 novembre 2014

LIBRI: “CIÒ CHE INFERNO NON È” di ALESSANDRO D’AVENIA

Posted in libri tagged , , , , , , , , a 12:10 pm di marisamoles

PREMESSA
Ho iniziato a leggere il nuovo romanzo di Alessandro D’Avenia con un po’ di apprensione dopo aver letto questo post dell’amico blogger frz40 che inizia con queste parole: «Se avete presente “Bianca come il latte, rossa come il sangue” o anche solo “Cose che nessuno sa“, beh, scordateveli: qui è tutta un’altra musica.»
Frz, riportando l’incipit del libro, faceva notare la scrittura barocca, arzigogolata, lontana da quella dei due romanzi precedenti.
Nel commentare questo post, dopo la lettura delle prime 100 pagine – letteralmente divorate – osservavo:
«In effetti concordo sulla scrittura un po’ troppo ampollosa, ricca di retorica, talvolta decisamente inutile perché ridondante. Ma poi tutto cambia perché è inevitabile, a parer mio, essere catturati dalla storia, bellissima nella sua crudezza.»
Ora posso dire che Ciò che inferno non è mi è piaciuto molto e ne consiglio davvero la lettura non solo a tutti quelli che amano lo stile del prof-scrittore ma anche a chi non lo conosce e non ha letto i suoi precedenti romanzi. [QUI il mio contributo su Bianca come il latte, rossa come il sangue]

L’AUTORE
D'AveniaAlessandro D’Avenia nasce a Palermo il 2 maggio 1977. Dal 1990 frequenta il liceo classico Vittorio Emanuele II. Qui incontra padre Pino Puglisi, suo insegnante di Religione, che gli ha ispirato la stesura del suo terzo romanzo, Ciò che inferno non è (Mondadori) edito ad ottobre 2014.

Terminato il liceo, frequenta la facoltà di Lettere classiche all’Università La Sapienza di Roma, dove si laurea nel 2000. Nel 2004 consegue il dottorato di ricerca in letteratura greca con specializzazione in Antropologia del mondo antico, terminandolo con una tesi sulle “sirene” in Omero e il loro rapporto con le Muse nel mondo antico. Nel frattempo insegna per tre anni nelle scuole medie e, terminato il dottorato, frequenta la scuola di specializzazione per l’insegnamento secondario, che gli consente di proseguire la carriera di docente di greco e latino al liceo.
Nel 2010 pubblica il romanzo d’esordio Bianca come il latte, rossa come il sangue che presto diventa un successo internazionale, raggiungendo il milione di copie e diciannove traduzioni nel 2013. L’anno successivo vede la luce il secondo romanzo, Cose che nessuno sa, che rapidamente scala le classifiche di vendita.
Ciò che inferno non è, come già detto, è la terza fatica di D’Avenia.

ciò che inferno non è

LA TRAMA
Ciò che inferno non è è un’opera narrativa e come tale frutto di fantasia. Tuttavia D’Avenia non ha mai fatto mistero di quanto sia stata importante nella sua crescita e formazione la presenza di Padre Pino Puglisi – detto affettuosamente 3P -, il prete assassinato dalla mafia il 15 settembre 1993, giorno del suo 56esimo compleanno. Il romanzo, ripercorrendo gli ultimi mesi di vita di Puglisi, allora parroco a Brancaccio, quartiere periferico di Palermo, trae spunto in parte dal fatto di cronaca – l’omicidio del sacerdote, appunto – e in parte è il frutto di una testimonianza diretta, quella del diciassettenne Federico, allievo di 3P, che non è difficile identificare con l’autore stesso.
Nel romanzo si intrecciano, dunque, cronaca, ricordi personali, fatti ispirati alla realtà, mescolati con elementi fittizi, a creare il tessuto narrativo del romanzo che possiamo definire autobiografico.

Le vicende narrate sono calate in uno scenario che vede protagonista la città di Palermo, con le sue viuzze di periferia e le ampie strade che percorrono il suo centro. Palermo – Tuttoporto (tale è, infatti, l’etimologia del nome, dal greco παν-όρμος (Panormos, “tutto-porto”) in quanto i due fiumi che la circondavano, il Kemonia e il Papireto, creavano un enorme approdo naturale) è una città in cui il mare ha un ruolo importante, con l’attività dei pescatori, le bancarelle, il vociare di venditori e clienti, con le sue spiagge, prima fra tutte Mondello, le cui sabbie ospitano democraticamente poveri e ricchi, gente onesta e criminali, vecchi e bambini. Perché Palermo è così, città dalle due facce e dai molti tentacoli, quelli del polpo che avvinghia, stritola e non lascia scampo. Città segnata da una ferita che ancora non è cicatrizzata, né lo sarà mai, procurata dalle recenti stragi di mafia perpetrate ai danni dei giudici Falcone e Borsellino.

C’è la Palermo bene, quella cui appartiene Federico, con la sua bella casa in centro, una famiglia benestante, le vacanze al mare, i viaggi studio all’estero, l’istruzione e la cultura che rende liberi. Un mondo dorato, almeno così sembra. Se non è paradiso ci assomiglia molto.
Poi c’è la Palermo di periferia, con i suoi palazzoni, la gente umile e ignorante che ritiene la cultura inutile, oltre che un lusso irraggiungibile. Uno dei luoghi dell’altra Palermo è Brancaccio, con le strade che nascondono agguati e il mare tanto lontano che nemmeno si vede. La gente che vi abita è senza scampo, almeno così crede. Bambini abituati a lottare con la violenza e la fame, a sfidare i pericoli e a dimostrare la forza in atti di crudeltà come prendere a calci e pugni animali indifesi. Destinati a cambiare, crescendo, le vittime prescelte, non più cani ma uomini. Tanto il sangue sempre quel colore ha.
Brancaccio, se inferno non è, ci assomiglia molto.

L’inferno ha una sua unità minima, uno stato molecolare identificabile: è l’interruzione del compimento, la compressione della vita, non la sua comprensione. Tutto ciò che la sporca, ferisce, chiude, interrompe, distrugge, e ogni possibile variazione sul tema dell’interruzione, è inferno. Per opporvisi occorre riparare, riannodare, restaurare, ricominciare, riconciliare…
Don Pino sa che l’inferno opera più efficacemente sulla carne tenera: i bambini. Bisogna difendere la loro anima prima che qualcuno gliela sfratti. Custodire ciò che hanno di più sacro. (pag. 114)

Quando i due mondi s’incontrano, sembra non esserci speranza per chi viola un territorio segnato. La Palermo bene deve rimanere al suo posto, a maggior ragione se vuole dimostrare di essere migliore. Così Federico, invitato a Brancaccio da Padre Puglisi, alla fine della scuola in quell’estate del 1993, deve fare i conti con la diffidenza, nella migliore delle circostanze, e con la violenza, nella peggiore.

Padre Pino chiede al ragazzo la sua collaborazione al centro da lui fondato, il Padre Nostro, in cui cerca di sottrarre i più piccoli al destino criminale cui sembrano votati fin dalla più tenera età. Federico si trova di fronte ad una realtà così diversa, immaginata forse, perché la mafia non è sconosciuta a chi vive nel capoluogo siciliano, ma mai sperimentata così da vicino. Si trova combattuto tra il mondo dorato in cui vive, fatto di libri e amore per la letteratura, Petrarca soprattutto, e la miseria che caratterizza l’esistenza delle famiglie che abitano a Brancaccio, molte delle quali cercano con tutte le forze di opporsi alla violenza e al sangue che scorre di continuo sulle sue strade.

Nella lotta contro la mafia, 3P spesso usa parole come “giustizia” e “felicità”. Parole apparentemente sterili ma che celano una forza insospettabile se spiegate attraverso le pagine del Vangelo.

La felicità sta nell’essere saziati, non certo nel morire di sete o di fame. La giustizia di cui si parla è la promessa che Dio ha fatto agli uomini, e cioè che la sua forza prevarrà, che l’amore avrà sempre l’ultima parola, anche quando la violenza sembra soffocarlo. E’ una giustizia strana: si fa largo nel mondo silenziosa, nascosta ma inarrestabile, come un latitante che non si fa prendere mai. Saremo saziati perché lui fa quello a cui noi non arriviamo. (pag. 183)

Nonostante il divieto imposto dalla sua famiglia di frequentare il quartiere malfamato e l’imminente viaggio in Inghilterra, premio per la meritata promozione, alla fine Federico rinuncia ai privilegi che la vita agiata gli offre, non parte per il Regno Unito e decide di dare il suo contributo al centro di don Pino. Viene catturato dall’innocenza e dalla voglia di scoprire nuove cose che anima i bambini di cui 3P si prende cura: Totò, Riccardo, Francesco, la bambina con la bambola da cui non si separa mai. Inizia a dare lezioni di chitarra e si fa coinvolgere nell’allestimento di uno spettacolo con cui i ragazzi del centro Padre Nostro hanno in mente di festeggiare il compleanno di don Pino, il 15 settembre. C’è tutta l’estate davanti e per Federico non sarà uguale alle altre.

Il giovane riesce a vincere l’ostilità della famiglia, preoccupata per la sua incolumità. Anche il fratello Manfredi, che all’inizio lo sfotte per l’idea balzana che gli è venuta in mente, rompe le riserve e si lascia coinvolgere. Per il giovane liceale, complice del cambio di rotta è Lucia: una ragazza che fin da subito attrae l’inesperto Federico, troppo calato in un mondo fatto di parole, quelle delle poesie che gli hanno fatto conoscere l’Amore – primo fra tutti quello di Petrarca per Laura -, per passare ai fatti.

Sono fermo da mezz’ora davanti alla libreria e cerco qualcosa per Lucia. Voglio prestarle uno dei miei libri, ma non so quale scegliere. Sarà il libro a scegliere lei. […] Sempre ad occhi chiusi sollevo il braccio destro e lo punto verso gli scaffali: l’indice si scontra con un dorso. Il mio Petrarca. Il Canzoniere, chi meglio di lui. Lo ficco nello zaino e mi avvio verso Brancaccio. Petrarca a Brancaccio non c’è mai andato, questo è certo. Almeno ho un primato nella storia della letteratura: ce l’ho portato io. (pag. 98)

Piano piano vincerà la timidezza e dichiarerà il suo amore a Lucia, pur sapendo di rischiare grosso perché i picciotti che abitano in quei luoghi mal sopportano chi, venendo da fuori, mette gli occhi sulle loro proprietà, donne comprese.

Per difendersi e difendere i più deboli, oppressi da rapporti di forza che non possono trovare un equilibrio, le parole ormai non bastano più. Ci vuole coraggio ma soprattutto Amore per cambiare le cose, o almeno tentare. In un microcosmo fatto di delinquenza e prostituzione, la violenza è lo strumento privilegiato di cui la mafia, con i suoi affiliati, si serve per dimostrare la propria superiorità. Solo due parole sembrano degne dell’evidenziatore sul vocabolario mafioso: dignità è onore costituiscono il binomio imperfetto, in contrapposizione a quello perfetto – coraggio e Amore – che anima don Pino e i suoi “figli”.

Nonostante tutto il coraggio e l’Amore che dimostra nella sua quotidiana lotta contro la violenza e la sopraffazione di persone innocenti, non basteranno a don Pino a salvarlo dai nemici che vedono in lui un ostacolo scomodo. Uno che trova nella forza delle parole, nella persuasione, ciò che altri cercano nella canna di un fucile o in un pugno sferrato nella notte.

Ci sono mani che entrano nell’anima per dilatarla, altre per schiacciarla. Le prime sono forti ma delicate. Le seconde sono mani dure e feroci. Sono le mani che minacciano ancora don Pino e gli spaccano la faccia in un altro agguato, nei locali della chiesa, a tarda sera. Le mani funzionano come le parole, servono a maledire e benedire, carezzare e colpire, cucire e strappare. La carne si rattrappisce per effetto del dolore e l’anima si ritrae in un cantuccio. Non quella di don Pino: si dilata anche nel dolore, perché è il dolore che un padre deve patire per nutrire e difendere i suoi figli e la sua sofferenza è l’origine della soluzione. (pag. 262)

Padre Puglisi sa che il suo destino è segnato. Non quello di molti altri a cui ha insegnato a distinguere, grazie all’Amore, l’inferno da ciò che inferno non è.

***

C’è molto di Alessandro in quest’ultimo romanzo, come nei precedenti del resto. Dalle pagine del libro traspare l’amore per i libri, la letteratura, le parole e i segni, l’arte e i paesaggi della sua terra. C’è, inoltre, quella caratteristica di romanzo di formazione presente anche in Bianca come il latte, rossa come il sangue e Cose che nessuno sa.
In Ciò che inferno non è, tuttavia, c’è molto di più perché attraverso gli occhi e la voce di Federico, l’autore può raccontare questa storia bellissima e crudele al tempo stesso, dalla posizione privilegiata di osservatore diretto. Per questo i piani narrativi sono due: quello che ripercorre la Storia, seppur con le licenze che si concedono alla fantasia dello scrittore, per cui D’Avenia utilizza la terza persona e quello che racconta l’esperienza personale del liceale diciassettenne, caratterizzato dal ricorso alla prima persona. Un espediente, questo, che valorizza la preziosità della testimonianza diretta.
Lo stile, come già notato nella premessa, è a volte troppo retorico, con l’uso di similitudini e metafore che spesso creano l’effetto contrario a quello voluto, probabilmente. Non si può non apprezzare il bello scrivere, specie in un’epoca in cui la narrativa italiana è carente di veri talenti. Tuttavia personalmente preferisco le parti in cui la scrittura si fa piana, si avvicina, specialmente nelle parti dialogiche, alle capacità espressive dei protagonisti.
Leggendo questo romanzo mi sono tornati alla mente I Promessi Sposi di Alessandro Manzoni. Ciò che inferno non è, in fondo è simile al romanzo degli umili, racconta le vicende di oppressi e oppressori, di violenza e amore, di forza bruta e forza della Fede. Sullo sfondo la Storia, quella vera, in cui i personaggi si muovono nel pieno rispetto del criterio, caro a Manzoni, della verosimiglianza. Il grande romanziere partiva dalla convinzione che l’arte debba rappresentare il vero indagando la realtà e questo è, alla fine, ciò che muove anche D’Avenia, un Alessandro moderno che adegua la sua poetica ai tempi attuali, senza rinunciare alla lezione dei grandi Maestri.

[Per la biografia la fonte è Wikipedia; l’immagine di copertina è coperta da copyright © Marta D’Avenia]

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13 luglio 2014

LIBRI: “IL PROFUMO DELLE FOGLIE DI LIMONE” di CLARA SÁNCHEZ

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PREMESSA.
Non conoscevo i romanzi di Clara Sanchez. La scorsa estate ho letto Entra nella mia vita che considero un buon romanzo anche se la trama è abbastanza scontata e non troppo avvincente. Il profumo delle foglie dilimone è il primo romanzo di successo della Sanchez (ha venduto milioni di copie in tutto il mondo, tradotto in moltissime lingue) ed è staro consacrato anche con il premio Nadal, il più prestigioso premio letterario in Spagna. La trama è interessante ma, ahimè, ho trovato delle pecche che hanno provocato in me una delusione inattesa, visto che fin dalle prima pagine il romanzo mi ha entusiasmato, specialmente per la particolarità della trama.

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L’AUTRICE
Clara Sánchez vive a Madrid. Ha pubblicato alcuni romanzi inediti in Italia, ma tradotti in molti altri Paesi, e ha vinto il Premio Alfaguara nel 2000 con Últimas noticias del paraíso. Con Il profumo delle foglie di limone (titolo originale Lo que esconde tu nombre, edito nel suo Paese natale nel 2010), ha raggiunto la fama mondiale. Nel 2012 l’autrice ha pubblicato Entra en mi vida (pubblicato in Italia l’anno successivo con il titolo Entra nella mia vita, cui è seguito, nel 2013, il romanzo El cielo ha vuelto (uscito quest’anno in Italia con il titolo Le cose che sai di me).

LA TRAMA
La vicenda di cui tratta Il profumo delle foglie di limone (ed. italiana Garzanti, 2011) si svolge in Spagna, in una località di villeggiatura marittima sulla Costa Blanca. Protagonisti sono un ottantenne argentino, Juliàn, e una giovane donna spagnola, Sandra.
Juliàn è un ex deportato, vedovo dell’amata Raquel, con cui ha condiviso i dolori e le gioie della vita, e ha una figlia cinquantenne che probabilmente lo considera un vecchio pazzo e senza speranza, ossessionato da un passato che ormai non importava più a nessuno ma del quale lui aveva conservato un ricordo destinato a non abbandonarlo mai. Vecchio e malato affronta un lungo viaggio che lo porta dalle sponde oceaniche a quelle del Mar Mediterraneo per svolgere una missione lasciatagli in eredità dall’amico e compagno di tante sventure Salvador Castro, chiamato amichevolmente Salva. Quest’ultimo, scomparso da poco, aveva condotto con successo per tutta la vita quella missione che invece Juliàn aveva portato avanti con minor destrezza. Così racconta il protagonista nelle pagine iniziali:

“Ci eravamo conosciuti giovanissimi in quel corridoio stretto fra la vita e la morte che i credenti chiamavano inferno e i non credenti come me anche, Aveva un nome, si chiamava Mauthausen, e non riuscivo a immaginare che l’inferno potesse essere diverso o peggio di così. […] Quando ci liberarono, ci arruolammo nel Centro Memoria e Azione. […] L’idea fu sua. Quando uscimmo da là dentro, io volevo essere normale, confondermi tra le persone comuni. Lui però mi disse che era impossibile, che eravamo condannati a sopravvivere. E aveva ragione […] Riuscì [Salva, NdR] a localizzare e trascinare davanti ai giudici novantadue ufficiali nazisti; […] Io non fui abile come Salva, mi capitò tutto il contrario. Non portai a termine una missione: alla fine li catturava sempre qualcun altro o riuscivano a scappare. Sembrava che il destino si prendesse gioco di me.” (pp. 8-10 dell’ed. citata)

Il destino, però, fa incontrare a Juliàn la giovane Sandra che, pur senza volerlo, si unirà a lui in quest’ultima caccia. Lei è spagnola, vive a Madrid, è incinta di cinque mesi e non sa che fare della sua vita. Decide di trasferirsi ad Alicante per riflettere sul suo futuro e soprattutto per allontanarsi dal compagno Santi, all’oscuro della gravidanza.

“Mia sorella mi aveva lasciato la sua casa al mare per riflettere con tranquillità su cosa mi convenisse fare, se sposarmi o meno con il padre di mio figlio. Ero incinta di cinque mesi e ogni giorno ero sempre più confusa all’idea di formare una famiglia, ma era anche vero che da totale incosciente avevo lasciato il lavoro in un periodo in cui sarebbe stato difficile trovarne un altro, e occuparmi da sola del bambino non sarebbe stata una passeggiata. […] Amavo Santi, ma non quanto sapevo di poter amare un uomo. Santi era a un passo, solo a un passo dal grande amore. […] Non avevo voglia di prendere decisioni definitive. Mi andava bene fantasticare a cuor leggero e senza angosce su possibilità in quel momento irraggiungibili come le nuvole […]” (p. 12 dell’ed. citata)

I due protagonisti s’incontrano grazie a una coppia di età avanzata che vive in una villa a Tosolet, sobborgo di Alicante. Sono dei norvegesi, ex criminali nazisti, se mai si può definire “ex” persone che hanno compiuto crimini così efferati. Il male, infatti, solitamente non abbandona mai le loro menti e il loro animo anche se cercano di vivere una vita tranquilla e protetta, senza pesi sulla coscienza. Fredrik e Karin Christensen sono i nazisti che Juliàn vuole catturare ma per Sandra, che li incontra in modo del tutto casuale, rappresentano solo una coppia di nonni che si prenderanno cura di lei e della creatura che porta in grembo. Almeno così pare …

Juliàn, che segue le istruzioni lasciate dall’amico Salva in una lettera fatta recapitare dopo la sua morte, capisce ben presto che i due vecchietti apparentemente amabili e inoffensivi, fanno parte di un’organizzazione più ampia, chiamata la Confraternita. Naturalmente fanno in modo di non insospettire la giovane Sandra che soccorrono in occasione di un malore sulla spiaggia e, una volta scoperto il dolce segreto, la convincono a lasciare la villetta della sorella per trasferirsi nella loro bella casa, Villa Sol, dotata di ogni comfort. In cambio dell’ospitalità, Sandra si occupa di Karin, donna forte all’apparenza ma che alterna momenti di sofferenza ad altri in cui sembra rinvigorirsi in modo quasi miracoloso. Effettivamente Sandra, con la complicità di Juliàn, scoprirà che questi mutamenti, non solo fisici ma anche umorali della donna, sono tutt’altro che il frutto del caso.

A poco a poco fra i due nasce un’intesa fatta di incontri furtivi, sempre con il sospetto di essere seguiti, e messaggi che si scambiano in un luogo insospettabile per tutti. Juliàn sa che la collaborazione chiesta a Sandra, che di nazismo e campi di sterminio aveva sentito parlare solo a scuola e nemmeno in modo approfondito e che in un primo momento sembra spaventata soprattutto per le sue condizioni di gestante, la espone a grossi rischi ma la ritiene l’unica via per stanare anche gli altri componenti della Confraternita: Aribert Heim, il macellaio di Mauthausen, Otto e Alice, Anton Wolf ed Elfe e la glaciale Frida.

“Per raccontarci le novità dovevamo vederci un giorno sì e un giorno no al Faro alle quattro del pomeriggio, a meno che Sandra non riuscisse a lasciarmi un messaggio in albergo o nella nostra “cassetta” del faro o che io mi facessi vedere quando scendeva in paese per portare Karin in palestra.” (p. 288 dell’ed. citata)

Da parte sua, l’uomo sa di essere sorvegliato, in albergo e negli altri luoghi in cui era facile si recasse. L’organizzazione è, infatti, molto efficiente e si serve di alcuni scagnozzi come Alberto (per cui Sandra usa l’appellativo “l’Anguilla”) e Martin. Tutte persone di cui diffidare, come quel certo Tony, una specie di detective, che in albergo sembra controllare che nulla di male capiti a Juliàn, dopo un’irruzione avvenuta nella sua camera da parte di ignoti.
Tra i personaggi che incutono, invece, più timore a Sandra, c’è Frida, la governante dei Christensen che cercherà in tutti i modi di metterla in difficoltà, anche per una sorta di gelosia nei confronti di Alberto su cui Sandra ha messo gli occhi e che diventerà per lei un importante punto di riferimento. Forse anche il vero amore.

[…] Alberto era stato sicuramente l’illusione di cui avevo bisogno per sopportare la tensione che avevo vissuto a Villa Sol, e senza dubbio il suo nome non era solo un nome, era il suo giubbino blu, la sua camicia stropicciata, la cenere della sigaretta che gli cadeva sui mocassini, i suoi capelli lunghi e la sua fronte arrossata dal vento, era il suo odore, il suo sguardo preoccupato e la sua voce che scivolava sotto la porta quando mi aveva detto: “Ti amo”. E poi più niente. (pp. 324-25 dell’ed. citata)

L’operazione sembra avere successo, nonostante le molte difficoltà incontrate dai due. Ma non sempre i piani riescono ad essere attuati come si prevede o almeno ci si augura.

***

La lettura del romanzo procede spedita e, per buona parte, la trama è avvincente. Però il finale lascia l’amaro in bocca. Forse la Sanchez voleva evitare, almeno in questo libro, la banalità. L’originalità del testo riguarda soprattutto la duplice focalizzazione: la narrazione è in prima persona ed entrambi i protagonisti raccontano le loro esperienze come in una sorta di diario, in cui mancano, tuttavia, precisi riferimenti temporali. Questa tecnica narrativa è, a mio parere, l’elemento vincente del romanzo, soprattutto per la bravura con cui la Sanchez “intreccia” i due piani narrativi senza perdersi nelle inevitabili sovrapposizioni.

Un’annotazione sulla forma. È evidente che quando si legge un testo straniero siamo messi di fronte a una traduzione. “Il profumo delle foglie di limone” è tradotto, nell’edizione Garzanti, da Enrica Budetta che, secondo me, non ha fatto un buon lavoro. A parte i refusi di stampa, che non dovrebbero esserci dato che il libro è pubblicato da un’importante casa editrice, l’uso (anzi, il non uso) del congiuntivo lascia molto a desiderare, così come la punteggiatura. A volte anche le scelte lessicali non mi sono parse troppo curate. Stranamente ho fatto attenzione a queste cose, il che significa che, almeno nella seconda parte, la trama non mi ha del tutto catturata.

Infine, lodevole il coraggio di trattare un tema così delicato, come la deportazione nei campi di sterminio, che per la maggior parte costituiscono la “materia” di libri autobiografici e di testimonianza.
Nell’appendice, viene riportata un’intervista in cui l’autrice spiega come mai questa pagina di storia macchiata di sangue attiri ancora l’attenzione:

“Perché non si capisce. È fuori da ogni possibilità di comprensione umana, uno sterminio tanto sistematico e organizzato. Gli psicopatici attraggono, e bisogna stare in guardia perché possono occupare gli scranni del potere, sono freddi e sanno come manipolare gli altri. Bisogna avere buon senso, rimanere lucidi.” (p. 360 dell’ed. citata)

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7 gennaio 2013

LIBRI: “LA DOPPIA VITA DEI NUMERI” di ERRI DE LUCA

Posted in libri tagged , , , , , , , , , , , a 4:23 pm di marisamoles

PREMESSA: questo libretto mi è stato regalato per Natale da una cara amica cui avevo parlato positivamente della lettura estiva di I pesci non chiudono gli occhi.
Più leggo De Luca e più mi rammarico del tempo perso senza averlo letto, di quanto sia mancata nel mio orizzonte librario la sua presenza.
La lettura di questo libriccino è la conferma che l’autore napoletano non riserva sorprese, non delude, ha sempre qualcosa da raccontare e lo fa con estrema piacevolezza. Anche la sua capacità di creare piccoli gioielli narrativi, senza dilungarsi in fronzoli retorici, è sicuramente una dote apprezzabile perché la lettura è gradevole e per nulla pesante. Ci ho impiegato 40 minuti per leggerlo tutto. Ideale per chi non ha troppo tempo e non vuole leggere “a rate” con il rischio di perdere il filo ogni volta.

la doppia vita dei numeri

L’AUTORE
Erri De Luca è nato a Napoli nel 1950. Ha pubblicato con Feltrinelli: Non ora, non qui (1989), Una nuvola come tappeto (1991), Aceto, arcobaleno (1992), In alto a sinistra (1994), Alzaia (1997, 2004), Tu, mio (1998), Tre cavalli (1999), Montedidio (2001), Il contrario di uno (2003), Mestieri all’aria aperta. Pastori e pescatori nell’Antico e nel Nuovo Testamento (con Gennaro Matino, 2004), Solo andata. Righe che vanno troppo spesso a capo (2005), In nome della madre (2006), Almeno 5 (con Gennaro Matino, 2008), Il giorno prima della felicità (2009), Il peso della farfalla (2009), E disse (2011) e I pesci non chiudono gli occhi (2011). Per “I Classici” Feltrinelli ha curato Esodo/ Nomi(1994), Giona/ Ionà (1995), Kohèlet/ Ecclesiaste (1996), Libro di Rut (1999), Vita di Sansone (2002), Vita di Noè/ Nòah (2004) e L’ospite di pietra di Puškin (2005). Per gli “Audiolibri” Emons/Feltrinelli, In nome della madre letto da Erri De Luca (2010). Tra i suoi libri più recenti, Le sante dello scandalo (Giuntina, 2011). [dal risvolto di copertina; altre notizie sono riportate nel post linkato]

LA TRAMA
A metà tra narrazione e teatro, tra Pirandello e il grande Eduardo De Filippo. Fin dall’incipit, ovvero dall’introduzione, De Luca non nasconde i suoi “maestri” e dà del teatro una delle più belle definizioni che io abbia mai letto:

Il teatro è un racconto in cui scompare lo scrittore. Non può scrivere: “Era una bella notte di luna”. Lo deve dire uno dei personaggi. Gli avvenimenti sono raccontati e svolti dalle loro voci. Il teatro espelle il narratore dalla pagina, la parola passa in esclusiva a chi la pronuncia. (La doppia vita dei numeri, Feltrinelli, 2012, pag. 9)

E dopo questo inizio pirandelliano, che ricorda i Sei personaggi in cerca d’autore, De Luca esprime l’apprezzamento per il conterraneo De Filippo, pur prendendone, ma solo per umiltà, le distanze:

A che ne stanno i miei conti con Eduardo? In attivo per me, che resto suo incantato spettatore. Non ho presso di lui alcun termine di comparazione e accostamento: ammiro e basta. (ibidem, pag. 14)

Dopo l’introduzione, prende forma sulla carta un testo teatrale in tre parti con due soli protagonisti: un uomo e una donna, due fratelli tra cui domina la divergenza di carattere, due personaggi che nel testo non hanno nome ma vengono semplicemente identificati da un LUI e una LEI.

E’ la notte di Capodanno e in casa si prepara la cena, non un cenone bensì un semplice pasto preparato da LEI e a malavoglia consumato da LUI. Fuori Napoli è in festa e già si prepara ai botti che accoglieranno l’anno nuovo.
Lui, guarda caso, è uno scrittore; schivo di carattere, avrebbe fatto volentieri a meno di quella cena e della compagnia della sorella. Guarda fuori dalla finestra ma preclude alla festa ogni possibilità di entrare nella sua serata di fine anno. Lei è petulante quanto basta, incapace di apprezzare la scontrosità del fratello che, effettivamente, fa a pugni con la gioiosa napoletanità famosa in tutto il mondo.

LEI: La differenza tra me e te sai qual è*? Io voglio bene a Napoli e tu no. Sei sempre stato scarso negli affetti. Tieni la scrittura e metti tutto là dentro. Fuori di quella non vuoi bene a nessuno, neppure a te stesso.
LUI: Non ci ho mai pensato: se voglio bene a Napoli. Come chiedermi se voglio bene alle mie unghie, ai capelli. Sono parti del corpo che non mi fanno male se le taglio. Sforbicio e ricrescono. Non so se voglio bene a delle parti del mio corpo. Nell’insieme no, non sono affezionato alla carcassa. Ci sto dentro, tutto qua. (ibidem, pagg. 36-37)

Rassegnata a passare il Capodanno con un fratello tutt’altro che socievole, LEI inizia a preparare la tombola, guardata con stupore da LUI che si chiede come si possa giocare a tombola in due. Ma la vera sorpresa sono proprio gli ospiti inattesi. Dai numeri della tombola nascono storie, alcune inventate altre animate dai ricordi, e personaggi che chiedono di avere una parte in questa recita di fine anno.

Dalla magia tutta napoletana della smorfia si crea un racconto stravagante e le premesse di una noiosa serata, contraddistinta dall’incomunicabilità, si allontanano per sempre, accompagnate dai botti che si sentono in lontananza.

La serata a due ben presto si anima di ricordi e presenze amate … quel proposito di “LEI: Non facciamo nessuna festa, passiamo la serata a chiacchierare fino a mezzanotte. La festa la fa la città. Resterà fuori dalla finestra” (ibidem, pagg. 34-35) viene meno grazie alla presenza di altri ospiti. Sarà questa la doppia vita dei numeri.

Lo stile di De Luca è semplice ma delicato. La paratassi che prende il sopravvento sull’ipotassi, la semplicità delle frasi corte e spezzate rendono la lettura veloce e piacevole. Non c’è quasi mai retorica in questo breve testo, la spontaneità ricorda lo stupore tutto pascoliano nel guardare il mondo con occhi di fanciullo.

* Noto, non senza imbarazzo, che nonostante si tratti del libro di uno scrittore famoso e pubblicato da un editore di tutto rispetto, nella pagina citata “qual è” è scritto con l’apostrofo. Mi scuso per la deformazione professionale, ma questo tipo di errore non posso riprodurlo e ritengo sia una vera vergogna ritrovarlo in un romanzo come questo.

LE MIE (ALTRE) LETTURE

12 agosto 2012

LIBRI: “VENEZIA È UN PESCE” di TIZIANO SCARPA

Posted in libri tagged , , , , , , a 7:43 pm di marisamoles

PREMESSA.
Ho la fortuna di abitare non lontano da Venezia (meno di due ore di treno, ancor più breve il viaggio in automobile ma non consigliabile per il problema del parcheggio: piazzale Roma è infatti superaffollato in tutte le stagioni e il ticket è alquanto salato … almeno quanto il mare della laguna!), sicché l’ho visitata tante volte e la conosco abbastanza bene. Chi dice di conoscere Venezia come le sue tasche, a meno che non ci abiti ma anche in qual caso avrei dei dubbi, è presuntuoso: nessun turista potrà mai vederla tutta e ad ogni visita ci saranno sempre dei posti nuovi da scoprire. L’ideale sarebbe farsi accompagnare da un veneziano doc nei luoghi meno turistici. Come dice Scarpa: “senza meta” e “smarrirsi è l’unico posto in cui valga la pena di andare” (pag. 13).
Io amo Venezia e ci vorrei vivere, pur consapevole dei tanti disagi che una città come questa comporta. È ovvio che in me la lettura di questo libro abbia destato delle emozioni particolari, dettate anche dai ricordi come i week-end romantici che mio marito ed io abbiamo fatto da fidanzati. Tuttavia mi rendo conto che chi non ha mai visitato questa meraviglia forse potrà non apprezzare il libro di Scarpa. Mi spiego: non ci sono immagini, la descrizione dei luoghi non sempre è dettagliata e può risultare decisamente vaga a chi non ha memoria dei posti. Ma posso dare un consiglio: leggere il libretto così com’è, per goderselo perché la scrittura è davvero accattivante. Poi, volendo, ci si può piazzare davanti al computer, ricercare i luoghi su Google-immagini e avere un’idea, un po’ meno vaga, di ciò che dall’autore viene descritto.

Comunque sia, buona lettura! Godetevelo perché merita davvero.


Si tratta di una nuova edizione rivisitata e ampliata di Una gita a Venezia con Tiziano Scarpa, edita da Paravia nel 1998.
Non lasciatevi ingannare dal sottotitolo di questo libriccino, tanto piccolo quanto incantevole: Venezia è un pesce. Una guida (Feltrinelli, Collana Universale Economica, 2000). Letto così uno s’immagina di trovarsi di fronte ad una guida, l’ennesima, sulla città lagunare, piccolo ma prezioso gioiello dell’alto Adriatico. La città più bella del mondo. E invece sfogliando questa “guida” non si trovano illustrazioni né mappe né itinerari consigliati né luoghi in cui si possa alloggiare o riposarsi mettendo i piedi sotto la tavola, anzi la tola, come direbbe un veneziano. Che guida è, allora?

Fin dalle prime pagine ci si rende conto di quanto sia speciale questo libriccino scritto da Tiziano Scarpa, veneziano classe 1963, residente a Milano, scrittore, giornalista, autore di testi teatrali e per la radio, nonché lettore live appassionato.

“Venezia è un pesce. Guardala su una carta geografica. Assomiglia ad una sogliola colossale distesa sul fondo. Come mai questo animale prodigioso ha risalito l’Adriatico ed è venuto a rintanarsi proprio qui? […] Venezia è sempre esistita come la vedi, o quasi. È dalla notte dei tempi che naviga: ha toccato tutti i porti, ha strusciato addosso a tutte le rive […] Sulla cartina geografica il ponte che la collega alla terraferma assomiglia a una lenza: sembra che Venezia abbia abboccato all’amo.” (pagg. 7-8)

Così inizia quest’affascinante avventura: un viaggio a Venezia, in compagnia di un veneziano che guida una ipotetica turista (Scarpa le dà del tu) alla scoperta della città attraverso il coinvolgimento di tutti i sensi. Un’esperienza fisica, oltreché emotiva, attraverso ciò che i piedi, le gambe, il cuore, le mani, il volto, le orecchie, la bocca, il naso e gli occhi riescono a percepire.

A Venezia i piedi sono importanti perché, se davvero si vuol godere delle sue bellezze, è necessario camminare, preferibilmente senza meta. I piedi calpesteranno la caratteristica pavimentazione della città lagunare, formata da i masegni, percorreranno in su e in giù i gradini dei quasi cinquecento ponti che collegano un isolotto ad un altro.

Le gambe, a volte non senza fatica, ci porteranno attraverso le calli, le salizade, i campi e campielli (di piazze ce n’è una sola: la meravigliosa piazza San Marco), le fondamenta … E gli occhi scruteranno tutte le meraviglie di Venezia, la sua architettura, i suoi monumenti, le bellezze di una città in cui il tempo sembra essersi fermato, come in uno scatto fotografico, quello in cui i turisti la immortalano e allo stesso tempo neutralizzano quella che Scarpa definisce pulchroattività. Eh sì, perché per gli abitanti troppo splendore nuoce gravemente alla salute, non possono difendersi dal radium pulchritudinis che li fiacca, smorza ogni slancio vitale, li intorpidisce, li deprime. Non per niente i veneziani si sono sempre chiamati Serenissimi: che è come dire morbosamente calmi, istupiditi, sonnambuli. (pag. 72)

Chiudi gli occhi e leggi con le dita la fisionomia delle statue, i bassorilievi, le modanature scanalate. Gli alfabeti scolpiti nelle lapidi ad altezza d’uomo. Venezia è un ininterrotto corrimano Braille. (pag. 42)

“Mettere le mani addosso a Venezia” è il più spontaneo dei gesti. Chi ha la possibilità di fare un giro in gondola, ad esempio, può tastare le sue fòrcole, gli scalmi che svettano a poppa. Oppure non si può fare a meno di toccare la circonferenza delle vere da pozzo, chiuse da coperchi di bronzo, stringerla quasi in un abbraccio.

Se pensiamo al volto ci vengono immediatamente in mente le maschere veneziane. Volto in veneziano significa maschera come persona in latino. Qui Scarpa ci prende per mano e ci porta a vedere le maschere della Commedia dell’Arte, ce le fa conoscere, ci fa sperimentare quanto sia bello essere a Venezia nel periodo del Carnevale. Con la bocca assaporiamo i piatti tipici e impariamo a pronunciare alcuni termini della gastronomia locale, come i bigoli (bigoi )in salsa, il figà a la venessiana e le sarde in saór:

Potrebbero allibirti le papille e lasciare interdetti i tuoi spasimanti: l’alto tasso cipollino è un antifurto antibacio. (pag. 56)

A proposito di naso, gli odori si spargono tra le calli, invadono i rii, si sprigionano dal mercato del pesce. Non sempre con l’olfatto si percepiscono dei profumi, provenienti dalle numerose trattorie. Talvolta a Venezia bisognerebbe turarselo, il naso. Se pensiamo, ad esempio, che i turisti a volte scambiano le calli per gabinetti all’aperto. Ed è qui che si scatena l’ingegno dei veneziani: per esempio, delle lastre di pietra che sembrano triangoli di tetto spiovente, che capita di vedere ovunque, sono progettati per far rimbalzare gli schizzi addosso al maleducato di turno. (pag. 66)

Con le orecchie si colgono rumori d’ogni tipo: le voci dei gondolieri che hanno un clacson portatile nell’ugola, le sirene delle navi, i versi degli uccelli, primi fra tutti i piccioni, incontestati inquilini di piazza San Marco, e i gabbiani in sosta sui tronchi che in laguna segnano la via ai battelli per non farli incagliare.

“I gabbiani si riposano in cima a quei tronchi, ognuno sul suo rotondo monolocale di cento centimetri quadri. Fanno la siesta sulle bricole dei rii. Si svegliano tutti insieme, si danno appuntamento alle Zattere con i pensionati e le vecchiette che svuotano sulla riva pane secco e cornici di pancarrè”. (pag. 51)

In ultimo il cuore. Venezia è sinonimo di cuore e fa rima con amore, come nella migliore tradizione poetica. Venezia è per antonomasia la città egli innamorati. Cosa c’è da aggiungere? Per esempio degli episodi “piccanti” che Scarpa si diverte a raccontare, oppure una storia d’amore che si può leggere su una delle colonne del palazzo Ducale, la più triste e struggente che sia mai stata raccontata. (pag. 35)

A conclusione di questo straordinario viaggio, Tiziano Scarpa ci mette la “coda”, come a tutti i pesci che si rispettino: una piccola antologia di testi veneziani, fra cui un reportage di Guy de Maupassant tradotto, dall’autore stesso, per la prima volta in italiano.
Il letterato francese così inizia il suo scritto:

“Venezia! Esiste una città più ammirata, più celebrata, più cantata dai poeti, più desiderata dagli innamorati, più visitata e più illustre?
Venezia! Esiste un nome nelle lingue romanze che abbia fatto sognare più di questo? È grazioso, dì altronde, è sonoro e dolce: evoca d’un sol colpo nello spirito una chiassosa parata di ricordi magnifici e un intero orizzonte di sogni incantatori”. (pag. 99)

Questa guida così speciale si è rivelata una lettura emozionante, travolgente, quasi incantatrice. L’esiguo numero di pagine (126, compresa la “coda”) fa sì che la si possa legger tutta d’un fiato, dimenticando ciò che ci sta attorno, estraniandoci per immergerci completamente nella magia che solo Venezia può produrre agli occhi di chi la “vede”, anche solo leggendo questa guida particolare. Perché il merito che va dato a Scarpa è quello di aver scritto con il cuore, da veneziano innamorato della sua città e consapevole che la sua è una città indimenticabile.
Se i napoletani dicono: “Vedi Napoli e poi muori”, io ho un detto di miglior auspicio: “Vedi Venezia e prega di non morire prima di rivederla ancora una volta, e un’altra ancora, e poi ancora, ancora, ancora …”.

La lettura è nel complesso gradevole e agevole, nonostante lo stile particolare, a volte intriso di retorica, ma mai spicciola, con un lessico non troppo comune. Simpatico l’uso di neologismi che ben rappresentano la fervida immaginazione linguistica di Scarpa.

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