1 settembre 2018

POSSO ANCHE DIRE «NO!»

Posted in affari miei, donne, famiglia, lavoro, libri, psicologia, scuola, Uomini e donne, vacanze tagged , , , , , , , , , , , , a 12:11 pm di marisamoles

Non so se qualcuno di voi ha letto il libro Puoi anche dire «no!». L’assertività al femminile, scritto da Beatrice Bauer, Gabriella Bagnato e Mariarosa Ventura (Dalai editore, 2012). Ad ogni modo, tratta l’assertività al femminile, ovvero quella capacità di esprimere le proprie idee in modo aperto, onesto e diretto, imparando a farlo cercando di essere ascoltati pur nel rispetto del vostro interlocutore. Ovviamente ciò vale anche per gli uomini ma le donne, si sa, cercano sempre dei compromessi, gli strumenti e i modi per non ferire gli altri facendo anche cose che non condividono (il classico detto “far buon viso a cattivo gioco”) oppure tentando di far valere le proprie ragioni senza troppa sicurezza e alla fine quasi convincendosi che no, le cose non stanno come le vediamo noi, forse hanno ragione gli altri.
Ciò, naturalmente vale anche per certi uomini, il mio discorso non vuole assolutamente sembrare sessista. Ma l’esperienza mi porta a considerare il fatto che per i maschi le cose sono davvero più semplici. Se poi hanno a che fare con donne determinate, quelle che non lasciano passare nulla, non perdonano, meditano vendetta e magari la mettono in pratica, allora i signori uomini depongono le armi e si arrendono in nome del “quieto vivere”. Quindi l’assertività al femminile è ciò che ci vuole non per dominare ma per arrivare ad un rapporto alla pari. E sto parlando di ogni ambito, da quello familiare a quello lavorativo, passando attraverso le reti di conoscenze e i legami di amicizia.

Perché è così difficile dire “no!”? Perché è così difficile dire “Signori miei, a me ‘sta cosa non va proprio giù!”?

Da bambina e da adolescente ero molto determinata. Ottenevo quasi sempre ciò che volevo adottando la furbizia: sapevo ciò che dovevo dire e come era conveniente mi comportassi per averla vinta. In altre parole: ammansivo.

Certo, non in tutte le situazioni la strategia funzionava. Diciamo che in famiglia e con gli amici sapevo fino a che punto potevo spingermi, mentre nelle situazioni che non potevo gestire la cosiddetta assertività andava a farsi benedire.

Faccio un esempio.

Da bambina ho studiato danza classica. Chi ne ha esperienza sa che la danza è “maestra di vita”, insegna il rigore e la disciplina, insegna a non accettare i propri limiti e difetti ma a cercare di superarli e di migliorarsi. Tutto ciò con grande fatica e a volte con una buona dose di umiliazioni.
Un giorno feci un bel ruzzolone giù dalle scale e il mio osso sacro ne risentì parecchio. Quel pomeriggio dovevo andare a lezione e, vive o morte, noi ballerine in erba dovevamo presentarci altrimenti la maestra, detta Crudelia Demon (non so se è chiaro il motivo del soprannome), sbraitava, naturalmente alla lezione successiva.
Mi presentai al suo cospetto dolorante e, come da prassi, feci un inchino. Spiegai, quindi, l’inconveniente e il motivo per cui quel pomeriggio non avrei potuto eseguire tutti gli esercizi. La risposta glaciale fu: «La prossima volta vedi di romperti la testa». Incassai il colpo e mi ritirai fra le lacrime, dopo aver fatto un alto inchino, pronta a eseguire, senza fiatare, i vari jeté e piqué cercando di mantenere il sorriso sulle labbra, come si conviene a una brava ballerina.
Cosa avrei dovuto fare? Forse replicare alla maestra “Brutta strega, vedi di rompertela tu quella testa vuota!”. Ma avevo avuto una buona educazione.

Crescendo ho imparato l’arte del compromesso. Tuttavia, ci sono state occasioni in cui, non potendo dire “no!”, mi sono dovuta adattare.

Altro esempio.


Insegnavo da una decina d’anni. Avendo due figli piccoli e la cattedra in montagna, per due anni consecutivi ero riuscita a ottenere l’assegnazione in una scuola cittadina. Quando con notevole ritardo (per motivi burocratici, non per causa mia) rispetto all’inizio dell’anno scolastico mi presentai alla dirigente, convinta di aver diritto alla continuità sulla cattedra dell’anno precedente, chiesi quali classi mi avrebbe assegnato, lei secca rispose: “Le darò gli avanzi”. Incassai il colpo e da quell’anno soffro di colon irritabile.
Non so se avrei ottenuto nulla ma in quella circostanza avrei dovuto rispondere: “Brutta strega, certi avanzi li farei volentieri mangiare a lei!”. Sempre a proposito della sindrome del colon irritabile…

Anche da adulta, quindi, in nome del famoso “quieto vivere” ho dovuto incassare i colpi senza protestare. In famiglia le dinamiche sono più gestibili ma quando si esce dalle pareti domestiche è molto più difficile dire “no!”.
Arrivata alla mia età ho capito che assertivi non si nasce, si diventa. E ci vuole molta pazienza nonché un buon allenamento. Magari all’inizio si pensa a quale avrebbe potuto essere il modo migliore per esprimere apertamente le idee, con educazione e rispetto, cercando di essere ascoltati. Diciamo che dopo aver messo in pratica “virtualmente” varie strategie, arriva il momento di passare dalla teoria alla pratica.

Da qualche tempo (un paio d’anni, per la precisione) ho iniziato a dire la mia anche sul lavoro. Non sempre sono stata ascoltata, intendiamoci, in democrazia la maggioranza vince, lo sappiamo, ma mi sembra almeno di aver smosso le acque. Cero, qualche muro si è alzato, qualche collega non mi saluta più, altri lo fanno a denti stretti e solo per educazione. Tuttavia, una piccola vittoria l’ho messa in tasca: ho detto “No! A me ‘sta cosa non va bene, farò come volete ma sappiate che non sono d’accordo.”. Una bella soddisfazione per una che ha spesso detto “sì” pensando “no”.

Ma il capolavoro dell’assertività l’ho messo in pratica quest’estate, in due diverse occasioni (che chiamerò “intoppi”) in qualche modo legate fra loro.

Primo intoppo.

Il 7 agosto mi scadeva la Carta d’Identità e avevo urgenza di rinnovarla perché con mio marito avevamo deciso di fare una breve vacanza in Croazia. Mi muovo verso fine giugno, vado sul sito del Comune per cercare gli orari degli sportelli e scopro che il rinnovo del documento si fa solo su prenotazione on line. Ok, clicco sul link e, amara sorpresa, scopro che il primo giorno libero è il 29 settembre. Mando mio marito all’Ufficio Anagrafe, lui spiega il problema e un usciere replica: “Si faccia il passaporto”.
Senza parole.
Non demordo. Scrivo al sindaco e, non ottenendo risposta, mi reco nel suo ufficio. Non c’è, è in ferie fino al 31 agosto. Chiedo di parlare con il vicesindaco, lo attendo (non mi sarei mossa da là nemmeno se fosse arrivato a mezzanotte!) e lui, gentilissimo, comprende il problema e mi mette in contatto con l’assessore ai Servizi Demografici con cui parlo al telefono. L’assessore, gentilissimo, mi spiega che per le urgenze c’è una prassi ma è meglio rivolgersi alla dirigente dei Servizi Demografici la quale mi informa che posso ottenere la Carta d’Identità solo presentando una prenotazione (albergo, treno o aereo) con destinazione una località oltreconfine.
Nel frattempo avevo contattato la struttura in cui avevamo soggiornato lo scorso anno e, fortunatamente, nel primo pomeriggio del giorno in cui avevo parlato con la dirigente dell’Anagrafe mi risponde una gentilissima ragazza che sa bene l’italiano e mi manda un preventivo. Con il documento in mano mi presento allo sportello e in 10 minuti ottengo l’agognato documento. Senza l’urgenza avrei dovuto attendere il 9 ottobre perché nel frattempo altri avevano prenotato.

Secondo intoppo.

Come ho detto, mio marito ed io abbiamo deciso di ritornare nello stesso albergo dello scorso anno perché ci eravamo trovati bene, la camera era ampia e dotata di ogni comfort. Non avevamo, però, fatto i conti con il fatto che quell’hotel fa parte di un grande gruppo assieme ad altre 6 strutture. Io ero, comunque, tranquilla perché nelle numerose e-mail scambiate con l’addetta alle prenotazioni mi ero più volte sincerata che la camera (nel frattempo ne aveva trovata un’altra con balcone, su mia richiesta) si trovasse nello stesso hotel dello scorso anno.
Arriviamo a destinazione e, con grande sorpresa, veniamo deviati verso una specie di dependance, limitrofa rispetto al “nostro” albergo, e accompagnati in una camera molto più piccola, trascurata (anche sporca!), con un bagno fatiscente e senza alcuna possibilità di trovare collocazione per le valigie vuote. Praticamente eravamo accampati.
Rinuncio a comunicare con la reception perché nessuno parla italiano e io quando sono agitata non riesco a esprimermi agevolmente in inglese. Non trovo proprio le parole… nel frattempo le avevo perse anche in italiano.
Afflitta da una cervicalgia che non mi dà tregua, passo una notte insonne durante la quale scrivo una e-mail alla ragazza che mi aveva contattata per la prenotazione e do un aut aut: o mi trovano un’altra sistemazione dignitosa oppure partiamo l’indomani stesso pagando solo la notte trascorsa.
Al mattino, quando scendiamo per la colazione, alla reception sanno già tutto. Si profondono in mille scuse, ci chiedono di attendere (offrono pure un caffè, noi decliniamo anche perché avremmo più bisogno di una camomilla, almeno io…) perché gli hotel del gruppo sono pieni ma garantiscono che qualcosa si trova. Dopo nemmeno 5 minuti veniamo accompagnati in un hotel vicino, molto più lussuoso, e ci viene mostrata una suite dotata di tutti i comfort: salotto con megaschermo tv, divano, tavolo da gioco con poltroncine, tavolino da lettura con poltrone giganti, camera con letto kingsize, tanto grande che io e mio marito ci perdevamo di vista, due armadi a muro, un bagno con vasca più grande di quello di casa mia, due balconcini (uno era il trionfo dei glicini e l’oasi delle api ma vabbè…) arredati con tavoli e sedie in ferro battuto.
Rimango senza parole, l’unica cosa frase che mi esce dalla bocca è “The same prize?”, “Of course!” è la risposta. E non basta: veniamo informati che il direttore, per scusarsi, è lieto di offrirci un pranzo, quando vogliamo e senza limiti di portate. Avrei preferito un massaggio gratis (uno degli hotel aveva la spa) ma vabbè…


Ripensando ai due intoppi, ho adesso molto chiaro il motivo per cui mi sono comportata così nella seconda situazione.
Avevo fatto tanto per ottenere la Carta d’Identità valida per l’espatrio, avevo contattato personalmente l’hotel dell’anno scorso, senza passare attraverso le piattaforme di prenotazione on line, convinta di poter ottenere un “trattamento di favore” in quanto cliente (in effetti nel preventivo era già stato calcolato uno sconto), non meritavo proprio di essere trattata così. Se lo scorso anno fossimo capitati in quella camera (intendo la prima, ovviamente), probabilmente non avremmo protestato ma in quell’hotel non ci avrebbero più rivisti.

Da non trascurare il fatto che avevo “carburato” un bel po’ nell’affrontare il primo intoppo. Non dico che per cambiare ci vuole poco, sarei falsa. Ci vuole tantissimo impegno, convinzione e un bel po’ di “carburante” che metta in moto l’assertività. E non è detto che funzioni sempre: anche l’automobile non va avanti in eterno senza benzina. Ogni tanto il pieno lo si deve pur fare.

[immagine animata ballerina da questo sito; immagine Cameron Diaz-prof da questo sito; immagine documenti da questo sito; immagine Hotel da questo sito; le immagini con scritte sono state realizzate con quozio.com]

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4 marzo 2014

RICORDI DI CARNEVALE E VESTITI RICICLATI

Posted in affari miei, bambini tagged , , , , , , , , a 10:39 am di marisamoles

marisa carnevale
Quella che vedete nella foto in alto sono io all’età di 11 anni e mezzo (sì lo so, sembro più grande, a vedermi ora in quella foto mi rendo conto che avrei potuto raggiungere 1 metro e 80 e invece mi sono fermata sotto il metro e 70, accidenti!).

Il Carnevale non è mai stata la mia festa preferita ma mi piaceva il travestimento. Alcuni abiti me li confezionava mia mamma. Potevo avere nove anni e avevo fatto una richiesta alquanto strana: mi piacerebbe vestirmi da Mimì de La Bohème. Ero piccola ma nella mia famiglia la lirica era il pane quasi quotidiano e i miei mi portavano a teatro a vedere le opere, anche se all’inizio non ne ero particolarmente entusiasta. Evidentemente mi era piaciuta la messa in scena dell’opera di Puccini e non tenevo in nessun conto lo sfortunato epilogo della vicenda.

Insomma, l’abito alla fine fu confezionato ed era davvero stupendo, in velluto blu con manicotto e cuffia bordati di finto pelo bianco.
Non sempre, però, era necessario il contributo di mia mamma. Studiando danza avevo la disponibilità anche dei costumi indossati nei balletti del saggio. Quell’anno riciclai l’abito da ungherese (me ne sono ricordata perché ho letto il post di melodiestonate in cui parla appunto del travestimento da ungherese) e fu un successo perché, essendo a tutti gli effetti un costume teatrale, era particolarmente bello.

carnevale pierrot

Quando avevo ventidue anni riciclai anche uno dei tutù, bianco con la “gonna” lunga (in gergo si dice “romantico”). Mia mamma ne fece uscire uno splendido costume da Pierrette e ad una festa, assieme al fidanzato vestito da Pierrot (eccoci lassù, sorridenti ma non troppo, come richiedeva il travestimento), rischiai di vincere il primo premio per la maschera più bella. Alla fine, dal momento che la festa si teneva in un locale gestito da una cugina, fummo esclusi per, come si dice ora, conflitto d’interessi. Ci rimasi molto male.

Ecco, questi sono alcuni dei miei ricordi di Carnevale. Quando sono diventata madre ho iniziato a odiarlo perché, non sapendo cucire, i miei figli mi facevano spendere un sacco di soldi per i costumi, anche se poi li riciclavo passando quelli del primo al secondo. Non sempre però il secondo ne era entusiasta … in più, odiavo particolarmente andare in giro con i bimbi mascherati perché inevitabilmente faceva freddo o c’era vento oppure pioveva e in centro c’era sempre un gran casino e gente che buttava coriandoli e stelle filanti. Però quello che più mi faceva incavolare erano gli spray che certi deficienti spruzzavano addosso o le uova che lanciavano.

Insomma, se è vero che a Carnevale ogni scherzo vale, è anche vero che certe cose idiote possono rovinare la giornata.
Ora che i miei figli sono grandi me ne sto chiusa in casa fino alle Ceneri. E viva il Carnevale … ma per gli altri.

10 settembre 2012

IL PRIMO GIORNO DI SCUOLA: VOI VE LO RICORDATE?

Posted in bambini, famiglia, figli, scuola, Trieste tagged , , , , , , , a 3:40 pm di marisamoles


Ricordo ancora il mio primo giorno di scuola. Intendo il primo giorno in cui ho varcato il cancello della scuola elementare (oggi detta primaria), perché non ho avuto la fortuna di frequentare l’asilo (ovvero la scuola materna, oggi detta “dell’infanzia”).

Ricordo l’atrio dell’edificio, enorme ai miei occhi di bimba seienne. Con quel busto di bronzo raffigurante un uomo a me sconosciuto (e che comunque è rimasto tale per tutti i cinque anni di frequenza), cui era intitolata la scuola. Ferruccio Dardi. Sì, perché allora le scuole avevano un nome, ciascuna il proprio. Ora ci sono gli istituti comprensivi e di norma le scuole vengono identificate con il nome della via o della piazza in cui è ubicata quella da cui dipendono tutte le altre. Se fosse stata in vigore questa consuetudine anche allora, la mia scuola si sarebbe chiamata “di via Giotto“, il che mi sarebbe parso vantaggioso perché almeno di Giotto avevo sentito parlare. Non che conoscessi le sue opere, intendiamoci, ma conoscevo benissimo i “suoi” pastelli.

Ricordo tutti i bambini, femmine a destra e maschi a sinistra (le classi erano rigorosamente formate in base al sesso, i maestri avevano solo maschi, le maestre solo femmine), ciascuno accompagnato dalla mamma. I papà a quei tempi tenevano altro cheffà. Davanti al busto del Dardi più conosciuto (il meno conosciuto era il mio pediatra che, però, non aveva intitolata alcuna scuola e poi a me stava sinceramente antipatico, non che quel busto bronzeo mi stesse più simpatico, intendiamoci), in piedi, con atteggiamento militaresco, stava il direttore, che allora si chiamava così, non dirigente scolastico come ora. Eppure aveva il potere di zittire tutti. Oggi, invece, i dirigenti scolastici non hanno il potere di zittire gli allievi, figuriamoci i genitori. Zittiscono, però, molto bene i docenti. Da ciò si intuiscono i rapporti di forza nella scuola italiana moderna.

Non ricordo il discorso del direttore. Ero troppo intenta a guardare le altre mamme. La mia era indubbiamente bellissima ma a me sembrava decisamente troppo vecchia. Aveva allora 35 anni, 36 da compiere a dicembre, ma le altre erano tutte più giovani, la maggior parte non arrivava a 30 anni. Altri tempi, decisamente.

Non ricordo nemmeno il passaggio dall’atrio enorme all’aula. Ho un vuoto di memoria. Immagino fossi sotto scorta della maestra, so solo che in quell’aula alle mamme non fu permessa l’entrata. Io non me ne curai, nel senso che non vedevo l’ora di iniziare la scuola ed ero sicura che non avrei minimamente sentito la mancanza della mamma. Volevo essere indipendente. Purtroppo compresi ben presto che continuavo a dipendere da qualcuno: la maestra era severa, dettava legge e soprattutto disegnava circonferenze minacciose con la sua bacchetta mentre ci spiegava per bene tutti i doveri che frequentare la scuola elementare comportava. Di diritti nemmeno se ne parlava, ovviamente. Nemmeno quello di fare la pipì quando scappava perché bisognava attendere la bidella (ora collaboratrice scolastica) in quanto da sole al bagno non ci potevamo andare. Erano i tempi in cui tutti conoscevano la barzelletta di Pierino che, avuto il divieto di andare ai servizi e interrogato dalla maestra su dove si trovasse il lago di Garda, rispose: “Sotto il mio banco, signora maestra”. Chi almeno una volta aveva avuto il divieto di andare a fare la pipì quando c’era la necessità impellente non rideva mai.

Signora maestra, certo. La mia era nubile quindi dovevamo rivolgerci a lei con “signorina maestra”, ché l’età non contava, contava il fatto che non avesse conosciuto uomo. E le davamo del lei, non come i bambini di oggi che si prendono delle confidenze con gli adulti a partire dal primo giorno di scuola materna.

Ricordo anche un enorme albero di cachi che si ergeva quasi fino al terzo piano dell’edificio. Quando nel passaggio dal pianerottolo fra il secondo e il terzo la sua chioma iniziava a scomparire, togliendoci alla vista i suoi meravigliosi frutti arancione, significava che eravamo arrivati quasi all’aula, per iniziare la nostra giornata di lezione. Non so perché ma non sopporto i cachi, eppure la scuola mi è sempre piaciuta.

Ricordo anche il grembiulino (certo, allora era obbligatorio mentre ora sembra quasi dittatoriale la proposta di farlo indossare ai bambini, roba da fascisti, insomma), bianco con il fiocco a quadretti bianchi e blu. Ogni sezione aveva il suo fiocchetto, così ci distinguevamo tutti/e e se qualcuno combinava qualche guaio, si sapeva subito almeno a quale sezione apparteneva. Roba che i Ris ci facevano un baffo.

E voi, come ve lo ricordate il primo giorno di scuola? Avete voglia di raccontarmelo?

[nell’immagine: un angolo del cortile della mia vecchia scuola da questo sito]

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