9 luglio 2017

L’INSOSTENIBILE PESANTEZZA DI UN ANNO SCOLASTICO

Posted in affari miei, famiglia, lavoro, MIUR, riforma della scuola, scuola tagged , , , , , , , , a 4:35 pm di marisamoles


Domani ci saranno gli scrutini integrativi per il recupero dei Debiti Formativi. Nel mio liceo si “saldano” a luglio per far passare in pace – almeno si spera – il resto dell’estate agli allievi, peccato però che di fatto le ferie dei docenti (e non dico “vacanze” perché quelle spettano agli studenti!) non possano iniziare dal 1 luglio come dovrebbero. Poi ci sono anche i professori impegnati negli esami di maturità e ne avranno fino a metà mese. Con buona pace di chi, alla fine delle lezioni, inesorabilmente tuona con la solita litania degli “insegnanti che hanno tre mesi di vacanza”.

Vero è che dal 14 giugno, giorno in cui sono finite le lezioni, non ho passato tutti i giorni a scuola. Ma il nostro lavoro va al di là delle 18 ore di lezione e, specialmente alla fine dell’anno scolastico, ci sono delle incombenze, perlopiù burocratiche, che impegnano molte ore anche se lasciano la libertà di scegliere quando svolgerle. Questo è il punto: se non ti fai vedere a scuola tutti i giorni e se svolgi questo “lavoro sommerso” a casa, magari di notte, tu per gli altri – quelli che la scuola l’hanno solo frequentata da studenti e non si fanno sfuggire l’occasione di pontificare – sei “in vacanza”. Se poi qualche ora si passa all’interno dell’edificio scolastico per riunioni, scrutini, sorveglianza agli esami, con il termometro che spesso arriva a 27°C, che sarà mai! Specialmente se il resto del tempo te lo puoi godere facendo ciò che ti pare e piace, percependo un regolare stipendio che ti viene accreditato sul conto corrente bancario ogni 23 del mese… pure quando sei in “vacanza”!

Non è così che funziona. Sono stanca di ripeterlo e sono soprattutto esausta dopo un anno scolastico che, più il tempo passa, più pesante diventa. E non solo perché si invecchia, anche se l’età media dei docenti supera i 50 anni ed è normale che si senta anche il peso degli anni.

Io capisco che ci sono anche quelli che possono davvero sentirsi in vacanza e non arrivano nemmeno tanto stremati a giugno. Non voglio puntare il dito contro nessuno ma davvero ci sono docenti che hanno un lavoro più “leggero” e che certamente non devono correggere 1000 compiti di italiano o latino, che richiedono molta attenzione e un dispendio di tempo notevole poiché non sono test a crocette che si correggono in un’ora, come faccio io.

Diciamo, poi, che ciascuno ha anche dei problemi personali da affrontare che possono rendere molto pesante il lavoro a casa, proprio perché non si può disporre delle ore che rimangono una volta finite le lezioni, che devono invece essere dedicate o a figli piccoli o a genitori anziani. Mettiamoci pure i problemi di salute che, dato l’aumento dell’età della pensione, non mancano di certo. Se penso che quand’ero agli inizi della carriera alcuni colleghi – soprattutto colleghe – andavano in pensione, a 40 anni con 16 di servizio e 4 di riscatto universitario, mi viene una rabbia soprattutto pensando che noi lavoriamo per pagare le loro pensioni che sono di tutto rispetto. Mentre a noi resteranno le briciole e anche la cosiddetta “buonuscita”, regolarmente accantonata, ci verrà data a rate due anni dopo il ritiro effettivo dal lavoro. Quando avremo 67 anni, se basta.

Ecco, posso dire che quello che ha reso oltremodo pesante quest’anno scolastico che mi sto finalmente lasciando alle spalle, è il malumore. Perché davvero non c’è rispetto per il nostro lavoro, perché tutti son pronti a dire la loro sminuendo non solo la nostra professione ma anche l’efficacia stessa di quel che facciamo. “La scuola che boccia è una scuola perdente!”, quante volte l’abbiamo sentito? Ed è perdente perché gli insegnanti sono incapaci, sono dei mangia-pane-a-tradimento nell’accezione più pura del detto popolare: “uomo disutile e buono solo a mangiare” (Antonini,1770, Tommaseo, 1867, Rigutini,1937). Insomma, dovremmo essere più bravi per non lasciare nessuno indietro. E che dire, allora, del contributo che gli studenti danno? Che dire del loro reale impegno per raggiungere gli obiettivi? Che dire delle famiglie, sempre pronte a difendere i pargoli, puntando il dito contro i docenti che non capiscono, non giustificano, non motivano, non incentivano…

A questo punto voglio chiarire che personalmente non mi sono trovata in situazioni a tal punto sgradevoli, anzi, ho profonda stima dei miei studenti che ho aiutato, premiando l’impegno, e sollecitato a studiare di più per ottenere migliori risultati confidando nelle loro potenzialità. Ho sempre buoni rapporti con i genitori e molti di loro mi ringraziano per quello che faccio. Però ciò non basta a togliermi di dosso quel malumore che aleggia su tutta l’istituzione scolastica, indipendentemente dall’ordine e grado di scuola, dalle regioni d’Italia, dalle città o periferie.

La scuola è malata, forse. Ma non c’è nessuno al suo capezzale ad assisterla. Non c’è un ministro – dico uno o una… e ne sono passati tanti sotto i miei occhi nei 34 anni d’insegnamento… – che trovi davvero una cura. Ma è malata la scuola, non i docenti, non i dirigenti, non gli studenti.

Prendiamo ad esempio la cosiddetta #buonascuola. A dispetto del nome, è stata ed è una pessima riforma, anzi, non merita nemmeno l’appellativo di “riforma” perché non ha riformato nulla ma ha peggiorato molto di quello che prima nella scuola funzionava. Non voglio entrare nei particolari (d’altronde pubblico questo post sul mio blog principale e non su laprofonline, proprio perché vuole essere uno sfogo personale e non un post tecnico), ma prendiamo ad esempio i finanziamenti alla scuola.

Molti equiparano la scuola a un’azienda. Allora mi dicano quale impresa può sopravvivere senza fondi… noi non produciamo ricchezze che poi possiamo reinvestire, abbiamo solo bisogno di soldi per offrire un servizio decente. Ma lo Stato latita da questo punto di vista e non fatevi ingannare dai vari ministri che si sono vantati e si vantano di destinare alla scuola italiana sempre più fondi. Il problema è che questi soldi non bastano, sono come una goccia d’acqua nell’oceano, ma questo nessuno lo capisce.
Quindi, le scuole come sopravvivono? Con i contributi “volontari” delle famiglie. “Se sono volontari, nulla è dovuto!”, tuonano ogni anno le varie associazioni dei consumatori. Ma ignorano che una parte del contributo è dovuta per le “spese vive” (libretto personale per le giustificazioni, materiale vario che i docenti distribuiscono tramite le fotocopie, l’utilizzo dei laboratori, i servizi più disparati destinati agli studenti, le attività extracurricolari… sono solo degli esempi) e che spesso nemmeno la modesta somma dovuta viene versata.

Rendiamoci conto che in alcune scuole non vengono nemmeno sostituiti i docenti assenti con personale supplente perché non ci sono soldi. E anche quei fortunati supplenti che ottengono un incarico annuale, aspettano mesi prima di ricevere lo stipendio. Vi pare un’azienda che funziona questo tipo di scuola?

Vogliamo una scuola vivace, interessante, stimolante, accogliente, inclusiva e chi più ne ha più ne metta. Giustissimo, per carità, ma con quali soldi? Ora c’è il PON (Programma Operativo Nazionale) che include progetti pluriennali che ogni scuola, se vuole, può proporre e, se i progetti vengono considerati validi, allora arrivano tanti bei soldini elargiti dalla UE. Se…

Per partecipare al PON, però, ci vogliono i progetti, bisogna stabilire quanti e quali siano necessari ma soprattutto meritevoli d’attenzione da parte del Ministero e quanti e quali possano essere davvero accattivanti per gli studenti, si devono compilare pagine elettroniche infinite (ormai si fa tutto on line ma “la mente che crea” non è così veloce…), inviare il tutto entro i termini e stare attenti che le scadenze non sfuggano, incrociando le dita in attesa del responso finale che però arriva mesi dopo. Diciamo che c’è pure il tempo di dimenticarsi del PON.

Fin qui tutto bene, a parte il tempo speso per assolvere a tutte le questioni elencate (io ne ho speso parecchio, per dire, e tutto in orario extrascolastico però a scuola, così almeno mi si vedeva al lavoro!). Ma quando penso che l’obiettivo – inutile nasconderlo – del MIUR è quello di destinare meno soldi alle scuole perché tanto c’è il PON, ecco che il malumore aumenta.

A tutto ciò si aggiungono i problemi personali, come dicevo all’inizio. Io ho dovuto affrontare la rovinosa caduta di mia mamma con conseguente frattura del femore, nonché i problemi di salute di mio papà che sto ancora affrontando. E anche la mia salute non è proprio eccellente: verso la fine delle lezioni sono finita al Pronto Soccorso con i sintomi dell’infarto… tutto a posto, ha detto il medico che mi ha assistito nell’emergenza, ma “fossi in lei farei dei controlli ulteriori”. E così, di controllo in controllo, passerà tutta l’estate e il mio malumore, e anche la mia ansia, non può che peggiorare.

Ecco in estrema sintesi come mi sento. Ho sempre dato tanto al lavoro, spesso sottraendo tempo alla famiglia, quando i bambini erano piccoli e avevano più bisogno di me. Ho visto convivenze e matrimoni naufragare per questo motivo, perché a volte anche chi vive accanto a noi non capisce. “Ma chi te la fa fare per quei due soldi?”, chiedono. Io non ho mai pensato allo stipendio, perché amo il mio lavoro e ci metto passione in tutto quel che faccio. Ma non ci posso rimettere la salute ed è questo pensiero che attualmente mi turba.

Le colleghe che sono andate in pensione prima della malefica Legge Fornero alla mia età avrebbero avuto 2 o 3 anni davanti. Io ne ho 10 se va bene, ma probabilmente saranno 11. Posso dire che sono di malumore, che mi sento sfruttata (ho iniziato a insegnare prima ancora di laurearmi!), che non tollero questa ingiustizia, questo protrarsi degli anni in cattedra che mi pare sempre più una condanna ai lavori forzati? Posso dire che non vedo roseo il mio futuro, sotto nessun punto di vista?

Sono solo stressata e vedo tutto nero? Può darsi, anzi, lo spero. Magari a settembre rileggerò questo post e sorriderò. Ma molto probabilmente il prossimo luglio ne scriverò uno molto simile perché ho poche speranze che le cose cambino.

AUGURO A TUTTI UNA

Nel frattempo mi trovate QUI.

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11 luglio 2010

SCUOLA: ULTRACINQUANTENNI IN CATTEDRA E I GIOVANI A CASA

Posted in adolescenti, politica, scuola tagged , , , , , a 6:36 pm di marisamoles

I docenti italiani invecchiano in classe. Nel 1998 l’età media degli insegnanti era di 45 anni, ora si superano i cinquanta. Non va meglio per i Dirigenti Scolastici (ex presidi): quelli con meno di 40 anni d’età sono una specie estinta e hanno in media 58 anni. Troppi.

Insomma, i giovani stanno a casa, perlopiù perché precari rimasti senza lavoro. Questa è la verità. E mentre un tempo almeno le maestre elementari potevano, teoricamente, salire in cattedra a 18 anni, ora che la loro formazione si è giustamente allungata con l’obbligo di frequentare il corso triennale universitario, attualmente i docenti che non hanno spento ancora le trenta candeline sono praticamente scomparsi.
E che dire dei precari, ormai sempre meno occupati e molto più preoccupati? Anche loro hanno i capelli grigi: hanno in media 39 anni, otto su 100 ne hanno più di 50 e qualcuno ha oltrepassato i 60. Mediamente impiegano 13 anni per ottenere il ruolo.

Prendendo in considerazione altre realtà europee ed extraeuropee, la situazione è completamente diversa: in Francia, gli under 40 rappresentano il 43 % e negli Stati Uniti siamo al 42%; in Giappone i docenti che con meno di quarant’anni costituiscono il 40 %. Perché, dunque, qui in Italia i docenti sono così “vecchi”?

Una delle possibili cause è da attribuire ai concorsi banditi senza alcuna regolarità dagli anni Ottanta in poi. Ciò ha determinato, di conseguenza, l’entrata in ruolo di molti docenti già “in età” che superavano, nella graduatoria per titoli, i giovani neolaureati. A quest’ultimi è stata data comunque la possibilità di affacciarsi alle aule scolastiche con i contratti a tempo determinato. Nell’ultimo anno, però, la situazione è cambiata a causa del famoso articolo 64 della Legge 133 che prevede i famigerati e discussi “tagli” al personale scolastico, nel rispetto dei risparmi preventivati.

Insomma, sulla scuola italiana si deve risparmiare e per fare ciò non è previsto il turn-over, la possibilità, cioè, di rimpiazzare i docenti che vanno in pensione con le cosiddette nuove leve. Quindi, non solo in cattedra siedono docenti sempre più anziani, ma anche le aule sono più affollate: da quest’anno, infatti, il numero minimo degli allievi per classe aumenta. Per la secondaria di II grado, ad esempio, è di 27 allievi, almeno per le classi prime.

Per una volta sono d’accordo con la senatrice Mariangela Bastico del Pd che commenta con queste parole l’età media decisamente elevata degli insegnanti italiani: «la cosa che aggraverà la situazione è l’elevamento dell’età pensionabile a 65 anni per le donne, che nella scuola rappresentano la maggioranza».
Già, proprio così: le quote rosa nella scuola sono decisamente alte e, quindi, l’elevamento dell’età pensionabile delle donne rischia di aumentare ancor più l’età media dei docenti italiani. Tuttavia, in questo caso, la colpa non è proprio tutta del governo: come ha spesso sottolineato Berlusconi – in un primo tempo riluttante ad assecondare la richiesta della UE- è l’Europa che ce lo chiede. Anzi, ce l’ha ri-chiesto recentemente, bocciando la proposta del governo di procedere all’adeguamento per gradi, concludendo l’intero processo nel 2018. Nossignori, l’Europa ci impone l’adeguamento fin da subito, pare.

Una cosa, però, non ho capito: se la UE c’impone di mandare in pensione le donne –solo le statali, però!- alla stessa età degli uomini, per non discriminarle, perché mai il governo italiano non ha proposto di mandate in pensione gli uomini a 60 anni?

[fonte: La repubblica; foto da questo sito]

4 marzo 2009

IL MINISTRO BRUNETTA E LA PROPOSTA INDECENTE

Posted in lavoro, Legge, politica, Renato Brunetta tagged , , , , a 7:01 pm di marisamoles

brunettaAlla fine il ministro Renato Brunetta ce l’ha fatta: è stata inviata, infatti, alla Commissione Europea una bozza di proposta concernente l’elevazione dell’età pensionabile per le donne. Con la scusa che la Corte di Giustizia Europea aveva, qualche mese fa, condannato l’Italia per la discriminazione tra uomini e donne nella Pubblica Amministrazione, il ministro della Funzione Pubblica ha ordito il suo progetto ai danni del gentil sesso, senza lasciarsi condizionare dalle proteste che, fin da subito, erano state avanzate proprio dalle dirette interessate. Non poteva, evidentemente, tollerare che i giudici lussemburghesi ritenessero ingiusto ai danni degli uomini concedere alle donne la facoltà di andare in pensione cinque anni prima. E il maschilismo, per una volta, s’è fatto da parte; mentre in mille modi gli uomini tentano di ostacolare la carriera delle donne, considerandole a volte indegne dei ruoli che rivestono, con questa proposta indecente Brunetta vuol far credere alle italiane che stia agendo per il loro bene, perché non siano ancora una volta discriminate. Se parlare di par condicio e quote rosa non è mai servito a screditare il maschilismo imperante in Italia, ora che vogliono mandare le donne in pensione più tardi, i maschi italiani si puliscono un po’ la coscienza. Non solo, in un gesto di puro altruismo, vogliono gratificare le madri e le mogli d’Italia, che spesso devono rinunciare alla carriera per accudire i figli e mostrarsi sempre partner affettuose, con un bel periodo di lavoro in più. Come se quello che attualmente svolgono non bastasse! Ma di questo ho già parlato in un precedente articolo che vi invito a rileggere.

Spesso ci si dimentica che in Italia le donne non sono poi così tanto “casalinghe disperate” – eccezion fatta per il sud dove ancora stanno a casa o perché non trovano lavoro o per l’atavica tendenza a fare un figlio dietro l’altro come se la contraccezione non esistesse – e che per la maggior parte sono costrette a trovarsi un impiego per contribuire a far quadrare il bilancio familiare. Insomma, non stiamo parlando di semplici arriviste con in mente solo la carriera che, con l’uniforme costituita da tailleur e tacchi a spillo, cercano di accelerare il più possibile; stiamo parlando di madri di famiglia che si barcamenano fra l’impiego fuori casa e l’immensa mole di lavoro domestico che nessuno svolge per loro. Senza contare che, talvolta, la pensione viene vista come un miraggio non per fare finalmente la bella vita – con le pensioni degli statali non c’è nemmeno la speranza di darsi alla pazza gioia – ma per dare assistenza ai genitori anziani visto che mancano strutture adeguate a basso costo e che le mamme italiane sono portate all’estremo sacrificio e non abbandonerebbero mai i propri genitori in un ospizio. Certo, ci sono le dovute eccezioni ma è un dato di fatto che le donne, una volta allevati i figli, si prendono cura della propria famiglia di origine, Anzi, visto che ormai i figli, spesso destinati ad essere unici, si fanno in età “avanzata”, non capita di rado che le donne si prendano cura contemporaneamente di poppanti e anziani.

Per una volta sono d’accordo con i sindacati quando dicono che in questo modo si discriminano le lavoratrici pubbliche da quelle impiegate nel settore privato e che, in ogni caso, un progetto di tal genere doveva essere portato avanti previa consultazione delle parti sociali. O quanto meno, lasciare un margine di flessibilità o volontarietà che non è previsto dal ministro Brunetta.

In sintesi, cosa prevede l’unico articolo della bozza che sarà inserita in un emendamento, a firma della senatrice Cinzia Bonfrisco (Pdl), al disegno di legge Comunitaria che sarà discussa in Aula al Senato tra martedì 10 e mercoledì 11 marzo?
Cito da Repubblica. it:

“L’articolo sostituisce, dal 2010, quanto previsto dalla legge 335 dell’8 agosto 1995 (articolo 2, comma 21). Il testo prevede che “a decorrere dal primo gennaio 2010, per le lavoratrici iscritte alle forme esclusive dell’assicurazione generale obbligatoria per l’invalidità, la vecchiaia e i superstiti, il requisito di età per il conseguimento del trattamento pensionistico di vecchiaia (…) e il requisito anagrafico (…) sono incrementati di un anno”.
Tale età – prosegue il testo – è ulteriormente incrementata di un anno, a decorrere dal primo gennaio 2012, nonché di un ulteriore anno per ogni biennio successivo fino al raggiungimento dell’età di 65 anni“. La norma prevede comunque che “restano ferme la disciplina vigente in materia di decorrenza del trattamento pensionistico e le disposizioni vigenti relative a specifici ordinamenti che prevedono requisiti anagrafici più elevati, nonchè le disposizioni di cui all’articolo 2 del decreto legislativo 30 aprile 1997, n.165”.

“Le lavoratrici di cui al presente comma – prevede inoltre l’articolo – che abbiano maturato entro il 31 dicembre 2009 i requisiti di età e di anzianità contributiva previsti dalla normativa vigente prima della entrata in vigore della presente disposizione ai fini del diritto all’accesso al trattamento pensionistico di vecchiaia conseguono il diritto alla prestazione pensionistica secondo la predetta normativa e possono chiedere all’ente di appartenenza la certificazione di tale diritto”.

Che altro c’è da dire? Nulla, ma si può forse sperare in un tempestivo ravvedimento. In fondo lo stesso premier aveva espresso le sue perplessità a riguardo lo scorso novembre. Ora pare che ci siano divergenze all’interno della stessa maggioranza. Ma questa più che una speranza mi sembra un’illusione. Se è vero che spes ultima dea, non pare che le illusioni abbiano sembianze divine, anzi, non sono nemmeno immortali visto che più volte le illusioni ce le hanno proprio ammazzate.

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