LIBRI: “L’AMORE CHE DURA” di LIDIA RAVERA

L’AUTRICE
Lidia Ravera, classe 1951, è una scrittrice e giornalista che si è fatta conoscere nel 1976 con la pubblicazione del romanzo Porci con le ali, alla cui stesura ha collaborato il neuropsichiatra Marco Lombardo Radice.

Oltre alla sua attività di scrittrice, ha collaborato a numerose sceneggiature per il cinema e per alcune serie televisive della RAI e scrive per Il fatto quotidiano e Donna Moderna.
Ha pubblicato numerosi romanzi. Le seduzioni dell’inverno (Nottetempo, 2007), è stato finalista al Premio Strega 2008. Altri titoli importanti sono In fondo, a sinistra… (Melampo, 2005), Il dio zitto (Nottetempo, 2008), La guerra dei figli (Garzanti, 2010), Piccoli uomini. Maschi ritratti dell’Italia di oggi (Il Saggiatore, 2011). Con Bompiani Lidia Ravera ha pubblicato i più recenti: Piangi pure (2013) che è risultato vincitore assoluto al Premio Nazionale Letterario Pisa 2013 sezione Narrativa, La festa è finita (2014) e Gli scaduti (2015).
Del 2019 L’amore che dura, edito da Bompiani, la storia di un amore nato al tempo della rivoluzione femminista che in qualche modo si riallaccia al primo romanzo di successo Porci con le ali.

IL ROMANZO

Carlo è un regista di discreta fama, da anni emigrato a New York, che torna a Roma, la città in cui è nato e ha scoperto l’amore, quello vero, quello che dura per sempre, in occasione della presentazione dell’ultimo film. Non una pellicola qualunque, perché è autobiografica e narra, con riferimenti fin troppo espliciti, gli inizi della sua storia d’amore con Emma, nata ai tempi del liceo e sfociata in un matrimonio che non è destinato a durare.
Le aspirazioni di Carlo, che vuole emigrare oltreoceano per crescere professionalmente, non fanno cedere la moglie la quale, pur amandolo, lo lascia andare per la sua strada. Lui negli Stati Uniti ottiene il successo sperato e si lega ad altre donne, fino al rapporto duraturo con Sara. Lei a Roma continua a insegnare, legata indissolubilmente ai “figli per finta” come chiama i suoi studenti, incontra un uomo, Alberto, totalmente diverso da Carlo che le garantisce un futuro, mette al mondo una figlia, Franny, e sembra totalmente appagata da una vita poco movimentata ma con solide basi. Questo è quanto si conviene a una donna e a una madre.

Il film di Carlo ricostruisce fedelmente l’amore adolescenziale che l’aveva legato a Emma. Lei non gradisce questo “mettere in piazza” la loro storia d’amore e si vendica scrivendo un articolo su una rivista on line per stroncarlo.

Quando Carlo arriva a Roma per presentare il suo film, i due hanno un appuntamento. Prima di raggiungere l’uomo, Emma scrive una lettera con la quale cercherà di chiarire alcune cose che da troppi anni, venti per l’esattezza, sono rimaste in sospeso:

«Gli dirà tutto.
Improvvisamente ha una voglia matta di parlargli, di confessare, di scagionarsi e poi poterlo abbracciare. […] È una dichiarazione di amicizia, e anche di fedeltà al passato.
Un gesto unico di sottomissione. Con la forza dei gesti, che si annidano nella forza del silenzio.
Si mostrerà pentita di aver scritto quella recensione maligna, senza dover spiegare che cosa l’ha spinta a farlo.» (pag. 11)

All’appuntamento Emma non arriverà mai. Lui riesce a vederla da lontano, mentre in bicicletta lo sta raggiungendo al solito bar. Poi un incidente lascerà ancora la questione in sospeso. La donna finisce in ospedale ed è sottoposta a un intervento chirurgico alla testa. Da quel momento la verità non può più attendere.
In una borsa abbandonata sul luogo dell’incidente, cui nessuno fa caso come fosse un segno del destino, Carlo trova dei quaderni, un pezzetto di storia della vita di Emma a lui sconosciuta. L’uomo deve fare i conti con la realtà che ha di fronte: il secondo marito della donna che non ha mai smesso di amare, una figlia di cui ignorava l’esistenza, un segreto che forse Emma era pronta a rivelargli, se non si fosse trovata incosciente in una sala operatoria. L’intervento le salva la vita, la memoria ritornerà ma nulla sarà più come prima.

«Mentre ricordi confusi fluttuano come alghe intorno a un oggetto sommerso, incomincia a vedere se stessa quel venerdì mattina, con la giacchetta blu e il panciotto fiorito, mentre va all’appuntamento con Carlo, in bicicletta, dopo aver preso quella vecchia borsa di tela, dopo averci messo dentro quei vecchi quaderni.
La scena si compone, si scompone, si compone di nuovo, manca sempre una tessera, ma il quadro alla fine è chiaro. (pag. 373)

Forse non tutto è perduto. Forse nonostante i silenzi, la lontananza, il ritrovarsi e il perdersi di nuovo, l’amore che dura ha un altro po’ di strada da fare.

***

Il romanzo racconta una lunga storia d’amore in tutte le sue sfaccettature. Non un amore ma tanti amori che oltrepassano ostacoli, a volte vengono bloccati nel loro evolversi, altre rispondono a pure convenzioni, altre ancora si nutrono del ricordo non solo dei momenti vissuti ma anche dell’assenza. Tutti questi amori hanno in comune il fatto di durare nel tempo, di non lasciarsi sopraffare dallo scorrere degli anni, anzi, vengono alimentati dal tempo che talvolta è nemico ma sa essere un buon amico, quando una riflessione è dovuta anche senza la pretesa di cambiare le cose, piuttosto di dare altre forme alla vita vissuta e da vivere.

Quali sono questi amori?

L’amore che non conosce confini, nemmeno quelli materiali, che esistono e separano. È l’amore di Emma per Carlo, un amore che dura perché nonostante l’abbandono, lascia una traccia di sé. È la passione vera, quella che nasce in un cuore acerbo, poco abituato ad amare, e lo fa crescere fino a trasformalo in un sentimento maturo che non si può nascondere. Anche quando la ragione si rifiuta di assecondare il cuore.

L’amore che si nutre di stima, fiducia, è l’amore affidabile che non tradirà mai. Questo è l’amore che Alberto prova per Emma, incondizionato nonostante la “presenza –assenza” dell’altro, di chi non ha saputo arrivare a compromessi e ha rinunciato all’amore anche senza rinunciare mai del tutto alla donna amata.

L’amore per il prossimo, un amore che si dà senza chiedere nulla in cambio. È l’amore che Emma riserva al suo lavoro, ai suoi studenti, a Samantha, giovane allieva che rimane incinta e alla quale la protagonista spalanca le porte di casa, anche se questa decisione di proteggere la giovane e la vita che porta in grembo mette a dura prova gli equilibri familiari.

L’amore per la scrittura cui Emma affida i pensieri che sulle pagine dei quaderni prendono forma e custodiscono segreti che un giorno smetteranno di essere tali. Anche se la confessione non è mai facile perché la colpa di aver mentito agli altri per mentire a se stessa è un peso che negli anni diventa insopportabile.

L’amore materno che dura perché i figli si amano senza condizioni. È un amore che non smette mai di crescere e con esso la consapevolezza che la verità non si può negare. Un amore senza verità non è degno di questo nome.

L’unico amore che non ha un suo tempo ma che, nella narrazione, è solo una scintilla che si accende alimentando l’amore più grande, è quello paterno. Un amore negato cui Carlo non può voltare le spalle, anche se non rientra, almeno non rientrava, nei suoi progetti di vita.

L’amore che dura è un romanzo che non lascia indifferenti grazie allo spessore psicologico dei personaggi che vengono messi a nudo soprattutto nella loro fragilità. I piani narrativi sono tanti come le voci narranti. Con l’intrecciarsi di eventi passati, più o meno lontani, e presenti l’autrice cattura l’attenzione del lettore costruendo una storia a più voci, alternando la terza persona alla prima, attraverso varie tipologie testuali, dalle pagine di diario (i quaderni di Emma) alle lettere, persino e-mail verso la fine del racconto.

La scrittura è curata, semplice nelle parti dialogiche, che sono molto presenti per rendere dinamica la parte narrativa, a volte lirico specie nelle parti in cui la narrazione cede il passo alla riflessione.

[immagine sotto il titolo da questo sito ©Anna-Nadalig]

E IO PER IL FIGLIO DI PIER LUIGI CELLI “RISPOLVERO” UN’ALTRA LETTERA, QUELLA DI UNA MADRE

Fa notizia da due giorni la lettera che Pier Luigi Celli ha pubblicato su Repubblica. Una lettera che sarebbe stata molto privata se questo padre non avesse scelto un mezzo pubblico per farla pervenire al figlio. Una dimostrazione in più di quanto difficili siano diventati i rapporti familiari se lettere affettuose, piene di moniti e consigli, vengono affidate alle pagine dei quotidiani. Ci sono, poi, anche quelle donne che chiedono il divorzio ai mariti mezzo stampa; ma questa è un’altra storia.

Io preferisco non entrare nel merito della questione. Di Pier Luigi Celli so ben poco, lo ammetto, so quello che leggo sui giornali. Capisco, però, che tipo d’uomo dev’essere questo Celli: uno di quelli che sputa nel piatto dove mangia. In quel piatto, però, non vuole ci mangi il figlio perché, come dice, questo Paese non lo merita. Ebbene, si è chiesto Celli se questo Paese meriti lui? Perché magari se ne potrebbe andare via portandosi appresso il figlio. Perché no? Perché in questo Paese lui ci sguazza benissimo e mi meraviglio che non trovi anche al figlio un luogo, in questa povera Itala, in cui sguazzare.

Anch’io ogni tanto penso che potrei consigliare ai miei figli di andarsene. Certo, non per sempre, per un po’. Perché è giusto fare nuove esperienze, aprirsi al mondo e forse anche perché io stessa ho rinunciato, venticinque anni fa, ad andarmene in Canada con i sogni sottobraccio. Alla fine ho scelto la mia Patria e i miei affetti, abbandonando per sempre i sogni. Però alle volte le rinunce non pagano. Bisognerebbe saperlo prima.

Ecco che, leggendo la lettera di Celli al figlio, mi è venuta in mente un’altra lettera che Lidia Ravera ha scritto, qualche anno fa, al suo pargolo. Una lettera bellissima, scritta con il cuore di mamma, certo, ma anche con la mente lucida di chi sa che i figli si devono educare a migliorarsi, spronandoli ad osare anche quando tutti i pareri sono contrari. L’educazione alla fuga, quella di Celli, non è mai la migliore.

LIDIA RAVERA

Primo: non rinunciare

Caro figlio, che a ventun anni entrerai nel nuovo millennio, non permettere a nessuno di impedirti di vivere per la prima volta quello che, prima, qualcun altro ha vissuto.
“Anch’io ai miei tempi” è una frase sopportabile soltanto se è l’inizio di una fiaba. Ascolta con pazienza. Con interesse se è interessante. Oppure non ascoltare. Cambia stanza.
Sappi per certo che niente è replicabile.
Nessuno passa per lo stesso punto, nello stesso modo, o con gli stessi occhi. Nessuno guarda mai lo stesso quadro.
Ascolta, fa’ attenzione. Voglio farti finalmente un sermone. Come le prediche di chi sul pulpito non sarebbe mai ammessa a salire, avrà la forma di una supplica focosa, una preghiera armata di ragioni.
Ti prego, ma ti prego veramente, di non rinunciare ad esperire, a provare, a giudicare, a schierarti, a dannarti per quello che, secondo te, non va bene, non funziona, non è giusto, non è nel senso d’un tendenziale armonico sviluppo del pianeta.
Non credere, ti prego, a chi ti dice che non sari tu, a mutare gli equilibri del mondo, che non sei tu nella stanza dei bottoni.
La stanza dei bottoni ce l’hai dentro.
È al tuo io, che devi rendere conto, innanzitutto.
Non avere paura di essere “in pochi”.
Non avere paura di essere massimalista, di occuparti di cose più grandi di te: ogni cosa grande ha evidenze piccine, riscontrabili da chiunque abbia gli occhi. Le cose grandi sono le più importanti: non c’è bisogno di diventare grandi per occuparsene.
Anzi, ad aspettare si rischia che sia troppo tardi.
Io li vedo, perché ci vivo in mezzo: gli adulti che non erano massimalisti ragazzini, sono rimasti minimi, non hanno sogni, solo prospettive.
Niente è vecchio di quello che puoi fare.
Dato che tu sei nuovo.
Non avere paura di pretendere un silenzio rispettoso, da parte di chi dichiara di sapere come vanno a finire le cose.
Se non lo sai, non è perché sei piccolo, è perché sei più attento, meno passivo, più intelligente.
Non partecipare, ti prego, al coro di sfiducia. È pigra, è noiosa, è facile la sfiducia.
E ce n’è in giro troppa.
Se posso darti un consiglio, e intendo dartelo anche se non posso, una sfida alla sfiducia potrebbe essere un bel banco di prova, per mettere a punto i vostri strumenti adolescenti, per uscire dal tempio a fronte alta e andare a misurarvi con il mondo.

(Da L. Ravera, In quale nascondiglio del cuore, Mondatori, 1993)