14 agosto 2016

ASPETTARE LE VACANZE PER LEGGERE UN BUON LIBRO. MA QUAL È “LA LETTURA DA OMBRELLONE?”

Posted in affari miei, libri, vacanze tagged , , , , , , , , , a 8:55 pm di marisamoles

libriperestate
Il Buon Lettore aspetta le vacanze con impazienza. Ha rimandato alle settimane che passerà in una solitaria località marina o montana un certo numero di letture che gli stanno a cuore e già pregusta la gioia delle sieste all’ombra, il fruscio delle pagine, l’abbandono al fascino d’altri mondi trasmesso dalle fitte righe dei capitoli.
(Italo Calvino)

E’ vero: molti, come me, aspettano tutto l’anno l’estate per fare una bella scorpacciata di libri, cercando in questo modo di mandare in letargo, per dieci lunghi mesi, la voglia di leggere.

Ogni estate leggo tra i 10 e i 15 romanzi, di varia lunghezza e genere. La maggior parte del tempo che dedico ai libri lo passo in casa. Quest’anno poi, per vari motivi, non sono ancora andata al mare né ho preso il sole sull’amato terrazzino che considero un po’ la mia spiaggia privata. Ma quando decido di portarmi qualcosa da leggere al mare, cerco innanzitutto un libro leggero, per tematica e stile, perché per la lettura generalmente amo il silenzio e, si sa, in una spiaggia affollata tutto c’è meno che pace. Per questo motivo, non potrei scegliere come “lettura da ombrellone” un Dostoevskij e nemmeno un saggio filosofico. Non riuscirei a concentrarmi tra pianti di bimbi, urla di adulti e rumorose partite a tamburello di adolescenti. Non parliamo poi delle bocce…

chiara_gamberaleCertamente, non intendo sminuire né giudicare una schifezza un romanzo nel momento in cui decido di portarmelo in spiaggia.
Di diverso avviso pare essere Chiara Gamberale che recentemente, in questo articolo apparso su La Stampa, ha criticato chi definisce certe letture “da ombrellone”.
Così esordisce la scrittrice romana:

Se c’è un’espressione che mi è sempre suonata incomprensibile è proprio: «libri da sotto l’ombrellone». O meglio, mi è sempre suonata incomprensibile la garanzia di spensieratezza richiesta a questi libri.

Poi continua con certe elucubrazioni che onestamente non riesco a capire. Se leggete l’articolo poi magari riuscirete a spiegare quello che non ho compreso…
E dopo alcuni titoli consigliati, conclude con queste parole: “Nessuno «da sotto l’ombrellone», c’è da scommetterci.”

Ora, non vorrei sembrare presuntuosa, ma credo che la Gamberale se la sia presa perché ho recensito, nel mio blog estivo, il suo romanzo Per dieci minuti definendolo “lettura da ombrellone” (ho comunque ribloggato anche qui il post). Non c’è altra spiegazione. Una non se ne esce, così di punto in bianco, con un articolo a bacchettare chi definisce “da ombrellone” certe letture, quasi fosse un’offesa. Tra l’altro, nel mio commento, ho detto chiaramente di aver apprezzato questo romanzo. Riporto la parte conclusiva del post:

Il romanzo della Gamberale mi è piaciuto soprattutto per lo stile, fresco e scorrevole, che nonostante tratti situazioni complesse dal punto di vista interiore, sa sdrammatizzare. Chiara, forse perché la vicenda narrata è in parte autobiografica, è in grado di scavare a fondo nell’animo umano alla ricerca di un equilibrio che sembra perduto per sempre. Il messaggio di questo romanzo è di speranza, perché anche dalle situazioni più complesse e dolorose si può uscire, scoprendo potenzialità che non si sospettava di possedere e persone che fanno da perno alla propria vita, anche in sostituzione di altre che prima venivano considerate uniche e insostituibili.

La scrittrice, inoltre, ha ignorato il fatto che la recensione del suo romanzo è ospitata da un blog “vacanziero”. Guardando la homepage, si nota facilmente che i commenti sono classificati come “chiacchiere sotto l’ombrellone” e i lettori che costituiscono la cosiddetta comunity vengono chiamati “vicini di ombrellone”. Quando ho deciso di dedicare qualche post del mio temporary blog alle letture, mi è venuto spontaneo classificare la categoria come “Letture sotto l’ombrellone”. Tra l’altro, per par condicio, ho anche stabilito di postare i consigli di lettura alternandone la pubblicazione su un blog e l’altro, senza creare discriminazioni di sorta.

Mi spiace di avervi tediato con queste precisazioni, che probabilmente la Gamberale non leggerà mai, ma mi sono sentita additata e, come sempre accade, non riesco a tacere. In più lei non ha un account twitter, altrimenti avrei risolto la faccenda con qualche tweet… molti, dato che i 140 caratteri mi stanno assai stretti. 🙂

libri_estate
Detto questo, è ovvio che ciascuno è libero di portare in spiaggia o sui monti i libri che preferisce. Pertanto, elencherò quelle che per me devono essere i requisiti di un romanzo da leggere sotto l’ombrellone.

1. Brevità. Tra le 100 e le 150 pagine al massimo, perché preferisco se possibile terminare la lettura in giornata.
2. Trama non troppo complicata e non troppi personaggi, altrimenti non riuscirei a ricordare tutto e voglio evitare di fare passi indietro per rileggere quanto già letto.
3. Stile fresco, moderno, non troppo artificioso. Mi rendo conto che, se si stratta di un/una autore/autrice non conosciuti, è impossibile prevederne lo stile. Motivo per cui preferisco non rischiare e leggere o un autore già letto o di cui ho sentito parlare, anche seguendo le recensioni.

C’è però una caratteristica imprescindibile che, per quanto mi riguarda, un romanzo deve possedere per poter essere letto in spiaggia: la capacità di farmi immergere completamente nella lettura, facendomi estraniare da tutto ciò che accade intorno. Purtroppo non sempre ciò accade e, soprattutto, tale qualità non si può conoscere a priori.
Ma una volta che accade, state pur sicuri che se vi consiglio una “lettura da ombrellone” potete fidarvi (tutt’al più potrebbero non collimare i gusti… e su quelli, come sapete, non si discute).

E per voi, quale requisiti deve possedere un libro per potervi fare compagnia sotto l’ombrellone?

P.S. Giusto per chiarire, in passato sotto l’ombrellone ho letto Austin, Wilde, Svevo, Pirandello, Némirovsky, Dumas… insomma, anche classici. Ora ho davvero tanta voglia di leggerezza. Che non è sinonimo di “letture mediocri”.

[immagine sotto il titolo da questo sito; immagine centrale da questo sito]

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1 giugno 2016

LIBRI: “SPLENDI PIU’ CHE PUOI” di SARA RATTARO

Posted in Letteratura Italiana, libri tagged , , , , , , , , , a 6:01 pm di marisamoles

PREMESSA
Sara Rattaro è, a mio parere, una delle migliori penne che la narrativa contemporanea di casa nostra ci offre. Il successo dei suoi romanzi, decretato anche dal Premio Bancarella che le è stato assegnato nel 2015 per
Niente è come te, credo sia dovuto ai temi che l’autrice sceglie, mai banali e sempre di grande attualità. Dopo la crisi di coppia di Un uso qualunque di te e il tema scottante delle sottrazioni di minori da parte di uno dei coniugi, argomento trattato nel romanzo già citato, in Splendi più che puoi viene affrontato un altro “dramma moderno”, quello della violenza familiare.

sararattaroL’AUTRICE
Sara Rattaro nasce a Genova dove, dopo il diploma magistrale, nel 1994 si iscrive alla facoltà di Scienze Biologiche, laureandosi nel 1999 con lode. Nel 2009 consegue la laurea anche in Scienza delle Comunicazioni sempre presso l’Università degli studi di Genova.
Dal 1999 al 2006 frequenta più di una decina di corsi di specializzazione sia inerenti gli Studi clinici sia nel campo della Comunicazione conseguendo il master in Comunicazione della Scienza «Rasoio di Occam» a Torino.
Nel 2009 con il suo primo romanzo Sulla sedia sbagliata, pubblicato dall’editore Mauro Morellini, ottiene un buon successo di pubblico e critica.
Nel 2012 vede la luce il suo secondo romanzo, Un uso qualunque di te, che viene pubblicato da Giunti, vendendo 20.000 copie in una settimana, tradotto in 9 lingue.
Nel maggio 2013 pubblica il best seller Non volare via edito da Garzanti.
Nel settembre 2014, sempre per Garzanti, esce Niente è come te che ottiene il Premio Bancarella l’anno successivo. Nel marzo 2016 Rattaro pubblica, sempre per Garzanti, l’ultimo romanzo di successo: Splendi più che puoi.

Splendi più che puoi

Splendi più che puoi

LA TRAMA
La protagonista di Splendi più che puoi (Garzanti, 2016) è una giovane donna, Emma, che dopo una relazione durata dieci anni con un uomo molto più vecchio, Tommaso, incontra quello che crede essere l’amore della sua vita: Marco. Nell’arco di pochi mesi i due si sposano in gran segreto. Il matrimonio fin da subito non è ben visto dalla numerosa famiglia di lui, ricca e borghese, che nemmeno Emma riesce ad apprezzare. Fin dal momento della presentazione ufficiale in veste di moglie, la donna comprende che c’è qualcosa di oscuro in quella famiglia:

Mi vennero i brividi. Mi chiesi quante persone potessero esserci in quella sala e quante di loro, in quel momento, stessero sorridendo con gioia.
«Vi presento Emma!»
La porta davanti a me si spalancò e io mi trovai sul palcoscenico senza aver ripassato la parte.
Decine di occhi di tutte le età erano puntati su di me, sui miei vestiti, le mie pellicine tirate, il rossetto fuori luogo e la mia voglia di scappare. […]
Guardai una donna anziana avvicinarsi a noi.
«Emma, questa è mia madre.»
«Oh, signora, è un vero piacere fare la sua conoscenza, Marco mi parla così spesso di lei…»
«Io invece non l’ho mai sentita nominare ma a tutto ci deve essere una spiegazione…» (pag. 49 dell’edizione citata)

La suocera, in un discorso privato, cerca di mettere in guardia la giovane con una frase che sul momento ad Emma appare sibillina: Non ho paura di te, ho paura per te. Un avvertimento a diffidare di quel figlio che la madre stessa definisce un uomo complicato e che Emma conosce davvero poco.
L’inquietudine accompagna la protagonista per tutta la serata e anche in occasione di una festa che i due sposi decidono di organizzare per festeggiare le nozze già avvenute. Tutto appare sinistro, anche le parole dell’anziana nonna della protagonista:

«Oh Emma… ma come…»
«Nonna, ti prego. Devi essere contenta per me…»
«Contenta? E perché mai?» mi chiese. (ibidem, pag. 56)

Da quella sera inizia per Emma un lungo viaggio agli inferi, abitato da mostri come la vergogna, i sensi di colpa, la sensazione di inadeguatezza. Un nero vortice la inghiotte senza che lei possa far nulla per evitare il completo annientamento di sé, delle sue aspirazioni professionali, dei sogni di giovane sposa. Marco non è il marito che si era immaginata. Violento, non le risparmia critiche, la allontana dal lavoro, dagli affetti, la tiene segregata in casa e la comanda a bacchetta.
Il trasferimento forzato in uno sperduto paesino di montagna, nella casa di famiglia di Emma, non fa che accentuare la sua infelicità e l’incapacità di ribellarsi. Nemmeno la nascita della figlia Martina porta a un miglioramento della situazione. La giovane è schiava dell’uomo che credeva l’amasse e la volesse proteggere. Invece Marco è un inetto, un parassita, non lavora e, allo stesso tempo, non vuole che la sua donna riprenda la vecchia attività. Anche i risparmi si stanno esaurendo.

Emma capisce che la soluzione non può che essere la fuga. Ma nulla deve essere improvvisato. Suo marito è pazzo e capace di qualunque cosa, anche di fare del male alla bambina per punire lei:

Un giorno mi lasciò sola a casa. Avevamo finito la farina con la quale si ostinava a fare il pane e decise di andare a comprarla. Portò Martina con sé. Mi spiazzò. Perché aveva deciso di portarla? Mi chiesi se lo avesse fatto per impedirmi di scappare con mia figlia. Era giorno e sarei potuta uscire dalla porta di casa. Mi vennero i brividi. Ero io che iniziavo a pensare come lui o era lui a essere comodamente entrato nella mia testa? (idibem, pag. 108)

Non è facile chiedere aiuto, ancora più difficile è fidarsi di qualcuno. Una donna nelle sue condizioni inizia a diffidare di chiunque. Eppure Emma trova la forza di lanciare un grido che, tuttavia, non riesce a squarciare il velo di omertà che caratterizza la famiglia del marito. Loro sanno ma sono pronti a negare, ad addossare ogni responsabilità su di lei. Esattamente come Marco.
Chiamare in causa i suoi genitori è fuori discussione: non saprebbe come difenderli dalla furia del marito. L’unico che può davvero fare qualcosa per lei è Tommaso, il suo ex, che è pure un medico. Sarà lui a darle una mano, ma la progettazione della fuga in gran parte grava su di lei. In questo momento Emma, gracile e denutrita, scava nel suo animo ferito, privato ormai di ogni dignità, e nell’istinto di protezione tipico di una madre trova l’energia necessaria per difendere la figlia. Proprio lei, la stessa donna che non ha mai saputo proteggere se stessa.

Inizia per la protagonista una nuova vita in cui nulla sarà facile. L’importante è ricordarsi di splendere più che si può, come scrive l’autrice in una riflessione che conclude la narrazione:

Tutto questo viene comunemente chiamato guarigione, il nostro ritorno all’equilibrio e alla salute. Raramente però è accompagnato dalla dimenticanza. Ma non importa, perché l’unica cosa davvero importante è ricordarsi di splendere. Anche se il mondo, a volte, te lo impedisce, tu splendi. Splendi più che puoi. (ibidem, pag. 218)

***

I temi forti, come già scritto nella Premessa, piacciono all’autrice. Al centro dei suoi romanzi ci sono le dinamiche familiari complesse: il fragile equilibrio coniugale messo a dura prova da una tragedia, l’amore sconfinato per un figlio sottratto con la forza, la ricostruzione di un rapporto di coppia, destinato al fallimento, per amore di un figlio disabile (Non volare via).
Splendi più che puoi poteva andare oltre alla violenza domestica, trattare il femminicidio. Di questo l’autrice parla in poco più di una paginetta conclusiva, quando sulla storia di Emma è già calato il sipario, per lanciare un appello a tutte le donne che, come la protagonista, credono di poter “salvare” il loro carnefice, in nome di un amore che è sempre troppo: troppo poco (specie quello che si nutre per sé stessi), troppo esclusivo, tarlato da un’irragionevole gelosia, o troppo e basta. In ogni caso si tratta di una forma di amore malato che non si può curare con le proprie forze.

La narrazione in prima persona (Emma stessa è l’io-narrante) procede, come sempre nei romanzi dell’autrice ligure, su più piani.
L’inizio è in medias res e tratta il momento culminante della fuga di Emma. Nella parte che segue, un lungo flashback rievoca gli anni precedenti, che vanno dal 1990 al 1996, nel quale si colloca l’evento iniziale. Segue un lungo capitolo che tratta il “dopo”, ricostruendo il difficile cammino che Emma deve affrontare non solo per affrancarsi dalla schiavitù imposta dal marito, ma anche per proteggere la figlia, pur senza privarla del diritto di frequentare suo padre. Il romanzo si conclude con un salto temporale di 10 anni, tanti sono quelli necessari a terminare il lungo iter che scriverà definitivamente la parola fine sulla relazione malata. C’è, in queste poche pagine finali, un tacito invito ad essere felici, nonostante tutto, perché niente e nessuno può toglierci questo diritto.

La particolarità della scrittura di Sara Rattaro è, ancora una volta, quella di intervallare la narrazione con brevi riflessioni graficamente evidenziate con il corsivo, costume stilistico che, come già fatto notare nelle altre “recensioni”, può infastidire qualcuno. Personalmente, almeno in questo caso, le ho apprezzate, come anche i riferimenti legislativi che introducono le singole parti. A conferma che il diritto alla felicità non è qualcosa di personale e intimo, ma deriva dal rispetto della Legge e dalla sua corretta e tempestiva esecuzione. Cosa, purtroppo, non così scontata, come le cronache ci insegnano.

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31 luglio 2015

LIBRI: “COME DONNA INNAMORATA” di MARCO SANTAGATA

Posted in Dante, Letteratura Italiana, libri tagged , , , , , , , , a 4:44 pm di marisamoles

santagataL’AUTORE
Marco Santagata, nato a Zocca (Modena) nel 1947, è docente e scrittore italiano.
Laureatosi alla Scuola Normale di Pisa nel 1970, ha nel suo curriculum numerosi incarichi di docenza in vari atenei italiani e in alcune università straniere. Attualmente insegna Letteratura italiana all’Università di Pisa.
La sua attività di studioso è rivolta soprattutto alla poesia dei primi secoli, con una particolare attenzione a Dante e a Petrarca. Altri settori di indagine sono i Canti di Giacomo Leopardi e la poesia italiana fra Otto e Novecento (Pascoli e d’Annunzio).
Su Dante, di cui ha curato per i Meridiani Mondadori l’edizione commentata delle Opere, ha scritto diverse opere: L’io e il mondo, Un’interpretazione di Dante (il Mulino, 2011) e la biografia del poeta fiorentino, intitolata Dante. Il romanzo della sua vita (Mondadori, 2012). Tra i lavori petrarcheschi si segnalano il commento al Canzoniere (Mondadori, 2004) e il libro I frammenti dell’anima (il Mulino, 2011).
Accanto all’attività di critico letterario Santagata si dedica da tempo anche alla narrativa: con il romanzo Il Maestro dei santi pallidi (Guanda) ha vinto il premio Campiello 2003. Suoi anche Papà non era comunista (Guanda, 1996), L’amore in sé (Guanda, 2006), Il salto degli Orlandi (Sellerio, 2007), Voglio una vita come la mia (Guanda, 2008), fino al più recente Come donna innamorata (Guanda, 2015). Inoltre, ha scritto con Alberto Casadei il Manuale di letteratura italiana medievale e moderna (Laterza, 2007) e il Manuale di letteratura italiana contemporanea (Laterza, 2009).

Nel 2015 è uscito un romanzo dedicato alla figura dell’Alighieri, Come donna innamorata, che gli ha procurato un posto nella cinquina dei finalisti del Premio Strega.
[fonte bio]

come donna innamorata

LA TRAMA
Chi conosce Dante Alighieri sa che dedicò tutta la sua vita alla scrittura e molte parti della sua produzione poetica furono ispirate dall’unica donna che veramente amò: Bice Portinari detta Beatrice. Fin dal loro primo incontro, avvenuto quando Beatrice aveva solo nove anni, la donna rappresentò la musa ispiratrice del poeta il quale, grazie a lei, non solo fu in grado di scrivere i versi d’amore più belli che mai poeta abbia potuto concepire, ma riuscì anche a ritrovare la diritta via dopo essersi perso nella selva oscura del peccato. Senza Beatrice, anima beata e guida di Dante nel Paradiso, non sarebbe stato concepito nemmeno il massimo poema della letteratura italiana, croce e delizia per tutti gli studenti del triennio superiore: La Divina Commedia.

Come donna innamorata è innanzitutto un romanzo, seppur ispirato alla biografia del poeta. Santagata “ricostruisce” alcuni momenti della vita dell’Alighieri, non esclusivamente legati alla storia d’amore per Beatrice, anche se l’amata rimane il motivo ispiratore della sua poetica e il motore di quasi tutte le sue azioni quotidiane. Ma nel romanzo c’è molto di più: si parla d’amicizia, attraverso il legame di Dante con i suoi amici poeti, in particolare Cavalcanti, e il fratello di Bice, Manetto, grazie al quale poté stare vicino alla sua amata almeno fino alla morte di lei.
Non manca il contesto familiare dello scrittore a partire dalla moglie Gemma, una Donati, famiglia per cui Dante provò sentimenti alterni (di sincero affetto per Forese e di odio per Corso, suo acerrimo nemico politico).

C’è poi la Firenze del tempo, quella in cui la laboriosità era un dovere civico e la “pigrizia” di Dante, che sognava la corona poetica facendosi mantenere, senza vergogna, dalla famiglia della moglie, non era certo apprezzata, né lo fu nel momento in cui la fama arrivò davvero. Come si può dimenticare il dolore che il Vate provò nei confronti della sua Patria ingrata?

Non possono mancare, nel romanzo, i riferimenti all’esilio di Dante. L’allontanamento forzato dalla sua città, la delusione politica, gli sforzi vani per ritornare, la rassegnazione di dover ancora mendicare un tozzo di pane (Tu proverai sì come sa di sale lo pane altrui fa dire a Cacciaguida nel XVII canto del Paradiso) nelle corti più prestigiose d’Italia. Eppure proprio nel periodo dell’esilio compone il suo capolavoro: La Divina Commedia.

L’esilio riesce a fare apprezzare a Dante anche la sua famiglia, la moglie in particolare, anche se sopravvive dentro di lui quell’astio provato nei confronti del parentado:

A guardarla, bassotta, paffuta, i capelli scarmigliati e una pelle scura da contadina, chi l’avrebbe detto che Gemma era una Donati. […] Gemma gli aveva dato un figlio, altri ne sarebbero venuti. Era rispettosa e devota […] era affezionato a quella moglie rotondetta e di poche parole. […] Se l’amore per una moglie era quello, allora lui l’amava.
I Donati avevano fatto di lui un mendicante, un ramingo senza tetto. Ma i Donati gli avevano dato una moglie, una posizione nella società, avevano mantenuto i suoi figli. Forse il bene e il male non erano separabili come il giorno e la notte. […]
A Verona avrebbe riunito la famiglia.
Gemma aveva vinto. Gran donna, Gemma! Una leonessa. Da anni lottava con le unghie e coi denti per proteggere i figli, tenerli uniti, legati al padre lontano. Dal giorno in cui lui era fuggito dalla città, lei era diventata il vero capofamiglia. (M. Santagata, Come donna innamorata, Guanda, 2015, passim)

***

Ammetto di sentirmi in imbarazzo nel commentare questo romanzo. L’ho acquistato sull’onda dei commenti entusiastici letti e ne ho subito affrontato la lettura con grandi aspettative, dandogli la priorità rispetto ad altri libri già comperati oppure già inseriti nella lista di letture in sospeso. L’ho letto in un paio di mattinate ma purtroppo mi ha deluso.

Innanzitutto quello che, per sentito dire, doveva essere il racconto della grande storia d’amore fra Dante e Beatrice è, in effetti, solo il racconto della grande … assente. Certamente si parla della donna amata dal poeta, anzi, si insiste su particolari della sua vita, più o meno fantasiosi, che non ho letto altrove, a partire dal matrimonio infelice con Simone de’Bardi. Ma all’epoca le nozze erano combinate, quale unione poteva essere davvero felice? Dalla narrazione esce una donna debole, umiliata, soggiogata … e nemmeno una parola sui sentimenti che Beatrice nutriva per l’Alighieri. D’altra parte, Dante stesso non parla mai di Beatrice come di una donna innamorata, casomai la descrive come donna amata e come salvatrice, colei che ha principalmente a cuore la salvezza della sua anima. Nel II canto dell’Inferno l’autore, mentre descrive il colloquio tra Virgilio e Beatrice avvenuto nel Limbo, fa fare alla donna un timido accenno a sé come l’amico mio, e non de la ventura (v. 60), che significa più o meno “colui che mi ama in modo disinteressato” (a conferma che i sentimenti del poeta non sono più caratterizzati dall’eros, come avveniva per gli scrittori contemporanei, specialmente gli Stilnovisti, ma dalla caritas, cioè l’amore cristiano). Ma è sempre Dante che, nella veste di auctor, dà voce a Beatrice. Nulla sappiamo, infatti, dei sentimenti che la donna nutriva veramente nei confronti del poeta.

A parte questo e il fatto che l’Alighieri viene descritto come un mantenuto (cosa che, tra l’altro, sarà stata anche vera dal momento che l’attività poetica non arricchiva nessuno a quei tempi, non c’era nemmeno il copyright!), anche l’insistenza di Santagata sulla presunta malattia di Dante, l’epilessia, a mio parere è alquanto fastidiosa. Negli scritti dell’autore ci sono parecchi riferimenti ad una malattia non ben definita di cui avrebbe sofferto da bambino. Verso la fine dell’Ottocento la psichiatria lombrosiana aveva diagnosticato che il poeta era stato affetto da epilessia, ma i dantisti ne hanno sempre preso le distanze. Che Dante soffrisse di epilessia è un sospetto scaturito dalla descrizione di svenimenti, visioni, quasi allucinazioni che ritroviamo nelle sue opere, specialmente nella Vita Nuova, dove racconta gli strani effetti che gli procurava ogni incontro con la sua amata. Ma questi “sintomi” rientrano appieno nella fenomenologia delle manifestazioni amorose, a partire da quelle descritte dalla poetessa Saffo (VI secolo a.C.) in una famosa ode:

A me sembra beato come un dio
quell’uomo che seduto a te di fronte
t’ascolta, mentre stando a lui vicino
dolce gli parli

e ridi con amore; si sgomenta
il cuore a me nel petto, non appena
ti guardo un solo istante, e di parole
rimango muta.

La voce sulla lingua si frantuma,
sùbito fuoco corre sottopelle,
agli occhi è cieca tenebra, e agli orecchi
rombo risuona.

Sudore per le membra mi discende
e un brivido mi tiene; ancor più verde
sono dell’erba; prossima alla morte
sembro a me sola.

Infine, se pensate che la donna cui si fa riferimento nel titolo sia Beatrice, vi sbagliate. La donna innamorata è un’altra, certamente un personaggio importante nell’opera dantesca ma non quella che vorremmo fosse.
A questo punto, il romanzo appare come un racconto ben scritto – anche se a volte un po’ noioso – con dovizia di particolari per quanto concerne la biografia di Dante, alcuni certamente tratti dal Codice diplomatico dantesco che rappresenta l’unica prova documentaria sulla famiglia Alighieri, ma che alla fine mira più a descrivere la passione nutrita dal poeta per la scrittura mettendo in secondo piano l’amore totalizzante che da sempre abbiamo pensato fosse quello che lo legò a Bice Portinari per tutta la vita.
A Santagata riconosco l’abilità di aver confezionato un buon romanzo con perizia filologica ma che non può essere definito la storia d’amore di Dante e Beatrice, come si vorrebbe far credere. Tutt’al più avrebbe potuto intitolare il suo libro “Il poeta innamorato”.

Credo che la lettura di questo romanzo possa essere maggiormente apprezzata se affrontata con occhio meno critico di quanto abbia potuto fare io da dantista. Certamente a Santagata deve essere riconosciuto il merito di aver rivelato dei particolari sulla vita di Dante, seppur conditi di una buona dose di fictio, sconosciuti alle persone che si sono approcciate all’autore esclusivamente dai banchi di scuola.

Se volete leggere qualcosa di più serio, QUI trovate la “vera” storia d’amore tra il poeta fiorentino e la donna gentile e onesta oggetto dei dilettevoli oppure tormentati – a seconda dell’amore o dell’odio che avete nutrito per l’Alighieri – studi liceali.

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28 luglio 2015

LIBRI: “LA MISURA DELLA FELICITÀ” di GABRIELLE ZEVIN

Posted in libri tagged , , , , , , , a 4:59 pm di marisamoles

PREMESSA
Quando scelgo un libro e non ho un titolo specifico da acquistare, raramente leggo la quarta di copertina, tutt’al più do una sbirciata per farmi un’idea del tema trattato. Però a volte mi lascio tentare dalla copertina. In questo caso mi ha colpito il sottotitolo
: Come una bambina insegnò a un libraio ad amare i libri. Aggiungiamo pure che nel titolo è presente la parola felicità argomento che da sempre mi attrae – ed ecco che la scelta è fatta in 30 secondi. E non mi sono pentita .

L’AUTRICE
Gabrielle-ZevinGabrielle Zevin è nata a New York il 24 ottobre 1977. Dopo la laurea ad Harvard, ha intrapreso la carriera di scrittrice e autrice cinematografica.
Nel 2005 ha pubblicato il suo primo romanzo, Margarettown, seguito a breve distanza da Elsewhere: tradotto in diciassette lingue (in italiano col titolo Benvenuti ad Altrove), nel 2006 venne nominato al Quill Award e al Barnes & Noble Book Club, e vinse il premio Borders Original Voices Award. Nello stesso anno la Zevin scrisse soggetto e sceneggiatura del film Conversations with Other Women (diretto da Hans Canosa), lavoro per il quale ha ricevuto una nomination all’Independent Spirit Award 2007. Nel 2007 ha poi pubblicato un altro romanzo famoso, Memoirs of a Teenage Amnesiac (in Italia pubblicato col titolo Non ricordo perché ti amo), da cui nel 2010 è stato tratto il film omonimo per il quale la stessa Zevin ha riscritto la sceneggiatura. Nel 2008 è uscito Love is Hell, una raccolta di storie d’amore scritte dalla Zevin e da Melissa Marr, Scott Westerfield, Justine Larbalestier e Laurie Faria Stolarz.
Nel 2014 è uscito il romanzo The Storied Life of A. J. Fikry, pubblicato in Italia con il titolo La misura della felicità dalla Casa Editrice Nord. In breve è diventato un bestseller, grazie anche al passaparola dei lettori.

la_misura_della_felicita

LA TRAMA
A.J. Fikry è un tipo alquanto scontroso, facile all’ira, tendente alla misantropia. Non è sempre stato così, lo è diventato dopo la morte della moglie. Vive ad Alice Island, luogo di poche anime e abbastanza distante dalla “civiltà”. Sarebbe un luogo ideale per un tipo solitario se non avesse a che fare con i suoi concittadini, gente pettegola che in tutti i modi cerca di occuparsi di lui, comprendendo la sua situazione, ma che Fikry ritiene solo dei ficcanaso incapaci di farsi gli affari propri.

Dopo la scomparsa della moglie adorata, A.J. prende il suo posto nell’unica libreria dell’isola, Island Books, circa 350.000 dollari di vendite all’anno, la maggior parte nei mesi estivi, ai turisti. Questo il contenuto della nota che capita tra le mani di Amelia Loman, agente librario che, seppur riluttante, si reca in quel posto sperduto, chiedendosi se ne valga davvero la pena.
Fikry, infatti, è un libraio anomalo. Tutti sanno che disprezza i libri che vende. Viste le premesse, quel viaggio sembra davvero inutile, anche se il luogo ha il suo fascino.

L’insegna sopra il portico del cottage viola in stile vittoriano è sbiadita, e per poco Amelia non passa oltre.

ISLAND BOOKS

FORNITORE ESCLUSIVO DI BUONA LETTERATURA

AD ALICE ISLAND DAL 1999

NESSUN UOMO E’ UN’ISOLA; OGNI LIBRO E’ UN MONDO

[…]

La porta dell’ufficio di A.J. Fikry è chiusa. Amelia è a metà del corridoio quando la manica del suo maglione s’impiglia in una pila, e un centinaio di libri, forse di più, crolla a terra con un fragore umiliante. La porta si apre e A.J. Fikry posa lo sguardo prima sulle macerie, poi sulla gigantessa dai capelli biondo scuro che sta freneticamente cercando di reimpilare i libri. «E lei chi diavolo è?» (pag. 20 dell’edizione citata)

Il primo incontro non è un granché, in effetti, e probabilmente nessuno dei due protagonisti immagina che quel rapporto sarà destinato a trasformarsi in una bella amicizia e forse qualcosa di più …

La vita del libraio infelice è, tuttavia, destinata a cambiare: una sera, rientrando in libreria, trova una bambina che gironzola nel reparto dedicato all’infanzia. Tiene in mano un biglietto, scritto dalla madre e indirizzato proprio al proprietario della libreria: Questa è Maya. Ha venticinque mesi. È molto intelligente, è eccezionalmente loquace per la sua età. Voglio che diventi una lettrice. Voglio che cresca in mezzo ai libri e con persone che s’interessano a questo genere di cose. Le voglio un bene immenso, tuttavia non posso più occuparmi di lei. Sul padre non posso contare e la mia famiglia non può aiutarmi. Sono disperata. (pag. 66 dell’edizione citata)

Nonostante il carattere burbero e per nulla propenso a lasciarsi intenerire da un ospite così inatteso, A.J. Fikry non ci mette molto a comprendere che quella bambina è davvero speciale. Naturalmente non si sa chi sia né da dove venga, nonostante in città ci siano persone pronte a testimoniare sulla sua venuta, sulla presunta maternità e anche paternità. Poco più che voci, certamente poco attendibili. L’unica cosa certa è che gli isolani reputano il libraio inadeguato a prendersi cura della piccola.

Le madri di Alice Island temono che la bambina sarà trascurata. Cosa può saperne, lui, uomo e single, di come si crescono i bambini? Colgono quindi l’occasione di passare in negozio il più spesso possibile a dispensare consigli e, qualche volta, a portare piccoli regali: abiti, coperte, giocattoli. Notano che Maya sembra sufficientemente pulita, felice e sicura di sé e ne sono assai sorprese. […]
Facendo visita alla bambina, molte comprano anche libri e riviste. A. J. comincia a tenere certi libri perché pensa che le donne vorranno discuterne. (pagg. 90-91)

Insomma, a poco a poco la libreria si anima, si forma anche un gruppo di lettura grazie all’interesse dimostrato dal commissario Lambiase che, oltre a diventare un buon amico del libraio, riuscirà a svelare i misteri che avvolgono la scomparsa della madre di Maya e a ritrovare una copia di un prezioso libro sottratto tempo addietro a Fikry.
Forse per screditare le voci, a sorpresa A.J. decide di adottare la bimba abbandonata nel suo negozio, lasciando di stucco i detestati concittadini.
Sarà la scelta vincente che gli cambierà la vita. La piccola, infatti, gli farà riscoprire il gusto per i libri e per il suo lavoro. Non solo, farà capire al suo papà che anche la felicità si può misurare.

***
Il romanzo è davvero godibile. La storia è a volte intrigante e molte parti sono dialogate, espediente che, a livello narrativo, dilata il tempo della storia, che occupa parecchi anni dall’evento iniziale, rispetto all’intreccio, soffermandosi sui momenti salienti.
Mi è piaciuta molto l’idea della Zevin di aprire ogni capitolo con una sorta di scheda in cui il protagonista racconta e commenta importanti opere letterarie presenti nel suo negozio, per trasmetterle alla piccola Maya.
Certo, non è un capolavoro della letteratura ma il romanzo merita di essere letto, specialmente d’estate (anche se io l’ho letto in pieno inverno, durante la forzata clausura). Insomma, una tipica lettura da fare sotto l’ombrellone che, ne sono certa, appassionerà molti di voi.

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27 agosto 2014

LIBRI: “FEMMINE UN GIORNO” di ELENA COMMESSATTI

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PREMESSA
Ho assistito alla presentazione di questo libro al mare, verso la metà di luglio. Non conoscevo l’autrice, anche se si può dire che siamo vicine di casa. All’incontro era presente anche lo scrittore Pino Roveredo, che ne ha curato la prefazione e che a sua volta ha parlato di
Ballando con Cecilia, un suo romanzo uscito nel 2000 e recentemente ristampato da Bompiani.

commessattiL’AUTRICE
Elena Commessatti (Udine, 1967), laureata in Antichità greca all’università Ca’ Foscari di Venezia, ha successivamente frequentato la Scuola Holden a Torino, diplomandosi nel 1996. Giornalista pubblicista, collabora con il Messaggero Veneto dagli anni Novanta (anche come corrispondente da Torino e Milano). Assistente di Fernarda Pivano in RCS a Milano, è anche curatrice di una collana di narrativa “di genere” per Sonzogno. Dal 2003 è tornata a vivere in Friuli.
Scrittrice biografa di storie familiari e di narrazioni per oggetti, a giugno 2013 è uscito “Moroso Weaves. Conversazione a­morosa e pop tra tessuti, oggetti e biografie, rileggendo Roland Barthes”.
Femmine un giorno (Bébert Edizioni, collana “A colpi d’ascia”, Bologna 2013) è il suo primo romanzo, senza pseudonimo.

femmine un giorno

LA TRAMA
L’autrice, che ha ricostruito i fatti di cronaca anche con l’ausilio di fonti dirette (interviste agli inquirenti dell’epoca), riesce a contaminare narrativa e cronaca con grande disinvoltura ripercorrendo i fatti e raccontando, con grande perizia, ciò che accadde a Udine tra il 1971 e il 1989: 15 omicidi di donne, la maggior parte prostitute, avvenuti a Udine e dintorni, almeno 4 riconducibili ad un unico assassino, come stabilisce un dossier medico realizzato nel 1995. “Femminicidi”, come li chiamiamo ora, che diedero uno scossone alla tranquilla città di provincia ma furono ben presto dimenticati.

Sulla prima pagina del libro si legge una nota dell’autrice:

Questa storia è in parte vera.
Nasce dal desiderio di narrare una vicenda che nessuno racconta.
Sono nata che già c’era.
Fino a pochi anni fa non la conoscevo e ho vissuto in città tutti gli anni Ottanta.
Il sospettato? L’hanno mormorato per anni.

Le vittime erano donne, donne a metà.
Forse, se soltanto una di noi fosse morta, l’assassino prima o poi l’avrebbero trovato.

Protagonista di questo romanzo è Agata Est, in cui si riconoscono inequivocabili dati autobiografici dell’autrice: si tratta di una giovane donna udinese, da qualche anno trasferitasi a Milano, con alle spalle studi di diritto greco, scrive biografie su commissione e si occupa anche di letteratura rosa, eredità della zia Giorgetta Armour alla madre Amalia. Agata ritorna a Udine, sua città natale, forse per restarci. Qui ritrova la sua famiglia che ruota attorno alle donne di casa, investigatrici e proprietarie dell’agenzia “Mantovani Sisters”, coadiuvate da Luigi Gortani. Mantovani è il cognome della nonna, Maria Gentile, mentre quello del nonno è Leoni. Rimasta orfana di entrambi i genitori nel 1976, per Agata questi sono gli unici affetti.

Una famiglia un po’ sui generis la Leoni-Mantovani:

Tutte le famiglie felici si assomigliano tra loro, ogni famiglia è infelice a suo modo.
Tutto era sottosopra in casa Leoni da quando la nonna era in missione, l’agenzia era in mano al Gortani, la zia Giorgetta era ancora in preda a un innamoramento senile. Questa situazione durava ormai da un mese ed era sentita tormentosamente da tutti i membri della famiglia. […] Agata era afflitta dalla storia dei 4 omicidi: voleva pure lei rinunciare alla ricerca. Non si trattava di una storia da pubblicare, non le si chiedeva di inventare una biografia. Era una vicenda vera, bislacca, successa a donne vissute prima di lei e decisamente meno fortunate. (pag. 154)

A Udine la protagonista ritrova anche l’ex marito Zeno Zuccheri che scopre essere stato l’amante di una delle donne uccise, un’ex compagna di liceo di Agata. Quest’ultima inizia ad indagare su questi omicidi dimenticati e scopre che nulla, o quasi, era cambiato nella città lasciata anni prima: un luogo protetto, ovattato, in cui i fatti di cronaca, anche quelli più gravi, passano sotto silenzio, rimangono relegati nelle pagine del quotidiano locale. Molti sanno ma nessuno parla, un’omertà dettata da un senso di protezione di quella tranquillità provinciale cui nessuno è disposto a rinunciare. La tipica corazza che protegge le piccole città in cui non succede quasi mai niente.

Agata non è un’esperta del mestiere anche se è cresciuta nel mondo dell’investigazione. Si può dire che la decisione di occuparsi di questi femminicidi sia per lei una sorta di apprendistato. Un’indagine che si rivela difficile anche a causa della poca disponibilità a parlare da parte di chi, Agata ne è sicura, sa.

L’unica persona che è disposta ad aiutarla è l’ex maresciallo dei Carabinieri Luca Quinterio che è anche il padre del brigadiere Marcello. Quest’ultimo non sembra disposto a sbottonarsi con Agata e il rapporto complesso e contrastato con il padre non fa che complicare le cose.
In un accorato scritto, il giovane Quinterio si rivolge al vecchio con queste parole:

Padre,
ti scrivo per dirti quello che a voce non riesco. Questa indagine mi terrorizza perché ci sei di mezzo tu, come sempre nella mia vita, e io non ce la faccio a chiederti aiuto. Voglio crescere nella mia carriera. Per me l’Arma è la missione. E tu che hai sempre avuto da ridire sulla mia vita privata, non ti devi permettere di giudicare il mio lavoro. Hai capito bene: ti detesto, è ora che tu lo sappia. E anche questa indagine che mi collega a te, la detesto. Come se non sapessimo come è andata a finire. Neanche tu sei riuscito a prenderlo, il mostro
. (p. 85)

Marcello Quinterio non ha, però, fatto i conti con la determinazione di Agata Est che da giovane e inesperta investigatrice saprà trovare la strada giusta in quella Udine in cui il cielo è blu fluo, come psichedelico, in certe giornate d’inverno.

La narrazione procede alternando la prima alla terza persona, a seconda dei fatti narrati, se sono riferiti ad Agata oppure alle vittime dei femminicidi. Ma talvolta anche quando si parla della Est, la narrazione è in terza persona, quasi la protagonista volesse, essa stessa, essere osservata dal lettore mentre “vive” questa storia, sollevando a poco a poco la polvere che decenni di silenzio e oblio hanno depositato su quelle femmine un giorno, madri per sempre. Si tratta di due versi di un testo di Fabrizio De Andrè, Ave Maria (canzone contenuta nell’album “La buona novella” del 1070) che ha ispirato il titolo del libro.
Forse non un titolo scelto a caso. Femine, in friulano, significa semplicemente donna (al plurale feminis) ed è un termine che riprende il latino femina, senza alcuna sfumatura negativa.

E donne sono (erano) le protagoniste di quei fatti di cronaca. Donne dimenticate perché considerate figlie di un Dio minore. Donne squalificate, infilate negli archivi del silenzio, lontano dalle coscienze, e colpevoli di non essere figlie di un notaio, di un direttore, un presidente … (sono le parole di Pino Roveredo, autore della prefazione, riportate a pag. 7).

***
Lo stile della Commessati è agile e snello. Prevale la paratassi che tradisce la sua esperienza di giornalista.
La lettura di questo libro (non oso chiamarlo romanzo perché contiene troppe verità, seppur celate da nomi fittizi) mi è piaciuta non solo perché ho scoperto fatti che non conoscevo o di cui avevo sentito parlare solo di sfuggita (a dimostrazione del fatto che su certe faccende è bene stendere un velo, cronache che svaniscono dalla mente non appena si volta la pagina del quotidiano), ma anche per la particolare struttura del testo. Elena Commessatti, infatti, alterna parti romanzate (che interessano la protagonista Agata e le sue vicende personali) ai fatti di cronaca attraverso degli “innesti”, preceduti da frammenti di articoli presi dal quotidiano friulano, Messaggero Veneto, in cui ripercorre la storia delle donne uccise. Questa strategia narrativa ha il pregio di creare una sorta di osmosi tra le diverse parti che rendono più verosimile la parte romanzata.
La location del romanzo, inoltre, ha agevolato l’immedesimazione così mi è stato facile seguire la giovane investigatrice attraverso le vie e viuzze, spesso coperte dal porfido (i sanpietrini, per intenderci) o dall’acciottolato dove i tacchi risuonano (e spesso rimangono intrappolati!), passare all’osteria per un tai (un bicchiere di vino, anche se sono astemia!) o gustare un cappuccino in uno dei caffè del centro. Luoghi a me noti che fanno da cornice al racconto.

2 marzo 2014

LIBRI: “STORIA DI IRENE” di ERRI DE LUCA

Posted in Letteratura Italiana, libri tagged , , , , , , , , , a 5:32 pm di marisamoles

PREMESSA
Storia di Irene (Feltrinelli, “I Narratori”, settembre 2013) è il titolo del libro di Erri De Luca ma in realtà si tratta del racconto più ampio sui tre che la raccolta contiene. Gli altri racconti sono: Il cielo in una stalla e Una cosa molto stupida. In questo post mi limito, tuttavia, a parlare solo della Storia di Irene perché gli altri due sono proprio … un’altra storia.

storia di irene

L’AUTORE
Erri De Luca
è nato a Napoli nel 1950. Ha pubblicato con Feltrinelli: Non ora, non qui (1989), Una nuvola come tappeto (1991), Aceto, arcobaleno (1992), In alto a sinistra (1994), Alzaia (1997, 2004), Tu, mio (1998), Tre cavalli (1999), Montedidio (2001), Il contrario di uno (2003), Mestieri all’aria aperta. Pastori e pescatori nell’Antico e nel Nuovo Testamento (con Gennaro Matino, 2004), Solo andata. Righe che vanno troppo spesso a capo (2005), In nome della madre (2006), Almeno 5 (con Gennaro Matino, 2008), Il giorno prima della felicità (2009), Il peso della farfalla (2009), E disse (2011), I pesci non chiudono gli occhi (2011), Il torto del soldato (2012) e La doppia vita dei numeri (2012). Per “I Classici” Feltrinelli ha curato Esodo/ Nomi(1994), Giona/ Ionà (1995), Kohèlet/ Ecclesiaste (1996), Libro di Rut (1999), Vita di Sansone (2002), Vita di Noè/ Nòah (2004) e L’ospite di pietra di Puškin (2005). Per gli “Audiolibri” Emons/Feltrinelli, In nome della madre letto da Erri De Luca (2010). Tra i suoi libri più recenti, Le sante dello scandalo (Giuntina, 2011).
N.B. I link rimandano alle mie recensioni presenti su questo blog.

IL LIBRO
Irene ha quattordici anni ed è incinta. Nell’isola greca in cui vive, tra la terra e il mare, preferendo di gran lunga quest’ultimo, nessuno la saluta più per quella vergogna che porta addosso. Solo lo straniero, un italiano, diventa l’unica compagnia umana per la ragazzina che tutti credono sordomuta ma lui no, lui sa che parla. Un linguaggio, il suo, che non ha bisogno di molte parole, che si fa sospiro e passa attraverso il pensiero. Lei nuota in apnee lunghissime e si accompagna ai delfini, in tutti i sensi.

Irene non ha genitori, è figlia del mare e del mare allo stesso tempo diventa madre. I delfini l’hanno salvata, bambina abbandonata tra le onde. Cresciuta in casa del pope e trattata come schiava, ne viene cacciata quando il suo corpo espelle le prime tracce di donna. Vive in una stalla, si nutre di ciò che il mare le dona, non conosce il fuoco e non ha paura del freddo. Al giorno preferisce la notte, con la sua coperta di stelle non le fa sentire il freddo. Lei nuota con il buio e non ha bisogno di altre luci.

Non ha un padre, Irene, non ne ha mai sentito il bisogno. Lo straniero che racconta storie, capelli e barba bianca, potrebbe essere il genitore ideale, lui che a sessant’anni non ha mai avuto famiglia, nessuno che lo chiami padre né marito. Lui, figlio del mare come lei, di quella Napoli terra di migranti, di quel Mediterraneo che ha la capacità di contenere ed espellere, a seconda delle circostanze:

Il Mediterraneo per noi è un buttafuori.
Per quelli che l’attraversano ammucchiati e in piedi sopra imbarchi d’azzardo, il Mediterraneo è un buttadentro. (pag. 8)

Lo scrittore scrive storie che non hanno fine, come la casa degli specchi da cui è difficile uscire ma diventa facile quando si scopre il trucco: girare sempre a sinistra. Lo scrittore che racconta storie incompiute è l’unico con cui Irene si confida, lui è l’eletto, diventa il collo di bottiglia in cui imbucare il suo racconto (pag. 22). A lui che vorrebbe padre racconta la sua storia che non ha bisogno di tante parole. Una storia che diventa fiaba e che come tutte le fiabe non necessita di verità. Ci siamo mai chiesti come possa una zucca diventare carrozza per Cenerentola? La verità sta nel fondo, come i pesci nel mare. E non ha bisogno di venire a galla, rimane nel cuore di una notte stellata.

I delfini sì, riemergono di tanto in tanto, con il loro canto cullano la ragazza figlia del mare e allo stesso tempo madre. Irene ha fatto la sua scelta, ha eletto il mare come suo regno. Sulla terraferma c’è il male, le malelingue, la discriminazione, l’abbandono. Il mare invece è il bene, la vita che è soprattutto nascita:

Nascere in mare è passare da un liquido stretto a uno sconfinato. È sbucare da un vicolo nel largo di una piazza.
Non è il salto nell’aria della specie umana, buttata dal caldo nel vuoto che asciuga e non accoglie. (pag. 64)

Nel racconto dell’uomo, lo straniero, c’è la Napoli sospesa tra terra, mare e cielo, con il vulcano che incombe e ricorda la precarietà della vita. C’è la Grecia, con le sue isole grandi e piccole, tanto che anche l’Africa e l’Asia smettono i panni di continenti per assumere quelli di isole sconfinate. E poi ci sono i ricordi dell’uomo, i suoi libri e le sue storie e quella singolare, con la esse maiuscola, La Storia dell’Uomo, con la u maiuscola. C’è Giona con la sua balena come Irene con i suoi delfini:

Irene salta al buio sopra le onde e saltano con lei gli spruzzi.
Sono in due, un delfino l’accompagna. Il mare, fino a quel momento calmo, diventa un tappeto srotolato sotto di loro, mosso dall’arrivo.
Irene tocca terra scendendo da una schiena.
La pinna si rigira per tornare al mare e vedo il bianco del disegno di clessidra sul ventre del delfino. […]
Ora so che lei sta con i delfini. (pag: 51)

Quel che basta per la felicità:

E adesso Irene? Adesso basta Irene. Ha dato un figlio al mare e la sua storia a un uomo. (pag.66)

***

Come sempre una lettura gradevole e scorrevole, veloce per la sua brevità (solo 73 pagine). Anche se non è il De Luca migliore, secondo il mio modesto parere.
Il racconto è scritto in prima persona. Lo stile è semplice, quello caratteristico dello scrittore partenopeo, dove il discorso si frammenta quasi a voler lasciare il posto alla poesia. Tante piccole frasi a comporre una storia, piccola anch’essa ma delicatamente bella. Tanto segmentato lo stile che anche la mia prosa ne è contagiata, rifugge la subordinazione. La parola diventa essenziale. De Luca è così e io mi adeguo.

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15 settembre 2013

LIBRI: “LA LUCE SUGLI OCEANI” di M.L. STEDMAN

Posted in libri tagged , , , , , , , a 7:42 pm di marisamoles

Premessa.
Questo libro mi ha incuriosita soprattutto per l’immagine di copertina in cui si vede in primo piano una bimba e sullo sfondo un faro. Ho subito pensato che qualche tempo fa quello del guardiano del faro è stato giudicato il miglior lavoro del mondo. Poi ho letto, sul risvolto di copertina del romanzo, la trama e mi ha subito colpita la storia, ambientata in Australia. Non credo di aver mai letto nulla di questo Paese e nemmeno di qualche autore australiano. E’ un Paese che non conosco affatto. Questo romanzo mi ha fatto sognare paesaggi meravigliosi e ha suscitato in me la voglia di visitare quei luoghi, mai provata prima
.

ML StedmanL’AUTRICE.
La biografia ufficiale di M.L. Stedman è piuttosto scarna: di lei si dice solo che è nata e cresciuta a Perth, nell’Australia occidentale, attualmente vive a Londra. Questo è il suo primo romanzo. Nemmeno le iniziali riconducono ai due nomi di battesimo, si sa solo che M. sta per Margot.
Sul web, tuttavia, si può trovare il testo di un’intervista da cui si apprende che la scrittrice ha sempre adorato quella che lei definisce l'”arte delle parole”, anche se il suo approccio con la scrittura nasce solo dopo aver lavorato a Londra come avvocato. Siamo nel 1997: la Stedman, mentre fissa lo schermo del computer nel suo ufficio, ha l’illuminazione che proviene da Dio sa dove. Decide, quindi, di provare la scrittura creativa. Ingaggia un writing coach, e mentre si trova in Grecia per una “vacanza di scrittura creativa”, di getto scrive il suo primo racconto. Continua poi a studiare questa disciplina presso l’Università di Londra, pubblicando tre racconti raccolti in un’antologia out-of-print, Desperate Remedies, nel 2008.
La luce tra gli oceani, iniziato come un racconto di 15.000 parole, diventa un romanzo grazie anche al consiglio di un agente letterario che ne riconosce la “stoffa” per diventare un romanzo.
L’autrice, quindi, fa delle ricerche d’archivio sui guardiani del faro e sperimenta la desolazione di Capo Leeuwin Lighthouse, che ha visitato al fine trovare l’ispirazione per descrivere la vita dei protagonisti a Janus Rock.
Del suo approccio con la scrittura, M.L. Stedman dice:

I just sit down and make it up. I don’t plan, so it’s not as though I have an outline or structure. It’s an instinctive process. When I start to write I let a picture or sentence or voice come to me. (Appena mi siedo, inizio. Non pianifico nulla, quindi non è come se seguissi uno schema. Si tratta di un processo istintivo. Quando inizio a scrivere lascio che una foto o una frase o una voce vengano a me.)
(QUI potete leggere l’intera intervista pubblicata sul Sidney Morning Herald)

la luce sugli oceani cover

LA TRAMA.
Tom Sherbourne è un giovane reduce di guerra, laureato, con alle spalle una triste storia familiare: la madre aveva abbandonato la famiglia quand’era bambino e il padre aveva cercato in tutti i modi di far crescere i suoi figli (Cecil è il fratello maggiore di Tom) nell’odio nei confronti della donna che aveva distrutto la sua famiglia.
L’esperienza della guerra rappresenta per il giovane un altro trauma, un’altra pagina dolorosa della sua vita. Ha visto i suoi compagni morire sul campo e si sente un miracolato ad esserne uscito indenne. A volte un senso di colpa lo assale e per questo decide di accettare un incarico pro tempore per il Servizio fari del Commonwealth.
La vita solitaria è quello che cerca. Dopo una breve esperienza a Byron Bay, sulla costa del Nuovo Galles, arriva per lui la grande occasione: un incarico permanente sull’isola di Janus Rock che si trova affacciata tra i due oceani, ad ovest quello Indiano e ad est quello Australe.

Prima della partenza, in occasione di una cena a casa del capitano Percy Hasluk, Tom conosce Isabel, un’incantevole diciannovenne da cui si sente subito attratto, figlia di Bill, preside della scuola di Partageuse, il porto più vicino a Janus, e Violet Graysmark. Ma la vita di un guardiano del faro è dura, in completo isolamento, gli unici rapporti con il mondo esterno sono quelli con gli uomini che, ogni sei mesi, portano cibo e tutto ciò che può servire alla manutenzione del faro. Non è certo un luogo in cui mettere su famiglia.
Ma Tom non ha fatto i conti con i sentimenti della giovane Isabel (Izzy la chiamerà poi):

Isabel stessa non sarebbe stata in grado di spiegare a parole la sensazione nuova che provava ogni volta che vedeva quell’uomo. Eccitazione, forse? C’era qualcosa di misterioso in lui, come se fosse distante, nascosto dietro il suo sorriso. E lei desiderava raggiungerlo e scoprirlo.
La guerra le aveva insegnato a non dare niente per scontato. Non era consigliabile rimandare ciò che contava: la vita poteva portarti via le cose più care e non c’era modo di riaverle. Isabel cominciava a sentire l’urgenza, la necessità di cogliere un’occasione prima che lo facesse qualcun altro. (pag. 58, edizione Garzanti)

La giovane donna, oltre ad essere bella, è molto caparbia. Riesce, infatti, a conquistare il cuore di Tom e in breve si celebrano le nozze.
La coppia, con entusiasmo lei e con molte perplessità lui, inizia una vita felice con l’intenzione di mettere al mondo dei bambini. Il destino, però, è avverso: Isabel ne perde tre in poco tempo. L’ultimo nasce prematuro e già morto.
Proprio da questo triste evento prende l’avvio la narrazione con un’anticipazione dei fatti. E’ il 27 aprile 1926.

«Il giorno del miracolo, Isabel era inginocchiata al limitare della scogliera e si affaccendava intorno alla piccola croce costruita di recente con pezzi di legno trasportati dalla corrente. Un’unica nuvola paffuta navigava piano nel cielo di fine aprile che sovrastava l’isola specchiandosi nell’oceano.
“E non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal male”, sussurrò.
Per un istante la mente le giocò uno scherzo e lei credette di sentire il pianto di un bambino. Scacciò l’illusione e seguì con lo sguardo un branco di balene che si allontanava lungo la costa per andare a partorire in acque più calde. Udì di nuovo il vagito, questa volta più forte, trasportato dalla brezza delle prime ore del mattino. Impossibile.» (pag. 11)

Non si tratta di un’illusione: sulle coste della piccola isola di Janus, sperduta tra gli oceani, si è arenata una barca con a bordo un uomo morto e una neonata, avvolta in un maglione da donna color lavanda. Tom e Isabel immaginano che l’uomo sia il padre della piccola e che la madre sia stata travolta dalle onde e trasportata chissà dove. Quella creaturina che piange disperata, ma che si calma non appena stretta tra le braccia di Izzy, dev’essere rimasta sola al mondo.

Il primo pensiero di Tom è quello di avvisare i suoi superiori del ritrovamento del cadavere e della neonata. Ma quello per Isabel è il giorno del miracolo. Ha appena perduto suo figlio e probabilmente anche la speranza di diventare madre. Quella bambina è per lei un segno del destino: se avessero avvertito chi di dovere, l’avrebbero portata in un orfanotrofio. Se, invece, Tom avesse omesso di segnalare il ritrovamento, nessuno mai avrebbe potuto sospettare che quella neonata non fosse la loro figlia. Dopo l’infelice esito del parto prematuro, infatti, i due non avevano ancora avvertito nessuno dei parenti e la barca con i rifornimenti sarebbe arrivata da lì a due mesi.

Isabel è determinata e riesce a convincere il marito riluttante. La bambina viene soccorsa e portata al faro dalla donna che fin da subito si sente sua madre, mentre Tom seppellisce il corpo dell’uomo. Nessuno saprà mai nemmeno del ritrovamento della barca, che viene lasciata andare alla deriva, e del cadavere. Il piano è perfetto, se non fosse per un sonaglio d’argento che la bambina aveva con sé. Un oggetto cui la coppia non dà alcuna importanza come segno identificativo e che qualche anno dopo farà venire a galla la verità.

La vita di Lucy, la piccola, è felice: ha due genitori che l’adorano, passa le sue giornate in completa libertà, ascoltando il rumore del mare che, fragoroso, s’infrange sulle scogliere. Appena un po’ cresciuta, segue Isabel che si prende cura dei pochi animali che alleva sull’isola ed è affascinata dal lavoro di Tom che tiene perfettamente efficiente il faro.
Le giornate sono scandite dalla vivida luce dell’alba e da quella smorzata del tramonto, subito sostituita dalla luce magica del faro del quale sembra, talvolta, di seguire il ritmo degli ingranaggi. I suoni sono quelli della natura, accompagnati da quelli degli abitanti dell’isola sperduta: il vento che a volte soffia impetuoso, il fragore delle onde, la vocina sempre squillante e allegra di Lucy e il gaio suono di un vecchio pianoforte che Tom ha fatto aggiustare per far felice Isabel.
La natura diventa protagonista di appassionate pagine, quasi un riflesso delle gioie e dei drammi dei protagonisti:

L’oceano tuonò contro la roccia mandando una pioggia di schiuma fino a Isabel, in piedi sul bordo della scogliera, a decine di metri d’altezza. Gli spruzzi erano penetrati nel legno delle croci [quelle che Tom aveva apposto sulle tombe del figlioletti morti, NdR]e avevano inumidito il suo vestito.
«Izzy! Isabel!» La voce di Tom, sospinta dalle raffiche, volava quasi via dall’isola.
Una procellaria volteggiò nell’aria, girando in cerchio, prima di tuffarsi a piombo nell’onda frastagliata, secca come un fulmine, per pescare un’aringa. Ma la fortuna e la tempesta erano a favore del pesce, che riuscì a divincolarsi dal becco dell’uccello ricadendo in mare.
Tom percorse le poche centinaia di metri che lo separavano dalla moglie. La procellaria continuò a librarsi sulle correnti tempestose, sapendo che nel tumulto dell’acqua i pesci che erano al riparo delle rocce più profonde sarebbero facili prede. (pag. 226)

Siamo nel momento clou del romanzo: d’ora in poi nulla sarà come prima. Tom, venuto a sapere che la madre naturale di Lucy è viva, non può più tollerare il senso di colpa che lo assale ripensando al momento in cui aveva accettato di seguire il consiglio della moglie. L’uomo fa di tutto per essere scoperto, perfettamente consapevole che ciò avrebbe significato la crisi del suo matrimonio e un dolore inconsolabile per il povero cuore di Isabel. La donna, infatti, non vuole separarsi da colei che ha cresciuto come una figlia, che ama profondamente. Ritiene di essere la madre legittima perché ha abbracciato Lucy, l’ha accolta nel suo seno, l’ha cresciuta e amata. Quella donna, Hanna, sarà anche la madre naturale della bambina però per lei è una perfetta estranea.

Ma accanto alla storia di questi due coniugi ce n’è un’altra: quella di Hanna. Il ritrovamento della sua Grace è come la luce che improvvisamente squarcia il buio della sua anima. Dopo sei anni di dolore, ecco che arriva la gioia: potrà riabbracciare la figlia. Anche se il rapporto tra la figlia perduta e la madre ritrovata sarà tutt’altro che facile. Lucy-Grace, infatti, riconosce Isabel come l’unica e vera madre e da lei, all’inizio, non si vuole separare.

***

Devo essere sincera: quando ho letto nel risvolto di copertina che questo romanzo è stato conteso dagli editori di tutto il mondo e venduto in milioni di copie, ero un po’ scettica. Il successo di vendita, infatti, non sempre è sinonimo di qualità.
Al di là del fatto che la storia è avvincente, la narrazione scorre veloce, con momenti di introspezione psicologica e di suspense. E’ scritto bene, con delle pagine descrittive, soprattutto della natura dei luoghi, per nulla noiose ma che, anzi, aiutano a calare il lettore nell’atmosfera alquanto insolita dei luoghi. Insomma, credo che nessuno abbia esperienza di fari e lasciarsi affascinare dal mestiere di guardiano non è cosa di tutti i giorni.
In conclusione, è senz’altro il miglior romanzo, almeno nell’ambito della narrativa contemporanea, che io abbia letto negli ultimi anni. Affascinante e drammatico nello stesso tempo. Impone molte riflessioni, prima tra tutte quella sulla maternità. Ma alla domanda “I figli sono di chi li cresce o di chi li genera?” non si riesce a dare una risposta, specie di fronte ad un finale che, se è giusto, non è lieto per tutti.

19 agosto 2013

LIBRI: “IL BALLO” di IRÈNE NÈMIROVSKY

Posted in libri tagged , , , , , , , a 1:52 pm di marisamoles

Premessa: questo racconto è stato recentemente pubblicato da Newton Compton nella collana LIVE, a soli 99 centesimi.

copertina libro il ballo

L’AUTRICE
Irène Nèmirovsky nacque a Kiev l’11 febbraio 1903, da un ricco banchiere ebreo ucraino, Leonid Borisovitch Némirovsky (1868-1932) e da Anna Margoulis (1887-1989. Nel 1919 si trasferì con la famiglia in Francia, a Parigi, dove nel 1924 si laureò in Lettere alla Sorbona.
Poliglotta – conosceva sette lingue – da sempre considerò il francese la sua seconda lingua madre e iniziò giovanissima a scrivere. Nel 1921 pubblicò il suo primo testo sul bisettimanale Fantasio. Nel 1923 la Némirovsky scrisse la sua prima novella l’Enfant génial (ripubblicata con il nome di Un enfant prodige nel 1992), che sarà pubblicata nel 1927. Nel 1926 pubblicò il suo primo romanzo Le Malentendu.
La fama arrivò nel 1929 con la pubblicazione del romanzo David Golder e, grazie al suo editore, poté frequentare i salotti parigini più rinomati.
Tre anni prima, nel 1926 Irène Némirovsky aveva sposato Michel Epstein, un ingegnere russo emigrato, divenuto poi banchiere, da cui ebbe due figlie: Denise nata nel 1929 ed Élisabeth nel 1937.
Nonostante la conversione al Cattolicesimo, la scrittrice fu vittima delle persecuzioni naziste e nel 1942 fu deportata ad Auschwitz dove fu uccisa il 17 agosto 1942. Stesso destino toccò, qualche mese dopo, al marito che si era battuto per farle ottenere la libertà.
Le bal (Il ballo) uscì nel 1930 e dal racconto fu tratto, nel 1931, l’omonimo film per la regia di Wilhelm Thiele. (fonte: Wikipedia)

LA TRAMA
La protagonista de Il Ballo è la quattordicenne Antoinette Kampf, che vive con i suoi genitori in un lussuoso appartamento di Parigi. Il padre è un ebreo di umili origini che fa fortuna e permette alla famiglia, ad Antoinette e alla moglie Rosine, una vita agiata. Ma, come capita spesso ai parvenu, la coppia sente il peso del passato e, sebbene le ricchezze ottenute con delle speculazioni finanziarie abbiano loro spalancato le porte del bel mondo, non si sentono completamente accettati dall’alta società.
La ragazzina è trascurata dalla madre, molto più intenta a badare a se stessa piuttosto che alla figlia, ed è seguita da Miss Betty, una governante tuttofare che spesso è complice di Antoinette e ha una relazione segreta con un giovane. L’età della giovane Kampf è un’età difficile, un’età in cui non si è né carne né pesce, se poi si viene trascurate dalla madre e si vivono quotidianamente le tensioni tra i genitori, non si trova un punto di riferimento, un equilibrio. Ed è per questo che, quando M.me Kampfe lancia l’idea di organizzare un ballo, cui invitare tutta la gente che conta, Antoinette è elettrizzata dall’idea del debutto in società. Ma l’amara realtà è un’altra: non parteciperà a nessun ballo, in compenso, visto che ha una bella grafia, aiuterà la madre a scrivere i bigliettini d’invito.

Rosine fa le cose in grande, supportata dal marito che, per l’occasione, vuole che della famiglia Kampf si parli parecchio in giro. I biglietti da scrivere sono duecento, almeno. Ma chi invitare? All’inizio l’operazione si rivela tutt’altro che semplice:

«Cominciamo dalle persone che conosco, vero Rosine? Scrivi, Antoinette. Il signore e la signora Banyuls. Non conosco l’indirizzo, hai l’elenco telefonico sotto mano, cercherai via via …«
«Sono molto ricchi, no?», sussurrò Rosine rispettosa.
«Molto».
«Ti … credi che vorranno venire? Non conosco la signora Banylus».
«Nemmeno io. Ma sto in affari con il marito, il che basta … pare che la moglie sia una donna affascinante, e poi non viene molto ricevuta nel suo giro, da quando è rimasta coinvolta in quella faccenda … ti ricordi, le famose partouzes del Bois de Boulogne, due anni fa».

[…]

«Dio santo!», sospirò la signora Kampf, «Com’è difficile …»
«Ci vuole metodo, cara mia … Per il primo ricevimento, tanta e tanta gente, più facce possibile … Solo al secondo o al terzo si può fare una cernita … Ma questa volta bisogna invitarne a bizzeffe». (pagg. 59-60)

Insomma, la filosofia di Monsiur Kampf è piuttosto spicciola ma dettata dal senso pratico: l’uomo è, infatti, cosciente che, chi più chi meno, tutti hanno i loro scheletri negli armadi. C’è una sola persona, ben conosciuta, che non può mancare: Mademoiselle Isabelle, cugina dei Kampf e maestra di pianoforte della piccola protagonista. Per nulla amata, tra l’altro, dall’allieva. La Nèmirovsky ne fa un ritratto impietoso e ironico allo stesso tempo:

«Eccessivamente miope ma senza mai usare gli occhialini, dato che andava fiera dei suoi occhi molto belli e delle folte sopracciglia, incollava sugli spartiti il lungo naso carnoso, appuntito, azzurrino di cipria, e, quando Antoinette sbagliava, la colpiva forte sulle dita con una bacchetta di ebano, rigida e dura come lei. Era malevola e ficcanaso come una vecchia gazza. Il giorno precedente alle lezioni, Antoinette mormorava con fervore durante la preghiera della sera (suo padre si era convertito al momento del matrimonio, Antoinette era stata cresciuta nella religione cattolica):
«Mio Dio, fa’ che Isabelle muoia stanotte». (pagg. 66-67)

Un ritratto che serve anche a comprendere quell’autobiografismo malcelato che è presente nel racconto. Sarà proprio Isabelle l’unica presente al ballo. Deludendo le aspettative dei coniugi, la festa che doveva costituire il loro vero debutto in società si rivelerà un disastro.
Antoinette, l’unica non invitata e relegata nello sgabuzzino delle scope, si gode lo spettacolo non vista:

«Sulla soglia del salone, esitò un istante, poi intravide nel salottino vicino il grande canapè di seta; si mise carponi, si intrufolò tra lo schienale del mobile e la morbida stoffa; c’era solo un piccolissimo spazio in cui poter restare rannicchiandosi tutta: da qui sporgendo la testa vedeva il salone, come una scena di teatro.» (pagg. 106-107)

Alla fine, da spettatrice silenziosa la ragazza diventa protagonista; una prova d’attrice superba, la sua. Tanto da sembrare realtà e non finzione.

***

Devo essere sincera: questo romanzo breve, o racconto che dir si voglia, non mi ha entusiasmato. L’unico pregio che ho riscontrato è la caratterizzazione dei personaggi, specialmente nell’ambito dei dialoghi cui è concesso ampio spazio nella narrazione. Una lettura piacevole, perché il libro è scritto in modo semplice e scorrevole, senza grande maestria, sembra quasi il diario della stessa Antoinette, scritto da una quattordicenne, nulla di più. Non so se si tratti di una strategia precisa dell’autrice, ma in ogni caso il libro non è certo un capolavoro.
Sono rimasta delusa soprattutto perché, prima di iniziare la lettura de Il ballo, ho letto – cosa che raramente faccio – la presentazione fatta da Maria Nadotti. Ad un certo punto scrive:

Leggendo i testi di Nèmirovsky, anzi divorandoli e facendosene divorare – tale è infatti il tipo di lettura cui essi inducono -, capita di provare uno smarrimento simile a quello che si avverte quando ci si perde in un bosco o ci si spinge incautamente troppo al largo durante una mareggiata. Il paesaggio è familiare, eppure non ci sono più punti di riferimento. La natura ci circonda da tutti i lati, identica e potente. Impossibile uscirne, ma anche districarsi al suo interno. ( pag. 21)

Probabilmente la Nadotti si riferisce a tutti i romanzi dell’autrice che non ho letto. Però questo romanzo a me pare un’opera molto modesta che non mi ha regalato le emozioni descritte nella critica.

29 luglio 2013

LIBRI: “E DISSE” di ERRI DE LUCA

Posted in Letteratura Italiana, libri tagged , , , , , , a 2:00 pm di marisamoles

Premessa: ormai questo autore napoletano mi è entrato nel cuore. Abituata ai toccanti romanzi intrisi di ricordi infantili nella Napoli della seconda metà del Novecento, ho scoperto, leggendo “E disse”, il De Luca colto, studioso appassionato della Bibbia e, in particolare, della religione ebraica. Ed è stata una felice scoperta.

de luca E disse
L’AUTORE.
Erri (vero nome Enrico) De Luca è nato a Napoli nel 1950. Dopo aver completato gli studi al liceo Umberto, si trasferisce a Roma dove è impegnato politicamente. Svolge numerosi lavori sia in Italia sia all’estero, coltivando da autodidatta lo studio delle lingue, in particolare lo yiddish e l’ebraico antico dal quale traduce alcuni testi della Bibbia. Lo scopo di queste traduzioni, che De Luca chiama “traduzioni di servizio”, non è quello di fornire il testo biblico in lingua facile o elegante, ma di riprodurlo nella lingua più simile e più obbediente all’originale ebraico.
Pubblica il primo romanzo nel 1989, a quasi quarant’anni: Non ora, non qui, una rievocazione della sua infanzia a Napoli. Seguono molte altre pubblicazioni: Una nuvola come tappeto (1991), Aceto, arcobaleno (1992), In alto a sinistra (1994), Alzaia (1997, 2004), Tu, mio (1998), Tre cavalli (1999),Montedidio (2001), Il contrario di uno (2003), Mestieri all’aria aperta, Pastori e pescatori nell’Antico e nel Nuovo Testamento (con Gennaro Matino, 2004), Solo andata. Righe che vanno troppo spesso a capo (2005), In nome della madre(2006), Almeno 5 (con Gennaro Matino, 2008), Il giorno prima della felicità (2009), Il peso della farfalla (2009), E disse (2011) e I pesci non chiudono gli occhi (2011). Per “I Classici” Feltrinelli ha curato Esodo/ Nomi(1994), Giona/ Ionà(1995), Kohèlet/ Ecclesiaste (1996), Libro di Rut (1999), Vita di Sansone (2002), Vita di Noè/ Nòah (2004) e L’ospite di pietra di Puškin (2005). Per gli “Audiolibri” Emons/Feltrinelli, In nome della madre letto da Erri De Luca (2010). Tra i suoi libri più recenti, Le sante dello scandalo (Giuntina, 2011) e Il torto del soldato (Feltrinelli 2012).

LA TRAMA

“Lo raccolsero sfinito sul bordo dell’accampamento. Da molti giorni disperavano di vederlo tornare. Si preparavano a smontare le tende, inutile cercarlo dove lui solo osava andare. Contava di farcela in un paio di giorni. Era allenato, rapido, il migliore a salire. Il piede umano è una macchina che vuole spingere in su. In lui la vocazione si era specializzata, dalla pianta del piede era risalita al resto del corpo. Era diventato uno scalatore, unico nel suo tempo. Qualche volta si era arrampicato scalzo. Scalava leggero, il corpo rispondeva teso e schietto all’invito degli appigli, il fiato se ne stava compresso nei polmoni e staccava sillabe di soffio seguendo il ritmo di una musica in testa. Il vento gli arruffava i capelli e sgomberava i pensieri. Con l’ultimo passo di salita toccava l’estremità dove la terra smette e inizia il cielo. Una cima raggiunta è il bordo di confine tra il finito e l’immenso”

Così inizia “E disse”. Lui è Mosè, colui al quale Dio ha affidato il compito di tramandare agli uomini la Sua Legge. Lui è il primo alpinista e ha appena scalato il monte Sinai.
Non è importante la trama in questo libro. Una trama non c’è. C’è la Storia: quella del popolo ebraico che fugge dalla schiavitù d’Egitto e con passo paziente si dirige verso la Terra promessa. C’è l’Uomo, il primo, e la prima Donna, i primi trasgressori alla Legge di Dio. C’è la Legge, ci sono i 10 comandamenti scolpiti nella roccia e c’è Erri De Luca nella veste di esegeta biblico che non annoia mai, che non si limita al nozionismo da catechesi ma illumina con la sua scienza e il suo amore per la Bibbia un testo che romanzo non si può definire e neppure saggio. Allora cos’è “E disse”? È un fluire lento di parole che pare mosso dal vento del deserto per scolpire nella mente di chi legge ciò che un tempo fu scolpito nella roccia.

E c’è la lingua ebraica, vera protagonista dell’opera. Una lingua che De Luca conosce bene e che gli serve a dare Verità al suo scritto.

C’è il genere umano, diviso tra i due sessi. La lingua di Mosè riconosce la supremazia del maschio.

«Le donne si scambiavano occhiate, si davano di gomito: il tu che si stampava sulla roccia era al maschile. L’ebraico separa i sessi pure dentro i verbi e i terminali dei pronomi. Il tu sopra la roccia era al maschile. Spettava perciò agli uomini trasmettere le clausole e le righe di alleanza con la divinità. Per loro, per le donne, un’incombenza in meno: si scambiavano sguardi d’intesa.
Toccava agli uomini. Del resto, nella loro lingua maschio e ricordo hanno radice uguale. Si dessero perciò da fare loro con la scrittura sacra e con la trasmissione. Le donne ebree eran ben cariche di compiti. Gli uomini non erano più servi d’Egitto, avevano un sacco di tempo libero. (pag. 39)

Anche quando prende in esame i Comandamenti, uno ad uno, l’autore non è mai banale, mai scontato. La sua penna sa scavare nella profondità dell’animo umano alla ricerca di un perché.
Cosa vuol dire, ad esempio, “Non uccidere”? Un’arida intimazione a non togliere ciò che Dio ha donato, la vita, ma, al giorno d’oggi, anche un ammonimento a non commettere un reato. Eppure anche da questo semplice imperativo dalla penna di De Luca si sprigiona poesia pura:

«Non ammazzerai: che disarmo in cuore si annunciava in quel rigo di apertura di seconda facciata della roccia, in alto, a sinistra della prima. Rinuncia a disporre della vita altrui.
Diceva di non ammazzare neanche Caino, primo degli assassini, per non degradare se stesso e la comunità. Era ancora fresca la pelle d’oca per l’offerta di Isacco sopra il monte.» (pag. 63)

Potrei continuare con le citazioni ma il libro è così breve, 89 pagine appena, che finirei per riscriverlo tutto. Un libricino prezioso che si legge in un soffio ma che rimane scolpito nella memoria come le parole che dalla roccia prendono vita.

Non si può capire la scelta di De Luca di scrivere questo libro senza leggere le parole dell’epilogo, quelle in cui si dichiara “fuori dall’accampamento”, distante dalla Verità che le parole di Dio esprimono eppure così vicino al popolo che quelle parole ha seguito con devozione e speranza.

«L’ebraismo per me non è richiesta d’iscrizione, mi tengo l’imperfetto del prepuzio. L’ebraismo per me è compagnia di viaggio. […] L’ebraismo è stato per me pista carovaniera di consonanti accompagnate sopra e sotto il rigo da uno svolazzamento di vocali. Tra un rigo e l’altro, nello spazio bianco, governa il vento. (pagg. 88-89)

LE MIE (ALTRE) LETTURE

5 agosto 2012

LIBRI: “I PESCI NON CHIUDONO GLI OCCHI” di ERRI DE LUCA

Posted in libri tagged , , , , , , a 6:13 pm di marisamoles

Erri De Luca, napoletano classe 1950, è uno scrittore e giornalista che ha al suo attivo più di cinquanta titoli tra romanzi e saggi, raccolte di poesie, opere teatrali e traduzioni. Da Giorgio De Rienzo, critico letterario del Corriere della Sera, è definito “lo scrittore del decennio”. Uno scrittore che inizia a pubblicare tardi, a quarant’anni, e nei suoi romanzi raccoglie spesso ricordi di vita passata, specie quelli relativi all’infanzia trascorsa all’ombra del Vesuvio da cui appena diciottenne si allontana per motivi di lavoro. Prima di dedicarsi alla narrativa De Luca svolge svariati lavori e partecipa attivamente alla vita politica degli anni Settanta, in pieno fermento postsessantottino.

I pesci non chiudono gli occhi (Feltrinelli, 2011) mi ha colpito per la frase di copertina: “Lo so da un anno, io cresco e il corpo no. Rimane indietro”, tuttavia la decisione di leggere questo breve ma intenso romanzo è stata determinata da ciò che ho letto sulla quarta: “… Un uomo, cinquant’anni dopo, torna coi pensieri su una spiaggia dove gli accade il necessario e pure l’abbondante. Le sue mani di allora, capaci di nuoto e non di difesa, imparano lo stupore del verbo mantenere, che è tenere per mano”. Il fascino irresistibile, almeno per me, dell’etimologia non mi lascia scelta: quel libro è mio.

È la storia di un bambino di dieci anni – l’autore stesso – che al mare, d’estate, incontra una ragazzina di poco più grande e rimane colpito da lei. Non sa se è amore, piuttosto è crescita, quella interiore perché il corpo rimane sempre indietro.

La guardavo e mi accorgevo che era così. Era una donna, la prima che emergeva da quella folla che non mi interessava. Altre volte ho riavuto la sorpresa di una donna che avanzava verso di me e il resto intorno andava fuori fuoco. (pag. 59 dell’edizione economica 2012)

Capivo all’indietro quello che succedeva dentro i libri, quando uno si accorge della specialità di un’altra persona e concentra su quella l’esclusiva della sua attenzione. Capivo l’insistenza di isolarsi, starsene in due a parlare fitto. Non c’entrava per me il desiderio, quell’amore chiudeva con l’infanzia ma non smuoveva ancora nessun muscolo degli abbracci. Scintillava dentro, mi visitava il vuoto e me lo illuminava. (pagg. 101-102 )

L’estate di cinquant’anni prima vede il ragazzino immerso nel mondo semplice dei pescatori campani, nella curiosità di leggere per imparare a vivere, nell’abilità con cui trova le soluzioni ai cruciverba e ai rebus. L’estate di un ragazzino solitario che vede nella ragazzina del nord, sua vicina di spiaggia, la stessa voglia di isolarsi, immersa nella lettura, noncurante dei giochi stupidi dei coetanei. Per questa affinità tra i due, il fatto che lei scelga proprio lui e non altri, magari più svegli e già in preda ai primi turbamenti d’amore, scatenerà la lotta tra due mondi così diversi dalla quale lui, con l’aiuto di lei, che lo tiene per mano, uscirà vincitore.

È anche un’estate passata lontana dal padre, emigrato in America in cerca di lavoro. Un’estate fatta di decisioni difficili dalle quali il bambino cerca di stare lontano, pur consapevole che la “perdita” del padre (ma in realtà la sua lontananza) avrebbe avuto su di lui delle conseguenze irreparabili:

Crescere senza di lui? Sarei venuto storto, avrei cercato di appoggiarmi a un muro come un rampicante che altrimenti striscia. (pag. 92)

E così la narrazione continua intrecciando ricordi lontani, quelli di un bimbo che vuole crescere ma il suo corpo no, e quelli più vicini, di un uomo che deve fare ancora delle scelte, a volte difficili. Il tutto condito dalle splendide immagini della vita laboriosa dei pescatori dell’isola, delle cose semplici come gli spaghetti al pomodoro e basilico e la pizza alla marinara, i cui odori e profumi sembrano uscire dalle parole stesse del racconto.

Lo stile di De Luca è, infatti, molto lirico, seppur semplice e a volte vicino al parlato, senza tuttavia scivolare spesso nella parlata napoletana, se non per evocare immagini particolarmente colorite. Una lettura gradevole, certamente non impegnativa. Un romanzo che, pur nella sua scorrevolezza e bellezza non banale, non può essere considerato un esempio di alta letteratura.

Una curiosità particolare me l’ha destata il titolo. Che siano citati i pesci mi sembrava normale, visto che fin dalle prime pagine il mondo in cui il racconto è calato è quello dei pescatori. Ma non capivo il nesso tra il contenuto della narrazione e gli occhi dei pesci. Finché, al momento del primo bacio fra i due ragazzini, lei non lo rimprovera perché non chiude gli occhi. E continuerà a farlo in seguito:

“Chiudi quei benedetti occhi di pesce.”
“Ma non posso. Se tu vedessi quello che vedo io, non li potresti chiudere.” (pag. 112)

Allora il titolo va letto come se tra l’articolo e il nome si formasse una sola parola di tre sillabe con l’accento sulla penultima. Ipèsci non chiudono gli occhi. I bambini di dieci anni, che in poche settimane d’estate assistono ad una crescita interiore a scapito di un corpo che rimane indietro, , li devono proprio chiudere gli occhi, quando baciano.

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