22 agosto 2012

LIGNANO IN LUTTO, UNA PENISOLA UN PO’ MENO FELICE

Posted in cronaca, Friuli Venzia-Giulia tagged , , , , , , , , , , , , a 5:13 pm di marisamoles

Non ho intenzione in questo post di parlare del massacro dei coniugi Burgato avvenuto nella loro villetta di Lignano Sabbiadoro (Udine) nella notte tra sabato e domenica. Non lo faccio perché ho letto ogni riga su questo efferato omicidio su tutti i quotidiani nazionali e locali e sempre rabbrividendo, nonostante i 36 gradi di quest’estate infuocata.

Chi, come me, ha passato più di metà dei suoi anni a villeggiare nella splendida Lignano, non può non conoscere, o almeno ricordare, i coniugi Burgato. Leggendo i vari articoli, da parte di chi li conosceva bene sono state dette tante belle parole di affetto e vicinanza. Descritti come persone oneste, grandi lavoratori, coppia affiatata, sempre pronta a dare una mano a chi aveva bisogno d’aiuto … belle testimonianze sulla cui genuinità non ho alcun dubbio. Perché i friulani sono davvero gente onesta, gente con un cuore grande così.

Ora Lignano è sotto choc ed è di questo che voglio parlare. Noi che viviamo in questa terra semplice ed onesta siamo propensi a credere di stare in un’isola felice, un luogo protetto dove, a parte i casi di criminalità minore, da cui non possiamo essere immuni, nulla di male può accadere. Leggiamo quasi con distacco, come fossero sequenze di film violenti, le notizie di cronaca nera che riguardano persone a noi sconosciute, accadute in luoghi non noti, con la presunzione di dire “qui no, non può succedere”. Eppure casi drammatici sono accaduti in passato.
Ricordo, ad esempio, l’assassinio di una quasi vicina di casa e collega, insegnante di Inglese, avvenuto parecchi anni fa da parte di uno studente minorenne a cui la poveretta dava lezioni private. Non ha ancora colpevoli, per fare un altro esempio, l’omicidio della compagna di un noto industriale del manzanese avvenuto qualche anno fa. Non dimentichiamo, poi, l’ordigno fatto esplodere sull’arenile di Lignano Sabbiadoro nel 1996, con la replica nel 2000, da unabomber dal volto ancora ignoto.
Insomma, dopo ogni fatto del genere ci sentiamo un po’ meno protetti, un po’ più esposti ma ce ne dimentichiamo presto, convinti che questa sia davvero un’isola felice.

In verità Lignano si adagia su una penisola, con i suoi otto chilometri di spiaggia dorata, da cui il nome della Lignano più conosciuta. Poi c’è Pineta e Riviera. Una penisola felice, specie in questo agosto caldo e assolato, senza nemmeno l’ombra della pioggia. Una vacanza indimenticabile per chi la sta passando da quelle parti. Ma la felicità, la tranquillità di una piccola cittadina, pulsante di vita specialmente in estate, è stata travolta da questo fatto di sangue. Da qui partono molti interrogativi, si fanno supposizioni, l’opinione pubblica, anche se quella ristretta di un paese di villeggiatura, si sostituisce al lavoro degli investigatori. Ognuno ha la sua idea, ma quella che più mi spaventa è l’irrazionale attribuzione di responsabilità sugli stranieri. Qualcuno, infatti, nei commenti ai vari articoli comparsi sul Messaggero Veneto ha subito gridato allo straniero. La solita paura del diverso si trasforma in un grido di odio che non mitiga di certo la paura stessa.

Non è mio costume esprimermi su un crimine finché non sono stati acciuffati i colpevoli, contestati i reati, svolti i processi … una mia idea ce l’ho ed è terribile. Una cosa che ho subito sentito a pelle anche se spero di sbagliarmi. Non la rivelo perché, com’è ovvio, si tratta di una illazione e, trattandosi di pubbliche esternazioni, non vorrei poi avere delle conseguenze spiacevoli. Tuttavia ritengo che chi grida allo straniero, dice che Lignano è popolata da residenti perlopiù extracomunitari, e per questo non ci si può aspettare nulla di buono, anzi, le cose andranno sempre peggio, non sa quello che dice.

Come tutti i luoghi di villeggiatura, anche Lignano è poco popolata al di fuori della stagione estiva. Presumibilmente la disponibilità di alloggi, a prezzo modico, ha attirato anche gli stranieri che forse per recarsi ogni giorno al lavoro devono farsi chilometri e chilometri, trovando tuttavia conveniente una sistemazione del genere, visto che gli affitti in città sono spesso esosi, senza contare che c’è chi se ne approfitta (e lo può fare dando in locazione un appartamento ammobiliato).

La caccia ai mostri assomiglia sempre più a una caccia alle streghe, basta su pregiudizi e sospetti infondati. Il mostro può essere il vicino di casa che parla italiano e non arabo, il parente più amato, l’amico più fidato. Ogni estate, di fronte ai fatti di sangue, psicologi, criminologi e psichiatri hanno sempre fatto a gara per dimostrare che il troppo caldo dà alla testa, che i crimini aumentano nella stagione calda. Per ora stanno zitti, per fortuna. Perché il Male esiste da sempre e non ha stagione né va in vacanza.

Fra tutti gli articoli che ho letto vi segnalo questo di Pino Roveredo per il Messaggero Veneto. S’intitola “L’ultimo bacio d’amore fra Paolo e Rosetta”. Ne riporto l’incipit:

La tragedia è come il temporale, arriva senza farsi annunciare, poi scoppia, scuote, devasta, e quando se ne va, come una beffa, ti riconsegna una consuetudine da rivivere. Quando passa il temporale, dentro quella consuetudine si è costretti a raccogliere le angosce di una confusione, e tutti i punti di domanda che si smarriscono in cerca di una risposta. Cos’è successo? E com’è potuto accadere? Ma, perché proprio a loro? Dio mio, e se toccava a me?…

A Lignano è passato un temporale, e ha lasciato sopra la ferita atroce della tragedia. In quel luogo di vacanza e mare, una cattiveria senza riposo, ha sfogato la maledizione di una furia assassina su due persone indifese, offendendo il loro diritto di vivere con l’arroganza bestiale e animale di una strage. CONTINUA A LEGGERE>>>

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27 luglio 2010

FUMATORI IN SPIAGGIA: CI VUOLE UN PO’ DI CIVILTÀ PER NON TRASFORMARLA IN UN POSACENERE

Posted in attualità, società tagged , , , , a 11:12 pm di marisamoles


Chi ha il vizio del fumo – compresa la sottoscritta, ahimè – non rinuncia alla sigaretta nemmeno in spiaggia. Particolarmente gradita è, almeno per me, quella che si fuma dopo aver fatto il bagno, gratificante almeno quanto la sigaretta dopo l’amore … ma non fumate in camera da letto, per piacere!

Il problema che si pone un fumatore educato, che fuma fuori casa, è dove spegnere il mozzicone. Le città scarseggiano di cestini per i rifiuti dotati anche di posacenere e così ci si arrangia come si può: si butta la cicca ai margine della strada, ai piedi di un albero, nei tombini … Proprio per questo, alcuni sindaci hanno stabilito delle sanzioni per i fumatori incivili e si sta pensando anche di vietare il fumo in macchina, un po’ perché distrae, ma anche a causa dell’insana abitudine di buttare il mozzicone fuori dal finestrino. Cosa, tra l’altro, pericolosa perché può accadere che la sigaretta, buttata maldestramente, se ne ritorni nell’abitacolo oppure che il guidatore sbadato centri in pieno un ciclista che lo sta superando.

Il problema più urgente è, però, quello relativo all’inquinamento: un mozzicone impiega da uno a cinque anni per degradarsi e se si calcola un consumo medio di 15 sigarette al giorno per fumatore, 180 milioni di mozziconi, 66 miliardi ogni anno finiscono in parte nell’ambiente. Un bel danno, non c’è che dire.

Ma il fumatore in spiaggia come fa a liberarsi del mozzicone? Nella maggior parte delle spiagge ci sono i contenitori per le immondizie ma non i portacenere. Forse negli stabilimenti più chic si trovano ombrelloni dotati anche di posacenere, asportabili in modo da poter essere facilmente svuotati all’occorrenza. Tuttavia, se si possono togliere, è facile che qualcuno se li porti a casa, anche se poi non li utilizzerà mai più. Chi ruba, infatti, lo fa per il puro gusto di impossessarsi di una cosa non propria e con la convinzione, del tutto errata, di fregare il prossimo.

Proprio per sensibilizzare i fumatori al rispetto dell’ambiente marino, l’associazione Marevivo distribuirà, tra il 7 e l’8 agosto, 80mila posacenere in 250 spiagge italiane. L’iniziativa, in collaborazione con Jti, Japan Tobacco International, è denominata “Ma il mare non vale una cicca?”. Sicuramente è lodevole lì’impegno dei volontari ma mi chiedo che cosa facciano le alter migliaia di fumatori che non frequentano quelle spiagge e, soprattutto, che si recano al mare per tutto il resto dell’estate. Eppure basterebbe poco per evitare che le spiagge si riempiano di cicche.

Lo stabilimento che frequento solitamente a Lignano Sabbiadoro rifornisce tutti i fumatori che affittano un ombrellone di un “posacenere” costituito semplicemente da uno stampino per muffins in alluminio (tipo domopack, per intenderci). Disseminati sulla spiaggia si trovano, inoltre, degli originali posacenere a forma di sigaretta in cui si può leggere una scritta che recita più o meno così: “Se non fumi è meglio, ma se fumi almeno spegni il mozzicone qui”.

Quando mi reco in Austria, in piscina o nelle spiagge attrezzate sulle sponde dei laghi, vicino alla cassa si trovano dei posacenere dotati di una base appuntita, tipo quella dell’ombrellone, che permette di sistemarli ovunque, conficcandoli sul prato, e non ne ho mai visto uno abbandonato: tutti quelli utilizzati vengono riposti nello stesso posto in cui si trovano quelli vuoti. Non ho mai nemmeno visto qualche furbetto appropriarsi del posacenere nascondendolo tra gli asciugamani.

Dalla civiltà di un popolo si misurano le strategie adottate per la risoluzione di un problema. Noi siamo forse ancora un po’ lontani da quel grado di civiltà.

[fonte: Affari Italiani.it]

25 agosto 2009

UMANITÀ SOTTO L’OMBRELLONE

Posted in affari miei, bambini, famiglia, figli, Friuli Venzia-Giulia, vacanze tagged , , , , , , , , , , , , , , a 8:37 pm di marisamoles

OmbrelloniDiciamolo chiaramente: in spiaggia, sotto l’ombrellone, in pace non si può stare. A meno che non si scelga qualche spiaggia semideserta, sconosciuta ai più. Ma se ci si trova in una località turistica nota, meta ogni anno, specie in agosto, di migliaia di turisti, allora in pace non si può proprio stare. Ma, tant’è, alla fine un po’ di chiasso ce lo andiamo pure a cercare.

Mancavo da Lignano da dodici anni (l’ho già detto ) e sotto l’ombrellone non ho notato tante novità. Contrariamente agli anni passati, però, non ho letto nemmeno due righe del romanzo che mi portavo quotidianamente in spiaggia e non mi sono dedicata neppure alle parole crociate che, dopo molti anni, quest’estate ho riscoperto come passatempo rilassante. Mi sono dedicata, invece, all’osservazione dell’umanità che mi stava attorno e mi piace rendere partecipi anche i miei lettori di queste mie osservazioni balneari.

Conversazioni. Le chiacchiere da spiaggia, si sa, sono sempre state il passatempo preferito dei bagnanti. Tuttavia quest’anno ho notato una maggiore indifferenza nei confronti del vicino d’ombrellone. Sarà che l’individualismo sta sempre più prendendo piede –in altre parole, ognuno si fa i fatti suoi- ma ho potuto notare che spesso i nemici delle chiacchiere da spiaggia sono principalmente due: il cellulare e l’i-pod.
Nell’ombrellone di fronte al mio una signora piuttosto petulante ha speso metà del suo tempo a parlare al cellulare. Così ho potuto sapere che in famiglia ci sono degli ammalati, anche piuttosto gravi –che dispiacere!- e che è in corso una lite con il fratello a causa di un’eredità, cosa di cui si occuperà un notaio che, per giunta, pretende un onorario piuttosto costoso.
Nell’ombrellone a fianco, una coppia di fidanzati si sono scambiati pochissime parole, forse a tutela della propria privacy, ma in compenso, muniti di i-Pod e cuffie, si sono goduti della buona musica, scelta ognuno secondo i propri gusti. A parte l’azzeramento della comunicazione interpersonale, sono grata ai ragazzi per aver risparmiato alle mie orecchie la musica a tutto volume che fino a qualche anno fa mi faceva temere il rischio di una sordità precoce.

Giochi di bimbi. Giocare con la sabbia è stato per generazioni la cosa più straordinaria e deliziosa da fare sotto l’ombrellone. In questo i bambini d’oggi non sono per nulla diversi da quelli di un tempo. Armati di palette e secchielli, creano i loro giochi divertendosi un mondo e lasciando in pace, almeno per un po’, i genitori.
Fin qui nulla da dire, a parte il fatto che la sabbia smossa dai bambini dell’ombrellone a fianco ti arriva nel naso, negli occhi e nelle orecchie. Solo che una volta i genitori, sempre presenti, sorvegliavano i giochi, pronti a richiamare i figli qualora creassero disturbo agli altri bagnanti. I miei vicini, però, lasciavano costantemente soli i bambini, propri e degli amici, quindi non ho potuto fare a meno, mio malgrado, della razione quotidiana di sabbia.
Quello che mi ha stupita realmente è stata la varietà di giochi che i bimbi moderni sanno inventarsi, influenzati, purtroppo, anche da ciò che vedono in TV. All’inizio tutto sembrava rientrare nella consuetudine: chi, giocando con la sabbia, non ha mai preparato minestre, polpette e caffè da offrire ai compagni di gioco? Tutti noi abbiamo sfogato in questo modo la creatività balneare. I miei vicini d’ombrellone, tuttavia, dopo un inizio per così dire canonico, si sono lasciati andare a giochi meno tradizionali: ecco che con la sabbia potevano plasmare esseri umani, secondo la loro fantasia, ovviamente, a cui amputare un braccio per fare chissà quale esperimento, o prelevare il sangue per avere un campione da cui isolare il DNA, o sezionare un cadavere alla ricerca della causa della morte, ritenuta evidentemente non naturale. Insomma, mi sembrava un misto tra ER, RIS e CSI, con qualche divagazione verso Cold Case, visto che in un’occasione ho sentito parlare di riesumazione di cadaveri brulicanti di vermi.
Certo, i bimbi sono cambiati, ma che orrore i loro giochi!

Plurilinguismo. Fin da piccola a Lignano mi sono abituata a sentir parlare lingue diverse, soprattutto il tedesco, anche se non sono mai riuscita a distinguere tra il tedesco che si parla in Germania e l’austriaco. Poi, dovendo comunicare con gli stranieri, era d’obbligo l’uso dell’inglese che, però, non si parlava mai con i britannici anche perché a quel tempo migravano verso altri lidi.
Accanto alle lingue nazionali, la spiaggia risuonava delle più svariate parlate locali: il più gettonato era il veneto, anche se non ho mai capito perché tanti veneti dovessero venire in Friuli nonostante le loro bellissime spiagge, il lombardo e, naturalmente, il friulano. Pochi erano e sono tuttora i triestini che preferiscono Grado a Lignano.
Ora la situazione è un po’ cambiata: accanto alle lingue e i dialetti che ho già menzionato, ho potuto sentire anche svariate lingue dell’est, che non saprei distinguere ma che ho potuto ricondurre a orecchio al ceppo slavo, e il romeno. Ciò mi fa supporre che ci siano degli immigrati, meno sfortunati di tanti altri, che si sono ben inseriti nel contesto italiano e si possono permettere le vacanze a Lignano che, specie in agosto, sono tutt’altro che a buon mercato.
Sotto l’ombrellone due file più avanti del mio stazionava, però, una famigliola un po’ speciale: mamma italiana, anzi triestina, papà americano e figli piccoli perfettamente bilingui. Per me stare ad ascoltarli, senza sentirmi impicciona come potrebbe sembrare, è stato un passatempo delizioso. Ero affascinata da quel menage particolare che si era creato tra i componenti del gruppo familiare: marito e moglie parlavano a tratti in inglese a tratti in italiano, anzi era lei che parlava entrambe le lingue perché il marito usava sempre e solo l’inglese, mentre i figli, che tra loro comunicavano in inglese, usavano quest’idioma per rivolgersi al padre e l’italiano quando dovevano dire qualcosa alla madre. La comunicazione linguistica è stata resa ancora più variegata dall’arrivo della zia materna: con lei i bimbi parlavano in italiano, tra l’altro perfetto a parte qualche lieve inflessione americaneggiante, la sorella le si rivolgeva metà in italiano e metà in triestino, mentre con il cognato la nuova arrivata tentava di comunicare in inglese ma essendo, a suo dire, arrugginita, ha accettato ben volentieri qualche lezione veloce d’inglese in cambio di un corso accelerato di triestino per stranieri.
Per una volta, sentire i fatti altrui non mi è per nulla dispiaciuto.

Bikini e linea. Nelle due file successive alla mia, sdraiate sul lettino decisamente deformato c’erano due ragazze, ognuna sotto il proprio ombrellone, un po’ sovrappeso, diciamo così. Per una volta ho potuto consolarmi e considerare la mia una silouette niente male, nonostante le due fanciulle in questione avessero qualche decina d’anni in meno di me.
Il diritto di indossare il bikini è, indubbiamente, sacrosanto ma dovrebbe, secondo me, sottostare al buonsenso dell’interessata. Insomma, pazienza la cellulite che, grazie al cielo, ho potuto notare anche sulle ragazze giovani e per nulla grasse (è evidentemente un problema diffuso e moderno), pazienza la sesta di reggiseno che faceva sembrare, nella fantasia del tessuto, un timido e minuto fiore una specie di girasole dai colori innaturali, ma ciò che secondo me ha contribuito a creare una nota quasi disgustosa nel già sconcertante spettacolo era il perizoma. di cui entrambe facevano uso. Per un istante mi è apparso come un flash il fondoschiena della Senicar, nuova testimonial dell’Intimo Roberta. Ho pensato che forse qualche ragazza non capisce che il perizoma non è di per sé uno strumento magico che, indossato da chiunque, fa apparire qualsiasi sedere perfetto come quello della Senicar. E poi mi chiedo: a cosa serve abbronzarsi le chiappe quando nessuno poi esce con il sedere di fuori?
Osservando una delle due leggiadre fanciulle, ho notato che mentre camminava le due cosce strusciavano tra loro e ho immaginato il fastidioso arrossamento che lo sfregamento deve creare, specie dopo aver fatto il bagno. Allora mi è venuta in mente un’altra pubblicità, quella di una crema che dovrebbe evitare gli arrossamenti, formando una sorta di pellicola. Ecco, quella era la reclame certamente più adatta alle mie “vicine” d’ombrellone.

Topless per neonati. Una volta la spiaggia di Lignano pullulava di topless, ora non più. A parte qualche ragazza che prendeva il sole sul bagnasciuga e qualche donna in età un po’ esibizionista, tutte le donne usavano il bikini. Unica eccezione: il topless momentaneo di due mamme che avevano l’ombrellone dall’altra parte della passerella. Una di fronte all’altra, come se i due neonati si mettessero d’accordo per strillare affamati in un perfetto sincronismo, si scoprivano il seno e allattavano i loro bimbi continuando a conversare tra loro, mentre i mariti facevano una partita a carte. Quello di una mamma che allatta è lo spettacolo più tenero del mondo e se penso a quella povera turista che è stata allontanata dalla sala da pranzo dell’hotel perché infastidiva i clienti, mi rendo conto che c’è gente sciocca che non capisce nulla della bellezza della natura, tanto meno di quella umana.

Carrozzine e carrozzelle. Mai visti a Lignano tanti bambini, soprattutto mai viste tante famiglie numerose: genitori, per di più giovani, con tre o quattro figli, sono ormai cosa rara. Ma c’è da scommetterci che la maggior parte di queste coppie così prolifiche sia straniera. Altrimenti non si spiegherebbe come mai in Italia la natalità sia a quota 0.
Andare in spiaggia con carrozzine e passeggini è un’impresa ardua. Chi ha fortuna, però, riesce a guadagnarsi l’ombrellone a fianco della passerella, non importa in quale fila tanto sul bagnasciuga il bimbo lo si può portare pure in braccio. I meno fortunati, invece, devono trascinare le quattro ruote (talvolta anche tre, vista la nuova tipologia di passeggini) sulla sabbia, formando le classiche scie che dalla passerella arrivano esattamente all’ombrellone, segnando una sorta di corsia preferenziale.
Fin qui, tutto normale. Quello che sinceramente mi ha stupito maggiormente è stata la gran quantità di carrozzelle per disabili, spesso molto giovani. Su una cosa ho riflettuto in particolare: gli invalidi ci sono sempre stati, solo che non si facevano vedere, anche perché vivere su una carrozzella non era considerata vita vera, con tanto di sacrosanto diritto di vedere il mondo. Ora le carrozzelle sono aumentate e, purtroppo, l’età media dei loro possessori si è abbassata. Questo la dice lunga sul rischio sempre in agguato di incidenti automobilistici che se non sono letali, riducono molte giovani vite sulle quattro ruote, ma non più quelle dell’auto.
Una scena fra tutte mi ha particolarmente impressionata: nell’ombrellone dietro a quello di una delle mamme che allattavano i loro bimbi, un’altra mamma, con infinta pazienza e un sorriso sempre stampato sulla bocca, dedicava tutto il suo tempo, ogni gesto e tutte le parole che fluivano dolcemente dalle sue labbra ad un figlio un po’ speciale: non piccolissimo, forse sui cinque – sei anni d’età, lo portava tutti i giorni in spiaggia su un passeggino diverso da tutti gli altri, se non altro per le dimensioni, e da qui lo spostava sul lettino da mare, adagiandolo con delicatezza. Un bambino diverso, senza dubbio, quasi immobile, con gli occhi sbarrati e le braccine rattrappite, così come le gambette. La sua mamma lo coccolava, lo accarezzava, lo spostava dall’ombra al sole, non prima di avergli spalmato su tutto il corpo la crema protettiva, lo portava in braccio sul bagnasciuga e gli faceva fare il bagno, sotto lo sguardo a volte disgustato delle mammine che sorvegliavano i giochi dei loro bimbi in riva al mare. Certo, quello spettacolo strideva se paragonato a quello dei bimbetti con i costumini colorati e berrettini in testa, intenti a scavare buche e a costruire castelli. Strideva pure in confronto ai ragazzini sgambettanti che rincorrevano la palla o che si tuffavano nell’acqua troppo bassa, impantanandosi nella sabbia melmosa.
Ma per me quella mamma è stata lo spettacolo più bello che potessi godermi sotto l’ombrellone, soprattutto perché mi ha fatto comprendere come l’amore materno non abbia confini né limiti né ostacoli. Ho pensato anche che tante volte noi mamme, sempre pronte a rimproverare e criticare, mai contente dei nostri figli “normali”, non siamo capaci di amarli così tanto. O perlomeno non lo facciamo vedere così bene.

24 agosto 2009

LA “MIA” LIGNANO IERI E OGGI

Posted in affari miei, figli, vacanze tagged , , , , , , a 3:54 pm di marisamoles

la spiaggia vista dal "mio" terrazzo

Ho iniziato a passare le mie vacanze a Lignano Sabbiadoro quando ero ancora nella pancia di mia mamma. Con la graziosa cittadina balneare ho avuto, nel tempo, un rapporto di amore ed odio, come capita spesso negli affari di cuore. Amare un luogo non è, infatti, molto diverso dall’amare un uomo o una donna.
Le mie vacanze a Lignano sono durate ininterrottamente per 24 anni: ogni anno vi ho trascorso un mese della mia estate con la famiglia. Lì ho scoperto la sabbia, così diversa dalle spiagge triestine fatte di cemento e ciottoli, lì ho intrecciato le prime amicizie d’infanzia che non dimenticherò mai, lì ho incrociato per la prima volta gli sguardi maschili che hanno fatto battere forte il mio cuore di bambina e di adolescente. Lì ho vissuto grandi amori e cocenti delusioni amorose. Detto questo, apparirà chiaro che il mio legame con questa cittadina balneare, che si adagia con i suoi otto chilometri di spiaggia sulle rive dell’alto Adriatico, è particolarmente stretto.

Eppure, anche se la compagnia degli amici (eravamo molti, anche più di venti) allietava le mie giornate e le mie nottate a Lignano, alla fine il posto ha iniziato ad annoiarmi. Devo ammettere, però, che tutte le volte –poche, in verità- in cui ho cambiato spiaggia, mi sono convinta che l’arenile di Lignano con la sua sabbia dorata è davvero unico.
In viaggio di nozze, ad esempio, eravamo alle Baleari, a Palma de Mallorca. Giungemmo di notte all’hotel che si trovava a pochi metri dalla spiaggia. Non riuscimmo a vedere nulla e attendemmo la mattina successiva per goderci il panorama dal balcone della stanza. Fu una delusione. Ricordo che mi rivolsi a mio marito e gli dissi: era meglio andare a Lignano. Ovviamente l’isola in sé è meravigliosa e l’abbiamo girata tutta, ma la spiaggia di Cala Mayor non è poi un granché.

L’anno dopo, decisi a snobbare Lignano che conoscevamo come le nostre tasche, scegliemmo come meta per le vacanze l’Isola del Giglio, nell’incantevole arcipelago toscano. Devo ammettere che il posto è stupendo e che lo stesso Tirreno è assai diverso dall’Adriatico, principalmente perché, nonostante le spiagge sabbiose, per fare un tuffo non si deve camminare dieci minuti con l’acqua che a malapena ti arriva alle ginocchia (come accade, invece, sull’Adriatico) e l’acqua è limpidissima e non torbida come quella di Lignano. Eppure, anche quella volta rimpiansi Lignano, soprattutto quando alla sera, tornando dalla spiaggia del Campese, trasformavamo il pavimento del bungalow in una specie di campo da tennis: la sabbia, infatti, in quella baia è particolarmente rossa.

Dopo una pausa di qualche anno, a Lignano ci sono tornata con i bimbi. Inutile dire che l’esperienza è stata molto diversa da quella avuta in passato quando, ancora libera da impegni, facevo un po’ quello che volevo. Andavo in spiaggia in tarda mattinata, non tornavo a pranzo, preferendo rientrare alle cinque di pomeriggio per farmi una doccia in santa pace visto che lavarsi alle sette di sera era un’impresa quasi impossibile: l’acqua scarseggiava perché tutti si facevano la doccia contemporaneamente. Per non parlare della sera: alle nove, vestita in modo impeccabile, scendevo al mitico “muretto” sotto casa dove la compagnia si ritrovava, ce ne stavamo là due ore a decidere cosa fare e rientravamo alle due di mattina, se andava bene.
Tornare a Lignano con marito e figli fu un’esperienza alquanto deludente, se confrontata al passato, naturalmente, e per questo cominciai ad odiare quel posto che avevo in passato amato così tanto.

La mia giornata di madre in vacanza, si fa per dire, iniziava quando il piccolo (un anno e mezzo di età) si svegliava, cioè alle sei di mattina. Dopo avergli dato il biberon, mi dedicavo al bucato quotidiano, naturalmente a mano perché a quei tempi la lavatrice negli appartamenti in affitto non c’era. Lui dormiva ancora un’oretta, nel frattempo si svegliava l’altro, faceva la colazione, poi li vestivo tutti e due, mettevo su uno straccio qualsiasi, tanto la città era ancora deserta e non c’era pericolo d’incontrare qualcuno di mia conoscenza, e si usciva per comprare pane, latte e giornale. Questo accadeva più o meno alle sette e mezza. Il giro in “centro” durava una mezzoretta, poi si rientrava e ci si preparava per la spiaggia. Uscire con passeggino, borsone gigante pieno di giochi di tutti i tipi, salvagente, canotto, materassino e borsa termica –per la merenda- mi faceva sentire una profuga. In più, il primo anno non avevamo trovato una appartamento vicino alla spiaggia, quindi mi facevo più di un chilometro fra l’andata e il ritorno, due volte al giorno e anche tre se malauguratamente mi dimentcavo qualcosa a casa. Al mare non riuscivo a stare un momento seduta, tranne quando arrivava mio marito, ma succedeva, almeno al mattino, quando per me e i bimbi era già l’ora di rientrare, verso le undici, massimo undici e mezza.

Al pomeriggio andava un po’ meglio perché mio marito si fermava a casa a dormire insieme ai bambini e mi raggiungeva più tardi con loro e tutto l’armamentario. Così anche lui poteva provare l’ebbrezza di sentirsi un po’ profugo.
Quando si rientrava alla sera l’incubo era quello della doccia, non solo per la scarsità d’acqua –il problema non è mai stato risolto in verità- ma soprattutto perché in assenza di una vasca da bagno, lavare un bimbo di diciotto mesi era davvero un’impresa. Quindi, mio marito cercava di lavare lui e se stesso contemporaneamente, tenendo il piccolo in braccio, poi, visto che ormai era bagnato e insaponato a metà, lavava anche l’altro mentre io avevo l’incarico dell’asciugatura. Quando finiva questa sorta di catena di montaggio, il tempo per la mia doccia non c’era quasi mai perché dovevo preparare la cena, quindi la rimandavo e dovevo sopportare la sabbia dappertutto, cosa che, sinceramente, ho sempre odiato.

Le uscite dopo cena erano, a quei tempi, rarissime. Almeno per il primo anno la passeggiata serale fu un’impresa ardua. Il piccolo, infatti, appena finita la cena si addormentava e se provavamo a spostarlo dal seggiolone al passeggino, iniziava a sbraitare finché non lo mettevamo nel lettino con sua massima soddisfazione e nostra disperazione perché alla fine non si usciva e a me non rimaneva altro che stirare il bucato della mattina.
Più avanti negli anni, però, la situazione migliorò. Meno ingombri, come il passeggino, meno cacche nel costumino, perché nel frattempo entrambi avevano imparato ad usare la toilette, meno levatacce al mattino perché si dormiva almeno fino alle otto. La cosa tragica, però, fu il “riposino pomeridiano” cui cercavo di sottoporre i miei figli, seguendo l’infausto esempio di mia madre che costringeva me e mio fratello ad andare a letto –naturalmente pieni di sabbia perché la doccia si faceva solo la sera- e ci imponeva un rigoroso silenzio perché, almeno fino alle quattro (!), non si poteva fare rumore per rispettare il riposo degli altri . Io ero una bambina ubbidiente quindi sottostavo a questa regola ingiusta –almeno finché non ebbi dodici o tredici anni-, mentre mio fratello se ne fregava altamente delle regole e con la mazza da minigolf, la cui comparsa in casa resterà sempre un mistero, si dilettava ad imbucare la pallina non so dove, procurando un fastidioso rumore per l’inquilino del piano di sotto. I miei figli, evidentemente, devono aver preso da mio fratello perché, pur chiusi per due ore in camera loro, non se ne stavano zitti un momento, continuavano a fare un casino infernale e di dormire non avevano la benché minima intenzione. Di fronte alla minaccia “allora fate i compiti per le vacanze”, preferivano la seconda alternativa ma non si impegnarono mai seriamente nell’esecuzione delle attività “rovina vacanze” che le maestre si ostinavano a raccomandare caldamente, quindi io mi disperavo ugualmente.

L’ultima vacanza passata a Lignano con i figli fu quella del 1997. A parte i prezzi esorbitanti –e da questo punto di vista nulla è cambiato, purtroppo-, che ci costringevano a dar fondo a tutti i risparmi di un anno, con la speranza che non capitasse qualche imprevisto durante l’inverno, quei quindici giorni da incubo ci convinsero che a Lignano, almeno per un po’, non ci avremmo più messo piede.
I bambini erano cresciuti quindi loro non costituivano alcun problema. Purtroppo, però, i problemi ce li hanno creati i figli degli altri, per l’esattezza quelli che, appena maggiorenni o anche senza esserlo ancora, vanno in vacanza da soli. I nostri vicini di appartamento erano appunto una combriccola di adolescenti scatenati e maleducati che facevano casino giorno e notte.
Forte dell’esperienza di genitore energico, mio marito provò a protestare facendo leva sull’educazione che sicuramente i loro padri e le loro madri avevano correttamente impartito, quindi la sua richiesta fu semplice: ricordatevi degli insegnamenti ricevuti. Risultato: spallucce e ripicca. Il casino si moltiplicò e quando l’orda barbarica usciva la sera, immagino per rendere infelici anche i turisti che alloggiavano nei condomini del centro e del lungomare, per allietare le nostre serate e nottate lasciava accesa la radio a tutto volume. Naturalmente i premurosi fanciulli posizionavano l’infernale apparecchio nella stanza attigua alla nostra camera da letto e, ritornando alle cinque di mattina, la spegnevano per godersi, evidentemente, il meritato sonno. Ricordo che, contravvenendo a tutte le regole, pregai vivamente i bambini di fare quanto più casino possibile. I pargoli, increduli, ubbidirono immediatamente ma d’altra parte a loro non costava alcuno sforzo, anzi, liberi di sfogarsi, si lasciavano andare ad urla selvagge a lungo represse, chiedendosi come mai avessi cambiato idea sulla questione del rispetto della quiete altrui. Il problema fu, però, che durante la mattinata noi stavamo in spiaggia e al nostro ritorno i simpatici vicini si svegliavano, quindi per loro la mezzora di strilli mattutini dei miei bambini costituì solo un piccolo fastidio mentre noi continuavamo a passare le nottate in bianco.

Tornare a Lignano quest’anno, senza i figli che, ormai grandi, snobbano le vacanze con i genitori, è stato alquanto rilassante. Le cose non sono cambiate un granché: in spiaggia c’è il solito vociare, con la differenza che oggi la gente parla al telefonino invece di conversare con i vicini di ombrellone, e la sera nelle vie del centro si cammina a malapena, sgomitando per trovare un passaggio, specie se non si ha alcuna intenzione di passeggiare ma solo l’esigenza di trovare qualche negozio in cui vendano ciò che ci si è, immancabilmente, dimenticati a casa. Uscire con l’automobile è un’impresa perché se nel cortile del condominio hai il posto macchina, trovare un posteggio in città è praticamente impossibile, a meno che non ci si arrenda al pagamento del ticket che però si paga fino alle undici di sera, o si decida di lasciare l’auto a due chilometri dal luogo in cui ci si deve recare, sperando di ricordarsi l’esatta ubicazione del posteggio. Ma per questo devo ammettere che mio marito ha un eccellente senso dell’orientamento nonostante conosca Lignano molto meno di me.

Un’altra differenza rispetto al passato riguarda i supermercati. Una volta si era costretti a fare la spesa nel negozietto di alimentari sotto casa che aveva i prezzi da boutique. Ora i discount si trovano dappertutto, forniti di ampi parcheggi, e almeno per mangiare a casa si spende quanto in città. Andare al ristorante è, invece, molto diverso: oltre ai prezzi triplicati rispetto alla città, anche quando le insegne pubblicizzano menù a prezzo fisso con scelta di pietanze in grado di soddisfare tutti i palati, alla fine, con l’aggiunta di coperto e bevande, si paga molto di più e le portate sono davvero misere. Se poi per risparmiare ci si accontenta di una pizza, allora il salasso non c’è ma, chissà perché, ci si alza dalla sedia con la convinzione che la pizza la sappiano fare bene solo i pizzaioli della propria città.

Insomma, il ritorno nell’amato-odiato luogo delle vacanze è stato piacevole. Ancora una volta, come mi accadeva molti anni fa, ho ripensato al sogno di avere una casa tutta mia. Così mio marito ed io abbiamo pensato che se avessimo centrato il 6 al Superenalotto avremmo potuto comperare un appartamento lì e passarci quasi tutta l’estate, almeno ogni week end e l’intero mese d’agosto. Purtroppo non abbiamo vinto quindi il sogno resterà tale almeno fino alla pensione. Allora, però, ci sarà il rischio di essere decrepiti e poveri -è bene non farsi tante illusioni con i tempi che corrono- o comunque di passare l’estate a Lignano non ne avremo più alcuna voglia. O forse, ci potrebbe accadere ciò che capita a chi l’appartamento ce l’ha e lo lascia disabitato perché di Lignano ne ha piene le tasche. È un po’ come desiderare un frutto proibito: una volta che l’hai conquistato, non c’è più gusto ad assaporarlo. In altre parole, preferisco tenermi il sogno senza correre il rischio di non farmi piacere una realtà tanto agognata.

16 maggio 2009

SULLE NOTE DI UN’ALTRA EMOZIONE

Posted in adolescenza, affari miei, amicizia, amore, Milano, vacanze tagged , , , , , , , , , , , a 11:23 am di marisamoles

mare-inverno
Le canzoni, quelle che ci piacciono particolarmente, rimangono indelebili nella nostra mente e, nota dopo nota, vanno a comporre la colonna sonora della nostra vita.

Dopo l’inattesa onda di emozioni che mi ha colpita ascoltando, in modo del tutto casuale, la canzone di Marco Carta “Dentro ad ogni brivido”, un’altra emozione questa volta me la sono andata a cercare. Devo essere proprio stanca, visto che vado alla ricerca di “evasione”. Anche questa volta corro indietro nel tempo: l’estate del 1975. Ero “piccola”, ma già molto intraprendente visto che stavo assieme a Guido, il mio primo vero boy friend. Almeno non era un amore platonico, considerato che già alle elementari avevo iniziato ad innamorarmi, sempre delle persone sbagliate, comunque.

Torno indietro a quella lontana estate. Ero a Lignano Sabbiadoro, dove passavo un mese di vacanza con la mia famiglia. Il mio boy friend mi aveva raggiunto, in compagnia di un amico –allora, evidentemente, anche i ragazzi di buona famiglia, non solo le ragazze, andavano in giro solo se accompagnati- e aveva trascorso una settimana in campeggio. Avevo perso di vista per un po’ le mie amiche e, una volta partito Guido, guarda chi mi ritrovo! La mia amica Elena che nel frattempo si era messa assieme ad un ragazzo milanese. Niente di male, aveva pur diritto anche lei di divertirsi. La cosa più triste per me era, però, il fatto che il milanese si trascinava appresso un bresciano, Angelo, che inizia a farmi una corte spietata. Ricordo che feci di tutto per sottrarmi a quell’assedio e alla fine lui capì e desistette. Meno male!

Come capita quando si incontra gente nuova in vacanza, ci scambiamo gli indirizzi. Io sinceramente non credevo che quei due li avrei più rivisti. Elena sì, dal momento che viveva nella mia stessa città. Ma non avevo fatto i conti con la mia assidua frequentazione milanese; almeno un paio di volte all’anno me ne andavo a Milano, ospite di una zia, e vi rimanevo per un po’ di tempo, durante le vacanze di Natale e Pasqua. Io adoravo Milano e la giravo tranquilla in lungo e in largo, anche da sola. Non avevo paura, ma forse allora le grandi città erano più sicure, e le linee della metropolitana non avevano segreti: avendo amici a Cinisello, Cologno e Sesto San Giovanni, dovevo per forza spostarmi un bel po’.
Quando durante le vacanze di Natale del 1975 mi recai a Milano, rispolverai il foglietto con l’indirizzo di Roberto, il boy friend di Elena, e andai a cercarlo. Sorrido pensando che oggi non ci si perde mai di vista. Cellulare e computer facilitano i contatti. Ma allora non c’erano e, non avendo il suo numero di telefono, mi recai a casa sua, vicino all’Arco della Pace, praticamente alla fine di Corso Sempione.

Non riesco a descrivere la sua sorpresa ma anche la sua gioia nel vedermi. Non riusciva a credere che fossi lì, a Milano, e che mi fossi ricordata di lui. Sapevo che con Elena era finita, ma d’altra parte quando hai quindici anni e abiti a 400 chilometri di distanza l’amore, se mai c’era stato davvero, se ne va … come una candela, a poco a poco si consuma fino a spegnersi. Non sapevo, allora, che la nostra amicizia appena iniziata era destinata a durare a lungo. In pratica siamo rimasti in contatto per sei anni prima di perderci di vista … causa il suo matrimonio. Per dire la verità lui non mi aveva avvisata, l’ho saputo dalla madre al telefono. Che tristezza!

Il legame che si era instaurato tra me e Roberto sembrava la classica eccezione che conferma la regola: l’amicizia tra un “uomo” e una “donna” può esistere davvero. Ne eravamo convinti e ne andavamo fieri. Io continuavo a stare assieme a Guido, lui preferiva flirtare con ragazze diverse. Sembrava allergico ai legami. Ci scrivevamo: la posta a quei tempi era l’unica soluzione, e sto parlando di posta posta, quella fatta di fogli di carta, a volte colorati e con dei disegni più o meno bizzarri, di buste e francobolli, oltre che di una settimana d’attesa tra la spedizione e l’arrivo a destinazione. Altro che e-mail! Facevamo i calcoli: ognuno rispondeva subito, la lettera partiva al massimo il giorno dopo, sette giorni più tardi si trovava nella cassetta della posta dell’altro.

L’amicizia si consolidò l’estate successiva … almeno così pareva. Avevamo un intero mese davanti, da passare sempre insieme. Io che ero abituata ad avere compagnie numerose, preferivo stare con Roberto. Di giorno in spiaggia, la sera in giro tra piano bar, discoteca, luna park … mai un momento di noia, mai un rimpianto nei confronti delle vecchie amicizie. Più che un’amicizia sembrava un idillio e fu questa strana alchimia a cambiare le cose. A poco a poco mi accorsi che non era più come prima. Stavamo distesi sulla sabbia dorata, all’ombra delle cabine; ci divertivamo a criticare la gente che passava: guarda quello, guarda quella … le note del juke box del bar della spiaggia, la classica “rotonda sul mare” alla Fred Bongusto, allietavano le nostre ore. Ricordo che una canzone in particolare era il tormentone dell’estate: “Donna amante mia” di Umberto Tozzi. Era ancora lontano il tempo di “Gloria” o di “Si può dare di più”. Credo che Tozzi fosse praticamente ai suoi esordi, ma quel motivo era davvero un successo.

Roberto iniziò a guardarmi con occhi diversi: il suo sguardo era più eloquente di qualsiasi parola. Io per lui avevo iniziato ad essere “quella donna”, “quell’amante”. Nella sua mente non ero più l’amica di prima e la consapevolezza di ciò mi mandò in crisi. Perché, nonostante cercassi di respingere quell’ipotesi, che noi due potessimo amarci e non più soltanto come amici, i dubbi c’erano, eccome. Ma fui determinata: l’amicizia poteva e doveva durare, altro non era possibile. Insomma, i risvolti alla “Harry ti presento Sally” non li tenevo in nessun conto. A costo di soffrire e di procurare in lui un dolore tale da fargli rischiare un esaurimento nervoso.

Non ci fu più nessuna estate insieme, ma non perdemmo i contatti. Lui ogni tanto tornava alla carica, ma io rimanevo ferma nella mia decisone. A Milano non tornai per un paio d’anni, almeno non tornai da lui. Pensavo che la cosa migliore fosse mantenere le distanze, non incontrarsi. Lo capii quando in una lettera mi informò che se non avessi deciso di stare con lui, e non solo come amica, naturalmente, avrebbe tentato il suicidio. Rimasi sconvolta e informai il padre. Lui avrebbe capito e avrebbe saputo aiutare suo figlio. La madre no, troppo ansiosa, troppo presa a difendere la sua creatura. Credo che avesse intuito qualcosa e già avesse iniziato ad odiarmi.

La crisi passò, l’amicizia continuò almeno fino a quando qualcosa cambiò nuovamente. Nel frattempo, dopo due anni, il mio rapporto con Guido si era concluso. Non ero libera, però, perché avevo incontrato un’altra persona. Non avrei mai creduto che da quel nuovo legame sarebbe sorta una grande sofferenza. Così, a Natale, di nuovo sola, tornai a Milano, tornai da lui. Forse cercavo un po’ di consolazione e basta, ma mi convinsi che fosse arrivato il momento di dirgli di sì, di tentare una nuova avventura. Se l’amicizia aveva sfidato gli ostacoli del cuore e la lontananza, l’amore avrebbe reso giustizia alla sofferenza passata. Nel mio egoismo e, perché no, egocentrismo, non avevo fatto i calcoli con i suoi sentimenti: io avevo rifiutato il suo amore sincero ed ora ero pronta a dirgli di sì solo perché mi sentivo libera d’amarlo; lui, però, non poteva accettarlo, non voleva essere un ripiego o forse l’orgoglio gli impediva di confessare che mi amava ancora. Disse di no. Il no più doloroso della mia vita. Un no che mi schiacciò come un macigno, perché era stato la conseguenza di un atto d’amore, mai provato prima con lui, e che avevo considerato il preludio di una nuova unione.

Ancor oggi, dopo tanti anni, quando ripenso a Roberto, nella mente risuonano le note di “Donna amante mia”. Ora le ho riscoperte e ho ritrovato l’antica emozione … finalmente libera di ammetterla.

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