22 novembre 2009

PARIDE: BELLO E IMPOSSIBILE

Posted in Pagine d'Epica tagged , , , , , , , , , , a 10:22 pm di marisamoles

Paride, uno dei cento figli di Priamo, re di Troia, è passato alla storia per la sua bellezza e la sua impresa ardita: il rapimento di Elena che tanti lutti ha portato ai Troiani in una guerra decennale conclusasi con la distruzione della città di Priamo. “Bello qual dio”, di lui si dice. Conosciuto con il nome di Paride ma citato nell’Iliade omerica quasi esclusivamente con l’altro nome: Alessandro, che letteralmente significa “difensore degli uomini”. Quali uomini abbia difeso e in che modo, lo scopriremo più avanti. Per ora c’interessa la sua storia, quella di un ragazzo spensierato, ignaro di essere un principe. Infatti la madre era una tipa un po’ superstiziosa, come si addice alle vere donne mediterranee, ed il padre doveva essere troppo impegnato a fare il re e troppo prolifico per accorgersi della sua mancanza (uno più, uno meno). Sta di fatto che la madre Ecuba lo abbandona in fasce spaventata da un terribile sogno premonitore. In effetti, con il senno di poi, chi non avrebbe dato retta al sogno che preannunciava la distruzione di Troia? Paride, comunque, si salva e diviene, destino comune a tutti i pargoli regali abbandonati, un pastore.

La sua è una vita tranquilla, forse non troppo appagante, ma neanche troppo noiosa, visto che ha anche un flirt con una certa Enone, una ninfa del monte Ida, sua vicina di casa. Ad ogni modo, quando, come tutti sanno, al cospetto del pastorello si presenta niente meno che Afrodite la quale, in cambio della famosa mela d’oro, gli offre Elena, non c’è niente da fare: Paride non ci pensa su un istante e, piantata in “asso” la povera Enone, se ne corre a Sparta per rapire la donna promessagli dalla dea dell’amore. Che poi la fanciulla fosse sposata con un certo Menelao, per giunta re, non è cosa che al principe-pastore interessi più di tanto.
Il suo comportamento è quanto di più disdicevole si possa immaginare in un mondo, quello greco arcaico, in cui certe scorrettezze erano considerate non solo sconvenienti, ma addirittura sacrileghe. Infatti Paride prima si fa ospitare dal marito di lei e poi gli rapisce la moglie, violando un vincolo, quello dell’ospitalità, che era considerato sacro a quei tempi.

I fatti successivi sono noti: Menelao convince gli altri re greci a partire per Troia che viene cinta d’assedio per dieci lunghi anni. Ma Paride, una volta tornato nella città natale e rivendicato il suo posto a corte, che fa? Finché si trattava di fare il pastore, si era dimostrato coraggioso nel difendere il gregge e i suoi compagni pastori dai lupi, tanto che venne chiamato Alessandro, che significa, come già anticipato, “difensore degli uomini”, ed è con questo appellativo che lo troviamo a combattere a Troia. Ma in guerra tutto ‘sto coraggio non lo dimostra. La faccenda per lui diventa troppo seria e poco dopo il suo arrivo in città con la sua bella preda, Elena, probabilmente si rode il fegato perché non riesce nemmeno a godere della sua compagnia.
L’atteggiamento vile dimostrato da Paride nell’imbracciare le armi era motivo di grande disonore per il suo popolo. In effetti il poveretto incarna la negazione dell’ideale greco del kalòs kai agathòs (bello e buono). Per i Greci, infatti, virtù e bellezza erano doti complementari e Paride rappresenta, quindi, l’eccezione alla regola.

Anche Elena, probabilmente ben presto pentita di averlo seguito fin sui lidi della Troade, non doveva nutrire per lui una grande stima. La poveretta, infatti, si era ridotta un po’ maluccio e doveva rimpiangere la vita di corte che a Sparta aveva condotto prima di seguire colui che Afrodite stessa le aveva destinato come amante. Elena ebbe illustri natali: era, infatti, figlia di Zeus e di Leda, sorella di Castore e Polluce, di Clitennestra (moglie di Agamennone ed uxoricida) e di Filanoe (moglie di Glauco). Una stirpe di vip, insomma. Le disgrazie di questa bellissima donna non iniziano ad Ilio, perché quando era ancora una fanciullina fu rapita da Teseo. Questi era una via di mezzo tra un play-boy ed un pedofilo, visto che aveva già sedotto e abbandonato, in Nasso, la povera Arianna, quella del filo. Un vero mascalzone, insomma. Una volta liberata dai fratelli, Elena viene data in sposa a Menelao, da tutti noto come il più grande cornuto della storia greca. Le vicende successive sono conosciute e non mi pare il caso di perderci altro tempo.
Del legittimo marito le fonti narrano lo spirito di vendetta e la forza nelle armi; poco si sa del suo aspetto fisico ma se Elena gli preferisce Paride ce lo possiamo immaginare. D’altra parte, del sacrilego rapitore conosciamo un epiteto che ricorre con ossessionante frequenza nei versi in cui compare: “bello qual dio”. E questo dice tutto.

Sarà bello come un dio, ma il nostro Paride-Alessandro di coraggio ne ha ben poco. Lo troviamo, infatti, nel libro III dell’Iliade, pronto – si fa per dire- a sfidare il suo rivale sul campo di battaglia. I due eserciti sono schierati l’uno di fronte all’altro:

Quando furon vicini, avanzando gli uni sugli altri,
tra i Teucri innanzi muoveva Alessandro, bello qual dio,
con una pelle di pardo sulle spalle, l’arco ricurvo
e la spada; agitando due lance con punta di bronzo
voleva degli Argivi sfidare tutti i migliori
e scontrarsi in duello con lui nell’orrenda battaglia
. (Iliade, III, vv. 15-20)

Fin qui ci sembra di essere di fronte ad un eroe pronto a tutto; da parte sua, Menelao gioiva nel vedere davanti ai suoi occhi / Paride, bello qual dio; e sperò far vendetta al reo./ Subito egli dal carro a terra saltò con le armi. (Ibidem, vv.27-29)
L’aspetto del re greco doveva essere tutt’altro che incoraggiante, visto che Paride non appena intuisce le intenzioni poco confortanti, si comporta da vero eroe:
Come dunque lo vide Alessandro bello qual dio
in prima fila apparire, sentì un gran colpo nel cuore
e tra le schiere dei suoi si ritrasse, fuggendo la morte
(Ibidem, vv.30-32)
Vale a dire, girò i tacchi e andò a nascondersi dietro agli scudi e alle corazze dei suoi compagni. Una gran bella figura, insomma.

A questo punto interviene Ettore, il vero eroe in campo troiano, nonché fratello di Paride, uno degli innumerevoli figli di Priamo, il quale lo assale con parole oltraggiose:

Paride tristo, bello di viso, che impazzi a sedurre
le donne, oh non fossi mai nato e celibe fossi morto:
questo preferirei e sarebbe più vantaggioso
d’essere invece così la vergogna e l’odio degli altri.
Certo sghignazzano i Danai chiamati, che avevano creduto
che fossi un valente campione, visto che sei così bello
nell’aspetto, ma in cuore non hai né valore né forza
. (III, vv.38-45)

Insomma, ormai lo sapevano tutti che il bell’Alessandro era una sorta di “bello senz’animo”. Diciamo pure, prendendo a prestito le parole con cui Manzoni presenta don Abbondio, che non era nato, insomma, con un cuor di leone . Diciamo anche che a buon diritto Ettore s’infuria: gli rimprovera, tra le altre cose, di essersi scelto, per rapirla, non solo la donna più bella del mondo, ma anche parente di arditi guerrieri. Proprio uno sciagurato!
E gli insulti non si fermano: Ettore continua impietoso, affermando che solo attraverso il confronto con Menelao si potrebbe rendere conto di qual uomo si tiene la moglie. E allora:
La cetra e di Afrodite i doni non ti gioveranno,
la chioma e la bellezza, se vinto cadrai nella polvere
(III, vv.54-55)
A questo punto al bell’ “eroe” non resta che cedere e proporre, poco convinto, di affrontare da solo in duello Menelao. Il vincitore potrà, dunque, a buon diritto tenersi la bella Elena.

La notizia del duello si diffonde subito e il pubblico si riunisce velocemente sulla rocca di Ilio. Ai poveri Troiani non pare vero di poter, in breve, uscire da quell’incubo. Personalmente credo che a nessuno importasse che il bel Paride salvasse la pelle, nemmeno ad Elena che già si era pentita di essersi lasciata sedurre dal suo fascino e, diciamo la verità, si sentiva un po’ in colpa per aver provocato tutto quel putiferio. La ritroviamo, Elena, sulla rocca insieme agli altri Troiani pronti a tifare per Paride, probabilmente, senza però confidare troppo nella sua vittoria (visto il tipo). La donna è avvicinata dal suocero Priamo che con molto savoir faire le manifesta il suo affetto e la solleva da ogni colpa:
Ai miei occhi tu non sei colpevole, ma gli dei;
essi suscitarono la guerra luttuosa degli Achei
. (III, vv.164-165)
In realtà il re non ha torto, vista e considerata la brillante idea di Ate (la dea della discordia) di seminar zizzania fra le colleghe con quella benedetta mela d’oro!
Le affettuose parole di Priamo, però, nascondono un secondo fine che non tarda a palesarsi: quello di conoscere dalla nuora nomi, cognomi (o meglio patronimici), qualità e difetti degli eroi greci su cui Elena, stando prima dall’altra parte, deve per forza essere informata. La donna, da parte sua, risponde volentieri alle curiosità del re, non prima, però, di essersi sfogata:
Meglio sarebbe stato che io preferissi morte terribile,
quando seguii tuo figlio lasciando il talamo e gli amici,
la figlia delicata e le amabili coetanee
. (III, vv.173-175)
In effetti, non si era comportata in modo esemplare: pazienza mettere le corna al marito, ma fuggire lasciando anche una figlia! Si tratta di Ermione, anch’ella alquanto sfortunata: infatti andò in sposa ad un tale Neottolemo, figlio di Achille, che amava profondamente nonostante fosse promessa ad Oreste. Costui, poi, uccise il rivale e si riprese la fanciulla. A quei tempi faccende come queste venivano sbrigate velocemente e senza tanti complimenti.

Tornando ai sensi di colpa della nostra Elena, in un successivo colloquio con Ettore dà di sé un giudizio ancor più severo (condivisibile, tra l’altro, da molti suoi contemporanei):

Cognato mio, di me cagna che ha tramato disgrazie funeste,
meglio sarebbe stato che nel giorno in cui la madre mi generò
una malvagia tempesta di vento mi avesse trascinata via,
sulle vette di un monte o nel mare echeggiante infinito,
e le onde mi avessero travolta prima che questi mali si compissero.
Ma poiché gli dei così hanno stabilito queste sciagure,
avrei preferito essere la sposa di un uomo più valoroso,
che conoscesse la vendetta e le innumerevoli offese degli uomini.
Costui invece non ha animo saldo, né mai lo avrà:
e io penso che un giorno ne raccoglierà i frutti
. (VI, vv.345-349)

Belle parole, non c’è che dire; in questa circostanza il vero uomo è proprio Elena che non solo ribadisce le sue colpe, assumendosi le proprie responsabilità, ma riesce ad inveire, in modo garbato, contro il suo sposo, prendendosi, almeno a parole, la sua rivincita.
Ma cos’è che porta la donna ad esprimersi in tal modo? Avevamo lasciato la rocca di Troia affollata di pubblico accorso per assistere allo spettacolo dell’anno: Paride contro Menelao, all’ultimo sangue. Elena sta sempre a fianco del re Priamo quando inizia il duello. I due eroi con le loro belle armi si posizionano uno di fronte all’altro sul campo, agitando le lance. Colpisce per primo Alessandro ma manca il bersaglio; il greco risponde, non prima di aver invocato Zeus affinché gli dia una mano contro il traditore. Fallito a sua volta il colpo, furibondo più che mai Menelao si rivolge nuovamente al padre degli dei che pare non aver colto le sue preghiere. Probabilmente in quel momento l’Olimpio era impegnato; una dea libera e a disposizione di Paride, però, c’era: la cara Afrodite che forse si era fatta un esame di coscienza – “Bel casino ho combinato!” – ed interviene pronta e veloce a salvare il suo protetto facendo finire l’incontro 0 a 0. Immaginatevi i fischi che dovevano provenire dagli spalti … pardon, dalla rocca! Non si poteva nemmeno sperare nei tempi supplementari, cosicché quello che doveva essere l’incontro, anzi lo scontro decisivo, si risolve in un nulla di fatto, riportando la situazione al punto di partenza.
La guerra, quindi, continua ma non sarà certo Paride, con il suo coraggio e le sue sole forze, a risolvere la situazione; con un colpo di fortuna – e l’aiuto di Apollo – riuscirà ad uccidere Achille, il più valoroso dei Greci. Sarà, però, ferito da Filottete, infallibile arciere, e quando si recherà, alquanto sfacciatamente, da Enone, la fanciulla sedotta e abbandonata sul monte Ida, per essere curato con una delle sue erbe mediche – la ninfa, infatti, era un’esperta in fitoterapia – lei gli negherà il suo aiuto e lo lascerà morire. Finalmente una che si comporta da vero uomo! Peccato che poi la poveretta si lasci torturare dal rimorso fino al suicidio.

Come tutti sanno, la guerra sarà vinta dai Greci grazie all’astuzia di quel gran figlio di … chiamato Odisseo, per gli amici Ulisse.
Elena, invece, che fa? Come si dice, “morto un papa se ne fa un altro” … morto Paride, la fanciulla sposa uno dei cognati troiani, Deifobo, un vero eroe, visto che era riuscito anche a ferire Achille durante uno scontro. Caduta Troia, però, la perfida donna vuole riguadagnarsi i favori dell’ex e introduce Menelao, accompagnato dall’immancabile Ulisse, nella sua stanza nuziale e fa trucidare l’ignaro Deifobo. Una vera megera! Altro che sesso debole.
Dopo la fine del suo terzo marito, se ne torna tranquilla in Grecia con il primo che la perdona (ci vuole un bel coraggio, però!) e vive in pace con lui finché, sopraggiunto il decesso anche di questo, viene cacciata con tutte le più sante ragioni dai figli di lui. Si rifugia quindi a Rodi presso un’amica – almeno, era convinta che lo fosse! – una certa Polisso che, a tradimento, la fa impiccare. Secondo altre fonti, Elena si suicida ma, conoscendo il tipo, credo proprio che non l’avrebbe mai fatto: troppo orgogliosa e troppo abituata a vincere. Dalla morte di Paride in poi, la storia di Elena sembra quella di alcune dive di Hollywood che si divertono a far strage di uomini, facendoli cadere nelle loro reti con grande facilità. È il caso di dirlo: nonostante quello che gli antichi scrittori vogliono farci credere, erano le donne, almeno quelle come Elena, a portare i pantaloni in casa. Altro che il bel Paride-Alessandro!

[nell’immagine: “Paride” di Antonio Canova, Venezia, Museo Correr]

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12 commenti »

  1. elisabetta said,

    Ho letto divertita e con molto interesse il tuo post sulle vicende di Paride ed Elena….

    Immagino che anche questo racconto faccia parte di quel tuo manoscritto non pubblicato, peccato ti consiglierei di farlo…

    Parecchi anni fa (anzi molti, esattamente nel 1991) era uscito un libro di De Crescenzo con il titolo “Elena, Elena, amore mio”: l’autore riportava come te, in modo umoristico alcuni episodi della mitologia greca giocando con i loro dialoghi ipotetici .

    E’ stato anche quello di De Crescenzo un modo di porgere la vita, le gesta e gli amori di quegli dei e di quegli eroi in modo semplice e divertente, egli introduce tra quei personaggi anche personaggi di sua invenzione per rendere il suo romanzo più attuale e meno impegnativo.

    Non vedo perché, se il romanzo di De Crescenzo è stato accettato dalla Mondadori, non possa esserlo anche il tuo… provaci…..

    Auguri

    eli

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  2. marisamoles said,

    Cara Elisabetta,

    innanzitutto grazie per l’apprezzamento. Io sono una fan accanita di De Crescenzo e in realtà il “libro” che ho scritto voleva essere una sorta di risposta al suo Le donne sono diverse. Ho colto il suo invito: nell’ultima pagina, infatti, si legge: “… spero di essere letto da qualche brava scrittrice e di poter leggere a mia volta un libro intitolato Gli uomini sono diversi”. Beh, mi sono detta, questa è una sfida. Poi ho pensato che non sono una scrittrice e per quanto riguarda la bravura, non sta a me giudicare se sono brava o no. Ma se non sono una scrittrice e non so se sono brava, cosa mi metto in testa? Come faccio a scrivere qualcosa, sfidando addirittura uno come De Crescenzo?

    Eppure l’ho fatto, divertendomi molto anche se ho studiato un bel po’. Ho tentato inutilmente di trovare l’indirizzo di De Crescenzo; alla fine mi sono decisa ad inviargli qualche pagina presso la Mondadori, ma non ho ottenuto risposta. L’unica persona che sono riuscita a contattare, sperando mi potesse mettere in comunicazione con De Crescenzo, è stata Luca Goldoni, un altro scrittore che ammiro molto. Beh, non ci crederai ma mi ha telefonato a casa una domenica mattina alle 9. Credevo fosse uno scherzo, ma nessuno sapeva che gli avevo scritto: doveva essere per forza lui. Così, percependo il mio imbarazzo, lui è stato carinissimo e mi ha incoraggiata a non mollare. Purtroppo, però, non mi ha dato l’indirizzo di De Crescenzo dicendomi che non lo conosceva. Bugia! Per me fra loro si conoscono tutti.

    Oramai sono passati anni e non ho mai avuto il tempo -in fondo nemmeno la voglia- di mandare in giro il “manoscritto”. Sarei più libera d’estate, ma non è il periodo migliore perché anche gli editori vanno in ferie. Comunque, con tutti gli inediti che vengono spediti ogni giorno alle case editrici, e vengono rifiutati, io non credo di avere proprio alcuna speranza.

    Per ora mi accontento di pubblicare qualche pagina qui, per divertire te e altri lettori, ovviamente, ma anche per rendere meno noioso ai miei allievi lo studio dell’epica. Veramente loro ne sono entusiasti e da questo si capisce che la passione si riesce ancora a trasmettere alle nuove generazioni. 🙂

    Grazie per la tua assiduità e a presto … con un’altra puntata!

    Mi piace

  3. elisabetta said,

    Non mi meraviglio per la gentilezza e la disponibilità che hai trovato in Luca Goldoni.

    Egli ha la casa come me in Costa Paradiso, località della Serdegna e mi capita spesso di incontrarlo.

    Conosco il signor Goldoni solamente di vista, ma so che a chiunque gli rivolga la parola egli è sempre disponibile ad ascoltare e rispondere.

    Tra i suoi libri ce n’è uno anche sulla Sardegna che egli ama incondizionatamente e raggiunge ogni anno da molti anni e in quel libro egli parla anche di Costa Paradiso.

    Tornando a Luciano De Crescenzo, devo dire che anch’io ho letto diversi suoi libri, meno di quelli che avrai letto tu essendo una sua fans, ma abbastanza per dire di poterlo amare e stimare come scrittore, umorista e filosofo.

    Anch’io, come Luca Goldoni ti invito a non demordere: quello che non accade in anni, può sempre accadere in un solo giorno…. Mai dire mai, mai gettare la spugna….

    Auguri

    eli

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  4. frz40 said,

    Divertente, davvero.

    Ma dimmi la verità: quella Elena non era un po’ troietta?

    E quando ci son di mezzo quelle, guarda un po’ che casini vengon fuori.

    🙂

    Mi piace

  5. marisamoles said,

    @ Eli

    Grazie per le parole d’incoraggiamento! 🙂

    @ frz

    Beh, l’appellativo non troppo carino “troia” deriva da lì …
    la povera città di Ilio, nota più con il nome che deriva dalla sua rocca, Troia appunto, viene identificata con la … peccatrice stessa. Sarebbe più onesto dire: “Quella là è una Elena!”, la città che c’entra? Però mi posso immaginare il crudele destino che attenderebbe tutte le “Elene” del mondo. A parte gli scherzi, Elena è un nome bellissimo che deriva dal greco helenos e significa “la scintillante”, “rilucente come il sole”. Pare che tale nome abbia ottenuto il dovuto riscatto grazie alla celebrità di Sant’Elena, madre dell’imperatore Costantino, ma forse la fama di questa santa fu aiutata da quella della donna più bella dell’antichità.

    Ora, però, il termine più in voga è “escort”. 😉

    Mi piace

  6. elisabetta said,

    Per sorriere un po’….
    Mi piace sempre giocare con le parole…..

    Riprendendo quello che ha scritto frz…. si potrà dire:

    Ma quella è Elena di Troia o è quella Troia di Elena????

    No eh?…. battutaccia… ma oramai l’ho detta……

    🙂 eli

    Mi piace

  7. marisamoles said,

    @ Eli

    La battuta è fortissima! A me piace la spontaneità e poi ridere ogni tanto fa bene alla salute. Insomma, non si può essere sempre seri come vorrebbe un “amico” blogger … 🙂

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  8. […] Ho pensato a lungo sul titolo da dare a questo mio post, che si va ad aggiungere agli altri due (su Paride e Achille) che costituiscono una specie di lettura semiseria di alcune pagine d’epica. […]

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  9. notitiae said,

    Bellissimo post, grazie. Bello anche il sito. Vi segnalo un bell’articolo di NotitiAE sui Septem Pignora Urbis a questo link

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  10. […] a cieca passione. Ella si trova in buona compagnia: fra i lussuriosi troviamo anche Cleopatra, Elena e Paride, che certamente non potevano mancare, persino Achille, accusato di essersi lasciato vincere […]

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  11. Varriale Francesco said,

    Bellissimo ed esaustivo,complimenti! Lo dice un sessantasettenne da sempre patito di Omero.Mi permetto,comunque sottolineare due dimenticanze.Secondo uno scrittore greco di cui non ricordo il nome,Achei e Troiani combatterono per un fantasma,un’ombra.Poveretti!Tale era l’Elena che l’ignaro Paride condusse a Ilio.Si vede che quella vera proprio non la meritava.La fine di Elena non fu così tragica,anzi.Nell’Odissea Menelao racconta all’ospite Telemaco che Proteo gli aveva profetizzato che alla fine dei suoi giorni terreni,gli dei gli avevano riservato la vita eterna nell’isola dei beati insieme a Elena,rinfrescati dal dolce vento Favonio….Tutto sommato il buon Menelao ne aveva diritto dopo quello che aveva passato per quella femme fatale! Salutoni,Francesco.

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  12. marisamoles said,

    Grazie, caro Francesco!
    I miti hanno molteplici versioni. Quella di cui parla a proposito di Elena è la versione di Euripide. In ogni caso, il mio scritto non ha la pretesa di essere “perfetto”, non è un saggio, è solo una lettura semi-seria di alcune pagine dell’epica antica. Legga anche le altre, se le va.

    Un caro saluto.

    Mi piace


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