17 aprile 2017

PASQUETTA: ORIGINI E SIGNIFICATO DELLA FESTA

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In realtà la giornata di Pasquetta viene ricordata dalla Chiesa come Lunedì dell’Angelo o anche Lunedì in Albis o, secondo il calendario liturgico, lunedì dell’Ottava di Pasqua. Fin dal dopoguerra è una giornata festiva, un po’ come lo è santo Stefano, il 26 dicembre, con l’intento forse di allungare di un po’ le feste pasquali.

Il termine Pasquetta ha origine popolare e per tradizione questa è una giornata in cui si sta all’aria aperta, dedicata a pic nic e spensieratezza, meglio se in compagnia, naturalmente. Il fatto che si chiami anche Lunedì dell’Angelo in realtà deriva da una errata interpretazione di questo passo dal Vangelo di Marco (16, 1-8a):

Passato il sabato, Maria di Màgdala, Maria madre di Giacomo e Salome comprarono oli aromatici per andare a ungerlo. Di buon mattino, il primo giorno della settimana, vennero al sepolcro al levare del sole. Dicevano tra loro: «Chi ci farà rotolare via la pietra dall’ingresso del sepolcro?». Alzando lo sguardo, osservarono che la pietra era già stata fatta rotolare, benché fosse molto grande. Entrate nel sepolcro, videro un giovane, seduto sulla destra, vestito d’una veste bianca, ed ebbero paura. Ma egli disse loro: «Non abbiate paura! Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. È risorto, non è qui. Ecco il luogo dove l’avevano posto. Ma andate, dite ai suoi discepoli e a Pietro: “Egli vi precede in Galilea. Là lo vedrete, come vi ha detto”». Esse uscirono e fuggirono via dal sepolcro, perché erano piene di spavento e di stupore.

Passato il sabato dovrebbe far capire chiaramente che il giorno in cui le tre donne si recarono al sepolcro di Gesù, incontrando l’angelo che rivelò loro la resurrezione di Cristo, era la domenica. Tuttavia, quando poi si legge il primo giorno della settimana si è portati a far riferimento alla giornata di lunedì, che appunto dà inizio alla settimana. Non dimentichiamo, però, che il testo del Nuovo Testamento si inserisce nel contesto ebraico che considera il sabato come giornata di festa e, di conseguenza, la settimana inizia con la domenica. Seguendo lo stesso ragionamento, per gli Arabi musulmani, che considerano il venerdì la giornata festiva, la settimana inizia dal sabato.

Convenzionalmente, svincolandosi dalle religioni, in Europa la settimana inizia dal lunedì, mentre nel Nord America il primo giorno è la domenica e nei paesi arabi è sempre il sabato.

Il termine Pasquetta ormai ha sostituito la vera denominazione di questa giornata che nemmeno per la Chiesa è di precetto. Ciò non toglie che qualcuno preferisca ricordare il significato religioso di questa giornata festiva. Nel 1991 l’allora Papa Giovanni Paolo II in un discorso tenuto il 1 aprile ci tenne a precisare:

Ieri è stata la solennità di Pasqua, oggi è il lunedì di Pasqua. In Italia c’è la bella tradizione di chiamare questa giornata “Pasquetta”, ma io non voglio parlare di “Pasquetta”. C’è anche un altro nome per indicare questo giorno: il giorno, o la festa “dell’Angelo”. È questa una tradizione molto bella che corrisponde profondamente alle fonti bibliche sulla Risurrezione. Ci ricordiamo della narrazione dei Vangeli Sinottici, quando le donne vanno al Sepolcro e lo trovano aperto. Esse temevano di non poter entrare perché la tomba era chiusa da una grande pietra. Invece è aperta e, dall’interno, sentono le parole: “Gesù Nazareno non è qui”. Così questa festa dell’Angelo, almeno io la intendo in questo modo, è un completamento dell’Ottava pasquale.

Un proverbio italiano dice: «La notte di Pasquetta, parla il chiù con la civetta», per indicare che in questa occasione la pace della Pasqua coinvolge tutti, anche uccelli diversi tra di loro (il chiù è il nome con cui è conosciuto l’assiolo, dal suo verso, e a esso è dedicata anche una poesia di Giovanni Pascoli).

[fonti: blog.graphe.it, wikipedia.org, curiositaeperche.it immagine da questo sito]

13 febbraio 2017

LIBRI: “FLORILEGIO” di SELMA MEERBAUM-EISINGER (a cura di FRANCESCA PAOLINO)

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florilegio

Francesca Paolino, autrice della biografia della giovane poetessa vittima dell’Olocausto, ha curato anche l’edizione delle poesie di Selma Meerbaum-Eisinger uscita nel 2015. Nella dettagliata introduzione, la curatrice spiega come la raccolta di poesie della ragazza sia giunta fino a noi, attraverso vicende definite rocambolesche.
L’artigianale quadernetto con la copertina floreale (la stessa che compare nella copertina della raccolta edita da Forme Libere) fu affidato, nell’inverno 1941-42, poco prima della deportazione di Selma in Transnistria, ad un uomo sconosciuto che ebbe l’incarico di consegnarlo alla amica Else Keren. L’anonimo ambasciatore recapitò l’oggetto con le seguenti parole: Devo darle questo da parte di Selma. Me lo ha dato di nascosto stamattina, quando l’hanno portata via con i genitori. Abbia la cortesia di inoltrarlo a Fichman, l’amico di Selma.

Leiser Fichman, però, una volta ricevuto il prezioso dono, decise di fuggire dal campo di lavoro in cui si trovava alla volta del Mar Nero e, temendo di perderlo durante il viaggio avventuroso, preferì consegnare nuovamente il quadernetto ad Else. Era il 1944 e la ragazza, scampata alle deportazioni, a sua volta cedette l’album con le poesie alla migliore amica di Selma, Reneé Abramovici-Micaeli la quale lo portò con sé in un lungo viaggio attraverso la Polonia, l’Ungheria, la Cecoslovacchia, l’Austria e la Germania, sino all’arrivo in Israele nel 1948.

Il piccolo tesoro rimase nascosto per un ventennio, complice anche il silenzio che dopo la Seconda Guerra Mondiale era calato sui lager, la deportazione e lo sterminio degli ebrei. Verso la fine degli anni Sessanta, il professore di matematica di Selma, Hersch Segal, colpito da un’antologia che raccoglieva dei versi sul tema dell’Olocausto (Un mosaico di destini…, pubblicata a Berlino Est nel 1968), fra cui anche Poema della Meerabum-Eisinger, cercò le vecchie allieve e riuscì a rintracciare in Israele Reneé. La donna custodiva ancora come un tesoro l’album di Selma e, grazie anche all’interessamento di Segal, la raccolta fu pubblicata in un’edizione privata in Germania nel 1976. Nel 1979 vide la luce la prima edizione pubblica di Blütenlese a cura dell’Università di Tel Aviv.
L’album originale, in cui la giovane poetessa aveva copiato a mano le sue liriche, è oggi conservato a Gerusalemme presso lo Yad Vashem, il Memoriale dei martiri e degli eroi dell’Olocausto.

Nel manoscritto, le poesie sono trascritte in corsivo, con inchiostro nero, e la grafia è piccola e ordinata. Il corpo delle composizioni è centrato sulla pagina, con i titoli per lo più leggermente spostati verso il margine sinistro dei fogli.
La raccolta è composta da 57 liriche in tedesco – di cui 52 originali della giovane poetessa – tre testi in yiddish, due poesie di Paul Verlaine scritte in francese come da originale e una lirica in rumeno di Discipol Minhea. Nella prima parte di Florilegio le poesie sono suddivise nei seguenti capitoli: Fiori di Melo, Lillà scuri, Morelle, Garofani rossi, Astri, Vessilli, Orchidee Esotiche; la seconda parte è suddivisa in: Fiori di tè, Crisantemi bianchi, Papaveri Selvatici, Papaveri da Oppio. La prima poesia del manoscritto, Canto, è a sé stante e fu scritta il 25 dicembre 1939. Selma aveva inoltre scelto di intervallare con immagini di dipinti famosi i propri componimenti.

La poesia che nel manoscritto risulta essere la più “antica” (35esima nell’ordine di copiatura) risale al maggio-giugno 1939, mentre l’ultima (46esima nell’album) è datata 24 dicembre 1941. Secondo l’amica Reneé, Selma avrebbe composto molti altri testi poetici – spesso ne scriveva quattro o cinque nello stesso giorno – e l’album conterrebbe una selezione di componimenti.

Sulla prima pagina spicca la dedica al ragazzo di cui era innamorata: Con amore a Leiser Fichman, come ricordo e ringraziamento per tanta indimenticabile bellezza

manoscritto_poesie

Nell’introduzione di Florilegio, Francesca Paolino riporta anche svariate notizie sulla pubblicazione del 1968, curata da Heinz Seydel, che include un’ampia selezione di testi, poesie scritte nella notte fascista, circondate dal gelido soffio dell’orrore: quali parole gridate nel freddo! (pag. 15 dell’edizione citata di Florilegio). Il resoconto continua, quindi, con l’edizione privata del 1976 e quella pubblica del 1979. Infine, le poesie spurie, testi che in un primo tempo erano stati attribuiti a Selma, scritti in lingua inglese presumibilmente durante il periodo di prigionia. Cosa che a priori non appare strana: la ragazza viveva in un ambiente poliglotta e nello stesso campo di lavoro in Transnistria era detenuto il professor Henner, un insegnante di inglese che aveva portato con sé una grammatica di lingua inglese e una di italiano per dimenticare con lo studio l’amarezza e l’orrore quotidiani. (pag. 36) Tuttavia, Paolino propende per l’attribuzione di “maternità” a Else Keren, l’amica con cui Selma condivise l’amore per i versi.

Interessante, a mio parere, è la riflessione della curatrice circa il parallelo che nell’edizione miscellanea del ’68 era stato tracciato fra Selma e Anne Frank, confronto poi scomparso nell’edizione pubblica di Florilegio del 1979. Come osserva correttamente Paolino, il confronto nasce spontaneo considerando la giovane età delle due vittime della Shoah, ma le personalità sono differenti:

In Anne Frank non troviamo la prontezza di Selma a gettarsi nella mischia, quel coraggio nel non evitare lo scontro, ma anzi nell’aspettarselo fermamente, né percepiamo la “profondità di sentimento e pensiero” e la “stupefacente maturità” dell’agonismo meerbaumiano, la caparbietà e l’intraprendenza della giovane poetessa. […] Entrambe manifestano un grande amore per la natura e hanno lasciato parole di gratitudine per la consolazione derivante dalla sua contemplazione, ma se Selma ama porsi come interlocutore del creato, presenza viva e attiva tra piante e animali, la più timida Anne sente, osservando il cielo da una finestra, tutta la propria piccolezza. (pagg. 26-27 dell’edizione citata)

C’è un altro motivo per cui la scrittrice ritiene non del tutto calzante il parallelo tra le due giovani: Anne aveva scritto il suo Diario durante il periodo trascorso nel nascondiglio, in una condizione limite, mentre le poesie che Selma aveva composto risalgono anche al periodo precedente l’occupazione di Czernowitz e la sua deportazione. Se il quadernetto dalla copertina floreale è arrivato fino a noi, esso raccoglie i testi già composti e trascritti e nessuno scritto autografo abbiamo di Selma risalente al suo internamento a Michajlovka, se non la lettera che Frieda Eisinger ritrovò nel cappotto della figlia e la lettera inviata nel luglio 1942 e miracolosamente pervenuta all’amica Renee Abramovici-Michaeli, anche lei internata in un differente campo in Transnistria.

Sicuramente i versi composti durante gli anni difficili, in cui ogni certezza sembrava svanita, ogni sogno destinato ad infrangersi sulla sagoma appuntita del filo spinato, spine conficcate direttamente nel cuore di una giovane innamorata, soprattutto della vita, trasmettono dolore e consapevolezza che nulla potrà essere come prima.

Mi cullo e continuo a cullarmi
coi sogni al mattino e alla sera
e bevo lo stesso vino drogato
di chi dorme quando è ben sveglio.

Io canto, mi canto una canzone,
canzone di gioia e speranza,
la canto come chi va ma non vede
che non potrà più ritornare.

Io dico e mi dico e ridico una voce,
diceria d’una storia d’amore,
la dico a me stessa e più non le credo,
perché so: non avrà lieto fine.

Io suono, mi suono e risuono il motivo
dei giorni che sono passati,
e mi sbarazzo della verità
e fingo di essere cieca.

Io rido e rido ancora e me la rido
di questo mio giocare.
E invento intricate trame di sogni
che non hanno meta
.
(Ninna nanna per me, Gennaio 1941, da Florilegio, edizione citata, pagg. 104-105)

LIBRI: “UNA VITA. SELMA MEERBAUM-EISINGER (1924-1942)” di FRANCESCA PAOLINO

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PREMESSA
Ci sono libri che attendono di essere recensiti, da tanto, troppo tempo.
Una vita. Selma Meerbaum-Eisinger (1924-1942) di Francesca Paolino è uno di questi. Mi scuso per il ritardo ma Francesca, con cui sono in contatto da un paio d’anni, forse più, sa che le circostanze sono state “avverse”. Questa biografia meritava momenti tranquilli, chiedeva di essere letta e riletta. Una lettura veloce non le avrebbe dato lo spazio e il tempo adeguato. Ora, a pochi giorni dalla visita che la dott.sa Paolino farà nel liceo in cui insegno, credo che il giusto tempo sia arrivato. Meglio tardi che mai, direbbe qualcuno. E avrebbe ragione.

L’AUTRICE
francesca_paolinoFrancesca Paolino (classe 1978) vive a Roma. Germanista e traduttrice, ha dedicato i suoi studi alla vita della giovane Selma Meerbaum-Eisiger, vittima della Shoah, pubblicandone prima la biografia (Una vita. Selma Meerbaum-Eisiger (1924-1942), Trento, Edizioni del Faro, 2013, e successivamente curando l’edizione delle sue poesie nella raccolta Florilegio (Trento, Edizioni Forme Libere, 2015). La studiosa e scrittrice affianca alle ricerche letterarie le attività di traduttrice e guida turistica.

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IL LIBRO
Una vita. Selma Meerbaum-Eisinger (1924-1942) non è un romanzo, anche se sarebbe bello pensarlo come opera di fantasia perché ciò significherebbe che la ragazzina con il pallino della poesia avrebbe avuto una vita più lunga e, forse, un grande successo come scrittrice. Ma il destino ha troncato la sua giovane vita in un campo di lavoro in Ucraina, dove a soli 18 anni morì colpita inesorabilmente dal tifo.
Francesca Paolino nel suo libro ha ricostruito, con un’attenta analisi delle fonti, la biografia della giovane poetessa Selma Meerbaum-Eisinger, nata a Czernowitz, vecchia capitale della Bucovina (territorio attualmente diviso tra Romania e Ucraina, un tempo facente parte dell’Impero Austro-ungarico) il 5 febbraio 1924 e deportata nel campo di lavoro di Michajlovka, in Transnistria, in seguito alle persecuzioni naziste.

Nel libro della Poalino, la città di Czernowitz è descritta come un microcosmo nel microcosmo, la culla di un eccezionale multiculturalismo. Qui Selma cresce, dimostrando fin da giovanissima una vera e propria passione per la letteratura, favorita da un clima intellettuale vivace, in cui si parlavano almeno una dozzina di lingue, senza contare i dialetti e lo yiddish dei piccoli centri ebraici, anche se la cultura più fiorente era quella tedesca:

Il mito di Czernowitz è quello di un “paradiso perduto” nella regione più orientale dell’Impero, la fucina di una straordinaria vita intellettuale policroma, autonoma, feconda e originalissima (quella della Bucovina è definita la “quinta letteratura tedesca”), temprata dal sacro fuoco del deutscher Geist. (pag. 16 dell’edizione citata)

Come spiega l’autrice in una nota a pag. 18, quando la Bucovina viene annessa al Grande Regno di Romania (1918), nonostante l’affermarsi in un primo momento del bilinguismo tedesco-rumeno e il riconoscimento da parte del Regno di Romania di una certa autonomia agli ebrei bucovini, considerati “minoranza etnica e confessionale”, negli anni Trenta la rumenizzazione del territorio porta all’affermazione di un diffuso antisemitismo con il conseguente peggioramento delle condizioni economiche della famiglia di Selma che aveva già dovuto affrontare il dramma della morte precoce del padre Max, ucciso dalla tubercolosi a soli 29 anni.

La madre Frieda, imparentata con il poeta Paul Celan (il cui cognome di nascita era Antschel), si risposò con Leo Eisinger e non poté garantire alla figlia la stessa istruzione esclusiva impartita al cugino Paul. La giovane poetessa, infatti, “frequentò le scuole pubbliche sia nei quattro anni previsti per l’istruzione primaria … sia per i successivi otto anni di scuola secondaria frequentati all’Hoffmann-Lyzeum nella Altgasse e per l’anno scolastico 1940-41 (anno dell’occupazione sovietica di Czernowitz) alla Jüdische Schule in Austria-Platz. (pag. 28)

Grazie alle fotografie e alle testimonianze di alcuni amici, come Reneé e Margit Bartfeld, è stato possibile ricostruire alcuni tratti fisici e della personalità della ragazza. Alta un metro e sessanta, aveva i capelli castani e crespi che portava costretti in lunghe trecce, operazione complessa che la portava spesso a correre per arrivare in orario a scuola. Selma amava vestire in modo sportivo e pratico, indossando perfino i pantaloni corti, non era attratta dalle mondanità ma piuttosto era “affamata” di poesia, leggeva un libro dopo l’altro, sognava un futuro da scrittrice. (pag. 33)

selma_else

Con l’ingresso nel gruppo sionistico dell’Haschomer Hatzair (“Giovane Sentinella”, nato a Vienna nel 1916 in seguito alla fusione di due precedenti movimenti giovanili), oltre a condividere con alcuni amici la passione per i versi, Selma si lascia trascinare anche dal ballo perché, come ricorda la compagna Else Keren, voleva vivere in pienezza ogni momento. Quasi un presentimento della morte precoce.

Gli Haschomer bucovini erano molto attivi culturalmente e appassionati di letteratura, filosofia e psicologia. Per la giovane poetessa quell’ambiente era l’ideale per coltivare il sogno nel cassetto. La città stessa offriva molti spunti per le sue poesie: Selma amava in particolare il Colle degli Asburgo, nella zona meridionale di Czernowitz, immortalato nei suoi componimenti, teatro di piccoli drammi entomologici o del tripudio di fioriture inaspettate e di luce vespertina (pag. 47), come si legge in una delle sue liriche che, assieme ad altre poesie, andrà a comporre la raccolta Blütenlese (Florilegio).

Selma e i suoi giovani amici trascorrevano le giornate in modo abbastanza spensierato, sperando in un futuro migliore. Pensavano che le difficoltà fossero passeggere e la minaccia nazista lontana: [Era] come un terribile incidente d’auto. Ha coinvolto altri, pensavamo, a noi non toccherà. (pag. 58)

Ma l’invasione della Polonia da parte delle truppe tedesche tolse la tranquillità alla comunità ebraica nella Bucovina. Infatti, anche in Romania, nell’autunno del 1939, i controlli sull’attività degli ebrei si fecero sempre più serrati. Il gruppo dell’Haschomer Hatzair, per evitare incidenti, limitò le proprie attività, soprattutto quelle all’aperto. Non al punto da impedire a Selma e alle altre “sentinelle” di festeggiare Chanukkah, la festa delle luci, una delle più importanti per le comunità ebraiche. L’amica Else Keren racconta che la notte della festa (dicembre 1939), durante una passeggiata al Colle degli Asburgo, Selma si fece silenziosa e si chiuse in se stessa. Poi la vidi scrivere nel suo libricino. Il quadernetto, spiega la Paolino, non fu mai ritrovato. Che cosa scrisse quella notte la giovane? Forse prese appunti per la composizione della poesia Farben (Colori):

È così azzurro sulla neve candida,
gli abeti verdi sono così neri,
che il capriolo, sgusciato di soppiatto,
è grigio come la pena senza fine,
che pure scacceresti volentieri.

Scricchiano passi, musica di neve,
e i venti rimandano polvere di fiocchi
sugli alberi velati di bianco.
Panchine come sogni.

Luci calanti vanno con le ombre
in girotondi infiniti.
Remote lanterne brillano d’un chiarore
attutito, preso allo sfavillìo della neve
. (traduzione di Francesca Paolino, pag 60 di Una vita)

Sei mesi dopo, il 20 giugno 1940, l’Armata Rossa entrò a Czernowitz e i romeni furono costretti a cedere la città all’Unione Sovietica. Si diffuse un discreto ottimismo: Credevamo nel socialismo. L’entusiasmo per l’entrata delle truppe russe fu grande. (pag. 61)

Speranze andate presto deluse: in breve, proprio i russi iniziarono la deportazione degli ebrei. Inoltre, nella Bucovina la situazione era molto complessa a causa delle rivendicazioni del Reich per far rientrare in Germania i cittadini tedeschi. Naturalmente ariani. Molti riuscirono a scappare ma i russi, nella notte tra il 13 e il 14 giugno 1941, prelevarono con la forza 3800 cittadini di Czernowitz.
Quando, in seguito, la Romania entrò in guerra a fianco delle potenze dell’Asse, la situazione per gli ebrei si fece ancora più drammatica: il 7 luglio 1941 venne incendiata la sinagoga di Czernowitz e nello stesso anno, il 30 luglio, un’ordinanza firmata dal colonnello Alexandru Riosanu impose agli ebrei degli orari per uscire da casa, costringendoli a chiudere ogni attività professionale e ad appuntare sui vestiti la stella di David. Fu poi costruito il Ghetto, situato nel vecchio quartiere ebraico, circondato da una recinzione di assi e filo spinato ad altezza d’uomo. I due portoni d’accesso erano sorvegliati e gli abitanti dovevano attenersi a rigide regole per quanto riguardava il transito e la possibilità di portare viveri e beni di prima necessità. I più dedussero che la permanenza nel ghetto non sarebbe stata lunga. (pag. 70)

Selma non poteva più muoversi liberamente nella propria città. Molte amiche erano già state deportate dai russi e chi era ancora a Czernowitz, cercava come poteva una via di salvezza:

Quando la guerra arrivò dalle nostre parti, sentimmo di essere derubati della nostra giovinezza. Non ci era più permesso di recarci nei nostri giardini, sui nostri prati – dovevamo cercare nascondigli. In quelle sere lunghe e solitarie Selma scrisse le sue poesie più belle. (pag. 69)

In un primo tempo gli Eisinger riuscirono a rimanere nel ghetto, grazie anche alle “autorizzazioni” che il sindaco della città, Trajan Popovici, era riuscito a far ottenere per evitare la deportazione degli ebrei da parte delle autorità rumene. Ma la situazione precipita nel maggio del 1942, quando i rastrellamenti non lasciano scampo nemmeno alle persone protette dai certificati. Secondo alcune testimonianze, Selma partì per il campo di lavoro, assieme al patrigno Leo e alla madre Frieda, il 7 giugno.

Da questo momento la vita della giovane poetessa di Czernowitz è ricostruita, per sommi capi, in base ad alcune testimonianze, come quella dell’artista trentenne, originario di Suceava, Arnold Daghani il quale assieme alla moglie Anisoara era partito con lo stesso convoglio diretto in Transnistria su cui viaggiava anche la famiglia Eisinger. Nelle pagine del suo diario, che in realtà non avrebbe potuto tenere ma che abilmente aveva “mimetizzato” utilizzando un codice segreto per i suoi scritti, il 6 dicembre 1942 Daghani osserva:

[…] Povera Selma, da qualche tempo è malata. Una volta al ritorno dal cantiere l’ho sentita impegnarsi in una discussione sull’arte e sostenere che se un artista avesse l’intenzione di rappresentare in modo convincente la disumanità del campo, dovrebbe prendere spunto da un giudizio già formato. Ho percepito quest’affermazione come una critica al mio camaieu. Forse avrebbe preferito che avessi immortalato le esecuzioni? […] Perché impoverire l’orrore dipingendolo, disegnandolo? Forse i detenuti desiderano che il mondo sappia esattamente da un tratto di matita ciò che è avvenuto qui nel campo, perché chi potrebbe mai credere alle nostre parole, se dovessimo sopravvivere? (pagg. 86-87)

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Nonostante dal tifo sia riuscito a guarire l’80-85% dei deportati al campo di Michajlovka, la malattia aggredì Selma senza lasciarle scampo. Il 16 dicembre morì e nel suo cappotto la madre trovò una lettera grazie alla quale apprese che, poco prima della scomparsa, la figlia aveva tentato di fuggire dal campo, con l’aiuto di una guardia. Una rivelazione che non deve stupirci: uno spirito libero come Selma non avrebbe mai voluto finire i suoi giorni in un campo di lavoro che l’aveva privata della sua libertà, senza poter godere della bellezza dei luoghi a lei cari, rinunciando ad inebriarsi dei profumi della natura e a lasciarsi accarezzare dal vento.

Il vento canta la sua ninna nanna
con un fruscìo di sogno,
teneramente adula le foglie.
Mi lascio sedurre e spio quel canto
e mi sento come i prati.

Scrosci nell’aria
rinfrescano il mio viso
cocente, racchiuso nell’attesa.
Nuvole in viaggio riversano la bianca
luce che hanno rubato al sole.

La vecchia acacia
spande il suo silenzio
nel tremulo intrico di foglie.
Gli aromi della terra si alzano, salgono
e scendono poi su di me
. (Mattino, da Florilegio, pag. 183, traduzione di Francesca Paolino)

Questa ed altre poesie sono l’eredità che ci è rimasta di Selma Meerbaum-Eisinger. In un quadernetto costituito da una copertina rigida e dei fogli tenuti assieme da un cordoncino, impreziosito da un foglio di carta da regalo con motivo floreale su sfondo azzurro, incollato sul cartoncino che ne costituisce la copertina, la giovane poetessa aveva scritto a mano le sue poesie. Blütenlese (Florilegio) è il titolo della raccolta che testimonia la gioia di vivere, la passione per i versi e, in ultimo, la parte dolorosa della breve esistenza di Selma.

Ricorda l’amica Else Keren: Ella cercava il bello e aveva il dono di trovare qualcosa di bello in tutto. E poi: Se Selma fosse vissuta … quante cose ancora avrebbe potuto darci?

Con la matita rossa, a conclusione della raccolta delle sue poesie dedicate all’amico Leiser Fichman, il ragazzo di cui era innamorata ma non seriamente ricambiata, Selma scrisse:

Non ho avuto il tempo di finire di scrivere.

Chissà quanto altro avrebbe potuto dirci.

***

Quello che colpisce, in particolare, nella lettura di Una vita e Florilegio è la storia di questa ragazza e il suo triste destino, condiviso da milioni di ebrei. Siamo perlopiù abituati a leggere libri di testimonianze che hanno rivelato al mondo l’orrore dei campi di concentramento, della morte nelle camere a gas, della privazione di ogni parvenza di dignità umana. Oppure leggiamo romanzi ispirati a queste storie che, pur essendo opere di fantasia, contribuiscono a lasciare memoria dell’Olocausto.
La particolarità degli scritti della Paolino è, invece, quella di far rinascere, perpetuandone la memoria, non solo una testimonianza ma la vita stessa di questa giovane poetessa che ha lasciato ai posteri oltre al ricordo delle sue sofferenze, che mai sovrastano la bellezza della natura descritta con passione e partecipazione, la prova di un grande talento poetico unito a un amore incondizionato per la vita.
In Una vita si notano soprattutto la cura e la precisione nella ricostruzione biografica attenta ed esaustiva, l’analisi meticolosa delle fonti con cui Paolino ricostruisce anche il contesto storico. In Florilegio l’autrice dà mostra della sua abilità nella traduzione che non è solo “transcodificazione” – passaggio da una lingua all’altra – ma anche resa emozionante dei sentimenti che animavano Selma durante la stesura.
Infine, sia nella biografia sia nella raccolta di poesie, relativamente all’introduzione, la scrittrice utilizza uno stile armonioso che riesce a compensare l’asciuttezza tipica del saggio e rende assai gradevole la lettura. Da entrambi i libri, inoltre, traspare un amore per Selma e l’orgoglio di aver contribuito a diffondere in Italia questa bella storia, seppur amara nella sua conclusione, e un album di poesie «lanciato con forza inaudita attraverso gli anni a venire così da rompere la cortina dell’oblio, attraversando i silenzi del dopoguerra, i pregiudizi sulla lingua tedesca e sulla giovane età che lo creò» (Florilegio, pag. 9).

[immagini tratte dal libro di F. Paolino e dal web. Nel caso in cui alcune di esse siano coperte da copyright, prego i soggetti interessati di contattarmi per e-mail]

CONTINUA>>>

29 agosto 2016

LIBRI: “GIUDA” di AMOS OZ

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“I libri, loro non ti abbandonano mai. Tu sicuramente li abbandoni di tanto in tanto, i libri, magari li tradisci anche, loro invece non ti voltano mai le spalle: nel più completo silenzio e con immensa umiltà, loro ti aspettano sullo scaffale”. (Amos Oz)

L’AUTORE
ozAmos Oz è nato a Gerusalemme il 4 maggio 1939. Oltre ad essere autore di romanzi e saggi, Oz è giornalista e docente di letteratura alla Università Ben Gurion del Negev, a Be’er Sheva. Sin dal 1967 è un autorevole sostenitore della “soluzione dei due stati” del conflitto arabo-israeliano. Nel 2008 ha ricevuto una laurea honoris causa dall’Università di Anversa. Nel 2007 ha vinto il premio “Premio Príncipe de Asturias de las Letras” e il premio Fondazione Carical Grinzane per la cultura mediterranea. Nel 2008 ha ricevuto il premio Dan David, nello stesso anno ha vinto anche il Premio Internazionale Primo Levi.

Nel suo romanzo autobiografico Una storia di amore e di tenebra, Oz ha raccontato, attraverso la storia della sua famiglia, le vicende del nascente Stato di Israele dalla fine del protettorato britannico: la guerra di indipendenza, gli attacchi terroristici dei feddayn, la vita nei kibbutz. Dopo il suicidio della madre, avvenuto quando lo scrittore aveva appena dodici anni, inizia un contrasto con il padre, un intellettuale vicino alla destra ebraica, e decide di entrare nel kibbutz Hulda, dove viene adottato dalla famiglia Huldai. Amos cambia anche il cognome originario “Klausner” in “Oz”, che in ebraico significa “forza”.

Oz, che ha studiato filosofia e letteratura ebraica all’Università Ebraica di Gerusalemme, inizia giovanissimo a scrivere. Oltre ai suoi romanzi, l’autore pubblica regolarmente saggi di politica, di letteratura e sulla pace. Scrive per il giornale laburista israeliano Davar, soppresso negli anni Novanta e di seguito inizia la collaborazione con il quotidiano Yedioth Ahronoth. Autore di pubblicazioni in inglese, ha collaborato anche con il New York Review of Books.

Numerosissimi i romanzi pubblicati da Oz, in Italia tutti per Feltrinelli. Ricordiamo: Michael mio (1968), Una pace perfetta (1982), La scatola nera (1987), Conoscere una donna (1989), Una storia di amore e di tenebra (2003), D’un tratto nel folto del bosco (2005), Una pantera in cantina (2010). L’ultimo romanzo pubblicato è Altrove, forse del 2015.
Giuda è uscito nel 2014, riedito nell’Universale Economica di Feltrinelli (cui mi riferisco nelle citazioni) nel 2016. [fonte Wikipedia]

giuda oz

IL ROMANZO
La storia è ambientata in Israele tra la fine del 1959 e i primi mesi del 1960. Protagonista è Shemuel Asch, un giovane studente che vive a Gerusalemme dopo aver lasciato la casa di famiglia ad Haifa. A causa di un improvviso dissesto economico che colpisce il padre, co-proprietario di una piccola ditta che ha appena perso una causa con l’ex socio, il giovane decide di abbandonare gli studi universitari (mentre sta scrivendo la tesi di dottorato su Gesù visto in prospettiva ebraica) e cercarsi un lavoro, senza lasciare Gerusalemme.
Lo sconforto di Shemuel è aggravato dalla fine della relazione con Yardena che l’aveva lasciato per sposare un ex fidanzato. Questa serie di vicissitudini porta il giovane a isolarsi: decide, quindi, di abbandonare anche il gruppo di amici che frequentavano il Circolo per il Rinnovamento socialista, tra i quali ha origine un conflitto per divergenza di opinioni.

In breve il ragazzo trova il lavoro che gli serve in vicolo Rav Albaz numero 17. Si tratta dell’ultima casa in fondo alla strada che sul momento al protagonista non fa una buona impressione:

Quanto alla casa, a Shemuel Asch sembrò lì per lì una mezza cantina, più bassa del piano stradale, come sprofondata nella terra greve del pendio fin quasi alle finestre. A guardarla dal vicolo, pareva un uomo tozzo e largo di spalle che con un cappello scuro in testa cercava in ginocchio nel fango qualcosa che aveva perso. (pp. 26-27 dell’edizione citata)

Il luogo è abitato da un uomo vecchio e deforme, che si muove stentatamente con l’ausilio delle stampelle e passa la maggior parte del giorno (e della notte, dato che soffre d’insonnia) nella biblioteca di casa, e da una giovane donna sui quarantanni, misteriosa e allo stesso tempo affascinante (infatti Shemuel ne è subito attratto, nonostante la differenza di età), che si scoprirà essere la nuora del vecchio.

In realtà la casa non appartiene all’invalido Gershom Wald ma alla donna: Atalia Abrabanel aveva sposato il figlio di Wald, Micah, morto nel 1948 durante il conflitto arabo-israeliano, e pur essendosi trattato di un matrimonio di breve durata, aveva deciso di ospitare in casa sua il suocero.
Nell’abitazione per un periodo gli abitanti avevano convissuto anche con il padre di Atalia, Shaltiel Abrabanel, già leader dell’Agenzia Ebraica che era stato rimosso da ogni incarico per divergenze di opinione con Ben Gurion che, convinto sionista, fu primo ministro dello Stato di Israele dal 1948 al 1954.

La vita di Shemuel in casa Abrabanel scorre tranquilla. Le giornate appaiono abbastanza monotone, scandite da gesti che si ripetono sempre uguali: la colazione al mattino, a volte in compagnia di Atalia, il tempo libero passato a bighellonare e talvolta occupato nelle sue ricerche o nella stesura della tesi di dottorato che non abbandona mai, anche se sa che forse non gli servirà, il pranzo in una tavola calda ungherese in via King George, dove ordina sempre il tipico goulash e la composta di frutta. Il lavoro lo tiene occupato solo qualche ora, da metà pomeriggio fino all’ora di cena, anche se nel tempo l’orario si rivelerà piuttosto elastico. In breve, il compito affidato al giovane Asch è di fare compagnia al vecchio Wald, chiacchierando ma perlopiù ascoltando i suoi lunghi discorsi sulla sorte di Israele, con l’unico obbligo di servirgli la cena, una pappina preparata dalla vicina di casa Sarah De Toledo, che spesso costituisce anche la sua cena, accontentandosi degli avanzi.

Il compenso è scarso ma gli viene offerto gratuitamente un alloggio: si tratta della mansarda della casa.

La sua mansarda era bassa e accogliente, una specie di tana invernale. Era un locale bislungo con il soffitto spiovente come teli di una tenda. L’unica finestra dava sul davanti della casa, verso il muro del giardino e il sipario di cipressi che c’era oltre, il giardino lastricato e l’ombra della vite e del vecchio fico. […]
La finestra era profonda perché i muri della casa erano molto spessi. Shemuel aveva preso la sua coperta pesante e l’aveva messa sul davanzale per farsi una specie di sedile: era bello rifugiarsi lì ogni tanto per una mezz’ora, anche un’ora, a guardare il giardino deserto. […]
Il letto di Shemuel si trovava fra l’angolo con il bricco per il caffè e il gabinetto con la doccia, separati da una tenda. Accanto al letto c’erano un tavolo, una sedia e una lampada, e di fronte una stufa e uno scaffale… (ibidem, pp. 58-59)

Nel breve periodo della sua permanenza in casa Abrabanel, Shemuel si affeziona sinceramente al vecchio Wald che si rivela molto meno burbero di quanto potesse apparire all’inizio, anzi, diventa un valido interlocutore che pian piano si apre a confidenze riguardo alla vita privata e alle idee personali sulla questione palestinese. Ghersom ritiene che in Terra di Israele non sarà possibile avere la pace e che sia un’utopia anche solo pensare che due popoli così diversi possano arrivare ad una convivenza civile senza scontri. Ciò lo distanzia dalle convinzioni del consuocero Abrabanel:

«La distanza era troppo grande,» disse Gershom Wald sorridendo mestamente sotto i baffi, «lui era rimasto arroccato sulle sue posizioni, sosteneva che era impossibile realizzare il sionismo nello scontro con gli arabi, mentre io, alla fine degli anni quaranta, avevo capito che non lo si poteva realizzare senza questo scontro.» (ibidem, pag. 223)

Un altro argomento di discussione che sembra interessare il vecchio riguarda la tesi del giovane Shemuel su Gesù visto in prospettiva ebraica. Nello studio portato avanti dall’ex studente, la questione viene affrontata sulla base del ruolo di Giuda che, secondo la teoria esposta nei vangeli gnostici, non avrebbe tradito Cristo ma sarebbe stato costretto dallo stesso Gesù a consegnarlo alle autorità. D’altronde, Giuda era ricco di famiglia e la ricompensa dei trenta denari costituiva una somma decisamente esigua, non tale da giustificare il “tradimento”. L’unica colpa dell’Iscariota, secondo le ricerche fatte da Shemuel, consisterebbe nel non aver capito che Gesù da quella croce non sarebbe sceso sulle sue gambe, vivo e vegeto, facendosi beffe di tutti. Prende forma, dunque, dalla trattazione dell’argomento, di cui il giovane a lungo discute con Wald, un concetto tutto nuovo di “tradimento”, in contrasto con quello portato avanti dalla tradizione cristiana.

I rapporti con Atalia sono, invece, molto altalenanti. A volte sembra che la donna lo eviti, altre lo invita a trascorrere la serata assieme, alimentando nel giovane ex universitario la speranza che fra i due possa nascere un’amicizia sincera o forse un sentimento più forte.

Ripensò ai capelli lunghi di Atalia che le ricadevano sulla spalla sinistra sopra il vestito ricamato. Al suo passo che aveva un che di melodioso, come una danza repressa, come se i fianchi fossero più animati di lei. Una donna decisa, piena di segreti, che ogni tanto è scostante con te e ti tratta con una dose di curiosità fredda, una donna che ti domina costantemente, che ti guarda sempre con un lieve sarcasmo frammisto forse a qualche scheggia di pietà. E quella pietà te la tieni stretta al cuore come se per lei tu fossi un cagnolino abbandonato. (ibidem, pag. 125)

Ma il vecchio Wald lo mette in guardia: stessa sorte era capitata anche ai giovani che l’avevano preceduto, i quali avevano svolto il medesimo compito, e alla fine tutti se n’erano andati perché la sola Atalia ha in mano le pedine e detta le regole del gioco.

Dopo un infortunio del giovane e un periodo di riposo in cui è accudito amorevolmente dalla donna, ma sempre senza alcuna possibilità di scelta, con l’arrivo del primo tepore primaverile le cose cambiano. Anche per Shemuel, come per gli altri, è giunta l’ora di andare?

***

Giuda è un romanzo avvincente, non tanto, e non solo, per la trama, quanto per lo scenario che apre davanti agli occhi del lettore, tutt’altro che scontato e banale. Della storia di Israele crediamo di sapere tutto, fa parte della cosiddetta attualità, con il suo passato e il suo presente, l’abbiamo studiata a scuola e ne leggiamo spesso le cronache sui quotidiani. Eppure – almeno questa è stata la mia impressione – la conosciamo poco nelle sue sfaccettature. Un po’ come studiare la storia sul Bignami e non su un testo monografico.
Amos Oz è perfettamente calato nelle vicende storiche del suo Paese, le ha vissute dall’interno di un kibbutz, per poi uscirne e arrivare a Gerusalemme, la città Santa, nelle vesti di studente prima e docente universitario poi. Pochi potrebbero parlarne meglio di lui, fosse anche dalle pagine di un romanzo dove, nella mescolanza tra fantasia e realtà, emerge una pagina di storia, con tutte le sue contraddizioni, su cui ancora non è stata scritta la parola fine, come una fiaba in cui la lotta fra il bene e male ancora non si è si conclusa con il canonico “e vissero felici e contenti”.
La particolarità di questo romanzo è, a mio modesto avviso, l’intersezione tra storia ed esegesi biblica, o per meglio dire evangelica, anche se non propriamente ortodossa, che vengono perfettamente amalgamate in una trama narrativa non scontata, dove il mistero sui protagonisti viene dipanato un po’ per volta.

Un romanzo, per essere onesti, di non facile lettura. In primo luogo per lo stile un po’ rétro, anche nelle scelte lessicali (viene ripetuto più volte, per esempio, il verbo concionare, ma questo “difetto” potrebbe essere imputato alla traduttrice) che comunque sono molto curate, e per l’alternanza tra racconto in terza e prima persona senza dei confini narrativi ben definiti. Come se narratore esterno ed interno convivessero, confondendo però un po’ i ruoli. Oz usa volentieri il discorso indiretto libero (che i veristi utilizzavano per avvicinare il linguaggio alle capacità di espressione dei personaggi, ma questo non è certamente il caso del romanzo in questione) e a volte il flusso di coscienza che consiste nel riportare per iscritto i pensieri dei personaggi così come affiorano alla mente. Espedienti, questi, che potrebbero essere scelti proprio per rendere la narrazione più “vera”, ma non ho letto altre opere di Oz quindi non so se costituiscono una caratteristica stilistica dello scrittore.

Un’altra particolarità, che potrebbe non essere apprezzata da tutti, è la presenza di tante descrizioni, anche molto efficaci (ne sono esempio i passi riportati, scelti proprio per questo), sia dell’ambiente sia dei personaggi, che a volte si ripetono nel corso dello svolgimento della trama. Questa peculiarità era tipica del romanzo ottocentesco, in particolare del periodo del Naturalismo francese, e serviva in un certo senso a comprendere meglio i personaggi e le loro scelte a volte condizionate dall’ambiente in cui si muovevano. Il soffermarsi su certi dettagli fisici o relativi all’abbigliamento, ad esempio, oppure sulle caratteristiche dei luoghi, dal punto di vista narrativo provoca, però, un rallentamento del ritmo del racconto.
Anche le digressioni in cui l’attenzione si sposta sulla storia di Israele o sulla figura di Gesù visto in prospettiva ebraica, interrompendo lo svolgersi della trama, per lo stesso motivo potrebbero risultare noiose o pesanti. Secondo me, invece, nel momento in cui Oz si sofferma a trattare questi argomenti, lo fa in modo così affascinante che il lettore mette da parte la curiosità di sapere come le vicende di Shemuel proseguiranno, per concentrare la sua attenzione su ciò che di certo non è scontato né prevedibile.

24 marzo 2016

GLI APOSTOLI DI FRANCESCO

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papa francesco piedi
Il Giovedì Santo ricorda l’ultima cena che Gesù fece con i dodici apostoli. La Chiesa in questa giornata celebra una Messa speciale che ripropone, in particolare, la lavanda dei piedi che Gesù fece ai suoi fedeli compagni, e anche a chi di lì a poco l’avrebbe tradito.

Papa Francesco, con la “stravaganza” (dal latino extra che significa “fuori” e vagare, nel senso di “vagare al di fuori” dei canoni e delle convenzioni) ha deciso di celebrare la Messa in Coena Domini alle porte di Roma – ed è primo Papa a farlo – nel «Centro di accoglienza per richiedenti asilo» (C.a.r.a) di Castelnuovo di Porto, a Nord della capitale.
Per la lavanda dei piedi sono stati scelti undici profughi – tre musulmani, tre copte, un indù, cinque cattolici – più un’operatrice del Centro che accoglie 892 migranti e 114 operatori della cooperativa sociale Auxilium.

La maggior parte dei migranti ospiti del Centro sono musulmani. Molti, tra cui anche donne velate, assistono alla Messa in religioso silenzio, commossi dalle parole del Pontefice. Pontifex in latino significa “costruttore di ponti” ed è un ponte, tra uomini e donne appartenenti a diverse religioni e culture, che Francesco intende costruire.

«Quando faccio lo stesso gesto di Gesù, lavare i piedi a voi dodici, tutti noi stiamo facendo il gesto della fratellanza e tutti noi diciamo: siamo diversi, siamo differenti, abbiamo differenti culture e religioni ma siamo fratelli e volgiamo vivere in pace. E questo è il gesto che io faccio con voi: ognuno di noi ha una storia addosso, tante croci, tanto dolore, ma anche un cuore aperto che vuole la fratellanza. Ognuno nella sua lingua religiosa prega il Signore perché questa fratellanza si contagi nel mondo, perché non ci siano le trenta monete per uccidere il fratello, perché ci sia sempre la fratellanza e la bontà. Così sia».

Queste le parole di Papa Bergoglio durante il rito.

Giuda è ancora fra noi e si è moltiplicato. La differenza è che il Giuda moderno è colui che uccide con le proprie mani e sacrifica la sua vita in nome di un Dio che non può volere lo spargimento di sangue, l’odio tra gli uomini che semina vittime innocenti. E non s’impicca per il rimorso, non si pente. Si immola sperando in chissà quale ricompensa.

Ho scritto questo post anche per ricordare le vittime innocenti dell’ultimo attentato di Bruxelles. Prego per loro ma anche per le giovani vite spezzate da un tragico destino che le ha strappate agli affetti e a un avvenire che immaginavano ricco di soddisfazioni. Le ragazze dell’Erasmus, morte in un incidente in Spagna. Stanno facendo ritorno a casa, dentro una bara che voglio sperare non significhi il “nulla eterno” ma qualcosa che continua, in modo diverso, anche se non so quale.

Proprio oggi è tornata a casa Elisa Valent, una mia corregionale. Un lacrima per la sua pace.

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[immagine sotto il titolo da questo sito; foto di Elisa da udinetoday.it]

20 marzo 2016

DOMENICA DELLE PALME: ORIGINE E CURIOSITA’

Posted in Buona Pasqua, dolci, poesia, religione, tradizioni popolari tagged , , , , , , , , , a 6:06 pm di marisamoles

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La Domenica detta “delle Palme” tradizionalmente precede la domenica in cui si festeggia la Pasqua. Si tratta di una festa celebrata non solo dai cattolici ma anche dagli ortodossi e dai protestanti.
E’ anche chiamata liturgicamente Seconda Domenica di Passione perché cade, appunto, la settimana prima della Pasqua. Con essa inizia la Settimana Santa, ultima della Quaresima, che terminerà con le celebrazioni del giovedì santo, in cui si darà inizio al Sacro Triduo Pasquale.

In questo giorno la Chiesa ricorda l’ingresso trionfale di Gesù a Gerusalemme. Come ci racconta l’evangelista Giovanni (Gv 12,12-15) Gesù arrivò in sella ad un asino, osannato dalla folla che lo salutava agitando rami di palma e ulivo, piante molto abbondanti nella regione.

Sempre nel vangelo di Giovanni si narra che la popolazione abbia usato rami di palma a simboleggiare il trionfo, l’acclamazione e la regalità del Messia. I rami d’ulivo, che oggi i fedeli di tutto il mondo portano nelle loro case, dopo l’avvenuta benedizione nelle chiese, hanno nel tempo sostituito le palme, sempre più rare e del tutto assenti in molte parti del mondo. Tradizionalmente l’ulivo simboleggia la Pace, in preparazione della settimana Santa che culmina con il giorno di Pasqua, in cui si celebra la resurrezione di Cristo.

Da allora vengono attribuite virtù magiche e miracolose ai rami delle piante benedette, virtù capaci di allontanare gli incantesimi e gli spiriti maligni.

I rami benedetti vengono custoditi nelle case dei fedeli e sono presenti anche nelle processioni pasquali; tempo fa le palme assumevano un valore magico-religioso e per questo addobbavano animali e veicoli, collocati sulle testiere dei muli, sulle fiancate dei carretti e sugli alberi delle imbarcazioni perché allontanassero malattie e calamità.

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Nelle zone dove l’ulivo non viene coltivato, i rametti portati in chiesa per essere benedetti vengono sostituiti da fiori e foglie intrecciate.
Sono nate, nel tempo, molte tradizioni legate a questa giornata. In Italia, ad esempio, a Bordighera e Sanremo si usa realizzare degli addobbi chiamati “Parmureli” che sostituiscono i rametti d’olivo. A Scalea (CS), nella penisola Sorrentina, oltre ai rametti d’ulivo vengono benedette delle “palme” particolari adornate da piccoli formaggi di produzione locale (i “caciocavalli”) o con confetti.
A Montescaglioso (MT) un tempo la Domenica delle Palme i giovani fidanzati portavano in chiesa palme e ghirlande fatte con foglie di ulivo con appesi al centro gli ori da regalare alle fidanzate. Ancora oggi, nella chiesa Madre, in questa giornata le coppie che si sposeranno entro l’anno vengono chiamate sull’altare e partecipano alla processione dopo la celebrazione della Messa.

Un’altra antica tradizione prevedeva la creazione con rametti di alloro di artistiche “palme” a forma di conocchia, sulle quali si appendevano castagne, fichi secchi, arance e nastrini di vario colore per i bambini.

Nei 50 paesi italiani di origini albanese c’era, la sera del sabato prima della Domenica delle Palme, la tradizione di ricordare il miracolo fatto da Gesù, resuscitando Lazzaro che era morto da quattro giorni: gruppi di giovani si recavano di casa in casa per cantare l’inno popolare di augurio, la Kalimera di Lazzaro che ricordava che la resurrezione era stata promessa a tutti gli uomini.

Molte sono le feste e le processioni che oggi si svolgono in tutta Italia. Quella di Assisi, ad esempio, è molto particolare: si celebra una serie di riti in quasi tutte le parrocchie, chiese e basiliche della città; dalla processione, in cui i fedeli portano in mano un ramo di palma o di olivo, ai vespri solenni. Al ritorno dalla processione si batte tre volte alla porta della chiesa, prima che essa sia aperta, a significare che la porta del Paradiso, chiusa alle spalle di Adamo ed Eva dopo la loro cacciata, viene riaperta da Cristo con il sacrificio della Sua morte. I rami di olivo e le palme benedetti verranno poi bruciati e le ceneri verranno utilizzate nelle celebrazioni del mercoledì delle Ceneri dell’anno successivo.

CIORCHIELLO
Per i più golosi, me compresa, non possono mancare i dolci tipici di questa domenica. Tra questi troviamo il ciorchiello, dolce tipico di Casette, borgo del comune di Massa. Con la sua forma rotonda, una consistenza soda e morbida e profumo d’anice, questo dolce simboleggia solidarietà e pace. In passato ogni famiglia ne preparava almeno una trentina sia per il proprio consumo che per lo scambio augurale con parenti e amici dopo la tradizionale benedizione in chiesa, durante la Domenica delle Palme.

Il ceremito e la sportella sono legati, invece, alle tradizioni dell’isola d’Elba. Essi rappresentavano la dichiarazione d’amore fra due giovani: lui, la mattina della Domenica delle Palme, faceva pervenire alla ragazza desiderata un paniere adorno di fiori con il Cerimito. Se la ragazza gradiva il regalo, e quindi la dichiarazione d’amore, il giorno di Pasqua contraccambiava facendogli recapitare una Sportella infiocchettata e benedetta. Il Lunedì dell’Angelo, i fidanzati venivano presentati ufficialmente alla comunità in occasione della scampagnata presso l’eremo di Santa Caterina. L’usanza della scampagnata persiste ancora oggi, e nel paniere non può mancare la Sportella».

Infine, una poesia, certamente non tra le più note, di Giovanni Pascoli.

L’ulivo benedetto

Oh, i bei rami d’ulivo! chi ne vuole?
Son benedetti, li ha baciati il sole.

In queste foglioline tenerelle
vi sono scritte tante cose belle.

Sull’uscio, alla finestra, accanto al letto
metteteci l’ulivo benedetto!

Come la luce e le stelle serene:
un po’ di pace ci fa tanto bene.

[Fonti: settemuse.it; regioni-italiane.com; traghetti-elba.it. Immagine sotto il titolo da questo sito; immagine palmureli da questo sito; immagine dolci da questo sito]

1 febbraio 2016

1 FEBBRAIO: GIORNATA MONDIALE DEL VELO ISLAMICO. TESTIMONIANZE PRO E CONTRO

Posted in attualità, donne, famiglia, figli, religione tagged , , , , , , , , , , a 2:33 pm di marisamoles

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Oggi è il 1 febbraio e nel mondo musulmano si celebra il «World Hijab Day», la giornata mondiale del velo islamico. In questa occasione, come pare, le donne rivendicano il diritto ad indossare il velo islamico senza essere perseguitate né discriminate.

Personalmente, come ho spesso scritto in questo blog, credo che la libertà individuale debba essere rispettata e non giudicata. Sempre che venga rispettata la Legge.

Anni fa, a commento di un post che riguardava la difesa del crocifisso, è arrivata la testimonianza di Hajar che voglio ripubblicare in parte (con qualche lieve modifica formale) in occasione di questo evento.
Riporto di seguito un brano tratto dal libro di LEILA DJITILI, Lettera a mia figlia che vuole portare il velo, Piemme editore, 2005.
Due visioni diametralmente opposte. Voi da che parte state?

BUONA LETTURA.

Mi chiamo Hajar, sono una ragazza di 21 anni e vivo in italia da più di 15 anni. Qui ho frequentato tutte le scuole, mi sono sposata e porto il burqa da tre mesi, non perché qualcuno mi abbia obbligata, anzi, mio marito non voleva neanche che io lo mettessi. Ma ho indossato il burqa perché è una mia libera scelta e perché sono diventata più praticante.
Nella città in cui vivo non ho trovato nessun problema con i concittandini e la polizia mi ha incontrato più volte per strada e non ha detto niente. […]

Questa, invece, è la storia di Aicha (la madre) e Nawel (la figlia), raccontata da Leila Djitli, una giornalista di origine algerina che vive da anni a Parigi, nel libro Lettera a mia figlia che vuole portare il velo. Ne riporto alcuni passi:

[…] Te l’ho detto, sono pronta a rispettare la tua scelta. Soltanto non venirmi a dire che è in nome della tua religione o della tua identità. Perché è falso. D’altronde, cosa fanno quelle che lo portano in nome di questa presunta identità cultural-religiosa? Nient’altro che deviarla. Lo vedi: si velano e si truccano, portano tacchi alti, gioielli, pantaloni aderenti. Si velano e guardano i ragazzi! E’ impressionante vedere quanto questo atteggiamento sia diffuso. Soprattutto se si pensa che il velo è, prima di ogni altra cosa, un segno. Se viene scelto liberamente, è il segno di un impegno sincero, totale. Un segno che distingue e separa dal mondo laico e dalle sue distrazioni materiali le donne che lo indossano. E’ il segno di un’adesione a valori profondi e rispettabili […]
Di fronte all’immagine fuorviante del velo, due atteggiamenti sono possibili: accettazione o rifiuto.
Rifiutare, significa considerare il velo semplicemente come un segno religioso. Accettare, significa ammettere che il segno religioso non ha più, o non solo, importanza […] l’abito non fa il monaco. Ed è ciò che dicono e fanno le ragazze e le donne che portano un segno religioso, senza tuttavia esserne schiave. Queste ultime non fanno alcuna fatica a lasciarlo quando entrano, per esempio, in classe o sul luogo di lavoro. Sono coerenti. Come credenti hanno capito che la loro fede è altrove, è più grande di quel pezzo di tessuto al quale non possono essere ridotte (e al quale, infatti, non accettano di essere ridotte). Ma le altre, quelle che in classe si rifiutano di toglierlo, sotto quale pressione agiscono? Ribellione, accanita affermazione di sé o … integralismo?
(da LEILA DJITILI, Lettera a mia figlia che vuole portare il velo, Piemme editore, 2005, pp. 53-55)

[IMMAGINE DA QUESTO SITO]

22 gennaio 2016

RICORDANDO HINA (CHE OGGI AVREBBE 30 ANNI)

Posted in cronaca, donne, famiglia, figli, religione tagged , , , , , a 8:58 pm di marisamoles

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Hina era una bella ragazza, amava la vita e, come tante sue coetanee, amava un ragazzo e voleva vivere questo amore alla luce del sole. Ma Hina non era una ragazza come le altre: pakistana d’origine, fu uccisa dal padre perché, si disse, vestiva all’occidentale ed era andata a convivere con il suo uomo. Un peccato che suo padre, di religione musulmana, non poté tollerare.

Hina fu uccisa, a vent’anni, dal padre Mohammed l’11 agosto del 2006. Fu sgozzata e seppellita con la testa rivolta alla Mecca.

Oggi, come allora, la madre difende il marito:

«All’inizio ce l’avevo con il mondo intero, con la vita. Pensavo: perché sta succedendo tutto questo? Perché proprio a me e alla mia famiglia? Poi ho capito. Era tutto già scritto, il destino aveva già deciso per Hina, per mio marito, per me. E allora ho trovato la pace che cercavo. Vivere senza Hina sarà per sempre il mio più grande dolore, ma Mohammed era e resta l’uomo della mia vita. È giusto che paghi per quel che ha fatto però io l’ho perdonato e non lo abbandonerò mai».

Leggendo l’articolo pubblicato sul blog del Corriere.it la 27Ora ho provato a capire. Immedesimarsi non si può, certe cose bisogna provarle. Ma anche sforzandomi con l’immaginazione non riesco a comprendere questa donna.

Al di là di qualsiasi fede religiosa, credo sia impossibile perdonare un’atrocità come questa.

24 dicembre 2015

NATALE E’ SEMPRE NATALE

Posted in amore, auguri, bambini, famiglia, figli, Natale, religione, tradizioni popolari tagged , , , , , , , , a 9:52 am di marisamoles

E’ un Natale speciale questo che sta arrivando. Sempre sperando che sia speciale comunque e sempre per i Cristiani. Ma quello del duemilaquindici è comunque destinato a rimanere nella Storia.

Papa Francesco, come ormai tutti sanno, ha indetto, a partire dallo scorso 8 dicembre, l’Anno Santo della Misericordia. Un Giubileo straordinario, sia perché “cade” senza rispettare la cadenza usuale – almeno quella stabilita in tempi relativamente recenti – dei venticinque anni, sia perché intitolato alla Misericordia che, pur senza la maiuscola di rito, dovrebbe essere un sentimento che accomuna tutti gli esseri umani, cristiani e non.

Una parola trasversale, la misericordia. Stando all’etimologia, deriva dal latino misericordia, che a sua volta trova la radice nell’aggettivo misericors, in cui distinguiamo il tema del verbo miserere, “aver pietà”, e cor, “cuore”.

Misericordia, quindi, ha a che fare con il cuore e il cuore significa vita, poiché batte nel petto di tutti gli esseri viventi. Poi sta a noi farne buon uso e manifestare ai propri simili quell’empatia che ci accomuna in quanto tutti dotati di quel battito vitale. O almeno così dovrebbe.

Cinque anni fa ho scritto un post dal titolo lungimirante: Si può dire Buon Natale?.
Oggi più che mai, di fronte a dirigenti scolastici che vietano le feste di Natale e i canti tradizionali, specialmente nelle scuole frequentate dai più piccoli, la domanda è lecita. Ma la risposta, la mia risposta, è sempre quella: sì, si può augurare buon Natale, senza vergogna e senza pensare all’eventualità che questo augurio possa offendere qualcuno.

Di certo non offenderà nessuno dotato di un minimo di intelligenza, se non proprio elasticità mentale.
Ne sono prova le cronache di questi giorni, in cui persone che professano altre religioni, stanno dimostrando non tolleranza, spesso falsa, come quella esibita da zelanti dirigenti scolastici, ma condivisione. Misericordia, insomma.
Ma anche intelligenza, come la ragazza musulmana che ha accettato di buon grado di interpretare la figura di Maria nel presepe vivente allestito nella sua città.

Per festeggiare il Natale non si deve essere per forza cristiani. Pensiamola, dunque, come una festa in cui si celebra la nascita di un bambino. Riflettiamo sul drastico calo delle nascite nei paesi più evoluti, una situazione dettata da molti fattori, non ultima la crisi economica che ci ha colpiti negli ultimi anni, per cui mettere al mondo un figlio sembra essere un lusso. Davvero lo è, se vogliamo essere sinceri. Ma a volte l’amore può fugare i dubbi, allontanare le esitazioni. Pensiamo alla povera capanna che ha ospitato il piccolo Gesù e ai sacrifici che i suoi genitori hanno dovuto affrontare, i disagi, le persecuzioni che hanno interessato i primi anni di vita del bambinello. Pensiamo alla forza e al coraggio di quei genitori che senza dubbio, almeno per chi crede, furono dettati dalla Fede. Ma senza Amore, al di là di qualsiasi fede, non avviene nessun “miracolo”.

Consideriamo, quindi, il Natale come la festa della Famiglia, perché ogni famiglia è sacra a prescindere. Fermiamoci a riflettere ai tanti bambini vittime delle guerre e delle persecuzioni, che muoiono annegati durante i viaggi della speranza. Pensiamo a quelli che perdono i genitori, nelle stesse condizioni avverse.
Consideriamo le famiglie “spezzate”, quelle in cui i bambini sono trattati come pacchi postali, destinati a cambiare casa seguendo l’asettica sentenza di un giudice, o sballottati da un luogo all’altro come meglio fa comodo ai genitori.
Riteniamoci fortunati ad essere genitori, pur dovendo attraversare molte difficoltà. Non guardiamo al prato del vicino che ha l’erba più verde; guardiamo l’arida terra che accoglie i meno fortunati.

Usiamo un po’ di misericordia, non solo quando festeggiamo il Natale ma anche in tutti i momenti della vita.

E se questo mio vi sarà sembrato più un sermone che un post natalizio, PERDONATEMI!

Auguro a TUTTI, abbracciandovi forte, un

buon_nataleangeli

1 luglio 2015

LE DONNE

Posted in Dante, donne, libri, religione, società, Uomini e donne tagged , , , , , , , , , , a 9:10 pm di marisamoles

VIRGINIA-WOOLF-

Le donne hanno illuminato come fiaccole le opere di tutti i poeti dal principio dei tempi. […] I nomi si affollano alla mente, e non richiamano l’idea di donne mancanti “di personalità e di carattere”. Infatti, se la donna non avesse altra esistenza che nella letteratura maschile, la si immaginerebbe una persona di estrema importanza, molto varia; eroica e meschina, splendida e sordida; infinitamente bella ed estremamente odiosa, grande come l’uomo, e, pensano alcuni, anche più grande.
Ma questa è la donna nella letteratura. Nella realtà, come osserva il professor Trevelyan, veniva rinchiusa, picchiata e malmenata.

Ne emerge un essere un essere molto strano e composito. Immaginativamente, ha un’importanza enorme; praticamente, è del tutto insignificante. Pervade la poesia, da una copertina all’altra; è quasi assente dalla storia. Nella letteratura, domina la vita dei re e dei conquistatori; nella realtà, era la schiava di qualunque ragazzo i cui genitori le avessero messo a forza un anello al dito. Dalle sue labbra escono alcune tra le parole più ispirate, alcuni tra i pensieri più profondi della letteratura; nella vita reale non sapeva quasi leggere, scriveva a malapena, ed era proprietà del marito.

[da Virginia Woolf, Una stanza tutta per sé, prima pubblicazione 24 ottobre 1929]

Ho letto il saggio di Virginia Woolf l’estate scorsa. Devo essere sincera: non l’ho gradito molto. Tuttavia, recentemente l’ho riscoperto. L’occasione mi è stata data da una domanda rivolta ad un’allieva durante l’orale dell’Esame di Stato (che domani finalmente si conclude).

Partendo da questa citazione (per la verità molto ridotta rispetto al passo riportato), ho chiesto alla candidata quale fosse, secondo lei, la donna più celebrata della letteratura italiana di tutti i tempi. Avevo in mente Dante e la sua Beatrice… e chi, sennò?

Lascio da parte l’esame e mi soffermo qui a riflettere sulle parole della scrittrice inglese, che non possiamo fare a meno di condividere. La pubblicazione del saggio risale al 1929, eppure queste considerazioni non sono così lontane da una certa realtà, distante da noi occidentali, eppure abbastanza vicina, considerando il fenomeno dell’immigrazione, specie quella che interessa le popolazioni provenienti dall’area islamica.

Recentemente Papa Francesco ha difeso la dignità della donna.
«Come cristiani,- ha detto in occasione dell’udienza generale in piazza San Pietro, lo scorso aprile – dobbiamo diventare più esigenti a tale riguardo. Per esempio: sostenere con decisione il diritto all’uguale retribuzione per uguale lavoro; perché si dà per scontato che le donne devono guadagnare meno degli uomini? No! Hanno gli stessi diritti. La disparità è un puro scandalo!»

Com’è nel suo stile, non “assolve” nemmeno i testi sacri.
«È una forma di maschilismo, – ha proseguito – che sempre vuole dominare la donna. Facciamo la brutta figura che ha fatto Adamo, quando Dio gli ha detto: ‘Ma perché hai mangiato il frutto?’, e lui: ‘Lei me l’ha dato’. E la colpa è della donna. Povera donna! Dobbiamo difendere le donne, eh!”.

Ma davvero è sempre colpa della donna?

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