22 agosto 2012

LIGNANO IN LUTTO, UNA PENISOLA UN PO’ MENO FELICE

Posted in cronaca, Friuli Venzia-Giulia tagged , , , , , , , , , , , , a 5:13 pm di marisamoles

Non ho intenzione in questo post di parlare del massacro dei coniugi Burgato avvenuto nella loro villetta di Lignano Sabbiadoro (Udine) nella notte tra sabato e domenica. Non lo faccio perché ho letto ogni riga su questo efferato omicidio su tutti i quotidiani nazionali e locali e sempre rabbrividendo, nonostante i 36 gradi di quest’estate infuocata.

Chi, come me, ha passato più di metà dei suoi anni a villeggiare nella splendida Lignano, non può non conoscere, o almeno ricordare, i coniugi Burgato. Leggendo i vari articoli, da parte di chi li conosceva bene sono state dette tante belle parole di affetto e vicinanza. Descritti come persone oneste, grandi lavoratori, coppia affiatata, sempre pronta a dare una mano a chi aveva bisogno d’aiuto … belle testimonianze sulla cui genuinità non ho alcun dubbio. Perché i friulani sono davvero gente onesta, gente con un cuore grande così.

Ora Lignano è sotto choc ed è di questo che voglio parlare. Noi che viviamo in questa terra semplice ed onesta siamo propensi a credere di stare in un’isola felice, un luogo protetto dove, a parte i casi di criminalità minore, da cui non possiamo essere immuni, nulla di male può accadere. Leggiamo quasi con distacco, come fossero sequenze di film violenti, le notizie di cronaca nera che riguardano persone a noi sconosciute, accadute in luoghi non noti, con la presunzione di dire “qui no, non può succedere”. Eppure casi drammatici sono accaduti in passato.
Ricordo, ad esempio, l’assassinio di una quasi vicina di casa e collega, insegnante di Inglese, avvenuto parecchi anni fa da parte di uno studente minorenne a cui la poveretta dava lezioni private. Non ha ancora colpevoli, per fare un altro esempio, l’omicidio della compagna di un noto industriale del manzanese avvenuto qualche anno fa. Non dimentichiamo, poi, l’ordigno fatto esplodere sull’arenile di Lignano Sabbiadoro nel 1996, con la replica nel 2000, da unabomber dal volto ancora ignoto.
Insomma, dopo ogni fatto del genere ci sentiamo un po’ meno protetti, un po’ più esposti ma ce ne dimentichiamo presto, convinti che questa sia davvero un’isola felice.

In verità Lignano si adagia su una penisola, con i suoi otto chilometri di spiaggia dorata, da cui il nome della Lignano più conosciuta. Poi c’è Pineta e Riviera. Una penisola felice, specie in questo agosto caldo e assolato, senza nemmeno l’ombra della pioggia. Una vacanza indimenticabile per chi la sta passando da quelle parti. Ma la felicità, la tranquillità di una piccola cittadina, pulsante di vita specialmente in estate, è stata travolta da questo fatto di sangue. Da qui partono molti interrogativi, si fanno supposizioni, l’opinione pubblica, anche se quella ristretta di un paese di villeggiatura, si sostituisce al lavoro degli investigatori. Ognuno ha la sua idea, ma quella che più mi spaventa è l’irrazionale attribuzione di responsabilità sugli stranieri. Qualcuno, infatti, nei commenti ai vari articoli comparsi sul Messaggero Veneto ha subito gridato allo straniero. La solita paura del diverso si trasforma in un grido di odio che non mitiga di certo la paura stessa.

Non è mio costume esprimermi su un crimine finché non sono stati acciuffati i colpevoli, contestati i reati, svolti i processi … una mia idea ce l’ho ed è terribile. Una cosa che ho subito sentito a pelle anche se spero di sbagliarmi. Non la rivelo perché, com’è ovvio, si tratta di una illazione e, trattandosi di pubbliche esternazioni, non vorrei poi avere delle conseguenze spiacevoli. Tuttavia ritengo che chi grida allo straniero, dice che Lignano è popolata da residenti perlopiù extracomunitari, e per questo non ci si può aspettare nulla di buono, anzi, le cose andranno sempre peggio, non sa quello che dice.

Come tutti i luoghi di villeggiatura, anche Lignano è poco popolata al di fuori della stagione estiva. Presumibilmente la disponibilità di alloggi, a prezzo modico, ha attirato anche gli stranieri che forse per recarsi ogni giorno al lavoro devono farsi chilometri e chilometri, trovando tuttavia conveniente una sistemazione del genere, visto che gli affitti in città sono spesso esosi, senza contare che c’è chi se ne approfitta (e lo può fare dando in locazione un appartamento ammobiliato).

La caccia ai mostri assomiglia sempre più a una caccia alle streghe, basta su pregiudizi e sospetti infondati. Il mostro può essere il vicino di casa che parla italiano e non arabo, il parente più amato, l’amico più fidato. Ogni estate, di fronte ai fatti di sangue, psicologi, criminologi e psichiatri hanno sempre fatto a gara per dimostrare che il troppo caldo dà alla testa, che i crimini aumentano nella stagione calda. Per ora stanno zitti, per fortuna. Perché il Male esiste da sempre e non ha stagione né va in vacanza.

Fra tutti gli articoli che ho letto vi segnalo questo di Pino Roveredo per il Messaggero Veneto. S’intitola “L’ultimo bacio d’amore fra Paolo e Rosetta”. Ne riporto l’incipit:

La tragedia è come il temporale, arriva senza farsi annunciare, poi scoppia, scuote, devasta, e quando se ne va, come una beffa, ti riconsegna una consuetudine da rivivere. Quando passa il temporale, dentro quella consuetudine si è costretti a raccogliere le angosce di una confusione, e tutti i punti di domanda che si smarriscono in cerca di una risposta. Cos’è successo? E com’è potuto accadere? Ma, perché proprio a loro? Dio mio, e se toccava a me?…

A Lignano è passato un temporale, e ha lasciato sopra la ferita atroce della tragedia. In quel luogo di vacanza e mare, una cattiveria senza riposo, ha sfogato la maledizione di una furia assassina su due persone indifese, offendendo il loro diritto di vivere con l’arroganza bestiale e animale di una strage. CONTINUA A LEGGERE>>>

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1 agosto 2012

IMMIGRATI: BENGALESE VENDE FIORI E RILASCIA LA RICEVUTA FISCALE

Posted in cronaca, lavoro, legalità tagged , , , , , , a 5:52 pm di marisamoles

Dovrebbe essere una cosa normale aprire una partita Iva e rilasciare lo scontrino o la ricevuta fiscale per la merce venduta. Le cronache recenti, però, ci hanno aperto gli occhi – nel caso non li avessimo già ben che spalancati, specie quando abbiamo a che fare con artigiani, tipo elettricisti o idraulici, che lavorano a domicilio – su un’Italia fatta di furbetti che risultano nullatenenti e invece hanno ville, macchine di lusso, yacht e tutto quello che chi paga le tasse fino all’ultimo centesimo, in particolare se dipendente, nemmeno si sogna. Tanto sa che non potrà mai realizzarli, quei sogni.

E poi i disonesti sono loro: gli immigrati. Loro lavorano a nero, non pagano le tasse, spesso sono irregolari, molte volte delinquenti … luoghi comuni che, tuttavia, a volte hanno dei precisi riscontri con la realtà. Ma la maggior parte degli extracomunitari è gente onesta, ha un lavoro, spesso sottopagato, cerca di vivere dignitosamente e con il magro stipendio riesce anche a mandare dei soldi al resto della famiglia rimasto nel paese d’origine.
Ci sono, poi, i vucumprà. E qui si apre un capitolo a parte. Tutti sappiamo che la maggior parte di essi è irregolare, eppure cerchiamo di dar loro una mano comprando qualche oggetto di cui nemmeno abbiamo bisogno. Di certo nessuno si aspetta che, a fronte di un regolare acquisto, venga rilasciato uno scontrino o una ricevuta fiscale. Proprio per questo, succede di frequente che questi poveracci vengano sorpresi dalle forze dell’ordine, multati e la merce, spesso contraffatta, sequestrata. Ma anche loro devono vivere.

A Trieste un venditore di fiori originario del Bangladesh, una volta multato per vendita abusiva, già da quattro anni rilascia la ricevuta fiscale per ogni fiore venduto. Lo fa perché vuole essere in regola e non vuole più prendere multe, com’è successo agli inizi della sua attività. Shahed, questo è il suo nome, aveva però tutt’altre prospettive arrivando in Italia, su suggerimento di alcuni suoi compaesani. Nel suo Paese ha studiato e si è laureato in chimica. Ma quando, nel 2007, arriva in Italia scopre che i suoi sei anni di studi non valgono nulla e non riesce a trovare lavoro. In mancanza d’altro si adatta a vendere fiori e a fare altri lavoretti, ma vuole essere in regola. Così riesce a racimolare più o meno 500 euro al mese, 380 delle quali gli servono per pagare una piccola stanza in cui vive con la moglie, incinta di sette mesi e disoccupata, a Monfalcone.

«Per noi extracomunitari è difficile trovare qualcuno che ci offra un lavoro o ci affitti un appartamento dignitoso – spiega Shahed – quando rispondo a un annuncio e sanno che sono straniero non mi danno neanche la possibilità di provare e mostrare le mie capacità. E la voglia di lavorare non mi manca, qualsiasi lavoro onesto».

La notizia è pubblicata dal quotidiano di Trieste Il Piccolo. Spero con tutto il cuore che qualcuno, leggendo l’articolo, offra un lavoro dignitoso a questo giovane che, in un mondo di ladri, vuole fare la persona onesta.

23 luglio 2012

FORSE VI SEMBRERÒ RAZZISTA

Posted in attualità, donne, lavoro, religione, società tagged , , , , , , a 6:10 pm di marisamoles

Più volte ho detto, nei post e nei commenti di questo blog, che noi Italiani, per non sembrar razzisti, alla fine ci discriminiamo da soli. Oppure gridiamo allo scandalo se qualcosa di sconveniente accade ad uno straniero e magari non spenderemmo una parola per difendere un nostro connazionale. Ma siamo fatti così.

Prendiamo il caso, ad esempio, di un extracomunitario che perda il lavoro (ovviamente senza una giusta causa) o dei bambini stranieri che, non pagando la mensa, rimangano senza un pasto caldo a scuola. Sono cose che, giustamente, ci fanno inorridire. Ma prendiamo, sempre per fare un esempio, il caso di un lavoratore straniero, di religione musulmana, che si licenzia dal posto di lavoro (in un hotel di Venezia, non uno qualsiasi, addirittura il Danieli, dove svolgeva mansioni di facchino, presumibilmente con uno stipendio di tutto rispetto ben arrotondato da generose mance) – non viene licenziato, badate bene – perché non tollera che il suo superiore, la persona da cui debba prendere ordini, sia una donna.

Prendiamo il caso, ancora, di questo lavoratore di fede islamica, che notoriamente relega le donne ad un ruolo subordinato, che poi viene riassunto con la garanzia che, accanto alla donna sua superiore, avrà sempre un uomo che gli darà disposizioni. In questo caso, se dico che questa è una discriminazione bella e buona, nei confronti della persona di sesso femminile che ha tutti i diritti di dare degli ordini, se questa è la sua funzione all’interno dell’hotel, ma anche nei confronti di chiunque altro, italiano o meno, avrebbe avuto tutti i diritti di essere assunto al posto del facchino dimissionario, posso essere considerata razzista?

Se sì, devo dire onestamente che non me ne importa un fico secco.

QUI la stessa notizia riportata da Il Gazzettino, quotidiano veneto.

19 aprile 2011

IL RAZZISMO BUSSA ALLA PORTA … DI UNA CASA IN AFFITTO

Posted in attualità, Friuli Venzia-Giulia, integrazione culturale tagged , , , , , , , , , a 4:32 pm di marisamoles


Chi vive in un condominio lo sa: quando un appartamento viene dato in locazione a degli stranieri, nascono sempre, o quasi, dei problemi. Ricordo che nel palazzo dove abitavo fino a dieci anni fa, la proprietaria dell’appartamento attiguo al mio era disperata. Non voleva fare discriminazioni, quindi affittava il bilocale anche agli stranieri. Nel tempo si sono alternati colombiani, brasiliani, albanesi … non li ricordo tutti di preciso. Ricordo però quanto sia stato difficile spiegare ai miei figli che ci facessero sul pianerottolo degli uomini, prevalentemente nel pomeriggio. Le due signorine che vi abitavano, la cui nazionalità onestamente non ricordo, facevano le ballerine in un night club, la mattina dormivano e nel pomeriggio arrotondavano facendo le squillo. Trovavo oltremodo imbarazzante, per giunta, dover rispondere al citofono a voci maschili che evidentemente non cercavano me. “Ehi, bella, ci siamo sentiti al telefono poco fa … ” costituiva l’enunciato più gentile. E io a spiegare che di certo con me non aveva parlato al telefono e che non facevo quel mestiere là.

Poi è stata la volta degli albanesi. Questi me li ricordo bene. Tranquilli, pareva di non averli nemmeno come vicini di casa. Quasi quasi mi sentivo in imbarazzo io con due maschietti scatenati che si rincorrevano per tutto l’appartamento. Poi, di punto in bianco, non si è visto più nessuno. La padrona di casa si è decisa ad aprire con le sue chiavi l’appartamento solo molto tempo dopo e solo perché gli inquilini erano spariti senza lasciar tracce di sé e, soprattutto, senza aver pagato il canone d’affitto, per mesi. Ricordo che quando aprì la porta mi sono trovata per caso sul pianerottolo: dalla casa usciva un fetore tale da farci credere che avremmo trovato, là dentro, quattro cadaveri in avanzato stato di decomposizione. Fortunatamente si trattava soltanto di avanzi di cibo lasciati dentro e fuori il frigorifero che, se cadaveri non erano, puzzavano terribilmente lo stesso.

Il problema dell’affittare le case agli extracomunitari è quello che non si sa mai quanta gente effettivamente ci andrà ad abitare. L’appartamento attiguo al mio, nel condominio dove abito attualmente, è stato affittato per trent’anni (forse quaranta, non ricordo) alla stessa persona. Andata via questa, la padrona aveva pensato di affittarlo ancora e ci aveva avvertiti che, stranieri o meno, lei non guardava in faccia nessuno a patto che le pagassero il canone. Ovviamente le demmo ragione: chi siamo noi per giudicare le scelte altrui? Fortunatamente si rese conto ben presto che gli extracomunitari, in particolare indiani e pakistani, pretendevano di andarci ad abitare in setto-otto (dichiarati, quindi forse quindici abusivamente) in appena 70 metri quadri. Per fara breve, ben presto la signora si rese conto che non avrebbe mai affittato ad italiani, quindi mise in vendita la casa che fu acquistata, fortunatamente, da una coppia che ha una scuola di lingue e che l’affitta ai suoi insegnanti provenienti perlopiù dall’Inghilterra. Magnifico! Così ogni tanto mi faccio una chiacchierata in Inglese sul pianerottolo. Anzi, nei primi tempi, eravamo spesso invitati alle loro feste e frequentavamo la casa regolarmente. Ma poi gli insegnanti sono cambiati e ne sono arrivati altri molto meno espansivi e per nulla festaioli.

Per giungere al topic, leggo sul quotidiano Il Messaggero Veneto, che in quartiere di Pordenone è stato affisso un cartello in cui si dichiara di essere disponibili ad affittare una casa esclusivamente ad Italiani. La cosa ha suscitato non poche polemiche, tanto che i proprietari si sono dovuti giustificare dicendo: «Abbiamo avuto una brutta esperienza. Una coppia di stranieri ci ha vissuto lo scorso anno. Lei una brava ragazza, ma lui l’ha lasciata e lei si è trovata in difficoltà. Non ce la faceva a starci dietro. Così abbiamo detto basta», aggiungendo che «Nel palazzo vivono dei professionisti. Vogliamo che qui vivano brave persone».

Ora, io credo che gridare allo scandalo non serva a nulla. Nemmeno alla Caritas che, commentando il cartello, tuona, per voce del legale, Carla Panizzi: «Bisognerebbe sempre capire le motivazioni che stanno alla base, però, così come è scritto, è palesamente discriminatorio in termini di razza e lingua».

Io credo che ognuno debba fare quel che si sente. Forse il cartello appare discriminante, forse si potrebbe trovare un altro modo per aggirare l’ostacolo, usando la diplomazia. Trovo, però, che le giustificazioni dei padroni siano plausibili, avendo avuto anch’io un’esperienza indiretta, quella descritta, che mi ha convinto che se uno acquista un immobile con l’intenzione di fare un investimento, non può rischiare di trovare degli inquilini insolventi. Anche se per onestà dobbiamo ammettere che, di questi tempi, con la crisi economica e la precarietà delle occupazioni lavorative, il rischio c’è sempre, anche con gli Italiani.

Mi permetto, infine, un’osservazione: quando i nostri migranti se ne andavano a cercar fortuna all’estero, non si trovavano spesso di fronte a cartelli in cui, senza mezzi termini, si dichiarava di non affittare case agli Italiani? E come no! Certo, erano altri tempi e tutta questa politica dell’accoglienza non esisteva. La storia passata dovrebbe essere magistra vitae, ma sappiamo molto bene che ognuno guarda al proprio orticello, senza curarsi di chi si trova in difficoltà. Questa forma di egoismo non è ancora tramontata, forse perché non abbiamo raggiunto quel grado di civiltà che ci porta ad essere accoglienti nei confronti di chicchessia, senza timori o sospetti. E purtroppo ci lasciamo facilmente condizionare dai pregiudizi che, però, molte volte sono fondati. Perché dovremmo, in nome dell’accoglienza, ignorare questa realtà e uniformarci tutti ad un unico pensiero? C’è chi se la sente e chi no. Ma non per questo dobbiamo giudicare le scelte altrui, sempre che non rechino danno a delle persone innocenti e sfortunate.

[foto e notizia dal Messaggero Veneto]

29 settembre 2010

DONNA MAROCCHINA SEGREGATA E VIOLENTATA DAL MARITO PERCHÉ VUOLE IMPARARE L’ITALIANO

Posted in cronaca, donne, famiglia, integrazione culturale, matrimonio, religione, violenza sessuale tagged , , , , , , , , a 3:47 pm di marisamoles

Nel civilissimo Nord-Est non è sempre facile la vita degli immigrati. Il sospetto s’insinua nelle menti di chi, forse, non gradisce una presenza così massiccia di extracomunitari. Mentre noi, altrettanto civili, parliamo di integrazione, i primi a non volerla, come ho già sostenuto altrove, sono proprio loro, gli immigrati.

La lingua è uno strumento di coesione indispensabile per vivere in un Paese straniero. I bambini degli immigrati imparano l’Italiano a scuola e spesso lo insegnano ai genitori, specie alle mamme. Sì, alle mamme perché loro, al contrario dei papà, non sono impegnate in un’attività lavorativa e, quindi, seguendo la logica maschile specie quella influenzata dall’islam, non hanno alcun bisogno di imparare la lingua del Paese che le ospita.
Così assistiamo, talvolta, ad una chiusura totale delle donne nel microcosmo domestico e all’impossibilità che si concretizzi quell’integrazione che per le giovani spose islamiche sarebbe l’unico modo per sentirsi meno sole, specie se non hanno ancora dei figli: spesso, infatti, è attraverso gli occhi dei bambini che riescono a guardare il mondo sconosciuto che le circonda.

Gli immigrati nel Nord-Est, come dicevo, sono tanti e appartengono a diverse culture anche se la più diffusa è quella islamica. In provincia di Vicenza, una giovane marocchina, sposata ad un uomo di dieci anni più grande e che ha conosciuto solo tre giorni prima delle nozze, è stata picchiata, violentata e segregata in casa, con la complicità di altre due donne, la cognata e la suocera, dal marito che non ha affatto apprezzato il tentativo fatto dalla moglie di imparare l’italiano.

Sentendosi sola e soffrendo per le continue angherie delle donne di famiglia, Samia (è un nome di fantasia) ha, forse ingenuamente, chiesto al marito il permesso di imparare l’italiano. Per tutta risposta, è iniziato per lei un vero e proprio inferno fatto di maltrattamenti e vessazioni di ogni tipo. Eppure lei, come ha scritto sul diario che teneva segretamente, aveva accettato di buon grado quel matrimonio e il trasferimento in Italia: «Ho fatto questa scelta. Era importante per i miei genitori. Ora voglio solo essere una brava moglie».

Spesso i genitori impongono queste scelte nella convinzione che sia un bene per le figlie sottrarsi alla povertà e ne ricevono in cambio del denaro che serve loro per tirare avanti fino al matrimonio di un’altra figlia. Proprio ieri ho scritto un post sulla pratica orrenda e inumana dell’infibulazione cui sono sottoposte le bambine e le ragazze da molti popoli africani (LINK dell’articolo). Ho riportato alcuni brani tratti dai libri di una donna somala, Waris Dirie, in cui la scrittrice racconta di essere stata venduta, quindicenne, ad un uomo di sessant’anni per cinque cammelli. Ecco, forse a Samia è successa una cosa del genere e ha pensato di poter aiutare la famiglia trasferendosi nel Veneto con il marito sconosciuto.

Nonostante i maltrattamenti la donna crede di poter essere ancora una buona moglie. Accetta le botte dal marito, che pensa siano una specie di strumento di correzione, ma le regole le stanno un po’ strette. Inizia, così, a studiare l’italiano prendendo degli appunti mentre segue i programmi televisivi. Un’innocente evasione, a nostro modo di vedere, un segreto che per noi non sarebbe nemmeno inconfessabile, una trasgressione che forse ci fa sorridere. Eppure quella trasgressione è stata punita, perché una donna musulmana non può fare quello che il marito le vieta di fare.

A tutto c’è un limite, e lo capisce anche una giovane marocchina che ha tentato di essere una buona moglie. Proprio quando ha capito che il marito non è affatto un buon marito, si è sottratta alla prigionia tra le mura domestiche, è riuscita a scappare e ha denunciato l’uomo che la maltrattava. Ora lui è indagato per violenza sessuale, sequestro di persona e lesioni, mentre lei, grazie ad un’associazione indicatale dai carabinieri, è ospitata da una famiglia che si prende cura di lei. Ha trovato anche un lavoro e ora può imparare meglio la lingua “proibita”, perché la sua vita è qui, in un Paese straniero, sì, ma che le ha aperto nuove prospettive, prima nemmeno immaginabili.

Samia ce l’ha fatta, anche se il cammino verso la serenità sarà, forse, ancora lungo. Altre donne non riescono a riscattarsi da una vita di segregazione e altri mariti non sono nemmeno sfiorati dall’idea che le leggi dello Stato che li ospita prevalgano su quelle, ingiuste e crudeli, in cui credono.

[fonte: Il Corriere]

13 novembre 2008

NON-PIÙ-STRANIERI: I NUOVI CITTADINI ITALIANI.

Posted in attualità, integrazione culturale, società tagged , , , , , , , , a 8:22 pm di marisamoles

bambini_stranieri1
Stamattina il Presidente della Repubblica Napolitano ha ricevuto al Quirinale alcuni nuovi cittadini italiani. Stranieri non-più-stranieri, ora italiani come noi. Ma davvero si può diventare cittadini di un altro Paese perdendo la propria identità, rinunciando alla cultura, alla lingua, al modus vivendi che fin dalla nascita hanno caratterizzato un’esistenza?
Napolitano, accogliendo con garbo e gentilezza questi nuovi “italiani”, si è espresso in questi termini: “Debbono cadere antichi pregiudizi; solo così potranno avere successo le politiche sull’integrazione degli immigrati”. Nulla da eccepire, sul senso delle parole. Colgo pure le buone, anzi buonissime intenzioni del Presidente; tuttavia, mi chiedo: che cosa significa “integrazione”? Non nel senso letterale, chiaramente, ma in quello traslato. Per noi, italiani doc, accogliere “lo straniero” significa farlo sentire a casa propria, cercando di abbattere quelle che sono le diversità, perché ci sono, inutile negarlo, condividendo con lui lo spazio, perché riconosciamo nello spazio la nostra dimensione umana, costruendo con lui un percorso di “civilizzazione”, nel senso originale del termine, quello, cioè, relativo alla costituzione dell’identità di “cittadino” (civis, in latino, significa questo, appunto.
Tutto questo, senza mai chiederci “che cosa vuole lo straniero”, quali sono le sue reali aspirazioni. Può darsi che non ne abbia, può darsi che lui voglia soltanto adattarsi, cercare di convivere con persone che comunque sentirà sempre diverse, perché noi lo siamo per lui e lui lo è per noi, lavorando onestamente, anche se sa, lo straniero, che la maggior parte degli italiani si chiede cosa faccia qua, perché porti via il lavoro agli autoctoni.

Parole dure, certamente, ma vere. E non vorrei essere fraintesa perché io sono una di quelle persone che vuole l’integrazione, vuole essere accogliente, desidera convivere arricchendo il proprio patrimonio culturale attraverso lo scambio. Purtroppo, però, so che ciò non è possibile. So che l’atteggiamento diffidente, che spesso leggiamo in molti italiani nei confronti degli extracomunitari e non, è l’atteggiamento che prima di tutto dobbiamo leggere in loro. È una cruda realtà, è una pura e semplice questione di identità. Non sono io ad affermarlo; lo fanno, da tempo, molti antropologi. Partendo dall’affermazione che “integrazione” è la parola sbagliata.

Prima di tutto dobbiamo stabilire cosa significhino le parole “identità” e “alterità”.
Tre anni fa ho assistito ad una conferenza tenuta nel mio liceo dal prof. G.P. Gri, docente di Antropologia Culturale” presso l’università di Udine.
Punto di partenza, secondo Gri, è la definizione di Identità e Alterità su due livelli:

1. gli altri più lontani: noi ci sentiamo distanti da alcune culture e definiamo il senso di appartenenza alla nostra cultura sul confine che sentiamo tra noi e loro. Questa alterità determina una gamma di sentimenti che si possono provare: curiosità (ad es. quella degli antropologi), indifferenza (anche se c’è la convivenza, non c’è contatto con gli altri, quindi c’è indifferenza), fastidio (è l’atteggiamento di ripulsa tipico della xenofobia e del razzismo; la constatazione della diversità approfondisce ancor più la distanza).
2. gli altri più vicini a noi: se gli altri sono ancora più vicini a noi, perché parlano la stessa lingua, hanno valori comuni, le stesse usanze e gusti uguali, si parla di SENSO DI APPARTENENZA, ovvero di IDENTITÀ COLLETTIVA.

A questo punto, se riusciamo a superare le barriere descritte al punto 1, possiamo parlare di Integrazione? Dal nostro punto di vista sì, ma non è detto che questa convinzione sia reciproca.
E poi, per “integrazione” che cosa intendiamo veramente se non la presunzione che lo straniero si adatti al nostro stile di vita? E possiamo chiederglielo senza riconoscere che gli stiamo domandando di rinunciare alla propria identità? Evidentemente no. Al di là di quelli che sono i paletti universalmente riconosciuti nell’ambito della convivenza civile (il rispetto delle leggi, primo fra tutti), non possiamo chiedere nulla allo straniero. Non possiamo certamente pretendere che rinunci alla sua lingua, alla sua religione, alla sua “cultura”. Anzi, gli imponiamo di imparare la nostra lingua e, ai più giovani, di studiare la nostra storia, tutta concentrata sul mondo occidentale, così estranea alla maggior parte degli extracomunitari.
In definitiva, dovremmo chiedere loro la rinuncia all’identità, escludendo, però, gli stranieri, anche se nuovi cittadini italiani, da quell’ “identità collettiva”, quel “senso di appartenenza” che non possiamo concedere loro. Questa sarebbe integrazione, ma in concreto non è possibile.

Ora, non vorrei sembrare dura o addirittura xenofoba … anzi, a scuola per anni ho collaborato al progetto di Ed. Interculturale. Ma proprio per questo osservo la realtà con occhi disincantati. Belle parole, nobili intenti, niente più. Tuttavia, non sono la sola a pensarla in questi termini. Cedo volentieri la “parola” ad un famoso romanziere tedesco, Hans Magnus Enzensberger, noto ai più per il best – seller  “Il mago dei numeri”, ma anche autore di un prestigioso saggio intitolato La grande migrazione, uscito in Germania nel 1992 e tradotto in italiano da Einaudi l’anno successivo.
Nel V capitolo Enzensberger scrive:

Ogni migrazione provoca conflitti, indipendentemente dalle cause che l’hanno determinata, dagli scopi che si prefigge, dal fatto che sia spontanea o coatta, dalle dimensioni che assume. L’egoismo del gruppo e la xenofobia sono costanti antropologiche che precedono ogni motivazione. Il fatto che siano universalmente diffuse dimostra inequivocabilmente che sono più antiche di ogni forma di società conosciuta.
Per porre loro un argine, per evitare continui spargimenti di sangue, per rendere possibile un minimo di scambi e di relazioni fra clan, tribù, etnie, le società antiche hanno inventato i tabù e i rituali dell’ospitalità. Queste misure tuttavia non annullano lo status dello straniero. Anzi, lo circoscrivono entro rigidi limiti. L’ospite è sacro, ma non può rimanere.

A questo punto, cito nuovamente il professor Gri. A proposito della “diversità culturale”, afferma:

Non si deve credere che il mondo stia diventando omogeneo; c’è la spinta verso la conservazione e l’imposizione di una cultura ma ogni volta che si cerca di fare ciò, si creano lingue nuove e modelli nuovi.
Gli antropologi ritengono che si stia creando una forma di diversità culturale sempre più articolata, ma negano che si stia verificando un’omogeneizzazione, perché non è possibile avere un modelllo unico.
La diversità non è eliminabile e con essa bisogna convivere
.
[…]
Ognuno di noi ha un luogo d’origine, la parentela, la storia degli avi, la situazione economica … quindi siamo diversi. Si devono vedere i modi in cui si è diversi e per giudicare le diversità si usano degli stereotipi. Ad esempio, gli alieni sono il risultato di una mostrificazione dell’uomo perché si parte dal modello che si ha. I Greci chiamavano barbaroi quelli che non sapevano parlare il greco, ma in effetti il termine significa “balbuziente” e rimanda al concetto di incomprensibilità. Quindi bisogna venire in contatto con la diversità, conoscerla e trovare degli strumenti di comunicazione. Si è spesso usato il modello gerarchico (inferiorità nei sistemi di dominanza) che ha portato alla persecuzione degli ebrei, alla schiavizzazione, seguendo il concetto che se un essere è inferiore, o è considerato tale, si può anche buttare.
L’alternativa è vivere la diversità fondandola su un sistema di valori che ha come principio l’eguaglianza di tutti gli esseri umani
.”.

È su questo principio d’uguaglianza che bisogna lavorare. Caro Presidente, grazie per le Sue buone intenzioni, ma la strada dell’integrazione non è antropologicamente percorribile. Solo quando quelli che Lei giustamente chiama “pregiudizi” (mi permetto di aggiungere, da ambo le parti) saranno abbattuti, si potrà cominciare a parlare di uguaglianza, prima ancora che di integrazione.
Concludo “rubando” una bella citazione del professor Gri:
“È vero che dobbiamo avere delle radici, ma non siamo alberi: abbiamo le gambe e siamo fatti per camminare.”

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Studio di Psicoterapia Dr.ssa Chiara Patruno

Psicologa - Psicoterapeuta - Criminologa - Dottore di Ricerca Università Sapienza

Le Parole Segrete dei Libri

Una stanza senza libri è come un corpo senz'anima.

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[...] ἀλλ᾽ ὥσπερ ἄνθρωπος, φαμέν, ἐλεύθερος ὁ αὑτοῦ ἕνεκα καὶ μὴ ἄλλου ὤν, οὕτω καὶ αὐτὴν ὡς μόνην οὖσαν ἐλευθέραν τῶν ἐπιστημῶν: μόνη γὰρ αὕτη αὑτῆς ἕνεκέν ἐστιν. Aristot. Met. 1.982b, 25

Il ragazzo del '46

Settanta: mancano solo 984 anni al 3000.

Insegnanti 2.0

Insegnare nell'era digitale

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Prove di pensiero di GIOVANNI BOCCIA ARTIERI

Psicologia per Famiglia

Miglioriamo le relazioni in famiglia, nella coppia, con i figli.

Studia Humanitatis - παιδεία

«Oὕτως ἀταλαίπωρος τοῖς πολλοῖς ἡ ζήτησις τῆς ἀληθείας, καὶ ἐπὶ τὰ ἑτοῖμα μᾶλλον τρέπονται.» «Così poco faticosa è per i più la ricerca della verità, e a tal punto i più si volgono di preferenza verso ciò che è più a portata di mano». (Tucidide, Storie, I 20, 3)

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Non tutto ciò che luccica è oro, ma almeno contiene elettroni liberi G.D. Bernal

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Un insegnante decente (CON IL DOTTOR DI MATTEO)

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ACCENDI LA VITA

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CRITICA IMPURA

LETTERATURA, FILOSOFIA, ARTE E CRITICA GLOBALE

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"Due strade trovai nel bosco, io scelsi la meno battuta, per questo sono diverso"(R.Frost)

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