LIBRI: “SPLENDI PIU’ CHE PUOI” di SARA RATTARO

PREMESSA
Sara Rattaro è, a mio parere, una delle migliori penne che la narrativa contemporanea di casa nostra ci offre. Il successo dei suoi romanzi, decretato anche dal Premio Bancarella che le è stato assegnato nel 2015 per
Niente è come te, credo sia dovuto ai temi che l’autrice sceglie, mai banali e sempre di grande attualità. Dopo la crisi di coppia di Un uso qualunque di te e il tema scottante delle sottrazioni di minori da parte di uno dei coniugi, argomento trattato nel romanzo già citato, in Splendi più che puoi viene affrontato un altro “dramma moderno”, quello della violenza familiare.

sararattaroL’AUTRICE
Sara Rattaro nasce a Genova dove, dopo il diploma magistrale, nel 1994 si iscrive alla facoltà di Scienze Biologiche, laureandosi nel 1999 con lode. Nel 2009 consegue la laurea anche in Scienza delle Comunicazioni sempre presso l’Università degli studi di Genova.
Dal 1999 al 2006 frequenta più di una decina di corsi di specializzazione sia inerenti gli Studi clinici sia nel campo della Comunicazione conseguendo il master in Comunicazione della Scienza «Rasoio di Occam» a Torino.
Nel 2009 con il suo primo romanzo Sulla sedia sbagliata, pubblicato dall’editore Mauro Morellini, ottiene un buon successo di pubblico e critica.
Nel 2012 vede la luce il suo secondo romanzo, Un uso qualunque di te, che viene pubblicato da Giunti, vendendo 20.000 copie in una settimana, tradotto in 9 lingue.
Nel maggio 2013 pubblica il best seller Non volare via edito da Garzanti.
Nel settembre 2014, sempre per Garzanti, esce Niente è come te che ottiene il Premio Bancarella l’anno successivo. Nel marzo 2016 Rattaro pubblica, sempre per Garzanti, l’ultimo romanzo di successo: Splendi più che puoi.

Splendi più che puoi
Splendi più che puoi

LA TRAMA
La protagonista di Splendi più che puoi (Garzanti, 2016) è una giovane donna, Emma, che dopo una relazione durata dieci anni con un uomo molto più vecchio, Tommaso, incontra quello che crede essere l’amore della sua vita: Marco. Nell’arco di pochi mesi i due si sposano in gran segreto. Il matrimonio fin da subito non è ben visto dalla numerosa famiglia di lui, ricca e borghese, che nemmeno Emma riesce ad apprezzare. Fin dal momento della presentazione ufficiale in veste di moglie, la donna comprende che c’è qualcosa di oscuro in quella famiglia:

Mi vennero i brividi. Mi chiesi quante persone potessero esserci in quella sala e quante di loro, in quel momento, stessero sorridendo con gioia.
«Vi presento Emma!»
La porta davanti a me si spalancò e io mi trovai sul palcoscenico senza aver ripassato la parte.
Decine di occhi di tutte le età erano puntati su di me, sui miei vestiti, le mie pellicine tirate, il rossetto fuori luogo e la mia voglia di scappare. […]
Guardai una donna anziana avvicinarsi a noi.
«Emma, questa è mia madre.»
«Oh, signora, è un vero piacere fare la sua conoscenza, Marco mi parla così spesso di lei…»
«Io invece non l’ho mai sentita nominare ma a tutto ci deve essere una spiegazione…» (pag. 49 dell’edizione citata)

La suocera, in un discorso privato, cerca di mettere in guardia la giovane con una frase che sul momento ad Emma appare sibillina: Non ho paura di te, ho paura per te. Un avvertimento a diffidare di quel figlio che la madre stessa definisce un uomo complicato e che Emma conosce davvero poco.
L’inquietudine accompagna la protagonista per tutta la serata e anche in occasione di una festa che i due sposi decidono di organizzare per festeggiare le nozze già avvenute. Tutto appare sinistro, anche le parole dell’anziana nonna della protagonista:

«Oh Emma… ma come…»
«Nonna, ti prego. Devi essere contenta per me…»
«Contenta? E perché mai?» mi chiese. (ibidem, pag. 56)

Da quella sera inizia per Emma un lungo viaggio agli inferi, abitato da mostri come la vergogna, i sensi di colpa, la sensazione di inadeguatezza. Un nero vortice la inghiotte senza che lei possa far nulla per evitare il completo annientamento di sé, delle sue aspirazioni professionali, dei sogni di giovane sposa. Marco non è il marito che si era immaginata. Violento, non le risparmia critiche, la allontana dal lavoro, dagli affetti, la tiene segregata in casa e la comanda a bacchetta.
Il trasferimento forzato in uno sperduto paesino di montagna, nella casa di famiglia di Emma, non fa che accentuare la sua infelicità e l’incapacità di ribellarsi. Nemmeno la nascita della figlia Martina porta a un miglioramento della situazione. La giovane è schiava dell’uomo che credeva l’amasse e la volesse proteggere. Invece Marco è un inetto, un parassita, non lavora e, allo stesso tempo, non vuole che la sua donna riprenda la vecchia attività. Anche i risparmi si stanno esaurendo.

Emma capisce che la soluzione non può che essere la fuga. Ma nulla deve essere improvvisato. Suo marito è pazzo e capace di qualunque cosa, anche di fare del male alla bambina per punire lei:

Un giorno mi lasciò sola a casa. Avevamo finito la farina con la quale si ostinava a fare il pane e decise di andare a comprarla. Portò Martina con sé. Mi spiazzò. Perché aveva deciso di portarla? Mi chiesi se lo avesse fatto per impedirmi di scappare con mia figlia. Era giorno e sarei potuta uscire dalla porta di casa. Mi vennero i brividi. Ero io che iniziavo a pensare come lui o era lui a essere comodamente entrato nella mia testa? (idibem, pag. 108)

Non è facile chiedere aiuto, ancora più difficile è fidarsi di qualcuno. Una donna nelle sue condizioni inizia a diffidare di chiunque. Eppure Emma trova la forza di lanciare un grido che, tuttavia, non riesce a squarciare il velo di omertà che caratterizza la famiglia del marito. Loro sanno ma sono pronti a negare, ad addossare ogni responsabilità su di lei. Esattamente come Marco.
Chiamare in causa i suoi genitori è fuori discussione: non saprebbe come difenderli dalla furia del marito. L’unico che può davvero fare qualcosa per lei è Tommaso, il suo ex, che è pure un medico. Sarà lui a darle una mano, ma la progettazione della fuga in gran parte grava su di lei. In questo momento Emma, gracile e denutrita, scava nel suo animo ferito, privato ormai di ogni dignità, e nell’istinto di protezione tipico di una madre trova l’energia necessaria per difendere la figlia. Proprio lei, la stessa donna che non ha mai saputo proteggere se stessa.

Inizia per la protagonista una nuova vita in cui nulla sarà facile. L’importante è ricordarsi di splendere più che si può, come scrive l’autrice in una riflessione che conclude la narrazione:

Tutto questo viene comunemente chiamato guarigione, il nostro ritorno all’equilibrio e alla salute. Raramente però è accompagnato dalla dimenticanza. Ma non importa, perché l’unica cosa davvero importante è ricordarsi di splendere. Anche se il mondo, a volte, te lo impedisce, tu splendi. Splendi più che puoi. (ibidem, pag. 218)

***

I temi forti, come già scritto nella Premessa, piacciono all’autrice. Al centro dei suoi romanzi ci sono le dinamiche familiari complesse: il fragile equilibrio coniugale messo a dura prova da una tragedia, l’amore sconfinato per un figlio sottratto con la forza, la ricostruzione di un rapporto di coppia, destinato al fallimento, per amore di un figlio disabile (Non volare via).
Splendi più che puoi poteva andare oltre alla violenza domestica, trattare il femminicidio. Di questo l’autrice parla in poco più di una paginetta conclusiva, quando sulla storia di Emma è già calato il sipario, per lanciare un appello a tutte le donne che, come la protagonista, credono di poter “salvare” il loro carnefice, in nome di un amore che è sempre troppo: troppo poco (specie quello che si nutre per sé stessi), troppo esclusivo, tarlato da un’irragionevole gelosia, o troppo e basta. In ogni caso si tratta di una forma di amore malato che non si può curare con le proprie forze.

La narrazione in prima persona (Emma stessa è l’io-narrante) procede, come sempre nei romanzi dell’autrice ligure, su più piani.
L’inizio è in medias res e tratta il momento culminante della fuga di Emma. Nella parte che segue, un lungo flashback rievoca gli anni precedenti, che vanno dal 1990 al 1996, nel quale si colloca l’evento iniziale. Segue un lungo capitolo che tratta il “dopo”, ricostruendo il difficile cammino che Emma deve affrontare non solo per affrancarsi dalla schiavitù imposta dal marito, ma anche per proteggere la figlia, pur senza privarla del diritto di frequentare suo padre. Il romanzo si conclude con un salto temporale di 10 anni, tanti sono quelli necessari a terminare il lungo iter che scriverà definitivamente la parola fine sulla relazione malata. C’è, in queste poche pagine finali, un tacito invito ad essere felici, nonostante tutto, perché niente e nessuno può toglierci questo diritto.

La particolarità della scrittura di Sara Rattaro è, ancora una volta, quella di intervallare la narrazione con brevi riflessioni graficamente evidenziate con il corsivo, costume stilistico che, come già fatto notare nelle altre “recensioni”, può infastidire qualcuno. Personalmente, almeno in questo caso, le ho apprezzate, come anche i riferimenti legislativi che introducono le singole parti. A conferma che il diritto alla felicità non è qualcosa di personale e intimo, ma deriva dal rispetto della Legge e dalla sua corretta e tempestiva esecuzione. Cosa, purtroppo, non così scontata, come le cronache ci insegnano.

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LIBRI: “COME DONNA INNAMORATA” di MARCO SANTAGATA

santagataL’AUTORE
Marco Santagata, nato a Zocca (Modena) nel 1947, è docente e scrittore italiano.
Laureatosi alla Scuola Normale di Pisa nel 1970, ha nel suo curriculum numerosi incarichi di docenza in vari atenei italiani e in alcune università straniere. Attualmente insegna Letteratura italiana all’Università di Pisa.
La sua attività di studioso è rivolta soprattutto alla poesia dei primi secoli, con una particolare attenzione a Dante e a Petrarca. Altri settori di indagine sono i Canti di Giacomo Leopardi e la poesia italiana fra Otto e Novecento (Pascoli e d’Annunzio).
Su Dante, di cui ha curato per i Meridiani Mondadori l’edizione commentata delle Opere, ha scritto diverse opere: L’io e il mondo, Un’interpretazione di Dante (il Mulino, 2011) e la biografia del poeta fiorentino, intitolata Dante. Il romanzo della sua vita (Mondadori, 2012). Tra i lavori petrarcheschi si segnalano il commento al Canzoniere (Mondadori, 2004) e il libro I frammenti dell’anima (il Mulino, 2011).
Accanto all’attività di critico letterario Santagata si dedica da tempo anche alla narrativa: con il romanzo Il Maestro dei santi pallidi (Guanda) ha vinto il premio Campiello 2003. Suoi anche Papà non era comunista (Guanda, 1996), L’amore in sé (Guanda, 2006), Il salto degli Orlandi (Sellerio, 2007), Voglio una vita come la mia (Guanda, 2008), fino al più recente Come donna innamorata (Guanda, 2015). Inoltre, ha scritto con Alberto Casadei il Manuale di letteratura italiana medievale e moderna (Laterza, 2007) e il Manuale di letteratura italiana contemporanea (Laterza, 2009).

Nel 2015 è uscito un romanzo dedicato alla figura dell’Alighieri, Come donna innamorata, che gli ha procurato un posto nella cinquina dei finalisti del Premio Strega.
[fonte bio]

come donna innamorata

LA TRAMA
Chi conosce Dante Alighieri sa che dedicò tutta la sua vita alla scrittura e molte parti della sua produzione poetica furono ispirate dall’unica donna che veramente amò: Bice Portinari detta Beatrice. Fin dal loro primo incontro, avvenuto quando Beatrice aveva solo nove anni, la donna rappresentò la musa ispiratrice del poeta il quale, grazie a lei, non solo fu in grado di scrivere i versi d’amore più belli che mai poeta abbia potuto concepire, ma riuscì anche a ritrovare la diritta via dopo essersi perso nella selva oscura del peccato. Senza Beatrice, anima beata e guida di Dante nel Paradiso, non sarebbe stato concepito nemmeno il massimo poema della letteratura italiana, croce e delizia per tutti gli studenti del triennio superiore: La Divina Commedia.

Come donna innamorata è innanzitutto un romanzo, seppur ispirato alla biografia del poeta. Santagata “ricostruisce” alcuni momenti della vita dell’Alighieri, non esclusivamente legati alla storia d’amore per Beatrice, anche se l’amata rimane il motivo ispiratore della sua poetica e il motore di quasi tutte le sue azioni quotidiane. Ma nel romanzo c’è molto di più: si parla d’amicizia, attraverso il legame di Dante con i suoi amici poeti, in particolare Cavalcanti, e il fratello di Bice, Manetto, grazie al quale poté stare vicino alla sua amata almeno fino alla morte di lei.
Non manca il contesto familiare dello scrittore a partire dalla moglie Gemma, una Donati, famiglia per cui Dante provò sentimenti alterni (di sincero affetto per Forese e di odio per Corso, suo acerrimo nemico politico).

C’è poi la Firenze del tempo, quella in cui la laboriosità era un dovere civico e la “pigrizia” di Dante, che sognava la corona poetica facendosi mantenere, senza vergogna, dalla famiglia della moglie, non era certo apprezzata, né lo fu nel momento in cui la fama arrivò davvero. Come si può dimenticare il dolore che il Vate provò nei confronti della sua Patria ingrata?

Non possono mancare, nel romanzo, i riferimenti all’esilio di Dante. L’allontanamento forzato dalla sua città, la delusione politica, gli sforzi vani per ritornare, la rassegnazione di dover ancora mendicare un tozzo di pane (Tu proverai sì come sa di sale lo pane altrui fa dire a Cacciaguida nel XVII canto del Paradiso) nelle corti più prestigiose d’Italia. Eppure proprio nel periodo dell’esilio compone il suo capolavoro: La Divina Commedia.

L’esilio riesce a fare apprezzare a Dante anche la sua famiglia, la moglie in particolare, anche se sopravvive dentro di lui quell’astio provato nei confronti del parentado:

A guardarla, bassotta, paffuta, i capelli scarmigliati e una pelle scura da contadina, chi l’avrebbe detto che Gemma era una Donati. […] Gemma gli aveva dato un figlio, altri ne sarebbero venuti. Era rispettosa e devota […] era affezionato a quella moglie rotondetta e di poche parole. […] Se l’amore per una moglie era quello, allora lui l’amava.
I Donati avevano fatto di lui un mendicante, un ramingo senza tetto. Ma i Donati gli avevano dato una moglie, una posizione nella società, avevano mantenuto i suoi figli. Forse il bene e il male non erano separabili come il giorno e la notte. […]
A Verona avrebbe riunito la famiglia.
Gemma aveva vinto. Gran donna, Gemma! Una leonessa. Da anni lottava con le unghie e coi denti per proteggere i figli, tenerli uniti, legati al padre lontano. Dal giorno in cui lui era fuggito dalla città, lei era diventata il vero capofamiglia. (M. Santagata, Come donna innamorata, Guanda, 2015, passim)

***

Ammetto di sentirmi in imbarazzo nel commentare questo romanzo. L’ho acquistato sull’onda dei commenti entusiastici letti e ne ho subito affrontato la lettura con grandi aspettative, dandogli la priorità rispetto ad altri libri già comperati oppure già inseriti nella lista di letture in sospeso. L’ho letto in un paio di mattinate ma purtroppo mi ha deluso.

Innanzitutto quello che, per sentito dire, doveva essere il racconto della grande storia d’amore fra Dante e Beatrice è, in effetti, solo il racconto della grande … assente. Certamente si parla della donna amata dal poeta, anzi, si insiste su particolari della sua vita, più o meno fantasiosi, che non ho letto altrove, a partire dal matrimonio infelice con Simone de’Bardi. Ma all’epoca le nozze erano combinate, quale unione poteva essere davvero felice? Dalla narrazione esce una donna debole, umiliata, soggiogata … e nemmeno una parola sui sentimenti che Beatrice nutriva per l’Alighieri. D’altra parte, Dante stesso non parla mai di Beatrice come di una donna innamorata, casomai la descrive come donna amata e come salvatrice, colei che ha principalmente a cuore la salvezza della sua anima. Nel II canto dell’Inferno l’autore, mentre descrive il colloquio tra Virgilio e Beatrice avvenuto nel Limbo, fa fare alla donna un timido accenno a sé come l’amico mio, e non de la ventura (v. 60), che significa più o meno “colui che mi ama in modo disinteressato” (a conferma che i sentimenti del poeta non sono più caratterizzati dall’eros, come avveniva per gli scrittori contemporanei, specialmente gli Stilnovisti, ma dalla caritas, cioè l’amore cristiano). Ma è sempre Dante che, nella veste di auctor, dà voce a Beatrice. Nulla sappiamo, infatti, dei sentimenti che la donna nutriva veramente nei confronti del poeta.

A parte questo e il fatto che l’Alighieri viene descritto come un mantenuto (cosa che, tra l’altro, sarà stata anche vera dal momento che l’attività poetica non arricchiva nessuno a quei tempi, non c’era nemmeno il copyright!), anche l’insistenza di Santagata sulla presunta malattia di Dante, l’epilessia, a mio parere è alquanto fastidiosa. Negli scritti dell’autore ci sono parecchi riferimenti ad una malattia non ben definita di cui avrebbe sofferto da bambino. Verso la fine dell’Ottocento la psichiatria lombrosiana aveva diagnosticato che il poeta era stato affetto da epilessia, ma i dantisti ne hanno sempre preso le distanze. Che Dante soffrisse di epilessia è un sospetto scaturito dalla descrizione di svenimenti, visioni, quasi allucinazioni che ritroviamo nelle sue opere, specialmente nella Vita Nuova, dove racconta gli strani effetti che gli procurava ogni incontro con la sua amata. Ma questi “sintomi” rientrano appieno nella fenomenologia delle manifestazioni amorose, a partire da quelle descritte dalla poetessa Saffo (VI secolo a.C.) in una famosa ode:

A me sembra beato come un dio
quell’uomo che seduto a te di fronte
t’ascolta, mentre stando a lui vicino
dolce gli parli

e ridi con amore; si sgomenta
il cuore a me nel petto, non appena
ti guardo un solo istante, e di parole
rimango muta.

La voce sulla lingua si frantuma,
sùbito fuoco corre sottopelle,
agli occhi è cieca tenebra, e agli orecchi
rombo risuona.

Sudore per le membra mi discende
e un brivido mi tiene; ancor più verde
sono dell’erba; prossima alla morte
sembro a me sola.

Infine, se pensate che la donna cui si fa riferimento nel titolo sia Beatrice, vi sbagliate. La donna innamorata è un’altra, certamente un personaggio importante nell’opera dantesca ma non quella che vorremmo fosse.
A questo punto, il romanzo appare come un racconto ben scritto – anche se a volte un po’ noioso – con dovizia di particolari per quanto concerne la biografia di Dante, alcuni certamente tratti dal Codice diplomatico dantesco che rappresenta l’unica prova documentaria sulla famiglia Alighieri, ma che alla fine mira più a descrivere la passione nutrita dal poeta per la scrittura mettendo in secondo piano l’amore totalizzante che da sempre abbiamo pensato fosse quello che lo legò a Bice Portinari per tutta la vita.
A Santagata riconosco l’abilità di aver confezionato un buon romanzo con perizia filologica ma che non può essere definito la storia d’amore di Dante e Beatrice, come si vorrebbe far credere. Tutt’al più avrebbe potuto intitolare il suo libro “Il poeta innamorato”.

Credo che la lettura di questo romanzo possa essere maggiormente apprezzata se affrontata con occhio meno critico di quanto abbia potuto fare io da dantista. Certamente a Santagata deve essere riconosciuto il merito di aver rivelato dei particolari sulla vita di Dante, seppur conditi di una buona dose di fictio, sconosciuti alle persone che si sono approcciate all’autore esclusivamente dai banchi di scuola.

Se volete leggere qualcosa di più serio, QUI trovate la “vera” storia d’amore tra il poeta fiorentino e la donna gentile e onesta oggetto dei dilettevoli oppure tormentati – a seconda dell’amore o dell’odio che avete nutrito per l’Alighieri – studi liceali.

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PASQUA 2015: UNA POESIA PER VOI, CON TANTI AUGURI

Pasqua
di Ada Negri
E con un ramo di mandorlo in fiore,
a le finestre batto e dico: «Aprite!
Cristo è risorto e germinan le vite
nuove e ritorna con l’april l’amore
Amatevi tra voi pei dolci e belli
sogni ch’oggi fioriscon sulla terra,
uomini della penna e della guerra,
uomini della vanga e dei martelli.
Aprite i cuori. In essi irrompa intera
di questo dì l’eterna giovinezza ».
lo passo e canto che la vita è bellezza.
Passa e canta con me la primavera.

pasqua2015

[immagine da questo sito]

10 FEBBRAIO 2015: IL GIORNO DEL RICORDO ATTRAVERSO LE PAROLE DI MARISA MADIERI

Marisa_MadieriMarisa Madieri (Fiume 1938 – Trieste 1996), insegnante e scrittrice, moglie del germanista triestino Claudio Magris, raccolse nel suo libro Verde acqua, alcune toccanti pagine di diario – che riguardano gli anni tra 1981 e 1984 – in cui, ormai donna adulta, madre e moglie, rievoca la sua infanzia e adolescenza, segnata dall’esperienza dell’esodo da Fiume, città dov’era nata e in cui aveva vissuto fino a undici anni.

Così descrive il periodo in cui il destino degli Italiani dell’Istria fu segnato dall’esperienza amara dell’esodo:

Tra il 1947 e il 1948 a tutti gli italiani rimasti ancora a Fiume fu richiesta l’opzione: bisognava decidere se assumere la cittadinanza jugoslava o abbandonare il paese. La mia famiglia optò per l’Italia e conobbe un anno di emarginazione e persecuzioni. Fummo sfrattati dal nostro appartamento e costretti a vivere in una stanza con le nostre cose accatastate. I mobili furono venduti quasi tutti in previsione dell’esodo. Il papà perse il posto e, poco prima della partenza, fu imprigionato per aver nascosto due valigie di un perseguitato politico che aveva tentato di espatriare clandestinamente e, catturato, aveva fatto il suo nome. Con la sua consueta ingenuità, il papà si fece cogliere con le mani nel sacco.
Quei mesi di vita sospesa, non più casa e non ancora del tutto altrove, furono da me vissuti con un profondo senso di irrealtà, non con particolare sofferenza. […] E’ così che ricordo la mia Fiume – le sue rive ampie, il santuario di Tersatto in collina, il teatro Verdi, il centro dagli edifici cupi, Cantrida – una città di familiarità e distacco. Tuttavia quei timidi e brevi approcci, pervasi di intensità e lontananza, hanno lasciato in me un segno indelebile. Io sono ancora quel vento delle rive, quei chiaroscuri delle vie, quegli odori un po’ putridi del mare e quei grigi edifici. Per molti anni dopo l’esodo non ho più rivisto la mia città e l’ho quasi dimenticata, ma quando ho avuto l’occasione di passare per Fiume […] ho provato la chiara sensazione di ritornare nella mia verità. […]
Nell’estate del 1949, ottenuto il visto per l’espatrio e dopo una breve visita a papà in carcere, partimmo da Fiume – mia madre, mia sorella, io e la nonna Madieri, già molto anziana e malata di cancro.

silos trieste

Arrivate a Trieste, le donne trovarono rifugio, assieme a molte altre famiglie di profughi, nel Silos (oggi trasformato in un parcheggio), un enorme edificio a tre piani, costruito durante l’impero asburgico come deposito di granaglie. Lo spazio era suddiviso in tanti box in cui venivano ospitati i nuclei familiari. “Entrare nel Silos era come entrare in un paesaggio vagamente dantesco, in un notturno e fumoso purgatorio”, scrive Madieri.

Il pianterreno, il primo e il secondo piano erano quasi completamente immersi nel buio. Il terzo era invece rischiarato da grandi lucernai posti sul tetto, che però non potevano essere aperti. […] Dai box si levavano vapori di cottura e odori disparati, che si univano a formarne uno intenso, tipico, indescrivibile, un misto dolciastro e stantio di minestre, di cavolo, di fritto, di sudore e di ospedale. […] Anche i rumori erano molteplici e formavano un brusio uniforme dal quale si levavano ogni tanto le note acute di qualche radio, una voce irata, colpi di tosse o il pianto di un bambino. […] Era orribile spogliarsi la sera e coricarsi tra le lenzuola che sembravano di marmo e ancor più uscire al mattino dal tepore del letto per affrontare l’aria intorno, subito ostile, e l’acqua gelida dei lavandini. Soffrivo di raffreddori e geloni. Quando studiavo e dovevo restare a lungo ferma sui libri, la mamma mi riscaldava dell’acqua, riempiva un catino e lo poneva sotto il tavolo in modo ch’io potessi immergervi i piedi doloranti. […] Imparai ben presto ad estraniarmi completamente da tutto ciò che mi succedeva intorno e a pensare solo ai miei libri.
(M. Madieri, Verde acqua, Einaudi, 1987, passim)

La Madieri riuscì, nonostante tutto, a frequentare il liceo classico Dante Alighieri di Trieste e a laurearsi in Lingue e letterature straniere a Firenze, dove conobbe lo scrittore Claudio Magris, che sposò e da cui ebbe due figli, Francesco e Paolo. Morì a soli 58 anni nel 1996.

Nelle pagine conclusive di Verde acqua, scrive:

Fuori, la notte chiara, frusciante di stelle, custodisce volti e parole che non saprò mai dire. Molta parte della mia storia affonda in questa dolce oscurità, simile forse a quella, grande e buona, che mi accoglierà un giorno nella pace in cui già dimorano mio padre e mia madre.
Ma non provo tristezza, solo gratitudine. Se sono ritornata ad Itaca, se nei lunghi silenzi della mia vita hanno echeggiato per qualche istante le note di un valzer che i pianeti e le stelle, così lucenti stasera, danzano nell’odissea degli spazi, sento di dover ringraziare una folla di persone, anche dimenticate, che, amandomi, o semplicemente standomi accanto con la loro fraterna presenza, non solo mi hanno aiutato a vivere ma, forse, sono la mia vita stessa. (M. Maideri, Verde acqua, 27 novembre 1984)

La storia di Marisa Madieri è solo una delle tante che raccontano l’esodo dei giuliano dalmati.
Ma nel Giorno del Ricordo non possiamo dimenticare l’eccidio che si compì nelle foibe.

LIBRI: “UN USO QUALUNQUE DI TE” di SARA RATTARO

PREMESSA
Un uso qualunque di te (Giunti editore, 2012) è il secondo romanzo di Sara Rattaro che leggo, dopo Niente è come te. Anche questa volta l’autrice ligure non mi ha delusa, anzi, posso affermare che questo romanzo mi è piaciuto ancor più dell’altro. Ed ora, in attesa nella mia libreria, c’è Non volare via. Se anche questo libro raggiungerà il mio cuore, credo di poter annoverare Rattaro fra i miei narratori contemporanei preferiti. E ancora una volta ringrazio l’amico frz40 che mi ha trasmesso il suo entusiasmo per quest’autrice.

sararattaroL’AUTRICE
Sara Rattaro nasce a Genova dove, dopo il diploma magistrale, nel 1994 si iscrive alla facoltà di Scienze Biologiche, laureandosi nel 1999 con lode. Nel 2009 consegue la laurea anche in Scienza delle Comunicazioni sempre presso l’Università degli studi di Genova.
Dal 1999 al 2006 frequenta più di una decina di corsi di specializzazione sia inerenti gli Studi clinici sia nel campo della Comunicazione conseguendo il master in Comunicazione della Scienza «Rasoio di Occam» a Torino.
Nel 2009 con il suo primo romanzo Sulla sedia sbagliata, pubblicato dall’editore Mauro Morellini, ottiene un buon successo di pubblico e critica.
Nel 2012 vede la luce il suo secondo romanzo, Un uso qualunque di te, che viene pubblicato da Giunti, vendendo 20.000 copie in una settimana, e viene tradotto in 9 lingue.
Nel maggio 2013 pubblica il best seller Non volare via edito da Garzanti.
Nel settembre 2014, sempre per Garzanti, esce Niente è come te, un romanzo che tratta un argomento forte, la cosiddetta “sottrazione internazionale di minore“.

un uso qualunque di te

LA TRAMA
Protagonisti di Un uso qualunque di te sono un uomo e una donna, Carlo e Viola, che hanno una figlia di diciassette anni, Luce. I due si conoscono dai tempi del liceo, la loro all’apparenza è un’unione solida, per Carlo sicuramente lo è ma quando viene smascherata la vera vita di lei, in occasione di un evento tragico che i due devono affrontare, tutto cambia. Il mondo sembra crollare addosso a Carlo, marito premuroso e padre irreprensibile, mentre Viola, moglie e madre distratta, è costretta a fare i conti non solo con il presente tragico ma anche con un passato scomodo, fatto di rinunce, bugie, rancori.
La soluzione finale sarà costituita da un sacrificio che Viola deve fare, non solo per amore nei confronti di chi conta di più nella sua vita, ma anche per espiare le sue colpe che aveva sepolto dentro il cuore, nel tentativo di dare almeno una parvenza di normalità alla sua esistenza.

Difficile dire di più sulla trama di questo romanzo, che tra le altre cose è abbastanza breve (nell’edizione Happy pocket di Giunti appena 150 pagine, ma il carattere di stampa effettivamente è piuttosto piccolo). Chi volesse saperne di più, può continuare la lettura dopo lo spoiler. Chi, invece, ha intenzione di leggere il romanzo e non vuole troppe anticipazioni, si accontenti delle poche righe precedenti e si goda la lettura! Tutti possono, però, leggere il mio commento dopo i tre asterischi che segnano la fine dell’illustrazione della trama del libro.

ATTENZIONE: il seguito contiene SPOILER.

L’inizio della storia è in medias res. Viola si trova nel letto di uno dei suoi amanti occasionali quando sul cellulare trova un messaggio del marito: Carlo le intima di raggiungerlo in ospedale. Lei non sa cosa sia successo, non ha la più pallida idea di quale ospedale debba raggiungere, in più il telefono le muore tra le mani: la batteria è scarica.
Mentre si riveste in fretta, immagina il marito che, svegliatosi nel cuore della notte, non l’aveva trovata accanto a lui, nel loro letto, nell’unico posto in cui una moglie fedele si sarebbe dovuta trovare in quel momento.

Chissà se è questa la sensazione che si prova quando si viene attraversati da una lama. Chissà se puoi guardarti con distacco mentre sanguini perché qualcosa ti ha lacerato la carne. Ho ingoiato l’aria dopo aver ascoltato la tua voce e compreso che questa volta non sarebbe stato facile spiegarti perché non mi trovassi lì. (pag. 8 dell’edizione citata)

Quando la donna raggiunge l’ospedale, trova il marito affranto per le condizioni di salute della figlia Luce, e furioso per l’inspiegabile assenza della moglie nel letto coniugale. Ma le spiegazioni possono essere rimandate, ora bisogna pregare per Luce: la ragazza, infatti, versa in gravi condizioni in terapia intensiva. Solo più tardi si saprà che l’unica cosa che la possa salvare sarà un trapianto di fegato.

La narrazione prosegue in un’alternanza di flashback e di flash sul presente. Il dramma del momento fa rivivere a Viola la sua storia con Carlo, il rapporto contrastato con la suocera Nadiria che dapprima cerca di mettere il bastone tra le ruote ai due e poi si arrende quando scopre la gravidanza della fidanzata del figlio, cercando in tutti i modi di aiutare la giovane coppia ad affrontare il futuro. Nadiria, però, si propone come una specie di “direttore artistico” nella vita di Carlo e Viola, progettando matrimonio e battesimo come fossero un esclusivo affare di famiglia … la sua.
Viola mal digerisce questa intrusione però, almeno all’inizio, è sinceramente innamorata del suo Carlo:

Carlo era come un fascio di luce che, attraversando un prisma, si scompone nei colori dell’arcobaleno, era uno sguardo sereno, una mano tesa, il profumo di caffè la domenica mattina, un sorriso avvolgente. (pag. 27)

L’inquietudine interiore di Viola, tuttavia, ha il sopravvento: quando incontra Massimo, uomo affascinante e misterioso, intreccia con lui una breve relazione che, a dispetto dell’intenzione di considerarla solamente una storia di sesso, la cattura nell’anima e nel corpo:

Massimo era esattamente quello che non doveva essere, inaffidabile, penetrante, faticoso. Vischioso come il miele, avvolgente come un mantello di lana, silenzioso come un pensiero. […] era il sole che si appoggia all’orizzonte. Una filastrocca che ti rimbalza in testa. L’incipit del Cinque maggio. Un abbraccio inaspettato. (pag. 55)

Insomma, Carlo è quello giusto, un marito perfetto, un potenziale padre affettuoso, presente, affidabile. Massimo no, lui è la passione travolgente cui non ci si può sottrarre. Ma quando Viola scopre che è anche un gran bugiardo, si rende conto che tra la ragione e il sentimento, debba prevalere la prima. Carlo.

Complice dei tradimenti e delle bugie di Viola è l’amica del cuore Angela, vecchia compagna di scuola con cui ora gestisce una galleria d’arte. Angela è un po’ una sorta di grillo parlante per l’amica, una voce sfortunatamente inascoltata, una spettatrice rassegnata del degrado morale cui va incontro la protagonista del romanzo.
Alla fine Viola cerca il perdono, il riscatto dalle colpe del passato. Vuole diventare quella madre che non ha mai saputo essere, l’ancora di salvezza della figlia che ama senza riserve. L’unico rammarico è quello di non essere stata in grado di dimostrarle fino in fondo il suo amore. Per Luce, Carlo è il padre amato, insostituibile. Viola è la madre con cui è sempre stata in contrasto ma che alla fine ritroverà e sentirà sempre vicina al cuore.

FINE SPOILER.

***

Il racconto è in prima persona e, a parte i capitoli finali in cui la voce narrante è quella di Carlo, le vicende del passato e del presente sono filtrate attraverso gli occhi di Viola. La scrittura di Rattaro è accattivante, anche quando i fatti narrati sono tutt’altro che felici riesce a rapire il lettore. Ho letto il libro in tre ore appena, impossibile staccare gli occhi dalle pagine.
La prosa è semplice, scivola un po’ nella retorica solo quando alla scrittura è affidato il compito di trascrivere le riflessioni della protagonista; in questi momenti al carattere tondo è alternato il corsivo, un espediente grafico già messo in pratica nell’altro romanzo Niente è come te.
Molto originale la scelta di frapporre qua e là ai capitoli dei passi da celebri classici che trattano d’amore (Giulietta e Romeo, Tristano e Isotta …). Perché in fondo l’amore è il vero protagonista di questa storia, anche quando le vicende sembrano andare in tutt’altra direzione.
L’unica cosa che si potrebbe obiettare a Sara Rattaro è di aver creato una storia strappalacrime che in certi momenti sfiora il melodramma. A qualcuno il finale può sembrare assurdo ma la trama è tutt’altro che scontata, l’epilogo insospettato (anche se qualcosa si riesce a intuire). Quello che rende questo romanzo diverso dal feuilleton di bassa lega è senz’altro la profonda introspezione psicologica con cui Rattaro anima i personaggi che, grazie alla scrittura tutt’altro che anonima e preconfezionata, divengono drammaticamente autentici, figli di quell’esasperazione dell’umana imperfezione che caratterizza il nostro tempo.

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AUGURI A TUTTI CON “IL VECCHIO NATALE”, POESIA DI MARINO MORETTI

babbo natale camino
E’ sempre più difficile augurare Buon Natale. Ormai le recite dei bimbi alla scuola dell’infanzia e primaria sono bandite. I presepi non hanno miglior sorte dei crocefissi: negli edifici scolastici non c’è posto per loro. Pure la messa di Natale è vietata (in questo caso, però, sono d’accordo sulla scelta operata dal Dirigente Scolastico in questione).

Ricordo l’imbarazzo dei miei genitori di fronte al medico di famiglia che era di origine ebraica. Eppure augurare Buon Natale ad una persona che professa un’altra religione non dovrebbe essere sconveniente. I miei avevano scelto un’alternativa “politicamente corretta”, come si usa dire oggi: per non offenderlo, gli mandavano un dono augurandogli buon anno.

Questa festa in occidente è molto sentita e poco importa se ci si crede o meno. In fondo, è come un compleanno, un giorno in cui fare festa. A chi di noi non è mai capitato di essere invitato ad una festa di compleanno pur detestando cordialmente il festeggiato? Eppure ci siamo andati, in nome della buona educazione e della riconoscenza, ci siamo divertiti, abbiamo mangiato, bevuto, giocato … e così si fa a Natale.

Una cosa che non ho mai davvero apprezzato sono i regali natalizi. Li ho sempre sentiti un obbligo, mentre preferisco fare un regalo anche senza un’occasione speciale, solo per far sentire alla persona che lo riceve il mio affetto. Però devo ammettere che Babbo Natale, almeno per i bambini (sempre che ci credano ancora), ha il suo fascino e costituisce una tradizione che non si può ignorare. C’è qualcuno convinto che questo grosso babbo con la barba bianca e vestito di rosso stoni con la festività religiosa, e invece la sua figura è una rielaborazione laica del vecchio vescovo di Myra, San Nicola (o San Nicolò), tant’è vero che in America il nostro babbo viene chiamato Santa Klaus, nome che deriva direttamente da quello del santo.
Non dimentichiamo, inoltre, che l’usanza di scambiarsi i regali a Natale deriva proprio dall’evento religioso: infatti ognuno, secondo le proprie possibilità, portò dei doni al bambino Gesù.

Proprio ricordando il vecchio babbo dalla barba bianca che porta qualcosa a tutti, vi regalo una bella poesia di Marino Moretti dedicata al Vecchio Natale.

divisorio natale

marinomorettiMarino Moretti è un poeta molto trascurato, specialmente dai curatori dei manuali scolastici. Un poeta di serie B, parrebbe, eppure fa parte della corrente crepuscolare e fu grande amico di Palazzeschi. La poesia del poeta di Cesenatico è molto semplice, i suoi versi hanno perlopiù un carattere discorsivo e nascono dall’osservazione delle cose semplici della vita di tutti i giorni. Secondo me, Moretti è uno dei poeti che meglio incarna quel fanciullino pascoliano che porta il poeta a descrivere il suo mondo con lo stupore e l’ingenuità tipica dell’età infantile.
Chiaro esempio dello stile morettiano è anche la poesia “Il vecchio Natale” che dedico a tutti i lettori:

Mentre la neve fa, sopra la siepe,
un bel merletto e la campana suona,
Natale bussa a tutti gli usci e dona
ad ogni bimbo un piccolo presepe.

Ed alle buone mamme reca i forti
virgulti che orneran furtivamente
d’ogni piccola cosa rilucente:
ninnoli, nastri, sfere, ceri attorti…

A tutti il vecchio dalla barba bianca
porta qualcosa, qualche bella cosa.
e cammina e cammina senza posa
e cammina e cammina e non si stanca.

E, dopo avere tanto camminato
nel giorno bianco e nella notte azzurra,
conta le dodici ore che sussurra
la mezzanotte e dice al mondo: È nato!

RIVOLGO A TUTTI UN AFFETTUOSO AUGURIO DI

Buona natale babbo

[immagine Babbo Natale da questo sito; divisorio da questo sito; scritta Buon Natale da questo sito]

LIBRI: “CORTO VIAGGIO SENTIMENTALE” di ITALO SVEVO

PREMESSA
Il racconto, uno dei più lunghi e articolati, è annoverato tra gli inediti e pubblicato dopo la morte di Svevo. Io ho letto l’edizione economica Newton Compton (124 pp)a 1,90 euro, con copertina rigida. La collana ha sostituito i tascabili economici che la stessa casa editrice aveva immesso sul mercato a soli 99 centesimi.
QUI potete leggere l’edizione integrale del racconto totalmente gratis. E’ anche possibile trovare tutti i romanzi e tutti i racconti dell’autore nell’edizione Newton Compton ad un prezzo davvero contenuto. Per chi preferisse la lettura da supporto digitale, QUI può trovare l’opera omnia.

Italo-SvevoL’AUTORE E L’OPERA
Italo Svevo (pseudonimo di Ettore Schmitz – per esteso Hector Aaron Schmitz) non ha bisogno di presentazioni. In ogni caso QUI potete trovare una breve biografia.
Il narratore triestino, uno dei più autorevoli del ‘900, è certamente più famoso per i tre romanzi: Una vita, Senilità e La coscienza di Zeno. Ma la sua produzione comprende anche un certo numero di racconti, alcuni dei quali pubblicati dopo la sua morte. Corto viaggio sentimentale (opera incompiuta) è stato pubblicato per la prima volta da Umbro Apollonio sul «Mondo» tra l’aprile e l’agosto del 1945; verrà ripreso senza variazioni nel vol. III dell’Opera Omnia a cura di Bruno Maier (Dall’Oglio, Milano, 1969).

corto viaggio svevo

LA TRAMA
Trattandosi di un racconto di un centinaio di pagine è ovvio che non è possibile anticipare molto della trama, per lasciare un po’ di curiosità nei futuri lettori. La storia vede come protagonista il signor Aghios, uomo anziano di origine greca ma trapiantato a Trieste.
All’inizio della narrazione lo troviamo, in compagnia della moglie, alla stazione di Milano, città in cui studia il figliolo. Approfittando di una commissione urgente da fare nella sua città, si separa momentaneamente dalla famiglia che lascia nel capoluogo lombardo. La partenza in treno viene vissuta dal protagonista come un’occasione per sperimentare quella libertà alla quale, causa gli obblighi familiari, aveva da tempo rinunciato.

Fin dall’inizio del racconto l’idea che il lettore si fa del signor Aghios è quella di un personaggio pirandelliano: l’uomo dabbene che, per convenzione, aveva indossato fino a quel momento una maschera e che ora, all’inzio del viaggio in solitudine, poteva permettersi di assumere il suo vero volto. Il viaggio diventa occasione di riflessione e autoanalisi:

[…] Il signor Aghios aveva bisogno di vita e perciò viaggiava solo. Si sentiva vecchio e ancora più vecchio accanto alla vecchia moglie e al giovine figliuolo. Quando aveva al braccio la moglie doveva rallentare il passo e quando camminava accanto al figliuolo sentiva che questi doveva rallentarlo. Lo circondavano di tutto il rispetto. […] benché fosse abbastanza importante per il signor Aghios di essere lasciato nei suoi vecchi anni interamente in pace, interamente cioè compresa la sua ignoranza, nella quale viveva da tanti anni da farne la base della vita. […] Si sarebbe egli sentito più forte all’aria rude fuori della famiglia? Il breve viaggio sarebbe stato un esperimento, perché i suoi affari gli avrebbero fornito il pretesto ad altri viaggi. […] Aveva vissuto troppo tempo in famiglia per poter intendere la propria passata grandezza. La famiglia era come un velo dietro al quale ci si riparava per vivere sicuri e dimentichi di tutto. Ora egli ne moriva pieno di speranza. Probabilmente era una prova che gli avrebbe procurato una delusione. E allora si sarebbe accontentato. Nulla ci sarebbe stato di perduto. Egli sarebbe ritornato dietro a quel velo per vivere nella penombra, protetto, sicuro, ma moribondo rassegnato. Proprio così! […]Quello non era un viaggio con tutta quella famiglia. Un’emigrazione, una fuga. (pagg. 33-36, passim)

Una volta salito sul treno, il signor Aghios è incuriosito dall’umanità con cui avrà il privilegio di percorrere la distanza che lo separa dalla sua Trieste. All’inzio è particolarmente attratto da una donna elegante ma non bella, con uno di quei cappelli che coprono la fronte e anche una parte degli occhi. Essa s’era un po’ stesa: Le sue gambe calzate di seta, i piedini piccolissimi in scarpine nere di lacca. (pag. 45)

A questo punto apro una parentesi. Il corpo femminile è molto importante anche per il protagonista de La coscienza di Zeno. Nel capitolo IIi del romanzo, infatti, Zeno riesce a dare perfino una diagnosi dell’origine edipica del fumo, quando associa il vizio all’impossibilità di amare una donna sola e intera (cfr. cap. III). L’immagine della “donna a pezzi” ritornerà uguale e diversa nei sogni di cui Zeno parlerà nel capitolo VIII. Sempre nella parte dedicata al fumo dice: “Di tutte amavo i piedini se ben calzati …” e non è un caso, quindi, che più tardi provi una folle, amara gelosia per il giovane dottore che avrebbe dovuto curarlo nella clinica, quando congedatasi da lui la moglie, seguendola … egli (il dottore) le aveva guardato i piedini elegantemente calzati.

Chiusa la parentesi, torniamo al nostro Aghios. Tra i compagni di viaggio meritano attenzione il ragionier Ernesto Borlini, con cui il protagonista conduce una conversazione piuttosto intima, non senza esserne talvolta seccato, e soprattutto un giovane che fin da subito lo colpisce per l’espressione di sofferenza e dolore dipinta sulla faccia ma che sembra trasparire da ogni parte delle povere membra.

[…] Al momento di lasciare Mestre il biondino nel cantuccio si mosse, tese i bracci per sgranchirsi, come se fosse uscito da un sonno profondo, e mormorò chiaramente: – Come i sogni sono belli! Peccato lasciarli!.
Fu un’avventura enorme nel viaggio del signor Aghios di sentirsi dire una cosa simile da uno sconosciuto. Veniva improvvisamente ammesso nell’intimità di un proprio simile sconosciuto. […] Si conoscevano intimamente. Il signor Aghios era un uomo felice, la cui realtà spariva quand’egli chiudeva gli occhi. Il giovinetto invece era un uomo torturato che per obliare doveva abbandonarsi al sonno. Due destini o forse due caratteri. (pag. 86)

Il giovane Giacomo Bacis, diretto a Udine, conquista fin da subito la simpatia dell’anziano compagno di viaggio che si prodiga per aiutarlo, consolarlo, manifestando tutta la solidarietà di cui si è capaci durante un viaggio in compagnia di estranei, con la consapevolezza che poi, al di fuori dello scompartimento, la vita continuerà a scorrere lasciando che certi episodi vengano coperti dall’oblio.

[…] Egli sapeva che del viaggio poco si ricorda. Passano fisonomie e s’accumulano confuse in un cantuccio della memoria, diventando collettività, nazioni, sessi, mai individui. Come nel sogno, ch’era tanto difficile di ricordare, perché piombava dalla notte oscura in un lampo di magnesio in cui s’agitavano cose e persone. Ecco, in un vagone si discorreva e tutto quanto si diceva aveva un sapore di teoria vaga, in quella vettura tanto simile a tutte e passando traverso un paesaggio che a quella vettura non apparteneva. (pag. 100)

I due, approfittando di qualche ora di attesa per la coincidenza da prendere, scendono a Venezia e fanno un giro in gondola. Nella città lagunare il biondino diventa un fiume in piena e rende partecipe l’Aghios del motivo della sua sofferenza. L’anziano nel sentire la triste storia si commuove e pensa di aiutare Bacis, alleviando almeno in parte le sue sofferenza. Ma nel treno che lo porta finalmente a Trieste, troverà un’amara sorpresa.

***

La narrazione, in terza persona, procede spedita con un buon equilibrio tra parti dialogate, sequenze prettamente narrative e altre riflessive. Il protagonista, a dispetto dell’età e della senilità anagrafica che si sente addosso, è descritto con vivacità e sottile ironia. La lettura è piacevole, mai noiosa, caratterizzata dallo stile inconfondibile di Svevo e, ahimè, anche dal suo italiano imperfetto. A parziale giustificazione di tale imperfezione, possiamo addurre l’incompletezza del racconto che si arresta, al VII capitolo, a metà parola (Tries) e che molto probabilmente non è stato revisionato dall’autore.
Il brusco interrompersi della narrazione, tuttavia, non rappresenta di per sé una menomazione: la macrostoria è, sì, incompleta ma non lo sono affatto le microstorie che animano la narrazione, compresa l’ultima, quella che vede protagonista, oltre naturalmente all’Aghios, il giovane Bacis.
Curioso il sesto capitolo che s’intitola “VENEZIA-PIANETA MARTE”, in cui il protagonista, complice il vino bevuto in compagnia del Bacis nella città dei dogi, si addormenta profondamente e sogna di essere in viaggio per raggiungere il pianeta Marte.

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