12 settembre 2012

DI NUOVO IN AULA E IO … SPERIAMO CHE ME LA CAVO

Posted in affari miei, Mariastella Gelmini, scuola tagged , , , , , , , a 9:18 pm di marisamoles

Mattiniera come sempre, ho varcato il portone dell’edificio scolastico, con molta discrezione dall’ingresso secondario, alle ore 7 e 43. Naturalmente ho dovuto sgomitare nella ressa che si era formata in attesa dell’apertura agli studenti e, non appena le bidelle hanno dato il via libera, un’orda barbarica si è riversata nell’atrio della scuola, complice il fatto che per i primi giorni i ragazzi non devono passare davanti al “totem” con il badge che registra in tempo reale la loro presenza a scuola. Ah, la tecnologia! Almeno permette un’entrata ordinata perché i “totem” sono due, quindi si fa la fila.

Ho incrociato gli sguardi allibiti della cameriera del bar, che si trova nelle immediate vicinanze dell’atrio, e di una delle impiegate, rimasta vittima dell’orda barbarica assieme a me. Neanche avessero aperto i cancelli dello stadio per un concerto di Madonna o Lady Gaga.
Avrei voluto urlare ma in primo luogo non mi sembrava il caso di iniziare l’anno scolastico sgolandomi (non avevo idea, ironia della sorte, come sarebbe finita questa prima giornata), ché poi non arrivo nemmeno al 1° novembre, in secondo luogo non mi va di essere sempre quella, la sola, che riprende gli allievi quando compiono delle scorrettezze.

Una cosa, però, non ho ben compreso, almeno sul momento: perché correre tanto? Insomma, il primo giorno di scuola non è proprio una festa, non implica un’euforia tale da affrettare il passo per l’incontenibile gioia di iniziare le lezioni. Ma quando ho fatto il mio ingresso nella prima classe in orario, ho capito: non è gioia bensì la sindrome ansiosa da primo banco. Nessuno ci vorrebbe stare ma i banchi sono contati, sicché … vi si sono dovuti piazzare i soliti ritardatari che, fin dal primo giorno, hanno dovuto sorbirsi la mia specialità oratoria: l’elogio della puntualità. Una questione di rispetto ecc. ecc.

Questo inizio d’anno mi è subito parso faticoso. Più nel pensiero che nell’azione. Già, perché un solo numero mi agita da qualche tempo: il quattro. Quattro classi. Seguito dal cinque: cinque materie con scritto e orale. Incalzato dal tre: tre Italiano. Dicono che il tre sia il numero perfetto ma quando si tratta di moltiplicarlo per settantacinque, gli allievi, e quattro, i compiti in classe (escluse naturalmente le prove valide per l’orale che bisogna fare perché sennò come si fa a interrogarli tutti almeno due volte), allora non è più tanto perfetto, anzi, si trasforma istantaneamente in una incommensurabile sfiga. Non contiamo poi le varie prove di Latino …

In classe inizio subito a mettere i puntini sulle “i”: se sono qui con voi a far Latino è perché non volevo “perdervi”, quindi ho “spezzato” la cattedra di terza, tenendomi solo Italiano, e mi sono accollata una classe in più: quattro, potendone avere solo tre. Quindi, non fatemi pentire altrimenti io poi faccio pentire voi di avermi fatto pentire. Chiaro, conciso, minaccioso. Quel tanto che basta per iniziare bene. Quel poco che basterebbe per dirmi “scema”.

Un altro numero che negli ultimi anni è diventato un’ossessione è il diciotto. Le ore di cattedra. Embè, direte, sono sempre state diciotto! Sì, ma normalmente non erano tutte di lezione, si completava l’orario con le supplenze in sostituzione dei colleghi assenti, avevamo solo due classi. Dico due, non quattro. Ma poi è arrivata la Gelmini che disse: “ Non siamo uno stipendificio, dobbiamo ottimizzare le risorse”. Ok, tutto bene, ma quel che è ottimizzare per lei (diciotto ore, quattro classi al posto di due e, quindi, un docente in meno da pagare – ecchecaspita, mica siamo uno stipendificio! – ) per noi docenti di Lettere significa suicidarsi. O per meglio dire, istigazione al suicidio così magari qualche docente di Lettere esasperato ce l’ha pure lei, la Gelmini, sulla coscienza.

Ma lasciamo perdere il nostro lavoro, ché tanto siamo pagati per diciotto ore ed è giusto che ce le sudiamo tutte (anche se poi le dobbiamo moltiplicare almeno per tre, considerando il carico di lavoro che avere quattro classi anziché due comporta).
Pensiamo agli allievi. Prendiamo ad esempio i miei, quelli della prima ora. Se la sottoscritta non si fosse immolata quale vittima sacrificale, accettando una classe in più, in nome della dea “continuità didattica”, i poveretti (secondo il mio punto di vista, il loro mi è ignoto) si troverebbero in seconda già con un nuovo docente di Latino, per poi cambiarlo anche in terza perché fra biennio e triennio di solito c’è il cambio. Tre anni e tre docenti diversi: che bellezza! Ma loro sono fortunati (sempre secondo il mio punto di vista) perché hanno me che eroicamente ho accettato la quarta classe per non abbandonarli all’ignoto destino (magari sarebbe stato anche migliore, chi può mai saperlo? Dipende sempre dai punti di vista che cambiano a seconda delle teste che non ragionano mai tutte allo stesso modo).

In termini tecnici la follia sopradescritta si chiama “saturazione delle cattedre a diciotto ore”. Almeno prima, con il numero di ore e classi ridotte, si teneva nel giusto conto la mole di lavoro che i docenti di Lettere devono affrontare, per fare un piacere a tutti gli altri, per inciso, visto che l’insegnamento della lingua madre è trasversale. Ora vorrei che qualche altro docente di discipline diverse possa fare un favore a noi: potemmo sempre dare in appalto la correzione compiti.

Ma proseguiamo con il resoconto della giornata.
Seconda ora “buca”. Il nostro orario di lavoro è l’unico che preveda le ore “buche”, ore di cui possiamo liberalmente disporre, e ci mancherebbe altro, ma che comunque sono quasi sempre o perse (al bar, in aula di informatica, fuori a fare un giro, un salto al supermercato o dal giornalaio …) o impiegate per lavorare, ovvero correggere compiti o preparare lezioni. Propongo di chiedere un’indennità per le ore “buche”.

La terza ora l’ho passata in terza, classe a me sconosciuta. Che poi dire “classe” è un eufemismo perché quando si pensa alla “classe” si ha l’idea di un’entità che prosegue il suo percorso scolastico nella stessa forma con cui lo ha iniziato. E invece le terze sono il risultato di un’unione tra ex seconde o, come nel caso della mia, un insieme di persone che per la maggior parte provengono dalla stessa ex seconda, tragicamente sfoltita nel tempo, più singole unità che arrivano da altre classi, altre ex seconde, o altre scuole, o altre terze, i più iellati. In ogni caso l’ora è passata in men che non si dica. La maggior parte del tempo l’ho impiegata per spiegare come mai avrebbero avuto me per Italiano e un altro docente, non ancora nominato, per Latino. La fortuna (sempre secondo il mio punto di vista) di quelli di seconda ha generato la sfortuna di quelli di terza che avranno due insegnanti diversi per due materie che normalmente sono insegnate da una sola persona.
Ringraziamo ancora la Gelmini e la sua “ottimizzazione delle risorse”. So che non sono più affari suoi, visto che non è più ministro, ma nel tempo la scuola italiana, chiunque sia il ministro di turno, si troverà popolata da prof rinco che graveranno anche sui costi della Sanità, alla faccia della tanto declamata “ottimizzazione delle risorse”.

Arriviamo alla quarta ora, l’ultima per oggi. Sono ansiosa di conoscere una nuova classe, la prima. Ma quando arrivo in succursale già sto male. L’edifico, vecchio e polveroso, mette in serio pericolo la mia salute, essendo io allergica alla polvere, oltreché al gesso. Con la consapevolezza di rischiare uno shock anafilattico giungo al secondo piano. L’intervallo è finito da qualche minuto e il corridoio si presenta ai miei occhi anche peggio dell’atrio della sede centrale all’apertura del portone. Entro in classe, la prima del corridoio, e la trovo desolatamente vuota. Mi guardo intorno, do un’occhiata fuori e vedo sempre un assembramento di gente. Penso che siano i ragazzi dell’aula vicina, fossero i miei sarebbero entrati. Poi una scritta alla lavagna mi avverte che la classe è in aula magna per l’incontro con il DS. Accidenti, penso, non mi pareva di aver letto ‘sta cosa sulla circolare. Esco mestamente e faccio ritorno in sede. Ora, si tratta solo di attraversare un parco ma in ogni caso mi secca terribilmente fare avanti e indietro perché qualcuno non mi avvertita che i programmi sono cambiati.

Arrivo in sede, chiedo in portineria se sanno qualcosa della mia classe, dicono di no. Salgo al primo piano, l’aula magna è vuota. Scendo al piano terra e in sala insegnanti do un’occhiata alla circolare sulle attività di accoglienza delle classi prime e mi consola notevolmente il fatto di ricordare bene: quarta ora lezione regolare. Ma che lezione regolare è se non trovo la classe? Sembra un giallo, nessuno sa nulla, torno in succursale. Naturalmente nel frattempo ha iniziato a piovere.

Mi trovo nuovamente davanti alla classe assegnatami. Ancora vuota ma c’è sempre un gruppo di allievi nel corridoio. Chiedo: siete voi la prima … ? Sono loro. MA COME? Erano lì davanti anche dieci minuti prima, mi devono aver visto entrare in aula e guardarmi attorno con aria smarrita. Non possono avermi scambiata per una studentessa. Magari!
Lancio un urlo e li faccio entrare. Sempre urlando spiego che nei dieci minuti in cui facevo i viaggi su e giù per risolvere il mistero della classe scomparsa IO avevo comunque la responsabilità su di loro perché quella era comunque una mia ora e loro erano comunque i miei allievi, seppure non presenti in aula e assiepati lungo il muro del corridoio. E quella scritta sulla lavagna? Ah, quella, era lì dalla prima ora. E non siete capaci di cancellarla onde evitare equivoci? Se non fosse stato per quella scritta avrei evitato un viaggio inutile.

Tutti zitti. Non hanno fiatato. Mi guardavano smarriti. E io continuavo a dire che di solito non perdo la pazienza, non urlo, erano almeno dieci anni che non urlavo così tanto che, quanto a decibel, mi ha superato solo un tuono che ha fatto tremare tutto.

Questo è solo l’inizio. Per il resto, io speriamo che me la cavo.

Annunci

11 settembre 2009

RICOMINCIO DA TRE

Posted in adolescenti, affari miei, scuola tagged , , , , , a 4:56 pm di marisamoles

back2school_copy[1] Finita l’era delle cattedre di Lettere con due sole classi, eccomi qua pronta a ricominciare. Ricomincio da tre, tre classi, cinque materie, un totale di 84 allievi. 84 facce e 84 nomi da memorizzare e da abbinare. Non ce la farò mai! Dopo sole tre ore stamattina sono tornata a casa fusa. Mal di testa da impazzire, inizio di dermatite allergica –stessa reazione avuta lo scorso anno all’inizio della scuola- e tosse da irritazione a causa del gesso. Conciata così, mi chiedo se non sia il caso di cambiar mestiere. Eppure ho sempre voluto fare l’insegnante. L’ho deciso quand’ero in quinta elementare. Mi rendo conto che non saprei fare altro nella mia vita, non alla mia età, almeno. Quindi mi faccio forza, so che sarà dura ma sopravvivrò.

Alle otto, puntuale, stamattina è suonata la campanella. Io non c’ero, però, perché sono stata fortunata con l’orario –provvisorio, naturalmente- e sono entrata alla seconda ora. Ma come al solito, visto che ho il terrore di fare tardi e in particolare stamattina ero terrorizzata dal pensiero di trovare ingorghi stradali visto che qui ci prepariamo ad accogliere migliaia di alpini della Julia, alle otto e mezza ero già a scuola. Giusto in tempo per vedere i “piccolini” delle prime in trepida attesa. La procedura, in questi casi, è sempre la stessa: si chiama una classe alla volta e la si consegna al docente in servizio a quell’ora che provvede a portarla nell’aula assegnata. Un gruppo informe di ragazzini, stranamente silenziosi, varca il portone dell’edificio che li ospiterà per cinque anni –se tutto va bene- e si prepara alla nuova avventura.

Entro in classe alle nove, si alzano tutti in piedi, dico buongiorno, rispondono buongiorno –poi spiegherò loro che l’alzarsi in piedi rappresenta il loro saluto, quindi non è necessario che intonino quei cori-, si siedono facendo stridere le sedie sul pavimento –spiegherò anche che si cerca di alzare un po’ le sedie altrimenti faccio portare i feltrini da casa-, mi guardano con aria indagatrice, in attesa del mio personale discorso di inizio anno. Lo fanno tutti i docenti e m’immagino che i poveretti sentano le stesse cose un bel po’ di volte. Nulla di male, come si dice: repetita iuvant.
Faccio l’appello, li osservo uno ad uno, chiedo chiarimenti sull’accento dei cognomi –non avete idea di quanti cognomi facciano venir dei dubbi a pronunciarli-, con la certezza assoluta che non me li ricorderò. I casi di omonimia, poi, mi spaventano. Li chiamo per nome e quando chiamo, per fare un esempio, un “Luca”, mi dimentico che ce ne sono tre. Allora mi appello alla loro perspicacia: se guardo da una parte è ovvio che mi rivolgo al “Luca” che sta proprio lì. Ma passerà un po’ di tempo prima che io li sappia localizzare tutti, figuriamoci quanto ne deve passare per localizzare il “Luca” cui voglio rivolgermi.
Mentre parlo, ascoltano attenti. Io mi guardo attorno e una cosa mi colpisce subito: quanti maschi! Eh già, dimenticavo che siamo in una sezione PNI, una di quelle con tanta matematica e informatica; le femmine raramente dimostrano un amore sviscerato per quelle materie, a loro piacciono di più le lingue, quindi le sezioni con il bilinguismo sono più “femminili”. Peccato che dal prossimo anno la Gelmini stravolgerà tutto con il riordino dei licei: niente più sperimentazioni, tutti faranno le stesse materie e lo stesso numero di ore. Tutti, non solo quelli di prima, anche quelli che saranno in seconda. Li informo di ciò, usando il condizionale perché non si sa mai, e qualcuno mi guarda allibito. Possibile che nessuno gliel’abbia detto? Poco importa, comunque, perché la scuola in questo non c’entra, c’entra solo il MIUR.

Quando inizio a parlare del Latino, metto subito i puntini sulle i: si studia con costanza, si eseguono regolarmente i compiti, si sta attenti a scuola, devono dimenticare quello che hanno imparato nei corsi che alcune scuole medie organizzano per agevolare lo studio della materia. Non sanno, i poveri e volenterosi docenti delle medie, che oltre a fare una cosa inutile –tanto con il latino al liceo si comincia da zero, non come una volta, quando eravamo obbligati a fare pure l’esame in terza media-, possono anche fare “danni”, perché i docenti delle medie adottano una metodologia ormai superata, pur conoscendo i contenuti. Ci fosse una comunicazione migliore tra le scuole medie e i licei, sarebbe tanto meglio.
Gli sguardi sono attoniti, ma io sono pronta a sdrammatizzare. Non importa quello che avete fatto prima, l’importante è quello che farete nei prossimi mesi ed anni. Il latino è anche affascinante, è espressione di una civiltà, quella romana, di cui siamo eredi. Il latino può dare grosse soddisfazioni, perché si possono ottenere ottimi risultati: i miei voti vanno dal 2 al 10. Il 10 li consola, ma è il 2 che li preoccupa. Io pronta, anche perché le reazioni ormai le conosco a memoria, li avverto: se c’è anche una sola persona che arriva al 10 in un compito, tutti possono ottenere quel risultato. La chiave sta nell’impegno. Mi guardano un po’ sollevati, ma è chiaro che non li ho convinti: chissà cosa han detto loro i compagni più grandi o i fratelli maggiori!

L’ora se ne va, anzi vola. Non mi par vero di aver ottenuto la loro attenzione e prego perché sia così fino alla fine dell’anno. Anche se so che così non sarà, ma all’inizio bisogna pur farsi delle illusioni. Chissà quante se ne sono fatte loro su di me. Le sorprese, però, prima o poi arrivano sempre. Già quando ho detto che non assegno molti compiti per casa, allo sguardo sollevato di molti di loro, ho aggiunto che non per questo sono “buona”. E poi, che vuol dire “un’insegnante buona”? Assolutamente nulla. È questione di punti di vista.
All’inizio della terza ora li accompagno in aula magna –non senza aver sottolineato che anche quello è latino, vuol dire “grande aula”, infatti ci possono stare quattro classi- per assistere al discorso di benvenuto del Dirigente Scolastico (cioè del “preside”, ma ad ogni cosa e persona bisogna dare il giusto nome).
Anche lui fa la “predica” di rito e ripete in parte, com’è ovvio, quello che avevo detto io. La collega che aveva fatto lezione la prima ora, seduta vicino a me, mi confessa che anche lei aveva fatto un discorso simile. Come ho detto prima, repetita iuvant, o almeno speriamo.

In aula magna non vola una mosca. Ma il Dirigente ogni tanto fa delle battute e strappa dalle loro bocche qualche risata. Tutti pronti, però, a ridiventare seri un secondo dopo. Certo, la scuola in sé non è divertente ma qualche volta si può sorridere, basta rispettare le regole, onorare gli impegni, non “marinare”, salutare tutti quelli che s’incontrano nei corridoi … sorrido perché questo è il mio quinto anno in questa scuola e c’è ancora qualcuno dei colleghi –MASCHI!!!- che non mi saluta. Poi penso che nemmeno alcuni dei miei allievi dell’anno scorso mi salutano. Una ragazza, poco prima, mi aveva incrociato in corridoio e, con il solito piglio aggressivo, mi aveva chiesto: “prof, ma i bagni per le femmine dove sono?”. Naturalmente le ho risposto, suggerendo una domanda meglio formulata. “Avresti dovuto dire ‘buongiorno prof, sa dove si trovano i bagni delle femmine?’, comunque non lo so, io uso i sevizi per i docenti”. Stendiamo un velo pietoso, va’.

Alla quarta ora ho lezione in terza. Qui è tutto diverso, loro sono nuovi per me ma non sono “matricole”, quindi tanti discorsi non servono. Almeno, questo è ciò che credevo prima di entrare in classe. Naturalmente mezza scolaresca è fuori dalla porta, nonostante sappiano che devono attendere l’arrivo del docente ognuno al proprio posto. Comunque, dopo aver fatto entrare il gruppo in attesa, faccio il mio ingresso in aula e vado verso la cattedra. Non tutti si alzano in piedi, non tutti salutano, qualcuno non c’è. Cominciamo bene. Solerte una ragazza mi avvisa che le ragazze che mancano arrivano subito perché sono dalla ***, e fanno il nome dell’insegnante in questione. Mi affretto a correggerla: “Si dice professoressa ***”. Odio sentirli parlare dei miei colleghi chiamandoli per cognome come si trattasse di compagni di scuola. Mi sto accingendo a segnare sul registro i nomi delle assenti –sempre che me li dicano-, quando sento delle urla isteriche provenire dal corridoio. Sono loro, le ragazze che non c’erano. Le riprendo, meravigliandomi che siano arrivate n terza senza sapere che si entra puntuali in classe e senza urlare nei corridoi. Ammutolite mi guardano come se fossi un extraterrestre, ma non replicano. Fosse successo con una mia “vecchia” classe ne sarebbe nata una discussione di mezzora. Mi rallegro per essere un’insegnante nuova per loro.

La “lezione” in terza è decisamente più dialogata: ho bisogno di alcune informazioni e tutti si affrettano a darmele, peccato che si parlino addosso e che io sia costretta a dettare delle regole che credevo fossero conosciute. In effetti, le conoscono perfettamente ma l’euforia del primo giorno di scuola gliele fa dimenticare. Beati loro! Io tanto euforica non sono. Stavo decisamente meglio a casa. Ma non lo posso dire, altrimenti che esempio di dedizione e laboriosità sarei. Va be’, dai, prima o poi la loro euforia mi contagerà, speriamo.

Alla fine della mattinata mi fermo a parlare con qualche collega. Di solito fuggo il prima possibile, ma oggi il tempo è volato. Nonostante il mal di testa e le reazioni allergiche di vario tipo, la prima giornata di scuola è passata tranquillamente. Sono perfino di buon umore. Anche una bidella mi dice che oggi mi vede meglio, non con la faccia dei giorni scorsi. Meno male, penso, che c’è qualcuno che mi tira su il morale.
La mia terza classe, che è un’altra prima –quella in cui insegnerò l’ormai famosa geografia tappabuchi o saturaorario che dir si voglia- non l’ho ancora conosciuta. Altre trenta facce da ricordare, altri trenta nomi da memorizzare, ognuno al suo posto. Per oggi mi fermo a 54, è più che sufficiente. Domani è un altro giorno e si vedrà. Anche se il primo è sempre il primo. Peccato non averli incontrati tutti i miei allievi, ma ho davanti a me tanti di quei mesi che questa “lacuna” del primo giorno sarà solo un ricordo e non me ne rammaricherò più.

[Ringrazio frz40 per avermi fornito la graziosa immagine, se poi è coperta da copyright, sono affari suoi! :)]

Scelti per voi

Selezione di post che hanno attirato la mia attenzione scelti per voi dalla blogsfera

wwayne

Just another WordPress.com site

Diario di Madre

Con note a margine di Figlia

Scrutatrice di Universi

Happiness is real only when shared.

Like @ Rolling Stone

Immagini, parole e pietre lanciate da Mauro Presini

Dottor Lupo Psicologo-Psicoterapeuta. Battipaglia (SA)

Psicologo Clinico, Terapeuta EMDR di livello II, Psicoterapeuta Cognitivo Comportamentale, Terapia Metacognitiva Interpersonale.

Scaffali da leggere

Consigli di letture, recensioni e frasi tratte dai libri.

Willyco

in alto, senza parere

Macaronea

Considerazioni sparse di una prof di lettere.

Diemme - La strada è lunga, ma la sto percorrendo

Non è vero che sono invincibile, mi rompo in mille pezzi anche io...è solo che ho imparato a non fare rumore. *** Amami quando meno lo merito, che è quando ne ho più bisogno (Catullo) - Non sprecate tempo a cercare gli ostacoli: potrebbero non essercene. Franz Kafka —- Non è ciò che tu sei che ti frena, ma ciò che tu pensi di non essere. Denis Waitley -- Non c'è schiaffo più violento di una carezza negata

viaggioperviandantipazienti

My life in books. The books of my life

oןısɐ,ןןɐ ɐɯ ɐןonɔs ɐ opɐʌ uou

pagina a traffico illimitato, con facoltà di polemica, di critica, di autocritica, di insulti, di ritrattazioni, di sciocchezze e sciocchezzai, di scuola e scuole, buone e cattive, di temi originali e copiati, di studenti curiosi e indifferenti, autodidatti e eterodidatti, di nonni geniali e zie ancora giovani (e vogliose), di bandiere al vento e mutande stese, di cani morti e gatti affamati (e assetati)

Marirò

"L'esistenza è uno spazio che ci hanno regalato e che dobbiamo riempire di senso, sempre e comunque"

PindaricaMente

C'è una misura in ogni cosa, tutto sta nel capirlo (Pindaro)

Il mestiere di scrivere

CORSI DI SCRITTURA CREATIVA, ATTUALITA' EDITORIALE, DIDATTICA E STRUMENTI PER LA SCRITTURA

dodicirighe

...di più equivale a straparlare.

marialetiziablog

salviamolascuolaprimadisubito.com site

Studio di Psicoterapia Dr.ssa Chiara Patruno

Psicologa - Psicoterapeuta - Criminologa - Dottore di Ricerca Università Sapienza

Le Parole Segrete dei Libri

Una stanza senza libri è come un corpo senz'anima.

onesiphoros

[...] ἀλλ᾽ ὥσπερ ἄνθρωπος, φαμέν, ἐλεύθερος ὁ αὑτοῦ ἕνεκα καὶ μὴ ἄλλου ὤν, οὕτω καὶ αὐτὴν ὡς μόνην οὖσαν ἐλευθέραν τῶν ἐπιστημῶν: μόνη γὰρ αὕτη αὑτῆς ἕνεκέν ἐστιν. Aristot. Met. 1.982b, 25

Il ragazzo del '46

Settanta: mancano solo 984 anni al 3000.

Insegnanti 2.0

Insegnare nell'era digitale

la mutazione nella connessione

Prove di pensiero di GIOVANNI BOCCIA ARTIERI

Psicologia per Famiglia

Miglioriamo le relazioni in famiglia, nella coppia, con i figli.

Studia Humanitatis - παιδεία

«Oὕτως ἀταλαίπωρος τοῖς πολλοῖς ἡ ζήτησις τῆς ἀληθείας, καὶ ἐπὶ τὰ ἑτοῖμα μᾶλλον τρέπονται.» «Così poco faticosa è per i più la ricerca della verità, e a tal punto i più si volgono di preferenza verso ciò che è più a portata di mano». (Tucidide, Storie, I 20, 3)

unpodichimica

Non tutto ciò che luccica è oro, ma almeno contiene elettroni liberi G.D. Bernal

scuolafinita

Un insegnante decente (CON IL DOTTOR DI MATTEO)

la fine soltanto

un blog e un libro di emiliano dominici (per ingrandire la pagina premi ctrl +)

ACCENDI LA VITA

Pensieri, parole and every day life

CRITICA IMPURA

LETTERATURA, FILOSOFIA, ARTE E CRITICA GLOBALE

Laurin42

puoi tutto quello che vuoi ( whatever you want you can)

LE LUNE DI SIBILLA

"Due strade trovai nel bosco, io scelsi la meno battuta, per questo sono diverso"(R.Frost)

Il mondo di Ifigenia

Svegliati ogni mattina con un sogno da realizzare!

Ombreflessuose

L'innocenza non ha ombre

Into The Wild

Happiness is real only when shared

Alius et Idem

No sabía qué ponerme y me puse feliz.

A dieta...

...ma con una forte passione per il cibo e le rotondità!

Le Ricette di Cle

Ricette collaudate per ogni occasione

Messaggi in Bottiglia

Il diario di Cle

OHMYBLOG | PAOLOSTELLA

just an other actor's blog

espress451

"In ogni cosa c'è un'incrinatura. Lì entra la luce" - Leonard Cohen

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: