27 agosto 2014

LIBRI: “FEMMINE UN GIORNO” di ELENA COMMESSATTI

Posted in libri tagged , , , , , , a 8:56 pm di marisamoles

PREMESSA
Ho assistito alla presentazione di questo libro al mare, verso la metà di luglio. Non conoscevo l’autrice, anche se si può dire che siamo vicine di casa. All’incontro era presente anche lo scrittore Pino Roveredo, che ne ha curato la prefazione e che a sua volta ha parlato di
Ballando con Cecilia, un suo romanzo uscito nel 2000 e recentemente ristampato da Bompiani.

commessattiL’AUTRICE
Elena Commessatti (Udine, 1967), laureata in Antichità greca all’università Ca’ Foscari di Venezia, ha successivamente frequentato la Scuola Holden a Torino, diplomandosi nel 1996. Giornalista pubblicista, collabora con il Messaggero Veneto dagli anni Novanta (anche come corrispondente da Torino e Milano). Assistente di Fernarda Pivano in RCS a Milano, è anche curatrice di una collana di narrativa “di genere” per Sonzogno. Dal 2003 è tornata a vivere in Friuli.
Scrittrice biografa di storie familiari e di narrazioni per oggetti, a giugno 2013 è uscito “Moroso Weaves. Conversazione a­morosa e pop tra tessuti, oggetti e biografie, rileggendo Roland Barthes”.
Femmine un giorno (Bébert Edizioni, collana “A colpi d’ascia”, Bologna 2013) è il suo primo romanzo, senza pseudonimo.

femmine un giorno

LA TRAMA
L’autrice, che ha ricostruito i fatti di cronaca anche con l’ausilio di fonti dirette (interviste agli inquirenti dell’epoca), riesce a contaminare narrativa e cronaca con grande disinvoltura ripercorrendo i fatti e raccontando, con grande perizia, ciò che accadde a Udine tra il 1971 e il 1989: 15 omicidi di donne, la maggior parte prostitute, avvenuti a Udine e dintorni, almeno 4 riconducibili ad un unico assassino, come stabilisce un dossier medico realizzato nel 1995. “Femminicidi”, come li chiamiamo ora, che diedero uno scossone alla tranquilla città di provincia ma furono ben presto dimenticati.

Sulla prima pagina del libro si legge una nota dell’autrice:

Questa storia è in parte vera.
Nasce dal desiderio di narrare una vicenda che nessuno racconta.
Sono nata che già c’era.
Fino a pochi anni fa non la conoscevo e ho vissuto in città tutti gli anni Ottanta.
Il sospettato? L’hanno mormorato per anni.

Le vittime erano donne, donne a metà.
Forse, se soltanto una di noi fosse morta, l’assassino prima o poi l’avrebbero trovato.

Protagonista di questo romanzo è Agata Est, in cui si riconoscono inequivocabili dati autobiografici dell’autrice: si tratta di una giovane donna udinese, da qualche anno trasferitasi a Milano, con alle spalle studi di diritto greco, scrive biografie su commissione e si occupa anche di letteratura rosa, eredità della zia Giorgetta Armour alla madre Amalia. Agata ritorna a Udine, sua città natale, forse per restarci. Qui ritrova la sua famiglia che ruota attorno alle donne di casa, investigatrici e proprietarie dell’agenzia “Mantovani Sisters”, coadiuvate da Luigi Gortani. Mantovani è il cognome della nonna, Maria Gentile, mentre quello del nonno è Leoni. Rimasta orfana di entrambi i genitori nel 1976, per Agata questi sono gli unici affetti.

Una famiglia un po’ sui generis la Leoni-Mantovani:

Tutte le famiglie felici si assomigliano tra loro, ogni famiglia è infelice a suo modo.
Tutto era sottosopra in casa Leoni da quando la nonna era in missione, l’agenzia era in mano al Gortani, la zia Giorgetta era ancora in preda a un innamoramento senile. Questa situazione durava ormai da un mese ed era sentita tormentosamente da tutti i membri della famiglia. […] Agata era afflitta dalla storia dei 4 omicidi: voleva pure lei rinunciare alla ricerca. Non si trattava di una storia da pubblicare, non le si chiedeva di inventare una biografia. Era una vicenda vera, bislacca, successa a donne vissute prima di lei e decisamente meno fortunate. (pag. 154)

A Udine la protagonista ritrova anche l’ex marito Zeno Zuccheri che scopre essere stato l’amante di una delle donne uccise, un’ex compagna di liceo di Agata. Quest’ultima inizia ad indagare su questi omicidi dimenticati e scopre che nulla, o quasi, era cambiato nella città lasciata anni prima: un luogo protetto, ovattato, in cui i fatti di cronaca, anche quelli più gravi, passano sotto silenzio, rimangono relegati nelle pagine del quotidiano locale. Molti sanno ma nessuno parla, un’omertà dettata da un senso di protezione di quella tranquillità provinciale cui nessuno è disposto a rinunciare. La tipica corazza che protegge le piccole città in cui non succede quasi mai niente.

Agata non è un’esperta del mestiere anche se è cresciuta nel mondo dell’investigazione. Si può dire che la decisione di occuparsi di questi femminicidi sia per lei una sorta di apprendistato. Un’indagine che si rivela difficile anche a causa della poca disponibilità a parlare da parte di chi, Agata ne è sicura, sa.

L’unica persona che è disposta ad aiutarla è l’ex maresciallo dei Carabinieri Luca Quinterio che è anche il padre del brigadiere Marcello. Quest’ultimo non sembra disposto a sbottonarsi con Agata e il rapporto complesso e contrastato con il padre non fa che complicare le cose.
In un accorato scritto, il giovane Quinterio si rivolge al vecchio con queste parole:

Padre,
ti scrivo per dirti quello che a voce non riesco. Questa indagine mi terrorizza perché ci sei di mezzo tu, come sempre nella mia vita, e io non ce la faccio a chiederti aiuto. Voglio crescere nella mia carriera. Per me l’Arma è la missione. E tu che hai sempre avuto da ridire sulla mia vita privata, non ti devi permettere di giudicare il mio lavoro. Hai capito bene: ti detesto, è ora che tu lo sappia. E anche questa indagine che mi collega a te, la detesto. Come se non sapessimo come è andata a finire. Neanche tu sei riuscito a prenderlo, il mostro
. (p. 85)

Marcello Quinterio non ha, però, fatto i conti con la determinazione di Agata Est che da giovane e inesperta investigatrice saprà trovare la strada giusta in quella Udine in cui il cielo è blu fluo, come psichedelico, in certe giornate d’inverno.

La narrazione procede alternando la prima alla terza persona, a seconda dei fatti narrati, se sono riferiti ad Agata oppure alle vittime dei femminicidi. Ma talvolta anche quando si parla della Est, la narrazione è in terza persona, quasi la protagonista volesse, essa stessa, essere osservata dal lettore mentre “vive” questa storia, sollevando a poco a poco la polvere che decenni di silenzio e oblio hanno depositato su quelle femmine un giorno, madri per sempre. Si tratta di due versi di un testo di Fabrizio De Andrè, Ave Maria (canzone contenuta nell’album “La buona novella” del 1070) che ha ispirato il titolo del libro.
Forse non un titolo scelto a caso. Femine, in friulano, significa semplicemente donna (al plurale feminis) ed è un termine che riprende il latino femina, senza alcuna sfumatura negativa.

E donne sono (erano) le protagoniste di quei fatti di cronaca. Donne dimenticate perché considerate figlie di un Dio minore. Donne squalificate, infilate negli archivi del silenzio, lontano dalle coscienze, e colpevoli di non essere figlie di un notaio, di un direttore, un presidente … (sono le parole di Pino Roveredo, autore della prefazione, riportate a pag. 7).

***
Lo stile della Commessati è agile e snello. Prevale la paratassi che tradisce la sua esperienza di giornalista.
La lettura di questo libro (non oso chiamarlo romanzo perché contiene troppe verità, seppur celate da nomi fittizi) mi è piaciuta non solo perché ho scoperto fatti che non conoscevo o di cui avevo sentito parlare solo di sfuggita (a dimostrazione del fatto che su certe faccende è bene stendere un velo, cronache che svaniscono dalla mente non appena si volta la pagina del quotidiano), ma anche per la particolare struttura del testo. Elena Commessatti, infatti, alterna parti romanzate (che interessano la protagonista Agata e le sue vicende personali) ai fatti di cronaca attraverso degli “innesti”, preceduti da frammenti di articoli presi dal quotidiano friulano, Messaggero Veneto, in cui ripercorre la storia delle donne uccise. Questa strategia narrativa ha il pregio di creare una sorta di osmosi tra le diverse parti che rendono più verosimile la parte romanzata.
La location del romanzo, inoltre, ha agevolato l’immedesimazione così mi è stato facile seguire la giovane investigatrice attraverso le vie e viuzze, spesso coperte dal porfido (i sanpietrini, per intenderci) o dall’acciottolato dove i tacchi risuonano (e spesso rimangono intrappolati!), passare all’osteria per un tai (un bicchiere di vino, anche se sono astemia!) o gustare un cappuccino in uno dei caffè del centro. Luoghi a me noti che fanno da cornice al racconto.

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22 agosto 2012

LIGNANO IN LUTTO, UNA PENISOLA UN PO’ MENO FELICE

Posted in cronaca, Friuli Venzia-Giulia tagged , , , , , , , , , , , , a 5:13 pm di marisamoles

Non ho intenzione in questo post di parlare del massacro dei coniugi Burgato avvenuto nella loro villetta di Lignano Sabbiadoro (Udine) nella notte tra sabato e domenica. Non lo faccio perché ho letto ogni riga su questo efferato omicidio su tutti i quotidiani nazionali e locali e sempre rabbrividendo, nonostante i 36 gradi di quest’estate infuocata.

Chi, come me, ha passato più di metà dei suoi anni a villeggiare nella splendida Lignano, non può non conoscere, o almeno ricordare, i coniugi Burgato. Leggendo i vari articoli, da parte di chi li conosceva bene sono state dette tante belle parole di affetto e vicinanza. Descritti come persone oneste, grandi lavoratori, coppia affiatata, sempre pronta a dare una mano a chi aveva bisogno d’aiuto … belle testimonianze sulla cui genuinità non ho alcun dubbio. Perché i friulani sono davvero gente onesta, gente con un cuore grande così.

Ora Lignano è sotto choc ed è di questo che voglio parlare. Noi che viviamo in questa terra semplice ed onesta siamo propensi a credere di stare in un’isola felice, un luogo protetto dove, a parte i casi di criminalità minore, da cui non possiamo essere immuni, nulla di male può accadere. Leggiamo quasi con distacco, come fossero sequenze di film violenti, le notizie di cronaca nera che riguardano persone a noi sconosciute, accadute in luoghi non noti, con la presunzione di dire “qui no, non può succedere”. Eppure casi drammatici sono accaduti in passato.
Ricordo, ad esempio, l’assassinio di una quasi vicina di casa e collega, insegnante di Inglese, avvenuto parecchi anni fa da parte di uno studente minorenne a cui la poveretta dava lezioni private. Non ha ancora colpevoli, per fare un altro esempio, l’omicidio della compagna di un noto industriale del manzanese avvenuto qualche anno fa. Non dimentichiamo, poi, l’ordigno fatto esplodere sull’arenile di Lignano Sabbiadoro nel 1996, con la replica nel 2000, da unabomber dal volto ancora ignoto.
Insomma, dopo ogni fatto del genere ci sentiamo un po’ meno protetti, un po’ più esposti ma ce ne dimentichiamo presto, convinti che questa sia davvero un’isola felice.

In verità Lignano si adagia su una penisola, con i suoi otto chilometri di spiaggia dorata, da cui il nome della Lignano più conosciuta. Poi c’è Pineta e Riviera. Una penisola felice, specie in questo agosto caldo e assolato, senza nemmeno l’ombra della pioggia. Una vacanza indimenticabile per chi la sta passando da quelle parti. Ma la felicità, la tranquillità di una piccola cittadina, pulsante di vita specialmente in estate, è stata travolta da questo fatto di sangue. Da qui partono molti interrogativi, si fanno supposizioni, l’opinione pubblica, anche se quella ristretta di un paese di villeggiatura, si sostituisce al lavoro degli investigatori. Ognuno ha la sua idea, ma quella che più mi spaventa è l’irrazionale attribuzione di responsabilità sugli stranieri. Qualcuno, infatti, nei commenti ai vari articoli comparsi sul Messaggero Veneto ha subito gridato allo straniero. La solita paura del diverso si trasforma in un grido di odio che non mitiga di certo la paura stessa.

Non è mio costume esprimermi su un crimine finché non sono stati acciuffati i colpevoli, contestati i reati, svolti i processi … una mia idea ce l’ho ed è terribile. Una cosa che ho subito sentito a pelle anche se spero di sbagliarmi. Non la rivelo perché, com’è ovvio, si tratta di una illazione e, trattandosi di pubbliche esternazioni, non vorrei poi avere delle conseguenze spiacevoli. Tuttavia ritengo che chi grida allo straniero, dice che Lignano è popolata da residenti perlopiù extracomunitari, e per questo non ci si può aspettare nulla di buono, anzi, le cose andranno sempre peggio, non sa quello che dice.

Come tutti i luoghi di villeggiatura, anche Lignano è poco popolata al di fuori della stagione estiva. Presumibilmente la disponibilità di alloggi, a prezzo modico, ha attirato anche gli stranieri che forse per recarsi ogni giorno al lavoro devono farsi chilometri e chilometri, trovando tuttavia conveniente una sistemazione del genere, visto che gli affitti in città sono spesso esosi, senza contare che c’è chi se ne approfitta (e lo può fare dando in locazione un appartamento ammobiliato).

La caccia ai mostri assomiglia sempre più a una caccia alle streghe, basta su pregiudizi e sospetti infondati. Il mostro può essere il vicino di casa che parla italiano e non arabo, il parente più amato, l’amico più fidato. Ogni estate, di fronte ai fatti di sangue, psicologi, criminologi e psichiatri hanno sempre fatto a gara per dimostrare che il troppo caldo dà alla testa, che i crimini aumentano nella stagione calda. Per ora stanno zitti, per fortuna. Perché il Male esiste da sempre e non ha stagione né va in vacanza.

Fra tutti gli articoli che ho letto vi segnalo questo di Pino Roveredo per il Messaggero Veneto. S’intitola “L’ultimo bacio d’amore fra Paolo e Rosetta”. Ne riporto l’incipit:

La tragedia è come il temporale, arriva senza farsi annunciare, poi scoppia, scuote, devasta, e quando se ne va, come una beffa, ti riconsegna una consuetudine da rivivere. Quando passa il temporale, dentro quella consuetudine si è costretti a raccogliere le angosce di una confusione, e tutti i punti di domanda che si smarriscono in cerca di una risposta. Cos’è successo? E com’è potuto accadere? Ma, perché proprio a loro? Dio mio, e se toccava a me?…

A Lignano è passato un temporale, e ha lasciato sopra la ferita atroce della tragedia. In quel luogo di vacanza e mare, una cattiveria senza riposo, ha sfogato la maledizione di una furia assassina su due persone indifese, offendendo il loro diritto di vivere con l’arroganza bestiale e animale di una strage. CONTINUA A LEGGERE>>>

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