LA BUONA NOTIZIA DEL VENERDÌ: DUE GIOVANI LETTORI APPASSIONATI TRASFORMANO UN DOUBLE DECKER IN LIBRERIA ITINERANTE


Si chiama Parole in movimento il progetto che Sara e Simone, due librai del Nord-est, hanno appena lanciato: una libreria itinerante per promuovere la lettura in Veneto e Friuli – Venezia Giulia. Non a caso, lui proviene dalla provincia di Treviso e lei è triestina.

Così Sara racconta l’inizio di questa avventura che condivide con il marito Simone: «Andare per strada con i libri è una cosa che facevamo già da anni. Il nostro scopo era muoverci sul territorio, andare a eventi, incontri con gli autori, mostre-mercato del libro. Collaboravamo con le amministrazioni, le scuole, le biblioteche, le associazioni del Nordest, soprattutto in Veneto e Fvg tra l’area del padovano, del trevigiano e del pordenonese. Un anno siamo stati anche a Gorizia, per il festival “èStoria”. Ma lavorare in quel modo era faticoso: apri e chiudi gli scatoloni, carica e scarica i libri dalla macchina. Allora ci siamo detti che dovevamo trovare un altro mezzo, senza però mai perdere la nostra filosofia: la libreria senza libreria

I due giovani si sono messi, quindi, a cercare uno scuolabus o un mezzo del genere in grado di trasportare i libri, permettendo la realizzazione del progetto. L’occasione è arrivata con un “double decker” di fine anni ’90, dismesso dalla società di trasporti londinese. Sara e Dennis non si lasciano sfuggire l’occasione, lo acquistano e con un salatissimo trasporto da Bristol (5000 euro) l’hanno recuperato a Livorno. Il bus a due piani è l’ideale, come spiegano: «Possiamo distinguere i reparti – il piano terra sarà dedicato agli adulti e quello di sopra ai bambini – ed è di dimensioni accettabili, il che ci permette di muoverci liberamente.»

Allestire la libreria itinerante non è facile. Per coprire le spese e per fare tutti i lavori necessari a trasformare il bus a due piani, ribattezzato Dennis, in una libreria ambulante, Sara e Simone hanno fatto partire una campagna di crowdfunding sulla piattaforma Ulule, con l’obiettivo di raccogliere 5 mila euro entro il 30 giugno.

«Ci stiamo un po’ scontrando con la diffidenza di alcune persone di donare soldi online», ammette la libraia. «Siamo sotto le nostre aspettative: abbiamo racimolato 700 euro finora». Dopo la raccolta fondi, i lavori continueranno fino a settembre perché c’è tanto da fare: togliere i sedili e sostituirli con scaffali dove esporre i libri e apportare altre piccole modifiche. I due ragazzi sperano di poter partire in autunno con questa nuova e singolare attività.

La curiosità nei confronti di questo progetto non manca ma non basta. Infatti spiegano: «Ci sono arrivati molti inviti e ci sono in ballo anche opportunità interessanti come Pordenonelegge, i festival di Mantova e di Torino e quelli del fumetto. Anche se il nostro sogno è quello di scendere fino in Sicilia: lì siamo in contatto con Giovanni Impastato (fratello di Peppino, ucciso dalla mafia nel 1978, ndr) per fare una specie di autobus della legalità che percorra tutto il Paese organizzando attività culturali. In ogni caso, il nostro progetto è quello di portare i libri dove mancano. Non devono per forza essere zone sperdute tra i monti, penso anche alle periferie delle nostre città dove è difficile realizzare iniziative sulla lettura».

Così una triestina storica dell’arte e lettrice appassionata e un libraio indipendente di Spresiano, che già sei anni fa si è inventato la “Libreria diffusa” per portare i libri a festival ed eventi culturali, stanno per realizzare un sogno: portare in giro un “double decker” pieno zeppo di libri e contagiare con il loro amore per la lettura anche chi magari lettore appassionato non è. Per ora la meta è il Nord-est ma un domani, speriamo, l’avventura potrebbe portare Sara, Simone e Dennis in tutta Italia.

[fonte: Il Piccolo da cui è tratta anche l’immagine]

LE MIE ALTRE BUONE NOTIZIE

CHI HA INVENTATO IL TIRAMISÙ? È BATTAGLIA TRA VENETO E FRIULI

tiramisù
Vorrei sapere una cosa: chi non ha mai assaggiato il tiramisù? Non so se qualcuno alzerebbe la mano. Per noi del Nord è come se chiedessi chi non ha mai mangiato la nutella ma mi rendo conto che forse in qualche regione del Sud d’Italia questo dessert è sconosciuto. La pasticceria napoletana o siciliana, ad esempio, ha tanti di quei fiori all’occhiello che, effettivamente, non avrebbe bisogno del tiramisù, dolce tipicamente settentrionale.

Ma chi lo ha inventato? Per iniziare dico che la prima volta che ne ho sentito parlare ero bambina. L’avevo assaggiato ad un matrimonio in quel di Pieris, un piccolo paese nell’area del goriziano. Per chi non lo sapesse, Gorizia è una delle province della regione autonoma del Friuli – Venezia Giulia. Allora veniva servito in coppette monodose ma aveva praticamente gli stessi ingredienti e il medesimo sapore. Poi è iniziata la produzione artigianale, diffusa in quasi tutte le pasticcerie, seguita da quella industriale. Le vaschette trasparenti da sei porzioni qui si trovano in pratica nel banco frigo di ogni supermercato. Ma è un dolce talmente semplice da preparare che, se lo si acquista già bell’e pronto, è solo per questioni di tempo, non solo quello richiesto dalla preparazione (una ventina di minuti se uno ha un po’ di pratica e gli strumenti giusti 😉 ) ma soprattutto le due ore, almeno, di riposo nel frigorifero prima di essere gustato.

Dicevo, dunque, che per me la “patria” del tiramisù è sempre stata Pieris. Per la precisione questo dolce ha visto la luce per la prima volta nella cucina del ristorante “Vetturino”, gestito allora dal signor Mario. La figlia, Flavia Cosolo, racconta così l’evento: «Fin dagli anni ’30 mio papà proponeva una coppa di cioccolato e zabaione (allora il mascarpone non c’era) che chiamava coppa “Vetturino”; poi all’inizio degli anni ’40 ha cambiato il nome al dolce, ridenominandolo Tiramisù». Il battesimo del dessert con il suo nuovo nome si deve al commento di un cliente che, dimostrando di averlo gradito, commentò: “Ottimo, c’ha tirato sù”.

Ma, come spesso succede, un altro luogo della regione rivendica la paternità del tiramisù: la Carnia, regione montuosa del Nord che si estende fino ai confini con l’Austria e la Slovenia. La signora Norma Pielli, di Tolmezzo, afferma da tempo d’aver inventato il dessert nel 1951. Dal racconto della signora Pielli sembra che fosse particolarmente apprezzato in regione, tanto che al suo locale veniva anche gente da Monfalcone e Trieste per assaggiare questa specialità.

Campanilismo a parte, la ricetta di questa delizia è presente sulle tavole della Penisola da molto tempo, dato che perfino Pellegrino Artusi parla di un dolce “Torino” dai tratti simili al Tiramisù. Ma la ricetta è diversa e prevede i savoiardi bagnati nell’alchermes e nel rosolio, inframmezzati da un composto a base di burro, tuorli di uovo, zucchero, latte e cioccolato fondente. Ora che ci penso, è quasi la ricetta di una specie di “zuppa inglese” che avevo imparato a preparare con la mia insegnante di Applicazioni tecniche in seconda o terza media!

Non sembra strano, dunque, che anche altre regioni del Nord ne rivendichino l’invenzione. Tant’è che wikipedia fa risalire la sua origine al Veneto, in particolare alla zona di Treviso. Il presidente della regione Veneto, Luca Zaia, ha da poco annunciato ai media nazionali e stranieri l’intenzione di brevettare uno dei dolci italiani più famosi del mondo, rivendicandone l’origine padana.

A me personalmente questa battaglia pare assurda, considerato anche il fatto che il 17 gennaio 2013 il tiramisù è stato dichiarato piatto ufficiale della 6ª Giornata mondiale della Cucina italiana … non padana né friulana né carnica, alla faccia del federalismo culinario! Nell’attesa di nuovi sviluppi della vicenda, sono lieta di condividere con voi la mia ricetta del tiramisù, supercollaudata e dalla riuscita assicurata.

Ingredienti:

5 uova
500 gr di mascarpone
400 gr di savoiardi
120 gr di zucchero
6 tazzine di caffè amaro
cacao amaro qb

Preparazione:

In una terrina sbattete i tuorli con lo zucchero fino ad ottenere una spuma chiara. Unite il mascarpone, continuando a sbattere ma con più delicatezza (se usate un robot, ad una velocità media) evitando di far “impazzire” la crema. Unite, infine, gli albumi montati a neve fermissima (con un pizzico di sale per ottenere un miglior risultato), mescolando dal basso in alto per non smontarli, fino ad ottenere una crema omogenea. Qualcuno aggiunge del liquore come brandy o rum, io la preferisco senza alcool.
Versate il caffè (se volete, potete diluirlo con un paio di cucchiai d’acqua) in una terrina abbastanza ampia e immergete velocemente i savoiardi uno alla volta senza inzupparli sistemandoli in una pirofila di pirex o ceramica, preferibilmente rettangolare. Il segreto di una buona riuscita del dolce è solo questo: i biscotti devono mantenere la loro consistenza e non spappolarsi.
Con i biscotti formate uno strato che coprirete con la crema. Procedete alternando savoiardi e crema fino ad esaurimento. Io faccio due strati e utilizzo una pirofila per circa otto porzioni.
Al termine spolverizzate il dolce con il cacao amaro e mettetelo nel frigorifero (non nel freezer!) per almeno due ore prima di servirlo. In ogni caso, più sta a riposo nel frigo e più diventa gustoso. Nel periodo invernale lo potete conservare per tre giorni, in quello estivo (io non lo preparo perché si usano le uova crude e d’estate è meglio evitare) sarebbe meglio consumarlo entro 24-36 ore.

Ed ora non mi resta altro che augurarvi buon appetito!

[fonti: Messaggero Veneto e Il Piccolo; immagine da questo sito]

MORTA A TRIESTE L’ASTROFISICA MARGHERITA HACK

hack margherita
Si è spenta a 91 anni appena compiuti l’astrofisica Margherita Hack. Da una settimana era ricoverata all’ospedale di Cattinara a Trieste, città di adozione in cui viveva dagli anni Sessanta, dopo aver lasciato la Toscana di cui era originaria.

Era nata a Firenze il 12 giugno 1922.
È stata professoressa ordinaria di astronomia all’Università di Trieste dal 1964 al 1º novembre 1992 anno nel quale fu collocata “fuori ruolo” per anzianità.
È stata la prima donna italiana a dirigere l’Osservatorio Astronomico di Trieste dal 1964 al 1987, portandolo a rinomanza internazionale.
Membro delle più prestigiose società fisiche e astronomiche, Margherita Hack è stata anche direttore del Dipartimento di Astronomia dell’Università di Trieste dal 1985 al 1991 e dal 1994 al 1997.
Era membro dell’Accademia Nazionale dei Lincei (socio nazionale nella classe di scienze fisiche matematiche e naturali; categoria seconda: astronomia, geodesia, geofisica e applicazioni; sezione A: Astronomia e applicazioni).
Ha lavorato in numerosi osservatori americani ed europei ed è stata per lungo tempo membro dei gruppi di lavoro dell’Esa e della Nasa.
In Italia, con un’intensa opera di promozione ha ottenuto che la comunità astronomica italiana espandesse la sua attività nell’utilizzo di vari satelliti giungendo ad un livello di rinomanza internazionale.
In segno di apprezzamento per il suo importante contributo, le è stato anche intitolato l’asteroide 8558 Hack. (notizie dal Messaggero Veneto)

IL MIO COMMENTO

L’ultima volta che ho visto Margherita è stata in occasione della presentazione del libro, scritto a quattro mani con don Pierluigi Di Piazza, Io credo. Dialogo tra un’atea e un prete (ne ho parlato QUI). Sì, l’ultima volta, perché ho sempre sentito la Hack come una di famiglia (era molto amica di uno zio di mio marito, grande scienziato scomparso negli anni Novanta), oltre ad essere una mia concittadina.
Nel novembre scorso l’ho vista molto affaticata, fisicamente. La mente no, quella era sempre vivace, lucida, così come la sua favella. Uso apposta questa parola così inusuale per la sua derivazione dal verbo latino fabulare, “parlare”, e perché ricorda la parlata toscana che nei cinquant’anni trascorsi a Trieste non aveva mai abbandonato.
Ma il suo parlare non era semplicemente trasmettere pensieri a voce, emettere suoni, era soprattutto affascinare. Ecco, questa è la dote che nell’astrofisica ho sempre apprezzato. Anche il suo modo di trasmettere il sapere, quasi sempre strettamente legato alla sua scienza, era dote poco comune.

Al di fuori della veste ufficiale, tuttavia, era una donna particolare. Schietta fino a rasentare l’insulto, quando qualcosa o qualcuno non la convinceva, arrogante ogni qual volta la sua determinazione le faceva scordare il concetto di diplomazia nei rapporti interpersonali. Ecco, questo era il lato di Margherita che non ho mai apprezzato. Appena poco più di un anno fa avevo espresso il mio disappunto sulla sua gestione di una vicenda personale – il mancato rinnovo della patente – in cui non aveva lesinato schiettezza e arroganza.

Era una grande scienziata, è cosa nota, com’era nota la sua simpatia politica per la sinistra e il suo ateismo mai tenuto nascosto, anzi, com’era sua abitudine, urlato. Molti tendono a considerare queste caratteristiche come imprescindibili: se uno crede nella scienza non può credere in Dio e preferibilmente deve essere comunista.
Non sempre è così. Lo scienziato suo amico, ad esempio, era un fervente cattolico. Ricordo ancora l’entrata quasi trionfale in chiesa, attraverso la navata centrale, rigorosamente in ritardo, in occasione del funerale di mio zio. Sprezzante di tutto e di tutti ma allo stesso tempo alla ricerca del primo piano, dell’attenzione generale. Pensai che dovesse essere stato per lei uno sforzo quasi titanico presenziare alla funzione religiosa. Ma l’amicizia non ha confini di fede o di ideali politici.

Leggo basita alcuni commenti all’articolo che Il Corriere dedica alla scomparsa della Hack. Sembra che il cordoglio debba essere espresso solo da quelli di sinistra e dagli atei. I credenti, invece, devono esultare perché della morte di una che ha sempre disprezzato Dio loro non si curano, anzi, le augurano di bruciare nelle fiamme dell’inferno.
Eppure Margherita aveva una profonda spiritualità, molto meno ipocrita rispetto a tanti che si professano credenti e poi gioiscono della morte di una persona. Essere comunisti non è una colpa, essere atei non è un peccato. Se uno è ateo non crede al peccato e chi ha fede, se solo ricorda l’insegnamento di Gesù (scagli la prima pietra chi è senza peccato), non può e non deve giudicare. La morte annulla tutto ciò che siamo stati e come lo siamo stati. Il resto non conta.

In un’intervista concessa a Marinella Chirico (la giornalista del Tg regionale del Friuli – Venezia Giulia che ha curato l’edizione del libro Io credo), a proposito della morte, Margherita Hack aveva espresso la sua condivisione della logica epicurea che sostiene quanto sia infondata la paura della morte perché quando c’è lei, noi non ci siamo (Dalla Lettera a Meneceo di Epicuro).

Non solo il suo sguardo è stato per tutta la vita elevato al cielo (anche negli ultimi tempi in cui si era incurvata a tal punto da dover usare le stampelle per muoversi), LEI era davvero figlia delle Stelle:

«Tutta la materia di cui siamo fatti noi l’hanno costruita le stelle, tutti gli elementi dall’idrogeno all’uranio sono stati fatti nelle reazioni nucleari che avvengono nelle supernove, cioè queste stelle molto più grosse del Sole che alla fine della loro vita esplodono e sparpagliano nello spazio il risultano di tutte le reazioni nucleari avvenute al loro interno. Per cui noi siamo veramente figli delle stelle».
Intervista su Cortocircuito

Dopo la scomparsa di Rita Levi Montalcini, la dipartita della Hack costituisce la perdita di un’altra grande scienziata che ha accompagnato l’umanità nel passaggio dal XX al XXI secolo.

Ovunque tu sia, Margherita, riposa in pace.

VORREI CREPARE SENZA AMMALARMI“. L’INTERVISTA DEL VIDEO CORRIERE PER I 90 ANNI DELLA HACK

MARGHERITA RACCONTA LA SUA VITA. VIDEO CORRIERE

margherita hack don di piazza marinella chirico

IL RICORDO DI DON PIERLUIGI DI PIAZZA

Ho conosciuto personalmente Margherita Hack il 23 giugno 1993 quando l’ho invitata nella chiesa di Zugliano per una riflessione sul rapporto possibile fra fede e ateismo, piú direttamente fra persone che si considerano credenti e altre non credenti.
La motivazione che mi sollecitava partiva dalla percezione che, contrariamente a situazioni considerate definitive e congelate, le storie delle persone sono in movimento e che certo fideismo e certo ateismo specularmente si contrappongono nell’immobilità; che invece dalle due dichiarazioni il discorso, il dialogo, il confronto possono iniziare, approfondirsi, riscontrare differenze e convergenze.
CONTINUA A LEGGERE >>> [articolo del Messaggero Veneto]

L’ULTIMA INTERVISTA AL “PICCOLO”: «Urania Carsica va riaperta, è patrimonio della scienza» LINK

«Ti amo». Così all’alba Aldo, il compagno di una vita, ha salutato la sua Margherita. Articolo di Paola Bolis per Il Piccolo

«Il Credo di Margherita Hack: la vita, la morte, la malattia, il rifiuto delle cure», articolo di MARINELLA CHIRICO per il blog del Corriere la 27esima Ora

[la giornalista del Tg regione Friuli – Venezia Giulia, grande amica dell’astrofisica Margherita Hack, era al suo capezzale al momento della morte. Sulle pagine de Il Piccolo, quotidiano di Trieste, ha scritto un bell’articolo sull’amica scomparsa, non ancora leggibile on line. Nel necrologio la Chirico ha salutato Margherita chiamandola semplicemente Marga, soprannome che usava sempre nelle presentazioni del libro Io credo]

[ULTIMO AGGIORNAMENTO: 2 LUGLIO 2013; foto dal Messaggero Veneto]

MARITO GELOSO SI FINGE DONNA E ADESCA L’AMANTE DELLA MOGLIE SU FACEBOOK: DENUNCIATO


Un quarantasettenne triestino, in via di separazione dalla moglie, scoperta la tresca di lei con un altro uomo, si finge donna e adesca il rivale su Facebook. A questo punto vien da chiedersi: perché? Facile: voleva screditare l’amante agli occhi della moglie, sperando che lei ritornasse sui suoi passi. L’intento era senz’altro nobile, peccato che ora sia stato scoperto e denunciato per sostituzione di persona. Il che, trattandosi di Facebook, fa riflettere non poco, visto il pullulare di account falsi, specie se di personaggi famosi.

Il pover’uomo è, dunque, la testimonianza vivente che il fine non può giustificare i mezzi. Almeno secondo l’opinione del pm Federico Frezza il quale, coordinando le indagini, ha scoperto che il marito tradito aveva acquisito l’identità di due donne e si era messo in contatto con l’amante della moglie. Quest’ultimo non aveva affatto disdegnato la corrispondenza hot e aveva accettato di far parte di una sorta di performance erotica via web.

Soddisfatto dei risultati, il marito ancora innamorato della moglie e non rassegnato a perderla, le ha fatto vedere le prove della tresca internautica tra il nuovo compagno e le due sedicenti ragazze. Lei, però, non ha mangiato la foglia e, scoperto l’inganno, l’ha denunciato.

La notizia è riportata dal quotidiano locale Il Piccolo. L’autore dell’articolo, Corrado Barbacini, conclude il pezzo ricordando un vivace episodio accaduto in Gran Bretagna qualche anno fa. Allora un marito geloso, come vendetta del presunto tradimento da parte della consorte, aveva addirittura messo in vendita la fedifraga su e-Bay. L’annuncio d’asta, “Offro un rifiuto di moglie traditrice, adultera”, aveva fatto scalpore e le quotazioni della signora hanno quasi raggiunto la soglia di 500mila sterline.

Evidentemente mettere in vendita la moglie su e-Bay per i britannici non ha conseguenze legali (ricordo il caso di una bimbetta che voleva vendere la nonna brontolona … ne ho parlato QUI). Il marito italiano, invece, dovrà rispondere davanti ai giudici di una vendetta non consumata a freddo, anzi, troppo hot.

[nell’immagine: “Amanti” di Franco Murer, matita, cm 16,5×22,5, da questo sito]

SIAMO TRIESTINI, NON CHIAMATECI FRIULANI


Trieste, come spero si sappia in giro per lo stivale, è il capoluogo della regione, a statuto speciale, Friuli – Venezia Giulia. La doppia denominazione ha, però, nel tempo creato parecchia confusione. Forse a causa dell’eccessiva lunghezza del nome (cosa, tra l’altro, valida anche per Trentino – Alto Adige e Valle d’Aosta, se vogliamo essere puntigliosi), spesso sui quotidiani o in televisione sentiamo parlare di Friuli, quando addirittura l’accento non viene storpiato in Frìuli. Della Venezia Giulia, per cui tanti eroi irredentisti hanno lottato, ci si dimentica. E non sarebbe nemmeno un fatto grave se ci si riferisse a Udine o a parte della sua provincia (perché dire “friulano” ad un carnico, ad esempio, rasenta l’empietà). Grave è, invece, quando ci si riferisce a Trieste, città giuliana, come al capoluogo della regione Friuli. Non ha senso.

Ora, non vorrei passare per una delle tante triestine che vogliono mantenere le distanze dai friulani. Chi mi segue sa che vivo in Friuli da quasi 27 anni, quindi mi considero udinese d’adozione e nel capoluogo del Friuli vivo benissimo. Quello che mi dà fastidio è, invece, il pressapochismo dei media, in particolare, che tendono a fare di tutta l’erba un fascio. Ma dire friulano ad un triestino, al di là del fatto che per qualcuno potrebbe essere un’offesa, è semplicemente scorretto.

Tempo fa, in occasione del tragico incidente che causò la morte di un operaio che stava allestendo il palco su cui avrebbe dovuto esibirsi in concerto la cantante Laura Pausini, in un articolo de Il Corriere, lessi, inorridita, che il giornalista, parlando dell’evento e mettendolo in relazione a quello analogo accaduto, tempo prima, in occasione del concerto di Jovanotti in allestimento a Trieste, aveva definito il capoluogo di regione “città friulana“. Allora lasciai un commento in cui facevo notare l’errore e aggiunsi: sarebbe come dare dell’altoatesino ad un trentino. Apriti cielo! La svista fu immediatamente corretta.

Ora leggo sul quotidiano Il Piccolo che la confusione tra friulani e giuliani disturba anche qualche esponente politico regionale. Il consigliere triestino del Pdl Bruno Marini (mio ex compagno del liceo, tra l’altro, perso di vista dalla fine del ginnasio, se non erro), ha presentato un’interpellanza dal titolo eclatante: “Denominazione esatta del Friuli Venezia Giulia. La Regione lanci una campagna educativa e di sensibilizzazione“. Secondo Marini il governatore Renzo Tondo dovrebbe agire su due fronti: scuole e media. Nelle scuole bisognerebbe educare i bambini e i ragazzi alla corretta definizione di chi, nella nostra regione, vive al di qua e al di là del fiume Timavo; per quanto riguarda i media, specie quelli nazionali, bisognerebbe sensibilizzarli all’uso della denominazione intera e corretta della nostra regione.

Vi dirò: fra la sottoscritta e il Marini il rapporto, finché frequentavamo la stessa classe, non è mai stato idilliaco. Su questo punto, però, concordo. Non è una questione campanilistica, lo ribadisco, è solo una questione di correttezza. Diamo il giusto nome alle cose, regioni e popolazioni comprese.

[nell’immagine: il castello di Miramare, già residenza dell’arciduca Massimiliano d’Asburgo e Carlotta del Belgio, situato nel golfo di Trieste]

SENTENZA DELLA CASSAZIONE SULLE ADOZIONI: GLI ASPIRANTI GENITORI NON POTRANNO SCEGLIERE L’ETNIA DEI BAMBINI

Il 28 aprile avevo scritto un post sul caso della coppia siciliana che, nella domanda di adozione, aveva espresso la preferenza nei confronti di bambini europei, escludendo, quindi, altre etnie. Ne era scoppiato un vero e proprio caso e anche nei commenti a quel mio post il dibattito si era fatto acceso, forse troppo.

Oggi la Corte di Cassazione, dando ragione all’esposto presentato da parte della Procura Generale della Cassazione stessa, ha emesso la sentenza numero 13332 con la quale si stabilisce che «Il decreto di idoneità’ all’adozione pronunciato dal tribunale dei minorenni non può essere emesso sulla base di riferimenti all’etnia dei minori adottandi, né può contenere indicazioni relative a tale etnia».

Immagino che questa sentenza farà discutere ma ritengo che, come nel caso dei genitori naturali che vengono messi di fronte a precise responsabilità a prescindere dalla loro volontà o desiderio, così anche le coppie di genitori adottivi devono accogliere un bimbo da amare, a prescindere dall’appartenenza ad una determinata etnia e dai problemi che si verrebbero ad affrontare nel caso in cui per il bambino assegnato non sia semplice l’inserimento nel nuovo contesto.

Leggo sul sito dell’Aibi, l’Associazione Amici dei Bambini, che si era battuta già ad aprile affinché si giungesse a questo tipo di decisione:

Inoltre, la Cassazione batte il tasto sulla necessità che i servizi sociali diano formazione adeguata alle coppie che intraprendono le procedure di adozione internazionale per guidarle verso “una più profonda consapevolezza del carattere solidaristico, e non egoistico, della scelta dell’adozione e prevenire opzioni di impronta discriminatoria”. Con il sostegno psicologico – aggiunge la Suprema Corte – si possono aiutare le coppie a superare le difficoltà di accogliere “un bimbo che non sia a propria immagine”, o le paure di quanti dicono ‘no’ al bimbo ‘diverso’ “per il timore di fenomeni di xenofobia che espongano a rischio l’integrazione del minore nell’ambiente sociale e creino in lui problemi di adattamento”. Ad ogni modo, la Cassazione non ammette che le coppie possano esprimere ‘preferenze’ per “determinate caratteristiche genetiche” del bambino che vorrebbero. Anche in considerazione del fatto che, in generale, tutti i bambini abbandonati hanno alle spalle una storia già “profondamente tormentata” e, ancor più degli altri bimbi, necessitano di papà e mamme con “peculiari doti di sensibilità”.

Un figlio è un dono e l’amore dei genitori non può essere condizionato da alcun fattore esterno. Ciò vale per i figli naturali e deve valere anche, se non a maggior ragione, per quelli adottati.

[Fonti: Il Piccolo e Il Corriere]

ABITARE A TRIESTE E SPEDIRE LA POSTA … DALLA SLOVENIA

Il Friuli – Venezia Giulia, si sa, è una terra di confine. Ma parlare di confini nazionali, ora come ora, non ha poi molto senso. Siamo o non siamo nella UE? Ci siamo ci siamo, e anche la Slovenia lo è, seppur da tempi più recenti. Ma pare che per l’Italia, e in particolare per la regione Friuli – Venezia Giulia, essere transfrontalieri costituisca, talvolta, un problema.

Quando ancora non esisteva Schengen e il territorio di confine era diviso fra Zona A (Trieste) e B (Slovenia) la prima merce conveniente da acquistare nella cosiddetta Zona B fu la benzina: quand’ero piccola, fare il pieno in Jugoslavia (allora era ancora un’unica nazione) era la missione speciale del sabato pomeriggio. Naturalmente si faceva un giro e magari si comprava anche la carne, sempre molto meno cara e decisamente di qualità migliore rispetto a quella venduta in Italia.
C’era il dinaro e bisognava fare il cambio delle lire, ma questo non è mai stato un problema.

Poi sono stati aperti i Duty Free Shop … via tutti a comprare le sigarette, i profumi e altri prodotti a prezzi stracciati: si risparmiava più o meno il 40%. E siccome eravamo là per comprare le sigarette, si approfittava per passare al supermercato e acquistare la carne. La benzina no, quella si faceva in Italia perché, grazie alla tessera regionale con gli sconti (il privilegio di vivere in una “zona franca”!), fare il pieno diventò più conveniente rimanendo nel territorio italiano.

Da un po’, però, gli sconti per la benzina sono diventati decisamente ridicoli ed ecco, quindi, che il sabato pomeriggio si va di nuovo in missione speciale in Slovenia: si fa il pieno, si comprano le sigarette, si acquista pure la carne … tutto come prima, insomma. Eh no! Ora siamo nelle UE e, grazie a Schengen, non c’è nemmeno bisogno di fare lunghe file al confine di Stato, cambiare i soldi perché fortunatamente (!) c’è l’euro, rinnovare il passaporto o procurarsi la propusniza che era uno speciale documento che avevamo solo noi. Io, che ero piccola, stavo su quella di mia mamma o di mio papà e la cosa non mi andava tanto giù perché volevo avere anch’io la mia foto sul documento. Ero vanitosa, a quei tempi. Ora vorrei che le foto sui documenti non fossero un obbligo!
Dicevo, ora siamo nella UE e le cose sono cambiate, anche se poi si va ugualmente in Slovenia a fare le stesse cose che si facevano un tempo. Chissà mai perché?!?

Leggo oggi, sul quotidiano Il Piccolo, che ci sono altre cose che si possono fare per risparmiare, abitando nelle terre di confine: ad esempio spedire la posta. In Slovenia, infatti, spedire una lettera costa molto di meno, quasi la metà: 35 centesimi contro la tariffa italiana che ne prevede 60. E così qualche azienda ha pensato bene di spedire pacchi di posta dalla Slovenia … in Italia!

I politici, che non perdono mai occasione per mettersi in mostra, gridano allo scandalo e propongono un’interrogazione al Presidente della Regione Renzo Tondo (sarà preparato?).
Molto più tranquilli, invece, quelli di Poste Italiane: «Esiste una legge che vieta a quanti risiedono all’interno dei nostri confini di spedire attraverso la posta estera quantità rilevanti di corrispondenza indirizzata al nostro stesso territorio. Se uno si sposta oltre confine per spedire dalla Slovenia, insomma, non può farlo. In ogni caso, per la posta massiva i nostri prodotti propongono degli sconti e rispettano i prezzi calibrati in base alle indicazioni fornite dall’Unione europea, arrivando attorno alla cifra di 35 centesimi per la singola unità, proprio come in Slovenia», si affretta a precisare il suo ufficio di Comunicazione.

Insomma, no se pol, e basta! E questo vi pare che sia sufficiente a scoraggiare i mittenti fraudolenti? No. Fatta la legge, trovato l’inganno: troooopa roba, vado a far el pien de benza e cicche, spedisso anonimo le lettere, voio veder chi che me beca, se no i verzi le letere che xe proibido me par, se no fazzo un joint- venture co ‘na dita slovena e li frego tuti. […] Alternativa :sbasse’ i prezziiiiiiiiiii (che bello! Vado a fare il pieno di benzina e di sigarette, spedisco le lettere senza indicare il mittente, voglio vedere chi riesce a trovarmi, se non aprono le lettere, cosa che mi pare sia proibito; altrimenti faccio una joint-venture con una ditta slovena e così li prendo tutti per i fondelli. […] Alternativa: abbassate i prezzi!!!!!), commenta una simpatica signora o signorina su Il Piccolo.

In conclusione: il Trattato di Schengen prevede la libera circolazione, nel territorio della UE, di persone e merci … la posta, no!