1 settembre 2018

POSSO ANCHE DIRE «NO!»

Posted in affari miei, donne, famiglia, lavoro, libri, psicologia, scuola, Uomini e donne, vacanze tagged , , , , , , , , , , , , a 12:11 pm di marisamoles

Non so se qualcuno di voi ha letto il libro Puoi anche dire «no!». L’assertività al femminile, scritto da Beatrice Bauer, Gabriella Bagnato e Mariarosa Ventura (Dalai editore, 2012). Ad ogni modo, tratta l’assertività al femminile, ovvero quella capacità di esprimere le proprie idee in modo aperto, onesto e diretto, imparando a farlo cercando di essere ascoltati pur nel rispetto del vostro interlocutore. Ovviamente ciò vale anche per gli uomini ma le donne, si sa, cercano sempre dei compromessi, gli strumenti e i modi per non ferire gli altri facendo anche cose che non condividono (il classico detto “far buon viso a cattivo gioco”) oppure tentando di far valere le proprie ragioni senza troppa sicurezza e alla fine quasi convincendosi che no, le cose non stanno come le vediamo noi, forse hanno ragione gli altri.
Ciò, naturalmente vale anche per certi uomini, il mio discorso non vuole assolutamente sembrare sessista. Ma l’esperienza mi porta a considerare il fatto che per i maschi le cose sono davvero più semplici. Se poi hanno a che fare con donne determinate, quelle che non lasciano passare nulla, non perdonano, meditano vendetta e magari la mettono in pratica, allora i signori uomini depongono le armi e si arrendono in nome del “quieto vivere”. Quindi l’assertività al femminile è ciò che ci vuole non per dominare ma per arrivare ad un rapporto alla pari. E sto parlando di ogni ambito, da quello familiare a quello lavorativo, passando attraverso le reti di conoscenze e i legami di amicizia.

Perché è così difficile dire “no!”? Perché è così difficile dire “Signori miei, a me ‘sta cosa non va proprio giù!”?

Da bambina e da adolescente ero molto determinata. Ottenevo quasi sempre ciò che volevo adottando la furbizia: sapevo ciò che dovevo dire e come era conveniente mi comportassi per averla vinta. In altre parole: ammansivo.

Certo, non in tutte le situazioni la strategia funzionava. Diciamo che in famiglia e con gli amici sapevo fino a che punto potevo spingermi, mentre nelle situazioni che non potevo gestire la cosiddetta assertività andava a farsi benedire.

Faccio un esempio.

Da bambina ho studiato danza classica. Chi ne ha esperienza sa che la danza è “maestra di vita”, insegna il rigore e la disciplina, insegna a non accettare i propri limiti e difetti ma a cercare di superarli e di migliorarsi. Tutto ciò con grande fatica e a volte con una buona dose di umiliazioni.
Un giorno feci un bel ruzzolone giù dalle scale e il mio osso sacro ne risentì parecchio. Quel pomeriggio dovevo andare a lezione e, vive o morte, noi ballerine in erba dovevamo presentarci altrimenti la maestra, detta Crudelia Demon (non so se è chiaro il motivo del soprannome), sbraitava, naturalmente alla lezione successiva.
Mi presentai al suo cospetto dolorante e, come da prassi, feci un inchino. Spiegai, quindi, l’inconveniente e il motivo per cui quel pomeriggio non avrei potuto eseguire tutti gli esercizi. La risposta glaciale fu: «La prossima volta vedi di romperti la testa». Incassai il colpo e mi ritirai fra le lacrime, dopo aver fatto un alto inchino, pronta a eseguire, senza fiatare, i vari jeté e piqué cercando di mantenere il sorriso sulle labbra, come si conviene a una brava ballerina.
Cosa avrei dovuto fare? Forse replicare alla maestra “Brutta strega, vedi di rompertela tu quella testa vuota!”. Ma avevo avuto una buona educazione.

Crescendo ho imparato l’arte del compromesso. Tuttavia, ci sono state occasioni in cui, non potendo dire “no!”, mi sono dovuta adattare.

Altro esempio.


Insegnavo da una decina d’anni. Avendo due figli piccoli e la cattedra in montagna, per due anni consecutivi ero riuscita a ottenere l’assegnazione in una scuola cittadina. Quando con notevole ritardo (per motivi burocratici, non per causa mia) rispetto all’inizio dell’anno scolastico mi presentai alla dirigente, convinta di aver diritto alla continuità sulla cattedra dell’anno precedente, chiesi quali classi mi avrebbe assegnato, lei secca rispose: “Le darò gli avanzi”. Incassai il colpo e da quell’anno soffro di colon irritabile.
Non so se avrei ottenuto nulla ma in quella circostanza avrei dovuto rispondere: “Brutta strega, certi avanzi li farei volentieri mangiare a lei!”. Sempre a proposito della sindrome del colon irritabile…

Anche da adulta, quindi, in nome del famoso “quieto vivere” ho dovuto incassare i colpi senza protestare. In famiglia le dinamiche sono più gestibili ma quando si esce dalle pareti domestiche è molto più difficile dire “no!”.
Arrivata alla mia età ho capito che assertivi non si nasce, si diventa. E ci vuole molta pazienza nonché un buon allenamento. Magari all’inizio si pensa a quale avrebbe potuto essere il modo migliore per esprimere apertamente le idee, con educazione e rispetto, cercando di essere ascoltati. Diciamo che dopo aver messo in pratica “virtualmente” varie strategie, arriva il momento di passare dalla teoria alla pratica.

Da qualche tempo (un paio d’anni, per la precisione) ho iniziato a dire la mia anche sul lavoro. Non sempre sono stata ascoltata, intendiamoci, in democrazia la maggioranza vince, lo sappiamo, ma mi sembra almeno di aver smosso le acque. Cero, qualche muro si è alzato, qualche collega non mi saluta più, altri lo fanno a denti stretti e solo per educazione. Tuttavia, una piccola vittoria l’ho messa in tasca: ho detto “No! A me ‘sta cosa non va bene, farò come volete ma sappiate che non sono d’accordo.”. Una bella soddisfazione per una che ha spesso detto “sì” pensando “no”.

Ma il capolavoro dell’assertività l’ho messo in pratica quest’estate, in due diverse occasioni (che chiamerò “intoppi”) in qualche modo legate fra loro.

Primo intoppo.

Il 7 agosto mi scadeva la Carta d’Identità e avevo urgenza di rinnovarla perché con mio marito avevamo deciso di fare una breve vacanza in Croazia. Mi muovo verso fine giugno, vado sul sito del Comune per cercare gli orari degli sportelli e scopro che il rinnovo del documento si fa solo su prenotazione on line. Ok, clicco sul link e, amara sorpresa, scopro che il primo giorno libero è il 29 settembre. Mando mio marito all’Ufficio Anagrafe, lui spiega il problema e un usciere replica: “Si faccia il passaporto”.
Senza parole.
Non demordo. Scrivo al sindaco e, non ottenendo risposta, mi reco nel suo ufficio. Non c’è, è in ferie fino al 31 agosto. Chiedo di parlare con il vicesindaco, lo attendo (non mi sarei mossa da là nemmeno se fosse arrivato a mezzanotte!) e lui, gentilissimo, comprende il problema e mi mette in contatto con l’assessore ai Servizi Demografici con cui parlo al telefono. L’assessore, gentilissimo, mi spiega che per le urgenze c’è una prassi ma è meglio rivolgersi alla dirigente dei Servizi Demografici la quale mi informa che posso ottenere la Carta d’Identità solo presentando una prenotazione (albergo, treno o aereo) con destinazione una località oltreconfine.
Nel frattempo avevo contattato la struttura in cui avevamo soggiornato lo scorso anno e, fortunatamente, nel primo pomeriggio del giorno in cui avevo parlato con la dirigente dell’Anagrafe mi risponde una gentilissima ragazza che sa bene l’italiano e mi manda un preventivo. Con il documento in mano mi presento allo sportello e in 10 minuti ottengo l’agognato documento. Senza l’urgenza avrei dovuto attendere il 9 ottobre perché nel frattempo altri avevano prenotato.

Secondo intoppo.

Come ho detto, mio marito ed io abbiamo deciso di ritornare nello stesso albergo dello scorso anno perché ci eravamo trovati bene, la camera era ampia e dotata di ogni comfort. Non avevamo, però, fatto i conti con il fatto che quell’hotel fa parte di un grande gruppo assieme ad altre 6 strutture. Io ero, comunque, tranquilla perché nelle numerose e-mail scambiate con l’addetta alle prenotazioni mi ero più volte sincerata che la camera (nel frattempo ne aveva trovata un’altra con balcone, su mia richiesta) si trovasse nello stesso hotel dello scorso anno.
Arriviamo a destinazione e, con grande sorpresa, veniamo deviati verso una specie di dependance, limitrofa rispetto al “nostro” albergo, e accompagnati in una camera molto più piccola, trascurata (anche sporca!), con un bagno fatiscente e senza alcuna possibilità di trovare collocazione per le valigie vuote. Praticamente eravamo accampati.
Rinuncio a comunicare con la reception perché nessuno parla italiano e io quando sono agitata non riesco a esprimermi agevolmente in inglese. Non trovo proprio le parole… nel frattempo le avevo perse anche in italiano.
Afflitta da una cervicalgia che non mi dà tregua, passo una notte insonne durante la quale scrivo una e-mail alla ragazza che mi aveva contattata per la prenotazione e do un aut aut: o mi trovano un’altra sistemazione dignitosa oppure partiamo l’indomani stesso pagando solo la notte trascorsa.
Al mattino, quando scendiamo per la colazione, alla reception sanno già tutto. Si profondono in mille scuse, ci chiedono di attendere (offrono pure un caffè, noi decliniamo anche perché avremmo più bisogno di una camomilla, almeno io…) perché gli hotel del gruppo sono pieni ma garantiscono che qualcosa si trova. Dopo nemmeno 5 minuti veniamo accompagnati in un hotel vicino, molto più lussuoso, e ci viene mostrata una suite dotata di tutti i comfort: salotto con megaschermo tv, divano, tavolo da gioco con poltroncine, tavolino da lettura con poltrone giganti, camera con letto kingsize, tanto grande che io e mio marito ci perdevamo di vista, due armadi a muro, un bagno con vasca più grande di quello di casa mia, due balconcini (uno era il trionfo dei glicini e l’oasi delle api ma vabbè…) arredati con tavoli e sedie in ferro battuto.
Rimango senza parole, l’unica cosa frase che mi esce dalla bocca è “The same prize?”, “Of course!” è la risposta. E non basta: veniamo informati che il direttore, per scusarsi, è lieto di offrirci un pranzo, quando vogliamo e senza limiti di portate. Avrei preferito un massaggio gratis (uno degli hotel aveva la spa) ma vabbè…


Ripensando ai due intoppi, ho adesso molto chiaro il motivo per cui mi sono comportata così nella seconda situazione.
Avevo fatto tanto per ottenere la Carta d’Identità valida per l’espatrio, avevo contattato personalmente l’hotel dell’anno scorso, senza passare attraverso le piattaforme di prenotazione on line, convinta di poter ottenere un “trattamento di favore” in quanto cliente (in effetti nel preventivo era già stato calcolato uno sconto), non meritavo proprio di essere trattata così. Se lo scorso anno fossimo capitati in quella camera (intendo la prima, ovviamente), probabilmente non avremmo protestato ma in quell’hotel non ci avrebbero più rivisti.

Da non trascurare il fatto che avevo “carburato” un bel po’ nell’affrontare il primo intoppo. Non dico che per cambiare ci vuole poco, sarei falsa. Ci vuole tantissimo impegno, convinzione e un bel po’ di “carburante” che metta in moto l’assertività. E non è detto che funzioni sempre: anche l’automobile non va avanti in eterno senza benzina. Ogni tanto il pieno lo si deve pur fare.

[immagine animata ballerina da questo sito; immagine Cameron Diaz-prof da questo sito; immagine documenti da questo sito; immagine Hotel da questo sito; le immagini con scritte sono state realizzate con quozio.com]

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4 agosto 2015

Rudolf Nureyev: «Ogni uomo dovrebbe danzare, per tutta la vita»

Posted in Uncategorized tagged , , , , , a 12:15 pm di marisamoles

Impossibile leggere senza commuoversi fino alle lacrime. Impossibile per me che ho amato la danza classica nell’età spensierata, a metà strada tra l’infanzia e l’adolescenza. Impossibile per tutti quelli che amano la vita. Perché la danza è amore per la bellezza e per la vita.

La parte della lettera che preferisco è questa:

«…se si prova stanchezza e fatica ballando, e se ci si siede per lo sforzo, se compatiamo i nostri piedi sanguinanti, se rincorriamo solo la meta e non comprendiamo il pieno ed unico piacere di muoverci, non comprendiamo la profonda essenza della vita, dove il significato è nel suo divenire e non nell’apparire. Ogni uomo dovrebbe danzare, per tutta la vita.»

Mi ricorda l’abbandono, la resa, la consapevolezza che danzare non faceva per me, pur amando la danza con tutta me stessa. Rinunciare è stato, però, un sacrificio più grande del dolore che provavo a causa dei miei piedi sanguinanti. Un segno, credevo. Ora, dopo aver letto queste splendide parole di Nureyev, lo vedo ancora come un segno: quello di un sogno perduto.

Buona lettura.

Il mestiere di scrivere

Rudolf Nureyev, uno dei più grandi artisti del ventesimo secolo e genio della danza, ormai giunto alla fine della sua vita (morirà di AIDS nel 1993), scrive una bellissima lettera-testamento sul grande amore della sua vita: la danza. La pubblichiamo integralmente perché pensiamo che anche per chi scrive ci sia lo stesso senso di dedizione e di amore, gli stessi passi da compiere per sollevarsi dentro la propria vita e oltre il dolore.

Non essere ballerino, ma danzare. Non essere scrittore, ma scrivere.

Paris_Beaton_2

«Era l’odore della mia pelle che cambiava, era prepararsi prima della lezione, era fuggire da scuola e dopo aver lavorato nei campi con mio padre perché eravamo dieci fratelli, fare quei due chilometri a piedi per raggiungere la scuola di danza. Non avrei mai fatto il ballerino, non potevo permettermi questo sogno, ma ero lì, con le mie scarpe consunte ai piedi, con il mio corpo che…

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4 marzo 2014

RICORDI DI CARNEVALE E VESTITI RICICLATI

Posted in affari miei, bambini tagged , , , , , , , , a 10:39 am di marisamoles

marisa carnevale
Quella che vedete nella foto in alto sono io all’età di 11 anni e mezzo (sì lo so, sembro più grande, a vedermi ora in quella foto mi rendo conto che avrei potuto raggiungere 1 metro e 80 e invece mi sono fermata sotto il metro e 70, accidenti!).

Il Carnevale non è mai stata la mia festa preferita ma mi piaceva il travestimento. Alcuni abiti me li confezionava mia mamma. Potevo avere nove anni e avevo fatto una richiesta alquanto strana: mi piacerebbe vestirmi da Mimì de La Bohème. Ero piccola ma nella mia famiglia la lirica era il pane quasi quotidiano e i miei mi portavano a teatro a vedere le opere, anche se all’inizio non ne ero particolarmente entusiasta. Evidentemente mi era piaciuta la messa in scena dell’opera di Puccini e non tenevo in nessun conto lo sfortunato epilogo della vicenda.

Insomma, l’abito alla fine fu confezionato ed era davvero stupendo, in velluto blu con manicotto e cuffia bordati di finto pelo bianco.
Non sempre, però, era necessario il contributo di mia mamma. Studiando danza avevo la disponibilità anche dei costumi indossati nei balletti del saggio. Quell’anno riciclai l’abito da ungherese (me ne sono ricordata perché ho letto il post di melodiestonate in cui parla appunto del travestimento da ungherese) e fu un successo perché, essendo a tutti gli effetti un costume teatrale, era particolarmente bello.

carnevale pierrot

Quando avevo ventidue anni riciclai anche uno dei tutù, bianco con la “gonna” lunga (in gergo si dice “romantico”). Mia mamma ne fece uscire uno splendido costume da Pierrette e ad una festa, assieme al fidanzato vestito da Pierrot (eccoci lassù, sorridenti ma non troppo, come richiedeva il travestimento), rischiai di vincere il primo premio per la maschera più bella. Alla fine, dal momento che la festa si teneva in un locale gestito da una cugina, fummo esclusi per, come si dice ora, conflitto d’interessi. Ci rimasi molto male.

Ecco, questi sono alcuni dei miei ricordi di Carnevale. Quando sono diventata madre ho iniziato a odiarlo perché, non sapendo cucire, i miei figli mi facevano spendere un sacco di soldi per i costumi, anche se poi li riciclavo passando quelli del primo al secondo. Non sempre però il secondo ne era entusiasta … in più, odiavo particolarmente andare in giro con i bimbi mascherati perché inevitabilmente faceva freddo o c’era vento oppure pioveva e in centro c’era sempre un gran casino e gente che buttava coriandoli e stelle filanti. Però quello che più mi faceva incavolare erano gli spray che certi deficienti spruzzavano addosso o le uova che lanciavano.

Insomma, se è vero che a Carnevale ogni scherzo vale, è anche vero che certe cose idiote possono rovinare la giornata.
Ora che i miei figli sono grandi me ne sto chiusa in casa fino alle Ceneri. E viva il Carnevale … ma per gli altri.

20 dicembre 2009

AMICI 9: RODRIGO CONTRO TUTTI. IL SOLITO RACCOMANDATO

Posted in Amici, talenti, televisione tagged , , , , , , , , a 12:19 pm di marisamoles

Quest’anno ad Amici 9 sembra che l’attenzione sia puntata sui ballerini, anche se non proprio per i meriti che vengono spesso messi in discussione dagli stessi insegnanti, Alessandra Celentano in testa. Infatti, proprio lei ha voluto che il banco di tutti i ballerini, senza distinzione alcuna, venisse messo in discussione. Il motivo? Il livello generalmente un po’ troppo basso, tenendo conto del fatto che ai tre giudicati migliori verranno assegnate delle borse di studio di un certo rilievo, e per alcuni uno scarso progresso rispetto ai livelli di partenza. Poi, sostiene la Celentano, pochi hanno una base classica che, secondo lei, è assolutamente necessaria per qualsiasi categoria di ballo. Su questo ha ragione, però, nonostante le critiche mosse ai ballerini, riscontro in tutti una competenza e delle abilità che erano quasi assenti nei concorrenti delle scorse edizioni.

Sorvolo sulle sfide volute dalla Celentano (il cui resoconto si può leggere in decine di altri post), per concentrare la mia attenzione sulla supersfida di ieri: Rodrigo, ballerino cubano e professionista, a quanto pare, contro tutti. Fin dall’esecuzione del primo cavallo di battaglia le sue capacità sono apparse indiscutibili ed il suo livello decisamente più alto rispetto a quello degli “allievi” della scuola di Maria De Filippi. La vittoria di Rodrigo è stata, secondo me, annunciata. Fin dall’inizio, la Celentano e Carbone, cultori del classico, si sono schierati a favore del ventunenne cubano. Molto più onesti ed obiettivi gli altri insegnanti che, quanto meno, si sono sforzati di motivare le valutazioni che, di volta in volta, non sono sempre state a favore dello sfidante. Il più in crisi mi è sembrato Steve La Chance che, o sinceramente o per finta, ha apprezzato la tecnica di Rodrigo ma a volte ha giudicato migliore la performance dello sfidante di turno.

Insomma, io sinceramente non ho capito da dove esce ‘sto Rodrigo. Bravo, sì, ma con un fisico non troppo slanciato, e, diciamo la verità, un po’ bruttino. Ma, avendo fatto questa osservazione durante le esibizioni del ballerino, mi sono detta che anche Nureyev non era un adone.
Ho letto da qualche parte che Rodrigo è stato “raccomandato” da uno dei professionisti di “Amici”: Josè. Bene, almeno una volta la cosa è trasparente. Di solito tutti raccomandano qualcuno e nessuno ha il coraggio di ammetterlo. Quindi, ben venga la sincerità anche se l’ammissione alla scuola del vincitore della sfida mi pare in contraddizione con quanto affermato da Maria De Filippi all’inizio della diretta di ieri. Se non ho capito male, ha spiegato che qualora avesse vinto Rodrigo, uno degli sfidanti sarebbe stato eliminato a suo insindacabile giudizio (cosa, questa, che ha messo il ragazzo in seria difficoltà) e che in ogni caso mai avrebbe occupato un posto nella scuola. Nei giorni scorsi ho sentito che, trattando la questione della supersfida, la commissione avrebbe deciso di riservare un posto per Rodrigo nell’edizione del prossimo anno, anche perché, a questo punto, il televoto non lo avrebbe certo agevolato essendo una new entry tardiva ed essendo il pubblico ormai affezionato ai ragazzi che si esibiscono da mesi nelle trasmissioni del sabato e nelle pomeridiane giornaliere.

Ieri, invece, le cose sono andate diversamente. Maria, la stessa Maria che all’inizio della diretta aveva puntualizzato quanto ho precedentemente esposto, alla fine della sfida, congratulandosi con il vincitore, gli consegna la maglietta e lo fa accomodare al proprio banco, al posto del povero Nicolò che, è il caso di dirlo, in questa situazione fa la parte dell’agnello sacrificale. E già, perché da una parte Rodrigo non se la sente di cacciare nessuno dalla scuola, quindi fa il nome di Nicolò perché la commissione stessa l’aveva messo in sfida, dall’altra tutti sono dispiaciutì, specialmente Steve che tenta di opporsi a tale decisione e che Maria mette a tacere dicendo: “Avete deciso voi, l’avete voluto voi”. Ok, ma chi ha realmente voluto questa sfida uno contro cinque? I ballerini, già sufficientemente tartassati quest’anno – e non sempre a ragione com’era capitato negli anni scorsi -, per dimostrare il loro valore? Gli insegnanti, per mettere in risalto le lacune nella preparazione degli allievi? Maria, per alzare un po’ l’audience della trasmissione? Insomma, io non l’ho capito. Ma in ogni caso, è inutile piangere sul latte versato, come hanno fatto alcuni nella commissione, a parte il solito tenerone di Garrison dalla lacrima facile. Molto più sincere le lacrime dei compagni di Nicolò che hanno, fin da subito, guardato il povero Rodrigo con aria di disprezzo, quasi fosse un intruso e in effetti lo è veramente. C’è da scommettere che non gli renderanno la vita facile, sempre che rimanga nella scuola.

Io mi chiedo: era davvero questo l’obiettivo della sfida? Creare un po’ di malumore tra i ballerini, visto che quest’anno il clima è apparso fin da subito più sereno?

15 giugno 2009

LA FORZA DI UN UOMO E LA LEGGEREZZA DI UNA FARFALLA

Posted in adolescenti, affari miei, Amici, scuola, spettacolo tagged , , , , , , , , , a 9:59 pm di marisamoles

scarpe-danza-classicaSono stata invitata al saggio finale di danza da una mia allieva di seconda. Lei, la mia dolcissima allieva, sa che la danza è stata la mia passione da bambina e sa che l’amo tuttora. Chi ama la danza, specie quella classica perché la DANZA è solo quella CLASSICA, tutto il resto è semplicemente BALLO, comprende che è una passione talmente travolgente e unica che, anche a distanza di tempo, non la si può dimenticare. E io devo ringraziare Carla –non è il suo vero nome, ovviamente, ma la chiamerò così in onore della ballerina per antonomasia, la mitica Fracci– per avermi fatto rivivere delle emozioni che, pur rendendomi conto di non aver mai del tutto dimenticato, non sapevo che albergassero ancora in un angolino del mio cuore, in attesa di essere risvegliate.

Fin dal primo momento, fin dal mio ingresso nel teatro, il più grande e bello della città, non ho potuto fare a meno di ripensare ai miei saggi di danza. Me li hanno riportati alla memoria gli sguardi orgogliosi delle madri, i sorrisi fieri dei padri, i delicati bouquet di roselline che sbucavano qua e là dai crocchi di gente che si era fermata nel foyer. Entrare nella platea mi ha catapultato in quel mondo che ormai, per la troppa stanchezza che la sera mi fa stramazzare sul divano alle nove, non frequento più da tempo. Ed è stato bellissimo vedere il sipario calato e immaginare la concitazione delle allieve e degli allievi –pochi, in verità- in procinto di fare il debutto nella serata di gala. È meraviglioso sentirsi protagonisti per una sera, sapere di avere tutti gli occhi puntati addosso, ma è anche tremendamente inquietante perché sai che tutti si aspettano da te una grande esibizione, sai che non puoi sbagliare, che non puoi deludere amici e parenti.

Dalla mia poltrona di prima fila, mentre attendevo l’inizio dello spettacolo, ripensavo alla mia agitazione, a quando dietro le quinte provavo e riprovavo i passi più difficili per l’ultima volta prima di entrare in scena, e mi pareva di non ricordare più nulla, proprio come succede, per l’emozione, prima di un’interrogazione o di un esame. Ti assale l’ansia ma cerchi di dominarla perché sai che non puoi fare brutte figure. Leggere negli occhi delle compagne la stessa paura ti conforta. Poi, una volta alzato il sipario, sai che non puoi scappare, ti devi buttare in mezzo a quel palcoscenico e non pensare ad altro se non al tuo balletto.
Pensando ai miei saggi sono stata spettatrice di quello di Carla e di molte altre. Negli abiti a volte leggeri e ariosi come un palpito di vento, a volte fruscianti come un alito che smuove appena appena le foglie, rivedevo i miei tutù, corti e romantici, e gli abiti di scena. Il primo saggio fu, tutto sommato, una delusione: io associavo alla danza le scarpette di raso con la punta e i lacci che s’intrecciano attorno alle caviglie e, invece, fui costretta a ballare con le anonime “scarpette da salto” –espressione usata comunemente per definire le scarpe senza punta- mentre ad una compagna, la più brava e forse già un po’ esperta, fu permesso di partecipare ad un balletto con le più grandi e di usare le tipiche scarpine con la punta rafforzata. Ho sempre avuto delle difficoltà ad accettare che qualcuno ottenesse qualcosa che, invece, a me era preclusa. Il primo tutù fu, però, quello corto, classicissimo, con il tulle bianco, il mio sogno da sempre. Poi via via che passavano gli anni e diventavo più esperta ho avuto modo non solo di ballare sulle punte ma anche di indossare i tutù romantici, quelli lunghi. Ne avevo uno viola e uno bianco, con cui ho interpretato il valzer viennese di Strauss. Mi ricordo che il tipico chignon era incorniciato da un diadema di strass, al collo avevo una collana di perle di vetro, quelle che se le guardi alla luce scintillano riflettendo tutti i colori dell’arcobaleno –un po’ come capita quando si osserva una bolla di sapone prima che scoppi-, i guanti di raso lunghi e un ventaglio, anch’esso bianco con l’orlo di pizzo e una delicata fantasia di fiori che ravvivava il tessuto, lucido come i guanti.

Guardando i costumi delle ballerine che sfilavano sul palcoscenico davanti a me, ho ripensato anche ai balli interpretati senza il classico tutù. Uno di questi era ambientato in una fattoria, con le musiche di Respighi. Io ero la “prima contadina”. Già, proprio così, niente di eclatante davvero, ma quando ho letto il mio nome sul programma con a fianco esplicitato il ruolo, per me aveva lo stesso significato di “prima ballerina”. Il mio compito, infatti, era quello di dar da mangiare a tutti gli animali, e poco importava se le altre compagne avevano parti più impegnative, io ero e sarei restata per sempre, almeno su quella pagina, la “prima contadina”.

Vedendo le maestre di danza che, da dietro le quinte, si affannavano per ricordare le coreografie alle ballerine meno esperte, non potevo non pensare alla mia insegnante. Paragonata a lei, Crudelia Demon era una specie di fata turchina. Si chiamava Cornelia e per l’assonanza dei nomi il confronto con Crudelia vien da sé. Lei era non dico cattiva, semplicemente spietata. Non ammetteva errori, non giustificava ritardi o malesseri e credo che ce l’avesse con me perché fisicamente non assomigliavo per nulla a una ballerina, almeno non all’inizio. Un po’ in carne –ma mio fratello, simpaticone, vedendomi in tutù la prima volta, rincarò la dose paragonandomi alle elefantesse interpreti della “Danza delle ore” in Fantasia di Disney- certamente non abile nella spaccata o nel gran jeté, alla sbarra avevo delle difficoltà a tener diritta la schiena … insomma, non ho mai negato i miei difetti, sia fisici sia tecnici, ma essendo una che s’impegna in tutto ciò che fa, avrei voluto almeno una gratificazione per quello. Senza contare che, finiti i corsi, continuavo ad allenarmi per buona parte dell’estate nella camera da letto dei miei, per fortuna molto spaziosa e con lo stesso parquet della palestra, creando anche delle coreografie originali. Non credo che l’inquilino del piano di sotto fosse particolarmente felice, ma io non potevo rimanere un’intera estate senza la danza.

Uno dei balli che ricordo con maggiore affetto fu la danza ungherese. Non solo l’affetto mi lega a quel ballo, ma anche un episodio, per dir la verità, alquanto comico. Avevo un abito splendido, in velluto giallo e verde, con la tipica corona guarnita con dei nastri che cadevano ai lati del viso, gonna ampia con sei strati di tulle che la facevano rimanere gonfia e stivali rossi. Mentre il vestito l’avevamo dovuto comperare, gli stivali ci furono noleggiati dal teatro. I miei, invece di essere del mio numero, cioè 38, erano 40. Alle mie proteste, Crudelia Demon rispose che potevo metterci un po’ di cotone in punta. Detto fatto. Peccato che alle prime prove, per fortuna eseguite in palestra –dovevamo abituarci a ballare con gli stivali, quindi cominciammo subito ad indossarli- al primo slancio in aria della gamba destra, lo stivale è partito a razzo, attraversando la palestra in diagonale e arrivando pure a sfiorare la terribile Cornelia. In quel momento avrei voluto colpirla in pieno ma ottenni ugualmente soddisfazione: il giorno dopo arrivarono dal teatro i “miei” stivali numero 38.

La cosa che, al saggio di Carla, ho potuto vedere con maggior piacere, a parte ovviamente le splendide coreografie, è stato il gran numero di ballerine formose, per intenderci non quelle filiformi sul modello di Oriella Dorella. Ciò significa che, almeno dalla scuola di danza frequentata dalla mia allieva, lo spettro dell’anoressia è tenuto sufficientemente lontano. Mi viene in mente uno sketch recitato almeno trent’anni fa da Tullio Solenghi, non ricordo in quale trasmissione. Nelle vesti di un’improbabile ballerina, si presentò in scena come Galina Padovanska, parodia di una delle ballerine russe del Bolscioi che, come si sa, sono tra le più brave al mondo. Nella scenetta ricordo che Solenghi, presentando il personaggio con il tipico accento sovietico, disse che “le ballerine devono avere poco di seno, poco di sedere e devono fare poco amore … ma con poco di seno e poco di sedere questo non è affatto difficile”. Sorrido a ripensare allo sketch, anche se mi rendo conto che leggere la battuta scritta non è come vedere Solenghi conciato al modo che io ricordo. In effetti, una ballerina esile è più sciolta, può essere sollevata facilmente dal partner che non si trova “impacci” che, in altre situazioni, sarebbero assai graditi, ma sicuramente no quando si deve fare una presa. Certo è che al saggio ho visto qualche allieva grandina con una seno prosperoso e un sederotto alquanto sporgente che se mi ha consolata un po’, ricordando i miei tempi, mi ha portata ad osservare, forse per la prima volta con reale obiettività, che il fisico in una ballerina è fondamentale. Quindi, comprendo perfettamente tutte le critiche che Alessandra Celentano fa alle allieve di “Amici”, comprese quelle relative al “collo del piede” e devo ammettere che sul palcoscenico l’altra sera di piedi come li vuole la Celentano ne ho visti assai pochi.

Quando è entrata in scena Carla, l’ho riconosciuta subito, per quelle sue fossette che le si disegnano sulle guance ogni volta che sorride. Osservando il suo sorriso, sono stata travolta da altri ricordi. Una ballerina brava deve sorridere sempre. Non importa se si fa una fatica bestiale a stare sulle punte e se i piedi ti fanno malissimo, anche a causa delle vesciche che vengono più spesso di quanto si possa pensare. Il sudore che imperla la fronte e che rischia di scendere fino alla bocca facendoti assaporare l’inconfondibile gusto salato, che ricorda l’acqua del mare, non può far sparire il sorriso dalle labbra di una brava ballerina. Io so quanto è difficile mantenerlo quel sorriso, quando la fatica ti schiaccia e la concentrazione sui passi si distoglie dalla tua bocca. Per questo ho ammirato Carla, con quel suo dolce sorriso sempre immutato; l’ho apprezzata ancor di più quando mi sono resa conto che non tutte riuscivano a mantenerlo così lungo.

La danza è rigore, disciplina, sacrificio. La mamma della mia allieva, anche lei ex ballerina nonché ex allieva della mia stessa maestra crudele, ha definito le qualità che per danzare una ragazza deve avere con un’espressione che mi è rimasta nel cuore: la forza di un uomo e la leggerezza di una farfalla.
Io credo di aver avuto davvero la “forza di un uomo”, forse un po’ meno la “leggerezza di una farfalla”; ad ogni modo la mia era davvero una grande passione Eppure il mio sogno, il mio amore di bambina e di ragazza ad un certo punto è finito. Ricordo ancora quel pomeriggio: dopo aver passato due ore a percorrere su e giù la palestra in diagonale senza quasi mai scendere dalle punte, arrivai nello spogliatoio con i piedi doloranti, un dolore così intenso che non dimenticherò mai. Tolte le scarpine, mi sono ritrovata la calzamaglia completamente insanguinata; aveva cambiato il colore, da rosa a rosso. Forse le scarpette nuove o la fatica eccessiva dell’allenamento disumano cui Crudelia-Cornelia mi aveva obbligata, aveva causato le vesciche; queste poi erano scoppiate ma io avevo continuato a danzare sulle punte e la carne viva aveva cominciato a sanguinare copiosamente. A quel punto io quel sorriso che, mentre ballavo, avevo imparato a tenere immutabilmente stampato in faccia, l’ho perduto. Insieme alla fatica, al sangue e al sorriso se n’è andato via quel grande amore, la mia passione di sempre. Ho, come si dice, appeso al chiodo le scarpette e con la danza ho chiuso definitivamente. Ho continuato a ballare, questo sì, ma non a danzare. Mai più indossati i tutù e gli abiti di scena se non a Carnevale.

Per non ammettere la mia sconfitta, ho giustificato l’abbandono con la scusa di essere diventata grande, vesciche a parte, ovviamente. La danza classica, allora, era praticata per lo più dalle bambine e dalle ragazzine. Io ero cresciuta e il mio cuore mi stava portando altrove.
Quando, per l’ultima volta, ho sceso le scale e varcato il portone d’ingresso della scuola di danza, ho ripreso a sorridere. Un sorriso che, questa volta, era destinato non al pubblico che dalla platea, dai palchi o dalle gallerie del teatro assisteva al mio spettacolo, ma al ragazzo per cui avevo preso una cotta e che mi aspettava là sotto. Lui mi ha preso per mano e mi ha portato via dal sogno. Non gli ho mai detto il vero motivo per cui avevo smesso di sognare. Forse non lo sapevo nemmeno io.

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