8 marzo 2014

AMORE DI MAMMA

Posted in amore, bambini, figli tagged , , , , , a 5:01 pm di marisamoles

Ai bambini non so resistere, specie se si tratta di video in cui dimostrano tutto l’amore che nutrono per la mamma. Qualche tempo fa ho postato il video del bimbo che si commuove quando la mamma canta, questo di oggi ha appena visto la luce ma non ha accettato di buon grado il distacco.

A dimostrazione che la nascita rappresenta per i neonati un vero choc, guardate questo piccolino: non vuole proprio staccarsi da colei che l’ha appena messo al mondo. Non sa ancora chiamarla mamma, non conosce il significato della parola ma sa tutto sul legame che si crea, fin dal primo battito del cuore, con chi lo ha ospitato al caldo per nove mesi, gli ha parlato, l’ha coccolato accarezzandosi la pancia sempre più gonfia, gli ha cantato la ninna nanna e l’ha calmato durante gli attacchi di singhiozzo. Lui sa che lei gli appartiene e non vuole staccarsene. Dimostra con il pianto questo bisogno di lei, che le parole non saprebbero manifestare in modo più chiaro e inequivocabile.
Lui sa che lei non lo abbandonerà mai.

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22 febbraio 2014

MARIANNA MADIA: NUOVO MINISTRO PA INCINTA ALL’OTTAVO MESE

Posted in bambini, donne, figli, lavoro, politica tagged , , , , , , , , , , , , , , a 1:35 pm di marisamoles

691047 GIURAMENTO GOVERNO MATTEO RENZI

La prima ministro a giurare in stato interessante fu Stefania Prestigiacomo, nominata per le Pari Opportunità nel 2001, che partorì alla fine di quell’anno.
Poi fu la volta di un’altra ministro mamma, Mariastella Gelmini, ministro dell’Istruzione nominata nel 2008, che durante il mandato il 10 aprile 2010 diede alla luce Emma. Il suo caso suscitò clamore per aver dichiarato che non sarebbe stata a casa nemmeno un giorno e in effetti si ripresentò puntualmente al lavoro di lì a breve. Allora scoppiarono le polemiche: in particolare, dalle pagine del quotidiano cattolico Avvenire la giornalista Marina Corradi lanciò un appello: Signora ministro, auguri. Se lo goda almeno un po’, il suo bambino. Tutto, di fronte a lui, può attendere. Non si perda l’inizio di un grande amore. Voce nel deserto che rimase puntualmente inascoltata.

Ora il primato delle ex ministre è battuto da Marianna Madia che, fresca di nomina, stamattina ha giurato per il governo presieduto da Mattero Renzi. Una delle più giovani ministro della squadra renziana e credo in assoluto la più giovane di tutti i tempi, assieme alla coetanea Maria Elena Boschi, entrambe trentatreenni, è all’ottavo mese di gravidanza e possiamo scommetterci che, sfornato il pupo – o la pupa -, ritornerà al suo posto di ministro per la Pubblica Amministrazione in men che non si dica.

Del resto, a pensarci bene, le donne di spettacolo hanno dato il buon esempio: Belen Rodriguez e Michelle Hunziker, solo per fare due nomi, hanno ripreso l’attività in breve tempo. La Hunziker addirittura a cinque giorni dal parto sedeva alla scrivania di Striscia la Notizia.

Ora, senza voler fare la morale a nessuno, mi chiedo se l’emancipazione della donna consista nel sacrificare il tempo da dedicare ad un neonato in nome della par condicio – gli uomini non devono partorire perciò … – e per dimostrare che una donna con figli può fare esattamente quello che vuole perché la prole, di per sé, non rappresenta un ostacolo.
Vabbè, contente loro.

Altra cosa: il congedo per maternità è obbligatorio per legge. Di solito ci si astiene dal servizio – questo è il gergo – negli ultimi due mesi di gravidanza e nei primi tre di vita del nascituro. Ora, facendo due conti, la Madia dovrebbe essere in maternità. Non conosco le leggi che regolano l’attività di parlamentari e ministri e sono perfettamente consapevole che le donne dello spettacolo siano in fondo delle libere professioniste, ma mi chiedo: una donna incinta quasi allo scadere del tempo non ha diritto a starsene a casa tranquilla? Tanto più che la Madia pare essere alla seconda gravidanza e, visto che di anni ne ha appena 33, il primogenito deve essere ancora piccolo.

E’ vero che la gravidanza non è una malattia ma è anche vero che si tratta di una situazione speciale, se non patologica. Insomma, se uno ha l’influenza, una volta guarito riprende il lavoro e tutto torna come prima. Ma una mamma deve stare con suo figlio perché un neonato non è la febbre che si cura con un’aspirina e via.

[foto dal Corriere.it]

1 settembre 2013

PRIMI VAGITI ON LINE

Posted in bambini, donne, figli, vip, web tagged , , , , , , , , , , a 2:56 pm di marisamoles

nascitaLa gioia dei neogenitori alla vista del loro bambino è indescrivibile. La voglia di comunicare il lieto evento a parenti e amici, per condividere questa gioa, c’è sempre stata anche se i mezzi di comunicazione nel corso della storia sono cambiati.

Mi immagino, ad esempio, un parto avvenuto nel vecchio West, in una delle tante fattorie sperdute con il nulla attorno. Immagino qualcuno – di certo né la puerpera né il papà – prendere il cavallo e sfidare pure le intemperie per portare la notizia alle persone care, almeno quelle raggiungibili.

Il servizio postale, poi, semplificò le cose e il telegrafo dovette sembrare una sorta di miracolo. E pensare che fino a poco tempo prima c’era chi mandava messaggi con i segnali di fumo.

E poi arrivò lui, il telefono. Certo, finché esisteva solo quello fisso bisognava andare nella cabina telefonica più vicina, se proprio la voglia di dare tempestivamente la notizia era incontenibile e il percorso per arrivare a casa troppo lungo.
La telefonia mobile ha certamente segnato un svolta nelle comunicazioni post partum: la telefonata o il messaggino arrivavano in tempo reale, magari non dalla sala parto perché suppongo che lì l’uso del cellulare sia vietato. In più, con i telefonini si può inviare anche la foto del/della fortunato/a bimbo/a. L’unico neo: i costi, non proprio bassi all’inizio, che scoraggiavano i neogenitori, con il pensiero fisso sui prezzi di pannolini e abbigliamento da neonato, a farne largo uso. Giusto il minimo indispensabile.

Ma con Internet, cari miei, tutto è cambiato. Ora, attraverso i social network la foto del bebè è postata in tempi brevissimi e condivisa da decine, centinaia o migliaia di “amici”.

E sapete entro quanto tempo dal parto, in media, tutto ciò accade? Entro 57,9 minuti. (LINK)

E nei mesi e anni seguenti, tutti pronti a sciropparsi le foto della prima poppata, del primo bagnetto, del primo sorriso, della prima pappetta, del primo dentino, dei primi passi, della prima caduta con relativo ginocchio sbucciato, della prima cacca nel vasino … e così via. Sai che felicità!

E non parliamo delle mamme. Se la fortunata in questione si chiama Belen Rodriguez e a cinque giorni dal parto sfoggia una pancia ultrapiatta, potrebbe causare guai seri alle comuni mortali. Quelle che a cinque giorni dal parto sembrano tenere ancora in pancia il gemello del primo nato che non si decide ad uscire. Altro che felicità! Potrebbe essere l’inizio della depressione post partum.

[immagine da wikipedia]

13 gennaio 2012

UDINE: PARTORISCE ALL’ALBA SUL MARCIAPIEDE

Posted in bambini, figli tagged , , , a 1:33 pm di marisamoles

Una signora friulana, già madre di un bambino, ha partorito all’alba sul marciapiede perché le doglie sono arrivate all’improvviso e non è riuscita ad arrivare all’ospedale. La sorte ha voluto che nello stesso condominio in cui abita la coppia di neogenitori abiti anche un’ostetrica che ha assistito al parto. Tutto si è risolto bene per la mamma e per il piccolo.

Il primario del reparto di Ostetricia e Ginecologia dell’ospedale di Udine, Diego Marchesoni, ha spiegato che tecnicamente si chiama “parto precipitoso” ed è un fenomeno in aumento perché sono sempre più le donne che desiderano rimanere a casa fino alla fine del termine dei nove mesi, ritenendo il parto un evento del tutto naturale. Tant’è che il responsabile del 118, Elio Carchietti, ha avanzato l’ipotesi di fare in modo che a bordo dell’ambulanza ci sia anche un’ostetrica. (notizia da Il Messaggero veneto)

Confesso che ho letto l’articolo con il batticuore e nello stesso tempo con le lacrime agli occhi, ripensando alla nascita del mio secondogenito che ha davvero rischiato di venire al mondo in ambulanza. Per chi non l’avesse letto, questo è il LINK del post.

27 gennaio 2011

PAKISTAN: DONNA PARTORISCE LA QUARTA FEMMINA E IL MARITO LE MOZZA LE MANI

Posted in cronaca, donne, figli tagged , , , , , , , a 2:03 pm di marisamoles

Una notizia sconvolgente eppure incredibilmente vera: una donna pakistana, alla sua quarta gravidanza, partorisce l’ennesima figlia femmina e, per punirla, il marito le mozza le mani. Secondo quanto riferisce “The Tribune Express”, la neomamma, che vive nel Punjab, a causa della forte emorragia, versa in gravi condizioni. Il marito è stato catturato insieme a altri sei parenti.

L’uomo, Altaf Hussein, sempre secondo quanto riportato, ogni sera, tornando dal lavoro, riempiva la moglie di botte e le rinfacciava di non essere stata in grado di partorire un maschio. Evidentemente, di fronte alla quarta figlia, non ci ha visto più e ha messo in atto la minaccia, più volte espressa, di “fargliela pagare“.

Ora, non c’è nessuno che riesca a spiegare a questi uomini ignoranti, oltre che violenti, che il sesso della creatura che la donna porta in grembo è determinato dall’uomo? C’è gente che è rimasta al medioevo, quando i reali ripudiavano le mogli se non mettevano al mondo figli maschi.

Una convizione che è passata attraverso secoli di storia. La vittima è sempre e solo la donna, anche quando i figli non arrivano. Quando una donna non è “capace” di procreare, la colpa è comunque sua: pensiamo, ad esempio, allo Scià di Persia, Reza Pahlevi, che, pur amando la dolce Soraya, dovette sottostare alla volontà della famiglia e ripudiarla perché non prolifica, senza nemmeno tenere in considerazione il fatto che la sterilità non è solo femminile. E questo non accadeva secoli fa.

Sono sconcertata di fronte alla notizia dell’ennesima violenza contro una donna, compiuta per ignoranza e per la presunzione di essere uomini e per questo solo fatto infallibili.
Altaf Hussein ha tagliato le mani alla moglie? Io a lui taglierei qualcos’altro … e non è una battuta.

[notizia tratta da Tgcom]

15 settembre 2010

UDINE: MAMMA E NEONATA SALVATE IN EXTREMIS

Posted in cronaca, figli, salute tagged , , , , , , , , , a 4:43 pm di marisamoles


In queste ultime settimane la cronaca ci ha riportato degli episodi di malasanità riguardanti il parto che appaiono impossibili ai nostri giorni. Morire di parto non si può, non si deve. Per una mamma che si salva, d’altra parte, non esiste nessuna consolazione al fatto che il bimbo che portava in grembo non ce l’ha fatta. Per un padre che perde il suo bambino e un marito che perde la sua compagna non c’è nulla di più triste che sentirsi abbandonati e dover dire addio al progetto di vita che il destino ha voluto irrealizzabile.

Talvolta, però, i miracoli accadono. Ovvero, ci sono delle strutture sanitarie in grado di affrontare le emergenze da sala parto senza sacrificare la vita di nessuno e senza provocare in un padre o marito una ferita profonda che difficilmente potrà mai rimarginarsi.
Il miracolo o forse sola la dimostrazione che non è sempre necessario affidarsi a Dio, ma semplicemente a dei bravi medici, è accaduto a Udine, nella clinica di Ostetricia diretta dal professor Diego Marchesoni.

Una giovane donna, 27 anni d’età, all’ottavo mese di gravidanza, è stata salvata in extremis da un’emorragia che, in una situazione già compromessa dalla fuoriuscita della placenta dall’utero, poteva costituire un serio rischio per la vita della gestante. Il parto cesareo era stato programmato per oggi, ma domenica scorsa era stato fatto ricorso ad un ricovero urgente per salvare la vita alla madre e alla piccola. L’emergenza è scattata poco prima delle 14 quando il professor Marchesoni era in spiaggia a Lignano. Raggiunto da una telefonata, il direttore della clinica si è precipitato in sala operatoria: è entrato alle 14.30 ed è uscito alle 20.

Così il professor Marchesoni racconta l’intervento: «Quando è nata la bambina abbiamo iniettato le sostanze coagulanti per limitare l’emorragia, ma nonostante tutto la signora, alla quale è stato asportato l’utero e parte della vescica, ha perso molto sangue. A un certo punto aveva la pressione a 40». Ma l’equipe del professore, composta da quattro chirurghi, due urologi, tre anestesisti, due radiologi internisti e altrettanti neonatologi, con la collaborazione di diversi infermieri, ha portato al felice esito della vicenda.
Marchesoni, nell’articolo pubblicato sul Messaggero Veneto, si lamenta del fatto che tutti sono pronti a puntare il dito contro la malasanità, mentre della buonasanità non si parla per nulla. Per lo stesso motivo sto scrivendo queste righe, perché è giusto che di ciò che funziona veramente, in quest’Italia sempre più “traballante”, si parli, anche per dare una speranza a chi, purtroppo, leggendo le cronache rischia di perderla del tutto.

L’unico rammarico: la giovane donna non potrà avere altri figli. Sarà sufficiente il sorriso della sua bambina per superare questo dolore?

1 marzo 2010

UN CAMPIONE CHIAMATO MASSIMO

Posted in affari miei, famiglia, figli, Trieste tagged , , , , , a 3:54 pm di marisamoles

Massimo a pochi giorni di vita

Oggi per me è un giorno speciale: vent’anni fa, infatti, è nato il mio secondogenito Massimo. Io e mio marito, ancora fidanzati, avevamo già stabilito che il nostro secondo figlio (in realtà, ne volevamo tre, ma poi abbiamo cambiato idea e, nonostante la desiderassimo, non siamo andati in cerca della femminuccia) si sarebbe chiamato Massimo. Forse presagivamo che per averlo ci saremmo dovuti impegnare al … massimo. Così ho deciso di raccontare non solo la sua nascita ma anche tutte le tribolazioni che hanno accompagnato la sua gestazione. Sì, perché se per il primogenito tutto era filato liscio, la gravidanza del secondo figlio è stata parecchio complessa.

Nonostante io e mio marito avessimo l’intenzione di dare presto un fratellino a Matteo, quando scoprii di essere di nuovo incinta, la notizia ci colse di sorpresa e, devo ammetterlo, ci creò un po’ d’angoscia. Avremmo preferito che passasse almeno ancora un anno, visto che Matteo aveva solo quattordici mesi, ed eravamo convinti che, dato che la prima gravidanza non era stata poi così tempestiva, anche il bis non sarebbe arrivato così facilmente. Mai fare questo tipo di ragionamenti; come disse il mio ginecologo, una volta che la strada è aperta …
Tenemmo segreta la notizia un po’ per non creare apprensione nei parenti, un po’ perché volevamo far loro una sorpresa annunciando l’arrivo del secondogenito in occasione del nostro anniversario di matrimonio: il 31 agosto. C’era da attendere solo un paio di mesi e sicuramente nessuno se ne sarebbe accordo dato che io allora ero magrissima (bei tempi!). Anche questo tipo di calcoli è meglio non farli mai: infatti, mentre eravamo a Trieste dai genitori, io ho avuto una minaccia d’aborto. La corsa in ospedale quella notte me la ricordo ancora; non solo, mentre mio marito come un pazzo correva in ospedale, lo stesso in cui sedici mesi prima era nato Matteo, non potevo fare a meno di pensare alla notte del 25 aprile di un anno prima e alla felicità provata allora. Piangevo, ma non per la commozione dettata dal ricordo, piangevo disperata e continuavo a ripetere a mio marito che se avessi perduto il bambino, avrei voluto subito ritentare di averne un altro.

I giorni passati in ospedale furono un incubo, per diversi motivi. Sentivo quasi una sorta di rancore nei confronti di quel bimbo che tenevo in grembo, la cui vita era appesa ad un filo, perché mi costringeva a restare lontana da suo fratello. In più, ogni giorno dovevo sopportare le lamentele delle donne che venivano ricoverate in day hospital per l’interruzione volontaria della gravidanza, qualcuna nemmeno alla prima esperienza del genere, mentre io lottavo per il mio bambino, anzi, il mio bambino da solo lottava per vivere perché io non potevo fare nulla e nemmeno i medici. La natura deve fare il suo corso, mi dicevano.

La situazione tornò sotto controllo in pochi giorni e potei finalmente tornare a casa … dei miei. Già, perché era impossibile tornare a Udine, nella mia casa, almeno fino alla visita di controllo fissata da lì ad un mese. Iniziò, così, il periodo di “cattività”: i miei mi aiutavano come potevano tenendomi il bambino, mio marito aveva ripreso il lavoro e lo vedevo solo il sabato e la domenica, Matteo non capiva perché non potessi tenerlo in braccio ma dovessi aspettare che qualcuno me lo adagiasse sulle ginocchia dopo essermi seduta in poltrona o sul divano. Pensando all’altra gravidanza, così tranquilla, così felice, mi sentivo semplicemente disperata.
Fortunatamente il medico al controllo mi rassicurò: la gestazione procedeva bene ma avrei dovuto restarmene almeno tre mesi a riposo. Gli avrei voluto urlare: come faccio a stare riposo se a casa ho un bambino di diciassette mesi? Ma me ne andai senza fiatare, angosciata da tutti i problemi che avrei dovuto affrontare una volta tornata a casa mia.

L’organizzazione, però, fu più semplice del previsto e i mesi successivi trascorsero abbastanza tranquilli. In fondo, potendo stare a casa dal lavoro, avevo l’indiscutibile vantaggio di godermi Matteo e di prepararmi con calma all’arrivo del nascituro, immaginando l’organizzazione migliore per la mia vita di mamma con due figli piccoli. A parte le visite ripetute e le infinite ecografie, me ne stavo ben lontana dagli ospedali. Credo di esserne diventata allergica in quell’occasione.
Approssimandosi la data del parto senza aver avuto particolari allarmi che potessero presagire un parto prematuro, mi sentivo sollevata. Ma l’attesa andò ben oltre la data presunta per la nascita del secondogenito: meno male che sembrava dovesse nascere in anticipo o addirittura non nascere. Il lunedì 26 febbraio 1990 mi recai in ospedale per il controllo, essendo scaduti i termini da un paio di giorni. Tutto sembrava tranquillo e il parto non pareva imminente, quindi mi rispedirono a casa. A questo punto devo fare una precisazione la cui importanza sarà fondamentale più avanti: l’ospedale infantile Burlo Garofalo di Trieste, che è anche una struttura altamente qualificata per la ricerca, ha due reparti maternità: quello ospedaliero, la cosiddetta “divisione”, e la clinica universitaria. In quest’ultima era nato Matteo ma, l’anno successivo, era stata chiusa a causa di alcune beghe legali. La riapertura era prevista per il 1 marzo 1990. Dovendo mio figlio nascere verso il 24 febbraio, mi ero rassegnata a recarmi nella divisione, dove tra l’altro ero stata ricoverata per la minaccia d’aborto. Ed ero davvero convinta di partorire là. Mai avrei pensato di “tener duro” fino alla data di riapertura della clinica.

Alle sei del mattino del 1 marzo fui svegliata da una contrazione molto forte. Purtroppo, avendole avute praticamente per tutto il corso della gravidanza, alle contrazioni non facevo proprio caso. Ma quella indubbiamente era un po’ più forte, anche se non così violenta come quella che aveva preannunciato il travaglio che avrebbe portato alla nascita del primogenito.
Mi alzai, controllai che Matteo dormisse tranquillo e mi recai in cucina. Naturalmente mi trovavo già a casa dei miei genitori a Trieste. E sì, anche questo figlio sarebbe stato “triestino”; questa volta, però, avrei preferito partorire a Udine ma ormai ero stata seguita per mesi dai medici del Burlo, quindi ero rassegnata a partorire là. Quando mi resi conto che la data segnata sul calendario era proprio il 1 marzo, mi tranquillizzai perché a quel punto pareva scontato che mio figlio nascesse nella clinica universitaria, nella stessa sala parto in cui Matteo aveva visto la luce ventidue mesi prima.
Verso le sette meno dieci telefonai a mio marito che era rimasto a Udine; gli dissi che qualcosa si stava muovendo, insomma il bambino sarebbe nato da lì a qualche ora. Lui rispose che si sarebbe organizzato e mi avrebbe raggiunto al più presto. Subito dopo chiamai l’ostetrica, la stessa che aveva fatto nascere Matteo, e le riferii che avevo il sentore che il travaglio fosse iniziato. Lei mi rassicurò che sarebbe venuta a darmi un’occhiata, senza fretta però.

Ricordo che tra una contrazione e l’altra facevo la spola tra la camera da letto dei miei, dove mia mamma teneva un mobiletto che sembrava dell’altezza giusta per farmi da supporto durante le contrazioni, e la cucina. Quando compresi, in breve tempo, che non riuscivo a tornare in cucina perché avevo nuovamente bisogno dell’appoggio del mobiletto, capii che il parto sarebbe avvenuto molto prima di quanto si potesse supporre. Dal momento in cui comunicai ai miei genitori questo fatto, in casa ci fu una grande concitazione: prepara la valigia, ritelefona al marito, richiama l’ostetrica, … mio padre dovette insistere per farla correre e quando arrivò, verso le sette e quaranta, non poté far altro che constatare che il bambino era pronto per nascere: si riusciva a vederne la testolina. A quel punto, nonostante al corso pre-parto avessero sconsigliato i parti in casa, decisi che non potevo aspettare oltre. D’altra parte l’ostetrica era accanto a me, che cosa poteva succedere? Ma lei, risoluta, si rifiutò di assistermi in casa, non senza un’adeguata organizzazione, e ordinò a mio padre di portarmi in ospedale. Lui rispose categoricamente di no: a quell’ora, quasi alle otto di mattina, con il traffico congestionato lui non si sarebbe mosso. Ricordo che li guardavo implorante: rivolgevo all’ostetrica sguardi supplichevoli perché mi facesse partorire là, poi, constatando che lei non avrebbe mai cambiato idea, guardavo mio padre perché si convincesse a portarmi in ospedale. Alla fine i due arrivarono ad un compromesso: avrebbero chiamato l’ambulanza.

La corsa in ambulanza fu indimenticabile: io distesa sul lettino, già in preda alla voglia di spingere, venivo redarguita ad ogni sguardo dall’ostetrica; quest’ultima continuava a ripetere “tieni duro, tieni duro”, come se fosse facile; l’infermiere presente si lasciò sfuggire un “che bello, non ho mai assistito ad un parto in ambulanza” ma fu subito messo a tacere dall’ostetrica con un “e nemmeno questa volta, perché la signora fa la brava e aspetta di arrivare in sala parto”. Avevo voglia di urlarle che il mio bambino voleva nascere e che non potevo impedirglielo. Ma poi, onde evitare qualsiasi problema, ubbidiente ho continuato a “tener duro”. La sirena mi stava assordando e implorai di spegnerla. Mi fu detto che non si poteva, altrimenti non saremmo arrivati in tempo. Non sapevo che ora fosse ma, visto che l’ostetrica ad un certo punto esclamò, con aria trionfante, “le otto! In tempo per partorire in clinica”, compresi che aveva atteso e indugiato proprio per farmi arrivare subito dopo la riapertura della clinica universitaria. La odiai.

Quando fummo in ospedale, invano tentarono di spostarmi dalla lettiga dell’ambulanza; a nulla servirono le rimostranze del personale che continuava a ripetere che non si poteva arrivare in reparto con quella e che avrei dovuto spostarmi su una in dotazione dell’ospedale. Alla fine cedettero. Ricordo ancora le male lingue delle puerpere o partorienti che, vedendomi arrivare di gran corsa, si lasciarono sfuggire un “come si fa ad arrivare all’ultimo momento!”. Avrei voluto rispondere “Chiedetelo all’ostetrica!”, ma non avevo fiato ed ero quasi in apnea a furia di trattenere le spinte.
In sala parto tutto era pronto. Più tardi seppi che erano stati avvertiti, altrimenti non sarebbero stati pronti per nulla visto che tecnicamente la clinica funzionava da appena cinque minuti dopo la chiusura di in anno. Quindi, fatti i calcoli, entrai in sala alle otto e cinque. Non riuscirono nemmeno a farmi indossare la camicia da notte, quella con cui avevo partorito Matteo, la stessa che mia madre aveva indossato quando aveva messo al mondo me. Non mi permisero neanche di sfilarmi i gambaletti e partorii con la maglia della tuta da ginnastica: per nulla romantico. Ma non m’importava niente di niente, nemmeno che alle mie spalle non ci fosse mio marito –questa volta non era arrivato in tempo – ma il ginecologo che non mi fu d’aiuto anche perché, già esperta, non ne avevo bisogno. Sapevo che la mia ostetrica non era presente; non essendo di turno non le avevano permesso né di assistermi né di entrare in sala parto. Protestai perché alla seconda spinta il bimbo non era nato e pretesi l’episiotomia. A nulla valsero le proteste dei medici, mi assecondarono. Ero allo stremo delle forze, anche se posso dire di non aver sofferto per niente, ma non ce la facevo più perché da oltre mezzora tenevo le spinte.

Massimo nacque alle otto e quindici: ero arrivata in ospedale dieci minuti prima. Un vero record. Ma il record dei record, per mio figlio, fu quello di essere il primo nato dopo la riapertura della clinica universitaria. Si meritò la prima pagina de Il Piccolo, il quotidiano di Trieste, e la locandina, in bella mostra in tutte le edicole, recitava “Fiocco azzurro alla clinica ostetrica rinata al Burlo”. Eh, già, avevo dimenticato che la nascita del mio bambino non sarebbe stata una festa solo per me. Dovetti tener lontana la giornalista -mi sentivo un mostro- che raccolse alcune notizie su di me e mio figlio e di noi scrisse: È maschio, si chiama Massimo e pesa 3 chili e 450 grammi. Non sarebbe probabilmente passato alla storia se la madre, signora Marisa, non avesse deciso di farlo nascere alla clinica ginecologica e ostetrica del ‘Burlo Garofalo’. Il giovane campione è dunque il primo nato nella struttura, riaperta ieri –l’articolo fu pubblicato ovviamente il 2 marzo- dopo un anno di ‘black out’. Non poteva essere più tempista –scherza il professor Gianfranco Scarselli, nuovo direttore della clinica- perché è nato un quarto d’ora dopo che si era ripresa l’attività, alle 8 e 15 di mattina.

Io guardavo il mio piccolo campione e non pensavo minimamente che sarebbe “passato alla storia”, non m’importava il suo tempismo, che poi era stato soprattutto il mio … fosse dipeso da lui, sarebbe nato mezzora prima! Guardavo il mio cucciolo con gli occhi lucidi ripensando alla minaccia d’aborto, alle sofferenze, più psicologiche che fisiche, alla natura che mi aveva fatto il regalo più bello, quello di farlo nascere. Guardavo Massimo, il suo faccino un po’ schiacciato dopo tutto quel tempo passato a spingere e a sentirsi respinto, il suo colorito leggermente bluastro per la sofferenza subita, per colpa di qualcuno che aveva deciso dovesse nascere nella clinica universitaria alla riapertura e non a casa. La sua determinazione mi colpì: aveva ingaggiato una dura lotta per nascere, avrebbe saputo affrontare sempre qualsiasi ostacolo. Lui era forte, molto più di me, e lo ha dimostrato, continua a dimostrarlo. Il mio amore di madre doveva, da quel momento, dividersi in due ma ciascuno dei due figli rappresentava e rappresenta per me una tappa importante della mia vita: Matteo, nato dopo un bel po’ di tentativi e per giunta in un giorno di festa; Massimo, un bimbo che avrebbe potuto non nascere mai. Lui era ed è il mio miracolo, o forse quello della natura che deve fare il suo corso. Forse, però, il miracolo vero l’ha compiuto Colui che sta molto più in alto di tutti noi, senza il quale il mio bambino ora non sarebbe un ventenne di un metro e novantatre … ma, nonostante tutto, lui rimarrà sempre il mio “cucciolo”.

25 aprile 2009

25 APRILE: L’ANNIVERSARIO DELLA “MIA” LIBERAZIONE

Posted in affari miei, bambini, famiglia, figli, Trieste tagged , , , , , a 11:11 am di marisamoles

Matteo a nove ore di vita

Matteo a nove ore di vita

Fin dai tempi della scuola ho sempre saputo che il 25 aprile si fa festa. Il fatto è che quest’evento non l’ho saputo collocare storicamente fino al liceo; né alle elementari né alle medie credo di aver svolto il programma “recente” di storia, al massimo saremo arrivati alla prima guerra mondiale. A casa certamente i miei me ne avranno parlato ma, si sa, i figli non ascoltano mai i genitori, specie quando parlano di cultura. La storia, poi, non è mai stata la mia passione, almeno fino all’università, e da quando la devo insegnare (quella antica e medievale, però) me ne sono fatta una ragione: è importante e bisogna conoscerla.
Ventuno anni fa, però, questa data ha assunto un significato particolare per me: è nato mio figlio. Da quel giorno ho interpretato questa festa come la mia festa, la mia personale liberazione. Da che? Da una gravidanza tutto sommato serena ma che negli ultimi tempi mi aveva creato dei problemi: il peso sulla pancia, le gambe gonfie, la difficoltà nel trovare una posizione per dormire … insomma, i problemi di tutte, né più né meno. E poi c’era la voglia di vederlo, finalmente, il mio bambino, di stringerlo tra le braccia, baciarlo, parlargli guardandolo negli occhi ed osservare le espressioni del viso da cui avrei potuto indovinare i suoi pensieri o intuire che la mia voce, quella voce che per otto mesi e mezzo gli aveva parlato senza vederlo, lui l’avrebbe riconosciuta. Otto mesi e mezzo, non nove, perché il mio primogenito mi ha fatto un gran regalo, quello di nascere due settimane prima.

I miei ricordi tornano indietro di ventuno anni, esattamente al 24 aprile. Era domenica e mi trovavo già a Trieste, dove avevo deciso di farlo nascere. Avrebbe condiviso la mia stessa origine, anche se poi sarebbe vissuto ad Udine, mia città d’adozione. La scelta, tuttavia, nulla ebbe a che vedere con il campanilismo: i miei genitori, i miei suoceri, praticamente tutti i parenti e i miei amici più cari vivevano e vivono là, quindi mi sembrava logico spostarmi per evitare che tutti dovessero fare una trasferta per venirmi a trovare.
Quella domenica a mezzogiorno ero tranquillamente seduta al “Caffè degli Specchi”, in piazza Unità, e mi stavo godendo una splendida giornata di sole in compagnia dei miei genitori che allora non rinunciavano mai al caffè di mezzogiorno con tanto di vista sul mare. Mio marito doveva arrivare da Udine e lo aspettavo da un momento all’altro. Mio figlio, stranamente, era quieto ma non me ne preoccupai: forse il tenue calore che gli arrivava dalla mia pancia esposta al sole lo aveva fatto addormentare. Tutt’ad un tratto, però, sentii un dolore acuto, improvviso, inatteso: la prima contrazione di quello che sarebbe stato il mio travaglio. Nello stesso momento, da lontano, scorsi mio marito che stava arrivando. Curiosamente mi accarezzai la pancia, ormai nuovamente rilassata, e dissi al mio bambino: “ora puoi anche nascere, papà è arrivato”. Parole dette così, con un filo di voce, senza troppa convinzione. Ma lui, dimostrando già allora un carattere remissivo, mi prese sul serio, colse il significato delle mie parole alla lettera.

Tornata a casa, non mi preoccupai molto per le contrazioni che ogni tanto percepivo, mai così violente come la prima. Quella era stata una sorta di avvertimento che avevo deciso di ignorare. Nel corso del pomeriggio, però, le contrazioni avevano assunto un andamento regolare, seppur mantenendosi molto distanziate. Io avevo deciso di rimanere a casa il più possibile, anche perché al corso pre-parto mi avevano inculcato l’idea che il parto dev’essere naturale, spontaneo, un momento gioioso per mamma e bambino, non deve rispondere alle dure leggi dell’ospedalizzazione che prevedono, prima di tutto, una sorta di incatenamento della partoriente legata ai vari monitor da fili e piastre. Insomma, io non mi sarei lasciata imprigionare, volevo vivere le ultime ore della gravidanza in libertà, nel mio nido familiare, farmi un bagno caldo, mangiare qualcosa senza abbuffarmi perché mi avevano detto che non c’è nulla di peggio che una fase espulsiva con lo stomaco pieno e la digestione bloccata. Naturalmente le mie idee non furono condivise dalla famiglia e mio marito volle per forza portarmi in ospedale.

La visita fu veloce, sembrava che il medico di turno fosse alquanto contrariato di dover lavorare la domenica, quando fuori splendeva il sole. Mi rimandò a casa assicurandomi che il travaglio era appena iniziato e visto che non avevo dolori, potevo starmene tranquilla perché mio figlio non sarebbe nato prima dell’indomani. Quando uscii dall’ambulatorio realizzai di essere in procinto di partorire. Mancavano due settimane e non me l’aspettavo. Credevo che quelle contrazioni poi si sarebbero fermate: capitano spesso dei falsi allarmi a due settimane dal parto. E invece mio figlio stava per nascere e aveva scelto pure un giorno festivo.
All’uscita dal reparto, incontrai un’ostetrica che conoscevo: aveva fatto nascere il figlio di mia cugina e quello di una cara amica; sapevo che lei, come lavoro extra, seguiva le partorienti a casa e, a volte, le assisteva in sala parto anche se non era di turno. Allora non mi preoccupai che arrotondasse lo stipendio in nero, né che lavorando in una struttura ospedaliera al di fuori dell’orario di servizio, avrebbe potuto mettersi nei guai, qualora le cose non fossero filate lisce, e procurare grane anche all’ostetrica di turno. Quei pensieri proprio non mi sfiorarono: mi feci dare il numero di telefono e mi impegnai a chiamarla qualora le contrazioni fossero state più ravvicinate.

Fino alle undici di sera il resto della mia giornata trascorse tranquilla. Ma a quell’ora iniziai ad agitarmi perché il travaglio aveva cominciato a meritarsi davvero quella definizione – prima non riuscivo a rendermi conto veramente che stava succedendo – e chiamai l’ostetrica. Naturalmente a casa tutti erano ben svegli e quando l’ostetrica arrivò, verso mezzanotte, capirono che per quella notte di dormire proprio non se ne sarebbe parlato. Il fatto è che, nonostante l’invito ad andare a letto e cercare di dormire un po’ per arrivare al parto con tutte le energie necessarie, io non ne volevo sapere e continuavo imperterrita a stare in piedi mentre mio marito e i miei sonnecchiavano in salotto. Ogni tanto, fra una contrazione e l’altra, riuscivo a captare gli sguardi silenziosi ma perfettamente espressivi che si lanciavano mio marito e mio papà: ma questa (intendendo l’ostetrica) quando se ne va? Ma lei non dava segnali di volersene andare, anche perché aveva capito che io non sarei andata a letto, non avrei dormito, quindi non mi sarei riposata. Fu allora che prese una decisione, di cui non mi rese partecipe, e che mi avrebbe portata ad odiarla: con la scusa di controllare a che punto fosse la dilatazione del collo dell’utero, mi sottopose ad una manovra che spesso i medici condannano: non ricordo il termine scientifico, comunque si tratta di dilatare forzatamente il collo per affrettare i tempi del parto. Non dimenticherò mai il dolore che provai, in assoluto il più acuto e insopportabile di tutto il travaglio e del parto stesso. Tuttavia, la “pratica barbara” ebbe il suo effetto: alle cinque di mattina ero pronta ad uscire di casa. Sotto il soprabito mia mamma mi fece infilare la sua camicia da notte, la stessa con cui lei aveva partorito me. Ancor oggi, quando ci ripenso, mi vengono i brividi e sento la stessa emozione che provai allora. Mio marito, da parte sua, avrebbe fatto volentieri a meno di tali sentimentalismi che, secondo lui, erano una perdita di tempo: voleva andare in ospedale in fretta – come se alle cinque di mattina del 25 aprile potesse trovare traffico – e mi obbligò a portarmi una coperta da sistemare sul sedile perché aveva il terrore che potesse macchiarsi, qualora mi si fossero rotte le acque per strada. Beh, ognuno ha le sue preoccupazioni, ovviamente.

Mio figlio, però, decise di “nascere con la camicia”. Il detto ovviamente lo conoscevo e mi sembrò di buon auspicio: tuttavia seppi solo allora che la sua origine si doveva al fatto che il bambino in fase espulsiva rompesse con la sua testina il sacco amniotico, non precedentemente rotto in modo spontaneo o bucato dall’ostetrica prima del parto. Il risultato di questa “nascita con la camicia” fu un’inondazione che colpì in pieno l’ostetrica e la scena fu per me tanto comica che, nonostante gli sforzi silenziosi –mai gridare, mi fu detto- mi scappò pure una risata. Altri sentimenti agitavano mio marito, presente in sala parto, che con atto di puro eroismo se ne stava in piedi dietro di me dandomi istruzioni sulla respirazione – aveva seguito diligentemente il corso pre-parto – che puntualmente avevo dimenticato di applicare a dovere. Tra una spinta e l’altra, riuscì a vedere la faccia preoccupata dell’ostetrica che, lanciando uno sguardo fulminante sul quasi papà, il cui colore doveva essere più o meno lo stesso della mia camicia da notte candida, lo invitò ad allontanarsi dalla sala. Ma lui per nulla al mondo avrebbe rinunciato a veder per primo suo figlio e non si mosse. Fu coraggioso ma gli andò anche bene perché il mio parto fu tranquillo e il mio bimbo nacque con sole tre spinte, alle cinque e trentacinque del 25 aprile 1988: ero arrivata in reparto meno di mezzora prima. Appena lo vidi, ne fui conquistata nonostante l’aspetto non fosse dei migliori. Avete mai visto i neonati appena espulsi? Beh, sono proprio bruttini. Ma per ogni mamma il proprio figlio è il più bello. La mia impressione fu, tuttavia, condivisa anche dal neonatologo che si lasciò sfuggire un sincero “che bel bambino!” e non credo che gli apprezzamenti sui neonati facessero parte della sua routine.

Mio figlio era davvero il più bello del nido. Quando me lo riportarono in stanza, dove mi ero recata sulle mie gambe e senza troppi problemi, ammirata dai medici che probabilmente erano poco abituati a vedere tanto coraggio e determinazione, lo vidi ancora più bello grazie anche all’intervento delle puericultrici che avevano provveduto a pettinargli i folti capelli neri, formandogli con l’olio un’acconciatura stile punk.
Dopo sole tre ore dal parto mi ero già recata al telefono pubblico del reparto – allora non esistevano i cellulari! – per avvertire la mia amica, con la quale avevamo appuntamento nel pomeriggio per una camminata, che non ci sarei potuta essere perché era nato Matteo. Urla di stupore e gioia colpirono le mie orecchie e svegliarono il marito di lei che, poche ore dopo, arrivò in ospedale con un ramo fiorito. Giustificò l’atto vandalico operato su uno degli alberi piantati nel parco dell’istituto, con la chiusura dei fioristi dato il giorno di festa. Non mi dimenticherò mai quell’atto gentile e quella visita che fu la prima di tante che si susseguirono quel giorno. Un giorno di festa per tutti, ma soprattutto per me.

ANNA SCRIGNI

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