28 giugno 2016

RIMANGO COPERTA, GRAZIE

Posted in affari miei, web tagged , , , , , , , a 11:38 am di marisamoles

A questo tweet di Selvaggia Lucarelli ho risposto, innocentemente, che essere a New York è comunque un’esperienza emozionante.
Ora, credo che questo pensiero sia condivisibile da molti. Ci vuole, tuttavia, una buona dose di malizia (o di coda di paglia?) per rispondere al mio tweet come fa un certo Simone Macchia, a me sconosciuto.

Ho forse detto qualcosa contro i gay e le loro manifestazioni? New York è forse una città meno bella, interessante o emozionante se non si partecipa a un gay pride? I 140 caratteri che Twitter ci mette a disposizione sono pochi, quindi bisogna essere sintetici. Ho espresso il mio punto di vista su una città che è meta dei sogni di milioni di persone, a prescindere dal fatto che Selvaggia Lucarelli si trovasse là, in occasione del gay pride, senza esprimere alcun giudizio sugli omosessuali. Ora, non vedo il motivo per cui io mi dovrei spogliare dalla mia mentalità retrograda e partecipare a un gay pride. La cosa non mi interessa, al di là della mentalità che secondo altri è retrograda. Anzi, devo dire che è proprio la mentalità di altri che mi urta e per questo, anche se avessi avuto una pur vaga intenzione di provare quel tipo di esperienza, la voglia mi è decisamente passata.

Però mi piacerebbe andare a New York. Posso dirlo?

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5 giugno 2016

POESIA (non si butta via niente)

Posted in affari miei, poesia, web tagged , , , , , a 6:48 pm di marisamoles

PREMESSA
Oggi mi sono dedicata alle pulizie. No, non quelle che si fanno con straccetto e aspirapolvere. Ho eliminato un po’ di “roba” inutile nella casella di posta elettronica. Devo ammettere che ho anche barato: ho segnato come “letti” messaggi che in realtà mi ero ripromessa di leggere prima o poi. Ma quando si superano le 3000 mail non lette, ammetto che a me viene un po’ di angoscia. Purtroppo spesso si tratta di notifiche di post dei blog amici che avrei voluto effettivamente leggere, ma non ne ho avuto il tempo. Prometto che mi rifarò la prossima estate: decido fin d’ora che dedicherò una settimana a ciascuno degli amici, facendomi una scorpacciata di post non letti!
Sempre presa dalla frenesia delle pulizie di primavera (ormai quasi finita), sono passata al blog. Mi sono ritrovata tante di quelle bozze, post che non ricordavo nemmeno di aver iniziato …. e piantato là. Non è da me. L’incompiuto mi angoscia. Mentre scorro velocemente i titoli delle bozze, la mia curiosità è attratta da uno in particolare: “Poesia”. Apro l’editing ed ecco che qualcosa mi torna alla mente. Questo post staziona tra le bozze da più di un anno e mezzo. L’unica cosa che mi consola è che, se è vero che io ho lasciato tra le bozze il post, è anche vero che la blogger cui faccio riferimento non mi ha mai risposto… nemmeno agli altri commentatori.
Quindi, siccome non si butta via niente, eccovi il post e la mia… poesia. L’iniziativa non è male, potremmo rilanciarla. Le poetesse amiche – Ombreflessuose, Isabella Scotti, Diemme…- che ne dicono?
BUONA LETTURA!

Un po’ di tempo fa [ottobre 2014], una certa Stefania, a me sconosciuta, ha lasciato sul mio blog, commentando un post, un invito a passare dal suo dove avrei trovato una sorpresa.
Si trattava, in sintesi, di comporre un testo utilizzando cinque parole – silenzio guardai con tuttavia infinito – e traendo ispirazione dall’immagine che riporto qua sotto.

sera

L’idea mi piacque e di getto scrissi una poesia. Erano anni che non mi cimentavo con i versi e devo dire che sono rimasta piacevolmente sorpresa dal modo in cui le dita scorrevano velocemente sulla tastiera a comporre il testo. Certamente non è un capolavoro e lungi da me l’idea di definirmi poetessa. Però quello che scrivo, bello o brutto che sia, appartiene alla mia anima, per sempre. Non si butta, insomma.

Devo dire con rammarico che Stefania non ha pubblicato il mio testo, lasciato nello spazio dei commenti. Nemmeno gli altri ospiti, cui è stato concessa la pubblicazione delle composizioni, in versi e in prosa, hanno avuto miglior trattamento, dato che la promotrice dell’iniziativa – che si è pure preoccupata di lasciare il link al suo post in giro per il web, anche a dei perfetti sconosciuti – non ha risposto a nessun intervento.

Ecco dunque il mio testo. A voi l’ardua sentenza …

ASCOLTO NEL SILENZIO LE TUE PAROLE

Ascolto nel silenzio le tue parole
lievi
come fiocchi di neve
cullati dal vento.
Sento nel petto i battiti del cuore
forti
come cavalli al galoppo.
Ricordo il tuo sguardo
triste
mentre andavi via
come un ladro nella notte.
Ti guardai.
Hai rubato la mia anima,
dissi,
mentre parole bagnate di lacrime
con rabbia uscivano
dalla bocca orfana dei tuoi baci.
Ho scritto la parola fine
sulle pagine della nostra vita.
Non tornare, spettro dell’amore che fu.
Lasciami nel mio dolore,
svuotata
come una tazza di tè bevuta
fino all’ultima goccia.
Grido nel silenzio l’odio
infinito
che non si spegne
come candela al vento.
E continuo ad amarti,
tuttavia.

23 aprile 2016

IL PRINCIPINO GEORGE E OBAMA

Posted in affari miei, bambini, famiglia, figli, web tagged , , , , , , , , , , , , a 12:13 pm di marisamoles

epa05273056 A handout picture made available by Kensington Palace on shows US President Barack Obama (C) and US First Lady Michelle Obama (back-C) meeting Price George (R) while his father Prince William the Duke of Cambridge (L) looks on at Kensington Palace, London, Britain, 22 April 2016. Obama is currently on a four-day state visit to Britain.  EPA/PETE SOUZA / PRESS ASSOCIATION / KENSINGTON PALACE / HANDOUT UK AND IRELAND OUT HANDOUT EDITORIAL USE ONLY/NO SALES

Chi mi segue sa che sono una fan di William, Kate e famiglia. Da quando sono nati i due eredi, George e Charlotte, la coppia reale pubblica regolarmente le fotografie della felice famiglia, esattamente come qualsiasi mamma e papà, orgogliosi dei figlioletti che crescono e si fanno sempre più belli.

La fotografia che ritrae il principino George che allunga la mano, in segno di saluto, al presidente USA Barack Obama, in visita a Kensington Palace (residenza ufficiale di William e Kate), è davvero speciale. Non opera dei soddisfatti genitori ma dei fotografi presenti nel salone del palazzo, autorizzati ad immortalare lo storico evento. La cosa che salta subito all’occhio è la mise di George: vestaglia da camera e pigiamino color pastello, abbigliamento tipico di chi sta per andare a nanna. Non senza aver salutato, da perfetto padrone di casa, l’illustre ospite.

Ora ci sarà sicuramente chi obietterà che i bambini “normali” di certo non indossano una vestaglia. Forse non tutti, ma i miei figli sì. Quand’erano piccoli, più o meno dell’età di George, avevo acquistato due splendide vestaglie scozzesi – una blu e una rossa – per evitare che prendessero freddo, d’inverno, in quel lasso di tempo che inevitabilmente passava dacché erano pronti per la nanna e il momento preciso in cui si decidevano davvero ad andare a letto.

La vestaglia rossa del più piccolo tornò utile anche quando, all’età di tre anni e mezzo, fu ricoverato in ospedale per l’intervento di asportazione di un’ernia inguinale congenita.
Ricordo ancora quando, al momento del pranzo, il giorno stesso del ricovero, il mio piccolo indossò la vestaglia per sedersi a tavola. Il tutto senza che io gli dicessi nulla. Quando arrivò l’inserviente con il pasto, lanciò un’occhiata esterrefatta e, commentando l’abbigliamento del bimbo, esclamò: “E chi è questo, un lord inglese?”.

Come si dice? La classe non è acqua. E anch’io, umile plebea, ho avuto i miei piccoli principi… in vestaglia e pigiamino.

[immagine da questo sito]

3 aprile 2016

NON SOPPORTO CHI VUOLE OBBLIGARMI A LEGGERE UN LIBRO CHE NON MI INTERESSA

Posted in affari miei, libri, web tagged , , , , , , , , a 9:34 am di marisamoles

DIRITTI LETTORE

Nell’immagine ho riportato i 10 diritti irrinunciabili del lettore secondo Daniel Pennac (QUI affronto l’argomento “lettura” in modo più ampio). Non solo li condivido appieno ma mi arrogo in particolare il diritto di leggere ciò che voglio senza uniformarmi ai gusti altrui e senza sentirmi obbligata a leggere quelli che sono universalmente riconosciuti come “capolavori” la cui lettura, almeno una volta nella vita, bisogna affrontare.

Per la maggior parte dei lettori questa mia presa di posizione netta sarà incomprensibile. Allora affronto il tema cruciale, rimandando alla lettura, senza costrizione alcuna ovviamente, dei post che due amiche blogger (Scrutatrice di Universi e Diemme) hanno dedicato, in tempi diversi, al romanzo di Michail Bulgakov Il maestro e Margherita.

Sinceramente non mi interessa che quest’opera sia considerata un capolavoro della letteratura mondiale: il genere e la trama non stuzzicano in me alcun interesse. Non lo leggerò.

Quel che non sopporto è il tentativo di farmi cambiare idea e, ancor peggio, di farmi passare per “ignorante” quando affermo in modo categorico che quella lettura non mi interessa.

Odio profondamente l’omologazione. Non capisco perché, nonostante già gli antichi sottolineassero il fatto che sui gusti non si discute, io non possa avere il diritto di dire che Il maestro e Margherita, benché sia stato letto da milioni di persone (poi, a volerla dire tutta, più venduto non significa più letto né tanto meno più gradito), non è di mio gusto. Non m’ispira per nulla.

Se date un’occhiata alla pagina Le mie letture, i romanzi consigliati non sono capolavori, anzi, si tratta perlopiù di romanzi leggeri, di narrativa contemporanea che spesso non è di alta qualità. Ciò non significa che non si possa trascorrere qualche ora in compagnia di un libro piacevole, per distrarsi un po’ senza calarsi in una lettura pesante o comunque affrontata controvoglia. E ciò non significa che, nel poco tempo libero che ho a disposizione, specie d’estate, non legga i classici. Semplicemente non ne parlo, non ne consiglio la lettura perché suppongo che i miei lettori li abbiano letti o comunque ne abbiano sentito parlare.

In conclusione, non tollero chi giudica senza conoscere le persone e quegli interessi di cui si ritiene di non dover parlare in un luogo pubblico come è questo blog. Allo stesso modo, non è consigliabile esprimere giudizi o addirittura offendere le persone che non condividono le stesse opinioni. Si può tranquillamente dissentire, ci mancherebbe, senza tuttavia stabilire con un giudizio considerato inappellabile ciò che è giusto e ciò che è sbagliato.

23 febbraio 2016

CARO CORRIERE.IT, ORA SIAMO DI NUOVO AMICI

Posted in affari miei, amicizia tagged , , , , , a 9:09 pm di marisamoles

amiciziaAGGIORNAMENTO DEL POST “CARO CORRIERE.IT, NON AVRAI I MIEI 9 EURO E 90 CENTESIMI AL MESE”

Alla fine l’ho spuntata: posso accedere in modo illimitato e gratuitamente a tutti gli articoli del Corriere.it e all’archivio storico.

Come si dice: chi la dura la vince. E io, come forse qualcuno di voi avrà capito (mi riferisco, ovviamente, ai lettori abituali), non sono una che si arrende facilmente.

Sintetizzando: mi ero risentita molto quando la direzione del Corriere.it aveva comunicato che, per leggere più di 20 articoli al mese, si doveva pagare 9 euro e 90 centesimi. Avevo scritto al direttore senza ottenere risposta. Rivendicavo semplicemente il diritto di non dover pagare dal momento che da anni collaboro gratuitamente al blog “Scuola di Vita”.

La redattrice del blog, Carlotta De Leo, è stata gentilissima: dopo un giro di e-mail a colleghi redattori e ufficio marketing, è riuscita ad ottenere per me l’accesso gratuito. In ogni mail ha insistito sul fatto che collaboro gratuitamente per il blog multiautore.

Insomma, do ut des. Ma va bene così.

[immagine da questo sito]

10 febbraio 2016

CARO CORRIERE.IT NON AVRAI I MIEI 9 EURO E 90 CENTESIMI AL MESE

Posted in affari miei, web tagged , , , , , a 2:37 pm di marisamoles

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Dall’inizio del mese il Corriere.it ha rivoluzionato il sito e ha riservato una sorpresa, non so quanto gradita, ai lettori affezionati come me: la homepage è sempre consultabile ma gli articoli leggibili gratuitamente sono solo 20 al mese, dopodiché si deve pagare un abbonamento mensile di 9,90 euro.

Inutile dire che ho immediatamente scritto una lettera di protesta al direttore. Inutile dire che non ho ricevuto alcuna risposta.
Ecco in sintesi le mie obiezioni:

1. A volte si lascia un commento agli articoli letti (almeno a me capita spesso, per uno scambio di opinioni con gli altri lettori). Se qualcuno vota l’intervento e/invia una risposta, mi arriva la notifica per e-mail. Il che significa che devo ritornare sull’articolo e, ovviamente, questo nuovo passaggio viene identificato come nuova lettura.
La mia obiezione è che, in questo modo, anche ammesso che uno non legga più di 20 articoli al mese o faccia una selezione ragionata prima di cliccare sul titolo, il raggiungimento del limite arriva assai presto, scoraggiando non solo la lettura ma anche i commenti ad un articolo. Ovviamente sempre che non si voglia pagare l’abbonamento.

2. Chi mi segue (anche sul blog laprofonline) sa che da anni collaboro con il blog “Scuola di Vita” del Corriere.it La mia collaborazione, non servirebbe dirlo, è del tutto gratuita ma a me piace scrivere e non ho mai pensato di dover ottenere un compenso per i miei scritti. Anche se una collaborazione gratuita mi preclude la possibilità di ottenere il cosiddetto patentino di giornalista/pubblicista perché per ottenerlo le pubblicazioni devono essere pagate.
La mia obiezione, in questo come nell’altro caso, è che se scrivo un articolo che viene pubblicato sul blog del Corriere.it, “brucerei” le 20 visualizzazioni solo per controllare gli eventuali commenti (cui mi è data facoltà, da parte della redazione, di replicare) o anche per la curiosità di vedere come la pubblicazione sta andando, attraverso le condivisioni sui social.

A tutt’oggi nessuno mi ha dato una risposta. La redattrice del blog, gentilissima, mi ha promesso che si sarebbe informata sulla possibilità di offrire dei vantaggi agli “autori esterni”.

Quello che è certo, non pagherò l’abbonamento mensile. Non è una questione di soldi ma di principio. Quando tutti i quotidiani on line seguiranno questa linea, forse mi adatterò. Forse.

31 gennaio 2016

APPRENDISTA SUOCERA

Posted in affari miei, donne, famiglia, figli tagged , , , , , a 6:27 pm di marisamoles

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Avendo due figli maschi mi sono spesso chiesta che suocera sarei stata. Con le femmine è diverso, se è vero che tra suocera e genero le cose vanno decisamente meglio. Tuttavia credo che i buoni rapporti siano determinati più dall’intelligenza delle persone che da ruoli stabiliti su cui atavici pregiudizi hanno lasciato il marchio.

Nella nostra vita abbiamo, non tutti ma molti, diversi ruoli (in senso familiare stretto): quello di figlia/o, moglie/marito, madre/padre e forse suocera/o. Non abbiamo il beneficio di nascere sapendo perfettamente come comportarci nei diversi ruoli ma l’esperienza, si sa, insegna. E non è detto che le relazioni che stringiamo con i familiari nei diversi ruoli siano tutte rose e fiori.

Gli scontri ci sono sempre. A volte hanno durata limitata, altre portano a contrasti insanabili. Succede nelle migliori famiglie, come si suol dire. Non c’è un registra che ci dirige, non c’è un copione da seguire, forse ci sono “parti” che riusciamo a “recitare” meglio e altre che non fanno per noi. Quello che è certo, non siamo indenni da errori e, purtroppo, tutto ciò che facciamo in ogni istante della nostra vita è irripetibile e non c’è un altro ciak per porre rimedio alle “scene” malriuscite.

Per tutto ciò che siamo e facciamo seguiamo, in modo più o meno conscio, dei modelli.
Quando mi chiedo che suocera sarò, due sono i modelli che devo tener presente: mia mamma e mia suocera.

Mia mamma non è stata – e non è – la genitrice perfetta. E chi mai lo è?
Come suocera, tuttavia, ha superato se stessa. Ora credo sia nella fase mi-rassegno-prendo-le-cose-come-vengono, quindi non si lamenta più. O quasi.

Quando mio fratello ha lasciato casa per convivere con quella che oggi è sua moglie, nella famiglia sembrava fosse passato un ciclone.
Per mia madre, sua nuora era tutto ciò che non avrebbe dovuto essere: sposata e divorziata, madre di due bambine e più vecchia di 5 anni rispetto a mio fratello.

Oggi una situazione del genere ci sembra normale, ma stiamo parlando di quasi 40 anni fa.
Per mia mamma – e mia nonna sicula – la situazione ha assunto i contorni di una vera e propria tragedia. Lei era semplicemente inadeguata.
Non andava bene come si vestiva, come teneva la casa, come cresceva le bambine (cui si è aggiunta mia nipote, quindi tre femmine in casa, irrimediabilmente portate sulla “cattiva strada”, sempre secondo mia madre, con un modello di madre di tal sorta). Mia madre ne era sicura: suo figlio avrebbe meritato di più.

Qual è la prima regola cui la suocera perfetta – se esiste – deve attenersi? Non dare mai consigli, non criticare né giudicare. Esattamente il contrario di ciò che ha fatto mia mamma. E per smentire l’asserzione fatta all’inizio di questo post sui migliori rapporti che si instaurano tra suocera e genero, mia mamma ha assunto – e assume – lo stesso atteggiamento nei confronti di mio marito.

Mai lamentarsi del proprio matrimonio. Non aspetta altro per osservare, con sadica soddisfazione: “Te l’avevo detto IO!”.

Ma veniamo a mia suocera. Lei era, o almeno sembrava, una donna autoritaria, molto sicura di sé e poco espansiva. Non mi ha mai fatto mancare il suo affetto, intendiamoci, ma stava molto sulle sue. Solo nell’ultima parte della sua vita, affetta purtroppo da demenza senile, ha messo a nudo il suo vero essere e si è rivelata in tutta la sua fragilità. So che può apparire un’osservazione inadeguata ma confesso che avrei voluto che lei fosse stata così sempre, senza maschere e senza trincerarsi dietro false ipocrisie.
Le ho volto molto bene e l’ho sempre rispettata (non le ho mai dato del tu, come si fa oggi). Ma l’ho amata in modo incondizionato nel lungo periodo della sua malattia e lei, nei pochi sprazzi di lucidità, mi ha fatto capire che ero stata e avrei continuato ad essere la nuora che desiderava. Ad un certo punto, mi ha eletto terza figlia (mio marito ha due sorelle) e da quel dì mi sono letteralmente sciolta. Avrei fatto qualsiasi cosa per lei.

Tuttavia ho parlato più di me come nuora ed è il momento di vedere in che cosa non dovrei seguire mia suocera come modello.
Come dicevo, lei era sempre piuttosto distaccata. Io sono, invece, una persona espansiva. Amo condividere con le persone care ciò che mi succede, gioie e dolori che siano.
C’è stato un periodo in cui il mio matrimonio non navigava in buone acque. Esclusa la possibilità di chiedere consiglio a mia madre -per non sentirmi dire il solito “Te l’avevo detto IO!” -, avevo cercato conforto in mia suocera. Ricordo che a stento mi lasciò parlare. Liquidò la faccenda con freddezza, dicendo semplicemente: “Sono affari vostri”. Ci rimasi molto male perché se è vero che la suocera perfetta non deve ficcare il naso negli affari che non la riguardano, credevo che si sentisse in dovere di dare un consiglio richiesto. Non intavolai mai più con lei discorsi troppo personali.

E ora veniamo a me.
Fin da quando i miei figli hanno portato a casa le varie morose, sono sempre stata gentile, affabile, affettuosa e accogliente. Qualche volta tutto ciò mi è costato un po’ di sforzo ma nella maggior parte dei casi il mio comportamento è stato del tutto spontaneo.

Ricordo che quando mio figlio maggiore lasciò la sua prima fidanzatina (sono stati assieme 20 mesi, dai sedici anni… lei era un po’ più piccola), sono stata io ad asciugarle le lacrime, io a dirle che lui si era comportato male e che lei meritava di meglio. Non ho pensato, allora, come si dovesse comportare una perfetta suocera. Sono stata semplicemente obiettiva.

Il mio primogenito ha ora 27 anni, di acqua ne è passata molta sotto i ponti (leggi: un sacco di morose e credo anche più di una alla volta) e da qualche mese è andato a convivere con la sua fidanzata. Non so se si sposeranno, ritengo siano abbastanza grandi (lei più di lui…) per decidere autonomamente. Certamente non sarò io a forzarli verso il matrimonio. Comunque, anche se in modo ufficioso, mi sento già suocera e quando parlo di lei la chiamo già “nuora”, anche per non dare tante spiegazioni.

In questi mesi ho cercato di tenere le debite distanze ma in certi casi non mi sono comportata come la suocera perfetta.

Ho pensato che non è tanto alta, lui è uno spilungone avrebbe potuto trovarsi una ragazza di 180 cm almeno e che E. (una ex morosa che mio figlio ha lasciato nel 2010) era meglio.

Ho detto che la casa è un po’ piccola e l’ho fatta piangere. Lei ne era perfettamente consapevole, non era necessario infierire. Mi ha consolato sua madre dicendomi che l’aveva fatta piangere anche lei per lo stesso motivo.

Ogni volta che vado a trovarli porto lo spezzatino, il ragù o due porzioni abbondanti di torta. Forse starà pensando che io sia convinta che non sappia stare ai fornelli.
Di una cosa devo darle merito: mio figlio era leggermente sovrappeso e in pochi mesi ha perso ben 6 chili. 🙂

Le ho consigliato la cura per una periartrite (vista la mia esperienza) e le ho dato il numero di cellulare del mio fisioterapista. Non credo che abbia fatto la cura e non mi risulta che abbia telefonato al fisioterapista. In compenso si lamenta sempre per i dolori alla spalla e io me ne sto zitta.

Mio figlio non mi telefona mai e io incolpo lei: potrebbe dirgli di chiamarmi ogni tanto, no? Mio marito è convinto che lei glielo dica ma tanto lui fa quello che gli pare.
Mio marito è decisamente il suocero perfetto.

Ma io imparerò mai ad essere una suocera modello?

[nell’immagine una scena del film “Un mostro di suocera” con Jane Fonda e Jennifer Lopez tratto da affaritaliani.it]

28 gennaio 2016

QUANDO DIVENTO RAZZISTA

Posted in affari miei, bambini, cronaca, immigrazione tagged , , , , , , a 8:26 pm di marisamoles

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Vivo in un quartiere multietnico e fino a qualche anno fa lo ritenevo una ricchezza, un elemento di folklore multiforme.

Osservavo le donne africane con i loro abiti variopinti, cariche di peso e di bambini, uno dei quali, il più piccolo, attaccato alla schiena per mezzo di grandi foulard. L’antesignano dei moderni marsupi che, però, nella nostra cultura vanno appesi sulla pancia: con la testina rivolta verso il seno della madre i piccoli possono godere, per qualche tempo, di un dolce dondolio, sentendosi quasi ancora nella culla del grembo materno; con la faccina rivolta verso il mondo, perché i cuccioli possano scoprirlo a poco a poco.

Mi facevano tenerezza quei genitori che, all’uscita da scuola (le elementari), chiedevano in un italiano stentato com’era passata la mattinata. Corretti, ogni volta, dai figlioletti che l’italiano lo masticano meglio di mamma e papà.

Rimanevo affascinata dallo splendore degli abiti con cui la gente di colore si apprestava a presenziare alle funzioni domenicali. Con quel loro passo ondulante, figlio del ritmo innato che molti di noi invidiano, perché molleggiati proprio non siamo. Non come loro, almeno.

Ho vissuto questi anni felice di stare in un posto che, solo a nominarlo, faceva orrore. “Ma come fai a vivere lì?” mi chiedevano in molti. E ogni volta sgranavo gli occhi per una domanda che per me non era affatto scontata. Ridevo pensando che certi pregiudizi sono duri a morire.

Ora non rido più.

Questo pomeriggio, mentre stavo andando a prendere l’automobile, per fortuna in compagnia di mio marito, ho assistito ad una zuffa tra extracomunitari. Volavano parole grosse, tuttavia a noi incomprensibili. Gli spintoni sembravano preludere ad un pestaggio in piena regola. Ad un certo punto, quello che è sembrato il più fuori di testa degli altri, si è avviato a grandi passi proprio verso il parcheggio della nostra automobile. Lì per lì, lo giuro, non mi è venuto in mente né di allontanarmi né di infilarmi di corsa nell’auto. Sono rimasta immobile mentre il figuro mi ha superato e ha preso da un’aiuola proprio dietro a me una bottiglia vuota di birra (il che dimostra l’inciviltà di certe persone… se si è recato proprio in quel posto è evidente che l’aveva buttata lui poco prima), se l’è infilata in tasca e si è di nuovo diretto verso il luogo, distante una decina di metri, dove era scoppiato l’alterco.

Mio marito ed io ci siamo messi al riparo in macchina, lui ha chiamato il 113 e, nemmeno fosse chiara l’urgenza, è stato tempestato da domande tipo “dove, come, cosa, chi, quando, perché”, mentre il tipo fuori di testa si lanciava in mezzo alla strada, dove tra l’altro c’è sempre parecchio traffico e passano gli autobus, per inseguire, con la bottiglia in mano, la sua vittima.
Non vi dico il fuggi fuggi generale, le urla, gente alle finestre… l’aggressore ha, quindi, cambiato arma: ha preso una stampella, forse strappata a qualche invalido seduto su una panchina lì vicino, e ha cominciato a colpire ripetutamente il malcapitato che, onestamente, non ho capito perché non si fosse dato a gambe levate invece di star lì a prendersele. Quando è arrivata la polizia, la testa stava sanguinando copiosamente.
Non so come sia andata a finire perché ce ne siamo andati. Io avevo il cuore che batteva a mille.

La scorsa settimana la mia estetista mi ha raccontato di un incontro ravvicinato con un profugo armato di coltellaccio da macellaio. Non scendo in particolari ma vi dico solo che è successo di mattina in un piccolo parco dove solitamente le mamme o le nonne portano i bambini.

La mia città è invasa dai profughi. Si tratta di gente senza controllo che dorme per strada e anche dentro ai portoni o nei cortili delle case.
Se la maggior parte mi fa pena, per i criminali non provo nessuna pietà. E non mi si venga a dire che anche di italiani delinquenti ce n’è in grande quantità in giro nelle nostre città. Lo so.

Una volta cercavo di difendere gli immigrati. Ancora oggi li difendo: quelli che hanno un lavoro e una casa, che pagano l’affitto, che vivono in pace, rispettando le nostre leggi e il nostro diritto di vivere ugualmente in pace.

Ma di fronte ad episodi come quelli descritti divento razzista. Mi dispiace.

14 novembre 2015

STAMATTINA MI AVETE COLTO DI SORPRESA…

Posted in affari miei, passioni, scuola, Università tagged , , , , , , a 11:36 pm di marisamoles

PREMESSA
Oggi avrei voluto scrivere un altro post. Avrei dovuto, forse, trattare un altro argomento. Ma dopo i fatti di Parigi non ci sono più parole, solo lacrime. Per questo ho deciso di pubblicare un post diverso. Lo dedico ad una ex quinta che ha lasciato un’impronta indelebile nel mio cuore. Idealmente si riallaccia a quest’altro post. L’ho riletto, non senza commuovermi. Ho riletto anche tutti i commenti, compreso quello della sedicente collega Mariarosa De Cecco, che fortunatamente non conosco, e ho pensato: “Cara collega, non sai cosa ti perdi ad essere una che considera “puerile” affezionarsi a dei ragazzi”.
Ragazzi speciali, s’intende.

Stamattina pensavo che sarebbe stato difficile fare lezione.

Prime due ore in quinta. Sono grandi, hanno bisogno di sapere, capire, non si può far finta di nulla.

Che faccio? Entro in classe come niente fosse, propino la mia bella lezione sulla Ginestra di Leopardi (sì, lo so, sono indietro con il programma…), poi al suono della seconda campanella cambiamo testo e leggiamo il Somnium Scipionis di Cicerone.

Questo il programma per la mattinata. Ma non è una mattina qualunque.

Me ne accorgo quando arrivo a scuola. Facce serie in aula insegnanti.
Non c’è la connessione, come faremo a firmare sul registro elettronico?

129 morti, 352 feriti, il mondo in lacrime. Terrore, orrore, rabbia, orgoglio… ma la firma è più importante.

Cambio aria. Vado al bar e trovo quattro ex allievi. Al momento nemmeno li noto. Sono immersa nei miei pensieri, in quelle lezioni programmate che devono lasciar posto ad altro che, però, non si può spiegare così facilmente.
Mi scuso, sono distratta, sapete, sto invecchiando. Baci, abbracci, bevo il caffè, scappo perché sennò la sigaretta non riesco a fumarla prima che suoni la campanella – eh sì, non ho perso il vizio -, scusate, tante belle cose… così dicono le vecchie carampane come me.

Mentre sto fuori, penso che sono stati carini a venire a scuola, a quell’ora, per salutarmi. Consideriamo che nemmeno gli ex allievi che ancora girano per i corridoi mi salutano. Non tutti, ma molti mi ignorano.
Poi ricomincio a pensare alle due ore in quinta. Cosa dirò?

Arrivo al primo piano. L’aula è una di quelle in cui si entra da dietro. Per raggiungere la cattedra devo percorrerla tutta trascinandomi dietro l’inseparabile trolley con i libri, facendo gincana fra gli zaini.

Che strano, non vedo zaini per terra. Sembra tutto molto ordinato. Un silenzio surreale.
Alzo lo sguardo e noto che tutti hanno ancora i cappotti addosso. Non lo fanno mai, si muore dal caldo in aula.

Guardo meglio e vedo delle facce diverse, una quinta che non è quella di quest’anno. Sono gli ex allievi usciti un po’ di tempo fa. Nel 2009? No, no. Nel 2011…. no, prof, nel 2012. Cavolo, che figura!

Insomma, hanno fatto sloggiare i miei attuali allievi, hanno preso ordinatamente posto nei loro banchi, mi hanno aspettato in silenzio…. cosa che, tra l’altro, non facevano allora.

Arrivano gli studenti sloggiati, portano delle sedie recuperate chissà dove. Rivendicano il possesso dei loro banchi ma non si può mica lasciare in piedi i nuovi arrivati…

Mi ritrovo l’aula piena. Facce ben conosciute, vista la quotidiana frequentazione, altre che non ho dimenticato. Faccio fatica a riconoscere qualcuno. Gabriele ci rimane male. Anche Giulia. Vabbè, perdo colpi, ve l’ho detto. Qualche nome mi sfugge e sarei davvero in imbarazzo a dover fare l’appello di quella quinta del triennio 2009-2012.

Nell’ordine penso:
1. Saremo 35, più o meno, sforiamo i parametri di sicurezza.
2. Se lo viene a sapere la preside mi fa un cazziatone.
3. Non posso mandarli via, sono stati così carini a farmi questa sorpresa
4. Annuncio alla classe un’ora di orientamento post-diploma.
5. Salvati capra e cavoli (non voglio offendere nessuno, è solo un modo di dire!)

Parigi e i suoi morti si allontanano.

Parliamo di progetti, realizzati o in via di realizzazione.

Parliamo di incidenti di percorso (cambio di facoltà) e di ripieghi (un test di ammissione andato male e conseguente cambio di indirizzo di studi) che poi si rivelano scelte vincenti.
Parliamo di chi corre e di chi va un po’ lento. Ognuno ha i suoi tempi, ecchecaspita!
Parliamo di passioni, scelte fatte con la testa ma anche con il cuore.
Parliamo di giovani adulti che solo tre anni fa ho lasciato ragazzi, con poche idee e pure quelle a volte confuse, che nel tempo hanno rivelato una maturità ben maggiore del voto conseguito all’esame di Stato.

Passa un’ora. Per una volta non ho fatto lezione IO. I protagonisti sono stati LORO. Usciti dal liceo nel 2012, rientrati nella vecchia aula portando con sé sogni e speranze.

Una lezione diversa da quella che avevo immaginato. L’Isis semina morte ma noi abbiamo parlato di vita.
Perché, dopo tutto, la vita è bella.

GRAZIE RAGAZZI! Siete stati fantastici. ❤

20 giugno 2015

SE IL COMPUTER È PERSONAL UN MOTIVO C’È

Posted in affari miei, famiglia, web tagged , , , , , , , , , a 8:46 pm di marisamoles

uffFinalmente una bella notizia: il mio computer, che davo ormai per spacciato, ha ripreso a funzionare. Dopo più di sei mesi, sto scrivendo sulla mia vecchia tastiera e mi pare un sogno.

Nei mesi passati, infatti, ho utilizzato il portatile di mio marito, per sua gentile concessione. Il mio fisso ha smesso di funzionare mentre io ero alle prese con la riabilitazione per la spalla rotta e sinceramente non mi davo pena per la rottura del pc. Anche fra le rotture ci sono delle priorità.

Così sono passati i mesi senza che mi decidessi a comprarne uno nuovo. Fin da subito è nata una diatriba tra me e mio marito: io continuavo a sostenere che, avendo il tablet, non sentivo la necessità di acquistare un notebook; lui rimaneva ancorato alla sua convinzione che sia da trogloditi anche solo pensare di comprare un computer nuovo fisso. Ormai non ce l’ha più nessuno.

Mi è venuto in mente un aneddoto che risale al periodo della mia infanzia. A casa mia il televisore è arrivato piuttosto tardi. Non che non ce la potessimo permettere, semplicemente i miei genitori non erano interessati all’acquisto. Tutti, amici e parenti, prendevano in giro mio papà. Quando veniva fuori il discorso, tutti ridevano. “Il televisore oggigiorno ce l’hanno cani e porci!“, esclamò un amico un giorno. E mio papà, imperterrito e serissimo, replicò: “Infatti, io non sono né un cane né un porco”, zittendo tutti.

Ora, io e mio papà abbiamo molte cose in comune. Se mi va di comperare un computer fisso, lo compero, anche se ormai “cani e porci” hanno il portatile.

Una settimana fa parlavo al telefono con mio fratello, esperto di computer e di rotture (pure lui la spalla, tanti anni fa). Lui mi dice: “chissà, forse è solo sporco”. Figurati se è quello. È la vecchiaia, che vuoi che sia?

E invece aveva ragione. L’ha aperto e ha trovato una quantità tale di polvere che nemmeno quella sotto al tappeto di un uomo single da vent’anni. Pensa un po’, quanta polvere ci mangiamo allora…

Per farla breve, il computer funziona e, almeno per ora, il nuovo acquisto è rimandato. Il pc è personal e a me, sinceramente, di usare quello di mio marito quando non serviva a lui, sentendo pure il disagio di navigare in mezzo alle sue cose, di impossessarmi della sua password d’accesso – chissà se la cambierà ora – e di dover esprimere eterna gratitudine per la gentile concessione, m’è scocciato assai.

summertimeP.S. Domani, primo giorno d’estate riaprirà i battenti il mio blog estivo. Vi aspetto sotto l’ombrellone, per quattro chiacchiere. Non mancate.

[immagine sotto il titolo da questo sito]

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