LETTERA A MIO FIGLIO CHE È DIVENTATO PAPÀ


Caro Matteo,
oggi sei diventato papà e mi hai fatto tornare indietro di 29 anni e 5 mesi esatti, quando non riuscivo a staccare gli occhi dal frugoletto moro con la crestina punk che ti avevano fatto le puericultrici del nido.

Stamattina ho provato quella stessa sensazione di ammirare estasiata il miracolo della vita, senza riuscire a staccare lo sguardo da quel frugoletto biondo che sembrava un bambolotto nonostante le poche ore di vita. Tuo figlio. Mio nipote. Un’emozione indescrivibile.

Tu papà. Sono questi i momenti in cui una madre pensa di aver fatto un buon lavoro, di aver sofferto, sì, ma anche provato tanta felicità e gioia per creare quel capolavoro assoluto che è la vita. Basta darle il giusto valore.
Io oggi sono a qui a scrivere a te, per te, qualcosa che ho tanto pensato, nei mesi passati, ma è come se ora i pensieri si frantumassero in un puzzle che non so ricomporre. Questo è l’effetto della felicità.

Eppure qualcosa vorrei dirti. Chiamale se vuoi Istruzioni per l’uso. Magari ti dirò qualcosa di scontato, da dimenticare subito. O forse qualcosa che rimarrà nella tua mente o piuttosto nella tua anima negli anni a venire.

Inizierò col dirti quello che non devi fare.

Non credere a chi ti dirà che mettere al mondo un figlio è una passeggiata. Il cammino non sarà mai semplice, pur riservando tante gioie. È come scalare una montagna: solo quando sarai in cima capirai di aver fatto un buon lavoro.

Non credere a chi ti dirà che si può essere genitori perfetti. La perfezione non esiste in quello che è il mestiere più difficile del mondo. Ogni tanto si può cadere, l’importante è rialzarsi pensando a ciò che ancora deve venire e non a quello che ormai si è fatto. La vita dà sempre mille occasioni, non dimenticarlo.

Non credere a chi ti dirà che crescere ed educare un figlio sia semplicemente un dovere. Sarà anche un piacere ed ogni piccolo passo del tuo bambino ti ricorderà che c’è tanta strada da fare ancora, con fatica, a volte sconforto, ma sempre con tanta felicità.

Non credere che le cose siano immodificabili. Anche quando ti troverai davanti alle difficoltà – ci saranno e le affronterai come tutti – ci sarà sempre uno spiraglio. Basta non perdere la fiducia, senza aspettare che le cose cambino da sole. Tu e Silvia, mamma e papà, sarete sempre il cambiamento per il vostro piccolo.

E ora vorrei dirti quello che devi fare.

Sii per la tua famiglia un pilastro, non abbandonare mai il cammino, non lasciarti sopraffare dalla stanchezza, nemmeno quando stanco lo sarai davvero.

Sii felice di ciò che hai, perché hai tanto davvero. La felicità non si misura in beni materiali ma nelle emozioni che la vita ti offre ogni giorno. E con il tuo bambino ne scoprirai di nuove ad ogni suo piccolo passo, ad ogni suo versetto, parola, pianto. Lui ti guarderà negli occhi e ti trasmetterà con il suo sorriso eterna gratitudine. Ancora non lo puoi capire ma lo capirai.

Confida in te stesso e nelle tue risorse. Qualcuno pensa che mettere al mondo un figlio oggi sia un atto di coraggio. In parte lo è ma, secondo me, è soprattutto un atto di fiducia nella vita.

Altro non voglio dirti. Forse sono stata fin troppo noiosa e per questo mi scuso. Ancora una cosa: ti amo tantissimo, amo il mio nipotino e la sua dolce mamma. E a voi dico grazie perché oggi è come se mi aveste donato un pezzo di vita in più.

La tua mamma e neo-nonna Marisa

Una storiella sulla felicità

Bellissima!

Psicologia per Famiglia

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Un professore di filosofia sale in cattedra e, prima di iniziare la lezione, toglie dalla cartella un grande foglio bianco con una piccola macchia d’inchiostro nel mezzo.
Rivolto agli studenti domanda: “Che cosa vedete qui?”.
“Una macchia d’inchiostro”, rispose qualcuno.
“Bene”, continua il professore, “così sono gli uomini: vedono soltanto le macchie, anche le più piccole, e non il grande e stupendo foglio bianco che è la vita”

Vittorio Buttafava

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SIATE FELICI E … CORRETE!

venezia-Forse perché stiamo attraversando un periodo di profonda crisi, sociale, politica ed economica, sembra sempre più difficile trovare un motivo per essere felici. E meno si è felici più si parla di felicità, chiacchierando fra amici, virtuali e non, leggendo svariati articoli sui giornali o assistendo a dibattiti televisivi. Il 20 marzo scorso abbiamo celebrato la Giornata Internazionale della Felicità, un diritto oltreché un bisogno. Ma sentirsi felici per un giorno solo non basta, e non è detto che ci si riesca.

Allora perché non provare a stare insieme, a trascorrere una giornata diversa, in compagnia anche di persone sconosciute, godendosi una città speciale come Venezia? Domenica prossima, infatti, si correrà Su e Zo per i ponti di Venezia, una gara non competitiva, se non si ha fretta una semplice passeggiata, che prevede un percorso di 12 chilometri con l’attraversamento di 48 ponti, una minima parte dei 417 ponti che attraversano gli oltre 150 canali lagunari e che tagliano la città in lungo ed in largo.

La corsa (o passeggiata!) avrà due percorsi: uno breve (di soli 6 km) con partenza dalla stazione FS S.Lucia, indicato in particolare per le scuole materne ed elementari, e uno lungo, di 12 km, con partenza da piazza san Marco, all’angolo con Palazzo Ducale.
Tutti sono invitati a partecipare alla S. Messa che si terrà alle ore 8 nella Basilica di San Marco, officiata da concelebrata da don Igino Biffi, responsabile dell’Équipe Pastorale Giovanile dell’Ispettoria Salesiana “San Marco” Italia Nord Est.

Ma tutto ciò che c’entra con la felicità, vi starete chiedendo. C’entra perché quest’anno si corre all’insegna del motto di don Bosco “Siate felici”. Un invito a godere delle piccole cose belle della vita, sullo sfondo di una città che è, invece, una delle grandi meraviglie del nostro pianeta.

A me viene in mente Claudio Baglioni che, molti anni fa, cantava:

poi correre felici a perdifiato
fare a gara per vedere
chi resta indietro

Io di certo, se partecipo, resto indietro. E voi?

Altre notizie a questo LINK.

QUI potete leggere delle curiosità sui ponti di Venezia.

[foto Venezia da questo sito]

20 MARZO: GIORNATA INTERNAZIONALE DELLA FELICITÀ

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A profound shift in attitudes is underway all over the world. People are now recognising that ‘progress’ should be about increasing human happiness and wellbeing, not just growing the economy at all costs. That’s why all 193 United Nations member states have adopted a resolution calling for happiness to be given greater priority and March 20 has been declared as the International Day of Happiness – a day to inspire action for a happier world. (LINK)

Il 20 marzo è stata proclamata, dalle Nazioni Unite, la Giornata Internazionale delle felicità. Perché essere felici è un diritto, oltreché un bisogno.

Siate felici, dunque, dimenticando, almeno per un po’, tutti i guai che ci affliggono e cercando di guardare al futuro con un po’ di ottimismo.

C’è chi dice che una gioa può nascere solo dal dolore, anzi felicità e dolore convivono in noi. Basta non guardare troppo a ciò che ci rende la vita difficile e triste.

Allora una donna disse: Parlaci della Gioia e del Dolore.
E lui rispose:
La vostra gioia è il vostro dolore senza maschera,
E il pozzo da cui scaturisce il vostro riso, è stato sovente colmo di lacrime.
E come può essere altrimenti?
Quanto più a fondo vi scava il dolore, tanta più gioia potrete contenere.
La coppa che contiene il vostro vino non è forse la stessa bruciata nel forno del vasaio?
E il liuto che rasserena il vostro spirito non è forse lo stesso legno scavato dal coltello?
Quando siete felici, guardate nel fondo del vostro cuore e scoprirete che è proprio ciò che vi ha dato dolore a darvi ora gioia.
E quando siete tristi, guardate ancora nel vostro cuore e saprete di piangere per ciò che ieri è stato il vostro godimento.
Alcuni di voi dicono: “La gioia è più grande del dolore”, e altri dicono: “No, è più grande il dolore”.
Ma io vi dico che sono inseparabili.
Giungono insieme, e se l’una siede con voi alla vostra mensa, ricordate che l’altro è addormentato nel vostro letto.
In verità voi siete bilance che oscillano tra il dolore e la gioia.
Soltanto quando siete vuoti, siete equilibrati e saldi.
Come quando il tesoriere vi solleva per pesare oro e argento, così la vostra gioia e il vostro dolore dovranno sollevarsi oppure ricadere.

[da Il Profeta, di Kahlil Gibran]

A VOLTE TORNANO


Li vedi da lontano e li riconosci subito: senza libri, con lo sguardo luminoso, anche di prima mattina, con quell’aria soddisfatta di chi, guardando gli studenti che si avviano tristi e rassegnati verso le aule scolastiche, pensa “Beccatevi un’altra giornata di lezione, noiosa, pesante o forse no, potrebbe essere anche leggera e divertente ma io ho già dato, io ne sono fuori, finalmente”.

Non hanno zaini sulle spalle né il badge in mano, pronto per registrare puntualmente la loro presenza a scuola. Sono gli ex studenti. A volte tornano. Aspettano i “vecchi” prof fuori dall’aula insegnanti, nei corridoi, davanti alla porta dell’aula che la bidella ha indicato, in attesa che si accorgano di loro. A volte bussano e tu non puoi far finta di niente, non puoi dire che non va bene interrompere una lezione, che aspettino il suono della campanella, così magari ti accompagnano nell’altra aula, dove altri ventisette allievi ti aspettano, pronti per la lezione di letteratura.

Mentre cinquantaquattro occhi ti scrutano, che immagini già quello che stanno pensando “Evvai, ora esce e noi ci perdiamo cinque minuti di lezione!”, e allora dici che ti assenti un attimo, stiano buoni e zitti, tanto sei fuori dalla porta e li senti, anzi, lasci la porta aperta. E quelli che a volte tornano ti raccontano dei test d’ingresso all’università, che sono andati bene o sono andati male. “Tanto fa niente, m’iscrivo a un’altra facoltà e ritento il prossimo anno.” Oppure ti dicono che ne hanno tentati due, uno a medicina e uno a ingegneria; è andato bene il secondo, fa lo stesso. E tu ti chiedi “come fa lo stesso?”, ma poi pensi che bravi come sono, ogni scelta sarà quella giusta.

Poi, prima dell’inizio della lezione, ne trovi uno davanti all’aula e ti dice “ho seguito il suo consiglio: vado all’estero per un anno, imparo la lingua, lavoro e poi vedremo”. Tu ti chiedi quando hai dato questo consiglio, ché non te lo ricordi. Poi t’illumini e pensi che sì, hai fatto un discorso generale, un consiglio dato a tutti ma in realtà era rivolto a uno solo, i genitori ti avevano chiesto la collaborazione, “magari lei ci riesce a convincerlo”. Tu sapevi già, comunque, che avresti convinto tutti ma non lui. Infatti.

A volte li incontri per strada e non li riconosci. Sono passati tanti anni, quanti? Otto, dieci … ma sì, “si ricorda, ero discolo, non avevo voglia di fare niente. Grazie a lei sono cambiato, mi sono iscritto all’università, vado piano ma alla laurea ci arrivo, vedrà.” E tu lo guardi e finalmente ricordi, riconosci il suo visetto da adolescente dietro la barba incolta dell’uomo che è diventato, i suoi occhi vispi da furbetto, azzurri come il mare. Poi, quando fa per salutarti, ti dice: “prof io sono la testimonianza vivente del buon lavoro che ha fatto. Grazie.”. E tu lo guardi e vorresti abbracciarlo ma gli stringi solo la mano che lui ti tende con uno sguardo che sa di gratitudine eterna.

Ritorni a casa e ti sembra di camminare a un metro da terra. Ripensi a quell’incontro e ti convinci che il tuo lavoro è davvero il più bello del mondo. E piangi. Di felicità, finalmente.

LE PERSONE SCHIETTE E SINCERE MI RENDONO FELICE! I FINTI BUONI FANNO PIU’ DANNO CHE BENE PERCHE’ MASCHERANO LA REALTA’ E RENDONO LA VITA PIU’ DIFFICILE!

C’è una frase in questo post di Trutzy che condivido pienamente: «Essere sinceri non significa non avere tatto»

A volte, però, dire la verità ha più contro che pro.

Comunque sia, viva la sincerità. 🙂

L’ABITO NON FA IL DEPRESSO


Secondo la ricerca di un gruppo di psicologi inglesi dell’University of Hertfordshire, nell’Inghilterra Orientale, l’abito che si sceglie per uscire da casa rifletterebbe il nostro stato d’animo. Nel bene e nel male, nell’euforia e nella depressione.

Lo studio, condotto su un centinaio di donne, ha rivelato che il 50% delle intervistate indossano i jeans quando si sentono depresse. Al contrario, il “vestito della felicità ”, cioè quello che fa sentire bene una persona, è un vestito di buon taglio, che valorizza la figura ed è fatto con un tessuti di qualità e dai colori vivaci. (LINK della fonte della notizia)

Mi permetto di dissentire. A parte il fatto che io non ho un abbigliamento standard, nel senso che non sono una che si veste sempre sportiva o sempre elegante, che indossa solo pantaloni o solo abitini, sono capace di andare a fare la spesa in calze a rete (con addosso anche un vestito, naturalmente 😉 ) ma quando indosso i jeans sono proprio felice.

Le signore inglesi dovrebbero sperimentare la felicità che si prova quando si indossano i jeans che fino a due mesi fa non si chiudevano (nemmeno distesa sul letto e con l’ausilio di una intera squadra di body builders!) senza fare nessuna fatica. Altro che abiti di buon taglio (magari anche di una buona taglia) dai colori vivaci! 🙂

[immagine da questo sito]