PASSEGGIATA O BLOG?

scrivereOggi, anche se siamo solo a metà febbraio, la giornata è decisamente primaverile. Temperatura mite, il sole che scalda l’aria e asciuga l’umidità lasciata dai giorni di pioggia, giornate decisamente più lunghe… cose che scaldano il cuore e fanno venire voglia di una bella passeggiata. E invece no, invece sono nel mio studio davanti al pc e sto scrivendo questo post.

Prima di sedermi alla scrivania pensavo a quanto sia cambiata la mia vita negli ultimi mesi. Ho rallentato il ritmo e, nonostante tutto, sento una stanchezza infinita che non lascia spazio a nessuna attività in cui debba concentrarmi con la mente o che implichi uno sforzo anche minimo. Pigra? No. Demotivata, forse.

A parte ciò che è successo a casa dei miei e il rientro forzato a Trieste per tre settimane abbondanti, è proprio la routine quotidiana che non riesco a ritrovare. Complice, forse, un progetto che ho concluso ieri a scuola e che ha prosciugato tutte le mie forze, specialmente a livello intellettivo (ne parlo QUI, nella “Premessa”) ma che mi ha anche coinvolta emotivamente parecchio.

Per il resto, a scuola questo momento è tranquillo. Dalla prossima settimana inizierà la solita mitragliata di compiti, uno dietro l’altro, e la correzione non mi lascerà il tempo di respirare. Se oggi avrei potuto concedermi, dopo settimane intense di lavoro, una passeggiata in centro, dalla prossima settimana sarò agli arresti domiciliari.

E ora che sono qui davanti al monitor del pc, scrivo ma non so bene di cosa io debba parlare, cosa io abbia voglia di comunicare e soprattutto a chi.

Un tempo il blog era davvero il mio rifugio, il mio angulus, come direbbe Orazio. Ille terrarum mihi semper praeter omnes angulus ridet, scriveva in un’ode. Io il mio “angolo di terra” lo trovavo nel mio studio, 20 metri quadri di felicità.

Cercavo di dedicare alla scrittura ogni momento libero. Era il mio sfogo, un modo per rilassarmi. Qualcuno diceva “meglio andare in palestra”. Vero, ma io odio la palestra anche se so che fa tanto bene, specialmente alla mia età. E proprio questa consapevolezza mi fa odiare la palestra ancora di più. Quando ero più giovane e non ne avevo bisogno, trovavo il tempo di andare in palestra e lì trovavo la mia felicità, quello era il mio “angolo di terra”, sul materassino blu che, alla fine, arrotolavo con cura e mettevo sotto il braccio prima di recarmi nello spogliatoio. Poi, all’uscita, trovavo il mio amore ad aspettarmi e, assieme alla mia amica e il suo fidanzato, spesso rimanevamo fuori per cena. Così le calorie perse andavano a farsi benedire. Pazienza. Ero felice.

Ho aperto questo blog più di otto anni fa e, devo dire, mi ha dato molte soddisfazioni. Ricordo che qualche anno fa un lettore malevolo, mal celando un’invidia profonda, aveva insinuato che avessi qualcuno che scriveva per me. Rido pensando a Terenzio, commediografo latino, che doveva difendersi dalle accuse di essere solo un prestanome e di farsi scrivere le commedie da altri.

Scrivevo per me, ne ero convinta. Ma, come credo di aver avuto modo di dire in un altro post, sono tutte balle: nessuno scrive per se stesso, almeno non su una piattaforma pubblica. Insomma, il blog non è il diario segreto cui, da ragazza, affidavo le mie più intime confidenze, richiudendolo accuratamente con il lucchetto in attesa di riempire ancora un’altra pagina, e un’altra ancora.

Da ragazza scrivevo molte lettere, avevo tanti amici di penna, qualche amore lontano… lettere che emanavano il profumo dell’altro. E poi l’attesa della risposta, l’invio di un’altra missiva… tempi lontani, fatti di cose buone, genuine, spontanee. Adesso, pensando a chi scrive sul web, soprattutto a chi frequenta i social, realizzo che spesso i commenti sono cattivi, a volte le adulazioni sono troppo evidenti, altre l’autoreferenzialità è davvero eccessiva. Forse i blog ancora si salvano ma per essere vivi, veramente vivi, devono avere dei lettori.

Non ho mai badato ai like, non ho mai contato i commenti. Ricordo quanto un tempo mi pesasse rispondere a tutti, con puntualità, in modo tempestivo. Occupavo ogni momento libero, perfino le ore buche a scuola, quelle non pagate che ciascuno di noi è libero di passare come meglio crede. C’è chi fa un giro in centro, chi si rifugia al bar in compagnia di un cappuccino fumante e una fragrante brioche, chi approfitta del tempo libero per correggere compiti o preparare le lezioni. Io, cappuccino e brioche a parte, ora faccio questo. Prima rispondevo ai commenti o preparavo la bozza per qualche post, approfittando di una postazione libera dotata di pc e connessione.

Ora che sto per concludere questo post, mi rendo conto di scrivere per me. Qualche volta capita. Per me che sono ancora l’amministratrice di un blog ormai silente. Certo, l’ho trascurato parecchio negli ultimi tempi e capisco che un blog ha bisogno di cura per mantenere i contatti, per ricordare agli altri che esiste. I lettori non mancano, ma i numeri non mi interessano. Molti ancora passano di qua però, nonostante i 457 follower, quasi più nessuno lascia traccia di sé.

Il sole è ormai tramontato da un pezzo, dalla scrivania vedo le luci della città che brillano e penso che forse avrei fatto meglio ad uscire. Una passeggiata sarebbe stata senz’altro più salutare di questo sfogo amaro che pochi leggeranno. Forse questa volta deciderò di chiudere. Anche se, in fondo, il web è pieno di luoghi abbandonati di cui nessuno quasi si accorge. Forse queste pagine rimarranno aperte, forse domani avrò già cambiato idea. Forse mi iscriverò in palestra o andrò dall’estetista a fare qualche massaggio. Mens sana in corpore sano.

Forse…

[immagine da questo blog]

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LIBRI: “FLORILEGIO” di SELMA MEERBAUM-EISINGER (a cura di FRANCESCA PAOLINO)

florilegio

Francesca Paolino, autrice della biografia della giovane poetessa vittima dell’Olocausto, ha curato anche l’edizione delle poesie di Selma Meerbaum-Eisinger uscita nel 2015. Nella dettagliata introduzione, la curatrice spiega come la raccolta di poesie della ragazza sia giunta fino a noi, attraverso vicende definite rocambolesche.
L’artigianale quadernetto con la copertina floreale (la stessa che compare nella copertina della raccolta edita da Forme Libere) fu affidato, nell’inverno 1941-42, poco prima della deportazione di Selma in Transnistria, ad un uomo sconosciuto che ebbe l’incarico di consegnarlo alla amica Else Keren. L’anonimo ambasciatore recapitò l’oggetto con le seguenti parole: Devo darle questo da parte di Selma. Me lo ha dato di nascosto stamattina, quando l’hanno portata via con i genitori. Abbia la cortesia di inoltrarlo a Fichman, l’amico di Selma.

Leiser Fichman, però, una volta ricevuto il prezioso dono, decise di fuggire dal campo di lavoro in cui si trovava alla volta del Mar Nero e, temendo di perderlo durante il viaggio avventuroso, preferì consegnare nuovamente il quadernetto ad Else. Era il 1944 e la ragazza, scampata alle deportazioni, a sua volta cedette l’album con le poesie alla migliore amica di Selma, Reneé Abramovici-Micaeli la quale lo portò con sé in un lungo viaggio attraverso la Polonia, l’Ungheria, la Cecoslovacchia, l’Austria e la Germania, sino all’arrivo in Israele nel 1948.

Il piccolo tesoro rimase nascosto per un ventennio, complice anche il silenzio che dopo la Seconda Guerra Mondiale era calato sui lager, la deportazione e lo sterminio degli ebrei. Verso la fine degli anni Sessanta, il professore di matematica di Selma, Hersch Segal, colpito da un’antologia che raccoglieva dei versi sul tema dell’Olocausto (Un mosaico di destini…, pubblicata a Berlino Est nel 1968), fra cui anche Poema della Meerabum-Eisinger, cercò le vecchie allieve e riuscì a rintracciare in Israele Reneé. La donna custodiva ancora come un tesoro l’album di Selma e, grazie anche all’interessamento di Segal, la raccolta fu pubblicata in un’edizione privata in Germania nel 1976. Nel 1979 vide la luce la prima edizione pubblica di Blütenlese a cura dell’Università di Tel Aviv.
L’album originale, in cui la giovane poetessa aveva copiato a mano le sue liriche, è oggi conservato a Gerusalemme presso lo Yad Vashem, il Memoriale dei martiri e degli eroi dell’Olocausto.

Nel manoscritto, le poesie sono trascritte in corsivo, con inchiostro nero, e la grafia è piccola e ordinata. Il corpo delle composizioni è centrato sulla pagina, con i titoli per lo più leggermente spostati verso il margine sinistro dei fogli.
La raccolta è composta da 57 liriche in tedesco – di cui 52 originali della giovane poetessa – tre testi in yiddish, due poesie di Paul Verlaine scritte in francese come da originale e una lirica in rumeno di Discipol Minhea. Nella prima parte di Florilegio le poesie sono suddivise nei seguenti capitoli: Fiori di Melo, Lillà scuri, Morelle, Garofani rossi, Astri, Vessilli, Orchidee Esotiche; la seconda parte è suddivisa in: Fiori di tè, Crisantemi bianchi, Papaveri Selvatici, Papaveri da Oppio. La prima poesia del manoscritto, Canto, è a sé stante e fu scritta il 25 dicembre 1939. Selma aveva inoltre scelto di intervallare con immagini di dipinti famosi i propri componimenti.

La poesia che nel manoscritto risulta essere la più “antica” (35esima nell’ordine di copiatura) risale al maggio-giugno 1939, mentre l’ultima (46esima nell’album) è datata 24 dicembre 1941. Secondo l’amica Reneé, Selma avrebbe composto molti altri testi poetici – spesso ne scriveva quattro o cinque nello stesso giorno – e l’album conterrebbe una selezione di componimenti.

Sulla prima pagina spicca la dedica al ragazzo di cui era innamorata: Con amore a Leiser Fichman, come ricordo e ringraziamento per tanta indimenticabile bellezza

manoscritto_poesie

Nell’introduzione di Florilegio, Francesca Paolino riporta anche svariate notizie sulla pubblicazione del 1968, curata da Heinz Seydel, che include un’ampia selezione di testi, poesie scritte nella notte fascista, circondate dal gelido soffio dell’orrore: quali parole gridate nel freddo! (pag. 15 dell’edizione citata di Florilegio). Il resoconto continua, quindi, con l’edizione privata del 1976 e quella pubblica del 1979. Infine, le poesie spurie, testi che in un primo tempo erano stati attribuiti a Selma, scritti in lingua inglese presumibilmente durante il periodo di prigionia. Cosa che a priori non appare strana: la ragazza viveva in un ambiente poliglotta e nello stesso campo di lavoro in Transnistria era detenuto il professor Henner, un insegnante di inglese che aveva portato con sé una grammatica di lingua inglese e una di italiano per dimenticare con lo studio l’amarezza e l’orrore quotidiani. (pag. 36) Tuttavia, Paolino propende per l’attribuzione di “maternità” a Else Keren, l’amica con cui Selma condivise l’amore per i versi.

Interessante, a mio parere, è la riflessione della curatrice circa il parallelo che nell’edizione miscellanea del ’68 era stato tracciato fra Selma e Anne Frank, confronto poi scomparso nell’edizione pubblica di Florilegio del 1979. Come osserva correttamente Paolino, il confronto nasce spontaneo considerando la giovane età delle due vittime della Shoah, ma le personalità sono differenti:

In Anne Frank non troviamo la prontezza di Selma a gettarsi nella mischia, quel coraggio nel non evitare lo scontro, ma anzi nell’aspettarselo fermamente, né percepiamo la “profondità di sentimento e pensiero” e la “stupefacente maturità” dell’agonismo meerbaumiano, la caparbietà e l’intraprendenza della giovane poetessa. […] Entrambe manifestano un grande amore per la natura e hanno lasciato parole di gratitudine per la consolazione derivante dalla sua contemplazione, ma se Selma ama porsi come interlocutore del creato, presenza viva e attiva tra piante e animali, la più timida Anne sente, osservando il cielo da una finestra, tutta la propria piccolezza. (pagg. 26-27 dell’edizione citata)

C’è un altro motivo per cui la scrittrice ritiene non del tutto calzante il parallelo tra le due giovani: Anne aveva scritto il suo Diario durante il periodo trascorso nel nascondiglio, in una condizione limite, mentre le poesie che Selma aveva composto risalgono anche al periodo precedente l’occupazione di Czernowitz e la sua deportazione. Se il quadernetto dalla copertina floreale è arrivato fino a noi, esso raccoglie i testi già composti e trascritti e nessuno scritto autografo abbiamo di Selma risalente al suo internamento a Michajlovka, se non la lettera che Frieda Eisinger ritrovò nel cappotto della figlia e la lettera inviata nel luglio 1942 e miracolosamente pervenuta all’amica Renee Abramovici-Michaeli, anche lei internata in un differente campo in Transnistria.

Sicuramente i versi composti durante gli anni difficili, in cui ogni certezza sembrava svanita, ogni sogno destinato ad infrangersi sulla sagoma appuntita del filo spinato, spine conficcate direttamente nel cuore di una giovane innamorata, soprattutto della vita, trasmettono dolore e consapevolezza che nulla potrà essere come prima.

Mi cullo e continuo a cullarmi
coi sogni al mattino e alla sera
e bevo lo stesso vino drogato
di chi dorme quando è ben sveglio.

Io canto, mi canto una canzone,
canzone di gioia e speranza,
la canto come chi va ma non vede
che non potrà più ritornare.

Io dico e mi dico e ridico una voce,
diceria d’una storia d’amore,
la dico a me stessa e più non le credo,
perché so: non avrà lieto fine.

Io suono, mi suono e risuono il motivo
dei giorni che sono passati,
e mi sbarazzo della verità
e fingo di essere cieca.

Io rido e rido ancora e me la rido
di questo mio giocare.
E invento intricate trame di sogni
che non hanno meta
.
(Ninna nanna per me, Gennaio 1941, da Florilegio, edizione citata, pagg. 104-105)

LIBRI: “UNA VITA. SELMA MEERBAUM-EISINGER (1924-1942)” di FRANCESCA PAOLINO

PREMESSA
Ci sono libri che attendono di essere recensiti, da tanto, troppo tempo.
Una vita. Selma Meerbaum-Eisinger (1924-1942) di Francesca Paolino è uno di questi. Mi scuso per il ritardo ma Francesca, con cui sono in contatto da un paio d’anni, forse più, sa che le circostanze sono state “avverse”. Questa biografia meritava momenti tranquilli, chiedeva di essere letta e riletta. Una lettura veloce non le avrebbe dato lo spazio e il tempo adeguato. Ora, a pochi giorni dalla visita che la dott.sa Paolino farà nel liceo in cui insegno, credo che il giusto tempo sia arrivato. Meglio tardi che mai, direbbe qualcuno. E avrebbe ragione.

L’AUTRICE
francesca_paolinoFrancesca Paolino (classe 1978) vive a Roma. Germanista e traduttrice, ha dedicato i suoi studi alla vita della giovane Selma Meerbaum-Eisiger, vittima della Shoah, pubblicandone prima la biografia (Una vita. Selma Meerbaum-Eisiger (1924-1942), Trento, Edizioni del Faro, 2013, e successivamente curando l’edizione delle sue poesie nella raccolta Florilegio (Trento, Edizioni Forme Libere, 2015). La studiosa e scrittrice affianca alle ricerche letterarie le attività di traduttrice e guida turistica.

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IL LIBRO
Una vita. Selma Meerbaum-Eisinger (1924-1942) non è un romanzo, anche se sarebbe bello pensarlo come opera di fantasia perché ciò significherebbe che la ragazzina con il pallino della poesia avrebbe avuto una vita più lunga e, forse, un grande successo come scrittrice. Ma il destino ha troncato la sua giovane vita in un campo di lavoro in Ucraina, dove a soli 18 anni morì colpita inesorabilmente dal tifo.
Francesca Paolino nel suo libro ha ricostruito, con un’attenta analisi delle fonti, la biografia della giovane poetessa Selma Meerbaum-Eisinger, nata a Czernowitz, vecchia capitale della Bucovina (territorio attualmente diviso tra Romania e Ucraina, un tempo facente parte dell’Impero Austro-ungarico) il 5 febbraio 1924 e deportata nel campo di lavoro di Michajlovka, in Transnistria, in seguito alle persecuzioni naziste.

Nel libro della Poalino, la città di Czernowitz è descritta come un microcosmo nel microcosmo, la culla di un eccezionale multiculturalismo. Qui Selma cresce, dimostrando fin da giovanissima una vera e propria passione per la letteratura, favorita da un clima intellettuale vivace, in cui si parlavano almeno una dozzina di lingue, senza contare i dialetti e lo yiddish dei piccoli centri ebraici, anche se la cultura più fiorente era quella tedesca:

Il mito di Czernowitz è quello di un “paradiso perduto” nella regione più orientale dell’Impero, la fucina di una straordinaria vita intellettuale policroma, autonoma, feconda e originalissima (quella della Bucovina è definita la “quinta letteratura tedesca”), temprata dal sacro fuoco del deutscher Geist. (pag. 16 dell’edizione citata)

Come spiega l’autrice in una nota a pag. 18, quando la Bucovina viene annessa al Grande Regno di Romania (1918), nonostante l’affermarsi in un primo momento del bilinguismo tedesco-rumeno e il riconoscimento da parte del Regno di Romania di una certa autonomia agli ebrei bucovini, considerati “minoranza etnica e confessionale”, negli anni Trenta la rumenizzazione del territorio porta all’affermazione di un diffuso antisemitismo con il conseguente peggioramento delle condizioni economiche della famiglia di Selma che aveva già dovuto affrontare il dramma della morte precoce del padre Max, ucciso dalla tubercolosi a soli 29 anni.

La madre Frieda, imparentata con il poeta Paul Celan (il cui cognome di nascita era Antschel), si risposò con Leo Eisinger e non poté garantire alla figlia la stessa istruzione esclusiva impartita al cugino Paul. La giovane poetessa, infatti, “frequentò le scuole pubbliche sia nei quattro anni previsti per l’istruzione primaria … sia per i successivi otto anni di scuola secondaria frequentati all’Hoffmann-Lyzeum nella Altgasse e per l’anno scolastico 1940-41 (anno dell’occupazione sovietica di Czernowitz) alla Jüdische Schule in Austria-Platz. (pag. 28)

Grazie alle fotografie e alle testimonianze di alcuni amici, come Reneé e Margit Bartfeld, è stato possibile ricostruire alcuni tratti fisici e della personalità della ragazza. Alta un metro e sessanta, aveva i capelli castani e crespi che portava costretti in lunghe trecce, operazione complessa che la portava spesso a correre per arrivare in orario a scuola. Selma amava vestire in modo sportivo e pratico, indossando perfino i pantaloni corti, non era attratta dalle mondanità ma piuttosto era “affamata” di poesia, leggeva un libro dopo l’altro, sognava un futuro da scrittrice. (pag. 33)

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Con l’ingresso nel gruppo sionistico dell’Haschomer Hatzair (“Giovane Sentinella”, nato a Vienna nel 1916 in seguito alla fusione di due precedenti movimenti giovanili), oltre a condividere con alcuni amici la passione per i versi, Selma si lascia trascinare anche dal ballo perché, come ricorda la compagna Else Keren, voleva vivere in pienezza ogni momento. Quasi un presentimento della morte precoce.

Gli Haschomer bucovini erano molto attivi culturalmente e appassionati di letteratura, filosofia e psicologia. Per la giovane poetessa quell’ambiente era l’ideale per coltivare il sogno nel cassetto. La città stessa offriva molti spunti per le sue poesie: Selma amava in particolare il Colle degli Asburgo, nella zona meridionale di Czernowitz, immortalato nei suoi componimenti, teatro di piccoli drammi entomologici o del tripudio di fioriture inaspettate e di luce vespertina (pag. 47), come si legge in una delle sue liriche che, assieme ad altre poesie, andrà a comporre la raccolta Blütenlese (Florilegio).

Selma e i suoi giovani amici trascorrevano le giornate in modo abbastanza spensierato, sperando in un futuro migliore. Pensavano che le difficoltà fossero passeggere e la minaccia nazista lontana: [Era] come un terribile incidente d’auto. Ha coinvolto altri, pensavamo, a noi non toccherà. (pag. 58)

Ma l’invasione della Polonia da parte delle truppe tedesche tolse la tranquillità alla comunità ebraica nella Bucovina. Infatti, anche in Romania, nell’autunno del 1939, i controlli sull’attività degli ebrei si fecero sempre più serrati. Il gruppo dell’Haschomer Hatzair, per evitare incidenti, limitò le proprie attività, soprattutto quelle all’aperto. Non al punto da impedire a Selma e alle altre “sentinelle” di festeggiare Chanukkah, la festa delle luci, una delle più importanti per le comunità ebraiche. L’amica Else Keren racconta che la notte della festa (dicembre 1939), durante una passeggiata al Colle degli Asburgo, Selma si fece silenziosa e si chiuse in se stessa. Poi la vidi scrivere nel suo libricino. Il quadernetto, spiega la Paolino, non fu mai ritrovato. Che cosa scrisse quella notte la giovane? Forse prese appunti per la composizione della poesia Farben (Colori):

È così azzurro sulla neve candida,
gli abeti verdi sono così neri,
che il capriolo, sgusciato di soppiatto,
è grigio come la pena senza fine,
che pure scacceresti volentieri.

Scricchiano passi, musica di neve,
e i venti rimandano polvere di fiocchi
sugli alberi velati di bianco.
Panchine come sogni.

Luci calanti vanno con le ombre
in girotondi infiniti.
Remote lanterne brillano d’un chiarore
attutito, preso allo sfavillìo della neve
. (traduzione di Francesca Paolino, pag 60 di Una vita)

Sei mesi dopo, il 20 giugno 1940, l’Armata Rossa entrò a Czernowitz e i romeni furono costretti a cedere la città all’Unione Sovietica. Si diffuse un discreto ottimismo: Credevamo nel socialismo. L’entusiasmo per l’entrata delle truppe russe fu grande. (pag. 61)

Speranze andate presto deluse: in breve, proprio i russi iniziarono la deportazione degli ebrei. Inoltre, nella Bucovina la situazione era molto complessa a causa delle rivendicazioni del Reich per far rientrare in Germania i cittadini tedeschi. Naturalmente ariani. Molti riuscirono a scappare ma i russi, nella notte tra il 13 e il 14 giugno 1941, prelevarono con la forza 3800 cittadini di Czernowitz.
Quando, in seguito, la Romania entrò in guerra a fianco delle potenze dell’Asse, la situazione per gli ebrei si fece ancora più drammatica: il 7 luglio 1941 venne incendiata la sinagoga di Czernowitz e nello stesso anno, il 30 luglio, un’ordinanza firmata dal colonnello Alexandru Riosanu impose agli ebrei degli orari per uscire da casa, costringendoli a chiudere ogni attività professionale e ad appuntare sui vestiti la stella di David. Fu poi costruito il Ghetto, situato nel vecchio quartiere ebraico, circondato da una recinzione di assi e filo spinato ad altezza d’uomo. I due portoni d’accesso erano sorvegliati e gli abitanti dovevano attenersi a rigide regole per quanto riguardava il transito e la possibilità di portare viveri e beni di prima necessità. I più dedussero che la permanenza nel ghetto non sarebbe stata lunga. (pag. 70)

Selma non poteva più muoversi liberamente nella propria città. Molte amiche erano già state deportate dai russi e chi era ancora a Czernowitz, cercava come poteva una via di salvezza:

Quando la guerra arrivò dalle nostre parti, sentimmo di essere derubati della nostra giovinezza. Non ci era più permesso di recarci nei nostri giardini, sui nostri prati – dovevamo cercare nascondigli. In quelle sere lunghe e solitarie Selma scrisse le sue poesie più belle. (pag. 69)

In un primo tempo gli Eisinger riuscirono a rimanere nel ghetto, grazie anche alle “autorizzazioni” che il sindaco della città, Trajan Popovici, era riuscito a far ottenere per evitare la deportazione degli ebrei da parte delle autorità rumene. Ma la situazione precipita nel maggio del 1942, quando i rastrellamenti non lasciano scampo nemmeno alle persone protette dai certificati. Secondo alcune testimonianze, Selma partì per il campo di lavoro, assieme al patrigno Leo e alla madre Frieda, il 7 giugno.

Da questo momento la vita della giovane poetessa di Czernowitz è ricostruita, per sommi capi, in base ad alcune testimonianze, come quella dell’artista trentenne, originario di Suceava, Arnold Daghani il quale assieme alla moglie Anisoara era partito con lo stesso convoglio diretto in Transnistria su cui viaggiava anche la famiglia Eisinger. Nelle pagine del suo diario, che in realtà non avrebbe potuto tenere ma che abilmente aveva “mimetizzato” utilizzando un codice segreto per i suoi scritti, il 6 dicembre 1942 Daghani osserva:

[…] Povera Selma, da qualche tempo è malata. Una volta al ritorno dal cantiere l’ho sentita impegnarsi in una discussione sull’arte e sostenere che se un artista avesse l’intenzione di rappresentare in modo convincente la disumanità del campo, dovrebbe prendere spunto da un giudizio già formato. Ho percepito quest’affermazione come una critica al mio camaieu. Forse avrebbe preferito che avessi immortalato le esecuzioni? […] Perché impoverire l’orrore dipingendolo, disegnandolo? Forse i detenuti desiderano che il mondo sappia esattamente da un tratto di matita ciò che è avvenuto qui nel campo, perché chi potrebbe mai credere alle nostre parole, se dovessimo sopravvivere? (pagg. 86-87)

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Nonostante dal tifo sia riuscito a guarire l’80-85% dei deportati al campo di Michajlovka, la malattia aggredì Selma senza lasciarle scampo. Il 16 dicembre morì e nel suo cappotto la madre trovò una lettera grazie alla quale apprese che, poco prima della scomparsa, la figlia aveva tentato di fuggire dal campo, con l’aiuto di una guardia. Una rivelazione che non deve stupirci: uno spirito libero come Selma non avrebbe mai voluto finire i suoi giorni in un campo di lavoro che l’aveva privata della sua libertà, senza poter godere della bellezza dei luoghi a lei cari, rinunciando ad inebriarsi dei profumi della natura e a lasciarsi accarezzare dal vento.

Il vento canta la sua ninna nanna
con un fruscìo di sogno,
teneramente adula le foglie.
Mi lascio sedurre e spio quel canto
e mi sento come i prati.

Scrosci nell’aria
rinfrescano il mio viso
cocente, racchiuso nell’attesa.
Nuvole in viaggio riversano la bianca
luce che hanno rubato al sole.

La vecchia acacia
spande il suo silenzio
nel tremulo intrico di foglie.
Gli aromi della terra si alzano, salgono
e scendono poi su di me
. (Mattino, da Florilegio, pag. 183, traduzione di Francesca Paolino)

Questa ed altre poesie sono l’eredità che ci è rimasta di Selma Meerbaum-Eisinger. In un quadernetto costituito da una copertina rigida e dei fogli tenuti assieme da un cordoncino, impreziosito da un foglio di carta da regalo con motivo floreale su sfondo azzurro, incollato sul cartoncino che ne costituisce la copertina, la giovane poetessa aveva scritto a mano le sue poesie. Blütenlese (Florilegio) è il titolo della raccolta che testimonia la gioia di vivere, la passione per i versi e, in ultimo, la parte dolorosa della breve esistenza di Selma.

Ricorda l’amica Else Keren: Ella cercava il bello e aveva il dono di trovare qualcosa di bello in tutto. E poi: Se Selma fosse vissuta … quante cose ancora avrebbe potuto darci?

Con la matita rossa, a conclusione della raccolta delle sue poesie dedicate all’amico Leiser Fichman, il ragazzo di cui era innamorata ma non seriamente ricambiata, Selma scrisse:

Non ho avuto il tempo di finire di scrivere.

Chissà quanto altro avrebbe potuto dirci.

***

Quello che colpisce, in particolare, nella lettura di Una vita e Florilegio è la storia di questa ragazza e il suo triste destino, condiviso da milioni di ebrei. Siamo perlopiù abituati a leggere libri di testimonianze che hanno rivelato al mondo l’orrore dei campi di concentramento, della morte nelle camere a gas, della privazione di ogni parvenza di dignità umana. Oppure leggiamo romanzi ispirati a queste storie che, pur essendo opere di fantasia, contribuiscono a lasciare memoria dell’Olocausto.
La particolarità degli scritti della Paolino è, invece, quella di far rinascere, perpetuandone la memoria, non solo una testimonianza ma la vita stessa di questa giovane poetessa che ha lasciato ai posteri oltre al ricordo delle sue sofferenze, che mai sovrastano la bellezza della natura descritta con passione e partecipazione, la prova di un grande talento poetico unito a un amore incondizionato per la vita.
In Una vita si notano soprattutto la cura e la precisione nella ricostruzione biografica attenta ed esaustiva, l’analisi meticolosa delle fonti con cui Paolino ricostruisce anche il contesto storico. In Florilegio l’autrice dà mostra della sua abilità nella traduzione che non è solo “transcodificazione” – passaggio da una lingua all’altra – ma anche resa emozionante dei sentimenti che animavano Selma durante la stesura.
Infine, sia nella biografia sia nella raccolta di poesie, relativamente all’introduzione, la scrittrice utilizza uno stile armonioso che riesce a compensare l’asciuttezza tipica del saggio e rende assai gradevole la lettura. Da entrambi i libri, inoltre, traspare un amore per Selma e l’orgoglio di aver contribuito a diffondere in Italia questa bella storia, seppur amara nella sua conclusione, e un album di poesie «lanciato con forza inaudita attraverso gli anni a venire così da rompere la cortina dell’oblio, attraversando i silenzi del dopoguerra, i pregiudizi sulla lingua tedesca e sulla giovane età che lo creò» (Florilegio, pag. 9).

[immagini tratte dal libro di F. Paolino e dal web. Nel caso in cui alcune di esse siano coperte da copyright, prego i soggetti interessati di contattarmi per e-mail]

CONTINUA>>>

RITORNO ALLA NORMALITA’ (O QUASI)

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Un’altra assenza, lunga. Un altro post per spiegarne il motivo. Ma, al di là di tutto ciò che è successo nell’ultimo mese, la verità è che la voglia di scrivere – se non il tempo – è sempre poca. Troppo poca. Farò un’eccezione per raccontare un’esperienza che, nel male, ha avuto i suoi lati positivi.

C’eravamo lasciati con il post in cui auguravo a tutti un buon Natale. Ed è stato buono, in fondo.

Programmavo le mie lunghe vacanze. Troppo lunghe per molti, quelli che non sanno la fatica che si fa con il lavoro a casa e a scuola; mai abbastanza per chi, come me, si sente sempre più “spremuta” da un lavoro che si ama ma è sempre più stancante. Gli anni passano, se ne sente il peso. A casa e a scuola.

Gli anni passano per tutti. Le mamme invecchiano e, a volte, fanno passi azzardati. A volte inciampano, perché corrono come se facessero a gara con il tempo. Ma lui è più veloce di noi, non c’è nulla da fare.

C’era un tappeto nella cucina di mia mamma. Più adatto a un bagno che a una cucina. “Mamma, quel tappeto lo faccio volare giù dalla finestra!”, ho detto più volte, inciampandomi. Gliene ho comprato uno adatto, di quelli antiscivolo, niente di speciale. Un tappetino normale. “Brutto”, dice lei, e lo ripone in un angolo del ripostiglio. Là l’ho trovato, arrotolato per bene. Dopo che mia mamma il 29 dicembre, giorno del suo compleanno (non dico gli anni altrimenti mi lincia… questo è un luogo pubblico, in fondo), è inciampata nel tappeto che più le piaceva. Poco adatto a una cucina ma perfetto per rompersi il femore.

Ripenso al mese che è appena trascorso. Corri in ospedale (a 60 km di distanza), mettendo quattro cose in fretta in un borsone, senza avere idea di cosa fosse successo davvero, senza pensare che quelle quattro cose non sarebbero bastate per il periodo che mi aspettava. Lungo. Tre settimane intense di corse all’ospedale, divisa tra l’assistenza a mia mamma e quella agli altri vecchi di casa: papà e zia 88enne (lei non si offende se rivelo l’età).

Fortunatamente ero ancora in vacanza, quindi ho chiesto “solo” due settimane di aspettativa. Il tempo di organizzarmi e di capire cosa fosse meglio fare. Portare mamma e papà a casa mia? In fondo abbiamo un’ottima struttura per la riabilitazione dietro casa. E la zia? Rispedirla a casa sua (abita a Milano), come fosse un pacco? Non se ne parla. Mamma vuole aspettare di vedere come andranno le cose al suo ritorno. Ha preso un impegno, ha deciso di prendersi cura di lei, non torna indietro.

Io a casa ci sono tornata una settimana fa, eccezion fatta per il giorno dell’Epifania, perché avevo bisogno del pc per inserire i voti sul registro (oltre a far da badante ho dovuto correggere un pacco e mezzo di compiti… l’altra metà li avevo coretti prima di Natale) e di mettere nel borsone altre quattro cose. E poi rassettare la casa, lavare e stirare, per non abbandonare del tutto mio marito. Una giornata lunghissima, ore sfruttare al secondo, senza aver l’impressione di perdere tempo. Ogni tanto capita anche questo, capita soprattutto quando la tua vita è in un certo senso sconvolta. Insomma, capita quando ci si sente lontani dal solito trantran, perché forse a volte è la noia che fa sembrare le giornate troppo corte. Più siamo annoiati e più perdiamo il tempo. L’ho capito nelle tre settimane da badante.

Da una settimana sono tornata eppure non riesco ancora del tutto a riprendere quel trantran. Ero a Trieste dai miei e avevo la testa qui, pensavo ai miei allievi che erano senza supplente, ai progetti che dovevo seguire e che sono andati avanti senza di me. E’ proprio vero che tutti sono utili e nessuno è indispensabile.

Ora sono a casa e la mia testa si fa più volte al giorno quei 60 km. Ripenso a quanto sono stata indispensabile davvero in questo momento straordinario. Ripenso alle parole di mia madre: “Non avrei mai pensato che facessi tanto per noi”. Eh già, perché una figlia di solito abbandona i genitori anziani al loro destino…

Non sono stata una figlia modello, è vero. L’unica cosa di cui i miei genitori erano davvero orgogliosi è stato il mio successo negli studi. Ora credo di aver avuto il modo di riscattarmi.

Tornata in classe, ho detto ai miei allievi che questa esperienza è stata faticosa ma nello stesso tempo mi ha insegnato molto. Ad esempio, che i genitori fanno tanto per noi, ci allevano, ci educano, ci sostengono, ci fanno studiare, contribuiscono alla nostra realizzazione. C’è chi lo fa meglio e chi peggio. Ma alla fine tutti, prima o poi, presentano il conto. Arriva il giorno in cui dobbiamo rendere, almeno in parte, ciò che abbiamo ottenuto.

Io sono stata orgogliosa di farlo e continuerò a fare ciò che posso, nel miglior modo possibile, affinché mamma e papà possano dire di avere una brava figlia. Perché in fondo ciò che conta è questo.

E ora che le cose a Trieste sono sistemate (ho trovato una persona fidata che mi ha sostituita), cerco di tornare faticosamente alla normalità. Quei 60 km che, giovanissima sposa, avevo frapposto tra me e mamma ora mi pesano molto. Volevo andare il più possibile lontano da lei. Ora, però, mi sento troppo lontana.

[immagine da questo sito]

C’È LAVORO E LAVORO

attentato-berlinoLa notizia è sulla bocca di tutti: il killer di Berlino è stato ucciso, grazie all’intervento di due poliziotti che facevano servizio di ronda a Sesto San Giovanni, nell’hinterland milanese, la scorsa notte.

Le reazioni, specialmente sui social network, sono state varie. Non approvo le manifestazioni di gioia: è morto un uomo, in fondo. Un terrorista ma pur sempre un uomo. È vero, ha ucciso 12 persone e ferito qualche decina, ma a mio modesto avviso, più che morire, avrebbe dovuto essere catturato, messo in carcere (anche senza processo ma, ahimè, in un Paese civile questo non è possibile) buttando via la chiave.

C’è poi chi ha ringraziato i due poliziotti e li ha chiamati eroi. In questo caso mi sento di condividere l’esternazione di molti e non capisco come altri, molti anch’essi, abbiano sollevato la questione del lavoro. Stavano lavorando – dicono – uno che lavora non è un eroe, lavora e basta. Ecco, io mi dissocio.

È vero che i due sono stati un po’ eroi per caso (a tal proposito vi invito a leggere questo bel post di Pino Scaccia sul suo blog). Erano in servizio, si sono insospettiti e hanno agito seguendo la procedura che prevede, innanzitutto, la richiesta dei documenti. Anis Amri, l’autore della strage al mercatino di Natale di Berlino, non li aveva. Gli agenti hanno, quindi, chiesto di perquisire lo zaino. Fin qui la procedura. Ma mentre il più “vecchio” dei poliziotti (un friulano, qui la sua testimonianza) procedeva alla perquisizione, l’altro, appena 29enne, ha visto che il killer stava estraendo una pistola dalla giacca e, nonostante non abbia potuto impedire a quello di sparare a bruciapelo, colpendo il collega alla spalla destra, ha mantenuto il controllo della situazione e avuto il sangue freddo di sparare, sapendo i rischi che correva. Per sua fortuna il giovane poliziotto è riuscito a colpire il criminale, prima di essere a sua volta colpito. Non credo avesse intenzione di uccidere. Ma chi fa quel lavoro, per garantire la sicurezza a noi cittadini, sa bene che può succedere, ed è successo.

Ora, io penso che quello dei poliziotti e di tutti gli uomini e le donne che hanno il compito di proteggere la popolazione, non sia un lavoro come tutti gli altri. Per farlo ci vuole coraggio, determinazione ma soprattutto passione e dedizione. Ed è pure malpagato.
Qualcuno potrebbe obiettare che in tutti i lavori queste doti siano richieste e che molti siano malpagati. Posso anche essere d’accordo ma non posso dimenticare che non in tutti i lavori si rischia la vita, non tutti allo stesso modo, perlomeno. Non tutti con la pistola in mano, comunque.

Per questo, con la consapevolezza che ci siano tanti mestieri pericolosi e malpagati, ritengo che indossare una divisa e impugnare una pistola, a rischio della propria incolumità per garantire quella degli altri, sia qualcosa di speciale. E in certi casi, vero e proprio eroismo.

Non credo che i due si considerino degli eroi, ma non è sbagliato ritenerli tali. L’agente ferito, da un letto d’ospedale dove è convalescente in seguito ad un intervento chirurgico per l’estrazione del proiettile dalla spalla, ha dichiarato: «Sono contento di essere stato utile in questo “marasma” che sta succedendo in Europa».

E noi siamo contenti che tu e il tuo collega stiate bene.

P.S. Su tutti i quotidiani sono state diffuse le generalità dei due poliziotti. Su questo dissento in modo deciso. Ho scelto di non fare nomi anche se gli articoli linkati li pubblicano.
Caso vuole che oggi ricorra il 18° anniversario della cosiddetta “Strage di Natale”, episodio avvenuto a Udine l’antivigilia di Natale. In quell’occasione morirono tre poliziotti: Adriano Ruttar, Paolo Cragnolino e Giuseppe Guido Zanier. Mi piace ricordarli in un post che racconta la storia di due agenti più fortunati.

MATRIMONI E ALTRE “CORBELLERIE”

matimonio-un-annoRagazzacci, che, per non saper che fare, s’innamorano, voglion maritarsi, e non pensano ad altro.

Così pensava don Abbondio quando, trovandosi nei pasticci per colpa della minaccia dei bravi di don Rodrigo, se la prende con Renzo e Lucia. “Ragazzacci” che non pensano ad altro che all’amore e addirittura vogliono sposarsi.

Ma i nostri tempi sono decisamente diversi. Ci si sposa poco, si convive di più, l’amore non è eterno, data la durata media dei matrimoni. (ne ho parlato QUI)
Nessun sacerdote condividerebbe i pensieri del curato manzoniano. Anzi, vista la crisi delle unioni celebrate davanti a Dio, i ministri della Chiesa sarebbero ben lieti di fare gli “straordinari”, celebrando matrimoni anche di notte.

Eppure ci sono “ragazzacci” che ancora pensano alle nozze. Coppie che, nonostante il rito religioso sia passato di moda, hanno ancora il coraggio di giurarsi fedeltà eterna. Ma il matrimonio come dev’essere?

L’annuncio con largo anticipo.
Sarò io strana, ma non riesco mai a fare programmi a lungo termine. La gente che prenota le vacanze da un anno all’altro (anche i miei genitori lo facevano…) non la capisco. Io non ce la farei. Sarà per questo che da vent’anni non vado in vacanza.
Prenotare l’aereo sei mesi prima per pagare di meno? Non ci penso neppure. Il pessimismo mi porta a pensare che magari succede qualcosa e perdo pure i soldi. Pochi ma li perderei comunque.
Figuriamoci se sarei capace di pensare al matrimonio un anno prima…
Eppure ci sono coppie che annunciano le nozze con largo anticipo, informando pure parenti e amici. “Siete liberi il 29 settembre del prossimo anno?”. A questa domanda posso rispondere in due modi: se sono ottimista, dico che non so nemmeno quello che farò domani; se, invece, mi trovano in giornata nera, rispondo che non so se domani sarò viva.

sposa

Il vestito della sposa.
L’abito che la donna indosserà alle nozze è di fondamentale importanza. Mesi prima – se non anni – si inizia sfogliando le riviste in cerca di ispirazione. Confesso che anch’io l’ho fatto. Poi ho scelto un abito molto diverso da quelli che mi avevano colpita sulle pagine patinate delle riviste specializzate. Ne deduco che non serva poi a molto, se non a sognare. Ammesso che si sia particolarmente romantiche.
Mi chiedo, però: ma come fai a scegliere l’abito un anno prima? Non è questione di stile – le mode cambiano ma non così in fretta – bensì di taglia. E se poi ingrassi? O magari dimagrisci per lo stress da matrimonio (a me è successo… 12 chili in tre mesi)? Vabbè, stringere il vestito si può ma allargarlo non sempre è possibile né si possono perdere i chili acquistati con la bacchetta magica.
Sarà, ma forse a causa del mio pessimo rapporto con la bilancia, acquistare il vestito un anno prima non mi sarebbe mai venuto in mente.

La scelta del ristorante.
Evidentemente questa mania di decidere di sposarsi con largo anticipo si è diffusa a macchia d’olio. Per me è incredibile che, con ben 12 mesi di anticipo, si fatichi a trovare un ristorante libero. Eppure succede. O i locali più gettonati sono pochi oppure – cosa molto più probabile – tutti i futuri sposi scelgono la data un anno prima e tutti decidono di sposarsi nello stesso periodo. Dovessi ancora convolare a nozze, per me la cosa sarebbe insopportabile.

Trucco e parrucco.
Per le spose ormai c’è il catalogo dove si possono scegliere l’acconciatura e il trucco preferiti. La scelta è ampia ma, una volta presa la decisione, non sia mai che si attenda il giorno del matrimonio per farsi fare l’acconciatura e il trucco. Le prove sono assolutamente necessarie. E non ne basta una, per carità. Metti che l’acconciatura scelta sul catalogo non sia la migliore per il tuo viso. E il trucco? Non esiste il trucco per la sposa perfetta e, soprattutto, non è detto che il make-up preferito sia proprio quello che sta bene con la tua faccia. E prova che ti riprova, spendi bigliettoni da 100 euro senza nemmeno accorgertene e del tutto inutilmente, visto che il trucco lo togli la sera prima di andare a dormire e al primo shampoo i capelli ritornano com’erano prima.
Lo ripeto: sarò strana ma non mi è mai passato per la testa – letteralmente – di fare le prove di trucco e parrucco. Mi sono affidata ciecamente alla mia parrucchiera – e non a un hair designer come si dice adesso – e per il trucco mi sono arrangiata da sola. Vi posso assicurare che l’acconciatura e il trucco hanno tenuto perfettamente dalle quattro di pomeriggio alle tre di notte. Non mi sono nemmeno tolta il velo al ristorante, per dire.

Per concludere, io davvero non capisco tutte queste complicazioni. La vita è già tanto complicata di suo…
Mi sono laureata a febbraio, ho deciso di sposarmi a maggio, a giugno ancora non avevamo trovato casa e il 31 agosto eravamo davanti al sacerdote apprestandoci a passare la vita assieme. Il vestito era ok, il ristorante l’abbiamo trovato senza difficoltà, la Chiesa non era libera il 1 settembre, come volevamo, e abbiamo accettato di anticipare al sabato precedente. Senza fare prove di trucco e parrucco ero bellissima (quale sposa non lo è?) ugualmente. Stanchissima per aver passato due mesi di preparativi intensi. Figuriamoci se avessi iniziato a pensarci un anno prima… probabilmente nel frattempo avrei deciso di non sposarmi più.

[immagine abito da sposa da questo sito]