28 aprile 2010

ADOZIONI: L’AMORE NON HA COLORE

Posted in amore, bambini, Cassazione, famiglia, figli tagged , , , , , , at 9:46 pm di Marisa Moles


È incredibile ma il razzismo rischia di entrare anche nelle case dei bimbi adottivi. C’era bisogno del parere espresso dalla Cassazione, riunita di fronte alle Sezioni Unite, per stabilire che gli aspiranti genitori adottivi non possono esprimere delle preferenze sul colore della pelle e sull’etnia dei bambini che vogliono adottare.

La notizia, riportata dal quotidiano La Stampa , fa riferimento alla vicenda di due coniugi siciliani che, nella domanda di adozione, si era dichiarata disponibile ad adottare fino a due bambini, di età non superiore ai 5 anni senza distinzione di sesso e religione ma non disponibile ad accogliere bambini di pelle scura o diversa da quella tipica europea o in condizione di ritardo evolutivo. Il Tribunale dei Minori di Catania aveva accettato la richiesta, giudicando evidentemente legittime le motivazioni. Di tutt’altro parere l’associazione “Amici dei bambini”, il cui presidente, Marco Griffini, ha presentato un esposto giudicando il decreto del tribunale come una palese discriminazione su base razziale nei confronti di minori di colore e di etnia straniera a quelle presenti in Europa.

L’Aibi, e in particolare il movimento dei genitori adottivi, ritiene che la dichiarazione “mercantile” delle coppie, come quella catanese, avallata dalla decisione del Tribunale, contrasta con il principio del migliore interesse del minore e rivela semplicemente una mancanza di requisiti necessari negli aspiranti genitori, posto che il minore che la coppia si affretta ad accogliere presenterà certamente alcune problematiche in più rispetto ad un minore che ha subito meno traumi.
Ora si attende la decisione delle Sezioni Unite civili, che non avrà ripercussioni sul caso di Catania, ma stabilirà soltanto un orientamento giurisprudenziale.

Che dire? Ritengo che i genitori adottivi abbiano una motivazione per certi versi ancor più forte delle coppie fortunate che possono mettere al mondo dei figli e per questo dovrebbero spalancare la porta di casa ai bambini soli e abbandonati, donando loro tutto l’amore possibile indipendentemente dal colore della pelle, dall’etnia o dagli handicap psicofisici. L’amore non ha colore né etnia e parla una lingua universale che non s’impara ma nasce dal cuore. Evidentemente, però, qualcuno crede che adottare un bambino sia come andare al supermercato dove si può scegliere il prodotto migliore e approfittare dell’offerta più conveniente.

Cosa c’è di più bello dell’immagine dei bimbi della pubblicità “United colour of Benetton”? C’è bisogno di un mondo migliore perché diventi realtà. Per ora è un manifesto sbiadito che qualcuno forse tiene ancora appeso al muro.

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36 commenti »

  1. Cara Marisa,

    condivido in toto le tue argomentazioni. Ritengo che la scelta dell’adozione sia coraggiosa e un dono grande per bambini che non hanno famiglia. Quanto al desiderio di “scegliere” un figlio, esso corrisponde al criterio estetico universale che governa i giorni nostri. Per questo la foto Benetton è fuorviante perché raffigura bambini sì di “tanti colori”, ma tutti molto carini e “in ordine” … la realtà può essere invece molto diversa.

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  2. marisamoles said,

    Caro Ernesto,

    mi aspettavo un tuo commento su questo tema e mi fa piacere non essermi sbagliata. Grazie!

    Aggiungo solo questo: vent’anni fa adottare un bambino di colore era un atto coraggioso, perché inevitabilmente si sarebbe sentito “diverso” lui e anche, in un certo senso, i suoi genitori adottivi; ma in una società multietnica com’è la nostra, un discorso del genere è decisamente fuori luogo.
    Combattere contro il pregiudizio e le discriminazioni è un dovere civico. Una famiglia che a priori scelga di non voler prendere parte a questa lotta, a me sinceramente sembra priva delle più elementari basi educative.

    Quanto alla pubblicità Benetton, in realtà cercavo un’altra immagine più vecchia, decisamente meno commerciale, ma non l’ho trovata. In ogni caso anche se spesso Benetton si è distinto per le sue provocazioni, lo scopo principale è vendere quindi il manifesto dev’essere per forza accativante.
    La realtà è senz’altro diversa.

    A presto. :)

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  3. frz40 said,

    Ho molti dubbi. Li ho espressi in questo mio post che qui sotto trascrivo in parte:

    Certo: una coppia aperta ad affrontare anche i problemi che avranno i loro figli di colore è una coppia che, teoricamente, offre maggiori garanzie, ma mi chiedo se questa sia una condizione “sine qua non”.

    Certo: dobbiamo combattere il razzismo, ma mi chiedo:

    – Perché vogliamo costringere chi già si accinge a fare il difficile mestiere di genitore adottivo a farsi carico, se non se la sente, anche del mestiere dell’avanguardista i razzista, perché tale sarà, suo malgrado, il suo futuro?”

    – E ancora:se il contesto sociale è tale da non offrire le stesse opportunità a persone di diverso colore, per quale motivo dovremmo costringere un futuro genitore ad investire proprio su chi avrà da quella società minori
    opportunità?”

    – E ancora: quanti saranno i futuri genitori che rinunceranno ad una adozione per il timore di doversi veder assegnare un bambino di colore? E, quindi, quanti saranno, di conseguenza, i bambini che non troveranno una famiglia che sarebbe stata altrimenti disposta ad accoglierli?

    Sono solo domande. Niente più, ma una risposta certa non la so dare

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  4. Sì, combattere contro il pregiudizio è un dovere civico …

    Provo a pormi anch’io le domande di frz40. Penso che una coppia che si decida ad adottare non possa essere costretta ad alcunché. Ciò perché l’accogliere un bambino come dono dovrebbe fare già parte della scelta di adozione (perché adottare è scelta d’amore e non risposta a una carenza, come del resto procreare). Tuttavia non mi sento di giudicare e tanto meno di chiedere ad altri cose che forse io stesso non sarei in grado di fare.

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  5. Tuttavia aggiungo: se è vero che oggi le persone di colore, o malate, o ai margini non hanno le stesse opportunità, chissà se coppie che accoglieranno un bambino “diverso” potranno essere per la loro scelta (e sottolineo scelta) il germe di una nuova società?
    E’ bello sperarlo!

    Grazie per l’ospitalità!

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  6. marisamoles said,

    @ frz

    Non è la prima volta che abbiamo punti di vista differenti. Prima ancora di leggere il tuo messaggio avevo già espresso il mio parere ad Ernesto. Lui, poi, ha replicato meglio di quanto avrei saputo fare io.

    Non credo, comunque, che una persona di colore non abbia le stesse opportunità degli altri a parità di titoli o competenze acquisite. Né ritengo che saranno molti gli aspiranti genitori a scoraggiarsi di fronte all’eventualità di accogliere un bambino di colore.

    @ Ernesto

    Sei sempre il benvenuto e grazie per la sensibilità che esprimi nei tuoi commenti.

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  7. frz40 said,

    @ Marisa

    Se è come dici tu, meglio.

    Ma non ne sarei così sicuro. Il ‘vezzeggiativo’ negro di m… mi pare sempre in gran voga. PURTROPPO !!!!

    E anche se non saranno troppi i genitori che si scoraggeranno. ci sarà comunque qualcuno che perderà il treno.

    Augurando a tutti, comunque, un mondo migliore.

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  8. frz40 said,

    @ ernesto

    Certo, Quelle coppie meritano tutta la mia stima e ammirazione, ma non possiamo pretendere che siano tutte così.

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  9. frz40 said,

    @ ernesto

    Scusa, lo vedo solo adesso: ‘La forza dell’indignazione’ l’hai scritta tu, non io. Il mondo di oggi è quello.

    Non pensiamo al mondo dell’utopia e faccaimo le cose che si possono fare bene, quelle che si possono fare “meglio” forse un giorno verranno.

    Forse.

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  10. [...] legittima o manifesta un atteggiamento discriminatorio che indica una palese inidoneità? In questo blog si afferma che l’adozione non ha colore, essendo questione d’amore e non commerciale (a [...]

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  11. paola said,

    conosco una coppia che desiderava tanto un bambino. Hanno voluto fare domanda di adozione ma si sono resi conto che avrebbero dovuto attendere molto a lungo se volevao bimbi europei per cui si sono detti disponibili ad adottare bimbi provenienti dal continente africano. Hanno prima avuto in adozione una b imba . in un secondo tempo un bimbo. Dopo qualche anno, ecco che arriva il terzo bimbo concepito proprio dalla coppia. Ora sono una famiglia felice. La bimba è una bella signorina etiope dalla pelle di luna. Il bimbo è ben inserito a scuola e nello sport. Probabilmente ci saranno anche i problemi ma l’amore è tanto. I bambini hanno una vera famiglia.
    Conosco un’altra coppia. Sono andati sino in Ucraina per avere il primo bimbo. Biondo con gli occhi azzurri. Il babbo ne voleva un secondo. E via un altro viaggio. Un lungo soggiorno e il ritorno con la secondogenita. Una bella morettina. trascorre qualche tempo e al padre si manifesta una malattia che in breve tempo non lascia scampo. Un melanoma nefasto. Lui che di professione fa il farmacista lo capisce. E’ un dramma per tutta la famiglia. La moglie per mantenere la farmacia deve tornare all’università. I bimbi vengono accuditi dai nonni. Insomma i problemi sono tanti.
    A che sono valse le scelte ? Non ha forse questa seconda famiglia più problemi che non la prima? Eppure i bimbi sono bianchi. Pallidi e fragili, purtroppo

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  12. marisamoles said,

    @ Paola

    Grazie per la tua testimonianza, anche se indiretta. Spero la legga anche il mio amico frz40.
    Sì, i problemi ci possono essere, anche nelle famiglie con figli naturali, ma se c’è l’amore e una profonda convinzione di potersi aiutare reciprocamente anche nei momenti difficili, tutto si può superare.

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  13. frz40 said,

    L’ho letta, ma che c’entra?

    Una disgrazia può capitare a tutti qualunque sia il colore della pelle dei figli adottati.

    La mia semplice domanda è “se sia opportuno imporre a priori, ai futuri genitori, l’obbligo di procedere all’adozione qualunque sia l’ etnia o colore del bambino che sarà a loro assegnato.

    Dove “opportuno” vuol far riferimento all’attuale contesto storico e sociale e si chiede se finisca col limitare anziché promuovere il numero delle adozioni.

    Auguri, comunque, alla coppia A e auguri doppi alla mamma B

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  14. marisamoles said,

    @ frz

    Credevo che i miei ragionamenti fluttuanti tra un blog e l’altro (il mio, il tuo e quello di Ernesto) avessero reso l’idea della mia posizione sull’argomento affrontato e implicitamente risposto alla tua domanda. Comunque, per essere esplicita, A ME PARE OPPORTUNO IMPORRE, A PRIORI, L’OBBLIGO DI PROCEDERE ALL’ADOZIONE QUALUNQUE SIA L’ETNIA O COLORE DEL BAMBINO DA ADOTTARE.

    Spero di essere stata chiara, adesso!

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  15. frz40 said,

    Non so perchè lo ribadisci, e anche in maiuscolo, ma sul tuo pensiero non avevo alcun dubbio.

    Ma al di là dell’affermazione dogmatica: “se non li vogliono di colore, non li meritano”, non mi hai portato alcuna ragione logica.

    E più rifletto sul problema, e più penso che, sì, sarebbe bello se tutti lì volessero indipendentemnte dal colore, ma non è questa una ragione per rendere obbligatoria tale condizione.

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  16. marisamoles said,

    @ frz

    L’avevo scritto in maiuscolo per essere sicura che lo sentissi bene. :)

    Non aggiungo altro: mi arrendo … non perché non abbia null’altro da aggiungere ma perché se dici che “non ho portato alcuna ragione logica” in tutti gli interventi fatti qui e là, allora sei tu che non vuoi capire.

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  17. Ho visto che il confronto di idee continua non solo qui, ma anche in altri blog che ho scoperto proprio grazie a questo argomento.
    In alcuni momenti la discussione si fa accesa e non può essere diversamente, vista l’importanza del tema.
    Io ritengo che da questi e altri confronti civili possano nascere quei cambiamenti nella nostra società che in tanti auspichiamo.

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  18. frz40 said,

    Hai detto bene: “sentissi” , e non “leggessi”..

    Sì, perché crivere maiuscolo sul net, significa urlare, e quando si urla, di solito, è proprio perché non si sa più cosa dire e si vuol imporre con la forza il proprio pensiero.

    Ma ti assicuro che l’avevo ben capito, così come avevo ben capito tutte le ragioni che hai portato a supporto della tua tesi. Ragioni che sono state, però, di carattere etico ed emozionale, e come tali, più che apprezzabili, ma non risolutive. Almeno per me.

    Sul mio blog credo di aver espresso più completo e articolato il mio pensiero sul mio blog; qui, per ovvie ragioni, l’ho esposto a spizzichi e bocconi. Permettimi, allora, di cercare un’ultima volta di esprimerlo, non tanto per te che mi hai letto in tutte le salse, ma soprattutto per chi mi legge qui.

    L’adozione è un istituto giuridico che deve prevedere norme che lo regolamentino, ne promuovano l’applicabilità e fissi i prerequisiti che consentano il miglior successo all’istituto stesso, sia per i futuri genitori, sia per i bambini adottandi

    Sino ad ora, sin quando cioè l’Ai.Bi ha presentato il suo esposto alla Procura della Cassazione, le norme prevedevano che fosse espressamente dichiarata anche la disponibilità ad accettare un bimbo di colore. Lo conferme il modulo per la richiesta di adozione, meglio detto, “dichiarazione di disponibilità all’adozione con richiesta di idoneità”, con un’apposita casellina da barrare per dichiarare, appunto, tale disponibilità.

    Adesso si vorrebbe cambiare e rendere obbligatoria e preliminare tale disponibilità, e tu sei di tale avviso.

    Io no. E spiego il perché.

    Primo: ritengo che con tale obbligo ridurrebbe il numero delle adozioni e farebbe salire, conseguentemente il numero dei bambini che rimarrebbero chiusi nel loro begli orfanotrofi. Mi pare assurdo sostenere (anche se tu ci provi) che tutte le coppie che non hanno dichiarato la loro disponibilità, l’avrebbero invece dichiarata se fosse stata obbligatoria.

    Secondo: per sostenere che non lo merita chi rifiuta un bimbo di colore, occorrerebbe verificare, se le adozioni di costoro siano state coronate da un maggior numero di insuccessi,a consuntivo. Non mi risulterebbe, e se disponi di prova contraria dimmelo. Credo che si possa essere ottimi genitori anche se si hanno delle preclusioni nell’adottare bimbi di colore.

    Terzo: per sostenere che coloro che tali preclusioni non hanno avuto sono quelli che, solo loro, meritano di ricorrere all’istituto dell’adozione, occorrerebbe verificare che le loro adozioni di bimbi di colore, a consuntivo, abbiano avuto solo un limitatissimo numero di insuccessi. Così, a buon senso, non mi pare che possa essere, perché occorrerebbe pensare che, seppur con la miglior buona volontà e predisposizione, le cose riescono meglio proprio là dove sono più difficili. Ma, nella realtà, così non è. E me lo conferma la testimonianza di Alessandro Gilioli, giornalista di sinistra per “L’Espresso” che scrive:

    « Gonfio di educazione politicamente corretta, di quella casellina,me ne sono quasi indignato. Ma come? Mica siamo al supermarket, che uno sceglie il prodotto. E’ un bambino, e come viene viene. Che brutalità, che schifezza, che idiozia queste caselline.
    E invece, l’idiota ero io: ma l’ho scoperto solo con il tempo. Con i corsi al Ciai, con le lunghe chiacchiere insieme agli psicologi che avevano seguito centinaia di adozioni bene o mal riuscite, con i confronti con tante coppie che stavano facendo o avevano già fatto lo stesso percorso.
    Perché le dinamiche della genitorialità adottiva sono molto complesse, delicate e scivolose: non è una passeggiata, non è un gioco.
    E – soprattutto – non è in ballo il desiderio di un genitore di avere un figlio, ma il diritto di un bambino di avere una famiglia che l’ama.
    Un bambino ha diritto a vivere in una famiglia che si sente pronta a farlo diventare davvero suo figlio. E tu, genitore, dovrai superare con il tuo amore totale il muro della biologia. Dovrai superare con il tuo amore totale il fatto che si sentirà comunque diverso dai compagni di classe o dai cuginetti. Dovrai superare con il tuo amore totale il fatto che un giorno si accorgerà di non avere il tuo colore degli occhi e ne proverà un dolore infinito.
    Dovrai superare con il tuo amore totale il fatto che la genitorialità adottiva può diventare perfino – quando il figlio sarà adolescente – uno strumento per farti del male, e se tu gli dirai di tornare entro mezzanotte lui ti risponderà: che cazzo vuoi tu che non sei neanche mio padre? (è successo davvero a una coppia che ho conosciuto).
    E il diritto del figlio a questo amore totale passa, prima di tutto, attraverso la sua completa accettazione, fin dal primo giorno. Che è un fatto profondamente intimo, privato, ed è il risultato di infinite e contrastanti spinte interiori. Non c’è scritto da nessuna parte che tutti i genitori si sentano pronti o siano capaci di crescere un bambino con una grave malattia. Allo stesso modo non sta scritto da nessuna parte che ogni genitore del mondo – specie una madre – nutra nel profondo del suo animo l’assoluta capacità di accettare e amare totalmente un bambino che, per la pelle di colore diverso, non gli assomiglia per niente.
    Potete, se volete, condannare eticamente quel genitore, e probabilmente lo farei anch’io. Ma non potete imporre a un figlio di crescere con un genitore che abbia dentro di sé quelle riserve. Perché fareste davvero del male al bambino, i cui diritti devono invece prevalere su tutto il resto.
    Spero che proprio che la Cassazione respinga la proposta della procura, perché è una stronzata pazzesca.»

    E lo spero proprio anch’io. E con questo quiì ho concluso

    Un abbraccio.

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  19. marisamoles said,

    @ Ernesto

    Spero anch’io che nella nostra società possano avvenire quei cambiamenti che auspichiamo ma proprio da alcuni interventi qui e in altri blog ho dedotto che sarà molto difficile se la mentalità continua ad essere quella di venti o trenta anni fa.

    @ frz

    Sì, perché scrivere maiuscolo sul net, significa urlare, e quando si urla, di solito, è proprio perché non si sa più cosa dire e si vuol imporre con la forza il proprio pensiero.

    A parte il fatto che la mia voleva essere una provocazione e l’aver scritto “sentire” al posto di “leggere” una battuta, comunque non voglio imporre il mio pensiero a nessuno, semplicemente mi sono stufata di dire sempre le stesse cose rischiando anche di annoiare chi mi legge. Tutto qua.

    Sei libero di pensarla come vuoi ma ciò vale anche per me, fino a prova contraria. Se per te le mie ragioni sono state di carattere etico ed emozionale, e come tali, più che apprezzabili, ma non risolutive, credi forse di aver trovato tu la soluzione al problema? Hai esposto un tuo parere argomentandolo, esattamente come ho fatto io; l’unica cosa che cambia è il punto di vista, ma è inevitabile che ognuno affronti un argomento da diverse angolature. Da qui nasce il confronto, se fossimo tutti d’accordo sarebbe una noia mortale. Tuttavia, a me sembra che tu non voglia capire le mie ragioni (ho resistito alla tentazione del maiuscolo!) e faccia di tutto per imporre le tue. Questo atteggiamento non ha nulla a che fare con il confronto.
    Mi dispiace sincermente e con questo chiudo definitivamente.

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  20. frz40 said,

    Le ho capite, ho detto cosa ne penso, e non voglio imporre proprio niente. Se non hai argomenti per dimostrarmi il contrario di quanto ho scritto nei tre punti di cui sopra, finiamo pure qui.

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  21. marisamoles said,

    @ frz

    Non vedo su cosa dovrei ancora argomentare … nell’elencare le tue obiezioni dici: “ritengo che” e “occorrerebbe verificare”, quindi esponi anche tu delle eventualità. Senza dati alla mano (e sinceramente non ho tempo da perdere per fare delle ricerche in tal senso) non so cosa dovrei dire. Tu hai esposto il tuo pensiero ed io il mio. Non credo che l’obiettivo della discussione sia quello di vedere chi ha ragione, anche perché ciò che non si fonda su basi scientifiche rimane sempre e solo un parere.

    Sei tu che insisti a voler far passare la tua opinione come “verità assoluta”. Io non ho questa velleità.

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  22. Giorgio said,

    Raccolgo l’invito di Marisa, letto sul sito di AiBi, per portare un contributo al dibattito. Sarò piuttosto lungo, abbiate pazienza, ma l’argomento non credo si possa liquidare in poche righe.

    Prima di tutto mi presento: sono padre adottivo di due bimbi, uno nato in Perù e l’altro in Bolivia e sono in attesa della terza adozione, ancora in Perù. Tra una cosa e l’altra ormai son dentro nel mondo dell’adozione da 14 anni e non vi uscirò, chiaramente, mai più. :)
    Vivo in una cittadina del Vicentino ove vi sono molte famiglie adottive, tutte differenti per i modi (tramite Ente, “fai da te”), i Paesi (ne contiamo una quindicina, immaginate quanti colori!), tempi e composizione (1 bimbo, 2 o 3 fratelli). Tutte hanno in comune una cosa: il credere che adozione è sinonimo di accoglienza. Con alcune di queste famiglie abbiamo fondato un gruppo di mutuo auto aiuto e d’informazione per chi vuole adottare o per chi vuol semplicemente capire.

    Premesso questo, il tema, secondo me, va valutato scindendo almeno due aspetti.

    Il primo è quello “legale”, sul quale peraltro credo ci sia solo da puntualizzare che:
    (cito frz40): “Sino ad ora, sin quando cioè l’Ai.Bi ha presentato il suo esposto alla Procura della Cassazione, le norme prevedevano che fosse espressamente dichiarata anche la disponibilità ad accettare un bimbo di colore. Lo conferme il modulo per la richiesta di adozione, meglio detto, “dichiarazione di disponibilità all’adozione con richiesta di idoneità”, con un’apposita casellina da barrare per dichiarare, appunto, tale disponibilità.” :
    Questo è FALSO, non esistono queste norme e non vi è nulla in questo senso nel modulo di disponibilità, almeno in quello del Tribunale dei Minorenni di Venezia. Spererei non vi fosse neanche nei moduli degli altri Tribunali.
    La questione, come spiegato chiaramente sul sito di AiBi, nasce da un’errata (secondo noi) interpretazione dell’art. 30 comma 2 della legge 184/1983, dove si stabilisce che il decreto di idoneità del Tribunale può contenere “indicazioni per favorire il migliore incontro tra gli aspiranti all’adozione ed il minore da adottare”. L’interpretazione che ne hanno dato alcuni Tribunali è stata in senso restrittivo (scelta del Paese, limiti di età, di sesso, di razza, di religione, etc.), quando a noi pareva che, trattandosi di adozione, si doveva intendere in senso allargato, dando cioè indicazioni se la coppia avesse capacità di accogliere al di là delle situazioni “normali”, ad esempio in presenza di handicap gravi o di più fratelli o di età adolescenziale, insomma quelli che vengono definiti nelle adozioni gli “special needs”.
    D’altronde, al precedente art. 29bis comma 4 lett. C si legge che i servizi sociali raccoglieranno informazioni “sulle eventuali caratteristiche particolari dei minori che essi sarebbero in grado di accogliere”. Se si vuol pensare che il colore della pelle sia una caratteristica particolare, allora perché non il colore degli occhi o dei capelli? La cosa potrebbe apparire ridicola, se non fosse tragica. :(
    In tutti i casi, le discriminazioni razziali non solo sono anticostituzionali e contro tutte le convenzioni internazionali sottoscritte dal nostro Paese, sono anche punite in Italia dall’art. 1 comma A) della legge 205/1993 con una pena fino a 3 anni di reclusione. Spiace dover arrivare alla Cassazione per ribadire che in nessun atto pubblico (men che meno in un decreto di un Tribunale!) può essere permesso dar voce a tali discriminazioni.

    Sul secondo aspetto, quello “emotivo”, alcune considerazioni:
    Nel diventare genitori (anche “naturali”) il primo requisito per poter sperare in un futuro di buone relazioni familiari è quello di spogliarsi delle proprie aspettative e dei propri egoismi ed aprirsi all’accettazione della nuova persona che arriverà. L’espressione “mio figlio” non può essere intesa in senso possessivo (non stiamo parlando di oggetti), ma solo in senso di legame affettivo.
    Quanto detto ancor di più vale nell’adozione, dove vi è l’assoluta certezza che il nuovo membro della famiglia non solo non avrà alcun tipo di legame genetico, ma avrà in più già una personalità più o meno delineata ed un vissuto segnato dal dolore dell’abbandono, se non anche da altri traumi e sarà perciò ancor più “diverso”, per tutta la sua vita.
    Lo dice molto bene il giornalista citato, nella prima parte della sua testimonianza. Questi bimbi hanno diritto ad avere dei genitori totalmente aperti all’accoglienza. La famiglia può anche nascere da un atto d’egoismo (“voglio diventare padre/madre”), ma che deve trasformarsi poi in un atto d’amore (“mi metto a disposizione, accettando questa persona per quello che è o sarà”).
    Dov’è che, a mio parere, sbaglia? Nelle sue conclusioni. Non si vuole assolutamente far crescere un bambino con un genitore che abbia delle riserve. Si vuole, invece, che genitori adottivi possano essere solo chi ha superato tutte le riserve, proprio nel rispetto dei diritti del bambino e per evitare per quanto possibile fallimenti familiari.
    Aiutare i futuri genitori a superare i propri limiti, ecco la chiave, non appiattirsi sulla facile opzione “son fatto così, non c’è niente da fare”. Tanto più su un argomento di questo tipo. Perché arrendersi e non voler aiutare a superare un concetto di razza che ormai né etica né scienza accettano come fondato? E poi, si può onestamente affermare che persone con dentro di sè idee razziste possano essere buoni genitori? Io qualche dubbio l’avrei.
    Parafrasando lui: non sta scritto da nessuna parte che si debba diventare genitori per forza. Se qualcuno non se la sente può rimanere a casa sua. Tra l’altro, e qui sono VOLUTAMENTE cinico, in questo modo si estinguerebbe naturalmente (per mancanza di trasmissione filiale) la cultura razzista, troppo spesso mascherata dal “buonismo” (“poverino, è per evitargli sofferenze in questa società così difficile!”).
    Infine, per riprendere il terzo punto di frz40: le statistiche relative ai fallimenti adottivi sono purtroppo alquanto scarne. Uno dei pochi dati certi è che le adozioni nazionali hanno un tasso di fallimento quasi triplo di quelle internazionali. Il motivo? Io la mia idea ce l’ho, e voi?
    A disposizione, vi saluto caramente

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  23. marisamoles said,

    @ Giorgio

    Grazie per la tua testimonianza e per i chiarimenti che hai fornito. Non temere di esserti dilungato troppo: la prolissità sta di casa sul mio blog!

    Naturalmente sono d’accordo con te su tutto ciò che affermi, ma non si può pretendere che tutti condividano il nostro punto di vista.

    Vorrei solo chiarire una cosa: anche se nell’incipit del mio articolo ho scritto: “È incredibile ma il razzismo rischia di entrare anche nelle case dei bimbi adottivi.”, la mia voleva essere prima di tutto una provocazione. Non penso, infatti, che alcuni aspiranti genitori adottivi, come i coniugi di Catania, preferiscano i bambini europei e dalla pelle chiara per un problema di razzismo loro. Piuttosto si pongono il problema dei pregiudizi razzisti degli altri, ancora purtroppo diffusi nella nostra società. In questo sono d’accordo con frz40: c’è, forse, il timore di esporre il figlio dalla pelle scura a dei rischi che un bambino bianco non avrebbe. Ma è anche vero che diventare genitori è sempre un’incognita, quindi tentare di prevedere il futuro di un figlio adottivo mi sembra del tutto illogico. Tu stesso, con la testimonianza che ci fornisci, me ne dai la conferma.

    Quello su cui non concordo affatto rispetto al parere di frz è che i bambini di colore non avrebbero le stesse opportunità degli altri: l’ho già, peraltro, dichiarato in un commento precedente.

    E’ un peccato che manchino dei dati concernenti il successo o il fallimento delle adozioni, sia nazionali che internazionali: delle statistiche, per quanto da prendere sempre con le pinze, potrebbero dirci qualcosa di più.

    Infine, non so sinceramente perché le adozioni nazionali abbiano un tasso di fallimento quasi triplo di quelle internazionali. Io conosco delle famiglie in cui i bambini adottati sono stranieri e i genitori mi hanno detto che le adozioni dei bambini italiani sono più diffcili. Altro non so, ma sarei contenta di ricevere qualche informazione in più.

    A presto, spero. :)

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  24. frz40 said,

    @ caro Giorgio

    Mi complimento con lei per lo spirito con il quale ha affrontato le sue adozioni e le auguro ogni buona fortuna.

    Quanto alle “caselline” non me le sono inventate. E’ Alessandro Gilioli che dichiara di essersele trovate sul modulo.

    E gli credo, tanto più che il Tribunale di Catania non ha nulla eccepito a quella esclusione.

    Tutto qui.

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  25. Giorgio said,

    Caro frz40,
    grazie dei complimenti e degli auguri.
    Il mio spirito è comune a decine e decine di famiglie che conosco personalmente e lavoriamo tutti perchè si diffonda sempre più.
    Per quanto riguarda le “caselline” ho letto benissimo che è Alessandro Gilioli che lo dichiara, non voleva essere un appunto a lei.
    Poichè sono personalmente coinvolto e, per quanto possibile, cerco di andare alla fonte delle notizie, ho visitato il link qui sotto, fonte primaria di informazioni in questo caso, ove si possono scaricare i moduli in questione.
    Come noterà le “caselline” non esistono.
    Ho visitato poi il sito del Tribunale dei Minori di Milano (citato nell’articolo, non Catania) e (vedi altro link) l’allegato con le “caselline” effettivamente esiste, ma è previsto per le adozioni NAZIONALI.
    Perchè lo richiedono? Perchè chi vuole adottare nazionale vuole il bimbo italiano (bianco?), quando gli propongono i bimbi italiani ma di colore (sono sempre di più) generalmente lo rifiuta. Semplicemente, a questo punto, il Tribunale non vuol perder tempo. Questo ci riporta all’ultimo punto del mio precedente intervento: chissà perchè le adozioni nazionali falliscono di più che non le internazionali? Forse perchè il percorso che porta all’accettazione deve essere più profondo? Chi non accetta il colore potrà poi accettare tutte le altre diversità del figlio adottato?
    Questo tanto per la precisione e senza nulla togliere al principale contenuto dell’articolo di Gilioli.
    Buona giornata.

    tribunaledeiminori.it/moduli-adozione
    tribunaleminorimilano

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  26. Giorgio said,

    Cara Marisa,
    grazie anche a te per tutto quello che dici.
    Porsi il problema dell’accettazione da parte della società di un bambino “colorato” ritengo che sia una cosa normale.
    Fa parte delle mille domande che si dovrebbe fare un futuro genitore con un minimo di responsabilità.
    Per mia esperienza diretta, però, talvolta la risposta che si danno i futuri genitori adottivi che non accettano il “colore” nasconde, dietro considerazioni apparentemente di tutela del bambino (“lui soffrirebbe troppo, ha già sofferto tanto….”), un’incapacità di accettazione in generale della diversità.
    Questa incapacità viene spesso mascherata e non risolta, ingannando se stessi, comprensibilmente travolti dall’ansia di diventare genitori e dalla paura che qualcuno (servizi sociali, tribunali, enti) possa bloccare in qualche modo l’ultima via che resta per diventare padre/madre.
    Può accadere poi che tali contraddizioni possano esplodere di fronte alle difficoltà di rapporto che normalmente ci sono tra genitori e figli.
    La frase “tanto tu non sei mio padre/madre” mi ricorda molto quello che io dicevo a mia madre “hai voluto tu mettermi al mondo ed adesso non romp…”. Tenere salda e dritta la barra genitoriale in fase di crescita dei figli non è facile per nessuno.
    E’ una possibilità, non una certezza, come tutte le cose che riguardano l’essere umano ed i suoi rapporti con gli altri esseri umani.
    E’ però anche ragionevole fare in modo che il rischio non si debba correre, non solo per tutela del bimbo, ma anche per tutela dei genitori.
    Con questo si spiegano anche i maggiori fallimenti nell’adozione nazionale, che ha percorso diverso dall’internazionale. Nell’adozione internazionale, oltre a dover aprirsi maggiormente all’accettazione (colore, etnia, età, costi, tempi….), esistono dei veri propri iter formativi (talvolta obbligatori) promossi dai servizi sociali e dagli enti, iter che non sono previsti per la nazionale.
    Questa formazione, vissuta purtroppo da molti genitori adottivi come un’ulteriore “vessazione” nei loro confronti, è in realtà punto cardine del percorso personale e di coppia per evitare quanto più possibile i rischi legati alla mancanza di accettazione.
    Sempre a disposizione (tempo permettendo), un abbraccio

    Mi piace

  27. Giorgio said,

    Nel frattempo ho reperito una delle poche statistiche esistenti sui fallimenti adottivi.
    Realizzata dall’Istituto degli Innocenti di Firenze su richiesta della Commissione adozioni internazionali. Dal 1998 al 2001 hanno svolto un´indagine della restituzione, poi raccolta e commentata in un libro, «Percorsi problematici dell´adozione internazionale».

    In quattro anni sono stati restituiti 164 bimbi stranieri e 167 bimbi italiani: poiché il numero di adozioni nazionali è di gran lunga inferiore, la percentuale di fallimento coi bimbi italiani è più alta (nota: adozioni nazionali circa 1.800 l’anno, internazionali circa 3.900 l’anno). Lente d´ingrandimento sui casi di adozione internazionale fallita: sono più femmine che maschi, la loro età d´ingresso in Italia è 12-14 anni. Il loro paese di provenienza è, in ordine decrescente, Brasile, Russia, Colombia, Romania.
    Dice Melita Cavallo, magistrato, all´epoca dell´indagine presidente della Cai oggi responsabile della Giustizia minorile. «Ci sono bambini oggettivamente molto provati che al loro inserimento nel nucleo familiare scatenano dinamiche prima latenti». «E´ decisivo in questi casi il ruolo dei servizi territoriali che devono farsi vivere e stimare come luogo di accompagnamento alla coppia soprattutto dopo l´ingresso in famiglia del bambino: il sostegno dovrebbe poter prevenire la frattura e non essere richiesto dai genitori quando è troppo tardi». Aggiunge: «I casi di fallimento pongono sempre ai giudici, agli enti, ai genitori la questione cruciale: dove abbiamo sbagliato? L´errore, o se si vuole la colpa, non è mai dei bambini. Sono gli adulti a dover calibrare le loro aspettative e le loro capacità. Fa molto riflettere il dato che riguarda l´istruzione delle madri: più è alta e più è frequente il fallimento adottivo. Le madri colte pretendono di più da se stesse e dai figli. Nelle famiglie semplici, quello che una volta si chiamava il proletariato, le adozioni riescono sempre».
    Le aspettative dei genitori, certo, ma poi anche la capacità dei giudici o degli operatori degli enti di valutare le compatibilità: ce la può fare, quella famiglia, ad affrontare questo compito?
    Ciao.

    Mi piace

  28. frz40 said,

    @ giorgio

    La ringrazio per le precisazioni e anche per lo sforzo di reperire, finalmente, qualche numero, E’un vero peccato, peraltro, che non esistano statistiche sui fallimenti adottivi, e non parlo solo di bambini restituiti.

    Posso farle una domanda da inesperto di queste pratiche? Come mai Lei non si è orientato su bambini italiani ma in particolare su quelli boliviani/peruviani?

    Vedo anche che molti bimbi sono di origine Russa. C’é un motivo burocratico?

    Mi piace

  29. marisamoles said,

    @ Giorgio

    Ti ringrazio anch’io per le informazioni e i link … nonché per il tempo che stai dedicando al mio blog. Mi fa piacere scoprire delle cose che non conoscevo e sono sempre più convinta che le famiglie adottive siano un bene prezioso per i bambini meno fortunati e un esempio meraviglioso per chi troppo spesso si lascia scoraggiare da mille paure.

    Grazie di cuore! :)

    Mi piace

  30. Giorgio said,

    @frz40
    Quando nel 1997 ho fatto la prima domanda di adozione ho presentato sia domanda per la nazionale che per l’internazionale (i due percorsi sono separati ma non incompatibili).
    In realtà mia moglie ed io avevamo comunque più “simpatia” per l’internazionale per vari motivi:
    – la nazionale è complicata, si deve far domanda per ognuno dei singoli Tribunali dei Minorenni Italiani (più di una ventina)
    – vi sono in lista d’attesa almeno 20 famiglie per ciascun minore adottabile
    ed i “vecchietti” come noi (avevamo allora 34 anni) non sono certo in pole position
    – i bambini, al 90%, sono sottoposti a “rischio giuridico”, vale a dire che non è ancora stata destituita la patria potestà e si accetta che possano in futuro venire restituiti alla famiglia d’origine (!)
    – non avendo noi preclusioni di carattere etnico o problemi di tipo economico (la nazionale non costa nulla, l’internazionale costa) e sapendo bene che molte delle coppie che optano per la nazionale lo fanno per difficoltà su questi due temi, non volevamo “togliere” possibilità a quest’ultime.
    Detto tutto questo, una volta ottenuto nel 1998 il Decreto di Idoneità all’adozione internazionale, pur allora non esistendo l’obbligo (la legge lo istituì solo nel 2000) ci siamo rivolti ad un Ente (AiBi) che per principio chiede alle coppie di NON scegliere il Paese.
    Il principio, che noi condividiamo, è che il bambino non si sceglie e scegliere il Paese talvolta “nasconde” una scelta implicita (vedi un po’ tutto quello che ci siamo detti finora…).
    Tra l’altro la cosa è buona anche in termini pratici. Poichè è l’ente per primo che conosce le varie realtà dei Paesi (liste d’attesa, situazione politica, etc.) è spesso il più titolato a decidere in funzione del minor tempo d’attesa.
    Ovviamente l’ente decide anche in base a quelli che possono essere problemi pratici della coppia (esempio: non si manda una coppia di lavoratori autonomi in un paese che prevede una permanenza di 70 giorni. Al ritorno la famiglia probabilmente morirebbe di fame per cessato reddito! :) ).
    Pertanto, il Perù non è stata una nostra scelta e nel 2000 portammo a termine la prima adozione, di un bimbo di circa 4 anni.
    Analogo è stato per la seconda (ed anche ora per la terza). La Bolivia è stata frutto da una parte della nostra rinnovata disponibilità, dall’altra comunque dalla considerazione che il nostro primo figlio, conoscendo la lingua, si sarebbe trovato in condizioni migliori per l’accoglienza del fratellino. Nel 2003 abbiamo finalizzato anche questa seconda.
    Vi sono comunque enti che permettono la scelta del paese non ritenendo che questa implichi una scelta del bambino.
    La maggior parte di questi enti lavorano con i paesi dell’Est Europa, in particolare la Russia, alcuni esclusivamente con questo paese.
    A mia conoscenza non c’è un problema burocratico, ma un mix di:
    – viaggio in Europa e non extracontinentale (molte coppie sono veramente impaurite dal dover andare in Sudamerica, Asia o Africa)
    – tempi di permanenza nel paese solitamente più brevi (alcuni hanno problemi a lasciare il lavoro per un tempo lungo)
    – bimbi biondi con gli occhi azzurri ? (ecco, questo non mi sentirei di dirlo, anche se ho colto, in un solo caso a dir la verità, questa “preferenza”).
    Altri lavorano ormai esclusivamente con Vietnam e Cambogia. Negli ultimi tempi questi due paesi hanno avuto un vero e proprio boom. Qui il tema cambia: il colore ovviamente non c’entra, ma qui i bimbi sono molto piccoli ed i tempi d’attesa relativamente brevi. Ecco….non per tutti gli enti, comunque. Ma qui entriamo in un altro campo di discussione….
    Sempre a disposizione, un caro saluto.

    Mi piace

  31. Giorgio said,

    @marisamoles
    Grazie a te.
    In realtà da quando ho scoperto l’adozione nel mio piccolo e con le mie poche risorse di tempo (e di testa :) ) cerco di far qualcosa per diffondere il più possibile informazioni e cultura dell’accoglienza.
    Soprattutto una cosa non mi stancherò mai di ripetere: non siamo eroi e neanche santi, certo c’è una predisposizione culturale ed emotiva, ma non è impresa impossibile dare una famiglia ad un bambino abbandonato.
    Come disse, più o meno, qualcuno più famoso di me:
    Non abbiate paura, fidatevi.
    Ciao :)

    Mi piace

  32. frz40 said,

    @ Giorgio

    Grazie davvero, sei stato molto esauriente.

    In effetti pensavo anch’io al problema della scelta Paese come possibilità di scelta implicita, ma mi complimento con te e la tua signora nel vedere che non è il Vostro caso.

    Auguri ancora

    Mi piace

  33. [...] 28 aprile avevo scritto un post sul caso della coppia siciliana che, nella domanda di adozione, aveva espresso la preferenza nei [...]

    Mi piace

  34. Luisella said,

    Ciao!
    Con due anni di ritardo, ho letto questo interessante blog…
    Da mamma adottiva di una bambina congolese, leggendo certe notizie, un po’ mi arrabbio, un po’ sorrido. Col tempo devo imparare a relativizzare.
    La mia è, per certi versi, una “storia al contrario”: potevo/posso avere figli biologici e non li ho voluti, il colore della pelle dell’eventuale adottato/a era per me un problema … desideravo un bimbo (anzi una bimba…anche sessista!) colorato. “Bianco” non era il mio orizzonte del cuore. Gli psicologi dell’asl si sono scervellati su queste turbe che di certo mascheravano devianze e, probabilmente, non hanno mai capito un tubo. Ma niente “turbe” o “devianze” hanno impedito a me e a mio marito di coronare il nostro sogno: una bimba di colore.

    Il razzismo c’è: il compagno di scuola che si pulisce quando lei lo sfiora, quello che non vuole giocare con bambini “marroni”, quello che le dice “sei brutta”… crescendo sarà peggio. O forse no. Le daremo tutto il possibile, in termini affettivi ed economici. Lei è nostra figlia. merita il meglio. L’aiuteremo ad affrontare la vita e i deficienti, così come sono costretti ad affrontare cattiverie e stupidità i “diversi” in generale.
    E poi farà tesoro del mondo.
    Un giorno, durante una vacanza in Francia, ha detto, dopo aver visto molte coppie miste con bimbi scuretti-ma-non troppo: “io sposerò un francese”. … Ok, sposa chi vuoi e va’ dove vuoi. Quando sarai grande, figlia mia, tra 15-20 anni, come sarà il mondo? E dove sarai tu? Non so nulla del futuro, nè del mio nè del tuo. Ti amo infinitamente per come sei e per le tue sfumature d’ebano: ti insegnerò a difenderti e a capire che non è sempre il caso di lottare. Il mondo e il futuro possono essere a volte buoni, a volte no. Con tutti: bianchi, gialli, neri, rossi. Era meglio, forse, lasciarti nell’incertezza del tuo paese, a soffrire la fame, la mancanza d’affetto perchè qui, nel mondo dei bianchi, c’è la possibilità di incontrare molti idioti? Sì? No? Da mamma penso di no.

    Capisco che le scelte siano per tutti diverse, anch’io mi arrovello, a volte, sulle difficoltà che potrà incontrare mia figlia.
    Ma c’è sempre la Francia… cioè la possibilità, per lei, di avere le capacità di spiccare il volo, a suo tempo, per cercare il suo posto nel mondo, che non dovrà essere per forza nè vicino a noi, suoi genitori, nè nel Paese nel quale adesso vive.
    Si può essere diversi in mille modi diversi.
    Troverà la sua strada e il suo posto nel tempo.
    A noi il compito di darle tutti gli strumenti e l’amore possibili per avere spalle larghe e cuore saldo.
    Il resto …. è silenzio!

    Buonissima serata!

    Mi piace

  35. [...] minori adottandi, né può contenere indicazioni relative a tale etnia». (potete leggere i post QUI e [...]

    Mi piace

  36. marisamoles said,

    Cara Luisella,

    mi scuso per il ritardo con cui rispondo e ti ringrazio infinitamente per il bellissimo commento che hai voluto lasciare su questa pagina. Una testimonianza così toccante meritava di più di una replica su un post vecchio in cui la discussione è “morta” tempo fa. Ho così pubblicato il tuo commento su un nuovo post. Ecco il LINK.

    Spero ti faccia piacere.

    Una caro saluto.

    Mi piace


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