LA BUONA NOTIZIA DEL VENERDÌ: IL SOGNO DI “DONNA LUPITA”


Anche questa settimana una buona notizia che conferma quanto sia attuale il detto “non è mai troppo tardi”.

Donna Lupita è una signora messicana che, dopo aver dedicato la vita al duro lavoro nei campi, ha pensato di recuperare ciò che le era stato vietato in gioventù: imparare a leggere e scrivere. In meno di quattro anni ha recuperato tutte le elementari e le medie, frequentando corsi di istruzione per adulti. Non contenta, ha deciso di iscriversi in un istituto superiore perché il suo sogno è quello di diventare maestra. Ma non esclude di continuare gli studi all’università.

Non ci sarebbe nulla di speciale se la signora in questione non avesse… 96 anni! I capelli grigi tradiscono la sua età, la pelle è rovinata dal duro lavoro nei campi di grano e di fagioli o al mercato dove vendeva i polli. Guadalupe Palacios – questo il suo vero nome- da pochi giorni siede tra i banchi della scuola superiore di Tuxtla Gutierrez. L’obiettivo è finire le superiori a 100 anni, iscriversi all’università e diventare «chissà, un giorno» maestra d’asilo.

Per ora afferma di non poter frequentare le lezioni con regolarità, per impegni familiari seri. Nell’aula scolastica che l’accoglie è circondata da compagni che hanno 80 anni meno di lei e sicuramente avranno molto da imparare da questa tenace e arzilla nonnina.

[Fonte del post e immagine Corriere.it]

LE MIE ALTRE BUONE NOTIZIE

LA BUONA NOTIZIA DEL VENERDÌ: SI LAUREA A 82 ANNI PER AMORE DELLA MOGLIE SCOMPARSA


Italo Spinelli è una figura molto popolare a Finale Emilia, dove ha vissuto 52 anni assieme alla moglie Angela. Poi un giorno, rimasto vedovo, ha pensato che una risposta sulla sopravvivenza dell’anima dopo la morte ci debba essere da qualche parte. Così, dopo una vita passata a fare il meccanico nello stabilimento Fiat di Modena, oggi chiuso, che fabbricava macchine agricole, quasi ottantenne ha pensato di dedicarsi allo studio iscrivendosi all’università di Macerata.

A 82 anni da pochi giorni Italo è diventato il dott. Spinelli. Ha discusso una tesi su Tommaso Moro alla Facoltà di Filosofia. La scelta non è casuale. Infatti l’arzillo ottantenne così spiega la sua decisione:

«Nel 2014 è venuta a mancare mia moglie Angela. Un tumore al polmone, dei più cattivi, se l’è portata via in pochi mesi dopo 52 anni trascorsi assieme. Lei è stata quella che mi ha sempre sostenuto, con l’amore e in senso materiale, anche nei momenti difficili, che ci sono stati. Da quel giorno ho cominciato a chiedermi: “La rivedrò?”, “Dove è finita?”. O ancora: ”Ce l’abbiamo davvero un’anima?”. Insomma, dovevo trovare una risposta alla morte di mia moglie».

Nell’articolo apparso sul Corriere Spinelli spiega di aver scelto l’università di Macerata, al posto della più vicina Ferrara, perché non c’era l’obbligo di frequenza. Ha seguito, quindi, le lezioni on line («Te le scaricavi sul computer e te le seguivi una, due, tre volte se necessario.», spiega), imparando a usare internet e studiano due o tre ore al giorno.

Alla fine, l’ambito “pezzo di carta” è arrivato, con tanto di festeggiamenti da parte dei suoi concittadini, sindaco in testa.

Questa, secondo me, è una buona notizia perché insegna che quando c’è una buona motivazione, l’impegno porta al traguardo finale. Soprattutto penso ai tanti giovani che vorrebbero ottenere tutto senza tanta fatica e spesso ci mettono il doppio degli anni per laurearsi, senza nemmeno dare troppo valore a ciò che apprendono.

Per Italo sarebbe stato certamente più semplice andare in chiesa e parlare con il parroco che avrebbe saputo dare una risposta alla sua domanda. Ma gli studi di filosofia che l’hanno tenuto impegnato per cinque anni gli hanno poi chiarito i suoi dubbi?

«Mi ha aiutato la lettura del filosofo Pascal e della sua scommessa. Conviene avere fede, perché in quel caso almeno ci saremo garantiti la beatitudine. E alla fine credo che sì, una volta chiusi gli occhi per sempre, rivedrò la mia Angela».

Evidentemente sì.

[immagine da questo sito; © foto Calavita]

LE MIE ALTRE BUONE NOTIZIE

STAMATTINA MI AVETE COLTO DI SORPRESA…

PREMESSA
Oggi avrei voluto scrivere un altro post. Avrei dovuto, forse, trattare un altro argomento. Ma dopo i fatti di Parigi non ci sono più parole, solo lacrime. Per questo ho deciso di pubblicare un post diverso. Lo dedico ad una ex quinta che ha lasciato un’impronta indelebile nel mio cuore. Idealmente si riallaccia a quest’altro post. L’ho riletto, non senza commuovermi. Ho riletto anche tutti i commenti, compreso quello della sedicente collega Mariarosa De Cecco, che fortunatamente non conosco, e ho pensato: “Cara collega, non sai cosa ti perdi ad essere una che considera “puerile” affezionarsi a dei ragazzi”.
Ragazzi speciali, s’intende.

Stamattina pensavo che sarebbe stato difficile fare lezione.

Prime due ore in quinta. Sono grandi, hanno bisogno di sapere, capire, non si può far finta di nulla.

Che faccio? Entro in classe come niente fosse, propino la mia bella lezione sulla Ginestra di Leopardi (sì, lo so, sono indietro con il programma…), poi al suono della seconda campanella cambiamo testo e leggiamo il Somnium Scipionis di Cicerone.

Questo il programma per la mattinata. Ma non è una mattina qualunque.

Me ne accorgo quando arrivo a scuola. Facce serie in aula insegnanti.
Non c’è la connessione, come faremo a firmare sul registro elettronico?

129 morti, 352 feriti, il mondo in lacrime. Terrore, orrore, rabbia, orgoglio… ma la firma è più importante.

Cambio aria. Vado al bar e trovo quattro ex allievi. Al momento nemmeno li noto. Sono immersa nei miei pensieri, in quelle lezioni programmate che devono lasciar posto ad altro che, però, non si può spiegare così facilmente.
Mi scuso, sono distratta, sapete, sto invecchiando. Baci, abbracci, bevo il caffè, scappo perché sennò la sigaretta non riesco a fumarla prima che suoni la campanella – eh sì, non ho perso il vizio -, scusate, tante belle cose… così dicono le vecchie carampane come me.

Mentre sto fuori, penso che sono stati carini a venire a scuola, a quell’ora, per salutarmi. Consideriamo che nemmeno gli ex allievi che ancora girano per i corridoi mi salutano. Non tutti, ma molti mi ignorano.
Poi ricomincio a pensare alle due ore in quinta. Cosa dirò?

Arrivo al primo piano. L’aula è una di quelle in cui si entra da dietro. Per raggiungere la cattedra devo percorrerla tutta trascinandomi dietro l’inseparabile trolley con i libri, facendo gincana fra gli zaini.

Che strano, non vedo zaini per terra. Sembra tutto molto ordinato. Un silenzio surreale.
Alzo lo sguardo e noto che tutti hanno ancora i cappotti addosso. Non lo fanno mai, si muore dal caldo in aula.

Guardo meglio e vedo delle facce diverse, una quinta che non è quella di quest’anno. Sono gli ex allievi usciti un po’ di tempo fa. Nel 2009? No, no. Nel 2011…. no, prof, nel 2012. Cavolo, che figura!

Insomma, hanno fatto sloggiare i miei attuali allievi, hanno preso ordinatamente posto nei loro banchi, mi hanno aspettato in silenzio…. cosa che, tra l’altro, non facevano allora.

Arrivano gli studenti sloggiati, portano delle sedie recuperate chissà dove. Rivendicano il possesso dei loro banchi ma non si può mica lasciare in piedi i nuovi arrivati…

Mi ritrovo l’aula piena. Facce ben conosciute, vista la quotidiana frequentazione, altre che non ho dimenticato. Faccio fatica a riconoscere qualcuno. Gabriele ci rimane male. Anche Giulia. Vabbè, perdo colpi, ve l’ho detto. Qualche nome mi sfugge e sarei davvero in imbarazzo a dover fare l’appello di quella quinta del triennio 2009-2012.

Nell’ordine penso:
1. Saremo 35, più o meno, sforiamo i parametri di sicurezza.
2. Se lo viene a sapere la preside mi fa un cazziatone.
3. Non posso mandarli via, sono stati così carini a farmi questa sorpresa
4. Annuncio alla classe un’ora di orientamento post-diploma.
5. Salvati capra e cavoli (non voglio offendere nessuno, è solo un modo di dire!)

Parigi e i suoi morti si allontanano.

Parliamo di progetti, realizzati o in via di realizzazione.

Parliamo di incidenti di percorso (cambio di facoltà) e di ripieghi (un test di ammissione andato male e conseguente cambio di indirizzo di studi) che poi si rivelano scelte vincenti.
Parliamo di chi corre e di chi va un po’ lento. Ognuno ha i suoi tempi, ecchecaspita!
Parliamo di passioni, scelte fatte con la testa ma anche con il cuore.
Parliamo di giovani adulti che solo tre anni fa ho lasciato ragazzi, con poche idee e pure quelle a volte confuse, che nel tempo hanno rivelato una maturità ben maggiore del voto conseguito all’esame di Stato.

Passa un’ora. Per una volta non ho fatto lezione IO. I protagonisti sono stati LORO. Usciti dal liceo nel 2012, rientrati nella vecchia aula portando con sé sogni e speranze.

Una lezione diversa da quella che avevo immaginato. L’Isis semina morte ma noi abbiamo parlato di vita.
Perché, dopo tutto, la vita è bella.

GRAZIE RAGAZZI! Siete stati fantastici. ❤

RINCORRI I TUOI SOGNI? NON ESSERE CHOOSY!


Vita dura per i nostri giovani. Il mondo del lavoro è sempre meno aperto a tutti, figuriamoci nei confronti dei giovani che hanno speso anni della propria vita a studiare, si sono sacrificati, hanno rincorso i loro sogni e poi? Poi, qualcuno si permette di dire che se non accettano qualsiasi lavoro sono choosy (schizzinosi, visto che siamo in Italia è del tutto inutile fare i saputelli usando una parola inglese che è conosciuta forse dal 10% degli Italiani mentre il 100% sa che cosa significhi “schizzinoso“).

Non entro nel merito dello straparlare della signora (mi scuserà se non la chiamo ministro?) Fornero. Mi permetto, però, di osservare che i suoi figli certamente non hanno mai avuto bisogno di essere schizzinosi. Andrea fa il regista e credo che abbia proprio realizzato un sogno, visto che fare il regista non è come fare il salumiere, il commesso o l’ambulante al mercato ortofrutticolo. Uno fa il regista perché gli piace. La figlia Silvia è Professore Associato in genetica medica presso l’Università di Torino (dove, guarda caso, insegnano mamma e papà) e responsabile della ricerca alla HuGeF (Istituto di ricerca scientifica fondato dalla Compagnia di San Paolo, di cui, guarda caso, era vicepresidente la signora Elsa Fornero).

Vabbè, non tutti hanno la fortuna di realizzare i propri sogni e di godere di corsie preferenziali. Ma credo che in un momento di crisi come questo, sia difficile anche per un piccolo imprenditore sistemare un figlio. La situazione è così drammatica che non solo i giovani non riescono ad ottenere un lavoro (non dico realizzare un sogno) ma a volte i loro genitori si trovano disoccupati da un giorno all’altro o in cassa integrazione o esodati. E vi pare che di fronte alla crisi generale un giovane possa fare lo schizzinoso?

Da leggere la testimonianza di Giovanna, ventottenne laureata in Lettere, riportata dal Corriere nel blog Solferino28: uno stipendio di 600 euro al mese e un sogno realizzato a metà. Da leggere anche i commenti, soprattutto quelli di chi ritiene inutile laurearsi in Lettere, inutile rincorrere un sogno, scegliendo di studiare ciò che piace. Perché, evidentemente, si rischia di passare per choosy se non si studia ciò che conviene. E cosa potrebbe essere conveniente studiare oggigiorno? E poi, come ricorda anche Vecchioni nello spot, coperto di polemiche, sulla scuola pubblica (ma girato in una scuola privata tedesca a Milano): studio deriva da studium latino che significa anche “amore“. Aggiungerei che significa pure “impegno” e come si fa ad impegnarsi al meglio facendo ciò che non piace ma è conveniente?

MA CHE BRAVO RENZO BOSSI! LAUREATO IN UN SOLO ANNO … IN ALBANIA


Lo chiamano il “trota” ma, poverino, mi sa che il suo “genio” è stato fino ad oggi incompreso. Renzo Bossi, figlio del senatur, ci ha messo tre anni per prendersi il diploma di scuola media superiore in Italia (nel senso che per tre anni ha ripetuto l’Esame di Stato!), ma in un anno solo si è laureato in Economia aziendale. Dove? A Tirana, in Albania.

In un solo anno, dunque, Bossi jr ha superato «29 esami» del corso di «gestione aziendale», acquisendo «180 crediti», che prevedono una percorso di studi di 3 anni. Un’azione degna di un mago ma, in questo caso, nulla è uscito dal cilindro bensì dalla famosa cartella “The Family” sequestrata dalla Gdf nella cassaforte di Belsito.

Per un attimo mi sono detta: magari l’albanese è più facile dell’italiano, forse non ha il congiuntivo. Ma sì che ce l’ha, la lingua albanese ha pure l’ottativo e l’ammirativo. Immagino già l’uso che Renzo “Trota” può aver fatto di questi due modi: per il primo, avrà detto “Che vi venga un accidente” rivolto ai “vecchi” docenti italiani; per il secondo: “Quanto sono intelligente!”, elogiando se stesso e la sua bravura a dispetto delle malelingue.

Peccato, però, che la GdF sospetti che questa laurea sia stata comprata con i soldi della Lega. Ahi, ahi, ahi, caro il mio Renzo. Voi della Lega disprezzate il sud ma l’Albania non è proprio a nord. E non è nemmeno la Svizzera.

[notizia e immagine da Il Corriere]

AGGIORNAMENTO DEL POST, 5 MAGGIO 2012

Ha avuto uno strascico non da poco la diffusione della notizia secondo la quale Renzo Bossi si sarebbe laureato presso l’Università privata «Kristal» di Tirana. Gli studenti universitari appartenenti all’Alleanza Rossonera sono in rivolta e chiedono le dimissioni del ministro dell’istruzione albanese. Secondo i giovani universitari, infatti, il Trota non si sarebbe potuto laureare in Albania in quanto clandestino.

C’è di più: il «Trota», stando al certificato di laurea, è diventato «dottore» il 29 settembre 2010. L’università di Tirana ha confermato il tutto, quindi il giovane Bossi, regolarmente iscritto, sulla base delle leggi albanesi, nell’anno accademico 2007/2008, si sarebbe laureato addirittura più di un anno prima dell’esame di maturità superato in Italia nel 2009. 😯

Un altro “giallo” riguarda la lingua: fonti attendibili hanno assicurato che all’Università «Kristal» le lezioni si tengono in albanese e non è prevista la presenza di traduttori. Stessa regola varrebbe per il superamento degli esami. Come dire che Renzo Bossi avrebbe imparato in tempo record la lingua albanese … 🙄

Il mistero s’infittisce.

[fonte: Il Corriere]

Interessante anche il commento di Pino Scaccia sul suo blog. Da leggere.

UNIVERSITÀ E MERITO: SIAMO DONNE, OLTRE LA TESTA C’È DI PIÙ


Una scorciatoia hot per superare il test d’ammissione all’Università. Ben il 57% delle donne non la disdegnerebbe, secondo un’indagine condotta tra 16.128 ragazzi di tutta Italia da UniversiNet.it, il portale italiano per la preparazione gratuita ai test di ammissione, al quale ogni anno si collegano oltre 450 mila studenti delle superiori, per esercitarsi gratuitamente con i test assegnati gli anni precedenti.

Anche i maschietti non sono da meno: il 39% si dichiara pronto ad incontri sessuali per superare i test. Pagare “in natura”, inoltre, è sempre meglio che mettere la mano al portafoglio per ottenere una raccomandazione. Eh, già, con la crisi …

Se poi ci chiediamo quanti siano gli studenti che confidano sulla loro preparazione, quindi sullo studio, per superare i test d’ammissione nei diversi atenei italiani, scopriamo che la percentuale è minima: il 12%.

Il quadro è alquanto avvilente. Colpa della corruzione dei costumi che dilaga in quest’Italia ormai decisamente sgangherata o della scuola che non riesce ad alzare il livello di autostima dei ragazzi che si diplomano negli istituti superiori? La mia domanda è provocatoria, lo so, ma è onesta. Io, come prof, mi metto sempre in discussione anche se sono pronta a mettere la mano sul fuoco che nessuno dei miei allievi preferirebbe una scorciatoia hot ad una seria preparazione.

I tempi sono cambiati, è vero. Ricordo che quand’ero una studentessa universitaria, due docenti ronzavano attorno ad una mia compagna: uno, alla prima advance, s’è beccato un sonoro ceffone e non ci ha più provato. La ragazza, bellissima e bravissima, è uscita con il 110 e lode, naturalmente.

Come dite? L’altro docente? Be’, quello se l’è sposato. 🙂

[LINK della fonte]

TEST D’AMMISSIONE A MEDICINA: EQUO O INIQUO?

Due giorni fa è stato pubblicato su Il Corriere un articolo, presente sul numero in edicola di OK Salute, in cui il dottor Alberto Zangrillo, medico personale di Silvio Berlusconi, si lamentava del fatto che il figlio non avesse superato il test per essere ammesso alla Facoltà di Medicina. Secondo il medico, i test sarebbero iniqui e precluderebbero, per vari motivi, la possibilità di studiare Medicina a giovani ragazzi motivati. Come testimonia Zangrillo, in suo figlio, infatti, la “vocazione” era nata negli ultimi tre anni del liceo e, dopo l’Esame di stato, si era preparato con grande serietà tutta l’estate per superare il test d’ingresso. Ma aveva fallito e, da genitore, il dottore aveva accolto la cosa con grande delusione.

Zangrillo nell’articolo si dimostra contrario a questi test, almeno alla tipologia attuale, anche in quanto medico e professore universitario. Spiega così la sua contrarietà: dal mio punto di vista di medico e professore universitario, trovo che le modalità che regolano l’accesso alle facoltà di medicina siano deludenti e inique. A oggi, si decide in un quiz di poche ore del futuro, del progetto di vita di un giovane; si stabilisce in base a questa performance se quel ragazzo o quella ragazza potranno diventare dei buoni medici, se hanno attitudine per questa disciplina. Credo che rispondere a 100 domande in 100 minuti non ci dia alcuna garanzia di selezionare veramente le risorse migliori, quelle che saranno per esempio in grado di gestire quel particolare equilibrio psicologico richiesto a chi lavora in corsia e di condividere con gli altri quelle qualità umane che deve possedere chi è a contatto con i pazienti e la loro sofferenza. (LINK dell’articolo)

Insomma, troppe domande di cultura generale, che ben poco hanno a che vedere con la futura professione medica, e troppo poco tempo per rispondere: un minuto per quesito significa, infatti, che non si ha quasi la possibilità di rivedere le risposte. Da insegnante di liceo posso affermare che, tranne casi rari di docenti con il cronometro in mano durante le verifiche, gli studenti hanno sempre tempo sufficiente per svolgere le attività richieste e viene spesso consigliato caldamente di rivedere gli elaborati prima di consegnarli. Sono poco abituati, quindi, a fare la gara con il tempo. Consideriamo, inoltre, che la cultura generale, seppur importante, non è indispensabile per chi sceglie di proseguire gli studi con l’obiettivo di avviarsi alla professione medica. Allo stesso modo, chi decide di frequentare Lettere e Filosofia, ad esempio, non deve per forza possedere un’ottima conoscenza della matematica, della fisica e della chimica, anche se, frequentando il liceo, dovrebbe possedere delle discrete conoscenze in quelle materie.

Pronta la risposta di una dottoressa, prossima all’abilitazione alla professione medica. La lettrice de Il Corriere, infatti, scrive una lettera al quotidiano in cui si dichiara contraria a quanto asserito da Zangrillo e, con tono piuttosto ironico, riguardo al test di ammissione alla Facoltà di Medicina afferma che Esso, pur con molti limiti, ha al momento il grande, grandissimo merito di far si che i più bravi e preparati (pur senza conoscere alcun professorone o alcun parlamentare che possa dargli “un aiutino”) riescano a mettere a frutto gli anni di studio e le proprie conoscenze, e riescano a inserirsi nell’ambito della sanità, ambito che dovrebbe accogliere solo i “migliori” perché vi si gioca la vita delle persone, ma che spesso invece va ad accogliere “i più conosciuti” o “i più sponsorizzati” a discapito della qualità del servizio erogato.

Lasciamo stare il tono provocatorio, che corre lungo tutta la missiva: è più che evidente che la signora in questione ce l’ha con Zangrillo perché medico di fiducia del Presidente del Consiglio. La cosa che, secondo me, è sconcertate è che la dottoressa non abbia capito che il medico, nell’articolo su OkSalute, ha puntualizzato che le critiche mosse al test nascono dalla sua esperienza di medico e di professore universitario, non dal dispiacere, se non rancore, provato di fronte al fallimento del figlio. Nonostante tutto, la firmataria (il nome non è stato pubblicato, guarda un po’), della lettera continua ad attaccare Zangrillo: Certo, comprendo che il dottor Zangrillo preferirebbe per l’accesso alla facoltà di Medicina un concorso simile a quello per l’accesso alle Scuole di Specializzazione: là è probabile che suo figlio e i tanti, tantissimi “figli di” che affollano gli ospedali e le università, potrebbero arrivare addirittura primi. (LINK della lettera)

La risposta del medico non si è fatta attendere: nel pomeriggio, infatti, è stata pubblicata una lettera di Zangrillo in risposta alla neo-laureata in Medicina che avrebbe travisato le sue parole. Così replica il medico e professore universitario: Sottolineo che il centro del problema, come erroneamente interpretato, non è la mia vicenda personale e familiare. Ho infatti tutta l’autorevolezza per affermare che i test, così come sono concepiti, non permettono di individuare un buon medico in uno studente che si affaccia alla carriera universitaria ma sono ovviamente favorevole alla selezione. […] È migliore un test che privilegia quesiti di tipo logico e di problem solving rispetto a test puramente nozionistici che penalizzano completamente uno studente motivato. Ideale sarebbe inserire con gradualità uno schema che conducesse a definire dei parametri che lungo il percorso di studi, se non ottemperati, portassero prima a un richiamo e poi all’esclusione, magari entro l’arco del primo anno. Il tutto dovrebbe però configurarsi all’interno di un sistema più selettivo. Le nostre Facoltà sono intasate e rischiano di essere una fabbrica di persone insoddisfatte che non si sono mai confrontate con le loro reali potenzialità. La meritocrazia, non è soltanto una bella parola, ma deve tradursi in un sistema efficiente. (LINK dell’articolo)

Chi ha ragione? Per me Zangrillo.

[foto da Il Corriere]