14 novembre 2015

STAMATTINA MI AVETE COLTO DI SORPRESA…

Posted in affari miei, passioni, scuola, Università tagged , , , , , , a 11:36 pm di marisamoles

PREMESSA
Oggi avrei voluto scrivere un altro post. Avrei dovuto, forse, trattare un altro argomento. Ma dopo i fatti di Parigi non ci sono più parole, solo lacrime. Per questo ho deciso di pubblicare un post diverso. Lo dedico ad una ex quinta che ha lasciato un’impronta indelebile nel mio cuore. Idealmente si riallaccia a quest’altro post. L’ho riletto, non senza commuovermi. Ho riletto anche tutti i commenti, compreso quello della sedicente collega Mariarosa De Cecco, che fortunatamente non conosco, e ho pensato: “Cara collega, non sai cosa ti perdi ad essere una che considera “puerile” affezionarsi a dei ragazzi”.
Ragazzi speciali, s’intende.

Stamattina pensavo che sarebbe stato difficile fare lezione.

Prime due ore in quinta. Sono grandi, hanno bisogno di sapere, capire, non si può far finta di nulla.

Che faccio? Entro in classe come niente fosse, propino la mia bella lezione sulla Ginestra di Leopardi (sì, lo so, sono indietro con il programma…), poi al suono della seconda campanella cambiamo testo e leggiamo il Somnium Scipionis di Cicerone.

Questo il programma per la mattinata. Ma non è una mattina qualunque.

Me ne accorgo quando arrivo a scuola. Facce serie in aula insegnanti.
Non c’è la connessione, come faremo a firmare sul registro elettronico?

129 morti, 352 feriti, il mondo in lacrime. Terrore, orrore, rabbia, orgoglio… ma la firma è più importante.

Cambio aria. Vado al bar e trovo quattro ex allievi. Al momento nemmeno li noto. Sono immersa nei miei pensieri, in quelle lezioni programmate che devono lasciar posto ad altro che, però, non si può spiegare così facilmente.
Mi scuso, sono distratta, sapete, sto invecchiando. Baci, abbracci, bevo il caffè, scappo perché sennò la sigaretta non riesco a fumarla prima che suoni la campanella – eh sì, non ho perso il vizio -, scusate, tante belle cose… così dicono le vecchie carampane come me.

Mentre sto fuori, penso che sono stati carini a venire a scuola, a quell’ora, per salutarmi. Consideriamo che nemmeno gli ex allievi che ancora girano per i corridoi mi salutano. Non tutti, ma molti mi ignorano.
Poi ricomincio a pensare alle due ore in quinta. Cosa dirò?

Arrivo al primo piano. L’aula è una di quelle in cui si entra da dietro. Per raggiungere la cattedra devo percorrerla tutta trascinandomi dietro l’inseparabile trolley con i libri, facendo gincana fra gli zaini.

Che strano, non vedo zaini per terra. Sembra tutto molto ordinato. Un silenzio surreale.
Alzo lo sguardo e noto che tutti hanno ancora i cappotti addosso. Non lo fanno mai, si muore dal caldo in aula.

Guardo meglio e vedo delle facce diverse, una quinta che non è quella di quest’anno. Sono gli ex allievi usciti un po’ di tempo fa. Nel 2009? No, no. Nel 2011…. no, prof, nel 2012. Cavolo, che figura!

Insomma, hanno fatto sloggiare i miei attuali allievi, hanno preso ordinatamente posto nei loro banchi, mi hanno aspettato in silenzio…. cosa che, tra l’altro, non facevano allora.

Arrivano gli studenti sloggiati, portano delle sedie recuperate chissà dove. Rivendicano il possesso dei loro banchi ma non si può mica lasciare in piedi i nuovi arrivati…

Mi ritrovo l’aula piena. Facce ben conosciute, vista la quotidiana frequentazione, altre che non ho dimenticato. Faccio fatica a riconoscere qualcuno. Gabriele ci rimane male. Anche Giulia. Vabbè, perdo colpi, ve l’ho detto. Qualche nome mi sfugge e sarei davvero in imbarazzo a dover fare l’appello di quella quinta del triennio 2009-2012.

Nell’ordine penso:
1. Saremo 35, più o meno, sforiamo i parametri di sicurezza.
2. Se lo viene a sapere la preside mi fa un cazziatone.
3. Non posso mandarli via, sono stati così carini a farmi questa sorpresa
4. Annuncio alla classe un’ora di orientamento post-diploma.
5. Salvati capra e cavoli (non voglio offendere nessuno, è solo un modo di dire!)

Parigi e i suoi morti si allontanano.

Parliamo di progetti, realizzati o in via di realizzazione.

Parliamo di incidenti di percorso (cambio di facoltà) e di ripieghi (un test di ammissione andato male e conseguente cambio di indirizzo di studi) che poi si rivelano scelte vincenti.
Parliamo di chi corre e di chi va un po’ lento. Ognuno ha i suoi tempi, ecchecaspita!
Parliamo di passioni, scelte fatte con la testa ma anche con il cuore.
Parliamo di giovani adulti che solo tre anni fa ho lasciato ragazzi, con poche idee e pure quelle a volte confuse, che nel tempo hanno rivelato una maturità ben maggiore del voto conseguito all’esame di Stato.

Passa un’ora. Per una volta non ho fatto lezione IO. I protagonisti sono stati LORO. Usciti dal liceo nel 2012, rientrati nella vecchia aula portando con sé sogni e speranze.

Una lezione diversa da quella che avevo immaginato. L’Isis semina morte ma noi abbiamo parlato di vita.
Perché, dopo tutto, la vita è bella.

GRAZIE RAGAZZI! Siete stati fantastici. ❤

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5 ottobre 2014

I MIEI RICORDI DI SCUOLA

Posted in affari miei, amicizia, scuola tagged , , , , , , , , , a 7:21 pm di marisamoles

Oggi si celebra la Giornata Mondiale degli Insegnanti. Avevo iniziato un post per il blog laprofonline ma ne è uscita una specie di pagina di diario che preferisco pubblicare qui, per riservare al mio blog sulla scuola una riflessione più seria.

La data del 5 ottobre è stata scelta perché nel 1966 si tenne un Congresso speciale, organizzato congiuntamente fra UNESCO e OIL (Labour International Organization), per elaborare ed adottare una “Raccomandazione” sulla condizione degli insegnanti.
Quella data mi ha riportato indietro nel tempo ed ecco qua i ricordi che mi ha risvegliato.
Un modo anche per ringraziare i miei vecchi insegnanti, quelli che lasciano una traccia di sé nel cuore degli studenti.
Buona lettura!

holly hobbie scuola
A quel tempo ero piccina e ho nella mente solo pochi fotogrammi che mi riportano all’infanzia. Ricordo, però, molto bene gli anni della scuola elementare, quelli della media e, infine, del liceo.

La mia maestra era una donna nubile, di mezza età, molto appassionata ed estremamente preparata su tutte le materie di studio. Erano gli anni del “maestro unico”, anche se la maggior parte dei docenti era di sesso femminile. Nella mia scuola, però, le classi non erano miste e la maestra o il maestro erano dei punti di riferimento rispettivamente per le femminucce e per i maschietti.
La mia insegnante elementare, tuttavia, era molto moderna, forse preparata dal punto di vista pedagogico e consapevole che i due sessi non dovevano essere per forza separati, a livello educativo il confronto poteva costituire una ricchezza, un’occasione formativa che l’austerità della scuola del tempo metteva in secondo piano con la “segregazione” imposta, in quanto poteva apparire sconveniente la promiscuità tra maschi e femmine.
Così lei e un maestro, che era anche il papà di una mia compagna, di tanto in tanto facevano lezione a “classi aperte”. Una metodologia didattica che, se calata in quegli anni, poteva apparire davvero all’avanguardia.

Non avrei dovuto, comunque, attendere molto per ritrovarmi in una classe mista: conclusi i cinque anni delle elementari, infatti, iniziò la mia avventura scolastica in compagnia anche dei maschi. Alcuni di essi, tra l’altro, li conoscevo già in quanto avevano frequentato la classe del maestro amico della mia maestra.
Il mio impatto con la scuola media fu contraddistinto da una sensazione di estremo disagio. Mi sentivo incompresa. Feci fatica ad ambientarmi, mi sembrava di non essere particolarmente apprezzata né dai compagni né dai docenti. Ero stata una scolara molto brava, studiosa, intelligente. La mia maestra tesseva di me elogi e mi prendeva a modello, cosa che tra l’altro mi metteva in imbarazzo, essendo io particolarmente timida. Però lei sapeva gestire bene il gruppo, era in grado di spronarci alla competizione in modo sano, senza invidie, capricci o ripicche.

Alla scuola media, specialmente il primo anno, non mi sentivo motivata e anche lo studio, che avevo sempre amato, finì per annoiarmi. Avevo, però, una professoressa di Lettere molto intelligente. Lei comprese che in qualche modo dovevo sentirmi protagonista. Nel senso buono, però, niente esibizionismo né superiorità, semplicemente avevo bisogno di distinguermi in qualcosa, di diventare un traino per gli altri.
La prof di Lettere lesse in me una propensione che io non sospettavo nemmeno di avere: aiutare chi è in difficoltà. Fu così che mi propose di organizzare delle visite a casa di un ragazzo più grande di noi ma che aveva una malattia che lo faceva apparire nostro coetaneo. Fu così che mi attivai e riuscì a formare, tra i compagni di classe, un gruppetto che andava un sabato pomeriggio al mese (forse anche di più, non ricordo bene) a far compagnia a questo ragazzo meno fortunato di noi. A soli 12 anni facevo la “volontaria” senza nemmeno sospettare che questo tipo di attività un giorno avrebbe avuto un posto importante nella società.

studenti sarah kayLa stessa professoressa, in terza media, mi affidò l’incarico di assistere un mio compagno, che soffriva di ricorrenti emicranie, portandogli i compiti e studiando con lui, affinché non rimanesse indietro nei lunghi periodi di assenza. La cosa non mi entusiasmò, soprattutto perché non lo conoscevo. Era stato inserito nella mia classe quell’anno – credo in seguito alla bocciatura dovuta, appunto, al suo stato di salute – e non pensavo fosse facile instaurare un rapporto di collaborazione con un perfetto sconosciuto. La mia prof senz’altro mi aveva scelta perché conosceva il mio spirito solidale e soprattutto per il fatto di essere praticamente una sua vicina di casa.
Tra me e quel ragazzo nacque una bella amicizia, forse da parte sua qualcosa di più. Da parte mia imparai che aiutare gli altri mi rendeva una persona migliore.

I ricordi del liceo sono sicuramente più nitidi. Devo, però, essere onesta: non sono proprio bellissimi.
La mia classe non era molto unita anche se mi sentivo un po’ a casa avendo ritrovato ben sette compagni della scuola media. Crescevo in fretta, troppo. Ero molto matura per la mia età, credevo di avere ben poco da spartire con i miei compagni, specie con i maschi che mi apparivano frivoli, un po’ sciocchi, troppo infantili. A parte qualche compagna che vedevo nei pomeriggi durante la settimana, frequentavo perlopiù gente più grande e i sabati pomeriggio li passavo a ballare in una discoteca improvvisata all’interno di un garage.

Dei miei professori ricordo con infinita gratitudine e molto affetto la professoressa di Lettere del ginnasio: buonissima, anche troppo, dolcissima, estremamente comprensiva, quasi materna. Per me, anzi, più materna della mia stessa madre, dato che lei era piuttosto severa e poco comprensiva. Non si sforzava nemmeno di capirmi.
Gli anni del ginnasio furono una passeggiata. Non mi ammazzavo di studio ma ottenevo ottimi risultati perché sapevo organizzarmi. Non ho mai sentito lo studio come una limitazione della libertà. Studiare era per me un piacere ma occupava uno spazio non troppo grande tra le altre mille attività in cui ero occupata, le tante passioni che mi davano enormi soddisfazioni.

studio sarah kayAl liceo (dal terzo anno, quindi) iniziai a comprendere che si doveva fare sul serio. Due professori presero il posto della mia amata prof di Lettere del ginnasio.
Quello che insegnava Italiano era buono e comprensivo, molto appassionato, estimatore di Dante, tanto da far passare in secondo piano la Storia della letteratura. Fu un male e un bene allo stesso tempo: mi trasmise la passione per il ghibellin fuggiasco, tanto da laurearmi in Filologia e Critica dantesca, e mi costrinse a studiare come una matta per superare brillantemente gli esami di Storia della letteratura alla facoltà di Lettere.
L’altro prof insegnava Greco e Latino, le mie due vere passioni. Era agli antipodi rispetto alla mia prof del ginnasio: severo ed esigente in modo fin quasi esagerato, serissimo, mai un sorriso una parola di incoraggiamento, anzi, usava spesso l’ironia per sottolineare le nostre debolezze. Sadico al punto da iniziare a distribuire i compiti scritti, dopo la correzione, non in ordine alfabetico, come faccio io, ma partendo dal voto più alto. Insomma, avete presente la fatidica frase: “per te Miss Italia finisce qui!”, pronunciata dal conduttore di turno del programma tv? Ecco, quando si arrivava al 6 e non si era stati ancora nominati, il mondo finiva lì. Fortunatamente non provai quasi mai quell’esperienza, una sola volta, mi pare, in una versione dall’italiano al latino, una vera croce a quei tempi.

Ecco, questi sono gli insegnanti che ricordo con maggiore affetto. Sono stati loro i miei maestri, in tutti i sensi. Dal primo momento in cui, poco più che ventenne, salii in cattedra, ciascuno di loro è stato per me un modello da seguire.

Dalla maestra ho imparato che la competizione, quella sana, può offrire stimoli e facilitare l’integrazione nel gruppo degli studenti più introversi, quelli che si sentono inadeguati.

La mia prof di Lettere della scuola media mi ha insegnato che gli studenti sono soprattutto persone, al di là dei voti segnati sul registro. Come tali hanno bisogno di non sentirsi soltanto dei numeri, di non essere giudicati solo per i voti che prendono perché il valore di una persona non è misurabile su una scala decimale. A volte è necessario investirli di qualche responsabilità per farli sentire “importanti”, persone di cui ci si può fidare.

La mia professoressa di Lettere del ginnasio mi ha insegnato a non esitare a mostrare di me anche il lato umano. Si può essere bravi insegnanti e rispettati nel proprio ruolo anche se, di tanto in tanto, si racconta qualche aneddoto personale o ci si confronta con le generazioni che ci scorrono davanti agli occhi iniziando con il detestato “Ai miei tempi …”.

Il mio professore di Italiano del liceo mi ha trasmesso un amore incondizionato per Dante. Soprattutto mi ha fatto capire che la “Divina Commedia” non sarà mai un’opera fuori luogo e fuori tempo perché permette di fare molti confronti con i tempi attuali e con tante altre discipline di studio.

inegnante sarah kay
Fra tutti, però, il modello di riferimento costante è il mio professore di Greco e Latino, nel bene e nel male.
Agli inizi della carriera non elargivo molti sorrisi, ero piuttosto austera, mi vestivo come una suora. Un po’ perché non dimostravo l’età che avevo e pensavo che un certo contegno autoritario mi avrebbe procurato la rispettabilità che credevo non fosse conciliabile con l’aria sbarazzina e spensierata che la mia giovane età mi avrebbe suggerito. Volevo essere come il mio prof ma mi sbagliavo. I tempi erano cambiati, semplicemente. Quando una ragazzina di seconda media mi fece notare che, al contrario della mia collega che insegnava in una classe parallela, non sorridevo mai e non offrivo mai loro le caramelle, mi fermai a riflettere. E cambiai … anche se non offro caramelle.
Ma quando spiego la letteratura latina, quando analizzo e traduco un passo d’autore, allora prendo il meglio di quel prof che, pur senza sorrisi, mi ha fatto amare così tanto la sua disciplina.

Infine ringrazio la mia maestra Alberta Penso, le professoresse Fulvia Tassan e Anna Buttazzoni, i professori Sergio Pirnetti e Sergio Daris. Assieme ai loro colleghi, che non ho citato e forse non hanno lasciato dentro di me una così vasta orma di sé, mi hanno accompagnato negli anni della mia infanzia e adolescenza e hanno fatto di me la persona ma soprattutto l’insegnante che sono.

[immagini Holly Hobbie da questo sito; immagini Sarah Kay da questo sito]

29 gennaio 2011

LA MIA COMPAGNA DI BANCO

Posted in affari miei, amicizia tagged , , , a 4:36 pm di marisamoles


Lei era diversissima da me, a partire dai caratteri somatici: capelli castani, occhi scuri, carnagione olivastra, non molto alta, magrissima … mentre io ho i capelli biondi (ora forse non troppo ma allora sì), gli occhi azzurri, la carnagione chiara, un’altezza media, né spilungona né nana, decisamente non magrissima, ahimè.

Per carattere, poi, eravamo il giorno e la notte: lei particolarmente seria, piuttosto permalosa, molto timida (specialmente con l’altro sesso), introversa … io, invece, allora ero sempre allegra, un po’ permalosa ma non troppo, espansiva (specialmente con l’altro sesso), estroversa.
A scuola lei se la cavava abbastanza ma le versioni di latino e greco gliele passavo quasi sempre. Alla fine, alla maturità ottenne il mio stesso voto e a me sembrò un’indicibile ingiustizia. Forse, senza che ce ne rendessimo conto, da lì le nostre strade hanno iniziato a dividersi, per non incontrarsi mai più. All’inizio avevo pensato che la nostra amicizia si fosse spenta come una candela che si consuma lentamente: io avevo cambiato città per proseguire gli studi all’università e i momenti d’incontro erano sempre più rari. Poi, a febbraio, il nostro legame, già agonizzante, finì per sempre. Ripensandoci, il motivo della rottura fu davvero ridicolo, ma lei se la prese come se avessi commesso nei suoi confronti l’offesa più grande.

Siamo state compagne di banco per cinque anni al liceo ma in realtà ci conoscevamo fin dalla prima elementare. A quei tempi non sedevamo allo stesso banco (allora non esistevano proprio i banchi a coppie) ma ci vedevamo spesso anche al di fuori della scuola. Poi, per i tre anni delle medie abbiamo frequentato scuole diverse ma non ci siamo mai perse di vista: ci incontravamo due volte alla settimana al corso d’inglese. Quando decidemmo entrambe di iscriverci al classico, scegliemmo lo stesso liceo e chiedemmo di essere messe nella stessa sezione. Ormai la nostra era un’amicizia e, per il principio degli opposti che si attraggono, siamo diventate inseparabili.

D’estate, ci si incontrava al mare, a Lignano Sabbiadoro. Anche se stavamo in posti diversi, affrontavo venti minuti di camminata sotto il sole cocente delle due di pomeriggio per stare con lei. Poi, in agosto, lei andava in montagna e ci si rivedeva solo a settembre inoltrato, visto che la mia famiglia passava la prima quindicina del mese in un’altra località montana.
Allora non c’erano i telefonini né internet né sms. Ci si scriveva semplicemente una cartolina, a volte delle lettere, e si passava buona parte dell’estate aspettando il momento del nuovo incontro, sempre pronte a raccontarci le novità, specialmente i nuovi amori. Lei era sempre molto cauta nell’affrontare i legami. Perlopiù se li immaginava, sognava ad occhi aperti, riempiva i diari scrivendo il nome dell’innamorato di turno, ma non erano mai legami veri. Era più portata per gli amori platonici. Forse per questo reagì in modo inaspettato quando le confidai la mia prima volta: non dimenticherò mai lo sguardo severo, come volesse dire “ti sei buttata fra le braccia del primo venuto”. Non era stato così e i fatti mi diedero ragione. Probabilmente era solo invidia.

Anch’io la invidiavo, specialmente per i bei vestiti, sempre comprati nelle migliori boutique. Le invidiavo i capelli, così folti, e cercavo di imitarne il taglio senza capire che il “ciuffo” davanti non sarebbe mai stato come il suo, nemmeno lo stesso parrucchiere poté compiere il miracolo. I miei capelli biondi e sottili non potevano competere con la sua folta chioma scura.
Le invidiai soprattutto la prima pelliccia che sfoggiò all’inizio del liceo: una volpe bianca, bellissima. Anch’io chiesi una pelliccia ai miei e, come erano soliti fare, mi accontentarono. Ma il mio umile lapin non poteva competere con la sua aristocratica volpe.
Una cosa non riuscivo a comprendere: come potesse andare in giro con i jeans indossati sotto quella magnifica volpe, portando ai piedi le scarpe da ginnastica (che allora non andavano tanto di moda come adesso) e sotto il braccio una copia dell’Unità. Proprio non lo capivo. Mi sembrava il massimo dell’incoerenza.

Condividevamo le stesse passioni, prima fra tutte quella per il teatro. Avevamo lo stesso turno di abbonamento per la prosa e insieme abbiamo visto così tanti spettacoli! Quando, un po’ cresciute, ottenemmo il permesso di fare un po’ più tardi la sera, alla fine della rappresentazione andavamo a bere qualcosa al caffè Politeama e ci scambiavamo i commenti su ciò che avevamo visto.
La domenica pomeriggio si andava a ballare ma non in discoteca, come adesso. Allora chi aveva un garage, lo allestiva con gli spot colorati, le luci psichedeliche e l’impianto stereo e organizzava i festini, dietro compenso di una modica cifra. Noi ragazze ci andavamo da sole e lì nascevano gli amori. Lei non era assidua perché la domenica i suoi la portavano a pranzo fuori, spesso fuori città. Non ho mai capito se fosse obbligata o se semplicemente le facesse piacere passare la domenica con i genitori. Certo è che, come ho già detto, per lei era molto problematico l’approccio con l’altro sesso, quindi alle feste forse non si divertiva più che tanto.

Una volta fui invitata ad un loro pranzo domenicale. Ci recammo in un ristorante molto chic, rinomato soprattutto per la bontà e la varietà dei vini, trovandosi in una località di campagna nella pianura friulana. Ricordo i camerieri che, con tanto di guanti bianchi e divisa accuratamente stirata, stavano attorno al tavolo pronti a versare del vino non appena i bicchieri si svuotavano. Ad ogni portata veniva servito un vino diverso, così alla fine abbiamo mescolato i bianchi con i neri, finendo con un meraviglioso fragolino che accompagnava il dessert. Stranamente non ricordo nemmeno una pietanza di quel pranzo. Rammento benissimo, però, che io e lei cantavamo a tavola, sotto lo sguardo allibito degli avventori e, soprattutto, dei suoi genitori. I canti proseguirono, poi, per tutto il viaggio di ritorno in macchina. Ubriache è il termine esatto. Ma fortunatamente era una sbornia allegra, non una di quelle che fanno star malissimo e vomitare in continuazione.
Fu la prima e unica volta che i suoi mi invitarono a pranzo. Devono aver pensato che fossi una beona mentre invece non amavo affatto bere. Non so cosa mi prese, forse ero solo felice di stare con lei e lei, a sua volta, era felice di avermi al suo fianco per rompere la monotonia dei pranzi domenicali con mamma e papà.

Suo papà era un uomo molto riservato e parecchio più vecchio della moglie. Quest’ultima era bellissima ed era diventata mamma a soli diciannove anni. Ricordo che il primo giorno di scuola, in prima elementare, la vidi e la confrontai con mia mamma che, seppur bellissima anche lei, era decisamente più “vecchia”. Credo che le invidiassi quella madre bellissima e giovanissima, ma non riuscii mai a stabilire un rapporto aperto con lei. Anche quando telefonavo e rispondeva la madre, ero sempre superformale: mi presentavo, chiedevo cortesemente che mi venisse passata la mia amica, ringraziavo e attendevo che lei raggiungesse la cornetta, sentendo la signora che la chiamava con una voce che mi dava sempre l’impressione di essere contrariata. Immagino che fosse solo una mia fissazione, ma proprio perché mi fissavo che i genitori non approvassero la mia amicizia con la figlia, in casa loro mi sentivo sempre a disagio.

Dei nostri cinque anni di liceo, come compagne di banco, ricordo molte cose: i bigliettini che ci scambiavamo durante le lezioni meno impegnative, le battaglie navali nell’ora di religione, la sua rinite allergica che la costringeva a tenere sempre nell’astuccio delle penne il Deltarinolo che si spruzzava di tanto in tanto nelle narici. Pregavo che mi venisse il raffreddore per potermi spruzzare lo stesso farmaco, ma la prima volta che lo provai mi fece un tale schifo che non osai mai più invidiarglielo. E poi lei aveva un difetto terribile che la metteva enormemente a disagio: forse per la sua emotività, per quel suo sentirsi perennemente in imbarazzo in ogni situazione, le mani le sudavano in continuazione, estate e inverno. A scuola, per non macchiare le pagine dei libri e dei quaderni, era costretta ad usare la carta assorbente che, normalmente, si utilizzava per asciugare l’inchiostro quando si scriveva con la stilografica. Comprai anch’io le carte assorbenti, anche se non ne avevo affatto bisogno.

Non ne sono sicura, ma credo di averla in qualche modo convinta a provare a fumare: lo facevano tutte, sembrava quasi discriminante non sottomettersi, almeno per provare, a quella sorta di rito di iniziazione. Iniziò a fumare anche lei, non molto però, ma, probabilmente, quanto bastò ai suoi per pensare che io la portassi sulla via della perdizione. O almeno a me sembrava che ci fosse sempre un atteggiamento ostile nei miei confronti da parte della famiglia.

Fu la prima a prendere la patente, essendo nata a febbraio. Un bel giorno arrivò a scuola con una Fiat 126 nuova fiammante, bianca. Non amava guidare ma non voleva rinunciare a sfoggiare quello che lei aveva e gli altri no. Era viziata, indubbiamente, ma nella mia classe c’erano parecchi figli di papà. Tuttavia lei era più viziata degli altri e credo fosse consapevole di essere oggetto d’invidia per molti. Doveva esserlo per forza dal punto di vista materiale, dato che madre natura non l’aveva dotata di una bellezza strabiliante. Eppure lei si faceva notare, eccome.

Già verso la fine del liceo i nostri rapporti erano diventati più distanti. Eravamo ancora compagne di banco (lo siamo sempre state a parte qualche periodo in cui ci siamo allontanate per degli screzi momentanei) ma molto meno amiche. Io avevo i miei “giri” e frequentavo gente che faceva già l’università. Lei non so. Probabilmente era molto sola ma io, tutta presa dalle nuove amicizie e già proiettata in quel mondo universitario in cui non vedevo l’ora di immergermi a capofitto, non mi curavo molto di lei.

Dopo il definitivo allontanamento, anche se c’eravamo già perse di vista da qualche tempo, di lei avevo sempre notizie. Non avevo mai capito perché si fosse arrabbiata a quel modo ma non le ho nemmeno mai telefonato. Questo è un mio terribile difetto: non faccio mai il primo passo. Comunque, avevo saputo che stava con un ragazzo, un tipo pure molto bello e ambito da molte. Non so quanto sia durato questo legame ma so che fu lei a lasciarlo. Credo ci fosse più di un motivo per pentirsene. Ma lei era fatta così. Quando era no, era no. E basta.

Dopo il mio matrimonio ci siamo incontrate una volta al Caffè degli Specchi, in piazza Unità d’Italia. Avevo avuto da pochi mesi il mio primogenito ed ero al banco del bar in attesa del cappuccino, quando mi sentii toccare leggermente una spalla mentre una vocina flebile diceva: “Signora, guardi, il bambino ha perso una scarpina”. Era una sorta di stivaletto in montone, senza nemmeno la suola rigida, visto che mio figlio ancora non camminava. Ricordo il gesto che quella signora premurosa fece nel porgermi la scarpina che aveva raccolto da terra e non dimenticherò mai il momento in cui i nostri sguardi s’incrociarono: era lei. Mi chiese: “è tuo figlio? Com’è essere madre?”. Una domanda decisamente insolita: come si fa a rispondere? Avrei voluto dirle che è la cosa più bella del mondo, una gioia indicibile, un’esperienza da non perdere, per nessun motivo al mondo. Ma osservando i suoi occhi scuri scuri che mi fissavano, in attesa di chissà quale rivelazione, riuscii solo a mormorare: “Una gran fatica”. Fu come se mi rendessi conto che lei non avrebbe mai provato quella gioia ed evitai di lasciarle un rimpianto inconsolabile nel cuore.

L’ultimo incontro, molti anni dopo, fu un trauma per me. La vidi vicino a casa dei miei: ancor più magra, con i capelli grigi, trascurata nell’abbigliamento, incerta nel parlare, sembrava quasi che la mente e la lingua non fossero in grado di andare di pari passo. La ricordai nei suoi vestiti di Yves Saint Laurent o di Dior, con i foulard di seta pura firmati Pierre Cardin, le cinture di Ferragamo e le borse di Gucci o di Fendi. Avevo di fronte a me un’altra persona che solo nel sorriso, un po’ stentato, per la verità, mi ricordava la mia vecchia amica e compagna di banco.

In pochi minuti, mi fece il resoconto della sua vita: non aveva completato gli studi universitari, non si era mai sposata, non aveva un lavoro, aveva perso entrambi i genitori. L’unica cosa che le rimaneva era la casa, in cui vivere la sua solitudine, forse ricordando i bei tempi vissuti nel lusso e i sogni mai realizzati.

Così l’hanno trovata: sola, riversa sul pavimento della sua casa muta. Per una settimana, sette lunghi giorni, nessuno si è ricordato di lei, nessuno ha bussato alla sua porta, nessuno le ha chiesto come stesse. Vittima di una solitudine forse cercata, non so. Vittima di se stessa, può darsi. Avrebbe potuto vivere una vita diversa, se solo avesse voluto. Ma ora è troppo tardi.

Ciao Mariolina.

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Studia Humanitatis - παιδεία

«Oὕτως ἀταλαίπωρος τοῖς πολλοῖς ἡ ζήτησις τῆς ἀληθείας, καὶ ἐπὶ τὰ ἑτοῖμα μᾶλλον τρέπονται.» «Così poco faticosa è per i più la ricerca della verità, e a tal punto i più si volgono di preferenza verso ciò che è più a portata di mano». (Tucidide, Storie, I 20, 3)

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Non tutto ciò che luccica è oro, ma almeno contiene elettroni liberi G.D. Bernal

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"Due strade trovai nel bosco, io scelsi la meno battuta, per questo sono diverso"(R.Frost)

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