28 luglio 2016

LA MAMMA DI GAIA: “L’HO UCCISA IO”. PERCHE’ SI ABBANDONANO ANCORA I BAMBINI IN AUTO?

Posted in bambini, cronaca, famiglia, figli, politica tagged , , , , , , , a 2:12 pm di marisamoles

Angioletto
Gaia aveva soltanto un anno e mezzo. La mamma Michela l’ha abbandonata nell’auto, sotto il sole rovente, per quattro ore. Inutili i tentativi di salvare la piccola che è morta diciotto ore dopo l’accaduto all’ospedale pediatrico Meyer di Firenze. (maggiori particolari su questa notizia QUI)

Non è la prima volta che accade, purtroppo. Padri e madri superstressati che a un certo punto vanno in tilt: la chiamano amnesia dissociativa. In parole semplici, quando si svolgono azioni ripetitive, si è convinti di aver fatto quel qualcosa che andava fatto, anche se invece non è così.

Il papà di Elena, quello di Jacopo, ora la mamma di Gaia. Genitori distrutti che mai potranno dimenticare.
Probabilmente, come già accaduto in passato, la signora Michela non sarà condannata per omicidio colposo. Ma a lei non basterà la vita intera per scontare la sua colpa. «L’ho uccisa, l’ho dimenticata in auto, sono io la responsabile della morte di mia figlia», ha urlato. Nessun tribunale la condannerà ma lei di certo non si perdonerà mai di aver lasciato la bimba in macchina, convinta di averla portata all’asilo nido come tutti i giorni.

Io non giudico quella mamma. Non mi aggiungerò al coro di chi, con estrema sicurezza, dice: “A me non sarebbe mai capitato”.
Sono una mamma, i miei figli sono grandi ma non ho dimenticato la fatica, il senso di inadeguatezza, le notti insonni, quella sensazione di non farcela… Non credo alle mamme che dichiarano di aver cresciuto i figli senza mai un cedimento, senza alcuna fatica. Balle.

Però, nel leggere questa triste notizia, una domanda me la pongo: “Perché ancora capita di abbandonare i figlioletti nell’automobile, in pieno sole?”.

Dopo i fatti che ho nominato, sono stati “inventati” e distribuiti sul mercato molti dispositivi, anche i più fantasiosi, per impedire che tragedie come quella di Elena, Jacopo e ora Gaia si ripetano. Basta fare un giro su Google per capire che disgrazie simili si potrebbero evitare.

Ma evidentemente chi non utilizza tali dispositivi, è convinto che “A me non potrà mai accadere”. E invece succede e per questo c’è bisogno di una legge. In Parlamento dall’ottobre 2014 è depositata una proposta di legge per introdurre nuove disposizioni nel Codice della Strada, in forza delle quali diventi obbligatorio adottare un sistema di allarme che segnali la presenza del bambino nel seggiolino del veicolo.

Tutto è fermo. Forse quest’ennesima tragedia smuoverà le coscienze dei nostri governanti?
O forse, per ora, è più importante il referendum sulle riforme costituzionali di ottobre.

[immagine da questo sito]

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13 maggio 2014

UN POMERIGGIO DI ORDINARIA FOLLIA

Posted in affari miei, lavoro, scuola tagged , , , , , a 9:01 pm di marisamoles

mafalda che stress
Ormai siamo alla follia. Lo diceva quel relatore di un corso di aggiornamento sull’empowerment della persona: vi ospito qui (centro di igiene mentale) visto che dicono che a insegnare si diventa pazzi, così vi abituate all’ambiente. Un vero profeta costui.

Lunedì è la mia giornata libera e ho passato il pomeriggio a scuola. Libera per modo di dire.
Arrivo e trovo una sorpresa nel cassetto: oltre a somministrare il test InValsi (nei confronti del quale da anni nutro una profonda avversione) in una classe non mia e relativamente alla matematica (va da sé che nelle scuole per bene non si facciano inciuci …). lo dovrò pure correggere (quello di italiano, s’intende, sempre per una classe non mia).

Protesto e mi dicono che devo farlo, è un ordine di servizio. L’alternativa è lo sciopero … che, però, mi costa 80 euro.

Pensa che ti ripensa, non arrivo a una decisione ma intanto devo presentarmi a un consiglio di classe. Vado.

Dopo un’ora, sono lì che rimugino, e mi accorgo che non solo dovrò somministrare (che brutto verbo!) e correggere il test, ma lo devo fare iniziando la quarta ora, un’ora libera.

Protesto: il tempo è mio e me lo gestisco io. Se ho un’ora libera non sono in servizio, quindi posso disporre del mio tempo come meglio credo. Semmai mi si può consultare e poi sta a me decidere se accettare di impegnare una mia ora buca o meno. Mi dicono che è un ordine di servizio. Avrò diritto a recuperare un’ora. Bene, mandiamo la quinta via un’ora prima, propongo. Quelli fanno il compitone di italiano, avrei la sesta ora di lezione, saranno cotti, è meglio che se ne vadano a casa. Proposta accettata.

Mi rifugio in un posto tranquillo (il posto lo è, io molto meno) e correggo compiti. Devo attendere un’ora e mezza per il prossimo consiglio.

Mi presento puntuale, il clima è tranquillo, la casse va bene, nessuno si lamenta. Unica nota positiva in questo pomeriggio di ordinaria follia. Eh no, il bello (è una battuta) deve ancora arrivare. Vengo insultata da una collega per una cosa che non riguarda nello specifico l’andamento della classe (oggetto dell’ordine del giorno), per di più un fatto che risale a due mesi prima, anzi, una situazione che, a suo dire, si protrae da ben tre anni.

Sono allibita. Gli altri si guardano e non sanno cosa dire. Io sono infuriata. Gli altri cercano di calmare le acque. Si discute, ridiscute, mettiamo a verbale, no mi oppongo, ‘sta cosa non c’entra nulla con l’odg, è un fatto personale, se ne poteva discutere in privato, poi in due mesi, anzi, tre anni, un’occasione la si trovava.

Morale: arrivo a casa alle 19 e 30, con lo stomaco chiuso e un senso di nausea che nemmeno quand’ero incinta. Ho la testa che mi scoppia, i brividi di freddo, mi provo la temperatura, ho un po’ di alterazione ma a me sembra di avere un febbrone. Non ceno, mi metto sul divano, cerco di rilassarmi. Sforzo inutile. Per tutta la serata ho un pensiero fisso: non si può reggere un ritmo così, non si può andare a scuola, luogo che per me è sempre stato un’oasi di pace, e avere l’idea di stare in trincea. Per giunta con l’aggravante di essere colpiti da quelli che stanno nella stessa trincea.

L’insegnamento, lo dicono gli esperti, è uno dei lavori maggiormente soggetti allo SLC (stress lavoro correlato). Ma pensandoci bene, non è lo stare in classe, il far lezione la cosa più stressante. E’ tutto il resto che ci annulla fisicamente, ci toglie le forze e ci manda il morale sotto il livello della suola delle scarpe.

Oggi volevo rimanere a casa. Sciopero o malattia, i motivi li avevo tutti, potevo pure scegliere. Poi ho pensato ai miei allievi, quelli cui avrei potuto far lezione nelle prime tre ore. Loro non c’entrano nulla, anzi, l’aula è il posto in cui sto più al sicuro, dove non posso temere attacchi oppure ordini di servizio poco graditi.

Sono andata regolarmente a scuola. Tutto sommato è stata una giornata tranquilla.

P.S. Colgo l’occasione per scusarmi con gli amici che mi seguono per non essere presente qui e nemmeno sui loro blog. Ho più di 300 notifiche da aprire sulla posta elettronica. Non ce la farò mai. Se ci penso finisce che aggiungo stress a stress.Aarriveranno tempi migliori, almeno lo spero.

13 febbraio 2014

SAN VALENTINO? CHE STRESS!

Posted in amore, attualità, tradizioni popolari, Uomini e donne tagged , , , , , , , , , a 9:10 pm di marisamoles

cupido è morto
Dove sono finiti gli inguaribili romantici, quelli che non vedevano l’ora arrivasse San Valentino? Pare che al giorno d’oggi la celebre festa dedicata agli innamorati produca solo stress. Almeno per il 50% delle persone intervistate dall’Associazione europea disturbi da attacchi di panico (Eurodap).

L’indagine è stata condotta on line tramite un questionario cui hanno risposto 500 persone di età compresa tra i 20 e i 60 anni. Per cinque persone su dieci il 14 febbraio genera solo stress per motivi che vanno dalla scelta del regalo per il partner alle aspettative molto alte che immancabilmente vengono deluse. Per alcuni la causa di maggior stress deriva dalla situazione da vivere assieme.

Come spiega Paola Vinciguerra, psicoterapeuta e presidente Eurodap, il giorno degli innamorati preoccupa più le coppie mature perché, dopo tanti anni di vita uno accanto all’altro, è più difficile creare una situazione romantica, mentre le coppie giovani si preoccupano molto del regalo da fare.

Certamente il clima che si respira in questi tempi di crisi, che non è solo economica, non aiuta. La Vinciguerra a questo proposito osserva: «In un momento sociale così complesso e stressante, in cui già la coppia risente fortemente delle tensioni che si producono nel quotidiano, è importante fare in modo che questa ricorrenza produca invece armonia, complicità e contatto profondo».

A questo punto, sarò anche poco romantica ma se questa festa non è più sentita, se deve generare ansia e stress, mi chiedo perché non far finta di nulla. Chi si ama non ha bisogno di una festa per vivere un momento speciale né ha bisogno di regali. E chi non si ama … vabbè, sarà meno stressato. Ogni tanto bisogna pur vedere il lato positivo delle cose.

[LINK della fonte]

21 settembre 2013

LA BUONA NOTIZIA DEL VENERDÌ (IN RITARDO!): SI VIVE (BENE) ANCHE DI STRESS

Posted in La buona notizia del venerdì, psicologia, salute, scienza, società, terza età tagged , , , , , , , , , , , , , a 3:40 pm di marisamoles

terza etàA Venezia si è parlato di stress, ma non solo dei suoi effetti negativi, anche di quelli positivi. Avete mai pensato che possano esserci degli effetti positivi dello stress? Be’, in fondo la classificazione dello stress ne comprende due tipi: eustress (eu: in greco, buono, bello) o distress (dis: cattivo, morboso). L’eustress, o stress buono, è quello indispensabile alla vita, che si manifesta sotto forma di stimolazioni ambientali costruttive ed interessanti. Un esempio può essere una promozione lavorativa, la quale attribuisce maggiori responsabilità ma anche maggiori soddisfazioni. Il distress è invece lo stress cattivo, quello che provoca grossi scompensi emotivi e fisici difficilmente risolvibili. Un esempio può essere un licenziamento inaspettato, oppure un intervento chirurgico. (LINK)

Un esempio, tra i tanti, emerge dalla relazione del Nobel Elisabeth Blackburn che sottolinea come una gestante stressata (un lutto o una perdita di lavoro legata alla maternità, per esempio) mette al mondo un figlio con un’aspettativa di vita più bassa. I telomeri dei cromosomi – il patrimonio genetico che si trasmette nella replicazione cellulare – del nascituro sono più corti e oggi è noto che la lunghezza di questa componente cellulare è sinonimo di una vita più o meno lunga. Il telomero ripara i danni cellulari: se i danni sono riparati non ci sono malattie. E il 20% degli ultracentenari muore di «vecchiaia», non di malattia.

La vera scoperta consiste, dunque, nel fatto che i telomeri dipendono anche dalla psiche, anche se i modi in cui quest’ultima agisce sono ancora misteriosi.
Secondo gli studiosi i 125 anni di vita media «scritti» nei geni si potrebbero raggiungere se non si odia (e si ama), si vive in stress positivo (per esempio fare un lavoro che piace o che gratifica, con vacanze regolari e senza vivere sempre connessi ai gadget tecnologici), se si pratica una religione con convinzione e senza sentirsi obbligati. Ma non solo, mangiare ciò che piace realmente e non cosa è indotto consumisticamente. Ecco il punto: lo stress negativo, e invecchiante, è quando si fa ciò che non piace ma è richiesto da altri. Dal datore di lavoro alla cosiddetta società civile, dalla religione ai genitori.

Secondo Howard Friedman, psicologo dell’università della California a Riverside, «la longevità dipende dall’essere coscienti in positivo di ciò che si fa».

E voi, di che stress siete?

[fonte Il Corriere; immagine da questo sito]

LE ALTRE BUONE NOTIZIE:

Enorme riserva sotterranea di acqua in Kenia di laurin42

LE MIE ALTRE BUONE NOTIZIE

22 maggio 2011

LA MORTE DELLA PICCOLA ELENA: UN PAPÀ ESEMPLARE CON UNA MOGLIE SPECIALE

Posted in bambini, cronaca, famiglia, figli tagged , , , , a 8:04 pm di marisamoles


Non ce l’ha fatta la piccola Elena, “dimenticata” dal padre per cinque ore nell’automobile sotto il sole cocente. Il suo piccolo cuore ora batte nel corpicino di un altro bambino. Così anche il suo fegato e i reni hanno salvato la vita ad altri bimbi sfortunati. Ma la tragedia della piccola Elena, morta a soli 22 mesi, deve far riflettere sull’evento che l’ha portata alla morte. Perché un padre che dimentica la figlia, a prima vista, è solo un padre degenere, un disgraziato, un uomo che non merita nemmeno di essere chiamato tale. Ma Elena aveva una mamma speciale che nemmeno per un attimo ha pensato di aver sposato un mostro, nemmeno per un istante ha mediato di lasciare quell’uomo che le ha strappato dall’abbraccio la figlioletta. No, la mamma di Elena continua a ripetere, da giorni, che il marito è un papà esemplare e che quello che è successo a lui, può succedere a tanti padri amorevoli.

Lucio Petrizzi, quella maledetta mattina, era convinto di aver portato Elena all’asilo, affidandola alle cure delle maestre. Ma la bimba all’asilo non è mai arrivata. È rimasta per cinque ore chiusa nell’automobile del papà che si è semplicemente dimenticato della sua presenza. Un professionista, superimpegnato, come tanti. Ma lo stress fa brutti scherzi. La testa piena di pensieri, azioni che si fanno in modo automatico, senza riflettere, a volte ci si muove e il corpo se ne va per conto suo, come un automa, senza star dietro al cervello. Certo, succede a tanti. E quella bimba “dimenticata” è la prova che molte volte si è travolti dagli impegni, sia familiari sia professionali, tanto da non ragionare più. Com’è che si dice? Si è fuso il cervello.

Quello della povera Elena si è fuso davvero. Si è fuso a causa del sole che batteva sulla carrozzeria di quell’automobile e che l’ha trasformata in una sorta di fornace. Danni gravissimi, si è detto in un primo momento. Danni irreparabili, è stato l’annuncio di ieri. Di fronte ad un elettroencefalogramma piatto o quasi, una piccola speranza si è accesa per altri genitori, forse altrettanto impegnati e stressati. Sicuramente, però, dei genitori meno fortunati di quelli che aveva la piccola Elena.

Davanti alle telecamere, Chiara Sciarrini, in attesa di una bambina, la sorellina che la piccola Elena non potrà mai conoscere, in lacrime difende il marito, accusato di omicidio colposo e di abbandono di minore: «Non c’entra nulla. Non ho mai accusato Lucio e mai lo farò perché lui non è colpevole», aggiungendo che «Quello che è capitato a lui può capitare a ognuno di noi, perché non ci si ferma mai».

Già, non ci si ferma mai. Il ritmo cui siamo costretti quotidianamente ci fa girare come trottole. E a volte il destino si fa beffe di noi.

Ma io, con tutta la comprensione di cui è capace una madre, di fronte ad una tragedia immane come questa non credo sarei stata così coraggiosa. Forse questo si chiama amore, ma la maggior parte delle volte l’amore non basta.

[immagine tratta da questo sito; LINK della fonte]

AGGIORNAMENTO DEL POST, 25 MAGGIO 2011

Erano in tanti, tantissimi a Campli, al funerale di Elena, la bimba di 22 mesi che ha commosso tutta Italia, morta dopo tre giorni di coma per un edema cerebrale dopo essere stata incredibilmente dimenticata sull’auto dal padre che, invece di portarla all’asilo, l’ha lasciata nel parcheggio dell’Università per cinque ore. C’era anche lui in chiesa, l’amato papà, Lucio Petrizzi, aggrappato alla piccola bara bianca, sorretto da don Mazzitti che non lo ha lasciato un attimo, quasi a volerlo difendere dagli sguardi cattivi di chi pensa: «ma come ha potuto…». Ma papà Lucio ha già sofferto tanto, è già stato punito nel modo più atroce perdendo così la sua piccolina e tutti lo sanno che il senso di colpa che lo sta affliggendo potrà forse mitigarsi con il tempo, ma non potrà mai essere cancellato. Tutti hanno capito.

LA COMPRENSIONE – Dopo la moglie, Chiara Sciarrini, incinta all’ottavo mese, che per prima lo ha assolto: «Mio marito non ha colpe», anche le maestre di asilo, i colleghi di lavoro, gli abitanti di Campli hanno compreso il dolore di un uomo che chissà quante volte si chiederà: «Elena ha pianto? Mi chiedeva aiuto e io non c’ero… perché non c’ero…». Per Lucio non ci sono state accuse. Solo parole di consolazione e incoraggiamento: «Siete genitori meravigliosi, poteva capitare a tutti». «A tutti noi poteva succedere quello che è successo – scrivono i genitori dei bimbi dell’asilo nido frequentato da Elena, in una lettera letta da una delle maestre -. Caro Lucio, non attribuirti colpe che non hai. Troverete la forza di ricominciare, illuminati dalla luce di una nuova vita». Fulvio Marsilio, preside della facoltà di Veterinaria dell’Università di Teramo, dove Lucio lavora come docente e Chiara come ricercatrice, al termine della cerimonia ha sottolineato che nei giorni scorsi «oltre 200 studenti si sono raccolti per un minuto di silenzio in segno di solidarietà. Tornate presto tra noi – ha detto -, la vita ci dà tanto e può toglierci tutto». «È una tragedia che ha coinvolto tutta la comunità camplese, una fatalità che può succedere a tutti» ha commentato il sindaco di Campli, Gabriele Giovannini: «Ho ricevuto tantissime telefonate in questi giorni su casi simili, genitori che dimenticano i figli a scuola – ha detto il sindaco – c’è un qualcosa che ci porta a correre continuamente e crea un blackout nella memoria. È un problema dei tempi odierni, il correre sempre, lo stress: leggevo su una rivista scientifica online che in casi di stress ci possono essere momenti di blackout».

L’OMELIA – «Dio ha preso in braccio Elena, questa piccola creatura. Chissà che grande luce splenderà nel cuore di Lucio e Chiara» ha detto il parroco della chiesa Santa Maria in Platea, don Antonio Mazzitti nella sua omelia. «L’incidente è un fatto umano, non battete le mani per dare un sollievo a papà e mamma?», ha detto il sacerdote invitando i genitori di Elena, Lucio Petrizzi e Chiara Sciarrini, a salire sull’altare per accendere una candela e deporre un vestitino bianco sulla bara della figlia.

PALLONCINI – Davanti alla chiesa di Santa Maria in Platea, quando la bara della piccola Elena ha varcato la soglia sono stati liberati in aria tantissimi palloncini bianchi e gialli. Un lungo applauso e le campane a festa hanno poi accompagnato i genitori di Elena. Forse tanta solidarietà e tanti messaggi aiuteranno Lucio e Chiara a sopravvivere a un dolore tanto profondo e a ricominciare con energia e amore a essere ancora una volta genitori.

Cristina Marrone per Il Corriere

30 giugno 2009

COME ARRIVARE ALL’ORALE DELL’ ESAME DI STATO IN PERFETTA FORMA

Posted in adolescenti, Esame di Stato, scuola tagged , , , , , , a 4:09 pm di marisamoles

esame oraleAvendo un’esperienza più che ventennale nell’insegnamento, so che la maggior parte degli studenti arriva all’esame stressatissima. Il perché è presto spiegato: l’ultimo anno è di certo il più impegnativo e fin da settembre noi insegnanti abbiamo la pessima abitudine di ricordarglielo. D’altra parte, è per il loro bene, no? Peccato che gli allievi si stressino più a pensare che a fare. In altre parole, all’esame pensano molto facendo molto poco, o comunque impegnandosi in modo non costante.

Quest’anno, in un primo momento, si pensava che per l’ammissione all’Esame di Stato, non ci dovesse essere nemmeno un cinque in pagella. Ecco un altro motivo di stress. Perché se razionalmente avrebbero dovuto impegnarsi di più, emotivamente il pensiero “non ce la farò mai” ha vanificato qualsiasi sforzo per migliorare. Poi il ministro Gelmini ci ha ripensato; basta che la media della pagella sia almeno 6, compreso il voto di condotta. Un sospiro di sollievo, finalmente. Ma anche questa piccola rassicurazione ha danneggiato gli allievi più sfiduciati: il pensiero da “non ce la farò mai, si è trasformato nel più ottimista “va be’ vuol dire che qualche cinque me lo posso permettere”. Ragionamento errato, in primo luogo perché le materie in cui gli allievi affrontano maggiori difficoltà sono state un po’ trascurate, non molto, in verità, perché non sarebbe stato comunque consigliabile arrivare allo scrutinio con dei 4, in secondo luogo perché spesso non si tiene nella dovuta considerazione il punteggio del credito scolastico che, in presenza delle insufficienze, viene inevitabilmente decurtato. Inoltre, gli studenti alle volte non pensano che il credito accumulato costituisce una specie di “tesoretto” che li salvaguarda nel caso di un esame non proprio meraviglioso. Il che può succedere perché, se si aggiunge alla preparazione lacunosa l’emotività e la tensione accumulata nei mesi di studio, l’esito delle prove d’esame può essere deludente anche rispetto alle proprie aspettative.

Ma veniamo al discorso iniziale: come si fa ad affrontare serenamente il colloquio d’esame.
Archiviati gli scritti, in qualunque modo siano andati, lo stress è anche aumentato, specialmente se i risultati non sono quelli sperati. Prima di tutto bisognerebbe arrivare all’orale con la coscienza tranquilla, ma viste le premesse, non sempre lo è. Poi bisogna evitare di stressarsi all’infinito e infliggersi reclusioni forzate che altro non sono che autopunizioni. Non si sa perché, ma pare che più tempo si passa a casa maggiori saranno le possibilità di fare bella figura all’esame. Ma anche questo ragionamento è errato: quella che conta è la qualità del tempo che si dedica allo studio, non la quantità. A casa ci sono mille distrazioni, tanto vale uscire per distrarsi. Una passeggiata con gli amici, un po’ di shopping –senza pensare per forza a quali abiti indossare per l’esame, perché così facendo vi rovinereste anche il piacere dello shopping!-, un salto in palestra o una corsa per mantenere il fisico in esercizio e liberare la mente dai pensieri, possono essere delle soluzioni.

Un altro problema, a parte lo stress, è l’affaticamento mentale. Se all’esame i ragazzi arrivano affaticati significa che non si sono concessi un po’ di riposo. E mi riferisco non solo alle ore di studio, ma anche alle ore sottratte al sonno per motivi vari: la televisione, il computer, i messaggini con il cellulare … Uno studente di diciotto anni dovrebbe dormire almeno otto ore per notte e so che ciò non sempre accade. L’abitudine di far tardi a tutti i costi è deleteria. Poi succede che subentra l’insonnia: più tempo si sta alzati, dedicandosi ad attività che tengono ben svegli, meno ore di sonno ci si potrà concedere. Ma c’è anche chi recupera dormendo fino alle undici o a mezzogiorno. Pure questo comportamento è sbagliato perché, visto che a scuola ci si va alla mattina, gli studenti sono abituati ad essere attivi nella prima parte della giornata. Alzarsi tardi significa “mangiarsi” una bella fetta della giornata e non riuscire ad organizzare al meglio il tempo che rimane.
Dormire bene si può e si deve, ma se ciò non fosse possibile per motivi vari, una tisana a base di camomilla e melissa può essere la soluzione. In erboristeria o in farmacia se ne trovano di svariati tipi.

Ciò che si deve evitare, se non strettamente necessario, –nel caso di un fisico debilitato per altre ragioni- è l’uso di integratori alimentari. Se l’alimentazione è corretta, non servono. Tanto meno possono essere utili gli integratori per la memoria: a diciotto anni la memoria funziona benissimo e un integratore non è una pozione magica che fa venire in mente ciò che nella testa non c’è. Vale a dire: se non si studia abbastanza, non c’è fosforo che tenga.

Ma cosa s’intende per “buona alimentazione”? Innanzitutto un buon equilibrio tra le varie componenti: proteine, vitamine e carboidrati. Bisognerebbe evitare, in particolar modo, di sovrabbondare in carboidrati e proteine, trascurando le vitamine. Ad esempio, se si mangia la carne a pranzo, è meglio non consumarla alla sera. Stesso discorso vale per i carboidrati: non si trovano esclusivamente nel pane e nella pasta, come spesso si è portati a credere. I carboidrati sono degli zuccheri e la nostra dieta ne è piena, a cominciare dalla colazione. Spesso è trascurata dagli studenti, che vanno sempre di fretta, ma è indispensabile per affrontare a giornata. Una brioche o un panino, qualche fetta biscottata con la marmellata, dei biscotti non devono mai mancare, ovviamente non tutti assieme! Se non piace il caffè o il the, il latte è un alimento che sulla tavola della colazione non può mancare. Con un po’ di cacao è delizioso, se accompagnato ai cereali è un pasto energetico quanto basta. Ma se non si tollera il latte o non piace proprio, uno jogurt è un ottimo sostituto, accompagnato da un po’ di frutta. A pranzo e a cena la frutta non è indispensabile; molti dietologi sostengono che rallenti la digestione, quindi è meglio consumarla nello spuntino pomeridiano, oltre che a colazione. Anche un buon gelato alla frutta, però, costituisce un’ottima merenda.
Per la memoria l’ideale sarebbe il pesce ma mi rendo conto che la sua cottura richiede più tempo e pazienza, nonché maggior abilità culinaria che a volte alle mamme mancano, soprattutto il primo. Tuttavia, anche i bastoncini di pesce surgelati vanno benissimo. Ovviamente, essendo fritti, è bene non esagerare.

Non entro nel merito della questione del tempo che dev’essere dedicato allo studio perché quello dipende esclusivamente dagli studenti e dalla loro capacità di concentrazione: è inutile legarsi alla sedia per sei ore di fila quando è scientificamente dimostrato che l’attenzione cala dopo i primi venti minuti. Non significa, ovviamente, che si debba studiare solo venti minuti per ora, ma che ci si debba concedere delle pause e si alternino, possibilmente, argomenti più semplici e quelli più complessi. Anche questa distinzione, tuttavia, è personale: sono i ragazzi stessi a dover distinguere le materie in cui hanno più facilità nello studio e quelle che trovano particolarmente ostiche.

Infine, un consiglio: non studiare fino all’ultimo. Vale a dire, il giorno prima del colloquio si fa solo un ripasso, tanto quello che c’è in testa ormai è esattamente ciò che ci può stare. Per questo è buona norma iniziare a studiare per tempo le materie che non si digeriscono; all’ultimo si rischierebbe solo una … indigestione.
Assolutamente vietato fare tardi la notte prima del colloquio o alzarsi all’alba. Si rischia soltanto di presentarsi davanti alla commissione mezzo addormentati. Bere dieci caffè per tenersi svegli, invece, servirà solo ad arrivare all’esame nervosi e probabilmente con qualche tic che nessuno mai aveva sospettato di possedere. Per esempio, se lo studente si siede al tavolo della commissione con le gambe che “ballano” di continuo, procurerà ai commissari un fastidioso traballamento che di certo non li metterà di buon umore. Poi, non bisogna sottovalutare il fatto che quando il candidato appare tranquillo –anche se non lo è affatto!- dà l’idea di essere preparato e di non temere nulla. Se poi nel colloquio si “perderà”, i commissari potranno pensare che l’emozione, anche se ben nascosta, ha fatto dei brutti scherzi. In certi casi, infatti, la verità non è mai quella che appare … come sosteneva il “nostro” Pirandello.

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"In ogni cosa c'è un'incrinatura. Lì entra la luce" - Leonard Cohen

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