18 luglio 2016

LIBRI: “GLI SDRAIATI” di MICHELE SERRA

Posted in adolescenza, figli, libri tagged , , , , , , , a 6:48 pm di marisamoles

PREMESSA
Di solito non mi fiondo in libreria a comperare dei libri di successo, quelli di cui tutti, ma proprio tutti, parlano. Specialmente se trattano argomenti tipo la scuola o il mondo dei giovani in generale.
Anche il libro di Michele Serra ha dovuto attendere… sinceramente l’ho acquistato approfittando dell’offerta Feltrinelli di due libri a scelta al prezzo di 9,90 euro.
L’ho aperto senza troppa convinzione eppure fin dalle prime due pagine ho capito che non avrei potuto staccarmene. La lettura è stata una piacevole sorpresa.

michele-serra-repubblica-1L’AUTORE
Michele Serra Errante, classe 1954, romano di nascita ma cresciuto a Milano, è un giornalista, scrittore, autore televisivo e umorista italiano.
Dopo la maturità classica si iscrive alla facoltà di Lettere ma non porta a termine gli studi. Nel 1975 inizia a lavorare per l’Unità svolgendo la funzione di dimafonista (tecnico del giornale addetto alla trascrizione del pezzo che i collaboratori esterni hanno registrato al centralino), solo in seguito inizierà la carriera giornalistica in un primo tempo dedicandosi alla cronaca sportiva e in seguito agli spettacoli.
Dalla fine degli anni Ottanta entra in politica, coltivando allo stesso tempo la passione per la scrittura e collaborando anche, come autore, a degli spettacoli televisivi.
In veste di scrittore esordisce nel 1989 con un libro di racconti, Il nuovo che avanza. Nel settembre 1997 esce, dopo tre anni di lavoro, il suo primo romanzo, Il ragazzo mucca cui seguono altri scritti come Cerimonie, pubblicato nel 2002, che gli vale due riconoscimenti: il Premio Procida-Isola di Arturo-Elsa Morante e il Premio Gradara Ludens.
Nel 2013 esce per Feltrinelli Gli sdraiati, giunto alla quinta edizione, cui fa seguito Ognuno potrebbe, pubblicato nel 2015. [fonte Wikipedia]

sdraiati

IL LIBRO

«Ma dove cazzo sei?
Ti ho telefonato almeno quattro volte, non rispondi mai. Il tuo cellulare suona a vuoto, come quello dei mariti adulteri e delle amanti offese. La sequela interminata degli squilli lascia intendere o la tua attiva renitenza o la tua soave distrazione e non so quale sia, dei due “non rispondo”, il più offensivo.
Per non dire della mia ansia quando non ti trovo, cioè quasi sempre. Ho imparato a relegarla tra i miei vizi, non più tra le tue colpe. Non per questo è meno greve da sopportare. Ogni sirena di ambulanza, ogni riverbero luttuoso dei notiziari scoperchia la scatola delle mie paure. Vedo motorini insanguinati, risse sanguinose, overdosi fatali, forze dell’ordine impegnate a reprimere qualche baldoria illegale.
[…] L’unica certezza è che sei passato da questa casa. Le tracce della tua presenza sono inconfondibili. Il tappeto kilim davanti all’ingresso è una piccola cordigliera di pieghe e avvallamenti. La sua onesta forma rettangolare, quando entri o esci di casa, non ha scampo: è stravolta dal calco delle tue enormi scarpe, a ogni transito corrisponde un’alterazione della forma originaria. Secoli di manualità di decine di popoli, caucasici maghrebini persiani indostani, sono offesi da ogni tuo piccolo passo.
Almeno tre dei quattro angoli sono rivoltati all’insù, e un paio di grosse pieghe ondulate, non parallele tra loro, alterano l’orizzontalità del tappeto fino a conferirgli il profilo naturalmente casuale della crosta terrestre. In inverno tracce di fanghiglia e foglie secche aggiungono avventurose varianti di Land Art alle austere decorazioni geometriche del kilim. D’estate il disastro è più lindo, meno suggestivo del trionfo invernale. Ma la scarpa che imprime e svelle è sempre la stessa: tu e la tua tribù avete abolito sandali e mocassini in favore di quegli scafi di gomma imbottita che vi ingoiano i piedi per tutto l’anno, nella neve fradicia come nella sabbia arroventata. L’orbita della Terra attorno al sole vi è estranea, vi vestite allo stesso modo quando soffia il blizzard e quando il sole cuoce il cranio, avete relegato il tempo atmosferico tra i dettagli che bussano vanamente sulla superficie del vostro bozzolo.
In cucina il lavello è pieno di piatti sporchi. Macchie di sugo ormai calcinate dal succedersi delle cotture chiazzano i fornelli. Questa è la norma, l’eccezione (che varia, in festosa sequenza) è una padella carbonizzata, o il colapasta monco di un manico, o una pirofila con maccheroni avanzati che produce le sue muffe proprio sul ripiano davanti al frigo: un passo ancora e avrebbe trovato salvezza, ma la tua maestria nell’assecondare l’entropia del mondo sta esattamente in questo minimo, quasi impercettibile scarto tra il “fatto” e il “non fatto”. Anche quando basterebbe un nonnulla per chiudere il cerchio, tu lo lasci aperto. Sei un perfezionista della negligenza.

[…] Il divano, il tuo habitat prediletto. Vivi sdraiato.
[…] In bagno, asciugamani zuppi giacciono sul pavimento. Appendere un asciugamano all’appendiasciugamani è un’attività che deve risultarti incomprensibile, come tutte quelle azioni che comportano la chiusura del cerchio. Come richiudere un cassetto, o l’anta di un armadio, dopo averli aperti. Come raccogliere da terra, e piegare, i tuoi vestiti buttati ovunque. […] Calzini sporchi ovunque, a migliaia. A milioni. Appallottolati, e in virtù del peso modesto e dell’ingombro limitato, non tutti per terra. Alcuni anche su ripiani e mensole, come palloncini che un gas misterioso ha fatto librare in ogni angolo di casa.
Qualche apparecchio elettronico lasciato acceso, sempre. Sulle pareti della casa buia, bagliori soffusi di spie, led, video ronzanti, come le braci morenti del camino nelle case di campagna. Spesso la televisione di camera tua replica anche in tua assenza uno di quei cartoni satirici americani (Griffin o Simpson) che dileggiano il consumismo.
[…] Tutto rimane acceso, niente spento. Tutto aperto, niente chiuso. Tutto iniziato, niente concluso.» [MICHELE SERRA, Gli sdraiati, Universale Economica Feltrinelli, giugno 2016, pp. 11-14, passim]

Avrete notato – mi rivolgo ai lettori che seguono le mie “recensioni” (scusate ma le virgolette le devo mettere perché ancora non riesco a chiamare così questi miei scritti) – che al contrario del solito ho iniziato riportando alcuni passi tratti dal primo capitolo. Perché mai?
Perché sono proprio queste prime pagine che mi hanno catturata (poi, dopo gli asterischi, ne spiegherò meglio il motivo) e credo che già dall’incipit il lettore possa decidere se amare questo libro o detestarlo con tutto il cuore. In tal caso, non dovrà nemmeno prendersi la briga di acquistarlo.

Il racconto è in prima persona e tratta l’irrisolto problema della difficoltà di comunicazione tra padri e figli, tra giovani e “vecchi”. Perché non importa quale età abbiano i genitori, per i figli sono stati e saranno sempre “i vecchi”. Da questo scontro generazionale nasce, dunque, l’incomprensione, l’insofferenza, la difficoltà di farsi capire e di essere capiti. Padri e figli non si comprendono perché appartengono a due mondi diversi.

Il padre dello “sdraiato” (non si fanno mai i nomi né dell’uno né dell’altro) con sottile ironia ma anche con una più o meno velata amarezza, alterna ricordi del passato, risalenti al periodo in cui anche lui era un adolescente, e riflessioni sul presente, sul suo essere o piuttosto sentirsi un padre incapace, sconfitto in partenza, arreso di fronte a una situazione che non ha sbocchi, in cui nessuna delle due parti sembra capace di fare un passo verso l’altra.

Quanto a me, in queste contingenze (frequenti) che schiudono porte e finestre su certi abissi di indolenza filiale, e di stordita complicità materna o paterna, non è che me ne senta al riparo, non è che mi senta migliore. Riconosco nelle mie fughe, nei miei silenzi, la stessa mancanza di autorevolezza, la stessa inconsistenza. (pag. 37 dell’edizione citata)

Ecco che il narratore si chiede come mai ai suoi tempi (ah, quant’è antipatica questa espressione per indicare ciò che è perduto per sempre!) i ragazzi erano ben felici di partecipare alla vita familiare, come ad esempio il momento tanto atteso della vendemmia, mentre gli sdraiati di oggi si alzano a mezzogiorno, senza alcuna intenzione di far levataccia per una cosa stupida come raccogliere grappoli d’uva tra i filari delle viti. Gli sdraiati sono animali notturni, passano la mattinata dormendo e il resto della giornata bivaccando, con la faccia sempre incollata allo smartphone.

Che cosa può fare, allora, un padre disarmato per smuovere il figlio sdraiato? Gli propone una cosa che certamente non sarà approvata: una passeggiata in montagna al Colle della Nasca. La proposta assume, via via, le fattezze di un invito rivolto con tono di supplica («Non farlo per me. Fallo per te», pag. 41), per diventare un vero e proprio tormentone che fa capolino, ogni tot pagine, perdendo quell’aspetto argomentativo che caratterizza i primi inviti, fino ad arrivare a vere e proprie minacce (da «Quando ti vedo così pallido, penso che ti farebbe molto bene venire con me al Colle della Nasca» a «se non vieni… ti rompo la schiena a bastonate», pagg. 33 e 91).
Ma per essere più convincente il padre deve mettersi nei panni del figlio: perché mai dovrebbe essere conciliante, fare qualcosa che non desta in lui il minimo interesse?

Se vieni con me al Colle della Nasca, ti pago. Un tanto al chilometro, o un tanto per ora di cammino, ci mettiamo d’accordo, non è quello il problema. Quanti soldi vorresti, euro più euro meno, per venire con me al Colle della Nasca? Contanti? Un assegno? Un bonifico? (ibidem, pag. 49)

Siccome, però, anche la pazienza ha un limite, esauriti i vari argomenti al padre non resta che affidarsi a un mediatore paranormale: Ti ho preso un appuntamento dal famoso ipnotizzatore Tarik Agagianian. Credo che sotto ipnosi tu possa agevolmente salire insieme a me fino al Colle della Nasca. (pag. 95)
Riuscirà il nostro eroe a portare il figlio al famoso Colle della Nasca?

***

La scrittura di Serra è certamente accattivante. Quel misto di ironia e di sarcasmo, quelle descrizioni realistiche e nello stesso tempo disarmanti (soprattutto per chi non ha avuto figli o li ha troppo adulti), quel suo modo di ricordare i fatti della vita del padre protagonista facendone un impietoso confronto con gli interessi dei giovani d’oggi, non possono lasciare indifferenti. Ma non è solo lo stile la vera forza di questo libro. Lo è ancor di più l’onestà. E ancora una volta chi non ha questo tipo di esperienza alle spalle – o non la sta vivendo tutt’oggi – non può comprenderla fino in fondo.
Siamo abituati a vedere genitori che ostentano tanta sicurezza, che descrivono i figli tessendo i loro elogi. Chi non si comporta così, generalmente ha poco o nulla da dire. Leggendo questo libro è come se Serra avesse dato voce a quei genitori che preferiscono o hanno preferito tacere.

Se poi vogliamo leggere più a fondo questo scritto – che non è un vero e proprio romanzo, non è un saggio, non è un diario, è piuttosto un racconto che tenta un’intropsezione psicologica – personalmente sono portata a considerarlo un chiaro esempio di ciò che Pirandello definiva “uomorismo”. Leggiamo le pagine di Serra e ridiamo, in modo più o meno consapevole, in virtù del maggiore o minore coinvolgimento nella narrazione. Ma tutto ciò che il padre descrive di questo figlio dovrebbe far riflettere, piuttosto, sulla sofferenza intima del protagonista. Come direbbe Pirandello, leggendo avvertiamo che dietro le parole del padre, volutamente ironiche e scanzonatorie, c’è una vera e propria sofferenza: il protagonista, infatti, vorrebbe avere un figlio fatto di tutt’altra pasta e, nel contempo, vorrebbe essere tutt’altro genere di padre. Quindi, da questo avvertimento del contrario, sempre seguendo la teoria di Pirandello, arriviamo al sentimento del contrario. Ed è tutta qui la differenza tra il comico e l’umoristico. (cit.)

Come dicevo nella premessa, sono stata catturata fin dalle prime pagine. Leggendo la parte che ho trascritto, mi sono rivista e ho rivisto i miei figli, specialmente il secondogenito. Quella noncuranza, quella superficialità, la trasandatezza che fa chiedere, a noi genitori “normali”, «ma da chi avrà preso?». Una domanda che non ha risposta, per quanti sforzi si possano fare. E la ricerca dei compromessi (ne è esempio eclatante la proposta “indecente” della gita al Colle della Nasca) è l’unica cosa che può garantire la sopravvivenza dei genitori, almeno di quelli che hanno i figli sdraiati.

Durante la lettura, soprattutto della parte che riguarda la gita in montagna, ho ripensato a Petrarca e alla sua ascesa al monte Ventoso. In una lettera indirizzata a Dionigi da Borgo San Sepolcro, il poeta descrive una gita compiuta assieme al fratello Gherardo sul monte Ventoso che si trova in Provenza, dove al tempo la famiglia viveva. La descrizione di questo difficile viaggio, della faticosa salita verso la cima del monte, per il poeta aretino in realtà assume un significato allegorico: tanto più arduo è il cammino tanto più Petrarca si convince del suo eccessivo attaccamento alle cose materiali. Soltanto quando si libererà dalle passioni terrene riuscirà a raggiungere la cima, che rappresenta allegoricamente la vita spirituale.
Ora vi starete chiedendo quale possa essere il legame tra il libricino di Michele Serra e l’epistola di Petrarca. Personalmente ho considerato la proposta-tormentone che il padre rivolge al figlio, la gita al Colle della Nasca, come un iter spirituale, quasi volesse, convincendo il figlio ad accompagnarlo, convincersi a sua volta di essere un buon padre. Arrivare in cima a quel monte assieme, significa, in un certo senso, trovare un punto d’incontro, un canale di comunicazione. Se riuscirà nell’intento, nulla potrà essere come prima.

In conclusione, non c’è niente che si possa fare con “i figli sdraiati” se non continuare ad educare, correggere ciò che è sbagliato, sottolineare ciò che è giusto, sanzionare ma allo stesso tempo premiare, negoziare, far capire che i ruoli fra genitori e figli sono diversi, ma se parliamo di un rapporto fondato sul reciproco amore, è necessario a volte fare qualche passo avanti e altri indietro, se necessario. Questo, evidentemente, Michele Serra lo sa.
Quello che posso assicurare, avendo ormai i figli sufficientemente grandi per poter essere definiti adulti – o quasi! – è che gli sdraiati prima o poi si alzano.

[immagine da questo sito]

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14 novembre 2015

STAMATTINA MI AVETE COLTO DI SORPRESA…

Posted in affari miei, passioni, scuola, Università tagged , , , , , , a 11:36 pm di marisamoles

PREMESSA
Oggi avrei voluto scrivere un altro post. Avrei dovuto, forse, trattare un altro argomento. Ma dopo i fatti di Parigi non ci sono più parole, solo lacrime. Per questo ho deciso di pubblicare un post diverso. Lo dedico ad una ex quinta che ha lasciato un’impronta indelebile nel mio cuore. Idealmente si riallaccia a quest’altro post. L’ho riletto, non senza commuovermi. Ho riletto anche tutti i commenti, compreso quello della sedicente collega Mariarosa De Cecco, che fortunatamente non conosco, e ho pensato: “Cara collega, non sai cosa ti perdi ad essere una che considera “puerile” affezionarsi a dei ragazzi”.
Ragazzi speciali, s’intende.

Stamattina pensavo che sarebbe stato difficile fare lezione.

Prime due ore in quinta. Sono grandi, hanno bisogno di sapere, capire, non si può far finta di nulla.

Che faccio? Entro in classe come niente fosse, propino la mia bella lezione sulla Ginestra di Leopardi (sì, lo so, sono indietro con il programma…), poi al suono della seconda campanella cambiamo testo e leggiamo il Somnium Scipionis di Cicerone.

Questo il programma per la mattinata. Ma non è una mattina qualunque.

Me ne accorgo quando arrivo a scuola. Facce serie in aula insegnanti.
Non c’è la connessione, come faremo a firmare sul registro elettronico?

129 morti, 352 feriti, il mondo in lacrime. Terrore, orrore, rabbia, orgoglio… ma la firma è più importante.

Cambio aria. Vado al bar e trovo quattro ex allievi. Al momento nemmeno li noto. Sono immersa nei miei pensieri, in quelle lezioni programmate che devono lasciar posto ad altro che, però, non si può spiegare così facilmente.
Mi scuso, sono distratta, sapete, sto invecchiando. Baci, abbracci, bevo il caffè, scappo perché sennò la sigaretta non riesco a fumarla prima che suoni la campanella – eh sì, non ho perso il vizio -, scusate, tante belle cose… così dicono le vecchie carampane come me.

Mentre sto fuori, penso che sono stati carini a venire a scuola, a quell’ora, per salutarmi. Consideriamo che nemmeno gli ex allievi che ancora girano per i corridoi mi salutano. Non tutti, ma molti mi ignorano.
Poi ricomincio a pensare alle due ore in quinta. Cosa dirò?

Arrivo al primo piano. L’aula è una di quelle in cui si entra da dietro. Per raggiungere la cattedra devo percorrerla tutta trascinandomi dietro l’inseparabile trolley con i libri, facendo gincana fra gli zaini.

Che strano, non vedo zaini per terra. Sembra tutto molto ordinato. Un silenzio surreale.
Alzo lo sguardo e noto che tutti hanno ancora i cappotti addosso. Non lo fanno mai, si muore dal caldo in aula.

Guardo meglio e vedo delle facce diverse, una quinta che non è quella di quest’anno. Sono gli ex allievi usciti un po’ di tempo fa. Nel 2009? No, no. Nel 2011…. no, prof, nel 2012. Cavolo, che figura!

Insomma, hanno fatto sloggiare i miei attuali allievi, hanno preso ordinatamente posto nei loro banchi, mi hanno aspettato in silenzio…. cosa che, tra l’altro, non facevano allora.

Arrivano gli studenti sloggiati, portano delle sedie recuperate chissà dove. Rivendicano il possesso dei loro banchi ma non si può mica lasciare in piedi i nuovi arrivati…

Mi ritrovo l’aula piena. Facce ben conosciute, vista la quotidiana frequentazione, altre che non ho dimenticato. Faccio fatica a riconoscere qualcuno. Gabriele ci rimane male. Anche Giulia. Vabbè, perdo colpi, ve l’ho detto. Qualche nome mi sfugge e sarei davvero in imbarazzo a dover fare l’appello di quella quinta del triennio 2009-2012.

Nell’ordine penso:
1. Saremo 35, più o meno, sforiamo i parametri di sicurezza.
2. Se lo viene a sapere la preside mi fa un cazziatone.
3. Non posso mandarli via, sono stati così carini a farmi questa sorpresa
4. Annuncio alla classe un’ora di orientamento post-diploma.
5. Salvati capra e cavoli (non voglio offendere nessuno, è solo un modo di dire!)

Parigi e i suoi morti si allontanano.

Parliamo di progetti, realizzati o in via di realizzazione.

Parliamo di incidenti di percorso (cambio di facoltà) e di ripieghi (un test di ammissione andato male e conseguente cambio di indirizzo di studi) che poi si rivelano scelte vincenti.
Parliamo di chi corre e di chi va un po’ lento. Ognuno ha i suoi tempi, ecchecaspita!
Parliamo di passioni, scelte fatte con la testa ma anche con il cuore.
Parliamo di giovani adulti che solo tre anni fa ho lasciato ragazzi, con poche idee e pure quelle a volte confuse, che nel tempo hanno rivelato una maturità ben maggiore del voto conseguito all’esame di Stato.

Passa un’ora. Per una volta non ho fatto lezione IO. I protagonisti sono stati LORO. Usciti dal liceo nel 2012, rientrati nella vecchia aula portando con sé sogni e speranze.

Una lezione diversa da quella che avevo immaginato. L’Isis semina morte ma noi abbiamo parlato di vita.
Perché, dopo tutto, la vita è bella.

GRAZIE RAGAZZI! Siete stati fantastici. ❤

5 aprile 2014

PRENDE UNA MULTA PER BESTEMMIA E PROTESTA: “CREDEVO DI VIVERE IN UNO STATO LAICO”

Posted in cronaca, famiglia, figli, legalità, Legge, religione, società tagged , , , , , , , , , , , a 1:37 pm di marisamoles

automobilistaE’ il 27 marzo scorso. Nel pomeriggio sull’autostrada A4 si forma una lunga coda di autovetture a causa di un camion che, con uno pneumatico bucato, non può proseguire la marcia. Stufo di attendere, a un ragazzo modenese di 23 anni scappa una bestemmia ad alta voce. Come spiegherà in seguito, l’esternazione era dovuta a un dolore che si era procurato sbattendo con rabbia il polso (mezzo ingessato a causa di una caduta con lo snowboard) sulla leva del cambio.

Fatto sta che una pattuglia della Stradale sente la bestemmia, raggiunge l’autovettura, opera i controlli del caso e rilascia regolare contravvenzione: 56 euro per il mancato uso delle cinture di sicurezza da parte dei viaggiatori seduti sul sedile posteriore e 28 euro per omessa esposizione del contrassegno di assicurazione (pur risultando regolarmente pagata!). Ma non è finita qui.

A quei poliziotti la bestemmia non era piaciuta. Invocando l’articolo 724 del Codice penale “Bestemmia e manifestazioni oltraggiose” è stata comminata al giovane anche una sanzione di 102 euro. Ma il 23enne non ci sta, anzi, non proprio lui ma un compagno di viaggio ha scritto una lettera alla redazione del quotidiano friulano Messaggero Veneto, manifestando il suo disappunto:

«Desidero informarvi – si legge nella mail – di quanto avvenuto giovedì all’altezza del ponte sul Tagliamento (…), dove la Stradale ha multato una delle nostre auto – eravamo un gruppo di 8 persone, amici modenesi e ferraresi, e ci stavamo dirigendo verso l’Austria a bordo di due macchine – perché uno di noi, esasperato dalla coda, ha bestemmiato dall’auto che, per il caldo, aveva il finestrino abbassato. Gli agenti hanno sentito e hanno multato il ragazzo per 102 euro, adducendo come motivazione che “bestemmiava ad alta voce contro le divinità ovvero i simboli religiosi dello Stato”. Ora: tralasciando il discorso sull’inopportunità della bestemmia (vorrei vedere voi, in coda…), io credevo di vivere in uno Stato laico».

Naturalmente il ragazzo sta pensando di fare ricorso contro l’ingiusta, a suo parere, ammenda.

Io ricordo che una volta anche sugli autobus campeggiava la scritta “Vietato bestemmiare” e l’Italia è da sempre uno Stato laico. Qui in Friuli, purtroppo, la bestemmia è un intercalare molto diffuso, tanto che quasi quasi l’orecchio è assuefatto. Ma rimango dell’idea che, al di là di qualsiasi motivazione religiosa, bestemmiare debba essere considerato un comportamento incivile e purtroppo sta dilagando tra la gioventù, ragazze comprese. Forse anche a casa i genitori hanno l’orecchio assuefatto. Ma, a meno che non abbiano anche la mano rattrappita, un bel ceffone ai figli potrebbero pure tirarglielo.

[L’IMMAGINE tratta da questo sito NON SI RIFERISCE ALLA NOTIZIA RIPORTATA]

29 ottobre 2012

I GIOVANI SECONDO I POLITICI: DA BAMBOCCIONI A CHOOSY, PASSANDO PER SFIGATI

Posted in attualità, famiglia, figli, lavoro, politica, Renato Brunetta tagged , , , , , , , , , , , , a 5:44 pm di marisamoles

In tempi meno sospetti dell’attuale, la prima critica nei confronti dei giovani fu lanciata dall’allora ministro dell’Economia Tommaso Padoa-Schioppa nel 2007: «Mandiamo i bamboccioni fuori di casa», proponendo agevolazioni sugli affitti con detrazioni sul reddito. Non se n’è saputo più niente e, a quanto pare, i bamboccioni sono ancora saldamente ancorati alla gonna di mammà e la portafoglio di papà, visto che sono perlopiù disoccupati.

Ritorna a parlar di bamboccioni l’allora ministro per la Pubblica Amministrazione e l’Innovazione Renato Brunetta nel 2010: «Mandiamo i bamboccioni fuori di casa a diciotto anni per legge!», confessando che pure lui ha convissuto con i genitori fino all’età di trent’anni. (ne ho parlato QUI) Una provocazione, nulla di più.

Ma veniamo a tempi più recenti. Nel gennaio di quest’anno il viceministro dell’Economia Michele Martone se la prende con gli studenti universitari: «Bisogna dare messaggi chiari ai nostri giovani. Se a 28 anni non sei ancora laureato sei uno sfigato». Messaggio ricevuto .. segue una valanga di insulti via web.

Rincara la dose il presidente del Consiglio Mario Monti quando, in un’intervista alla trasmissione tv Matrix nel febbraio di quest’anno, critica quella noiosa aspirazione, tutta italiana, al posto fisso: «I giovani devono abituarsi all’idea di non avere più il posto fisso a vita: che monotonia! E’ bello cambiare e accettare delle sfide». Segue altra valanga di polemiche e insulti via web. Intanto, sfide o non sfide, la disoccupazione giovanile sfiora il 50%, specie al sud.

Sempre nel febbraio di quest’anno, rimanendo sullo stesso argomento e appoggiando il concetto di giovani bamboccioni convalidato dai suoi predecessori, il ministro dell’Interno Anna Maria Cancellieri pontifica: «Noi italiani siamo fermi al posto fisso nella stessa città di fianco a mamma e papà». Be’, certo, con gli stipendi cui possono aspirare i giovani d’oggi, non è facile pagarsi un affitto e le spese fuori casa.

Da ultima, per ora, la signora Elsa Fornero sceglie un termine Very English, ma a quanto pare molto offensivo, per catalogare i nostri ragazzi: «I giovani non siano choosy (schizzinosi) nella scelta del loro primo lavoro». Ne ho parlato QUI E QUI.

Se aggiungiamo che per la maggior parte della gente i giovani sono ignoranti, perché la scuola non insegna nulla, e maleducati, perché i genitori non sanno educarli, mi chiedo: in che mani stiamo consegnando il futuroincerto grazie ai nostri abilissimi, espertissimi, onniscienti e onnipotenti ministri?

[Fonte: Panorama]

26 ottobre 2012

NEOLAUREATA LAVAVETRI … ALTRO CHE CHOOSY!

Posted in lavoro, Università tagged , , , , , a 8:57 pm di marisamoles

Oggi è stata la giornata delle lauree. Non so altrove, ma qui hanno un’usanza alquanto rozza di far sfilare i neo dottori per la città, abbigliati in modo vario quasi carnascialesco, e li obbligano a fare di tutto: spogliarelli improvvisati, chiedere l’elemosina, suonare e cantare, fare scherzi ai passanti … insomma, una tristezza assoluta. Senza contare che i cortei, che in giornate come queste si incrociano nel centro cittadino che è, se confrontato con altre città ben più grandi, una manciata di metri quadri, hanno tutti un’unica colonna sonora: il canto goliardico (orribile, in verità) che fa “Dottore, dottore, dottore del buso del cu*, vaffa***, vaffa***”.

Ora ditemi se uno, dopo aver studiato anni ed essersi impegnato per migliorare il suo livello culturale prendendosi una laurea, debba subire dal corteo di parenti e amici trogloditi una tale umiliazione. Ogni volta che vedo spettacoli del genere mi indigno e ringrazio il cielo di essermi laureata senza avvisar nessuno, anche perché reduce dalla parotite ( 😦 ) e di aver festeggiato qualche giorno dopo in modo civile e nell’intimità della casa paterna.

Verso mezzogiorno, ho assistito ad uno spettacolo mai visto prima. All’altezza di un semaforo c’era il solito gruppetto di persone che attorniavano la sfigata di turno, con la sua bella corona d’alloro ma vestita con un orribile miniabito fucsia, parrucca color ciclamino, tutta imbrattata e con una spugna in mano. Ferma ad attendere il verde, ho lanciato uno sguardo fulminante ai simpatici personaggi che attorniavano la neo dottoressa e a lei, che già stava dirigendosi verso la mia auto, ne ho lanciato un altro a metà tra la commiserazione e la rabbia. Lei ha cambiato subito rotta e si è avvicinata all’automobile vicina alla mia, guidata da un uomo, ha lavato il parabrezza e si è presa pure la mancia.

Ho abbassato il finestrino e ho gridato: e dopo la Fornero dice che siete choosy! Se non fosse scattato il verde l’avrei immortalata e avrei mandato la foto alla signora ministro.

20 settembre 2012

SUL MATRIMONIO IN CHIESA E SUL PREDICARE BENE E RAZZOLAR MALISSIMO

Posted in bambini, donne, famiglia, matrimonio, religione, Uomini e donne tagged , , , , , , , , , , , , a 10:27 am di marisamoles


Nel blog di Diemme, in questi ultimi giorni, si parla di matrimonio. In particolare, in questo post l’amica difende il matrimonio eterosessuale e, pur rispettando la libera scelta di amare una persona dello stesso sesso, si dichiara contraria ai matrimoni tra omosessuali.

Ora, il mio intento non è quello di esprimere la mia opinione sui matrimoni tra coppie dello stesso sesso (l’ho già fatto qui, non senza suscitare delle polemiche, e, inoltre, ho letto questo post sul blog La 27esimaOra del Corriere alla cui lettura mi sento di rimandare chi mi legge perché lo trovo molto interessante), ma di parlare di matrimonio, per di più religioso. Allora, vi chiederete, perché ho citato l’amica Diemme? Perché lei, non tanto nell’articolo quanto in un commento (che non riesco a trovare, visto che sono tantissimi!), ha dichiarato che secondo il suo parere l’unico matrimonio che meriti tale nome è quello celebrato in Chiesa il quale prevede che due carni diventino una sola, che si diventi l’uno parte dell’altra e che il legame sia indissolubile (questo lo scrive nel post). E’ un’affermazione degna di rispetto ma io personalmente mi chiedo: siamo proprio sicuri che un legame sancito da un sacro contratto, seppur legalmente riconosciuto dallo Stato italiano attraverso il Concordato, si possa definire indissolubile? Insomma, possiamo affermare con assoluta certezza che il matrimonio religioso, al contrario di quello civile, costituisca una sorta di vaccino contro il divorzio? I dati che riguardano separazioni e divorzi sembrano dire tutt’altro.

Quindi, potremmo affermare che, pur con le migliori intenzioni, nel momento in cui si promette fedeltà eterna al proprio partner davanti ad un sacerdote, non si può essere certi che quel legame sia per sempre. Allora, dico io, qualcosa non funziona. E penso al matrimonio dei nostri genitori, delle generazioni che oggi hanno ottanta e più anni. Penso alle coppie che festeggiano i 50 e anche i 60 anni di matrimonio e mi interrogo: forse i nostri “vecchi” erano maggiormente consci di ciò che significa “matrimonio”, ovvero condivisione di gioie e dolori, di responsabilità nei confronti dei figli e della loro educazione e di vita santificata da quel legame indissolubile sancito dal matrimonio celebrato in Chiesa?

La mia risposta è no. E lo dico perché ho visto con i miei occhi matrimoni in cui, nascosta sotto la parvenza di vita felice, si covava un’infelicità immensa, sopportata con grande sacrificio, spesso mentendo a sé stessi, nell’illusione che tutto andasse bene. In realtà nulla andava bene, semplicemente non era nemmeno presa in considerazione la possibilità di una separazione o di un divorzio, in primis per motivi economici (le donne un tempo non lavoravano e dipendevano dal marito che le sostentava e per questo erano debitrici nei suoi confronti di gratitudine eterna, anche quando l’amore era solo un ricordo lontano ed era soppiantato da insofferenza e persino odio), in secondo luogo perché il fallimento del matrimonio era considerato un’onta incancellabile, una macchia destinata a rimanere sospesa su due persone finché morte non le separava.

Forse la mia visione può apparire troppo pessimistica. In parte lo è, non lo nego, come non nego che esistano coppie sposate da vari lustri e ancora molto felici. Sul fatto che lo siano come il primo giorno nutro, però, forti dubbi.

Tornando al discorso iniziale, la triste constatazione del fallimento di numerose unioni, comprese quelle benedette in Chiesa, deve far riflettere soprattutto sul senso della Fede. Io credo che essa faccia la differenza, credo che le coppie che iniziano il cammino insieme, con la benedizione del sacerdote e la protezione divina, in cui fermamente credono, siano in qualche modo più felici. Ma sono dell’idea che questo tipo di coppie siano davvero rarissime in quanto, la maggior parte delle volte, il matrimonio religioso è preferito a quello civile perché la location, per usare un termine molto in voga, è più bella di una fredda sala comunale, perché l’abito bianco con il velo e tutto il resto è ancora una prerogativa delle nozze religiose, perché molte famiglie si aspettano questo dai figli e non si possono deludere certe aspettative, perché in fin dei conti sposarsi in Chiesa non implica delle responsabilità maggiori di un matrimonio civile, tanto poi si divorzia ugualmente. Insomma, non credo proprio, anche se mi farebbe molto piacere, di poter condividere l’opinione di Diemme.

Pensando alla mia esperienza, ho scelto il rito religioso perché ci credevo e, anche se con fasi alterne, ero praticante. A me nessuno ha chiesto perché avevo scelto di sposarmi in Chiesa, lo si dava per scontato. Ritengo che oggi questa domanda bisognerebbe non solo rivolgerla agli sposi ma sarebbe necessario che se la rivolgessero loro stessi. Un tempo, come ho detto, non era così difficile credere in quella scelta, anche se i casi della vita potevano portare comunque verso la rottura. Oggi non è più così e i fatti mi danno ragione.

Un’indagine condotta dal dipartimento di Scienze economiche e statistiche dell’università di Udine ha rivelato che, tra le 620 persone (312 uomini e 308 donne, età media 30 anni) che dal 2010 al 2011 hanno frequentato il corso di preparazione al matrimonio religioso, ben il 68% ha dichiarato di avere alle spalle una convivenza più o meno lunga con il/la futuro/a sposo/a. Il periodo medio di fidanzamento è di cinque anni e mezzo, metà passato sotto lo stesso tetto.

Ora, non vorrei sembrare bigotta, ma mi pare che questi dati siano in netta contraddizione con i dettami della Chiesa. Non solo: appena un giovane su quattro si definisce cattolico praticante. Ne deduco che nella maggior parte dei casi la scelta del matrimonio religioso abbia poco a che fare con la Fede. Senza contare che più della metà degli intervistati ha ammesso di aver frequentato il corso pre-matrimoniale solo perché obbligatorio e una parte, seppur minima, di essi si è dichiarata non credente. Mi viene da pensare che questa quota comprenda quelli che, per non dare un dispiacere al proprio partner, accetta la celebrazione di un rito che gli è del tutto indifferente. Allora vien da chiedersi: su quali presupposti si basa un’unione sacra se lo è effettivamente solo per uno dei due sposi?

Mi riallaccio, quindi, a quanto osservato in precedenza: ritengo che un matrimonio celebrato in Chiesa sia effettivamente destinato a durare tutta la vita nel momento in cui la decisione di iniziare un percorso assieme e proseguire nel cammino coniugale con l’assistenza della Fede sia condivisa da entrambi i coniugi. Mancando questo presupposto, il matrimonio religioso non ha un valore diverso rispetto ad una unione civile. Infatti, quando la coppia scoppia, non c’è promessa sacra che tenga: si divorzia ugualmente. Dirò di più: non è nemmeno molto diverso dalla convivenza, se la scelta viene fatta con senso di responsabilità, assumendosi tutti gli oneri che la vita a due comporta. (ne ho parlato qui)

Non voglio dilungarmi però c’è ancora un punto su cui è necessario soffermarsi a riflettere: l’educazione dei figli. La coppia sposata in Chiesa ha degli obblighi anche morali nei confronti della prole: per coerenza si battezzeranno i figli e si contribuirà, assieme ai catechisti, all’educazione religiosa. Ma siamo sicuri che ciò avvenga davvero? Personalmente mi sono assunta questa responsabilità (con scarso successo, ahimè) ma sempre da sola, nel senso che mio marito latitava. Eppure è nato e cresciuto in una famiglia religiosissima, finché ci sono riuscita, l’ho trascinato in Chiesa la domenica, ma per il resto posso dire che lui non sia stato un buon esempio per i bambini da questo punto di vista.

Anche il battesimo è una consuetudine accolta senza pensare realmente al suo significato. E lo è a tal punto che anche i figli dei conviventi e delle coppie sposate civilmente spesso sono battezzati. Su questa scelta concordo: viviamo in un mondo in cui la religione, nonostante l’approccio assai discutibile, ha ancora il suo peso. Ricordo che qualche anno fa, in occasione della nascita del suo primo bambino, cercai di convincere mia nipote, sposata solo civilmente, a battezzare il bimbo. “Si sentirà diverso”, le dicevo, “quando alle elementari verrà a sapere che i suoi compagni faranno la Comunione, con feste e regali che lui non riceverà”. Lei mi rispose: “Gli spiegherò che la diversità non ha solo lati negativi e che essere diversi non significa essere peggiori”. Ora le devo dare ragione perché lei ha agito secondo coerenza, non accettando le imposizioni di consuetudini che non sente proprie.

A questo punto mi chiedo perché si celebrino ancora matrimoni in Chiesa quando nella vita della maggior parte degli sposi Dio è un’entità sconosciuta e assolutamente indifferente e i precetti della Chiesa non costituiscono più alcun punto di riferimento. Molto meglio la coerenza, indipendentemente dal fatto che un’unione sia più o meno duratura. Se dopo un periodo di convivenza si sceglie il matrimonio, forse sarebbe meglio optare per il rito civile.

Mi vengono in mente, a questo proposito, le parole del cardinale Carlo Maria Martini, recentemente scomparso, pronunciate durante un’intervista raccolta da Padre Georg Sporschill, un confratello gesuita: “La Chiesa è indietro di 200 anni. Solo l’amore vince la stanchezza. Dio è Amore.”

Il cardinale aveva a cuore particolarmente la questione della sessualità. Diceva che questa Chiesa troppo rigida e stanca ha bisogno di un rinnovamento. Un uomo di ampie vedute, non c’è che dire. Lui aveva capito che molti giovani e molte famiglie sono lontani dalla Chiesa, pur conservando interiormente una qualche parvenza di Fede, perché consci di non seguire i suoi dettami antiquati. E aveva capito che non ci si può aspettare che le nuove generazioni si accostino ai precetti religiosi che presuppongono una visione della vita così ristretta, ma che forse sarebbe necessario che la Chiesa vada loro incontro.

Senza voler sembrare irriverente, potrei dire che se Maometto non va alla montagna … Se non altro ci sarebbe più coerenza in certe scelte, senza predicare bene e razzolar malissimo.

20 maggio 2012

LA CAMPANELLA NON SUONA PIÙ PER MELISSA

Posted in adolescenti, famiglia, figli, scuola tagged , , , , , , , , a 9:01 pm di marisamoles

laprofonline


Chi era Melissa Bassi? Fino a ieri lo sapevano solo i suoi compaesani, i parenti, gli amici, i professori e le compagne di scuola. Quel microcosmo che gravita attorno alla vita dei nostri ragazzi. Oggi sappiamo tutti chi era Melissa: una sedicenne, una ragazza come tante altre, con i suoi sogni, le speranze, i progetti per il futuro. Ha conosciuto l’amore, Melissa? Pare di sì, c’era un fidanzatino, un amore appena sbocciato. Di sicuro ha conosciuto l’amore di mamma e papà, delle persone care, di tutti quelli che aveva conquistato con il suo sorriso, con la sua bontà.

Melissa ieri mattina, come tutti i giorni, stava andando a scuola. Cosa può temere una ragazzina di sedici anni, mentre si appresta a varcare il portone del suo istituto, ad entrare nella sua classe, mentre conta i passi che la separano da quelle quattro mura che, accanto a quelle di casa, rappresentano…

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30 novembre 2010

I GIOVANI D’OGGI, INCAPACI DI CONCENTRARSI

Posted in adolescenti, cultura, famiglia, figli, lavoro, scuola, società tagged , , , , , , a 7:41 pm di marisamoles

Nel suo editoriale del lunedì sul Corriere, Francesco Alberoni pone questa settimana la sua attenzione ad un problema dei giovani d’oggi che condivido pienamente: l’incapacità di concentrarsi nel fare le cose e, conseguentemente, quell’insana abitudine di passare da una cosa all’altra, senza un ordine logico.

Qual è la causa? Secondo Alberoni, dipende dal tipo di apprendimento già alla scuola elementare. Prima di andare in queste scuole, quando stanno con i genitori, i bambini piccoli sono attenti, ascoltano, seguono affascinati le favole. Dopo essere stati qualche anno in classe cambiano. Se parli loro, si distraggono, spostano un libro, un giocattolo, non ascoltano. Ti fanno una domanda e poi vanno via, non aspettano la risposta.

Noi genitori ed insegnanti sappiamo bene quanto sia difficile attirare l’attenzione dei ragazzi. Il loro zapping non è solo quello che fanno con il telecomando, quando non hanno la pazienza di osservare qualche scena per capire che un dato programma possa essere più o meno interessante. Il loro è uno zapping mentale. Non è mancanza di interesse, – continua Alberoni – hanno perso la capacità di concentrazione perché stando con gli altri e giocando con loro si sono abituati a passare, continuamente e caoticamente, da un’attività all’altra e non c’è nessuno che insegna loro come stare attenti, e li rimprovera quando non lo fanno.

Eppure, nello sport, stanno ben attenti alle parole dell’allenatore perché, osserva Alberoni, se ti distrai, ti rimprovera e i tuoi compagni protestano. Quando mai si è visto che i compagni di scuola protestino se qualcuno non sta attento? Per esperienza posso dire che talvolta capita che protestino, ma lo fanno quando si annoiano di fronte all’ennesima predica che l’insegnante rivolge all’esagitato di turno.

Proseguendo con la sua analisi, il sociologo tocca un tasto su cui non concordo. Afferma che la scuola non rimproveri, che non corregga con l’esercizio una tendenza sbagliata. Questo perché, secondo alcuni pedagogisti, il rimpovero e la correzione di atteggiamenti sbagliati provocherebbero nei giovani una grave frustrazione, bloccandone la creatività. Mi permetto, a questo punto, un’osservazione: l’atteggiamento di censura dei comportamenti scorretti da parte degli insegnanti ci deve essere e c’è, almeno nella maggior parte delle scuole, dalla primaria al liceo. La correzione può avvenire attraverso diversi tipi di comportamento: si ammonisce e si punisce, sempre, però, mettendo bene in risalto il motivo per cui un certo atteggiamento non è accettabile. Si spiega dove sta l’errore e in che modo si può ovviare al problema. Le regole ci sono e bisogna rispettarle, altrimenti si incorre in una sanzione.

Concordo maggiormente con quanto Alberoni sostiene riguardo alle famiglie: aggravano la situazione mettendosi normalmente dalla parte dei figli e contro gli insegnanti. Ed è per questo, non mi stancherò mai di ripeterlo, che una corretta azione educativa, prima ancora che didattica, si mette in pratica quando c’è la collaborazione fra scuola e famiglia. Certo, è un po’ difficile che a casa i genitori sappiano affrontare il problema distrazione, ovvero non hanno gli strumenti, tranne la persuasione, con le buone o con le cattive, per far sì che i figli a scuola seguano le lezioni con interesse, senza annoiarsi e senza deconcentrarsi. Questi strumenti devono, prima di tutto, essere messi in pratica a scuola, durante le lezioni, dai singoli insegnanti. Ma a casa i genitori possono fare molto: ad esempio, ascoltare i figli quando hanno qualcosa da dire e partecipare alla loro vita scolastica dando consigli e approvando o meno il loro atteggiamento di fronte allo studio. Se non li si ascolta, essi stessi saranno meno propensi ad ascoltare. In altre parole, bisogna dare il buon esempio.

Ma la concentrazione serve solo a scuola, ovvero all’interno del processo di apprendimento? Secondo Alberoni no. Infatti, spiega che il risultato è che molti non impareranno più a concentrarsi, ad applicarsi, a fare un ragionamento complesso. Ed è anche per questo che c’è tanta disoccupazione. Perché le imprese si trovano di fronte giovani con una preparazione evanescente e che danno poco affidamento quanto a capacità di ragionare. E questo è un problema serio, anche se a me viene spontanea un’obiezione: ma quando giocano con la play station o chattano con il pc, prestano pure attenzione a quello che fanno. Allora il problema è che la mancanza di concentrazione nei ragazzi è legata a ciò che ritengono poco interessante, ovvero la scuola. Nonostante il sociologo sia di tutt’altro avviso, quando osserva che la mancanza di concentrazione non è legata all’interesse, è innegabile che la concorrenza ci sia ed è spietata; la scuola, almeno com’è concepita a tutt’oggi, perde punti in partenza.

Quanto al futuro, c’è da scommettere che non se ne preoccupano. Se quando arrivano in quinta e sanno di dover sostenere l’Esame di Stato si mettono a studiare non prima di marzo aprile, è concepibile che si preoccupino della loro preparazione evanescente con la quale andranno incontro ad un futuro incerto? L’importante è passare, la preparazione non conta. Quel pezzo di carta che alla fine conquistano è come il foglio rosa: permette di fare pratica per poter imparare a guidare. Ma la patente ancora è lontana. Così come il possesso di un documento che abilita alla guida non rende chi lo possiede un pilota di Formula 1.

Su questo ragionamento i giovani dovrebbero concentrarsi: quello che si impara in tanti anni di scuola sarà utile un domani. Se la loro preparazione sarà evanescente, se ne accorgeranno e, con il senno di poi, realizzeranno quanto sarebbe stato meglio andare a scuola per imparare e non solamente per prendere il sospirato diploma. Con l’errara convinzione, poi, di poter fare finalmente quello che vogliono. Come se liberati dal legacci della scuola, non ne trovino altri pronti ad imbrigliarli durante il loro cammino.

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