24 ottobre 2012

RINCORRI I TUOI SOGNI? NON ESSERE CHOOSY!

Posted in famiglia, figli, lavoro tagged , , , , , , , , , , , , a 8:54 pm di marisamoles


Vita dura per i nostri giovani. Il mondo del lavoro è sempre meno aperto a tutti, figuriamoci nei confronti dei giovani che hanno speso anni della propria vita a studiare, si sono sacrificati, hanno rincorso i loro sogni e poi? Poi, qualcuno si permette di dire che se non accettano qualsiasi lavoro sono choosy (schizzinosi, visto che siamo in Italia è del tutto inutile fare i saputelli usando una parola inglese che è conosciuta forse dal 10% degli Italiani mentre il 100% sa che cosa significhi “schizzinoso“).

Non entro nel merito dello straparlare della signora (mi scuserà se non la chiamo ministro?) Fornero. Mi permetto, però, di osservare che i suoi figli certamente non hanno mai avuto bisogno di essere schizzinosi. Andrea fa il regista e credo che abbia proprio realizzato un sogno, visto che fare il regista non è come fare il salumiere, il commesso o l’ambulante al mercato ortofrutticolo. Uno fa il regista perché gli piace. La figlia Silvia è Professore Associato in genetica medica presso l’Università di Torino (dove, guarda caso, insegnano mamma e papà) e responsabile della ricerca alla HuGeF (Istituto di ricerca scientifica fondato dalla Compagnia di San Paolo, di cui, guarda caso, era vicepresidente la signora Elsa Fornero).

Vabbè, non tutti hanno la fortuna di realizzare i propri sogni e di godere di corsie preferenziali. Ma credo che in un momento di crisi come questo, sia difficile anche per un piccolo imprenditore sistemare un figlio. La situazione è così drammatica che non solo i giovani non riescono ad ottenere un lavoro (non dico realizzare un sogno) ma a volte i loro genitori si trovano disoccupati da un giorno all’altro o in cassa integrazione o esodati. E vi pare che di fronte alla crisi generale un giovane possa fare lo schizzinoso?

Da leggere la testimonianza di Giovanna, ventottenne laureata in Lettere, riportata dal Corriere nel blog Solferino28: uno stipendio di 600 euro al mese e un sogno realizzato a metà. Da leggere anche i commenti, soprattutto quelli di chi ritiene inutile laurearsi in Lettere, inutile rincorrere un sogno, scegliendo di studiare ciò che piace. Perché, evidentemente, si rischia di passare per choosy se non si studia ciò che conviene. E cosa potrebbe essere conveniente studiare oggigiorno? E poi, come ricorda anche Vecchioni nello spot, coperto di polemiche, sulla scuola pubblica (ma girato in una scuola privata tedesca a Milano): studio deriva da studium latino che significa anche “amore“. Aggiungerei che significa pure “impegno” e come si fa ad impegnarsi al meglio facendo ciò che non piace ma è conveniente?

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26 giugno 2012

LADRI AL SUPERMERCATO: I POLIZIOTTI PAGANO LA “REFURTIVA”

Posted in cronaca, famiglia, figli, lavoro tagged , , , , , a 10:19 am di marisamoles

Un caso che è destinato a diventare all’ordine del giorno, di questi tempi. Molte sono le famiglie che si trovano in difficoltà e che non riescono ad arrivare a fine mese. Molte sono quelle senza reddito perché i componenti, spesso solo il capofamiglia, sono rimasti senza lavoro e non hanno i soldi nemmeno per i beni di prima necessità. Spesso si sente di furti commessi nei supermercati (a volte anche rapine improvvisate e maldestre) da gente disperata.
Questo è il caso di un uomo egiziano, regolare in Italia, che, rimasto senza lavoro, si è visto costretto a rubare pannolini e omogeneizzati per sfamare due figli piccoli.

E’ successo a Siena. Il proprietario del supermercato ha visto due uomini entrare e uscire con delle buste senza passare dalla cassa. Ha chiamato, dunque, la polizia pur senza l’intenzione di denunciare l’egiziano, ed il fratello complice, ma solo per chiarire la situazione. Alla fine i poliziotti si sono accollati il costo sella spesa e hanno attivato i servizi sociali.

Quanti, però, troveranno sulla loro strada dei poliziotti così umani e potranno contare sulla solidarietà umana?

[LINK della fonte]

3 maggio 2012

MORIRE DI DISOCCUPAZIONE

Posted in lavoro, politica, società tagged , , , , , , , , a 7:15 pm di marisamoles

Dalla Costituzione della Repubblica Italiana:

Art. 1

L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.

La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.

Art. 2

La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.

Art. 3

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Art. 4

La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.

Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.

Sono solo i primi articoli della nostra Costituzione. Non a caso riguardano il LAVORO, il DIRITTO DEI CITTADINI AD AVERNE UNO nonché il DOVERE dello STATO DI GARANTIRLO.

Che cosa fanno ora i nostri governanti? Cosa hanno intenzione di fare di fronte all’ennesimo suicidio di un disoccupato? L’ultimo di una serie destinata a durare nel tempo se le cose non cambiano.

La disperazione di chi non riesce a pagare le tasse e minaccia una strage obbligherà i nostri ministri a farsi un esame di coscienza?

NE DUBITO.

La Fornero può al massimo cadere dai tacchi delle sue scarpette da duemila euro. Ma si salverà dal baratro in cui, con i suoi degni compagni, sta spingendo sempre più il popolo italiano.

Scusatemi ma sono molto arrabbiata, anzi, sono proprio esasperata.

13 febbraio 2012

L’ISTAT FOTOGRAFA L’ITALIA: UN PAESE DI VECCHI

Posted in bambini, donne, famiglia, figli, lavoro, terza età, Uomini e donne tagged , , , , , , , , , , , , , , , a 6:23 pm di marisamoles

Già lo sapevamo. Dov’è la novità?
Che l’Italia sia ormai un paese di vecchi non è affatto una novità.
L’Istat ce lo conferma, ancora una volta: ogni 144,5 anziani ci sono 100 giovani. Una cifra che incute non poco timore. Eh sì, perché se è vero che i bambini continuano a nascere (pochi e prevalentemente figli di immigrati: il numero medio di figli per donna si attesta a 1,41, con valori pari a 2,23 per le straniere e a 1,31 per le italiane), è anche vero che la popolazione invecchia anche per effetto della maggior longevità che si registra tra la popolazione adulta. Quindi, a meno che non ci sia un’impennata delle nascite (cosa da escludere a priori per questioni economiche: solo nel primo anno di vita un bambino costa migliaia di euro, figuriamoci mantenere un figlio fino a trent’anni, età in cui perlopiù avviene il “taglio del cordone ombelicale”), in Italia ci saranno sempre più nonni che nipoti. La prospettiva non è consolante: 256 vecchi ogni 100 giovani nel 2050.

Un altro dato che deve far riflettere, sempre reso noto dall’Istat, è quello relativo all’occupazione. Non ce lo doveva dire Mario Monti che il posto fisso è ormai è un’utopia, lo sapevamo già. Dallo studio Istat emerge che nel primo semestre 2011 sono stati attivati oltre 5,325 milioni di rapporti di lavoro dipendente o parasubordinato: il 67,7% delle assunzioni è stato formalizzato con contratti a tempo determinato, il 19% con contratti a tempo indeterminato e l’8,6% con contratti di collaborazione.

Non è dato sapere, dall’indagine pubblicata, a che livello si attesti la disoccupazione giovanile ma è risaputo che in Italia ci sono milioni di giovani che non lavorano né studiano (quella che viene chiamata la generazione né né). Senza contare che ci sono persone di cinquant’anni che si sono trovate di punto in bianco senza lavoro e, per sopravvivere, sono costrette ad accettare contratti capestro (i famigerati co co pro, senza ferie, senza malattia, senza contributi …) attraverso i quali è ben difficile arrivare all’età pensionabile, sempre più lontana.

Al di là dei dati diffusi dall’Istat, non va sottovalutato il rovescio della medaglia della superelogiata riforma pensionistica voluta dal governo tecnico capitanato dal premier Monti. Io non sono molto brava a fare i conti, ma semplicemente ragionando mi viene spontaneo concludere che: se è già difficile per i giovani trovare lavoro, la situazione non può che peggiorare con l’allungamento dell’età pensionabile perché i “lavori forzati”, cui saremo costretti noi che avremmo potuto andare in pensione fra otto anni e invece dovremo lavorare ancora 15 anni, precluderà ai giovani la possibilità di trovare un impiego in tempi ragionevoli.

E come sarà, in futuro, la vita di questi vecchi italiani? Con il calcolo della pensione sul contributivo anziché sul retributivo sicuramente misera. Quindi, non solo siamo costretti a lavorare più anni ma dovremo anche accontentarci di una mensilità che, nella maggior parte dei casi, ci permetterà di sbarcare il lunario.

Secondo il mio modesto parere, la riforma delle pensioni sarebbe stata anche accettabile se avesse interessato le nuove generazioni che, visti i tempi di crisi e le oggettive difficoltà di trovare un’occupazione, sono destinate ad attendere i trent’anni per entrare nel mondo lavorativo, anche senza garanzie per il futuro. Ma perché io, che ho iniziato a lavorare a 23 anni, devo continuare fino a 67?

Infine, tornando all’indagine pubblicata su Il Corriere, i dati che emergono relativamente al lavoro femminile sono sconfortanti: gli uomini guadagnano circa il 20% in più delle donne che, in aggiunta, sono gravate dal lavoro domestico per il 71,3%. Ma anche questa non è una novità (leggi QUI).

[immagine da questo sito]

17 ottobre 2011

PENSIONATO PER LEGGE DEVE MANTENERE IL FIGLIO 38ENNE SENZA LAVORO

Posted in famiglia, figli, Friuli Venzia-Giulia, lavoro tagged , , , , , , , a 4:35 pm di marisamoles

In questi tempi di crisi rimanere senza lavoro può capitare a chiunque e in qualsiasi momento. In questi casi la famiglia, anche quella di origine, deve dare un appoggio, nel limite delle proprie possibilità, e sostenere un figlio in difficoltà. Mi sembra una cosa scontata che non dovrebbe interessare avvocati, giudici e una fredda aula di tribunale. E invece, evidentemente, non in tutte le famiglie l’amore per i propri cari impone un gesto di solidarietà che dovrebbe essere spontaneo.

Lo confesso: qualche giorno fa, letta la notizia sulla locandina del quotidiano friulano Il messaggero Veneto, ho subito pensato che si trattasse dell’ennesimo fannullone, uno dei tanti mammoni che non si fanno scrupolo di essere mantenuti dai genitori, nemmeno se hanno superato abbondantemente la trentina. E invece le cose stanno diversamente.

Un uomo di trentotto anni, laureato in giurisprudenza, sposato con un’operatrice sanitaria, rimasto senza lavoro si è rivolto al tribunale di Udine per ottenere gli alimenti dal padre e dalla sorella. In attesa della prima udienza, prevista per la fine di novembre, il presidente del tribunale, Alessandra Bottan, ha accolto le richieste dell’uomo firmando un’ordinanza che impone al padre, un pensionato 62enne, di versare al figlio un assegno provvisorio di 150 euro mensili. (QUI la notizia)

Fermo restando che quando si legge una notizia la si considera attendibile in ogni sua parte, di fronte al fatto descritto mi viene spontaneo fare una riflessione su più punti della vicenda.

Punto primo. Quest’uomo è sposato con un’operatrice sanitaria, quindi si deduce che questa moglie abbia uno stipendio e, come recita l’articolo 143 del Codice Civile, abbia l’obbligo (non solo morale) di provvedere all’assistenza del coniuge. Insomma, il senso è un po’ quello della formula del rito religioso “nella buona e nella cattiva sorte …”.

Punto secondo. Oltre a ciò, esiste l’indennità di disoccupazione che non copre tutto lo stipendio ma una buona percentuale, almeno per i primi mesi. Senza contare che, perso il lavoro, si ha comunque diritto alla liquidazione che, per quanto “magra”, può contribuire ad andare avanti per qualche mese.

Punto terzo. Nel momento in cui un figlio, seppur sposato, si trova in difficoltà, dovrebbe essere scontato che la famiglia di origine (padre, madre, fratelli …) gli dia una mano, per usare un’espressione alla buona. Ovviamente, non si tratta di fare una colletta per mettere insieme la somma dello stipendio mancato e credo che anche questo sia scontato. Ma un aiuto non dovrebbe essere negato, pure se si trattasse di fare la spesa o di pagare una bolletta.

A questo punto mi chiedo: c’era bisogno di citare in giudizio la famiglia di origine? E quel magistrato, nell’emettere l’ordinanza provvisoria, si sarà preoccupata di verificare che davvero il trentottenne non avesse i mezzi per vivere?

Non nascondo di provare una profonda amarezza nel constatare che, a volte, la famiglia non ha alcun valore, se non quello di una sorta di bancomat molto meno affezionato di quello descritto da Stefano Benni.

9 settembre 2010

BRUNETTA SUI PROBLEMI DELLA SCUOLA: “I PRECARI NON SONO 200MILA E GLI INSEGNANTI NON SONO PAGATI POCO PER QUEL CHE FANNO”

Posted in Mariastella Gelmini, politica, Renato Brunetta, scuola tagged , , , , , , , , a 12:24 pm di marisamoles

Ci mancava anche il ministro della Funzione Pubblica a rincarare la dose sui problemi della scuola pubblica, nell’imminenza della ripresa delle lezioni.
Brunetta ha più volte fatto le sue esternazioni sui docenti (leggi QUA) e sarebbe sicuramente stato meglio tacesse. Tuttavia, ormai sappiamo che lui non si lascia sfuggire l’occasione per dire la sua, soprattutto in riferimento ai fannulloni contro cui lotta fin dalla sua nomina a ministro. Figuriamoci se può stare zitto in un momento come questo, quando migliaia di insegnanti precari sono in agitazione contro i “tagli” del ministro Gelmini.

In occasione della Summer School 2010, organizzata a Frascati dall’Associazione Magna Charta, il ministro Brunetta sui precari della scuola ha osservato: “Non sono 200 mila, non sono precari ed è troppo comodo leggere i titoli dei giornali e su quelli imbastire un discorso“.
Ora, i numeri esatti confesso di non conoscerli, anche perché ogni ministro dà i numeri come vuole. Che non siano precari è alquanto discutibile: non credo potrebbero disporre di tanto tempo se avessero un posto fisso, visto che in questi giorni le varie attività nelle diverse scuole sono in pieno svolgimento e ad un ritmo piuttosto serrato.
Che non si debba dar retta ai titoli dei giornali è vero: tuttavia, al contenuto degli articoli, leggendoli attentamente, qualche credito si deve pur dare.

Ma visto che non gli bastava sparlare sui precari, il ministro Brunetta approfitta dell’occasione per sparlare sulla scuola italiana in generale e sui docenti in particolare: Abbiamo un corpo insegnante forse tra i più pletorici generosi dei paesi industrializzati le performance della scuola non sono le migliori, il livello di apprendimento dei nostri scolari non è paragonabile a quello degli altri paesi. Il sistema costa tanto e rende poco. Non è neanche vero che gli insegnanti sono pagati poco, perché in altri paesi guadagnano di più perché lavorano di più.
Punto primo: che gli investimenti sulla scuola nel passato siano stati mal gestiti, sarei anche d’accordo. Che siano stati troppi, non credo. O meglio, forse ci sono stati degli sprechi in alcune zone più che in altre, senza ottenere, tuttavia, un miglioramento dell’efficienza.
Punto secondo: sui livelli di apprendimento degli scolari italiani (se parla di scolari, credo si riferisca alla scuola elementare, a meno che non sappia utilizzare il lessico in modo appropriato) i dati OCSE parlano chiaro e dovrebbero portare ad una lunga riflessione in tal senso. Tuttavia, non mi sentirei di addossare tutta la responsabilità sui docenti, ma piuttosto bisognerebbe prendere in considerazione i fattori contingenti che hanno impedito di raggiungere determinati obiettivi.
Punto terzo: non mi stancherò mai di ripetere che gli insegnanti italiani non assolvono a tutti i loro obblighi stando in classe, e presumibilmente facendo lezione, per 18 ore settimanali. Credo che nessuno si opporrebbe a far emergere tutto il lavoro sommerso, anche spendendo più ore a scuola nello svolgimento delle attività che normalmente sono “domestiche”. Da parte mia, non ci sarebbe nessun problema a timbrare il cartellino e passare otto ore nell’edificio scolastico se lo stipendio fosse davvero adeguato al titolo di studio e all’esperienza accumulata in tanti anni di lavoro serio e indefesso.

Insomma, secondo Brunetta, il sistema costa molto e produce poco, inoltre non c’è meritocrazia, altissimo è il livello di assenteismo degli insegnanti che implica legioni di supplenti” mentre “i concorsi funzionano poco e male.
La scuola, quindi, anche perché mal gestita in passato, non può permettersi 200mila posti in più perché si ripresenterebbe il problema delle supplenze in maniera incrementata. E su questo potrei essere anche d’accordo, visto che i soldi che lo Stato investe nella scuola sono soldi di tutti e nessuno vorrebbe che il proprio denaro venisse buttato fuori dalla finestra.

Sui precari, infine, il titolare della P.A. pone una domanda che, in effetti, mi sono posta anch’io più volte: si chiede come mai nessun giornalista si sia preoccupato di vedere chi cavolo è il supplente che non ha vinto uno straccio di concorso per 15 anni. Forse farebbe meglio a cambiare mestiere.
Una cosa, però, il ministro non mette in conto: ci sono, specie nelle scuole secondarie, delle Classi di Concorso che non hanno mai avuto moltissimi posti da titolare e che hanno dato lavoro ai supplenti senza tuttavia offrire loro la possibilità di ottenere un contratto a tempo indeterminato. Per anni questi docenti si sono illusi che, maturando anzianità e punteggi da precari, avrebbero potuto entrare di ruolo. La contrazione dei posti ha, però, impedito questo passaggio, ed ecco che i precari senza cattedra si ribellano. Che siano 200mila o meno non ha importanza: certo, possono cambiar mestiere ma non bisogna dimenticare che quel mestiere l’avevano scelto e che lo Stato li aveva illusi.
Che poi i precari disoccupati non debbano avere un trattamento diverso rispetto a tutti coloro che si sono trovati improvvisamente disoccupati, magari a cinquant’anni, è un altro discorso. Meritano comunque rispetto da parte di un’istituzione pubblica che, invece di preoccuparsi per loro, nega l’evidenza.

[fonte: Quotidiano.net; l’immagine è tratta da questo sito]

16 maggio 2010

A “DOMENICA 5” LA SANTANCHÈ REGALA LO STIPENDIO AD UNA DISOCCUPATA

Posted in attualità, lavoro, legalità, politica, televisione tagged , , , , , , a 2:41 pm di marisamoles

Ennesima performance di Daniela Santanchè a “Domenica 5”: di fronte alla disperazione, più che giustificata, di una giovane donna disoccupata, vittima di violenze ripetute da parte del compagno con 26 condanne a carico, s’impegna solennemente a pagare lo stipendio, sulla base di un’ipotetica media, alla donna e di trovarle un lavoro. Perché, dice la Santanché, le istituzioni non possono abbandonare i cittadini in difficoltà. Pagherà, quindi, lo stipendio alla donna finché non troverà un lavoro.

Nobile esempio, non c’è che dire. Tuttavia mi permetto di fare un’osservazione: di persone in difficoltà ce ne sono tante in Italia, tanto più con i tempi che corrono. Qualche giorno fa, non dimentichiamolo, un’infermiera si è dissanguata, non metaforicamente ma nel vero senso della parola, perché da mesi non percepiva lo stipendio. Certo, ad un gesto estremo come quello, è preferibile la comparsata in Tv per sensibilizzare l’opinione pubblica. Se poi un politico, uno a caso, si offre di pagare lo stipendio, è anche meglio.

Due casi estremi, è vero, ma il secondo crea discriminazione, nonostante la situazione della donna sia particolarissima e su questo non discuto. Da domani la Santanchè avrà la fila sotto casa? Non credo, soprattutto perché c’è chi soffre in silenzio e con dignità.
E poi, queste istituzioni così premurose, come fa credere la Santanchè, perché hanno appena annunciato il taglio delle pensioni, lo stop agli aumenti per gli statali ed il rinvio del pagamento delle liquidazioni che spetterebbero legittimamente a chi va in pensione e che sono state regolarmente pagate dai diretti interessati?

Eh, sì, non solo la Santanchè ma tutti i politici si meriterebbero davvero di trovarsi la fila davanti al portone.

27 luglio 2009

LA GENERAZIONE DEI NÉ NÉ

Posted in adolescenti, lavoro, Mariastella Gelmini, MIUR, scuola tagged , , , , , , , , , , , , , a 4:53 pm di marisamoles

scansafaticheHo letto qualche giorno fa un interessante articolo su business online. in cui si parla di 270 mila giovani che in Italia non studiano e non lavorano. Questi giovani di età compresa tra i 15 e i 19 anni, la cui percentuale non è affatto trascurabile (il 9%) appartengono alla cosiddetta “generazione dei né né”.

Invece di parlare di una scuola che non insegna e che, quindi, è da bocciare, di una scuola in cui docenti incompetenti fanno dei danni notevoli ai giovani che poi affrontano l’università impreparati, invece di attribuire la sconfitta alla scuola anche quando un ragazzo viene bocciato all’esame di maturità, dovremmo riflettere su questa “generazione del né né” che alla fine della scuola superiore nemmeno ci arriva. Per colpa di chi? Davvero non lo so.

Sarebbe semplice dire che questi giovani sono degli indolenti, che non sanno attribuire il giusto valore all’istruzione, non dico cultura perché questi della cultura si fanno un baffo. Sarebbe semplice puntare il dito sulle famiglie che non sono in grado di trasmettere loro questo tipo di valore e che accettano, la maggior parte delle volte loro malgrado, una situazione degna di essere chiamata parassitismo. Sarebbe scontato e banale dire che se non hanno voglia di studiare, non li si può costringere; quante volte di fronte ai figli che non s’impegnano a scuola, i genitori tuonano con la solita frase trita e ritrita “allora vai a lavorare”. Magari trovassero lavoro, questi “inetti”! A parte il fatto che la disoccupazione è un problema attuale e serio, visto che anche persone adulte, madri e padri, con famiglia a carico e mutuo da pagare, si possono trovare senza lavoro da un momento all’altro, ma per i giovani che non hanno “né arte né parte” che lavoro c’è? A parte, s’intende, i classici lavoretti del tipo volantinaggio e i mini contratti a termine per lo più estivi. Ma quelli di solito sono appannaggio degli studenti che, non stanchi di studiare tutto l’anno, pensano bene di ammazzarsi di fatica anche durante le vacanze, per togliersi qualche sfizio e per non pesare troppo sul bilancio familiare. Altro che “generazione dei né né”!

Affrontando il problema seriamente, con i mezzi a mia disposizione, cioè l’esperienza di docente nonché di operatrice dello sportello d’ascolto, i numerosi corsi di psicologia frequentati e la passione personale coltivata attraverso la lettura di testi specifici, cercherò di far comprendere che chiamare questi giovani semplicemente “fannulloni”, come se con questa caratteristica ci nascessero, è sbagliato.

Vorrei partire dalla cause che portano all’insuccesso scolastico, perché è da questo che prende le mosse una sorta di reazione a catena.
Dire che uno studente, arrivato alle superiori senza grosse difficoltà pur non ammazzandosi di fatica, non ha “voglia di fare” è il modo più semplice per evitare il problema, anziché affrontarlo. Di solito gli insegnanti, di fronte a casi problematici, se ne lavano le mani. Certo, uno se la voglia non ce l’ha, non se la può far venire da solo, quindi ha bisogno di un aiutino. Purtroppo, però, le cause e le concause sono tante e molteplici che arriviamo alla classica situazione del gatto che si morde la coda, situazione alla quale pare non ci sia via d’uscita.

L’insuccesso scolastico, quindi, è determinato da fattori diversi: l’ambiente scolastico che il ragazzo non trova confacente, la famiglia che non ha gli strumenti per aiutarlo, le amicizie che rappresentano sempre più l’unico modello da seguire, soprattutto perché più comodo, essendo libero da obblighi che condizionano il comportamento. Mi spiego meglio: frequentando gli amici, un giovane innanzitutto non è giudicato, non ha regole da rispettare se non quelle condivise all’interno del gruppo, quasi mai impegnative a livello culturale e formativo, poi è libero di esprimere il suo disagio senza incorrere in rimproveri che addossino la responsabilità a lui solo, infine non ha bisogno di comportarsi in modo non spontaneo con il timore di essere censurato.
Il ruolo della famiglia è fondamentale, è vero, ma non è l’unica forza in ambito educativo. Spesso il “gruppo” funge da punto di riferimento e, guarda caso, non sono mai i modelli positivi ad essere trainanti. I ragazzi che studiano, s’impegnano, guardano al futuro con aspettative che gratifichino i loro sforzi sono per lo più derisi e catalogati come “secchioni”. Alla fine, o rimangono da soli, isolati ed evitati come la peste, o si aggregano con quelle quattro persone con cui hanno più affinità o con quelle due che, aspirando a migliorarsi, li seguono per farsi aiutare. In quest’ultimo caso, però, gioca un ruolo fondamentale il non voler essere “inferiore” agli altri e questo è tipico di chi è perfettamente cosciente tanto delle sue potenzialità quanto delle sue debolezze e, quindi, nulla a che vedere con gli studenti che non vogliono affrontare l’insuccesso scolastico e lo accettano come inevitabile e immodificabile.

Al di là degli stimoli che possono arrivare dalla famiglia, e talvolta anche dalla scuola, non si può escludere che il ragazzo che si trova in difficoltà alla fine segua istintivamente quelli come lui, arrendendosi alla conclusione semplicistica, ma assai condivisa tra “simili”, che  «la scuola non fa per me». Per superare l’impasse è indispensabile la collaborazione scuola-famiglia, ma spesso si rivela un’utopia. Da una parte la famiglia addossa alla scuola la responsabilità dell’insuccesso negli studi del proprio figlio, dall’altra gli insegnanti sostengono che la famiglia non si occupi del figlio e che se il ragazzo è un testone, non si applica, non segue i consigli, non c’è nulla da fare: somaro è, somaro rimarrà.
Quello di cui si tiene poco conto, sia in ambito familiare che scolastico, è l’autostima del ragazzo. Al di là di un atteggiamento strafottente, tipico di chi sfida gli adulti facendo credere che «lui sa quello che fa e non ha bisogno che qualcun altro glielo dica», spesso dietro questa ostentata sicurezza si cela una scarsissima autostima. Ovvero, facendo credere che l’insuccesso scolastico nemmeno lo sfiori, lo studente nasconde la sfiducia che ha dentro di sé e, non accettando per orgoglio nessun consiglio, non riesce ad uscire da questo impasse. È ovvio che compito della scuola sarebbe comprendere questo tipo di situazione e trovare, assieme alla famiglia, un modo per guidare il ragazzo in un percorso di crescita che lo porti a superare la sfiducia in sé. Certo, per un adolescente è più facile gettare la spugna, rinunciare a modificare una situazione è più comodo; tuttavia, se gli adulti lo aiutassero a comprendere la causa del suo insuccesso e lo guidassero ad un miglioramento personale, quindi non solo relativo allo studio ma soprattutto relativo al suo rapporto con se stesso, ci potrebbe essere una speranza.

Quali sono, dunque, gli ostacoli ad un percorso di crescita? Prima di tutto il fatto che gli adolescenti sono poco disposti ad ascoltare i genitori e ritengono, in modo scontato e rassegnato, di non essere ascoltati all’interno del nucleo familiare. Poniamo il caso che si convincano ad accettare il supporto della scuola (lo sportello d’ascolto che, per legge, dev’esserci in ogni istituto): nel momento in cui viene loro consigliata una maggior collaborazione con la famiglia, escludono a priori questa eventualità. Spesso accade, infatti, che le famiglie si rivolgano allo sportello per cercare aiuto e non di rado chiedono degli strumenti per affrontare la situazione problematica, partendo dal presupposto che «i figli mai e poi mai usufruiranno del servizio». Qualche volta, però, si sbagliano e, inaspettatamente, alla fine i ragazzi allo sportello arrivano, parlano, ascoltano, si lasciano consigliare ma poi continuano a comportarsi come prima. Insomma, la scuola ha gli strumenti per venire incontro a questi ragazzi in difficoltà, ma sono loro a non mettere in pratica i suggerimenti e i consigli.

Un altro ostacolo è costituito dalla convinzione di aver scelto la scuola sbagliata. Spesso, però, questa convinzione si basa su presupposti errati: l’essere disposti ad impegnarsi il minimo e credere di poter ottenere risultati migliori in una scuola più “facile”. Ogni tentativo per convincerli che non ci sono scuole facili e difficili per chi non si impegna nello studio, perché anche in un istituto professionale, pur ammettendo che le richieste siano differenti a livello di curriculum, l’impegno e la buona volontà sono prerequisiti indispensabili, si rivela un fallimento. Succede, quindi, che anche cambiando scuola la situazione rimanga tale con un’alta probabilità di abbandono degli studi.

La convinzione che il mondo del lavoro si possa affrontare con meno impegno –solo perché non ci sono interrogazioni e compiti in classe- è la molla che porta, poi, a lasciare la scuola per cercare un impiego. Ma anche quando trovano un posto, ben presto questi ragazzi si rendono conto che in qualsiasi mestiere sono richieste delle competenze che, se non ci sono, bisogna apprendere, l’impegno e la volontà sono imprescindibili e il rispetto delle regole, che saranno pure diverse rispetto a quelle che vengono imposte dall’istituzione scolastica, è assolutamente dovuto. In breve, di fronte a questi ulteriori ostacoli, i ragazzi che appartengono alla “generazione dei né né” pensano di poter mollare il lavoro come hanno fatto con la scuola e di cercare altro. Peccato, però, che non ci sia questa grande offerta, che passino mesi prima di trovare un altro impiego e che, se non si cambia atteggiamento, ci si ritrova punto e a capo. Da qui nasce la frustrazione personale e l’avvilimento delle famiglie che di figli del genere non “sanno cosa fare”. Anche il tentativo di farli ritornare a scuola, consigliando loro la frequenza di un corso serale, si rivela spesso inutile.

Così vanno le cose, più o meno. C’è un rimedio a tutto ciò? La situazione descritta pare non avere sbocchi. Bisognerebbe prima di tutto che la scelta della scuola superiore sia ben ponderata, poi che l’istituzione abbia i mezzi per affrontarla efficacemente, infine che la famiglia serva da sprone e non si arrenda.

A proposito di mezzi, che purtroppo dal MIUR arrivano sempre in minor quantità a livello pecuniario, mi viene in mente il sistema scolastico finlandese, che l’Ocse qualche anno fa ha decretato il migliore in Europa. Ricordo che quando lessi su Panorama un articolo su questo tema, fui colpita soprattutto da un fatto: gli insegnanti, pagati profumatamente, sono altamente specializzati. Proprio perché a nessuno è concesso di rimanere indietro nel rendimento, dei docenti specialisti, formati all’interno dei master postuniversitari, sono utilizzati in veste di tutor per seguire da vicino i ragazzi più fragili, svogliati o meno dotati.

Dati alla mano (relativi, però, al 2006), si spiega facilmente il successo della Finlandia in ambito scolastico. Prima di tutto oltre l’11 per cento del bilancio statale è destinato alla scuola, cioè 3 miliardi 360 milioni di euro. Gli insegnanti, che sono circa 43 mila, hanno uno stipendio base di 2.500 euro all’inizio della carriera, però sono obbligati a frequentare, dopo la laurea, un master di pedagogia e hanno un orario di servizio di 37 ore settimanali.
A questo punto saltano all’occhio le differenze con l’Italia, a partire dallo scarso investimento che lo Stato è disposto a fare sulla scuola; la legge 133, infatti, con l’articolo 64, ha legittimato dei“tagli” che dovrebbero servire anche, come più volte ribadito dal ministro Gelmini, alla valorizzazione di una scuola di qualità. Ma non è ancora stato stabilito chi premiare e perché.
Un’altra differenza con i colleghi finlandesi riguarda l’orario: i docenti italiani della scuola secondaria di I e II grado hanno un orario di cattedra di 18 ore (nella secondaria di I e II grado) e solo in alcuni casi può essere aumentato fino ad un massimo di 24 ore settimanali. Ovviamente il dato si riferisce alla funzione docente che, però, al di là della didattica in classe, ha altri oneri: la partecipazione alle riunioni di vario tipo e tutto quel lavoro “sommerso” che consiste nella preparazione delle lezioni, nell’elaborazione e correzione dei compiti, sia scolastici sia domestici, e tutte le altre attività connesse all’insegnamento che ognuno svolge liberamente, seguendo la propria coscienza.

Chiedere al docente italiano di passare a scuola 37 ore alla settimana credo sia improponibile. Io stessa sarei spaventata da un orario che rappresenta più del doppio del mio attuale. Ma se mi fermo a pensare al lavoro che svolgo a casa e al tempo “perso” tra le mura domestiche, mi rendo conto che a conti fatti io lavoro di già 37 ore a settimana, pur passandone “solo” 18 a scuola, però immagino che nessuno ci creda, tranne i miei familiari. Tuttavia, a fronte di un impegno quasi identico in termini di “ore lavorate”, io percepisco uno stipendio che è la metà del collega finlandese e sarebbe onesto se poi a casa non perdessi nemmeno un minuto dedicandomi al lavoro. Quindi, sarei ben lieta di lavorare a scuola per 37 ore piuttosto che impegnare le 19 residue a casa senza poterlo dimostrare.

Mi sento, quindi, di dire che se lo Stato investisse di più nella scuola, aumentando anche il monte ore delle cattedre, e di conseguenza gli stipendi, nonché creando delle figure altamente specializzate che, proprio perché ben formate, ben pagate e ben selezionate, siano in grado di combattere efficacemente la dispersione e l’abbandono degli studi, probabilmente la scuola sarebbe meno bistrattata e gli insegnanti godrebbero nuovamente di un po’ di considerazione, come avveniva qualche decennio fa. Forse così i vari Veronesi e Ricolfi non avrebbero nulla da ridire. Forse la “generazione dei né né” non esisterebbe più.

Infine, il mio motto è: DOCENTI MEGLIO PAGATI E PIÙ EFFICIENTI
STUDENTI MEGLIO SEGUITI E PIÙ COMPETENTI

E ho fatto pure la rima.

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