1 settembre 2018

POSSO ANCHE DIRE «NO!»

Posted in affari miei, donne, famiglia, lavoro, libri, psicologia, scuola, Uomini e donne, vacanze tagged , , , , , , , , , , , , a 12:11 pm di marisamoles

Non so se qualcuno di voi ha letto il libro Puoi anche dire «no!». L’assertività al femminile, scritto da Beatrice Bauer, Gabriella Bagnato e Mariarosa Ventura (Dalai editore, 2012). Ad ogni modo, tratta l’assertività al femminile, ovvero quella capacità di esprimere le proprie idee in modo aperto, onesto e diretto, imparando a farlo cercando di essere ascoltati pur nel rispetto del vostro interlocutore. Ovviamente ciò vale anche per gli uomini ma le donne, si sa, cercano sempre dei compromessi, gli strumenti e i modi per non ferire gli altri facendo anche cose che non condividono (il classico detto “far buon viso a cattivo gioco”) oppure tentando di far valere le proprie ragioni senza troppa sicurezza e alla fine quasi convincendosi che no, le cose non stanno come le vediamo noi, forse hanno ragione gli altri.
Ciò, naturalmente vale anche per certi uomini, il mio discorso non vuole assolutamente sembrare sessista. Ma l’esperienza mi porta a considerare il fatto che per i maschi le cose sono davvero più semplici. Se poi hanno a che fare con donne determinate, quelle che non lasciano passare nulla, non perdonano, meditano vendetta e magari la mettono in pratica, allora i signori uomini depongono le armi e si arrendono in nome del “quieto vivere”. Quindi l’assertività al femminile è ciò che ci vuole non per dominare ma per arrivare ad un rapporto alla pari. E sto parlando di ogni ambito, da quello familiare a quello lavorativo, passando attraverso le reti di conoscenze e i legami di amicizia.

Perché è così difficile dire “no!”? Perché è così difficile dire “Signori miei, a me ‘sta cosa non va proprio giù!”?

Da bambina e da adolescente ero molto determinata. Ottenevo quasi sempre ciò che volevo adottando la furbizia: sapevo ciò che dovevo dire e come era conveniente mi comportassi per averla vinta. In altre parole: ammansivo.

Certo, non in tutte le situazioni la strategia funzionava. Diciamo che in famiglia e con gli amici sapevo fino a che punto potevo spingermi, mentre nelle situazioni che non potevo gestire la cosiddetta assertività andava a farsi benedire.

Faccio un esempio.

Da bambina ho studiato danza classica. Chi ne ha esperienza sa che la danza è “maestra di vita”, insegna il rigore e la disciplina, insegna a non accettare i propri limiti e difetti ma a cercare di superarli e di migliorarsi. Tutto ciò con grande fatica e a volte con una buona dose di umiliazioni.
Un giorno feci un bel ruzzolone giù dalle scale e il mio osso sacro ne risentì parecchio. Quel pomeriggio dovevo andare a lezione e, vive o morte, noi ballerine in erba dovevamo presentarci altrimenti la maestra, detta Crudelia Demon (non so se è chiaro il motivo del soprannome), sbraitava, naturalmente alla lezione successiva.
Mi presentai al suo cospetto dolorante e, come da prassi, feci un inchino. Spiegai, quindi, l’inconveniente e il motivo per cui quel pomeriggio non avrei potuto eseguire tutti gli esercizi. La risposta glaciale fu: «La prossima volta vedi di romperti la testa». Incassai il colpo e mi ritirai fra le lacrime, dopo aver fatto un alto inchino, pronta a eseguire, senza fiatare, i vari jeté e piqué cercando di mantenere il sorriso sulle labbra, come si conviene a una brava ballerina.
Cosa avrei dovuto fare? Forse replicare alla maestra “Brutta strega, vedi di rompertela tu quella testa vuota!”. Ma avevo avuto una buona educazione.

Crescendo ho imparato l’arte del compromesso. Tuttavia, ci sono state occasioni in cui, non potendo dire “no!”, mi sono dovuta adattare.

Altro esempio.


Insegnavo da una decina d’anni. Avendo due figli piccoli e la cattedra in montagna, per due anni consecutivi ero riuscita a ottenere l’assegnazione in una scuola cittadina. Quando con notevole ritardo (per motivi burocratici, non per causa mia) rispetto all’inizio dell’anno scolastico mi presentai alla dirigente, convinta di aver diritto alla continuità sulla cattedra dell’anno precedente, chiesi quali classi mi avrebbe assegnato, lei secca rispose: “Le darò gli avanzi”. Incassai il colpo e da quell’anno soffro di colon irritabile.
Non so se avrei ottenuto nulla ma in quella circostanza avrei dovuto rispondere: “Brutta strega, certi avanzi li farei volentieri mangiare a lei!”. Sempre a proposito della sindrome del colon irritabile…

Anche da adulta, quindi, in nome del famoso “quieto vivere” ho dovuto incassare i colpi senza protestare. In famiglia le dinamiche sono più gestibili ma quando si esce dalle pareti domestiche è molto più difficile dire “no!”.
Arrivata alla mia età ho capito che assertivi non si nasce, si diventa. E ci vuole molta pazienza nonché un buon allenamento. Magari all’inizio si pensa a quale avrebbe potuto essere il modo migliore per esprimere apertamente le idee, con educazione e rispetto, cercando di essere ascoltati. Diciamo che dopo aver messo in pratica “virtualmente” varie strategie, arriva il momento di passare dalla teoria alla pratica.

Da qualche tempo (un paio d’anni, per la precisione) ho iniziato a dire la mia anche sul lavoro. Non sempre sono stata ascoltata, intendiamoci, in democrazia la maggioranza vince, lo sappiamo, ma mi sembra almeno di aver smosso le acque. Cero, qualche muro si è alzato, qualche collega non mi saluta più, altri lo fanno a denti stretti e solo per educazione. Tuttavia, una piccola vittoria l’ho messa in tasca: ho detto “No! A me ‘sta cosa non va bene, farò come volete ma sappiate che non sono d’accordo.”. Una bella soddisfazione per una che ha spesso detto “sì” pensando “no”.

Ma il capolavoro dell’assertività l’ho messo in pratica quest’estate, in due diverse occasioni (che chiamerò “intoppi”) in qualche modo legate fra loro.

Primo intoppo.

Il 7 agosto mi scadeva la Carta d’Identità e avevo urgenza di rinnovarla perché con mio marito avevamo deciso di fare una breve vacanza in Croazia. Mi muovo verso fine giugno, vado sul sito del Comune per cercare gli orari degli sportelli e scopro che il rinnovo del documento si fa solo su prenotazione on line. Ok, clicco sul link e, amara sorpresa, scopro che il primo giorno libero è il 29 settembre. Mando mio marito all’Ufficio Anagrafe, lui spiega il problema e un usciere replica: “Si faccia il passaporto”.
Senza parole.
Non demordo. Scrivo al sindaco e, non ottenendo risposta, mi reco nel suo ufficio. Non c’è, è in ferie fino al 31 agosto. Chiedo di parlare con il vicesindaco, lo attendo (non mi sarei mossa da là nemmeno se fosse arrivato a mezzanotte!) e lui, gentilissimo, comprende il problema e mi mette in contatto con l’assessore ai Servizi Demografici con cui parlo al telefono. L’assessore, gentilissimo, mi spiega che per le urgenze c’è una prassi ma è meglio rivolgersi alla dirigente dei Servizi Demografici la quale mi informa che posso ottenere la Carta d’Identità solo presentando una prenotazione (albergo, treno o aereo) con destinazione una località oltreconfine.
Nel frattempo avevo contattato la struttura in cui avevamo soggiornato lo scorso anno e, fortunatamente, nel primo pomeriggio del giorno in cui avevo parlato con la dirigente dell’Anagrafe mi risponde una gentilissima ragazza che sa bene l’italiano e mi manda un preventivo. Con il documento in mano mi presento allo sportello e in 10 minuti ottengo l’agognato documento. Senza l’urgenza avrei dovuto attendere il 9 ottobre perché nel frattempo altri avevano prenotato.

Secondo intoppo.

Come ho detto, mio marito ed io abbiamo deciso di ritornare nello stesso albergo dello scorso anno perché ci eravamo trovati bene, la camera era ampia e dotata di ogni comfort. Non avevamo, però, fatto i conti con il fatto che quell’hotel fa parte di un grande gruppo assieme ad altre 6 strutture. Io ero, comunque, tranquilla perché nelle numerose e-mail scambiate con l’addetta alle prenotazioni mi ero più volte sincerata che la camera (nel frattempo ne aveva trovata un’altra con balcone, su mia richiesta) si trovasse nello stesso hotel dello scorso anno.
Arriviamo a destinazione e, con grande sorpresa, veniamo deviati verso una specie di dependance, limitrofa rispetto al “nostro” albergo, e accompagnati in una camera molto più piccola, trascurata (anche sporca!), con un bagno fatiscente e senza alcuna possibilità di trovare collocazione per le valigie vuote. Praticamente eravamo accampati.
Rinuncio a comunicare con la reception perché nessuno parla italiano e io quando sono agitata non riesco a esprimermi agevolmente in inglese. Non trovo proprio le parole… nel frattempo le avevo perse anche in italiano.
Afflitta da una cervicalgia che non mi dà tregua, passo una notte insonne durante la quale scrivo una e-mail alla ragazza che mi aveva contattata per la prenotazione e do un aut aut: o mi trovano un’altra sistemazione dignitosa oppure partiamo l’indomani stesso pagando solo la notte trascorsa.
Al mattino, quando scendiamo per la colazione, alla reception sanno già tutto. Si profondono in mille scuse, ci chiedono di attendere (offrono pure un caffè, noi decliniamo anche perché avremmo più bisogno di una camomilla, almeno io…) perché gli hotel del gruppo sono pieni ma garantiscono che qualcosa si trova. Dopo nemmeno 5 minuti veniamo accompagnati in un hotel vicino, molto più lussuoso, e ci viene mostrata una suite dotata di tutti i comfort: salotto con megaschermo tv, divano, tavolo da gioco con poltroncine, tavolino da lettura con poltrone giganti, camera con letto kingsize, tanto grande che io e mio marito ci perdevamo di vista, due armadi a muro, un bagno con vasca più grande di quello di casa mia, due balconcini (uno era il trionfo dei glicini e l’oasi delle api ma vabbè…) arredati con tavoli e sedie in ferro battuto.
Rimango senza parole, l’unica cosa frase che mi esce dalla bocca è “The same prize?”, “Of course!” è la risposta. E non basta: veniamo informati che il direttore, per scusarsi, è lieto di offrirci un pranzo, quando vogliamo e senza limiti di portate. Avrei preferito un massaggio gratis (uno degli hotel aveva la spa) ma vabbè…


Ripensando ai due intoppi, ho adesso molto chiaro il motivo per cui mi sono comportata così nella seconda situazione.
Avevo fatto tanto per ottenere la Carta d’Identità valida per l’espatrio, avevo contattato personalmente l’hotel dell’anno scorso, senza passare attraverso le piattaforme di prenotazione on line, convinta di poter ottenere un “trattamento di favore” in quanto cliente (in effetti nel preventivo era già stato calcolato uno sconto), non meritavo proprio di essere trattata così. Se lo scorso anno fossimo capitati in quella camera (intendo la prima, ovviamente), probabilmente non avremmo protestato ma in quell’hotel non ci avrebbero più rivisti.

Da non trascurare il fatto che avevo “carburato” un bel po’ nell’affrontare il primo intoppo. Non dico che per cambiare ci vuole poco, sarei falsa. Ci vuole tantissimo impegno, convinzione e un bel po’ di “carburante” che metta in moto l’assertività. E non è detto che funzioni sempre: anche l’automobile non va avanti in eterno senza benzina. Ogni tanto il pieno lo si deve pur fare.

[immagine animata ballerina da questo sito; immagine Cameron Diaz-prof da questo sito; immagine documenti da questo sito; immagine Hotel da questo sito; le immagini con scritte sono state realizzate con quozio.com]

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31 marzo 2018

RAPA NUI: L’ISOLA DOVE È SEMPRE… PASQUA

Posted in auguri, Buona Pasqua, Pasqua, storia, vacanze tagged , , , , , , , , , , , , a 1:40 pm di marisamoles


Fin da piccola ero affascinata da quest’isola che probabilmente sarebbe rimasta ignota ai più se non fosse per quelle statue di pietra vulcanica che sembrano sorvegliare l’entroterra dal litorale, perlopiù dando le spalle all’oceano: i Moai. Solo sette hanno lo sguardo rivolto all’orizzonte blu dell’oceano Pacifico.

Alte tra i cinque e i dieci metri, abitano l’isola a decine. Una popolazione silenziosa e imperitura che forse ha il compito – o l’aveva quando questi particolari busti monolitici furono eretti – di contenere l’anima dei defunti che continuano a proteggere gli abitanti dei villaggi situati in riva all’oceano Pacifico. Le sette statue “controcorrente” probabilmente racchiudono gli spiriti dei guerrieri che Hotu_Matu’a, primo colonizzatore e ariki mau (“capo supremo” o “re”) dell’Isola di Pasqua nonché antenato dei Rapa Nui, aveva inviato a perlustrare il territorio.

I polinesiani giunsero la prima volta a Rapa Nui, che significa Grande Isola, tra il 300 e l’800. Sbarcarono sulla spiaggia di Anakena colonizzando l’isola e dividendosi in clan a seconda del figlio da cui discendevano. Per oltre 1000 anni vissero isolati sull’isola posta all’estremità sudorientale del triangolo polinesiano.
Leggende a parte, secondo alcuni studiosi in realtà l’isola non fu abitata prima del 1000-1200 e si presentava come un’immensa distesa verde, costituita perlopiù da foreste di palme. Il primo ad avvistarla fu presumibilmente il pirata Edward Davis, nel 1687. Non vi attraccò poiché non comprese che si trattasse di un’isola sperduta nel Pacifico ma ritenne di aver individuato la parte più meridionale del continente.

Quel che è certo è che questa terra fu battezzata con il nome “isola di Pasqua” nel XVIII secolo: infatti, l’olandese Jakob Roggeveen vi sbarcò la domenica di Pasqua del 1722. Dopo una lunga contesa tra olandesi e spagnoli per il predominio del Pacifico meridionale, Rapa Nui passò sotto la corona di Spagna. L’allora governatore spagnolo del Cile e viceré del Perù, Manuel de Amat y Junient ordinò a Don Felipe Gonzales de Haedo di annettere l’Isola di Pasqua ai territori spagnoli. Gonzales raggiunse l’isola nel novembre del 1770, la denominò San Carlos, cambiandone il nome, e fece erigere in segno della conquista varie croci su tutta l’isola. Negli anni a seguire però la corona spagnola, non trovando in quest’isola sperduta alcunché di interessante e proficuo, non inviò più altre spedizioni perdendo di fatto la sovranità su di essa.

La maggior parte delle informazioni su questo territorio le dobbiamo agli inglesi. James Cook sbarcò sull’Isola di Pasqua il 14 marzo 1774, vi rimase due giorni e si rese conto che quel breve periodo non sarebbe stato sufficiente per carpire tutti i segreti dell’isola. Tuttavia, la ritenne di scarso interesse e ripartì, annotando sul suo diario di bordo che solo poche isole in tutto il Pacifico erano più inospitali di questa.

Al seguito del capitano Cook, però, c’erano due naturalisti, Johann Reinhold Forster e suo figlio Reinhold. A loro si deve la maggior parte delle conoscenze che abbiamo sull’isola. Grazie al loro contributo fu elaborata una prima carta geografica che riportava i siti archeologici maggiori. Inoltre, in soli due giorni furono fatti più schizzi di Moai di quanti non ne siano stati fatti nei seguenti cinquant’anni, permettendo al pubblico europeo di ammirare per la prima volta nella storia tali opere in mostre appositamente predisposte in tutta Europa.

Oggi si sa che i Moai furono scolpiti nel cratere del vulcano più grande dei tre presenti sull’isola. Il trasporto dovette essere molto impegnativo e ingegnoso e di ciò si occuparono in tempi recenti Terry Hunt e Carl Lipo. Nel 2012 i due archeologi facevano parte di una spedizione organizzata dal National Geographic che ebbe il compito di svelare i misteri di queste statue presenti sull’Isola di Pasqua. Se ne contano circa un migliaio e, sebbene gli abitanti sostengano che i Moai camminassero spinti dagli spiriti dei defunti per raggiungere ognuno la propria destinazione, Hunt e Lipo scoprirono che i monoliti erano stati spostati grazie al lavoro di almeno 18 uomini per statua, con l’aiuto di corde. Probabilmente il trasporto avvenne per mezzo di grossi tronchi e forse per questo, quando Jakob Roggeveen vi sbarcò la domenica di Pasqua del 1722, l’isola si presentò ai suoi occhi quasi interamente disboscata.

Ora è meta di numerosi turisti che possono ammirare i Moai. Uno di essi li attende alle spalle dell’aeroporto e, con lo sguardo severo, sembra indicare la strada per un’avventura straordinaria attraverso altri misteri da risolvere.

[FONTI: wiki/Isola_di_Pasqua; storie.it; wiki/Hotu_Matu’a. Immagine sotto il titolo da questo sito; immagine aeroporto da questo sito; immagine geografica da questo sito]

P.S. Lo so, non è proprio un post pasquale ma mi piaceva proporre qualcosa di diverso con queste curiosità.

AUGURO A TUTTI 

IMMAGINE DA QUESTO SITO

16 settembre 2016

LA BUONA NOTIZIA DEL VENERDÌ: E’ IN ARRIVO UN TRENO CARICO DI… LIBRI

Posted in La buona notizia del venerdì, libri, viaggi tagged , , , , , , a 6:57 pm di marisamoles

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Questa notizia – non nuova ma certo meritevole di attenzione perché è pur sempre una #buonanotizia – mi ha fatto tornare in mente un vecchio gioco che si faceva da bambini ai miei tempi: “E’ in arrivo un bastimento carico di…”. A turno, i piccoli indicavano la lettera iniziale delle parole che gli altri dovevano trovare.

Se sostituiamo la parola “bastimento” con “treno”, ecco la notizia di oggi.

La NS, la compagnia ferroviaria olandese, ha deciso di aggiungere ai soliti vagoni dei treni uno adibito a biblioteca. Degli scaffali contenenti centinaia di libri sono stati collocati al posto delle cappelliere, a disposizione dei viaggiatori che sono invitati a lasciare un proprio libro in eredità alla biblioteca del treno, così da aumentare il catalogo e soddisfare il maggior numero possibile di viaggiatori.

Una specie di “Prendi un libro, porta un libro”, iniziativa ormai molto diffusa per promuovere la lettura e, diciamolo, per evitare che i libri invadano le nostre case! Un nuovo tipo di prestito che non ha bisogno di tante formalità (tessera di iscrizione alla biblioteca, prenotazione dei volumi, cedole di prestito, tempi di restituzione…) che spesso scoraggia le persona dal rivolgersi alle biblioteche pubbliche per prendere in prestito i libri.

La biblioteca mobile viene allestita nella parte superiore di alcuni treni Intercity che viaggiamo in tutta l’Olanda, con alcuni vani appositamente progettati per godersi la lettura di un buon libro durante un viaggio in treno.

“Con il vagone biblioteca”, hanno spiegato le ferrovie olandesi “vogliamo offrire la migliore esperienza di viaggio mettendo in pratica le nostre convinzioni: il treno è il posto migliore dove leggere”.

Oltre ai libri, l’intero vagone è allestito come una vera e propria biblioteca mobile: tappeti sul pavimento, lampade da lettura, tavolini dove appoggiare i volumi presi in prestito. Ogni tavolino è già fornito di un libro consigliato del personale ferroviario, ma naturalmente i viaggiatori possono scegliere un’altra lettura per spezzare la monotonia del viaggio.

Un’iniziativa lodevole, a mio parere, che potrebbe essere imitata ovunque, anche confidando nella disponibilità di chi vuole “disfarsi” dei libri per fare spazio nella libreria di casa. Mi chiedo, tuttavia, quale potrebbe essere la sorte di un vagone biblioteca sui treni delle Ferrovie italiane.

LE MIE ALTRE BUONE NOTIZIE

ALTRE BUONE NOTIZIE: L’uomo che cura con la musica di laurin42

Katie Jones festeggia i suoi 34 anni con 34 buone azioni di laurin42

Le scuole milanesi dicono addio alla plastica di Silvia Morosi per BuoneNotizie, Corriere.it

[notizia e immagine da questo sito]

24 luglio 2013

POSTI STRANI NEL MONDO: LE CASCATE CAMERON AD ALBERTA (CANADA)

Posted in vacanze, viaggi tagged , , , , a 4:00 pm di marisamoles

Cameron Falls (Canada)
Una fotografa davvero fortunata, Rochelle Coffey, ha immortalato un fenomeno che pare non sia così frequente: le acque delle Cameron Falls (Alberta, Canada) hanno assunto una colorazione rosso pomodoro, o per meglio dire tomato ketchup.
Il tutto è avvenuto nell’arco di due ore, tanto il tempo atteso da Rochelle e il marito che si trovavano in zona per controllare gli eventuali danni causati da un violento nubifragio.
Eppure per ben sei anni la donna aveva fotografato le cascate e l’acqua era sempre stata cristallina.

Il colore dell’acqua che sgorga dalle rocce pare sia dovuta alla pioggia caduta abbondante in precedenza che ha trascinato con sé un sedimento di colore rosso chiamato Argolite.
Infatti, il Waterton Lakes, dove si trovano le cascate, è un parco nazionale in cui si trovano alcune tra le più antiche rocce sedimentarie presenti nelle Montagne Rocciose canadesi, che risalgono a 1.500 milioni di anni fa.

[LINK della fonte]

19 dicembre 2011

NON VIAGGIATE CON RYANAIR, SE POTETE

Posted in affari miei, viaggi tagged , , , , , , , a 6:23 pm di marisamoles

Come anticipato nel precedente post, vi descrivo la mia disavventura all’aeroporto di London Stansted, al ritorno dal viaggio a Cambridge.

Sono partita dall’aeroporto del Friuli – Venezia Giulia (Ronchi del legionari) domenica 11 dicembre. Essendo un viaggio di studio organizzato dalla scuola in cui insegno, non ho scelto io né l’aeroporto (che, comunque, rimane il più comodo perché vicino a casa) né il vettore.
Ho superato il check-in e il controllo all’imbarco con un bagaglio a mano di circa 6 chili (il massimo consentito è di 10 chili) che avevo già portato in un precedente viaggio a Londra volando con la stessa compagnia, la Ryanair. Per questo non ho avuto esitazioni a portarlo. Al momento del controllo all’imbarco, l’addetta non mi ha nemmeno chiesto di provare ad infilare il borsone nell’apposito “gabbiotto”, mentre ad una mia collega ha fatto un sacco di storie per uno zaino (bello grande, simile a quelli che si portano in montagna per scalare) che, tuttavia, dopo innumerevoli tentativi, ha superato il test.

Al ritorno, domenica 18 dicembre, all’aeroporto di Stansted prima del check-in ho controllato il peso dei bagagli (a pagamento!): 12 chili il trolley da imbarcare (su un massimo di 15) e 6 chili e 400 grammi il borsone. Per sicurezza ho provato ad infilare nel “gabbiotto” il bagaglio a mano e, seppur con una certa difficoltà, dovuta anche al fatto che sul fondo avevo messo la cartellina con il materiale del corso (solo fogli A4, niente di speciale) che all’andata non avevo, e due libri (che all’andata erano posizionati allo stesso modo), è entrato. Ero tranquilla.

Prima dell’imbarco nella zona dei Free shop, per spendere le poche sterline rimaste, ho acquistato una scatola di biscotti Short Bread (peso 175 grammi!). Nella fretta ho infilato nel borsone la scatola e il portafoglio (Ryanair non ti lascia nemmeno portare una borsetta, oltre al bagaglio a mano, per tenere a mano portafoglio e documenti!) forse senza fare attenzione agli “spigoli”; fatto sta che al momento del controllo prima dell’imbarco il borsone non è entrato nel “gabbiotto” al primo tentativo e stavo cercando di sistemarlo alla meglio, spostando a tatto la scatola di biscotti e il portafoglio più un’altra bustina che dovevo tenere a mano in quanto contenente dei farmaci che avrei potuto aver bisogno di assumere durante il volo, quando l’addetta mi ha bloccato e, nonostante le mie proteste, mi ha sottratto il borsone e invitato a spostarmi a lato dove una sua collega stava applicando ad altri sventurati (che forse, però, avevano un bagaglio a mano eccedente il peso, mentre il mio era ben al di sotto del massimo consentito) le targhette del “gate bag”, chiedendo ben 40 sterline (più o meno 48 euro!) per il bagaglio aggiuntivo in stiva. Ad una ragazza che mi seguiva nella “fila degli sventurati” hanno addirittura rotto il cellulare togliendole dalle mani a forza il bagaglio che non aveva superato il test.

Mi sono semplicemente sentita vittima di un’ingiustizia (oltre che di un vero e proprio atto di violenza!), in primo luogo perché avevo scelto di portare con me quel borsone perché già sperimentato come bagaglio a mano, in secondo luogo perché il peso era di ben 3 chili e 600 grammi inferiore al massimo consentito, e in terzo luogo perché non mi è stato possibile spiegare che l’impaccio era dovuto a qualche oggetto che era stato infilato male nel borsone di tela non rigido e che bastava aprire la cerniera a lampo e spostare ciò che impediva l’inserimento del bagaglio nel “gabbiotto”. La mia protesta sul peso notevolmente inferiore al massimo consentito non è stata presa in considerazione così come la mia richiesta di estrarre i libri che, da regolamento, possono essere portati a mano (ad un mio collega era stato, infatti, consentito di togliere i libri e il notebook, per eccesso di peso, nel viaggio precedente e sempre nello stesso aeroporto).

Lascio immaginare come ho fatto il viaggio di ritorno. Già non mi piace volare, figuriamoci nello stato d’animo in cui mi trovavo! Ringrazio lo sconosciuto viaggiatore che mi sedeva a fianco e che si è sorbito per due ore le mie continue lamentele. Infatti, più ci pensavo e più mi incazzavo. La cosa è davvero incredibile e lui, il mio compagno di viaggio, si è trovato in tutto e per tutto d’accordo con me.

Scesa a Ronchi dei legionari ho inutilmente cercato qualche responsabile della Ryanair ed un addetto del locale aeroporto, cui ho spiegato le mie vicissitudini, mi ha detto che la compagnia irlandese applica tariffe basse per poi accanirsi sui viaggiatori che regolarmente vengono spennati al momento dell’imbarco con il supplemento per il bagaglio a mano. Sarebbe una loro precisa tattica commerciale ma a me sembra piuttosto un furto legalizzato. L’ho pure spiegato all’addetta al “Gate bag” a Stansted, anche se, preda della rabbia e della concitazione, ho scambiato la parola “furto” con “ladro”. Tanto mi ha capito perfettamente, così come ha ben compreso una mia poco cortese invettiva, dicendo “I understand Italian”. Le ho risposto: “Mi fa piacere!”.

Alla fine, l’addetto dell’aeroporto di Ronchi mi ha consigliato di non fare nulla e di dire addio per sempre alle mie 40 sterline. Io, però, più ci penso e più mi viene nervoso perché, come ho già detto, non ho avuto in precedenza alcun problema né a Ronchi né a Stansted con lo stesso borsone. E’ mai possibile che debba “pagare” (in tutti i sensi) per una colpa che non ho? E soprattutto, è mai possibile pagare una scatola di biscotti Short bread (che ai miei figli neanche piacciono!) ben 48 euro?

Quindi, faccio un appello: NON VOLATE CON RYANAIR, SE POTETE!

12 dicembre 2011

GREETINGS FROM CAMBRIDGE

Posted in affari miei, viaggi tagged , , , , a 9:12 pm di marisamoles


Eccomi qui. Sta finendo il mio primo giorno a Cambridge. Vorrei scrivere una sorta di diario (dico “vorrei” perche’ non so esattamente quanto tempo libero avro’ nei prossimi giorni) e per iniziare raccontero’ la mia avventura all’aeroporto.

11/12/2011 PARTENZA E ARRIVO.
Come sempre all’aeroporto sono arrivata con largo anticipo. Ho sempre il terrore di fare tardi …
Al momento di recarmi a fare il check in, ho salutato mio marito che prontamente mi ha detto: “Con quegli stivali pieni di fibbie non passi. Te li faranno togliere”. Meno male che non mi ha fatto scommettere … naturalmente averva ragione ma non solo mi hanno fatto togliere gli stivali (e indossare una specie di “babucce” usa e getta), mi hanno anche chiesto di togliere la collana. Be’, poco male. Il problema e’ che la chiusura si e’ impigliata fra i capelli e … rotto il filo, perle che rotolano per tutto l’aeroporto o quasi. Meno male che la poliziotta, gentilissima, me le ha raccolte quasi tutte, comunque la figuraccia non me la sono risparmiata.

Il volo e’ stato abbastanza tranquillo ma le mie orecchie e lo stomaco gradiscono poco il viaggio in aereo. Senza contare che con gli stivali avevo un caldo bestiale.
Dall’aeroporto di Londra Snt a Cambridge il viaggio e’ stato breve anche se, arrivata per ultima al pullmino, ho trovato posto solo nel fondo. Il mio stomaco non gradisce molto nemmeno i viaggi in pullman, specie se non sono seduta davanti, ma mi sono detta: “Hai fatto due ore di volo, non sara’ mica mezzora di pullman a spaventarti!”.
Arrivata al college mi sono stupita del fatto che non piovesse. Siamo andati quasi subito a cena (qui si cena alle 18 … no comment) e poi via alla scoperta della citta’, anche se in realta’ c’ero gia’ stata. Siamo usciti in gruppo tutti contenti, non abbiamo fatto nemmeno cinquanta metri e … il diluvio universale. Naturalmente ci siamo bagnati completamente prima di arrivare in centro e non ci siamo infilati nel primo pub, abbiamo cercato quello che piaceva alla maggioranza. Ecco, se qualcuno vuole farmi un dispiacere, mi trascina in un pub. Ma del resto se si e’ in compagnia, si deve stare al gioco. Ma un’astemia come me cosa mai puo’ bere al pub? Una cioccolata calda … meno male che non era proprio un pub tipico inglese, era piuttosto un bar travestito da pub, cosi’ giusto per ingannare i turisti.
La notte e’ passata quasi insonne. Dalla stanchezza sono crollata alle dieci, ma alle tre ero sveglia. Poi ho dormicchiato fino alle sette e, morta di sonno, mi sono infilata sotto la doccia. Almeno la camera e’ gradevole, con un bel bagno … ci ho messo mezzora per capire dove sta l’interruttore della luce per poi rendermi conto che bastava spostarsi verso il centro della stanza perche’ si accendesse da sola. Naturalmente non c’e’ modo di spegnerla, lo fa autonomamente ma dopo una mezzoretta. Peccato che il letto si trovi di fronte alla porta del bagno e che la luce che fuoriusciva da uno spiraglio era puntata direttamente sugli occhi.


12/12/2011 PRIMO GIORNO.
Con la luce del sole (oggi la giornata e’ stata bellissima fino alle sette di sera) il posto si e’ rivelato in tutta la sua bellezza. Edifici neogotici, una bella chapel nel centro della old court, edifici con gli alloggi piu’ recenti (dove sta anche la mia camera), una grande scalinata che porta nella Dinner Hall (chiamarla refettorio e’ un insulto … sembra semplicemente di stare sul set di un film di Harry Potter … guarda la foto sotto il titolo del post, ma guarda bene soprattutto le pareti e il soffitto!), l’aula a noi destinata sulla torre che sovrasta la loggia d’ingresso.
La colazione e’ stata abbondante (ho poi mangiato poco a pranzo ma devo dire che il cibo non e’ un granche’) e le ore passate in aula piuttosto pesanti, specie quelle pomeridiane. Pero’ il nostro tutor e’ bravo, parla piano e non ho difficolta’ a capirlo. Era quello che temevo piu’ di tutto perche’ se parlano veloce faccio fatica a capirli gli Inglesi.
Nel pomeriggio siamo anche riusciti a fare un giro per il centro. Siamo passati per il King’s College e il suo parco, e arrivati in centro lo spettacolo, ieri sera rovinato dalla pioggia, e’ stato bellissimo. Cambridge addobbata con le luci e i festoni natalizi e’ davvero deliziosa. Ci deve essere anche qui la crisi, pero’, perche’ in quasi tutti i negozi ci sono gia’ i saldi.
Ora devo proprio andare a studiare… per domani devo, infatti, preparare la mia presentazione. Non che sia una mission impossible ma il tutor ci ha imposto di usare una serie di frasi la cui utilita’, almeno per me, e’ assai scarsa. Ma da vera teacher io non discuto. Non faro’ mica come gli allievi!


13/12/2011 SECONDO GIORNO
La scorsa notte ho dormito un po’ meglio della prima, nonostante la pioggia battente e il vento forte che non mi ha fatto per nulla rimpiangere la “mia” bora. Anzi, diciamo che in questo caso la mia origine triestina mi e’ servita a limitare un po’ lo choc.
La mia camera sta al terzo piano dell’edificio piu’ recente del college (vedi foto sopra). Stando praticamente nel sottotetto, posso dire di non essere particolamente fortunata in quanto la pioggia si sente a meraviglia. La mia dirimpettatia, pero’, non l’ha sentita il che significa che o ha il sonno pesante o la piu’ sfigata sono io. Ma va bene cosi’, dopo tutto sono a Cambridge, che voglio di piu’ dalla vita? Be’, almeno un caffe’ decente … l’espresso inglese, anche quando te lo spacciano per espresso, e’ una brodaglia schifosa e costa due sterline e cinquanta! Poi ci lamentiamo se in Italia lo paghiamo 1 euro.
Ieri ho anticipato a M. Antonella che avrei parlato del “pollaio”.
Dovete sapere che nel college e’ vietato fumare anche negli spazi aperti. Non solo, non si puo’ accendere la sigaretta nemmeno davanti all’ingresso … sara’ per questo che ieri quando il tutor mi e’ passato davanti (io stavo fumando nella zona del parcheggio di fronte all’entrata principale), nonostante io l’avessi accolto con un sorriso smagliante e un “good morning” molto polite, non mi ha nemmeno degnata di uno sguardo? O forse il motivo e’ che ancora non mi aveva inquadrata come una sua corsista? Boh.
Dicevo, dunque, che in tutto il college e’ diffuso il no smoking. L’unica zona in cui non vige il divieto e’ una specie di “pollaio”. Ha questo aspetto a causa della recinzione di legno ma quando si entra e’ ancora peggio. Praticamente la zona fumatori e’ costituita da una panca di legno sotto una tettoia (grazie al cielo, almeno non mi bagno!). Ma lo spettacolo che si offre agli occhi dell’ignaro fumatore e’ alquanto desolante: una serie di cassonetti per ogni tipo di rifiuti. Infatti, l’area e’ situata proprio dietro alle cucine … Insomma, e’ un po’ come se servisse da monito: “Sei una fumatrice? Bene, e’meglio che ti butti direttamente nel cassonetto!”. Si’, ma quale? Ce ne sono di tutti i tipi: per il vetro bianco, per quello verde, per le bottiglie verdi, per la carta, per la plastica, per gli avanzi di cibo e bibite … immagino che i rifiuti umani, quali siamo considerati noi fumatori, potrebbero trovare il luogo ideale nel cassonetto dell’organico. 😦
Ora veniamo alle cose serie. Ho appena finito di preparare la presentazione di un progetto transnazionale per domani mattina. Stamane, invece, dovevamo presentarci. Cinque minuti a testa, non uno di meno (se volevamo evitare lo sguardo di disappunto del teacher) non uno di piu’ anche perche’ lui ha in mano il cronometro! La mia presentazione e’ stata bloccata dal suono inesorabile dell’orologio mentre stavo per parlare del mio hobby principale, ovvero scrivere sui miei blog. Poco male, le cose piu’ interessanti (lavoro e famiglia) le avevo gia’ trattate. Parlare dei blog avrebbe fatto miseramente cadere l’immagine di serieta’ che avevo trasmesso in un discorso giudicato “very good”. Ho comunque il sospetto che a nessuno avrebbe detto che la presentazione era una schifezza. D’altra parte e’ pagato per dirci che siamo bravi. Oggi ha persino detto che siamo il suo gruppo migliore da quando prende parte a questo progetto, ovvero almeno quattro anni. I nostri sguardi illuminati si sono incrociati e si sono spenti nel momento esatto in cui le nostre menti hanno simultaneamente capito che lo dice a tutti.
Il tutor comunque e’ un tipo molto English, a partire dall’abbigliamento: giacca, cravatta e panciotto con un abbinamento di colori abbastanza passabile, il che non e’ un dettaglio da trascurare. In piu’ e’ un arzillo vecchietto di 84 anni … una verve invidiabile. Confesso che mi sono sentita molto misera pensando alla mia preoccupazione di andare in pensione a 65 anni.
Qui i professori hanno indubbiamente una certo rilievo sociale. Lo dimostra il fatto che la tavolata a loro dedicata nella dinner hall e’ sopraelevata. Da noi nelle aule hanno persino abolito le pedane che poi servivano a controllare meglio gli allievi seduti in fondo, mica a dare un’aura di dignita’ a noi poveracci. E poi i teacher del college hanno il permesso di calpestare i prati. Questo, pero’, non l’ho capito: non hanno la capacita’ di svolazzare sul verde ne’ hanno il passo piu’ felpato degli studenti e degli altri comuni mortali. Anzi, ora che ci penso, l’unica altra categoria cui e’ concesso di calpestare l’erba e’ quella dei giardinieri. Ho pensato che sono una teacher anch’io e, per quanto la mia aura di dignita’ non sia paragonabile a quella di una English teacher, potrei evitare di fare il giro del mondo percorrendo rigorosamente i sentieri … saro’ sempre meglio di un giardiniere, o no? Va be’, meglio non fare la solita italiana …
Infine, parliamo dei pasti. Per quanto mi sia proposta di mangiare poco, tra lezioni in classe, studio, brevi passeggiate in centro (ci possiamo organizzare come vogliamo: o si fanno i compiti di pomeriggio, prima di cena, e si esce dopo, oppure si studia dopo cena e si esce prima), sembra che l’unica consolazione qui sia il cibo. Regolarmente arrivo con il vassoio al mio posto e mi sento oppressa dai sensi di colpa per averlo riempito un po’ troppo. Oggi ho lasciato un pezzo di dolce perche’ era preparato con il ginger, che qui mettono un po’ dappertutto, e non era il massimo. Domani vedro’ di darmi una regolata: solo verdure. Peccato che qui si vedano solo carote, patate, broccoli e cavoli. Stasera mi sono lasciata ingannare dall’aspetto invitante di una specie di pasticcio … erano broccoli travestiti, altroche’.

14/12/2012 TERZO GIORNO
Stamattina a lezione il nostro teacher ha parlato delle differenti abitudini degli Inglesi rispetto agli Italiani. Ad esempio, ha detto che noi siamo abituati a gesticolare quando parliamo mentre per loro il massimo e’ conversare tenendo le mani in tasca … si concentrano meglio. Oddio, magari e’ anche vero ma per noi e’ un po’ da maleducati. Altra strana abitudine che noi abbiamo e che loro non sopportano e’ quella di toccarci l’un l’altro e di baciarci anche se la persona che abbiamo di fronte l’abbiamo appena conosciuta. Be’, questo e’ vero, pero’ siamo espansivi mentre gli Inglesi, che non sopportano di essere abbracciati e baciati ne’ ti stringono la mano ad ogni pie’ sospinto, anche se ti incontrano sei volte in una giornata (come facciamo noi), sono un tantino glaciali. Del resto ci si adatta al clima: noi siamo mediterranei, loro no.
Quello che gli Inglesi non sopportano di noi e’ che, se possiamo, evitiamo di fare la fila. Per loro la fila e’ sacra e chi non rispetta questa abitudine e’ un vero e proprio profano. Pero’, secondo me, e’ anche vero che la nostra fama e’ ingiusta e crea il pregiudizio. Insomma, se capiscono che sei italiano, aspettano un tuo passo falso prima ancora che tu faccia qualcosa che non va. Prendiamo oggi al self service, per esempio. C’era la fila per i secondi e io, come sempre, stavo pazientemente aspettando il mio turno. Poi ho pensato di portarmi un po’ avanti per sbirciare e decidere per tempo cosa mi sarebbe piaciuto assaggiare. Non l’avessi mai fatto! Mi hanno subito guardato in cagnesco, ma io mi sarei rimessa in fila subito.
A proposito di cibo, ieri i broccoli mi hanno quasi distrutta, oggi hanno attentato alla mia vita le prugne nascoste sotto una specie di pasta brise’. Il cibo qui riserva sempre delle sorprese e la mia pancia sta gridando vendetta.
Nel pomeriggio, prima che le prugne dichiarasserto guerra alla mio intestino, siamo andati al Fitzwilliam museum. A parte lo splendore dell’edificio in se’, le opere d’arte contenute sono di una bellezza strabiliante (e’ la parola che ho “adottato”, mi devo sforzare di usarla il piu’ possibile …). La mia preferita e’ stata la galleria degli impressionisti francesi: Monet, Matisse, Cézanne, Pissarro, Degas e Renoir. Ma in questo periodo c’e’ anche una special exibition: Vermeer’s Women: Secrets and Silence. Veri e propri gioielli. Se non riusciamo andare a Londra alla National Gallery abbiamo potuto comunque goderci delle opere d’arte davvero ragguardevoli.

15/12/2011 QUARTO GIORNO
Oggi abbiamo lavorato sodo in gruppo. Siamo riusciti a fare solo un salto al museo di storia naturale, nel pomeriggio. Bello e interessante ma diciamo che le scienze non sono la mia passione.
In compenso mi sono consolata sentendo il nostro tutor parlare delle scuole inglesi. Ha detto che in quelle pubbliche le classi possono essere molto numerose, anche piu’ di trenta allievi. E se qualche docente e’ assente, non trovando un supplente, si aggregano due classi arrivando a sessanta allievi … in pratica, le lezioni si tengono anche fuori dall’aula, nei corridoi e in ogni luogo basta che sia sufficiente ampio. La lezione di oggi e’ stata davvero interessante e penso che al ritorno scrivero’ un post dedicato al sistema educativo inglese sul blog laprofonline.
Ora sono proprio distrutta. Domani sara’ l’ultimo giorno di corso e sabato passeremo l’intera giornata a Londra. Per il momento … buona notte!

16/12/2011 QUINTO GIORNO
Oggi in mattinata abbiamo presentato i progetti elaborati in gruppo. Si e’ trattato di una simulazione, ovviamente, ma l’impegno profuso da tutti noi sta a dimostrare che gli insegnanti e, piu’ in generale, il personale della scuola quando deve lavorare non si tira indietro! Il nostro tutor era soddisfatto e devo dire che, nonostante ci sia il sospetto che dica a tutti le stesse cose, sembrava davvero sincero nel manifestare il suo entusiasmo per il nostro lavoro. Nell’ultima parte della mattinata si e’ un po’ sbilanciato e ha parlato di se’. Il bello e’ che si e’ espresso prima in un italiano perfetto (il che sta ad indicare che ha capito benissimo tutto cio’ che ci dicevamo in italiano durante il pranzo!) e poi addirittura in LATINO! Fantastico! Poi, al momento degli addii, ci ha baciati e abbracciati tutti in vero stile italiano, ma d’altra parte ha vissuto per un anno a Trieste nel secondo dopoguerra e viene spesso in Italia per lavoro. Alla fine, nonostante il breve periodo passato insieme, ci siamo tutti un po’ commossi. Della serie: anche i prof hanno un’anima.
Nel pomeriggio siamo stati nel centro di Cambridge a fare shopping. Io mi sono limitata a comprare dei regali … qualcuno anche per me stessa, ovviamente! Abbiamo, pero’, anche fatto una visita al St. John’s College (i piu’ importanti come il King’s e il Trinity erano chiusi, mannaggia) ed e’ stato un breve tour gradevole, nonostante la giornata non promettesse nulla di buono. Stamattina, infatti, ci siamo svegliati con la neve … durata poco, perche’ poi ha iniziato a piovere e solo nelle prime ore del pomeriggio il tempo e’ migliorato.
Stasera abbiamo cenato in centro, in un pub che sembrava pero’ piu’ un ristorante che un pub. Dovete sapere che il venerdi’ sera in Inghilterra escono tutti. Nessuno prende la propria macchina perche’, prevedendo di sbronzarsi alla grande, usano il taxi (di solito salgono in tre-quattro e dividono la spesa, anche se qui i taxi non hanno tariffe assurde come in Italia). Fino all’ora di chiusura, alle 23, fanno il giro dei pub anche se qualcuno si ferma a lungo nello stesso posto.
Una stravaganza che ho notato riguarda le ragazze, piu’ o meno giovani (si puo’ definire “ragazza” una cinquantenne o no?!). Prima pero’ faccio una premessa. Facendo il giro per negozi, io e altre tre colleghe abbiamo notato che una buona percentuale di abiti da donna era confezionata con stoffa leggera, a volte con lustrini e perline, a manica corta se non addirittura senza maniche. Abbiamo pensato che abiti di tal genere fossero adatti al veglione di fine anno. E invece no: stasera al pub la maggior parte delle donne indossava abiti scollacciati, con paillettes e gonne cortissime, collant velatissimi e alcune anche senza calze. A parte la volonta’ di sedurre, che qualcuna certamente aveva, un abbigliamento cosi’ estivo era effettivamente adatto ai 30 gradi che dovevano esserci dentro al locale. Noi vestite con maglioni e leggins abbiamo fatto la sauna. Ma d’altra parte delle prof con microgonna e scollatura oscena non si sono mai viste, ne’ in Inghilterra ne’ in Italia. Per fortuna.
Sono uscita dal pub frastornata dalla musica e dal chiasso indecente che dagli anni in cui frequentavo le discoteche non avevo piu’ sentito. Stiamo parlando, insomma, del Giurassico.

17/12/2011 SESTO GIORNO
Finalmente è arrivato il giorno della gita a Londra! Per quanto questa città sia fantastica per i musei degni di nota, io e altre tre colleghe abbiamo deciso di godercela “dal di fuori”. Entrare in un museo significa, infatti, passarci delle ore senza nemmeno vedere tutto. Quelli più importanti li ho visitati ma sempre di corsa. Dovendo scegliere, considerato il fatto che avevamo a disposizione otto ore, abbiamo preferito fare un bel giro (abbiamo camminato per almeno quattro ore) tra il quartiere di Westminster e quello di Knigthsbridge, per fiondarci poi nel meraviglioso mondo di Harrods.
Sì, lo so. Magari da delle prof ci si aspetterebbe di più ma per una volta lasciateci sognare girando per i reparti di Dior o Cartier e ammirando le fantastiche vetrine di Tiffany. Insomma, quando mi ricapita un’occasione come questa? E poi mi sono limitata a guardare e sono stata davvero brava a lasciare il cuore – solo quello e non la carta di credito – su un braccialetto (d’argento, ovviamente) che sarebbe costato come un computer. Dopo aver fatto questo ragionamento, ricordando che a Natale mi sono ripromessa di comprarmi un notebook che non possiedo, ho resistito alla tentazione.
Mi sono consolata facendo acquisti nell’Harrods Arcade, il reparto in cui si cpmprano i gadget con il marchio del favoloso store.
Una cosa mi ha colpita molto: il monumento dedicato a Diana e Dodi che Al Fayed padre ha voluto far erigere nel suo magazzino. Più che il monumento in sé, davvero bruttino in verità, mi ha lasciato perplessa la scritta apportata sulla statua: “vittime innocenti”. A questo proposito si potrebbe aprire un dibattito ma non mi sembra questa la sede giusta. Il fatto è che Mr Al Fayed è convinto al 100% del complotto (smentito da tutte le indagini fatte sia in Francia, dove i due sono morti, sia in Inghilterra) che avrebbe portato alla morte una coppia scomoda per la casa reale britannica. Mi stupisco, però, che abbia potuto apporre quella scritta su un monumento visto da milioni di persone. Mah …
La passeggiata a Westminster di sera, con le luci natalizie ha assunto un carattere quasi magico. Bello anche il palazzo del parlamento sul quale svetta la torre con l’orologio più famosa al mondo: il Big Ben. Mi sono chiesta quale origine abbia il suo nome e ho trovato la risposta (veramente sarebbe meglio parlare di ipotesi) sul web. Due sono le ipotesi più probabili: la prima sostiene che il nome derivi da Sir Benjamin Hall, membro della Camera dei Comuni e supervisore dei lavori per la ricostruzione del Palazzo di Westminster; la seconda sostiene invece che la celebre torre debba il suo nome al campione dei pesi massimi di pugilato Benjamin Caunt, che combatté il suo ultimo incontro nel 1857, anno in cui la torre fu eretta. Ma il vero nome della torre sarebbe in realtà Magnus Beniaminus mentre la campana si chiamerebbe Great Bell.
La giornata si è conclusa a Cambridge dove alle 21 e 30 è stata un’impresa quasi impossibile trovare un posto in cui cenare. E ti credo: là cenano alle 18!

18/12/2011 BACK HOME
Questa magica avventura è, dunque, finita. Back home, con grande tristezza ma serbando il ricordo dei magnifici compagni di viaggio che ho avuto la fortuna di trovare.
Solo una nota negativa: un increscioso inconveniente all’aeroporto di Londra Stantsted. Ma di questo parlerò in un altro post.


(scusate gli errori grafici … la tastiera inglese non ha gli accenti, ahime’!)

[Grazie a Salvatore, mio compagno di fumate, che mi ha gentilmente fornito la foto del “pollaio” … ad imperitura memoria!]

4 novembre 2010

IL MISTERO DELLA VALIGIA ROSSA A MALPENSA … OVVERO COME SI ALTERANO LE STATISTICHE

Posted in attualità, viaggi tagged , , , a 5:20 pm di marisamoles

La segnalazione di un viaggiatore, Andrea Magnoni, al Corriere ha davvero dell’incredibile: pare che una valigia rossa, senza etichette e contenente solo vecchie riviste e polistirolo, alteri le statistiche che riguardano i tempi di consegna del bagaglio ai viaggiatori dei voli di linea arrivati a Malpensa. Ecco come:

«Viaggio moltissimo e ho notato più volte come a Malpensa, sul nastro trasportatore di bagagli, appaia spesso una valigia rossa come prima valigia consegnata. La fortunata valigia fa fermare il cronometro che appare sui monitor che indica il tempo trascorso tra l’atterraggio e la consegna del primo bagaglio. Purtroppo dopo la valigia rossa, il nulla per 20 minuti prima che le altre valigie appaiano sul nastro. Ieri sera di nuovo si è presentata per prima e solitaria più che mai la solita valigia rossa. Stufo di essere preso in giro, ho guardato bene la valigia, constatando che non vi era alcuna etichetta di viaggio che indicasse la destinazione e la provenienza. Ebbene, l’ho aperta, certo del fatto che non appartenesse a nessuno, e al suo interno ho trovato solo delle vecchie riviste e del polistirolo. Ecco dunque svelata l’ennesima truffa degli operatori della Sea: i tempi medi di consegna bagagli, che vanno ad influenzare statistiche internazionali e rating sulla qualità del servizio dell’aeroporto, sono truccati con questo stratagemma all’italiana. In allegato fotografie della valigia, del suo contenuto e del monitor del nastro, che indica solo 2 minuti di tempo di consegna (minuti realmente trascorsi: 16).»

Non ho parole.

[foto e notizia da Il Corriere]

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