LIBRI: “MARTA NELLA CORRENTE” di ELENA RAUSA

PREMESSA
Ci sono libri che alla fine ti fanno piangere ma non perché è la storia (o storie) che raccontano a commuoverti fino alle lacrime. Piangi perché vorresti non finissero mai, tanto sono stati capaci di coinvolgerti e trascinarti in un mondo nuovo e diverso, fino a dimenticarti del tuo presente e sempre uguale a se stesso.
Marta nella corrente è uno di questi. Un romanzo che non si può non amare fin dalle prime pagine.

L’AUTRICE
elena_rausaElena Rausa è nata a Milano e attualmente vive in Brianza. Ha tre figlie. Dopo la laurea in Lettere presso l’Università Cattolica di Milano, ha conseguito un dottorato di ricerca in Italianistica-Filologia umanistica. Oggi è docente di lettere al liceo scientifico. Marta nella corrente (Neri Pozza, ottobre 2014) è il suo primo romanzo. [informazioni e immagine tratte dal sito dell’editore Neri Pozza]

marta nella corrente
Marta è una bambina di sette anni che deve affrontare all’improvviso un dolore più grande di lei: la morte della madre Bruna, vittima di un incidente stradale assieme al suo compagno. La tragedia fa entrare di prepotenza la piccola nella vita di più persone, di cui ignorava l’esistenza: il nonno Aldo Fantini che da dieci anni aveva perso ogni contatto con la figlia e, quindi, ignorava l’esistenza di questa nipote; Livia e Mario Parisi, genitori di due gemelli e di una bambina più piccola, che aprono le porte di casa all’orfana, nella veste di genitori affidatari; Emma Donati, una psicologa con alle spalle una triste storia di sofferenze e privazioni, che aiuterà Marta ad elaborare il lutto e a conquistare fiducia in un avvenire migliore.

Attorno a questi protagonisti ruotano altri personaggi che contribuiscono, ognuno con la propria storia, a dipanare le due difficili matasse con cui possiamo configurare il vissuto delle due protagoniste assolute di questo romanzo: Marta ed Emma.

Marta reagisce alla tragedia che le piove addosso barricandosi nel suo mondo, chiudendo quasi con un lucchetto il suo cuore e rifiutandosi di parlare. Nessuno sa nulla di lei, dei suoi rapporti con la madre, si ignora l’esistenza di un padre, non si conoscono legami affettivi che potrebbero aiutarla ad uscire dal suo volontario isolamento. Nemmeno nonno Aldo può esserle d’aiuto; l’accoglie con tutto l’affetto che può offrire ad una bambina sconosciuta, non le impone con prepotenza la sua presenza, lascia che sia la piccola a decidere le modalità e i tempi. Un incontro senza dubbio agevolato dal fatto che Marta non si ribella, non fa capricci, non rifiuta nulla e nessuno. Affronta ogni cosa con apparente indifferenza. Sta semplicemente zitta come se solo nel silenzio potesse trovare il significato profondo della realtà che sta vivendo. Nel suo mondo abitato da sensi di colpa, tacere le sembra forse la soluzione per soffrire meno.

La dottoressa Emma Donati avrà il difficile compito di “scrivere” la storia di Marta e sa di poterlo fare solo guadagnandosi la sua fiducia. Tra le due si crea piano piano un rapporto che va al di là dell’empatia necessaria in ogni relazione d’aiuto. La psicologa non deve semplicemente squarciare il velo che si insinua tra la piccola e il mondo, deve soprattutto ricostruire il vissuto della sua paziente e lo fa attraverso gli oggetti recuperati nella casa che Marta aveva condiviso con la mamma a Milano. Così un castello improvvisato diventa lo scenario fiabesco per le pedine di una preziosa scacchiera che si animano seguendo la volontà della piccola. Inizia ad alzarsi un sipario e piccoli frammenti di vita diventeranno padroni della scena e sveleranno ciò che Marta segretamente custodiva nel suo cuore.

Il compito della psicologa, tuttavia, si rivela più difficile del previsto. Stiamo parlando di una donna matura che ha esperienza nella sua professione. Eppure, come anticipato, il rapporto con la piccola diventa altro rispetto alla relazione che solitamente si instaura tra paziente e analista. Marta, con la sua storia, il suo dolore, i suoi sensi di colpa, la solitudine che sceglie per affrontare la sofferenza, fa riemerge nell’animo della dottoressa Donati il suo passato che, seppur calato in un contesto assai diverso, ha quelle stesse caratteristiche.
Emma, che ha perduto la madre in giovane età, proprio come la piccola paziente, ha alle spalle la terribile esperienza dell’internamento in vari campi di concentramento, fra cui Auschwitz. E quando parliamo di Auschwitz non possiamo fare a meno di pensare al Dolore, quello con la D maiuscola, quello che rimane per sempre, traccia indelebile nelle persone che hanno provato quella esperienza. Un dolore che si fa più acuto nel momento in cui chi è sopravvissuto deve fare i conti con il senso di colpa nei confronti di chi non ce l’ha fatta. A maggior ragione se si tratta di persone care, come l’amica di Emma, Giuliana, che soccombe ad un passo dalla libertà.

La storia di Marta suscita in Emma ricordi nascosti, mai rivelati, nemmeno al marito Filippo che pazientemente le sta accanto da trent’anni. Anche la mancata nascita dei figli, che solo lui desiderava veramente, verrà alla fine interpretata come il segno di un destino ineluttabile.
Grazie all’inconsapevole aiuto della piccola orfana, la dottoressa Donati riesce finalmente a liberarsi dei fantasmi del passato e a guardare al futuro con maggiore ottimismo. Per Marta, che ha tutta la vita davanti, sarà più facile, mentre Emma, una volta scrollatasi di dosso il peso ingombrante del passato, rimarrà comunque la consapevolezza che se la felicità non è più irraggiungibile, la vita non vissuta completamente è perduta per sempre. Solo l’amore di chi ha sempre accettato i suoi silenzi e il suo muto dolore è ora in grado di salvarla.

***

Marta nella corrente è un’opera prima eppure sembra frutto di una lunga esperienza in ambito narrativo. Elena Rausa è una professoressa di Lettere e si vede: il libro è ben scritto, lo stile è semplice – prevale la paratassi, quindi è abbastanza segmentato -, privo di fronzoli retorici ma non per questo meno incisivo. L’autrice riesce a trattare un argomento così complicato, se vogliamo anche pesante, con uno stile lieve che, seppur con la presenza di più piani narrativi e focalizzazioni differenti, cattura il lettore e fa sì che sfogliare le pagine sia la sua preoccupazione principale perché sa che nulla può essere scontato, nulla prevedibile nelle storie che vengono narrate.
Mi è piaciuta anche la disinvoltura con cui Rausa utilizza i tempi verbali, alternando abilmente il presente e il passato, creando quel tessuto narrativo che risulta dall’intreccio di fili diversi fino a diventare una sola storia.

Molto meglio di me ha recensito Marta nella corrente Mauro Reali per La Ricerca. Grazie a lui sono stata conquistata fin da subito da questo romanzo che ho apprezzato davvero moltissimo. Invito, dunque, i lettori a leggere anche il contributo del prof. Reali cliccando QUI.

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MONTALE, LE CINQUE TERRE E LE CINQUE STELLE

luperiniHo una grande stima per Romano Luperini, ne ho adottato spesso i manuali di letteratura italiana. Non ho una conoscenza approfondita del poeta Eugenio Montale ma ho letto e spiegato più volte la poesia “A mia madre”. Ora, visto che questo non è il blog laprofonline, qualcuno si starà chiedendo come mai affronto un argomento “didattico” qui. Succede perché ho letto un interessante articolo di Luperini, per laletteraturaenoi.it, in cui racconta del “simpatico siparietto” che ha avuto luogo, grazie ad un giovane docente pentastellato, in occasione di un intervento dello studioso a Siracusa sul tema: “Il modernismo nella poesia italiana del primo Novecento”.
Incredibilmente si è passati, in me che non si dica, dalle Cinque Terre, amate dal poeta Montale, alle 5 Stelle del comico Grillo. Sempre in Liguria restiamo.

In sintesi è successo questo: mentre Luperini spiega la poesia di Montale, facendo un paragone con quella di Ungaretti dedicata alla madre, un docente lo interrompe facendogli notare un errore d’interpretazione, a suo dire. Ne nasce una diatriba in cui il letterato cerca di far capire, purtroppo con sforzi inutili, all’insegnante che è lui ad aver preso un abbaglio (vi risparmio gli aspetti “tecnici” della faccenda, rinviando gli interessati alla lettura dell’articolo linkato). Niente da fare, lui insiste, anzi, come scrive Luperini, grida che l’ho deluso, e continua a lungo a protestare. Di fatto ottiene di porre fine alla lezione che termina così nella confusione e nella agitazione.

Cose che possono succedere, direte voi. Certamente ma è anche vero che di fronte ad uno dei maggiori esperti contemporanei, se non proprio il maggiore, di letteratura italiana bisognerebbe essere un po’ più umili e tentare, se possibile, di non fare delle piazzate inutili rovinando una lezione che avrebbe potuto essere bella e interessante fino alla fine.

La cosa più sorprendente è la conclusione dell’articolo. Scrive Luperini:

Mi dicono poi che quell’insegnante è un esponente del Movimento Cinque Stelle. Ora so bene che gli ignoranti si trovano in ogni partito. Piuttosto questa arroganza, questa convinzione incrollabile di essere dalla parte del giusto anche contro ogni evidenza contraria, questa petulanza, questa assoluta mancanza di umiltà, e soprattutto questo narcisismo incontrollabile e questa divorante e micidiale volontà di protagonismo mi sembrano caratteristiche non solo o non tanto di un movimento politico, anche se tali tratti abbondano nel Movimento Cinque Stelle, quanto del periodo storico in cui viviamo, dominato, direbbe Recalcati, dal narcinismo (narcisismo+cinismo) e dalla presunzione di onniscienza e di onnipotenza che nasce dall’accesso all’informazione di Internet.

Fa bene Luperini a sottolineare che non è, almeno non solo, una questione di partito. Però è anche vero che la “scuola” è quella, basta ascoltare e leggere Beppe Grillo. Che poi a ciò si aggiunga anche quella presunzione di onniscienza e di onnipotenza che nasce dall’accesso all’informazione di Internet è un dato inconfutabile che si tratti di una caratteristica del nostro tempo.

Inoltre bisogna riflettere anche sul concetto di democrazia, sempre più minata dalla posizione che ciascuno fa propria, senza lasciare spazio al dibattito. Ognuno parte dalla presunzione di essere il Verbo.
Aggiunge Luperini:

La democrazia non è chiacchiera vuota, non è dire la prima cosa che salta in mente, né esibizione di sé; implica anzitutto documentazione accurata, conoscenza dei problemi, consapevolezza dei propri limiti e, conseguentemente, predisposizione all’ascolto e al confronto che solo un accertamento condiviso dei dati di fatto può garantire.

Tutte cose che a scuola, con tanta costanza e pazienza, noi docenti ci sforziamo di insegnare. Per questo mi sembra oltremodo grave che un insegnante, come quello che ha ingaggiato la singolar tenzone con Luperini, si sia comportato in quel modo.
Non penso, tuttavia, sia solo colpa dell’iPod e nemmeno del partito pentastellato. Forse il problema sta a monte: abbiamo proprio perso di vista la democrazia e il rispetto per le opinioni altrui. La famiglia, la scuola, la società tutta dovrebbero assumersene la responsabilità.

GIORNO DELLA MEMORIA: DIMENTICARE È DIFFICILE, NEGARE È ASSURDO

elie weisel«Mai dimenticherò quella notte, la prima notte nel campo, che ha fatto della mia vita una lunga notte e per sette volte sprangata.
Mai dimenticherò quel fumo.
Mai dimenticherò i piccoli volti dei bambini di cui avevo visto i corpi trasformarsi in volute di fumo sotto un cielo muto.
Mai dimenticherò quelle fiamme che bruciarono per sempre la mia Fede.
Mai dimenticherò quel silenzio notturno che mi ha tolto per l’eternità il desiderio di vivere.
Mai dimenticherò quegli istanti che assassinarono il mio Dio e la mia anima, e i miei sogni, che presero il volto del deserto.
Mai dimenticherò tutto ciò, anche se fossi condannato a vivere quanto Dio stesso. Mai.»
(da Elie Wiesel, La notte)

Elie Weisel, scrittore statunitense ma nato in Romania nel 1928, nel maggio del 1944 fu deportato, assieme ai suoi familiari, ad Auschwitz.
Il passo riportato è tratto da La notte, in cui Weisel descrisse la notte in cui giunse nel campo polacco.
Nel 1986 gli fu conferito il premio Nobel per la Pace. Allora fu chiamato “messaggero per l’umanità.
Nel discorso tenuto il 27 gennaio 2010 al Parlamento italiano, lo scrittore ha portato la sua testimonianza di sopravvissuto ad un orrore che non ha un perché. E a questo perché Weisel sta ancora cercando una riposta.

Deportato ad Auschwitz, gli fu assegnata la stessa baracca in cui alloggiò Primo Levi.
«Ho incrociato forse Primo Levi, fummo assegnati alla stessa baracca. Ricordo il treno che ci portava a Buchenwald, ricordo la tormenta di neve. E le parole di Levi, dopo, che dice che ad Auschwitz non c’era luce».

primo leviSe comprendere è impossibile, conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto può ritornare, le coscienze possono nuovamente essere sedotte ed oscurate: anche le nostre. (da Primo Levi, Se questo è un uomo)

Auschwitz è fuori di noi, ma è intorno a noi, è nell’aria. La peste si è spenta, ma l’infezione serpeggia: sarebbe sciocco negarlo. In questo libro se ne descrivono i segni: il disconoscimento della solidarietà umana, l’indifferenza ottusa o cinica per il dolore altrui, l’abdicazione dell’intelletto e del senso morale davanti al principio d’autorità, e principalmente, alla radice di tutto, una marea di viltà, una viltà abissale, in maschera di virtù guerriera, di amor patrio e di fedeltà a un’idea”.
(da Primo Levi, L’asimmetria e la vita)

Dimenticare è impossibile ma non basta una Giornata della Memoria e poi tutti a lavarsi la coscienza per i restanti 364 giorni. Grazie alla testimonianza dei sopravvissuti abbiamo conosciuto l’orrore dei campi di concentramento. Negare la Shoah è semplicemente assurdo.

LA SCOMPARSA DI MARCELLO D’ORTA, MAESTRO E SCRITTORE NAPOLETANO

Marcello D'Orta«Se lo si è fatto con passione, maestro si rimane per tutta la vita».

Così diceva Marcello D’Orta. Lui in cattedra c’è stato solo quindici anni e da ben ventitré di mestiere faceva lo scrittore. Mai, però, aveva smesso di sentirsi maestro.

Nato a Napoli sessant’anni fa, aveva raggiunto la notorietà con il primo libro, Io speriamo che me la cavo, in cui aveva raccolto le riflessioni dei suoi scolari, un mix di umorismo ed errori grammaticali e ortografici che rappresentavano l’animo campano con l’ingenuità e l’allegria che solo i bambini sanno trasmettere. Anche quando parlano di cose serie.

Per D’Orta il mondo della scuola era rimasto il suo mondo, anche quando aveva deciso di non sedersi più in cattedra. La notorietà ottenuta con il primo libro, il film omonimo girato nel 1992 da Lina Wertmuller e interpretato da Paolo Villaggio (in una delle rare interpretazioni serie e senz’altro ben riuscita), gli avevano permesso di dedicarsi all’altra sua passione: la scrittura. Senza, tuttavia, perdere di vista la scuola.

Fra le sue opere ricordiamo Dio ci ha creato gratis, Romeo e Giulietta si fidanzarono dal basso, Il maestro sgarrupato, Maradona è meglio ´e Pelé, Storia semiseria del mondo, Nessun porco è signorina, All’apparir del vero, il mistero della conversione e della morte di Giacomo Leopardi, Aboliamo la scuola, A voce de’ creature, Era tutta un’altra cosa. I miei (e i vostri) Anni Sessanta. E’ stato anche collaboratore di diversi quotidiani e le sue opere sono state tradotte in numerosi Paesi.

Un anno e mezzo fa aveva rivelato il suo male e ne aveva addossato la responsabilità alla monnezza: «È colpa, è quasi certamente colpa della monnezza se ho il cancro. Donde viene questo male a me che non fumo, non bevo, non ho – come suol dirsi – vizi, consumo pasti da certosino? Mi ricordai, in quei drammatici momenti che seguirono la lettura del referto medico, di recenti dati pubblicati dall’Organizzazione mondiale della sanità, secondo cui era da mettersi in relazione l’aumento vertiginoso delle patologie di cancro con l’emergenza rifiuti. Così sono stato servito. A chi devo dire grazie? Certamente alla camorra».
Una denuncia in piena regola che non fu gradita ai suoi concittadini la cui reazione l’aveva costretto ad osservare amaramente il suo isolamento: «A Napoli fanno finta di non conoscermi – diceva -. Se c’è un convegno sugli scrittori napoletani, non mi invitano certo. Per gli esponenti della letteratura di Napoli io non esisto».

Dopo la scoperta della sua malattia Marcello D’Orta non aveva abbandonato la scrittura, anzi, «Scrivo per non morire», amava ripetere.
Ora la sua penna ha scritto la parola fine. Tuttavia le parole che ne sono uscite rimarranno sempre impresse nella mente di chi ha amato il coraggio di questo maestro un po’ sui generis e la sua grande passione per il mestiere più bello del mondo.

Grazie, Marcello. Ovunque ti trovi adesso, prega per i nostri studenti e per questa nostra scuola sgarrupata.

io speriamo che me la cavo

[fonti: La Stampa e Il Corriere; immagine da questo sito dove si possono trovare altre “riflessioni” degli scolari di Io speriamo che me la cavo]