NATALE CON I TUOI? SÌ, FORSE, NON SO (GRAZIE A CONTE)


In questi giorni di attesa delle festività, oltre al fatto di essere tutti (spero) perfettamente consapevoli che quello che sta per arrivare non sarà un Natale come gli altri, la maggior parte di noi si sta interrogando su quali spostamenti siano consenti dal 24 dicembre al 6 gennaio 2021.

Il DL 18 dicembre 2020, n. 172 ha, infatti, stabilito delle norme abbastanza rigide in tal senso. Se, però, ci si aspettava un lungo testo pieno di articoli, si resta delusi. Il testo del DL contiene, infatti, un solo articolo con 3 commi ma con richiami continui al DPCM del 3 dicembre con il quale il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha stabilito le aree in cui ogni regione della penisola dovesse essere collocata per l’intera durata delle feste di Natale e fine anno. Con la sola possibilità che le Regioni in autonomia stabiliscano ulteriori restrizioni ma non allentamenti rispetto alle norme stabilite.

Sarà forse per questo che su tutti i quotidiani nazionali e ai vari TG si continua a fare riferimento alle zone rosse e arancioni, le uniche che caratterizzano l’intero periodo delle festività, senza tuttavia prendere in considerazione il DL sopra menzionato.

Ciò a mio parere genera molta confusione e smarrimento. Infatti, se ci si limita a esaminare i divieti relativi alle zone rosse (in cui sono compresi i giorni 24-25-26-27 dicembre e ancora 31 dicembre e 1-2-3-5-6 gennaio 2021)) e arancioni (relative ai giorni 28-29-30 dicembre e 4 gennaio 2021), si evince che praticamente o si deve rimanere chiusi in casa o ci si deve spostare solo all’interno del Comune di residenza e solo in caso di reale necessità (lavoro, salute, acquisti di generi alimentari, farmaci, giornali, tabacchi). Quindi, il detto “Natale con i tuoi” vale solo per i conviventi.

Ma non è così. Leggendo il DL si possono notare delle deroghe tra cui la possibilità di spostarsi “verso una sola abitazione privata, ubicata nella medesima regione, una sola volta al giorno, in un arco temporale compreso fra le ore 05,00 e le ore 22,00, e nei limiti di due persone, ulteriori rispetto a quelle ivi già conviventi.”. Diciamolo, non è molto ma è già qualcosa. Tale deroga vale per tutto il periodo e non solo durante i giorni festivi, nei quali tutta l’Italia si troverà in zona rossa. Questo è il primo dubbio da cui probabilmente siamo tutti stati assaliti.

Quindi, nelle giornate in cui tutte le Regioni della penisola si troveranno in zona arancione non si potrà andare in visita a parenti e amici? Sì che si potrà, lo dice il DL. Purtroppo, però, non è affatto chiaro.

Se leggiamo il DL, all’inizio si specifica che “nei giorni festivi e prefestivi compresi tra il 24 dicembre 2020 e il 6 gennaio 2021 sull’intero territorio nazionale si applicano le misure di cui all’articolo 3 del decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 3 dicembre 2020; nei giorni 28, 29, 30 dicembre 2020 e 4 gennaio 2021 si applicano le misure di cui all’articolo 2 del medesimo decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 3 dicembre 2020“. Subito dopo, però, c’è un “ma” è un “altresì” e questi, che a scuola chiamiamo connettivi, non sono parolette senza significato. Quindi, dopo la prima parte si legge: “ma sono altresi’ consentiti gli spostamenti dai comuni con popolazione non superiore a 5.000 abitanti e per una distanza non superiore a 30 chilometri dai relativi confini, con esclusione in ogni caso degli spostamenti verso i capoluoghi di provincia.”.

Letto questo, si pensa che gli unici spostamenti consentiti in deroga all’art. 3 del DPCM 3 dicembre 2020 possano avvenire anche fuori dal Comune pur con la limitazione dei 30 km e del divieto di raggiungere il capoluogo di provincia (ma le province non le avevano abolite?).

Le cose, tuttavia, stanno diversamente. Continuando a leggere il DL, ci troviamo di fronte a un’altra deroga, importantissima, in relazione al DPCM sopra citato: “Durante i giorni compresi tra il 24 dicembre 2020 e il 6 gennaio 2021 e’ altresi consentito lo spostamento verso una sola abitazione privata, ubicata nella medesima regione, una sola volta al giorno, in un arco temporale compreso fra le ore 05,00 e le ore 22,00, e nei limiti di due persone, ulteriori rispetto a quelle ivi gia’ conviventi…”.

Ok, allora non è vero che ci si può muovere solo all’interno del Comune di residenza e sconfinare al massimo per 30 km. “È altresì consentito lo spostamento verso una sola abitazione privata, ubicata nella medesima regione, una sola volta al giorno…”. Ecco che allora il nostro panorama si fa più ampio. Sempre ammesso che io mi sposti in compagnia di una sola persona (può essere anche un amico? Non si parla, infatti, di familiare), posso andare ogni giorno, per tutto il periodo delle festività, a trovare chessò i miei cognati che stanno in montagna, mio fratello che vive in un’altra provincia rispetto alla mia, amici che vivono in un’altra provincia ancora dove sta anche mia mamma. L’importante è che io con il mio accompagnatore mi muova una sola volta al giorno, rispettando gli orari stabiliti e senza sconfinare dalla mia Regione.

Questo ora dovrebbe essere chiaro a tutti.
Verrebbe da pensare che, per essere sicuri sicuri, senza temere false interpretazioni, sia consigliabile andare sul sito governo.it e leggere le cosiddette “Faq”.
Benissimo. Io l’ho fatto 2 giorni fa e mi sono subito resa conto di una contraddizione macroscopica tra il contenuto di una risposta e il DL.

Si tratta di una situazione in cui potrei trovarmi anch’io. Riporto la Faq e la risposta pubblicata il 20 dicembre sul sito governo.it:

Posso andare a trovare un parente che, pur essendo autosufficiente, vive da solo, per alleviare la sua solitudine durante le feste, in deroga alle limitazioni di spostamento previste dal dpcm?
No. Di norma, lo stato di necessità si configura solo rispetto a persone non autosufficienti che, perciò, hanno bisogno di essere continuativamente assistite. In generale, dunque, non integra una situazione di necessità quella di alleviare la solitudine di persone sole, ma autosufficienti.

Ma come? Se il DL ha espressamente dichiarato lecito ogni spostamento all’interno della propria Regione pur con i limiti già visti (due persone e fascia temporale 5-22), perché non posso andare a trovare un parente che, pur essendo autosufficiente, vive da solo, per alleviare la sua solitudine durante le feste?

Allora si riprende in mano il DL, si rilegge – hai visto mai che ho letto male la prima volta – e ci si trova di fronte a una contraddizione tra DL e Faq.

Se ne deve essere accorto anche chi ha pubblicato le Faq il 20 dicembre visto che nelle nuove Faq pubblicate in data odierna sempre sullo stesso sito si legge:

Posso andare a trovare un parente che, pur essendo autosufficiente, vive da solo, per alleviare la sua solitudine durante le feste?
Fino al 23 dicembre, tale spostamento è consentito esclusivamente restando all’interno della propria Regione, dalle ore 5 alle ore 22.
Dal 24 dicembre al 6 gennaio sarà possibile, una sola volta al giorno, spostarsi per fare visita a parenti o amici, solo all’interno della stessa Regione, dalle 5 alle 22 e nel limite massimo di due persone.

Allora, una volta per tutte, deve essere chiaro che ogni giorno, per tutto il periodo delle festività posso andare a trovare, accompagnata da una sola persona, chiunque viva nella mia Regione senza distinzione tra legami parentali e semplice amicizia.

Quindi sì, alla fine il Natale possiamo passarlo con i nostri cari o anche con gli amici. Certo, il consiglio (non può essere un’imposizione né, come ha detto il Presidente del Consiglio Conte, possono essere disposti controlli nelle case private, a meno che non si faccia talmente tanto casino da disturbare i vicini che in quel caso saranno più solleciti che mai nel segnalare il fatto alle Forze dell’ordine) è di limitare la presenza nell’abitazione al minor numero di persone.

Io ho fatto un conto: se a Natale voglio invitare qualcuno e ogni coppia si può spostare dal luogo di residenza, in teoria potrei trovarmi in casa anche 14 persona (contando solo i parenti stretti).

Sapete cosa vi dico? Al di là dei consigli di Conte, non ne ho proprio voglia.

Sperando che questa feste siano un modo per riflettere sul fatto che ciò che abbiamo non è per nulla scontato e che in qualunque momento è possibile che la vita cambi e le circostanze richiedano uno sforzo per adeguarci, senza arrabbiarsi troppo,

AUGURO A TUTTI UN BUON NATALE!

[immagine da questo sito; scritta Buon Natale da questo sito]

LA BUONA NOTIZIA DEL VENERDÌ: SPELACCHIO DIVENTERÀ UNA CASETTA PER MAMME

PREMESSA: timidamente riprendo (sperando di poter onorare l’impegno) la pubblicazione delle “Buone notizie del Venerdì” che l’amica blogger Laurin42 ha continuato indefessamente a pubblicare sul suo blog.
BUONA LETTURA.

Il primato dell’albero più brutto (ma a modo suo bellissimo!) del Natale 2017 va attribuito a “Spelacchio” che fino a ieri ha troneggiato, pur con il suo rado fogliame, a Roma in Piazza Venezia.

Anche la storia del suo smantellamento è incredibile: gli operai della ditta addetta alla rimozione avevano già iniziato a togliere gingilli e luci, quando dal Campidoglio arriva un dictat: rimontare tutto. Infatti, la Giunta comunale vuole che Spelacchio “sopravviva” per qualche giorno ancora, quindi, per motivi di sicurezza tutto è stato rimesso al suo posto, compresa la stella che campeggiava in cima. Ma non è tutto. Il sindaco Virginia Raggi ha stabilito che all’abete debba essere concessa nuova vita: diventerà una casetta per mamme e neonati.

Il legname, dopo lo smantellamento, sarà trasportato in Trentino dove verrà trasformato in una casetta in legno, la “Baby little home”, munita di fasciatoio che consentirà alle mamme di accudire i propri bambini, allattandoli in tutta tranquillità e con discrezione. Una volta realizzata, questa casetta verrà donata all’amministrazione capitolina.

Così la Raggi giustifica la decisione:

“Con il passare dei giorni Spelacchio si è conquistato la simpatia e l’affetto della stragrande maggioranza delle persone. Ora avrà una nuova vita. Vogliamo fare di questa star internazionale un esempio concreto di riuso creativo, perché tutto può tornare a nuova vita. Un modo concreto per dimostrare al mondo che Roma vuole essere sostenibile e persegue con convinzione la strada del riuso, riciclo e recupero di materia”.

A testimonianza di tanto affetto, i numerosi selfie scattati con sullo sfondo l’albero più celebre d’Italia (anche se la fama ha valicato i confini nazionali) e che non si può smaltire come un alberello qualsiasi. E ai piedi del tronco sono stati lasciati, da grandi e piccini, tanti bigliettini con varie scritte come: “Se ti vedono brutto è solo invidia”, “ti voglio bene”, nuovo “Pasquino” romano.

Come nella fiaba del brutto anatroccolo, anche “Spelacchio” alla fine, a modo suo, diventerà un cigno.

[link della fonte; immagine da questo sito]

IL MIO PRIMO NATALE DA NONNA

Domani il mio nipotino compirà 3 mesi. Questo tempo è volato davvero in fretta e, purtroppo, gli impegni scolastici sempre più pressanti mi hanno impedito di vedere troppo spesso il mio piccolino. Ma ogni volta che riesco ad incontrarlo, è tutta una scoperta.

Nato abbastanza piccolo, ora ha raggiunto un peso più che ragguardevole. La sua faccina piccina piccina è diventata tondetta. Gli occhi, sempre più aperti perché le ore di sonno sono diminuite di giorno, sembrano essersi decisi a rimanere azzurri, come quelli della mamma e della nonna. Lo sguardo è vispo, si aggira curioso alla ricerca di cose nuove da scoprire, come ad esempio le collane della nonna. La boccuccia a forma di cuore ormai dispensa sorrisi a destra e a manca. I sorrisi poi diventano risate sonore e talvolta, da tanto ridere, gli viene il singhiozzo.

Non so descrivere bene il mio essere nonna. L’amore per i propri figli certamente non ha confini né limiti. Però, quando osservo il mio nipotino, credo di amarlo più di ogni altra persona al mondo. Probabilmente non è più amore, è amore diverso. Con i figli piccoli spesso si è in preda ai timori, si è vinte dalla stanchezza. Il fatto che io ora sia una nonna e non una mamma penso mi sgravi da tante responsabilità che nell’essere genitori possono rendere più complesso il rapporto con il proprio figlio.

Ricordo che ero talmente stanca da pregare che i miei bimbi dormissero il più possibile, per riposare ma anche per sbrigare le faccende domestiche che era sempre molto complicato portare a termine. Ora, quando vado a trovare il mio nipotino, spero che non dorma ma se succede, leggo nello sguardo della sua mammina quella preghiera silenziosa – “Ti prego, non lo svegliare!” – che mi fa tornare indietro nel tempo e capisco che, se non riesco a vedere gli occhietti azzurri del mio piccolino, pazienza, lascio che dorma beato (anche nel sonno sorride!) e lo contemplo come se fosse il quadro migliore dell’artista più celebre.

E’ il bambino più bello del mondo. Ogni bimbo lo è, a modo suo, e d’altronde se ogni scarrafone è bell’ a mamma soja…. figuriamoci a nonna soja!

Domani, però, si festeggia la nascita di un altro Bambino ed è giusto che la nonna si metta da parte e che auguri a tutti un Felice Natale e buone feste.

Vi lascio con una poesia molto bella di Umberto Saba, mio concittadino illustre.

A GESU’ BAMBINO
La notte è scesa
e brilla la cometa
che ha segnato il cammino.
Sono davanti a Te, Santo Bambino!
Tu, Re dell’universo,
ci hai insegnato
che tutte le creature sono uguali,
che le distingue solo la bontà,
tesoro immenso,
dato al povero e al ricco.
Gesù, fa’ ch’io sia buono,
che in cuore non abbia che dolcezza.
Fa’ che il tuo dono
s’accresca in me ogni giorno
e intorno lo diffonda,
nel Tuo nome.

[immagine da questo sito]

MA LA BEFANA HA UN MARITO?

befanaNell’immaginario collettivo la befana è vista come una vecchia brutta e lacera che, tuttavia, generosamente dispensa doni. Il nome dell’ignara vecchietta addirittura è diventato un epiteto, tutt’altro che gentile, da affibbiare alle donne non particolarmente belle fisicamente e curate nell’aspetto. Eppure il suo nome ha origini tutt’altro che trascurabili.

“Befana”, infatti, dal punto di vista etimologico, è messo in relazione con il termine “Epifania”, dal greco epiphaneia che significa apparizione e si riferisce, logicamente, all’apparizione della stella cometa che portò i re Magi al cospetto di Gesù bambino. Dal termine greco si passò poi al latino epiphania che, attraverso il linguaggio popolare, diventa prima Pifania, poi Bifania, fino alla distorsione del termine nella parola finale “Befana”.

La “nobile” origine del nome non può cancellare il destino della povera vecchietta che, complice anche una nota filastrocca (“La Befana vien di notte / con le scarpe tutte rotte, /con la scopa di saggina: / viva viva la nonnina!“) dev’essere per forza vecchia e brutta. Fuori discussione, dunque, il fatto che la befana abbia un marito. Eppure…

I primi ad ammogliarla furono i romani (non gli antichi!). La volevano accoppiata con un marito descritto come uno spauracchio terribile, con il quale viveva “molto, ma molto lontano”. Le mamme, addirittura, quando i bambini si comportavano male, accanto a “lo dico alla Befana” e a “viene la Befana e ti si porta via”, chiamavano in causa anche suo marito, una specie di orco che divorava i bambini dopo averli maltrattati a lungo.

Le strofe di una rima popolare descrivono questa specie di mostro:

Teresina
Io sono la Befana
Uscita da la tana
A ritrovatte
Te porto questa robba
Dorce in dono a rigalatte
Abbasta che sse’ bona
E obbediente
Si ttu sarà insolente
Te porto a la mia grotta
’Nse magna più ricotta
Ne ccallalesse
Allor, io te vedesse
Te lego tutta quanta
Finché non viè a ccasa
Mio marito
Viè ppieno d’appetito
Se mangia li regazzi
E ppo se li strapazza
A ppatimenti.
Si ttu le vedi i denti
So’ llunghi comm’un corno.
Dieci regazzi al giorno Se divora
Chi ppiagn’e echi ss’accora.
Chi ddice: Oh Ddio, la bbua
Chi cchiamma mamma sua.
E tutt’ invano.

Ma non solo a Roma l’uomo era crudele e spaventoso: nell’Alto Polesine, dove la Befana veniva chiamata “La Vecia”, si diceva che fosse sposata con il “Barabau”, detto anche Befano, o “Vecion”, evocato dalle madri – guarda un po’… – come uno spauracchio per spaventare i bambini disubbidienti.

Altre tradizioni più benevole la vogliono sposata con il Carnevale o addirittura con un santo. E che santo!

antonio_maialeStiamo parlando di Sant’Antonio Abate che, secondo una vecchia filastrocca, era proprio un marito fedele affettuoso per la befana, pronto ad aiutarla nel gravoso compito di portare i doni ai bambini.

C’era persino chi era convinto che il marito della Befana fosse Sant’Antonio Abate in persona. Questo Santo viene sempre presentato nei dipinti come un buon vecchione dai capelli bianchi e dalla lunga barba, candida come la neve. E vestito di poveri abiti, ha un bastone in mano con in cima un campanello e dalle pieghe del suo mantello fa capolino un grasso maiale. Forse perché è così vecchio, umile e vestito poveramente, in molti lo avranno considerato il marito ideale per la nostra Befana, e poi la sua festa era solo undici giorni dopo quella della Befana. In quei paesi dove credevano realmente che essi fossero marito e moglie, succedeva una cosa curiosa: la Befana e il suo maritino, come tutte le coppie che si rispettino, si aiutavano di cuore a vicenda. Così Sant’Antonio impietosito dal tanto lavoro che la Befana aveva da fare nella notte dell’Epifania, l’aiutava volentieri nella distribuzione dei doni e lo faceva dividendo in parti uguali quel compito così delicato: la Befana portava i regali alle bambine nella notte del 5 gennaio e lui li portava ai maschietti nella notte del 16 gennaio.

Che dire? I signori maschietti dovranno aspettare ancora dieci giorni per appendere la calza al caminetto…

[fonti: ilpaesedeibambinichesorridono; specchioromano.it; settemuse.it (per l’immagine di S. Antonio)]

NATALE E’ SEMPRE NATALE

E’ un Natale speciale questo che sta arrivando. Sempre sperando che sia speciale comunque e sempre per i Cristiani. Ma quello del duemilaquindici è comunque destinato a rimanere nella Storia.

Papa Francesco, come ormai tutti sanno, ha indetto, a partire dallo scorso 8 dicembre, l’Anno Santo della Misericordia. Un Giubileo straordinario, sia perché “cade” senza rispettare la cadenza usuale – almeno quella stabilita in tempi relativamente recenti – dei venticinque anni, sia perché intitolato alla Misericordia che, pur senza la maiuscola di rito, dovrebbe essere un sentimento che accomuna tutti gli esseri umani, cristiani e non.

Una parola trasversale, la misericordia. Stando all’etimologia, deriva dal latino misericordia, che a sua volta trova la radice nell’aggettivo misericors, in cui distinguiamo il tema del verbo miserere, “aver pietà”, e cor, “cuore”.

Misericordia, quindi, ha a che fare con il cuore e il cuore significa vita, poiché batte nel petto di tutti gli esseri viventi. Poi sta a noi farne buon uso e manifestare ai propri simili quell’empatia che ci accomuna in quanto tutti dotati di quel battito vitale. O almeno così dovrebbe.

Cinque anni fa ho scritto un post dal titolo lungimirante: Si può dire Buon Natale?.
Oggi più che mai, di fronte a dirigenti scolastici che vietano le feste di Natale e i canti tradizionali, specialmente nelle scuole frequentate dai più piccoli, la domanda è lecita. Ma la risposta, la mia risposta, è sempre quella: sì, si può augurare buon Natale, senza vergogna e senza pensare all’eventualità che questo augurio possa offendere qualcuno.

Di certo non offenderà nessuno dotato di un minimo di intelligenza, se non proprio elasticità mentale.
Ne sono prova le cronache di questi giorni, in cui persone che professano altre religioni, stanno dimostrando non tolleranza, spesso falsa, come quella esibita da zelanti dirigenti scolastici, ma condivisione. Misericordia, insomma.
Ma anche intelligenza, come la ragazza musulmana che ha accettato di buon grado di interpretare la figura di Maria nel presepe vivente allestito nella sua città.

Per festeggiare il Natale non si deve essere per forza cristiani. Pensiamola, dunque, come una festa in cui si celebra la nascita di un bambino. Riflettiamo sul drastico calo delle nascite nei paesi più evoluti, una situazione dettata da molti fattori, non ultima la crisi economica che ci ha colpiti negli ultimi anni, per cui mettere al mondo un figlio sembra essere un lusso. Davvero lo è, se vogliamo essere sinceri. Ma a volte l’amore può fugare i dubbi, allontanare le esitazioni. Pensiamo alla povera capanna che ha ospitato il piccolo Gesù e ai sacrifici che i suoi genitori hanno dovuto affrontare, i disagi, le persecuzioni che hanno interessato i primi anni di vita del bambinello. Pensiamo alla forza e al coraggio di quei genitori che senza dubbio, almeno per chi crede, furono dettati dalla Fede. Ma senza Amore, al di là di qualsiasi fede, non avviene nessun “miracolo”.

Consideriamo, quindi, il Natale come la festa della Famiglia, perché ogni famiglia è sacra a prescindere. Fermiamoci a riflettere ai tanti bambini vittime delle guerre e delle persecuzioni, che muoiono annegati durante i viaggi della speranza. Pensiamo a quelli che perdono i genitori, nelle stesse condizioni avverse.
Consideriamo le famiglie “spezzate”, quelle in cui i bambini sono trattati come pacchi postali, destinati a cambiare casa seguendo l’asettica sentenza di un giudice, o sballottati da un luogo all’altro come meglio fa comodo ai genitori.
Riteniamoci fortunati ad essere genitori, pur dovendo attraversare molte difficoltà. Non guardiamo al prato del vicino che ha l’erba più verde; guardiamo l’arida terra che accoglie i meno fortunati.

Usiamo un po’ di misericordia, non solo quando festeggiamo il Natale ma anche in tutti i momenti della vita.

E se questo mio vi sarà sembrato più un sermone che un post natalizio, PERDONATEMI!

Auguro a TUTTI, abbracciandovi forte, un

buon_nataleangeli

RACCONTI DI NATALE: “IL DONO DEI MAGI” di O. HENRY

pacchi-reaglo-fai-da-teL’usanza di scambiarsi i doni a Natale pare derivi dai Re Magi che si presentarono al cospetto del Bambinello con i loro preziosi doni.
Ormai la tradizione è più subita che sentita. In tempi di crisi, si sa, ogni risparmio è prezioso: perché buttare via decine di euro in “regali dovuti”? Donare dovrebbe essere un atto spontaneo, non imposto dalle tradizioni o, cosa ancor peggiore, dal consumismo. Eppure ci si sente in obbligo… non c’è Natale senza doni, lo spazio sottostante l’abete allestito con gingilli e luci colorate non può rimanere vuoto.

Diverso è il caso di chi davvero con grande piacere desidera fare un bel regalo alle persone amate. Se è vero il detto “basta il pensiero”, spesso si cerca di accontentare i bambini che, innocenti creature, scrivono le loro letterine a Babbo Natale, o si risparmia per mesi pur di potersi permettere un regalo speciale per una persona altrettanto speciale.

Capita, talvolta, di fare regali inutili, nel senso che chi li riceve non sa che farsene e non se ne servirà mai.
Capita anche che i doni si rivelino inutili perché, proprio per il sacrificio fatto da chi li riceve, non serviranno se non mai, almeno per lungo tempo. Com’è successo ai protagonisti di questa deliziosa novella di O. Henry.

BUONA LETTURA!

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Un dollaro e ottantasette centesimi. Questo era tutto. E sessanta centesimi erano in penny. Penny risparmiati uno o due alla volta maltrattando il droghiere, il verduraio e il macellaio, fino a quando ti senti le guance rosse per l’accusa di taccagneria che tale atteggiamento comporta, anche se non te lo dicono. Della li contò tre volte. Un dollaro e ottantasette centesimi. E il giorno dopo sarebbe stato Natale.

Non c’era chiaramente nulla da fare, se non afflosciarsi sullo squallido divanuccio e mettersi a urlare. E Della fece proprio così. E questo ci porta a riflettere che la vita è fatta di singhiozzi, tirate su col naso, e sorrisi, con prevalenza delle tirate su.

Mentre la padrona di casa si calma piano, piano, passando dalla prima fase alla seconda, date un’occhiata alla casa. Un appartamento ammobiliato da 8 dollari a settimana.

Nel vestibolo sottostante, una cassetta per lettere in cui non sarebbe arrivata mai nessuna lettera, e un pulsante elettrico da cui nessun dito di mortale avrebbe ottenuto uno squillo. A tutto ciò si aggiungeva anche un cartellino che recava il nome “Mr. James Dillingham Young.”

Il “Dillingham” era stato sbandierato in un periodo precedente di prosperità quando il suo possessore veniva pagato 30 dollari a settimana. Ora, con il reddito ridotto a 20 dollari, stavano pensando seriamente di contrarlo in un più modesto e senza pretese “D”. Ogni volta che il signor James Dillingham Young tornava a casa e raggiungeva il suo appartamento di sopra, veniva però chiamato “Jim” e abbracciato stretto dalla signora Dillingham, che già vi abbiamo presentato come Della. E tutto questo è molto bello.

Della aveva finito di singhiozzare e si occupava delle guance con il piumino della cipria. Se ne stava alla finestra e guardava fuori senza pensieri verso un gatto grigio che camminava lungo un recinto grigio in un cortile grigio. Domani sarebbe stato il giorno di Natale e lei aveva solo 1 dollaro e 87 con cui comprare un regalo a Jim. Aveva risparmiato ogni centesimo che aveva potuto, per mesi, con questo risultato. Con venti dollari alla settimana non si va lontano. Le spese erano state maggiori di quanto lei aveva calcolato. Lo sono sempre. Solo 1 dollaro e 87 per comprare un regalo per Jim.

Il suo Jim. Aveva trascorso tante ore felici pensando a qualcosa di bello per lui. Qualcosa di bello e raro e speciale — qualcosa che fosse degno di appartenere a Jim. C’era uno di quei comuni specchi stretti, tra le finestre della stanza. Forse avete visto uno di questi specchi in un appartamento da 8 dollari. Una persona molto sottile e molto agile può, osservando il suo riflesso in una rapida sequenza di strisce longitudinali, avere un’idea abbastanza precisa del suo aspetto. Della, essendo magra, aveva imparato quest’arte.

Improvvisamente si girò dalla finestra e si fermò davanti allo specchio. I suoi occhi brillavano di scintille, ma il suo viso perse di colore in venti secondi. Rapidamente tirò giù i capelli e li lasciò cadere per tutta la loro lunghezza.

Ora, vi erano due beni in possesso alla famiglia Dillingham Young di cui entrambi erano orgogliosissimi. Uno era orologio d’oro di Jim, che era stato di suo padre e di suo nonno. L’altro erano i capelli di Della. Se la regina di Saba fosse vissuta in un appartamento di fronte, Della qualche volta avrebbe steso i suoi capelli fuori dalla finestra ad asciugare solo per far impallidire i gioielli e i beni di Sua Maestà. Se Re Salomone fosse stato il portiere, con tutti i suoi tesori ammucchiati nello scantinato, Jim avrebbe tirato fuori il suo orologio ogni volta che passava, solo per vederlo strapparsi la barba dall’invidia.

Così ora i bei capelli di Della scivolarono su di lei ondeggianti e splendenti come una cascata di acque castane. Arrivavano fin sotto il ginocchio e le facevano quasi da abito. Poi li raccolse di nuovo nervosamente e rapidamente. Vacillò per un attimo e poi si fermò, mentre una lacrima o due cadevano sul logoro tappeto rosso.

Indossò la vecchia giacca marrone, indossò il vecchio cappello marrone. Con un turbinio di gonne e con quel brillante scintillio ancora negli occhi, sgonnellò fuori dalla porta e giù per le scale fino alla strada.

Dove si fermò il cartello diceva: “Mme. Sofronie. Tutto per i capelli.” Della corse su per una rampa, e si sistemò, ansimando. Madame, grossa, troppo bianca, fredda, poco sembrava una “Sofronie.”

“Vuole comprare i miei capelli?”, chiese Della.

“Io compro i capelli”, disse la signora.

“Si tolga il cappello e diamo un’occhiata a come sono.” La cascata castana scivolò giù.

“Venti dollari”, disse la signora, sollevando la massa con mano esperta. “Me li dia, presto”, disse Della.

Oh, e le due ore successive si spostò con ali rosate. Scusate questa trita metafora. Stava setacciando i negozi per il regalo di Jim.

Alla fine lo trovò. Era stato fatto proprio per Jim e per nessun altro. Non ce n’era di uguale in nessun altro negozio, e li aveva rivoltati proprio tutti. Era una catenina da orologio in platino, semplice e pura nel disegno, che dichiarava il suo valore di per sé stessa e non come vile ornamento – proprio come dovrebbe essere per tutte le cose belle. Era degna dell’Orologio. Appena la vide, seppe che doveva essere di Jim. Era come lui. Tranquillità e valore – la descrizione si applicava ad entrambi. Per la catena le presero ventuno dollari, e lei si precipitò a casa con gli 87 centesimi. Con quella catena al suo orologio Jim poteva preoccuparsi decorosamente dell’orario in qualunque compagnia si fosse trovato. Per quanto il suo orologio fosse magnifico, a volte lo guardava di nascosto, a causa del vecchio cinturino di cuoio che usava al posto della catena.

Quando Della giunse a casa, la sua eccitazione cedette un po’ alla prudenza e alla ragione. Tirò fuori il suo arricciacapelli, accese il gas e si mise a riparare i danni fatti dalla generosità aggiunta all’amore. Che è sempre un compito enorme, cari amici – un compito immane.

In quaranta minuti la sua testa era coperta da piccoli ricci, vicini l’uno all’altro, che la facevano splendidamente somigliare a uno scolaro che ha marinato la scuola. Guardò a lungo la sua immagine riflessa nello specchio, con attenzione e in modo critico.

“Se Jim non mi ammazza”, si disse, “prima di darmi una seconda occhiata, dirà che sembro una ragazza del coro di Coney Island. Ma che cosa potevo fare – oh! Che cosa potevo fare con un dollaro e ottantasette centesimi?”

Alle 7 il caffè era pronto e la padella era sul retro della stufa, calda e pronta a cuocere le costolette.

Jim non era mai in ritardo. Della addoppiò la catenina in mano e si sedette in un angolo del tavolo vicino alla porta da cui lui entrava sempre. Poi sentì il suo passo sulla scala giù, al primo piano, e impallidì per un attimo. Aveva l’abitudine di recitare in silenzio una preghiera per le semplici cose di ogni giorno, e ora sussurrò: “Ti prego Dio, fagli pensare che sono ancora carina”.

La porta si aprì e Jim entrò e la richiuse. Aveva un aspetto magro e molto pensieroso. Poverino, aveva solo ventidue anni – ed essere gravati da una famiglia! Aveva bisogno di un cappotto nuovo ed era senza guanti.

Jim si fermò appena superata la porta, immobile come un setter all’odore di una quaglia. I suoi occhi erano fissi su Della, e vi era in essi un’espressione che lei non sapeva comprendere, e che la terrorizzava. Non era rabbia, né sorpresa, né disapprovazione, né orrore, né uno dei sentimenti a cui era preparata. Egli semplicemente la guardava fisso, con quella strana espressione sul viso. Della girò intorno al tavolo e gli si avvicinò.

“Jim, caro,” esclamò, “non guardarmi in quel modo. Mi sono tagliata i capelli e li ho venduti, perché non potevo passare il Natale senza farti un regalo. Ricresceranno — non ti importa, vero? Ho dovuto farlo. I miei capelli crescono così in fretta. Di’ ‘Buon Natale! ‘ Jim, e cerchiamo di essere felici. Non sai che bel regalo- che bellissimo regalo ho per te.”

“Hai tagliato i capelli?” chiese Jim, faticosamente, come se non fosse ancora arrivato a capire questo fatto, anche dopo un duro sforzo mentale.

“Tagliati e venduti”, disse Della. “Non ti piaccio ugualmente, comunque? Io sono io, anche senza i miei capelli, non è vero?”

Jim guardò per la stanza, curioso.

“Dici che i tuoi capelli non ci sono più?” chiese, con un’aria quasi da idiota.

“Non li devi cercare”, ha detto Della. “Li ho venduti, ti dico – venduti e andati, anche. E’ la vigilia di Natale, ragazzo. Sii buono con me, perché li ho dati via per te. Forse i capelli del mio capo erano contati”, proseguì lei con un’improvvisa grave dolcezza, “ma nessuno potrebbe contare il mio amore per te. Devo mettere su le costolette, Jim?”

Jim sembrava svegliarsi rapidamente dalla sua trance. Abbracciò la sua Della. Per dieci secondi guardiamo con interesse qualche inutile oggetto che sta nella direzione opposta. Otto dollari la settimana o un milione all’anno – qual è la differenza? Un matematico o un uomo di spirito darebbero la risposta sbagliata. I Magi portarono doni preziosi, ma quello non c’era. Questa affermazione oscura vi sarà chiarita in seguito.

Jim estrasse un pacchetto dalla tasca del cappotto e lo gettò sul tavolo.

“Non ti sbagliare sul mio conto, Della.” disse, ” Non credo che ci sia qualcosa nel modo in cui ti tagli i capelli o te li lavi che potrebbe farmi piacere di meno la mia ragazza. Ma se scarti il pacchetto puoi capire perché mi hai fatto imbambolare un po’ in un primo momento.”

Dita bianche e agili strapparono la corda e carta. E poi un urlo di gioia estatica e poi, ahimè! un rapido femmineo cambiamento in un pianto isterico e in lamenti, che richiesero l’impiego immediato di tutti i poteri di consolazione del padrone di casa.

Perché lì dentro c’erano I Pettini – una serie di pettini, laterali e posteriori, che Della aveva adorato a lungo in una vetrina di Broadway. Bellissimi pettini in vero guscio di tartaruga, con bordi di pietre preziose – proprio della sfumatura da portare tra i suoi magnifici capelli scomparsi. Erano pettini costosi, lo sapeva, e il suo cuore li aveva semplicemente agognati e desiderati senza la minima speranza di possesso. E ora erano suoi, ma le trecce che gli ambìti ornamenti avrebbero dovuto adornare erano sparite.

Ma lei li stringeva al petto e alla fine fu in grado di guardarli con gli occhi velati e un sorriso e dire: “I miei capelli crescono così in fretta, Jim!”

E poi Della balzò in piedi come un gatto che si è bruciato e gridò: “Oh, oh!”

Jim non aveva ancora visto il suo bel regalo. Lei glielo porse con entusiasmo sul palmo aperto. L’opaco metallo prezioso sembrava lampeggiare per il riflesso dello spirito brillante e ardente di lei.

“Non è elegante, Jim? L’ho cercato per tutta la città per trovarlo. Dovrai guardare l’ora un centinaio di volte al giorno adesso. Dammi il tuo orologio. Voglio vedere come ci sta.

Invece di obbedire, Jim si buttò sul divano e si mise le mani sotto la nuca e sorrise.

“Della”, disse, “mettiamo via i nostri regali di Natale e lasciamoli stare per un po’. Sono troppo belli per usarli proprio ora. Io ho venduto l’orologio per avere i soldi per comprare i tuoi pettini. Ed ora penso che tu debba mettere su le costolette.”

I Magi, come sapete, erano uomini saggi – meravigliosamente saggi – che portarono doni al Bambino nella mangiatoia. Furono loro a inventare l’arte di fare regali per Natale. Essendo saggi, i loro doni erano senza dubbio saggi, e sicuramente avevano la possibilità di essere cambiati, se una ne aveva già di simili.

E qui vi ho raccontato alla meglio la pacifica storia di due bambini sciocchi, in un appartamento, che incautamente hanno sacrificato l’un l’altra i più bei tesori della loro casa. Ma va detta un’ultima parola al saggio di oggi, che di tutti coloro che fanno regali, questi due sono stati i più saggi. Di tutti coloro che fanno e ricevono regali, come loro, sono i più saggi. Ovunque sono i più saggi. Sono loro i Magi.

[LINK; immagine da questo sito]

LA LEGGENDA DEL VISCHIO. BUON ANNO A TUTTI!

vischio bacio
Un rametto di vischio in casa, per l’ultimo giorno dell’anno, non può mai mancare. Meglio se lo si posiziona in alto in modo che, allo scoccare della mezzanotte, si possa baciare la persona amata proprio sotto il vischio. Ma da dove deriva questa usanza?

Spesso ci sono molte leggende per spiegare una sola credenza. Anche in questo caso, almeno due sono le leggende legate al vischio: la prima spiega come sia nata questa pianta che da sempre è considerata tradizionale del periodo natalizio; la seconda, rivela il motivo per cui porta fortuna baciarsi sotto un rametto di vischio.

Viscum album è il nome scientifico della pianta cespugliosa che appartiene alla famiglia delle Viscaceae. L’aggettivo album (bianco) rimanda al colore delle bacche del vischio che sono perlopiù traslucide e contengono al loro interno una sostanza gelatinosa e collosa. Proprio questa caratteristica ha dato origine al significato che comunemente attribuiamo al verbo “invischiare” che in origine indicava l’azione dello spalmare di vischio delle bacchettine o altri supporti per catturare gli uccelli che vi si posano (vedi Treccani.it).

All’origine di questa pianta è legata una leggenda … una delle tante, in verità. Diciamo che questa è quella che ho scelto di raccontare.

leggenda vischioC’era una volta un vecchio mercante che viveva da solo in un paese sperduto tra i monti. Non aveva né famiglia né amici, viveva esclusivamente per accumulare denaro e ricchezze. Gli affari erano l’unica cosa cui teneva ed era talmente avaro da perdere il sonno nel timore di essere derubato. Di notte spesso si alzava e andava a contare il denaro che teneva nascosto in una cassapanca.
Per quest’uomo contava solo il guadagno e non si faceva scrupolo di agire in modo disonesto, approfittandosi dell’ingenuità delle persone.
Non voleva conoscere quelli con i quali faceva affari, non si interessava delle loro storie e dei loro problemi, per questo nessuno gli voleva bene.
Una notte di dicembre, quando ormai Natale era vicino, il vecchio mercante, non riuscendo a dormire, decise di uscire a fare una passeggiata.
Nelle strade sentì un allegro vociare, risate, urla gioiose di bambini e canti.
La cosa non era affatto usuale nel suo paese e ancor di più si incuriosì non avendo ancora incontrato nessuno, nonostante voci e rumori sembrassero molto vicini.
A un certo punto udì qualcuno che pronunciava il suo nome, chiedeva aiuto e lo chiamava fratello. Ma quell’uomo non aveva fratelli o sorelle e si stupì.
Per tutta la notte ascoltò le voci che raccontavano storie tristi e allegre, vicende familiari e d’amore. Venne a sapere che alcuni vicini erano molto poveri e che sfamavano a fatica i figli, che altre persone soffrivano la solitudine oppure che non avevano mai dimenticato un amore di gioventù.
Pentito per non aver mai capito che cosa si nascondesse dietro alle persone che vedeva tutti i giorni, l’uomo cominciò a piangere.
Pianse così tanto che le sue lacrime si sparsero sul cespuglio al quale si era appoggiato.
Al mattino le lacrime non sparirono ma continuarono a splendere come perle.
Era nato il vischio.

Molto più romantica, anche se dolorosa allo stesso tempo, è la leggenda che ha dato origine alla credenza che porti bene baciarsi sotto il vischio.

Essa fa parte della mitologia nordica. I druidi celti onoravano il vischio come pianta sacra, ritenendo che avesse origine celeste e che crescesse nei luoghi colpiti dai fulmini. Un altro motivo per cui la pianta è circondata da una specie di alone mistico rimanda al numero 3, considerato sacro in molte culture (ad esempio, per i Cristiani è legato alla SS. Trinità); infatti, le bacche del vischio si sviluppano in 9 mesi e si raggruppano a tre a tre.

FreyaIl vischio è anche la pianta sacra di Frigg (o Freya), dea dell’amore presso gli dei Asi.
Frigg aveva due figli, Balder, buono e generoso, e Loki, cattivo e invidioso, che voleva uccidere il fratello (come si fa a non pensare ai “nostri” Caino e Abele?). Venuta a conoscenza del piano malvagio del figlio, Frigg chiese a tutte le creature animali e vegetali di proteggere Balder, ma si dimenticò di rivolgere la preghiera proprio alla pianta del vischio. Loki ne approfittò per portare a termine il suo piano, utilizzando proprio questa pianta per fabbricare la freccia che uccise Balder.

La dea Frigg, vedendo il cadavere del figlio prediletto, iniziò a piangere disperatamente e le sua lacrime, come per magia, si trasformarono in bacche bianche. Quando queste toccarono il corpo di Balder, lui tornò in vita.

Per la grande felicità, la dea Frigg cominciò a baciare chiunque passasse sotto l’albero sul quale cresce il vischio (di solito pioppi, olmi e tigli).
Il suo bacio costituì un portafortuna e una protezione per tutti coloro che furono baciati dalla dea: ad essi infatti, non poteva capitare nulla di male.

Non mi resta che AUGURARE A TUTTI UN FELICE

2015

[fonti: leitv.it; pinu.it (da cui è tratta anche l’immagine del “vecchio del vischio”) e tradizionipopolari.blogspot.it. Immagine di Freya da questo sito; immagine sotto il titolo da questo sito; scritta 2015 da questo sito]

P.S. Avevo in bozza questo post da molto tempo – una parte addirittura dall’anno scorso! – e solo in questi ultimissimi giorni sono riuscita a rimetterci mano. Dico questo perché non vorrei che l’amica Laura (laurin42) pensasse che copio le sue idee ( 😉 ) visto che lei ha pubblicato di recente un bellissimo post, che invito tutti a leggere, sullo stesso argomento.

AUGURI A TUTTI CON “IL VECCHIO NATALE”, POESIA DI MARINO MORETTI

babbo natale camino
E’ sempre più difficile augurare Buon Natale. Ormai le recite dei bimbi alla scuola dell’infanzia e primaria sono bandite. I presepi non hanno miglior sorte dei crocefissi: negli edifici scolastici non c’è posto per loro. Pure la messa di Natale è vietata (in questo caso, però, sono d’accordo sulla scelta operata dal Dirigente Scolastico in questione).

Ricordo l’imbarazzo dei miei genitori di fronte al medico di famiglia che era di origine ebraica. Eppure augurare Buon Natale ad una persona che professa un’altra religione non dovrebbe essere sconveniente. I miei avevano scelto un’alternativa “politicamente corretta”, come si usa dire oggi: per non offenderlo, gli mandavano un dono augurandogli buon anno.

Questa festa in occidente è molto sentita e poco importa se ci si crede o meno. In fondo, è come un compleanno, un giorno in cui fare festa. A chi di noi non è mai capitato di essere invitato ad una festa di compleanno pur detestando cordialmente il festeggiato? Eppure ci siamo andati, in nome della buona educazione e della riconoscenza, ci siamo divertiti, abbiamo mangiato, bevuto, giocato … e così si fa a Natale.

Una cosa che non ho mai davvero apprezzato sono i regali natalizi. Li ho sempre sentiti un obbligo, mentre preferisco fare un regalo anche senza un’occasione speciale, solo per far sentire alla persona che lo riceve il mio affetto. Però devo ammettere che Babbo Natale, almeno per i bambini (sempre che ci credano ancora), ha il suo fascino e costituisce una tradizione che non si può ignorare. C’è qualcuno convinto che questo grosso babbo con la barba bianca e vestito di rosso stoni con la festività religiosa, e invece la sua figura è una rielaborazione laica del vecchio vescovo di Myra, San Nicola (o San Nicolò), tant’è vero che in America il nostro babbo viene chiamato Santa Klaus, nome che deriva direttamente da quello del santo.
Non dimentichiamo, inoltre, che l’usanza di scambiarsi i regali a Natale deriva proprio dall’evento religioso: infatti ognuno, secondo le proprie possibilità, portò dei doni al bambino Gesù.

Proprio ricordando il vecchio babbo dalla barba bianca che porta qualcosa a tutti, vi regalo una bella poesia di Marino Moretti dedicata al Vecchio Natale.

divisorio natale

marinomorettiMarino Moretti è un poeta molto trascurato, specialmente dai curatori dei manuali scolastici. Un poeta di serie B, parrebbe, eppure fa parte della corrente crepuscolare e fu grande amico di Palazzeschi. La poesia del poeta di Cesenatico è molto semplice, i suoi versi hanno perlopiù un carattere discorsivo e nascono dall’osservazione delle cose semplici della vita di tutti i giorni. Secondo me, Moretti è uno dei poeti che meglio incarna quel fanciullino pascoliano che porta il poeta a descrivere il suo mondo con lo stupore e l’ingenuità tipica dell’età infantile.
Chiaro esempio dello stile morettiano è anche la poesia “Il vecchio Natale” che dedico a tutti i lettori:

Mentre la neve fa, sopra la siepe,
un bel merletto e la campana suona,
Natale bussa a tutti gli usci e dona
ad ogni bimbo un piccolo presepe.

Ed alle buone mamme reca i forti
virgulti che orneran furtivamente
d’ogni piccola cosa rilucente:
ninnoli, nastri, sfere, ceri attorti…

A tutti il vecchio dalla barba bianca
porta qualcosa, qualche bella cosa.
e cammina e cammina senza posa
e cammina e cammina e non si stanca.

E, dopo avere tanto camminato
nel giorno bianco e nella notte azzurra,
conta le dodici ore che sussurra
la mezzanotte e dice al mondo: È nato!

RIVOLGO A TUTTI UN AFFETTUOSO AUGURIO DI

Buona natale babbo

[immagine Babbo Natale da questo sito; divisorio da questo sito; scritta Buon Natale da questo sito]

IL NATALE DEGLI ALTRI: IL RITO GRECO ORTODOSSO

natale atene
La Grecia, come si sa, è stata la patria della religione politeista che ha visto nel sommo Zeus il padre di tutte le divinità e nel monte Olimpo la sede del cosiddetto pantheon.
Con la diffusione del Cristianesimo anche la terra di Socrate, Platone e Aristotele ha abbandonato l’antica fede e abbracciato la religione diffusa dalla Chiesa di Roma.

La rottura vera e propria tra la Chiesa occidentale, quella di Roma, e la Chiesa Orientale avvenne nel 1054. Da questo Grande Scisma nacque la religione ortodossa che ben presto da Gerusalemme e Costantinopoli si diffuse in Bulgaria, Romania, Grecia e Russia.
Nonostante nell’ambito delle diverse Fedi si possano riscontrare delle diversità, anche per quanto riguarda la celebrazione delle feste principali, come Natale e Pasqua, tutte le Chiese ortodosse hanno identica struttura, sono autonome e indipendenti, non avendo un’organizzazione accentrata, e ciascuna di esse è retta da un patriarca. I patriarcati più importanti sono quelli di Mosca, di Costantinopoli e di Gerusalemme. In Grecia la Chiesa ortodossa è Chiesa di Stato.

natale-barra-stelline

Per i Greci il Natale è una festività molto importante e sentita. A differenza di altre Chiese ortodosse – ad esempio, slave e copte che adottano il calendario giuliano e celebrano la nascita del Signore il 7 gennaio – la Chiesa greca condivide con quella cattolica il calendario gregoriano e quindi festeggia il Natale il 25 dicembre, anche se i riti si protraggono per tutto il periodo natalizio, ovvero fino al 6 gennaio, giorno in cui i Greci ricordano il battesimo di Cristo da parte di San Giovanni Battista sulle rive del fiume Giordano.

In Grecia non c’è l’usanza di addobbare l’albero né di allestire il presepe (introdotto in occidente da San Francesco), sostituito da dei splendidi modellini di barche a vela in legno, decorati in modo speciale con tondini scintillanti e che evocano il mare, elemento con cui i Greci hanno un legame particolare. L’unica icona di Natale è rappresentata da una candela accesa che simboleggia la Stella Cometa e che viene portata in chiesa la notte del 24 dicembre, in attesa delle celebrazioni di rito.

kourabiedes
I bambini non attendono Babbo Natale né, ovviamente, trovano i regali sotto l’albero, visto che non rientra nelle usanze greche. Ma non rimangono a bocca asciutta: infatti il 24 dicembre ai più piccoli viene regalata una sacca e un bastone con cui si recano di casa in casa cantando le calanda, tipiche canzoni natalizie, accompagnati dal suono di piccoli strumenti musicali come il trigono (un triangolo in acciaio suonato da una bacchetta metallica). In cambio della loro performance canora ricevono in dono frutta secca e biscottini, soprattutto i tradizionali kourabiedes, piccoli biscotti ricoperti di zucchero candito. (QUI potete trovare la ricetta)
Una specie di Babbo Natale, tuttavia, è San Basilio che porta i doni ai bambini il 1° gennaio. Si tratta, quindi, di pazientare un po’ …

vasilopitaNella notte di Capodanno c’è anche l’usanza di preparare la vasilopita, ovvero la “torta di San Basilio”, che consiste in un dolce a base di latte, uova, burro e zucchero, nel cui interno è stata inserita una moneta di buon auspicio. La torta viene tagliata dal capofamiglia seguendo un preciso ordine gerarchico: la prima fetta è di Gesù, la seconda è della casa, la terza del capofamiglia, la quarta del coniuge, poi dei figli, nipoti, sempre in ordine di età. Perciò la vasilopita viene tagliata in tante fette quanti sono i componenti della famiglia, più due. La monetina diventerà il portafortuna di tutto l’anno per colui che la troverà nella propria fetta. E’ ovvio che se la monetina capiterà nella fetta di Gesù o della casa tutta la famiglia sarà benedetta. (QUI trovate la ricetta per preparare la vasilopita)

Ma torniamo al Natale. La sera del 24 dicembre le famiglie si riuniscono per la tradizionale cena in cui non mancano i piatti tipici. E’ usanza che le donne di casa portino in tavola il Christopsomo, che letteralmente significa “pane di Cristo”. Si tratta di una pagnotta dolce di varie forme con decorazioni sulla crosta che rappresentano vari aspetti della vita familiare. Questo pane speciale verrà mangiato il giorno di Natale e sarà spezzato dal capofamiglia che poi lo distribuirà ai commensali. Un rito che, in un certo senso, ricorda la Comunione.

icona santa-famigliaLa mattina del 25 dicembre i Greci vanno a messa. Le loro chiese hanno una particolare struttura architettonica che ricorda il Tempio di Salomone a Gerusalemme. Si entra prima in un vestibolo, dove si trova il fonte battesimale, poi c’è la navata della chiesa vera e propria, luogo in cui la comunità si raccoglie durante la funzione religiosa. L’altare è separato dalla navata e sottratto alla vista dei fedeli dall’iconòstasi, una specie di parete ricoperta dai tipici quadri religiosi ortodossi, le icone, con le immagini di Cristo, di Maria, degli Apostoli e dei Santi, e si trova nel punto più sacro del tempio al quale può accedere solo il sacerdote.
La messa ortodossa trasmette un grande senso di armonia e di bellezza. E’ caratterizzata da processioni con incenso e torce, candele che vengono accese e spente, l’atto di inginocchiarsi e baciare le icone, i canti eseguiti dal coro senza accompagnamento di strumenti musicali.

Melomakaronagreek
Dopo la messa, le famiglie si riuniscono per il pranzo natalizio in cui vengono servite delle pietanze particolari come la tiropitakia, dei fagottini di pasta a filo ripieni di formaggio serviti come antipasto, la galopoula, tacchino farcito con castagne, uvetta di Corinzio e noci o mandorle, accompagnata da patate al forno, e il gourounopoulo psito, un porcellino arrosto in olio d’oliva e fatto cuocere a forno lento per circa 3 ore, e bagnato regolarmente col suo succo, acqua calda e succo di limone. Non può mancare il dolce tipico che è il melomacarona, a base di noci e sciroppo di miele. (QUI potete trovare la ricetta)

Passando alle tradizioni popolari diffuse in Grecia in occasione del Natale, è nota la leggenda dei Kallikantzaroi, delle creature mostruose che vivono gran parte dell’anno negli inferi e divorano l’albero che regge il centro della Terra. A Natale, però, la nascita di Gesù fa sì che quest’albero si rigeneri completamente. Per questo motivo si crede che il 25 dicembre i Kallikantzaroi escano dalle viscere della Terra per vendicarsi degli uomini, rimanendo sulla Terra fino al 6 gennaio, quando, grazie alla Benedizione delle Acque, vengono rispediti negli inferi.

natale greco benedizione acquaLa benedizione dell’acqua, che conclude le festività il 6 gennaio in occasione dell’Epifania (in greco ta fota), avviene gettandovi dentro una croce: in chiesa il sacerdote compie quest’atto nell’acquasantiera, ma è usanza farlo anche nei fiumi, lungo le coste e nei porti. Quando la croce cade in acqua, nei porti suonano le sirene delle navi e le chiese celebrano l’evento con continui rintocchi di campane mentre gruppi di ragazzi, a volte sfidando l’acqua gelida, fanno a gara per recuperare il crocifisso perché si crede che chi lo tocca per primo avrà una vita prosperosa durante l’anno. (nella foto a lato, il rito che si svolge nel porto di Trieste dove la comunità greco-ortodossa è assai numerosa e ha una propria chiesa, intitolata a San Nicolò, dove celebrare le funzioni)

[fonti: guidagrecia.net, www.storico.org, angiecafiero.it, www.grecia.cc e lastampa.it; immagini tratte dal web da siti vari, qualora coperte da copyright, si prega di contattarmi]