AMORE DI MAMMA

Ai bambini non so resistere, specie se si tratta di video in cui dimostrano tutto l’amore che nutrono per la mamma. Qualche tempo fa ho postato il video del bimbo che si commuove quando la mamma canta, questo di oggi ha appena visto la luce ma non ha accettato di buon grado il distacco.

A dimostrazione che la nascita rappresenta per i neonati un vero choc, guardate questo piccolino: non vuole proprio staccarsi da colei che l’ha appena messo al mondo. Non sa ancora chiamarla mamma, non conosce il significato della parola ma sa tutto sul legame che si crea, fin dal primo battito del cuore, con chi lo ha ospitato al caldo per nove mesi, gli ha parlato, l’ha coccolato accarezzandosi la pancia sempre più gonfia, gli ha cantato la ninna nanna e l’ha calmato durante gli attacchi di singhiozzo. Lui sa che lei gli appartiene e non vuole staccarsene. Dimostra con il pianto questo bisogno di lei, che le parole non saprebbero manifestare in modo più chiaro e inequivocabile.
Lui sa che lei non lo abbandonerà mai.

MARIANNA MADIA: NUOVO MINISTRO PA INCINTA ALL’OTTAVO MESE

691047 GIURAMENTO GOVERNO MATTEO RENZI

La prima ministro a giurare in stato interessante fu Stefania Prestigiacomo, nominata per le Pari Opportunità nel 2001, che partorì alla fine di quell’anno.
Poi fu la volta di un’altra ministro mamma, Mariastella Gelmini, ministro dell’Istruzione nominata nel 2008, che durante il mandato il 10 aprile 2010 diede alla luce Emma. Il suo caso suscitò clamore per aver dichiarato che non sarebbe stata a casa nemmeno un giorno e in effetti si ripresentò puntualmente al lavoro di lì a breve. Allora scoppiarono le polemiche: in particolare, dalle pagine del quotidiano cattolico Avvenire la giornalista Marina Corradi lanciò un appello: Signora ministro, auguri. Se lo goda almeno un po’, il suo bambino. Tutto, di fronte a lui, può attendere. Non si perda l’inizio di un grande amore. Voce nel deserto che rimase puntualmente inascoltata.

Ora il primato delle ex ministre è battuto da Marianna Madia che, fresca di nomina, stamattina ha giurato per il governo presieduto da Mattero Renzi. Una delle più giovani ministro della squadra renziana e credo in assoluto la più giovane di tutti i tempi, assieme alla coetanea Maria Elena Boschi, entrambe trentatreenni, è all’ottavo mese di gravidanza e possiamo scommetterci che, sfornato il pupo – o la pupa -, ritornerà al suo posto di ministro per la Pubblica Amministrazione in men che non si dica.

Del resto, a pensarci bene, le donne di spettacolo hanno dato il buon esempio: Belen Rodriguez e Michelle Hunziker, solo per fare due nomi, hanno ripreso l’attività in breve tempo. La Hunziker addirittura a cinque giorni dal parto sedeva alla scrivania di Striscia la Notizia.

Ora, senza voler fare la morale a nessuno, mi chiedo se l’emancipazione della donna consista nel sacrificare il tempo da dedicare ad un neonato in nome della par condicio – gli uomini non devono partorire perciò … – e per dimostrare che una donna con figli può fare esattamente quello che vuole perché la prole, di per sé, non rappresenta un ostacolo.
Vabbè, contente loro.

Altra cosa: il congedo per maternità è obbligatorio per legge. Di solito ci si astiene dal servizio – questo è il gergo – negli ultimi due mesi di gravidanza e nei primi tre di vita del nascituro. Ora, facendo due conti, la Madia dovrebbe essere in maternità. Non conosco le leggi che regolano l’attività di parlamentari e ministri e sono perfettamente consapevole che le donne dello spettacolo siano in fondo delle libere professioniste, ma mi chiedo: una donna incinta quasi allo scadere del tempo non ha diritto a starsene a casa tranquilla? Tanto più che la Madia pare essere alla seconda gravidanza e, visto che di anni ne ha appena 33, il primogenito deve essere ancora piccolo.

E’ vero che la gravidanza non è una malattia ma è anche vero che si tratta di una situazione speciale, se non patologica. Insomma, se uno ha l’influenza, una volta guarito riprende il lavoro e tutto torna come prima. Ma una mamma deve stare con suo figlio perché un neonato non è la febbre che si cura con un’aspirina e via.

[foto dal Corriere.it]

GRAN BRETAGNA: INCENTIVI ALLE MAMME PER L’ALLATTAMENTO AL SENO. GIUSTO O SBAGLIATO?

allattamento al senoPer una mamma la cosa più naturale che possa esistere è l’allattamento al seno. Un bambino viene nutrito dalla madre fin dal concepimento ed è, quindi, normale che questo rapporto così intimo iniziato in grembo prosegua dopo la nascita del figlio. D’istinto il neonato ricerca, oltreché il calore materno dal quale la nascita, evento per lui traumatico, lo ha allontanato, il seno della mamma. Quando sta in braccio, infatti, ricerca subito con la bocca il seno, indipendentemente da chi lo tenga. Questo accade almeno nel primissimo periodo post partum, dopodiché impara ben presto a riconoscere il profumo e la voce di colei che l’ha messo al mondo.

La “rivoluzione femminista” degli anni Settanta aveva fatto passare in secondo piano l’allattamento materno. Le donne di allora, al grido “l’utero è mio e me lo gestisco io” avevano associato, evidentemente, un altro concetto: le tette sono mie e me le gestisco io. Ma negli ultimi decenni del secolo scorso, grazie anche ad un’informazione capillare, le mamme hanno buttato via il biberon offrendo ai loro bimbi il nutrimento che ogni mammifero utilizza per crescere i cuccioli: il latte materno.

I neonatologi tuttora incentivano l’allattamento al seno perché costituisce il miglior alimento per i neonati. Il latte materno li difende dalle malattie e li fa crescere sani e forti durante i primi mesi di vita. Non solo: pare che l’allattamento materno prevenga il tumore alla mammella.
Anche se si ritiene indispensabile l’allattamento materno per i primi sei mesi, sono molte le mamme di oggi che lo prolungano fino ad un anno di età del bambino, e oltre. Ora come ora, in un periodo di crisi come questo, pur senza esagerare dilatando oltremodo i tempi di allattamento, esso costituisce anche un risparmio economico: le associazioni dei consumatori hanno calcolato che il latte artificiale costi 1.200 euro l’anno per bambino.

Dall’ultima indagine Istisan risulta che a pochi giorni dal parto il 91,7% delle italiane e il 90,1% delle straniere allatta al seno. Il quinto Rapporto della Convenzione sui diritti dell’infanzia (2012) calcola che al momento delle dimissioni quelle che nutrono il neonato con il proprio latte superano l’80 per cento.
In seguito, però, il ritorno al lavoro, sempre più anticipato per questioni economiche, e le difficoltà che comporta la raccolta del latte materno per le poppate che il neonato deve fare durante le ore di assenza della mamma, costringono molte madri a passare al biberon e al latte in polvere.

In Gran Bretagna, precisamente nel South Yorkshire e nel Derbyshire, 130 puerpere che s’impegneranno ad allattare al seno i loro bimbi per i primi sei mesi otterranno dei buoni spesa del valore di 200 sterline (circa 230 euro). Le zone sono state individuate, come rivela la stampa inglese, perché lì le donne si vergognano di allattare al seno i piccoli, sia fuori casa sia all’interno delle mura domestiche, per paura di attirare l’attenzione su una parte del corpo così esposta ad attenzioni di tipo sessuale.

L’opinione pubblica è divisa: c’è chi appoggia l’iniziativa, promossa dall’Università di Sheffield con la collaborazione del governo, e chi invece ritiene diseducativo incentivare un atto che dovrebbe essere istintivo e non sentito come qualcosa di cui provare vergogna. In più ha i suoi vantaggi anche sullo sviluppo intellettivo del bambino: la rivista pediatrica Archives of Disease in Childwood assicura che il latte, assieme al contatto pelle-bambino, aumenta le facoltà cognitive e migliora lo sviluppo neurologico.

E voi che ne pensate?
A parte che dall’articolo del Corriere non si capisce se la cifra sia da considerare forfettaria o elargita mensilmente (il che sarebbe auspicabile), la cosa che stupisce me è soprattutto il fatto che una mamma s’imbarazzi ad allattare suo figlio. Per me è la cosa più bella e dolce del mondo.

NINNA NANNA, NINNA OH, QUESTA BIMBA A CHI LA DO …

Incredibile: una giovane donna partorisce e tre giovani uomini, ben tre dico, si presentano in ospedale rivendicando la paternità e si azzuffano. I sanitari hanno dovuto chiamare i Carabinieri.

Il singolare episodio, degno di una trama da film, è accaduto all’ospedale Civico di Palermo. I tre sono stati zittiti solo quando la puerpera ha indicato il vero padre. Gli altri due “pretendenti”, dopo una fugace occhiata, hanno girato i tacchi.
Che dite, chiederanno il test del DNA? Per me sì.

[fonte: Il Corriere; immagine da questo sito]

UDINE: PARTORISCE ALL’ALBA SUL MARCIAPIEDE

Una signora friulana, già madre di un bambino, ha partorito all’alba sul marciapiede perché le doglie sono arrivate all’improvviso e non è riuscita ad arrivare all’ospedale. La sorte ha voluto che nello stesso condominio in cui abita la coppia di neogenitori abiti anche un’ostetrica che ha assistito al parto. Tutto si è risolto bene per la mamma e per il piccolo.

Il primario del reparto di Ostetricia e Ginecologia dell’ospedale di Udine, Diego Marchesoni, ha spiegato che tecnicamente si chiama “parto precipitoso” ed è un fenomeno in aumento perché sono sempre più le donne che desiderano rimanere a casa fino alla fine del termine dei nove mesi, ritenendo il parto un evento del tutto naturale. Tant’è che il responsabile del 118, Elio Carchietti, ha avanzato l’ipotesi di fare in modo che a bordo dell’ambulanza ci sia anche un’ostetrica. (notizia da Il Messaggero veneto)

Confesso che ho letto l’articolo con il batticuore e nello stesso tempo con le lacrime agli occhi, ripensando alla nascita del mio secondogenito che ha davvero rischiato di venire al mondo in ambulanza. Per chi non l’avesse letto, questo è il LINK del post.

CASI DI TBC AL GEMELLI: L’AVV. GIULIA BONGIORNO PREPARA UNA CLASS ACTION

Ormai sembra entrata nel linguaggio comune anche in Italia questa espressione: class action. Il fatto che sia una locuzione inglese riporta alle origini anglosassoni di un’azione collettiva legale condotta da uno o più soggetti che, membri della “classe”, chiedono la soluzione di una questione comune.

L’avv. Giulia Bongiorno, parlamentare oltre che legale di fama, sa perfettamente il significato dell’espressione class action e annuncia, dalle pagine de Il Corriere, che si sta occupando della difesa di sei coppie di genitori che hanno i figli positivi al test della tubercolosi, in seguito alla trasmissione della malattia (che non sempre è contratta, può anche essere solo latente, ed è questo il significato di “positivo” al test) da parte di un’infermiera malata che prestava servizio al nido del Policlinico Gemelli, struttura affidabile, in cui operano medici di altissimo livello, come la stessa Bongiorno ammette. Per questo anche lei ha deciso di partorire lì.

Ian è nato il 22 gennaio. Fin dalla prime voci di questa probabile “infezione”, l’avvocato si è preoccupata della salute del figlioletto, telefonando, pur senza presentarsi come legale e parlamentare, almeno una decina di volte. La risposta, sempre uguale: “Suo figlio non corre alcun pericolo, stia tranquilla”. Per la precisione, le era stato detto che l’infermiera “incriminata” aveva iniziato a lavorare lì da febbraio.

«E questo è un dato assolutamente falso, credo sia fuori discussione che l’infermiera era in servizio da prima, tra i bambini del nido», afferma la Bongiorno nell’intervista. Pur comprendendo che, in casi come questi, sia meglio non creare allarmismi, si deve, tuttavia, pretendere chiarezza e soprattutto onestà.

Ora la mamma di Ian può stare tranquilla davvero: i test hanno escluso il contagio. Ma altri genitori, di cui la Bongiorno comprende il dramma, in quanto vissuto in prima persona, seppur nell’attesa di un riscontro poi risultato negativo, chiedono sia fatta luce sull’increscioso episodio.

«È difficile descrivere l’apprensione. È come se, nel momento iniziale della vita di tuo figlio, la nascita, tu già sbagli. Mi è sembrato un fallimento personale. Vivevo in grande ansia. Sa, ho 45 anni. Per me Ian è davvero un dono di Dio», spiega l’avvocato. Ma anche ora che il suo Ian può dormire letteralmente sonni tranquilli, e lei pure, non riesce a dimenticare i genitori meno fortunati.

Le sei coppie che si sono rivolte a lei all’inizio non sapevano nemmeno che avesse partorito nello stesso ospedale. «Vogliamo fare una denuncia, la depositeremo in Procura. Loro non vogliono solo un’azione risarcitoria sul piano civile, vogliono l’accertamento approfondito dei fatti, una vera azione penale», annuncia, perché chi ha delle responsabilità è giusto che ne risponda. In primis l’infermiera che, come pare, fin dal 2004 era risultata positiva al test della TBC. «Dunque si dovrà spiegare perché sono stati omessi i controlli o perché sono falliti», osserva l’avvocato.

Ma ci sarebbero anche delle eventuali “aggravanti”: pare, infatti, che anche il marito dell’infermiera, che fa lo stesso mestiere, sia stato ricoverato, nel 2004, per pleurite di natura tubercolare, e poi dimesso. A questo proposito, il parere della Bongiorno è che si debbano «cristallizzare le certezze su cosa è accaduto. Se queste due persone sono riuscite a indurre tutti in errore – ma sottolineo il se – avrebbero una responsabilità enorme, a livello di dolo eventuale. Se invece i due hanno rappresentato chiaramente il loro stato alle strutture e li hanno lasciati lavorare, beh, la responsabilità è delle strutture».

Non è difficile immaginare che anche altri genitori si rivolgeranno all’avvocato Bongiorno in cerca di giustizia, non vendetta ma solo la verità.