PASQUETTA: ORIGINI E SIGNIFICATO DELLA FESTA


In realtà la giornata di Pasquetta viene ricordata dalla Chiesa come Lunedì dell’Angelo o anche Lunedì in Albis o, secondo il calendario liturgico, lunedì dell’Ottava di Pasqua. Fin dal dopoguerra è una giornata festiva, un po’ come lo è santo Stefano, il 26 dicembre, con l’intento forse di allungare di un po’ le feste pasquali.

Il termine Pasquetta ha origine popolare e per tradizione questa è una giornata in cui si sta all’aria aperta, dedicata a pic nic e spensieratezza, meglio se in compagnia, naturalmente. Il fatto che si chiami anche Lunedì dell’Angelo in realtà deriva da una errata interpretazione di questo passo dal Vangelo di Marco (16, 1-8a):

Passato il sabato, Maria di Màgdala, Maria madre di Giacomo e Salome comprarono oli aromatici per andare a ungerlo. Di buon mattino, il primo giorno della settimana, vennero al sepolcro al levare del sole. Dicevano tra loro: «Chi ci farà rotolare via la pietra dall’ingresso del sepolcro?». Alzando lo sguardo, osservarono che la pietra era già stata fatta rotolare, benché fosse molto grande. Entrate nel sepolcro, videro un giovane, seduto sulla destra, vestito d’una veste bianca, ed ebbero paura. Ma egli disse loro: «Non abbiate paura! Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. È risorto, non è qui. Ecco il luogo dove l’avevano posto. Ma andate, dite ai suoi discepoli e a Pietro: “Egli vi precede in Galilea. Là lo vedrete, come vi ha detto”». Esse uscirono e fuggirono via dal sepolcro, perché erano piene di spavento e di stupore.

Passato il sabato dovrebbe far capire chiaramente che il giorno in cui le tre donne si recarono al sepolcro di Gesù, incontrando l’angelo che rivelò loro la resurrezione di Cristo, era la domenica. Tuttavia, quando poi si legge il primo giorno della settimana si è portati a far riferimento alla giornata di lunedì, che appunto dà inizio alla settimana. Non dimentichiamo, però, che il testo del Nuovo Testamento si inserisce nel contesto ebraico che considera il sabato come giornata di festa e, di conseguenza, la settimana inizia con la domenica. Seguendo lo stesso ragionamento, per gli Arabi musulmani, che considerano il venerdì la giornata festiva, la settimana inizia dal sabato.

Convenzionalmente, svincolandosi dalle religioni, in Europa la settimana inizia dal lunedì, mentre nel Nord America il primo giorno è la domenica e nei paesi arabi è sempre il sabato.

Il termine Pasquetta ormai ha sostituito la vera denominazione di questa giornata che nemmeno per la Chiesa è di precetto. Ciò non toglie che qualcuno preferisca ricordare il significato religioso di questa giornata festiva. Nel 1991 l’allora Papa Giovanni Paolo II in un discorso tenuto il 1 aprile ci tenne a precisare:

Ieri è stata la solennità di Pasqua, oggi è il lunedì di Pasqua. In Italia c’è la bella tradizione di chiamare questa giornata “Pasquetta”, ma io non voglio parlare di “Pasquetta”. C’è anche un altro nome per indicare questo giorno: il giorno, o la festa “dell’Angelo”. È questa una tradizione molto bella che corrisponde profondamente alle fonti bibliche sulla Risurrezione. Ci ricordiamo della narrazione dei Vangeli Sinottici, quando le donne vanno al Sepolcro e lo trovano aperto. Esse temevano di non poter entrare perché la tomba era chiusa da una grande pietra. Invece è aperta e, dall’interno, sentono le parole: “Gesù Nazareno non è qui”. Così questa festa dell’Angelo, almeno io la intendo in questo modo, è un completamento dell’Ottava pasquale.

Un proverbio italiano dice: «La notte di Pasquetta, parla il chiù con la civetta», per indicare che in questa occasione la pace della Pasqua coinvolge tutti, anche uccelli diversi tra di loro (il chiù è il nome con cui è conosciuto l’assiolo, dal suo verso, e a esso è dedicata anche una poesia di Giovanni Pascoli).

[fonti: blog.graphe.it, wikipedia.org, curiositaeperche.it immagine da questo sito]

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8 MARZO: PERCHÉ LA MIMOSA?


Odio la Festa della donna – l’ho già detto – e anche la mimosa non mi piace particolarmente. Però sono curiosa e mi sono documentata sulla tradizione secondo la quale l’8 marzo si è soliti regalare alle donne un mazzetto di mimose.

La Giornata internazionale della donna, che si celebra appunto l’8 marzo, ha lo scopo di ricordare sia le conquiste sociali, politiche ed economiche, sia le discriminazioni e le violenze di cui le donne sono state e sono ancora oggetto in quasi tutte le parti del mondo. Questa celebrazione ha avuto origine negli Stati Uniti a partire dal 1909, mentre in Europa bisognerà attendere il 1911: in Germania, con la settimana di agitazioni femminili, si inizierà a considerare l’8 marzo come giorno ufficiale dedicato alla donna.

Per quanto riguarda l’Italia, bisogna attendere il 1922 per vedere la prima manifestazione e solo nel 1945 venne adottato l’8 marzo come data ufficiale. Ma per avere una celebrazione a livello mondiale questa festa si dovrà arrivare al 1977, anno in cui l’Assemblea generale delle Nazioni Unite adottò una risoluzione sancendo l’8 marzo come “giornata delle nazioni Unite per i diritti delle donna e la pace internazionale”.

Ma perché proprio la mimosa fu scelta come fiore simbolo di questa giornata?

Secondo alcuni tale pianta fioriva nel cortile dell’industria tessile “Cotton” di New York, in cui l’8 marzo 1908 morirono 129 operaie. Un incendio sarebbe divampato nei locali dell’industria tessile: si dice che il proprietario della fabbrica, un certo Mr Johnson, avesse bloccato tutte le porte per impedire di uscire alle operaie, che avevano protestato contro i turni lavorativi massacranti.
In realtà pare che non ci fosse alcuna pianta di mimosa all’esterno dell’edificio e che anche l’incendio, che realmente scoppiò, non si fosse verificato in quella data.

Tale fiore fu scelto come simbolo della Giornata Internazionale della Donna nel 1946 dall’U.D.I (Unione Donne Italiane) principalmente perché ha una fioritura precoce e, pur essendo originaria dell’Australia – più precisamente della Tasmania -, già 200 anni fa in Europa ha trovato il clima ideale per crescere e svilupparsi. Cresce spontaneamente anche in molte parti d’Italia, è economica e, con il suo colore giallo paglierino, ha il potere di smorzare il grigiore dell’inverno portando l’allegria della primavera anticipando l’arrivo della stagione.

La mimosa ha anche un significato simbolico: secondo gli Indiani d’America, infatti, i fiori della mimosa significano forza e femminilità. Essi erano soliti regalare un mazzetto di mimose quando decidevano di dichiarare il loro amore alla ragazza prescelta.

Gli Aborigeni australiani attribuivano alle mimose proprietà curative e pare che in alcune tribù la mimosa fosse l’ingrediente principale di uno speciale decotto contro diarrea, malattie veneree, nausea e disturbi nervosi.

L’essenza floreale di mimosa è indicata per persone timide, introverse, chiuse in sé stesse. Facilita l’apertura verso gli altri e verso il mondo, pertanto è consigliabile nei periodi di depressione, sconforto, solitudine e senso di abbandono. Questa qualità sarebbe confermata, in un certo senso, anche dall’etimologia. Sebbene non ci sia una visione unanime, per alcuni deriva dal latino mimus (mimo) o da mimesis (imitazione) poiché alcune specie, quando si contraggono, sembrano interpretare con la stessa intensità le smorfie dei mimi quando simulano il sentimento della vergogna.

La tesi più credibile, tuttavia, farebbe derivare la parola mimosa da una radice spagnola: in questa lingua mimar significa “accarezzare” e, infatti, questo fiore dà proprio l’idea di una carezza e, in un certo senso, si collega perfettamente alla sensibilità tipica dell’universo femminile.

E allora, donne, facciamoci accarezzare dalla mimosa. Quanto alla festa, preferirei pensare che ogni giornata sia buona per ricevere una carezza da chi ci vuole bene.

[fonti: realizzazionegiardini.org, leitv.it, meteoweb.eu, siciliafan.it da cui è tratta anche l’immagine]

DOMENICA DELLE PALME: ORIGINE E CURIOSITA’

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La Domenica detta “delle Palme” tradizionalmente precede la domenica in cui si festeggia la Pasqua. Si tratta di una festa celebrata non solo dai cattolici ma anche dagli ortodossi e dai protestanti.
E’ anche chiamata liturgicamente Seconda Domenica di Passione perché cade, appunto, la settimana prima della Pasqua. Con essa inizia la Settimana Santa, ultima della Quaresima, che terminerà con le celebrazioni del giovedì santo, in cui si darà inizio al Sacro Triduo Pasquale.

In questo giorno la Chiesa ricorda l’ingresso trionfale di Gesù a Gerusalemme. Come ci racconta l’evangelista Giovanni (Gv 12,12-15) Gesù arrivò in sella ad un asino, osannato dalla folla che lo salutava agitando rami di palma e ulivo, piante molto abbondanti nella regione.

Sempre nel vangelo di Giovanni si narra che la popolazione abbia usato rami di palma a simboleggiare il trionfo, l’acclamazione e la regalità del Messia. I rami d’ulivo, che oggi i fedeli di tutto il mondo portano nelle loro case, dopo l’avvenuta benedizione nelle chiese, hanno nel tempo sostituito le palme, sempre più rare e del tutto assenti in molte parti del mondo. Tradizionalmente l’ulivo simboleggia la Pace, in preparazione della settimana Santa che culmina con il giorno di Pasqua, in cui si celebra la resurrezione di Cristo.

Da allora vengono attribuite virtù magiche e miracolose ai rami delle piante benedette, virtù capaci di allontanare gli incantesimi e gli spiriti maligni.

I rami benedetti vengono custoditi nelle case dei fedeli e sono presenti anche nelle processioni pasquali; tempo fa le palme assumevano un valore magico-religioso e per questo addobbavano animali e veicoli, collocati sulle testiere dei muli, sulle fiancate dei carretti e sugli alberi delle imbarcazioni perché allontanassero malattie e calamità.

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Nelle zone dove l’ulivo non viene coltivato, i rametti portati in chiesa per essere benedetti vengono sostituiti da fiori e foglie intrecciate.
Sono nate, nel tempo, molte tradizioni legate a questa giornata. In Italia, ad esempio, a Bordighera e Sanremo si usa realizzare degli addobbi chiamati “Parmureli” che sostituiscono i rametti d’olivo. A Scalea (CS), nella penisola Sorrentina, oltre ai rametti d’ulivo vengono benedette delle “palme” particolari adornate da piccoli formaggi di produzione locale (i “caciocavalli”) o con confetti.
A Montescaglioso (MT) un tempo la Domenica delle Palme i giovani fidanzati portavano in chiesa palme e ghirlande fatte con foglie di ulivo con appesi al centro gli ori da regalare alle fidanzate. Ancora oggi, nella chiesa Madre, in questa giornata le coppie che si sposeranno entro l’anno vengono chiamate sull’altare e partecipano alla processione dopo la celebrazione della Messa.

Un’altra antica tradizione prevedeva la creazione con rametti di alloro di artistiche “palme” a forma di conocchia, sulle quali si appendevano castagne, fichi secchi, arance e nastrini di vario colore per i bambini.

Nei 50 paesi italiani di origini albanese c’era, la sera del sabato prima della Domenica delle Palme, la tradizione di ricordare il miracolo fatto da Gesù, resuscitando Lazzaro che era morto da quattro giorni: gruppi di giovani si recavano di casa in casa per cantare l’inno popolare di augurio, la Kalimera di Lazzaro che ricordava che la resurrezione era stata promessa a tutti gli uomini.

Molte sono le feste e le processioni che oggi si svolgono in tutta Italia. Quella di Assisi, ad esempio, è molto particolare: si celebra una serie di riti in quasi tutte le parrocchie, chiese e basiliche della città; dalla processione, in cui i fedeli portano in mano un ramo di palma o di olivo, ai vespri solenni. Al ritorno dalla processione si batte tre volte alla porta della chiesa, prima che essa sia aperta, a significare che la porta del Paradiso, chiusa alle spalle di Adamo ed Eva dopo la loro cacciata, viene riaperta da Cristo con il sacrificio della Sua morte. I rami di olivo e le palme benedetti verranno poi bruciati e le ceneri verranno utilizzate nelle celebrazioni del mercoledì delle Ceneri dell’anno successivo.

CIORCHIELLO
Per i più golosi, me compresa, non possono mancare i dolci tipici di questa domenica. Tra questi troviamo il ciorchiello, dolce tipico di Casette, borgo del comune di Massa. Con la sua forma rotonda, una consistenza soda e morbida e profumo d’anice, questo dolce simboleggia solidarietà e pace. In passato ogni famiglia ne preparava almeno una trentina sia per il proprio consumo che per lo scambio augurale con parenti e amici dopo la tradizionale benedizione in chiesa, durante la Domenica delle Palme.

Il ceremito e la sportella sono legati, invece, alle tradizioni dell’isola d’Elba. Essi rappresentavano la dichiarazione d’amore fra due giovani: lui, la mattina della Domenica delle Palme, faceva pervenire alla ragazza desiderata un paniere adorno di fiori con il Cerimito. Se la ragazza gradiva il regalo, e quindi la dichiarazione d’amore, il giorno di Pasqua contraccambiava facendogli recapitare una Sportella infiocchettata e benedetta. Il Lunedì dell’Angelo, i fidanzati venivano presentati ufficialmente alla comunità in occasione della scampagnata presso l’eremo di Santa Caterina. L’usanza della scampagnata persiste ancora oggi, e nel paniere non può mancare la Sportella».

Infine, una poesia, certamente non tra le più note, di Giovanni Pascoli.

L’ulivo benedetto

Oh, i bei rami d’ulivo! chi ne vuole?
Son benedetti, li ha baciati il sole.

In queste foglioline tenerelle
vi sono scritte tante cose belle.

Sull’uscio, alla finestra, accanto al letto
metteteci l’ulivo benedetto!

Come la luce e le stelle serene:
un po’ di pace ci fa tanto bene.

[Fonti: settemuse.it; regioni-italiane.com; traghetti-elba.it. Immagine sotto il titolo da questo sito; immagine palmureli da questo sito; immagine dolci da questo sito]

MA LA BEFANA HA UN MARITO?

befanaNell’immaginario collettivo la befana è vista come una vecchia brutta e lacera che, tuttavia, generosamente dispensa doni. Il nome dell’ignara vecchietta addirittura è diventato un epiteto, tutt’altro che gentile, da affibbiare alle donne non particolarmente belle fisicamente e curate nell’aspetto. Eppure il suo nome ha origini tutt’altro che trascurabili.

“Befana”, infatti, dal punto di vista etimologico, è messo in relazione con il termine “Epifania”, dal greco epiphaneia che significa apparizione e si riferisce, logicamente, all’apparizione della stella cometa che portò i re Magi al cospetto di Gesù bambino. Dal termine greco si passò poi al latino epiphania che, attraverso il linguaggio popolare, diventa prima Pifania, poi Bifania, fino alla distorsione del termine nella parola finale “Befana”.

La “nobile” origine del nome non può cancellare il destino della povera vecchietta che, complice anche una nota filastrocca (“La Befana vien di notte / con le scarpe tutte rotte, /con la scopa di saggina: / viva viva la nonnina!“) dev’essere per forza vecchia e brutta. Fuori discussione, dunque, il fatto che la befana abbia un marito. Eppure…

I primi ad ammogliarla furono i romani (non gli antichi!). La volevano accoppiata con un marito descritto come uno spauracchio terribile, con il quale viveva “molto, ma molto lontano”. Le mamme, addirittura, quando i bambini si comportavano male, accanto a “lo dico alla Befana” e a “viene la Befana e ti si porta via”, chiamavano in causa anche suo marito, una specie di orco che divorava i bambini dopo averli maltrattati a lungo.

Le strofe di una rima popolare descrivono questa specie di mostro:

Teresina
Io sono la Befana
Uscita da la tana
A ritrovatte
Te porto questa robba
Dorce in dono a rigalatte
Abbasta che sse’ bona
E obbediente
Si ttu sarà insolente
Te porto a la mia grotta
’Nse magna più ricotta
Ne ccallalesse
Allor, io te vedesse
Te lego tutta quanta
Finché non viè a ccasa
Mio marito
Viè ppieno d’appetito
Se mangia li regazzi
E ppo se li strapazza
A ppatimenti.
Si ttu le vedi i denti
So’ llunghi comm’un corno.
Dieci regazzi al giorno Se divora
Chi ppiagn’e echi ss’accora.
Chi ddice: Oh Ddio, la bbua
Chi cchiamma mamma sua.
E tutt’ invano.

Ma non solo a Roma l’uomo era crudele e spaventoso: nell’Alto Polesine, dove la Befana veniva chiamata “La Vecia”, si diceva che fosse sposata con il “Barabau”, detto anche Befano, o “Vecion”, evocato dalle madri – guarda un po’… – come uno spauracchio per spaventare i bambini disubbidienti.

Altre tradizioni più benevole la vogliono sposata con il Carnevale o addirittura con un santo. E che santo!

antonio_maialeStiamo parlando di Sant’Antonio Abate che, secondo una vecchia filastrocca, era proprio un marito fedele affettuoso per la befana, pronto ad aiutarla nel gravoso compito di portare i doni ai bambini.

C’era persino chi era convinto che il marito della Befana fosse Sant’Antonio Abate in persona. Questo Santo viene sempre presentato nei dipinti come un buon vecchione dai capelli bianchi e dalla lunga barba, candida come la neve. E vestito di poveri abiti, ha un bastone in mano con in cima un campanello e dalle pieghe del suo mantello fa capolino un grasso maiale. Forse perché è così vecchio, umile e vestito poveramente, in molti lo avranno considerato il marito ideale per la nostra Befana, e poi la sua festa era solo undici giorni dopo quella della Befana. In quei paesi dove credevano realmente che essi fossero marito e moglie, succedeva una cosa curiosa: la Befana e il suo maritino, come tutte le coppie che si rispettino, si aiutavano di cuore a vicenda. Così Sant’Antonio impietosito dal tanto lavoro che la Befana aveva da fare nella notte dell’Epifania, l’aiutava volentieri nella distribuzione dei doni e lo faceva dividendo in parti uguali quel compito così delicato: la Befana portava i regali alle bambine nella notte del 5 gennaio e lui li portava ai maschietti nella notte del 16 gennaio.

Che dire? I signori maschietti dovranno aspettare ancora dieci giorni per appendere la calza al caminetto…

[fonti: ilpaesedeibambinichesorridono; specchioromano.it; settemuse.it (per l’immagine di S. Antonio)]

NATALE E’ SEMPRE NATALE

E’ un Natale speciale questo che sta arrivando. Sempre sperando che sia speciale comunque e sempre per i Cristiani. Ma quello del duemilaquindici è comunque destinato a rimanere nella Storia.

Papa Francesco, come ormai tutti sanno, ha indetto, a partire dallo scorso 8 dicembre, l’Anno Santo della Misericordia. Un Giubileo straordinario, sia perché “cade” senza rispettare la cadenza usuale – almeno quella stabilita in tempi relativamente recenti – dei venticinque anni, sia perché intitolato alla Misericordia che, pur senza la maiuscola di rito, dovrebbe essere un sentimento che accomuna tutti gli esseri umani, cristiani e non.

Una parola trasversale, la misericordia. Stando all’etimologia, deriva dal latino misericordia, che a sua volta trova la radice nell’aggettivo misericors, in cui distinguiamo il tema del verbo miserere, “aver pietà”, e cor, “cuore”.

Misericordia, quindi, ha a che fare con il cuore e il cuore significa vita, poiché batte nel petto di tutti gli esseri viventi. Poi sta a noi farne buon uso e manifestare ai propri simili quell’empatia che ci accomuna in quanto tutti dotati di quel battito vitale. O almeno così dovrebbe.

Cinque anni fa ho scritto un post dal titolo lungimirante: Si può dire Buon Natale?.
Oggi più che mai, di fronte a dirigenti scolastici che vietano le feste di Natale e i canti tradizionali, specialmente nelle scuole frequentate dai più piccoli, la domanda è lecita. Ma la risposta, la mia risposta, è sempre quella: sì, si può augurare buon Natale, senza vergogna e senza pensare all’eventualità che questo augurio possa offendere qualcuno.

Di certo non offenderà nessuno dotato di un minimo di intelligenza, se non proprio elasticità mentale.
Ne sono prova le cronache di questi giorni, in cui persone che professano altre religioni, stanno dimostrando non tolleranza, spesso falsa, come quella esibita da zelanti dirigenti scolastici, ma condivisione. Misericordia, insomma.
Ma anche intelligenza, come la ragazza musulmana che ha accettato di buon grado di interpretare la figura di Maria nel presepe vivente allestito nella sua città.

Per festeggiare il Natale non si deve essere per forza cristiani. Pensiamola, dunque, come una festa in cui si celebra la nascita di un bambino. Riflettiamo sul drastico calo delle nascite nei paesi più evoluti, una situazione dettata da molti fattori, non ultima la crisi economica che ci ha colpiti negli ultimi anni, per cui mettere al mondo un figlio sembra essere un lusso. Davvero lo è, se vogliamo essere sinceri. Ma a volte l’amore può fugare i dubbi, allontanare le esitazioni. Pensiamo alla povera capanna che ha ospitato il piccolo Gesù e ai sacrifici che i suoi genitori hanno dovuto affrontare, i disagi, le persecuzioni che hanno interessato i primi anni di vita del bambinello. Pensiamo alla forza e al coraggio di quei genitori che senza dubbio, almeno per chi crede, furono dettati dalla Fede. Ma senza Amore, al di là di qualsiasi fede, non avviene nessun “miracolo”.

Consideriamo, quindi, il Natale come la festa della Famiglia, perché ogni famiglia è sacra a prescindere. Fermiamoci a riflettere ai tanti bambini vittime delle guerre e delle persecuzioni, che muoiono annegati durante i viaggi della speranza. Pensiamo a quelli che perdono i genitori, nelle stesse condizioni avverse.
Consideriamo le famiglie “spezzate”, quelle in cui i bambini sono trattati come pacchi postali, destinati a cambiare casa seguendo l’asettica sentenza di un giudice, o sballottati da un luogo all’altro come meglio fa comodo ai genitori.
Riteniamoci fortunati ad essere genitori, pur dovendo attraversare molte difficoltà. Non guardiamo al prato del vicino che ha l’erba più verde; guardiamo l’arida terra che accoglie i meno fortunati.

Usiamo un po’ di misericordia, non solo quando festeggiamo il Natale ma anche in tutti i momenti della vita.

E se questo mio vi sarà sembrato più un sermone che un post natalizio, PERDONATEMI!

Auguro a TUTTI, abbracciandovi forte, un

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RACCONTI DI NATALE: “IL DONO DEI MAGI” di O. HENRY

pacchi-reaglo-fai-da-teL’usanza di scambiarsi i doni a Natale pare derivi dai Re Magi che si presentarono al cospetto del Bambinello con i loro preziosi doni.
Ormai la tradizione è più subita che sentita. In tempi di crisi, si sa, ogni risparmio è prezioso: perché buttare via decine di euro in “regali dovuti”? Donare dovrebbe essere un atto spontaneo, non imposto dalle tradizioni o, cosa ancor peggiore, dal consumismo. Eppure ci si sente in obbligo… non c’è Natale senza doni, lo spazio sottostante l’abete allestito con gingilli e luci colorate non può rimanere vuoto.

Diverso è il caso di chi davvero con grande piacere desidera fare un bel regalo alle persone amate. Se è vero il detto “basta il pensiero”, spesso si cerca di accontentare i bambini che, innocenti creature, scrivono le loro letterine a Babbo Natale, o si risparmia per mesi pur di potersi permettere un regalo speciale per una persona altrettanto speciale.

Capita, talvolta, di fare regali inutili, nel senso che chi li riceve non sa che farsene e non se ne servirà mai.
Capita anche che i doni si rivelino inutili perché, proprio per il sacrificio fatto da chi li riceve, non serviranno se non mai, almeno per lungo tempo. Com’è successo ai protagonisti di questa deliziosa novella di O. Henry.

BUONA LETTURA!

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Un dollaro e ottantasette centesimi. Questo era tutto. E sessanta centesimi erano in penny. Penny risparmiati uno o due alla volta maltrattando il droghiere, il verduraio e il macellaio, fino a quando ti senti le guance rosse per l’accusa di taccagneria che tale atteggiamento comporta, anche se non te lo dicono. Della li contò tre volte. Un dollaro e ottantasette centesimi. E il giorno dopo sarebbe stato Natale.

Non c’era chiaramente nulla da fare, se non afflosciarsi sullo squallido divanuccio e mettersi a urlare. E Della fece proprio così. E questo ci porta a riflettere che la vita è fatta di singhiozzi, tirate su col naso, e sorrisi, con prevalenza delle tirate su.

Mentre la padrona di casa si calma piano, piano, passando dalla prima fase alla seconda, date un’occhiata alla casa. Un appartamento ammobiliato da 8 dollari a settimana.

Nel vestibolo sottostante, una cassetta per lettere in cui non sarebbe arrivata mai nessuna lettera, e un pulsante elettrico da cui nessun dito di mortale avrebbe ottenuto uno squillo. A tutto ciò si aggiungeva anche un cartellino che recava il nome “Mr. James Dillingham Young.”

Il “Dillingham” era stato sbandierato in un periodo precedente di prosperità quando il suo possessore veniva pagato 30 dollari a settimana. Ora, con il reddito ridotto a 20 dollari, stavano pensando seriamente di contrarlo in un più modesto e senza pretese “D”. Ogni volta che il signor James Dillingham Young tornava a casa e raggiungeva il suo appartamento di sopra, veniva però chiamato “Jim” e abbracciato stretto dalla signora Dillingham, che già vi abbiamo presentato come Della. E tutto questo è molto bello.

Della aveva finito di singhiozzare e si occupava delle guance con il piumino della cipria. Se ne stava alla finestra e guardava fuori senza pensieri verso un gatto grigio che camminava lungo un recinto grigio in un cortile grigio. Domani sarebbe stato il giorno di Natale e lei aveva solo 1 dollaro e 87 con cui comprare un regalo a Jim. Aveva risparmiato ogni centesimo che aveva potuto, per mesi, con questo risultato. Con venti dollari alla settimana non si va lontano. Le spese erano state maggiori di quanto lei aveva calcolato. Lo sono sempre. Solo 1 dollaro e 87 per comprare un regalo per Jim.

Il suo Jim. Aveva trascorso tante ore felici pensando a qualcosa di bello per lui. Qualcosa di bello e raro e speciale — qualcosa che fosse degno di appartenere a Jim. C’era uno di quei comuni specchi stretti, tra le finestre della stanza. Forse avete visto uno di questi specchi in un appartamento da 8 dollari. Una persona molto sottile e molto agile può, osservando il suo riflesso in una rapida sequenza di strisce longitudinali, avere un’idea abbastanza precisa del suo aspetto. Della, essendo magra, aveva imparato quest’arte.

Improvvisamente si girò dalla finestra e si fermò davanti allo specchio. I suoi occhi brillavano di scintille, ma il suo viso perse di colore in venti secondi. Rapidamente tirò giù i capelli e li lasciò cadere per tutta la loro lunghezza.

Ora, vi erano due beni in possesso alla famiglia Dillingham Young di cui entrambi erano orgogliosissimi. Uno era orologio d’oro di Jim, che era stato di suo padre e di suo nonno. L’altro erano i capelli di Della. Se la regina di Saba fosse vissuta in un appartamento di fronte, Della qualche volta avrebbe steso i suoi capelli fuori dalla finestra ad asciugare solo per far impallidire i gioielli e i beni di Sua Maestà. Se Re Salomone fosse stato il portiere, con tutti i suoi tesori ammucchiati nello scantinato, Jim avrebbe tirato fuori il suo orologio ogni volta che passava, solo per vederlo strapparsi la barba dall’invidia.

Così ora i bei capelli di Della scivolarono su di lei ondeggianti e splendenti come una cascata di acque castane. Arrivavano fin sotto il ginocchio e le facevano quasi da abito. Poi li raccolse di nuovo nervosamente e rapidamente. Vacillò per un attimo e poi si fermò, mentre una lacrima o due cadevano sul logoro tappeto rosso.

Indossò la vecchia giacca marrone, indossò il vecchio cappello marrone. Con un turbinio di gonne e con quel brillante scintillio ancora negli occhi, sgonnellò fuori dalla porta e giù per le scale fino alla strada.

Dove si fermò il cartello diceva: “Mme. Sofronie. Tutto per i capelli.” Della corse su per una rampa, e si sistemò, ansimando. Madame, grossa, troppo bianca, fredda, poco sembrava una “Sofronie.”

“Vuole comprare i miei capelli?”, chiese Della.

“Io compro i capelli”, disse la signora.

“Si tolga il cappello e diamo un’occhiata a come sono.” La cascata castana scivolò giù.

“Venti dollari”, disse la signora, sollevando la massa con mano esperta. “Me li dia, presto”, disse Della.

Oh, e le due ore successive si spostò con ali rosate. Scusate questa trita metafora. Stava setacciando i negozi per il regalo di Jim.

Alla fine lo trovò. Era stato fatto proprio per Jim e per nessun altro. Non ce n’era di uguale in nessun altro negozio, e li aveva rivoltati proprio tutti. Era una catenina da orologio in platino, semplice e pura nel disegno, che dichiarava il suo valore di per sé stessa e non come vile ornamento – proprio come dovrebbe essere per tutte le cose belle. Era degna dell’Orologio. Appena la vide, seppe che doveva essere di Jim. Era come lui. Tranquillità e valore – la descrizione si applicava ad entrambi. Per la catena le presero ventuno dollari, e lei si precipitò a casa con gli 87 centesimi. Con quella catena al suo orologio Jim poteva preoccuparsi decorosamente dell’orario in qualunque compagnia si fosse trovato. Per quanto il suo orologio fosse magnifico, a volte lo guardava di nascosto, a causa del vecchio cinturino di cuoio che usava al posto della catena.

Quando Della giunse a casa, la sua eccitazione cedette un po’ alla prudenza e alla ragione. Tirò fuori il suo arricciacapelli, accese il gas e si mise a riparare i danni fatti dalla generosità aggiunta all’amore. Che è sempre un compito enorme, cari amici – un compito immane.

In quaranta minuti la sua testa era coperta da piccoli ricci, vicini l’uno all’altro, che la facevano splendidamente somigliare a uno scolaro che ha marinato la scuola. Guardò a lungo la sua immagine riflessa nello specchio, con attenzione e in modo critico.

“Se Jim non mi ammazza”, si disse, “prima di darmi una seconda occhiata, dirà che sembro una ragazza del coro di Coney Island. Ma che cosa potevo fare – oh! Che cosa potevo fare con un dollaro e ottantasette centesimi?”

Alle 7 il caffè era pronto e la padella era sul retro della stufa, calda e pronta a cuocere le costolette.

Jim non era mai in ritardo. Della addoppiò la catenina in mano e si sedette in un angolo del tavolo vicino alla porta da cui lui entrava sempre. Poi sentì il suo passo sulla scala giù, al primo piano, e impallidì per un attimo. Aveva l’abitudine di recitare in silenzio una preghiera per le semplici cose di ogni giorno, e ora sussurrò: “Ti prego Dio, fagli pensare che sono ancora carina”.

La porta si aprì e Jim entrò e la richiuse. Aveva un aspetto magro e molto pensieroso. Poverino, aveva solo ventidue anni – ed essere gravati da una famiglia! Aveva bisogno di un cappotto nuovo ed era senza guanti.

Jim si fermò appena superata la porta, immobile come un setter all’odore di una quaglia. I suoi occhi erano fissi su Della, e vi era in essi un’espressione che lei non sapeva comprendere, e che la terrorizzava. Non era rabbia, né sorpresa, né disapprovazione, né orrore, né uno dei sentimenti a cui era preparata. Egli semplicemente la guardava fisso, con quella strana espressione sul viso. Della girò intorno al tavolo e gli si avvicinò.

“Jim, caro,” esclamò, “non guardarmi in quel modo. Mi sono tagliata i capelli e li ho venduti, perché non potevo passare il Natale senza farti un regalo. Ricresceranno — non ti importa, vero? Ho dovuto farlo. I miei capelli crescono così in fretta. Di’ ‘Buon Natale! ‘ Jim, e cerchiamo di essere felici. Non sai che bel regalo- che bellissimo regalo ho per te.”

“Hai tagliato i capelli?” chiese Jim, faticosamente, come se non fosse ancora arrivato a capire questo fatto, anche dopo un duro sforzo mentale.

“Tagliati e venduti”, disse Della. “Non ti piaccio ugualmente, comunque? Io sono io, anche senza i miei capelli, non è vero?”

Jim guardò per la stanza, curioso.

“Dici che i tuoi capelli non ci sono più?” chiese, con un’aria quasi da idiota.

“Non li devi cercare”, ha detto Della. “Li ho venduti, ti dico – venduti e andati, anche. E’ la vigilia di Natale, ragazzo. Sii buono con me, perché li ho dati via per te. Forse i capelli del mio capo erano contati”, proseguì lei con un’improvvisa grave dolcezza, “ma nessuno potrebbe contare il mio amore per te. Devo mettere su le costolette, Jim?”

Jim sembrava svegliarsi rapidamente dalla sua trance. Abbracciò la sua Della. Per dieci secondi guardiamo con interesse qualche inutile oggetto che sta nella direzione opposta. Otto dollari la settimana o un milione all’anno – qual è la differenza? Un matematico o un uomo di spirito darebbero la risposta sbagliata. I Magi portarono doni preziosi, ma quello non c’era. Questa affermazione oscura vi sarà chiarita in seguito.

Jim estrasse un pacchetto dalla tasca del cappotto e lo gettò sul tavolo.

“Non ti sbagliare sul mio conto, Della.” disse, ” Non credo che ci sia qualcosa nel modo in cui ti tagli i capelli o te li lavi che potrebbe farmi piacere di meno la mia ragazza. Ma se scarti il pacchetto puoi capire perché mi hai fatto imbambolare un po’ in un primo momento.”

Dita bianche e agili strapparono la corda e carta. E poi un urlo di gioia estatica e poi, ahimè! un rapido femmineo cambiamento in un pianto isterico e in lamenti, che richiesero l’impiego immediato di tutti i poteri di consolazione del padrone di casa.

Perché lì dentro c’erano I Pettini – una serie di pettini, laterali e posteriori, che Della aveva adorato a lungo in una vetrina di Broadway. Bellissimi pettini in vero guscio di tartaruga, con bordi di pietre preziose – proprio della sfumatura da portare tra i suoi magnifici capelli scomparsi. Erano pettini costosi, lo sapeva, e il suo cuore li aveva semplicemente agognati e desiderati senza la minima speranza di possesso. E ora erano suoi, ma le trecce che gli ambìti ornamenti avrebbero dovuto adornare erano sparite.

Ma lei li stringeva al petto e alla fine fu in grado di guardarli con gli occhi velati e un sorriso e dire: “I miei capelli crescono così in fretta, Jim!”

E poi Della balzò in piedi come un gatto che si è bruciato e gridò: “Oh, oh!”

Jim non aveva ancora visto il suo bel regalo. Lei glielo porse con entusiasmo sul palmo aperto. L’opaco metallo prezioso sembrava lampeggiare per il riflesso dello spirito brillante e ardente di lei.

“Non è elegante, Jim? L’ho cercato per tutta la città per trovarlo. Dovrai guardare l’ora un centinaio di volte al giorno adesso. Dammi il tuo orologio. Voglio vedere come ci sta.

Invece di obbedire, Jim si buttò sul divano e si mise le mani sotto la nuca e sorrise.

“Della”, disse, “mettiamo via i nostri regali di Natale e lasciamoli stare per un po’. Sono troppo belli per usarli proprio ora. Io ho venduto l’orologio per avere i soldi per comprare i tuoi pettini. Ed ora penso che tu debba mettere su le costolette.”

I Magi, come sapete, erano uomini saggi – meravigliosamente saggi – che portarono doni al Bambino nella mangiatoia. Furono loro a inventare l’arte di fare regali per Natale. Essendo saggi, i loro doni erano senza dubbio saggi, e sicuramente avevano la possibilità di essere cambiati, se una ne aveva già di simili.

E qui vi ho raccontato alla meglio la pacifica storia di due bambini sciocchi, in un appartamento, che incautamente hanno sacrificato l’un l’altra i più bei tesori della loro casa. Ma va detta un’ultima parola al saggio di oggi, che di tutti coloro che fanno regali, questi due sono stati i più saggi. Di tutti coloro che fanno e ricevono regali, come loro, sono i più saggi. Ovunque sono i più saggi. Sono loro i Magi.

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CHIACCHIERE DI CARNEVALE E ALTRI DOLCI TIPICI, REGIONE PER REGIONE

dolci carnevale
Sicuramente i dolci più gettonati a Carnevale sono le chiacchiere, nome che tradizionalmente rimanda a delle strisce di pasta fritte, che possono avere varia forma. Un dolce fra i più diffusi e che ha un altro primato: quello dei differenti nomi che li designano, a seconda delle regioni d’Italia.

Il termine chiacchiere risulta diffuso a livello tradizionale in molte regioni (Lombardia, Toscana, Campania, Basilicata, Calabria, Puglia). Ma sono tanti i termini usati per questi dolci: bugie, cenci, chiacchiere, cròstoli, frappe, gale e galani, intrigoni, sfràppole e zéppole.
In qualunque modo li si prepari e li si chiami, sono dolci buonissimi la cui degustazione ormai non è nemmeno più relegata al solo periodo di Carnevale.

Sarebbe comunque ingiusto trascurare gli altri dolci che in questo periodo vengono consumati. Eccone una lista cpmpleta di dolci carnevaleschi stilata da Matilde Paoli per la Redazione Consulenza Linguistica dell’Accademia della Crusca:

bastoncèlli – Toscana
berlingòzzi – Toscana
brugnolus a base di farina, uova e purea di patate, fritti e avvolti nello zucchero – Sardegna
brutti ma buoni – Toscana
bugie – nastri di pasta dolce fritti e spolverati di zucchero a velo – Liguria, Piemonte, Valle d’Aosta
castagnòle palline di pasta fritta riempite di ricotta o crema pasticciera – Friuli, Veneto, Marche, Toscana e Lazio
cénci – Toscana
chiàcchiere (chiacchere) nastri di pasta dolce fritti e spolverati di zucchero a velo – Lombardia, Toscana Campania, Basilicata, Calabria, Puglia
ciaramìglie – Toscana e Umbria
cicerchiata gnocchetti grandi come ceci, fritti, guarniti con zucchero caramellato e miele e decorati con i canditi e confettini – Abruzzo e centro Italia
civìgliole – Toscana
crescentìne – Toscana
crogétti – Toscana
crostoli, grostoli (grostoi) strisce quadrate o rettangolari fritte – Trentino, Friuli e Veneto
donzèlle, zonzèlle – Toscana
favarèlle, favétte, favìcchie, fàve mielàte – Toscana
ficàttole, ficùzzole – Toscana
fiòcchi – Toscana
frangétte – Toscana
fràppe, fràppole, sfràppole – Emilia Romagna, Marche, Umbria, Toscana, Lazio
fràti – Toscana
fravioli ravioli fritti con crema o ricotta – Sicilia
gale – Piemonte
galani – Veneto
intrigoni – Emilia Romagna
lavagnette tagliatelle dolci fritte bagnate con succo di arancia e di zucchero – Emilia Romagna
melatèlli, menatèlli – Toscana
mistocchini fritti e poi bagnati con succo di arancia – Emilia Romagna
mònache prégne – Toscana
orillettas intrecciati e ricoperti di miele – Sardegna
pàlle del prète – Toscana
pampuglie dolci a nastro – Campania
peciarìni – Toscana
pignolata piccole sfere di pasta dolce, fritte in olio di oliva e unite tra di loro dal miele – Calabria, Sicilia
rosacatarre, rosachitarre – Molise
scorpelle dolcetti ricoperti di miele – Molise
scrocca fusi palline di pasta prima lessate in acqua bollente e poi fritte, spolverate di zucchero e bagnati con alchermes – Marche
stelle filanti – Campania
stracci – Toscana
strùffoli, strùfoli palline o bastoncini con zucchero, miele e frutta candita, fritti e guarniti con confettini colorati – Toscana, Umbria, Molise, Campania
taralli al naspro, zucchero caramellato – Basilicata
tortelli dolci morbidi fritti cosparsi di zucchero e cannella o farciti con crema o con uvetta – Valle d’Aosta, Lombardia, Toscana
zéppole – Campania

E voi, ne conoscete altri?

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