“L’AVVENIRE”: GELMINI FAI LA MAMMA

donna_incintaDopo le dichiarazioni del ministro Mariastella Gelmini, futura mamma: “A casa, neanche un giorno”, il mondo cattolico, e non solo, si è scatenato in giudizi peraltro nemmeno richiesti. Ma per qualunque mamma, a meno che non si tratti di qualche donna bionica, una dichiarazione del genere fatta al quarto mese di gravidanza, fa almeno sorridere. Certo di per sé la gestazione non è una malattia e la maternità è una gioia unica ma non dev’essere totalizzante. Ma da questo a pensare di poter davvero essere superefficiente alla fine dei nove mesi e per il primo periodo dopo il parto, ce ne corre. Provare per credere.

Di certo attrezzare una nursery al ministero risolve qualche problema, ma non tutti. Specialmente dovendo fare i conti con le notti passate seminsonni. Ancora, è giusto non pensare ad un figlio come ad un tiranno che vuole la mamma tutta per sé, ne fa una quasi schiava a suo completo servizio. Tuttavia, forse bisognerebbe spostare l’attenzione su un altro aspetto della maternità: la gioia di diventare mamma e il bisogno che non solo il bimbo ha di colei che l’ha messo al mondo, ma soprattutto la necessità che la madre sente di passare il suo tempo con quella creatura che per nove mesi ha solamente immaginato, ispirandosi alle “foto” delle ecografie. È un bisogno reciproco di fronte al quale non c’è lavoro che tenga, non c’è dovere istituzionale che tenga, non c’è riforma che tenga. Tutto può aspettare, un bimbo no.

Raramente sono d’accordo con il quotidiano “L’Avvenire”, ma questa volta concordo sulle osservazioni fatte riguardo le dichiarazioni rese dal ministro Gelmini a Il Corriere . Caro ministro, è meglio fare la mamma, e non lo dico perché, come molti, ritengo sia un bene per il mondo della scuola che si allontani per un po’ dai problemi del MIUR. Lo dico da mamma, pensando ai mesi felici trascorsi con i miei figli, a casa dal lavoro serenamente in congedo per maternità. Una ricchezza che non ha paragoni, certamente non con i tagli dello stipendio. Di soldi ne ho persi tanti, nei mesi di astensione volontaria, ma il tempo trascorso con i miei cuccioli mi ha ripagata in sorrisi, prime parole, poppate anche notturne, primi passi … sono doni che un figlio offre alla propria madre che non possono essere paragonati a qualche centinaio o migliaio di euro persi.

Proprio perché so bene quale prezioso dono costituiscano i figli per una mamma (e un papà, naturalmente), pubblico la lettera che Marina Corradi scrive sulle pagine de L’Avvenire: Parole condivisibili e che non hanno bisogno di commenti. Poi, caro ministro Gelmini, veda Lei.

La maternità e il lavoro
Signora Ministro, si prenda il tempo più bello

«Neppure un giorno a casa», promette sorridendo il ministro Mariastella Gelmini, annunciando la sua prossima maternità. È la tendenza fra le nuove madri professioniste o dirigenti, superimpegnate in un lavoro che le appassiona, e in grado di pagare le migliori tate: «Neppure un giorno a casa». Libere di fare come preferiscono. Tuttavia, però, vorremmo solo dire a queste donne, in amicizia, una cosa: vi perdete, in quest’ansia di tornare a “produrre”, qualcosa di molto grande. Vi perdete le vostre ore più belle. È un privilegio ormai, in questi tempi di precariato, potersi concedere di fermarsi per un figlio. È quasi un lusso. Ma a mia figlia, quando sarà grande, direi: prenditi tutto il tempo che puoi, consuma questi giorni in pace. Guardati, abbracciati il tuo bambino. Queste ore non torneranno.

Prenditi il tempo di stringertelo addosso: guarda come istintivamente ti si rannicchia fra le braccia, cercando ancora l’eco del battito del tuo cuore. Guardalo, e lasciati riempire di stupore: nove mesi fa non c’era, e ora è un uomo. Non è sbalorditivo? Germinato da un seme invisibile. Perfetto, e sì che tu di lui non avresti saputo fare neanche un capello. Trattieni il fiato: quel tuo figlio fra le braccia, è un mistero.

Annusalo: sa di latte, di cucciolo. Ma già fra pochi giorni il suo sguardo si illuminerà incontrando i tuoi occhi. Non lasciarti rubare quello sguardo da nessuno. Niente vale quel suo primo riconoscerti, quel tacito dirti: eri tu, quel buio morbido che mi abbracciava.
Guardalo. Guardagli le mani, così incredibilmente piccole; e senti come afferra e stringe forte il tuo dito, come ci si avvinghia. Impara come lo calma la tua voce, e come la ninna nanna che ti cantava tua madre, trent’anni dopo, naturalmente ti torna alla memoria.

Guardalo ancora. A chi somiglia? Ritrovargli negli occhi lo stesso cipiglio di tuo padre, o nei capelli il rosso fulvo di un nonno che neanche hai conosciuto. I geni che arcanamente si declinano, memori, nel tuo bambino. E lui, lui che – è straordinario – è te, e insieme l’uomo che ami.
Piange. Ha fame a tutte le ore. Ti avranno detto: un figlio, che fatica. Ti avranno detto delle notti in bianco. Vero, ma non si parla mai del resto: di cos’è, di quanto è grande stringersi addosso questo piccolo straniero. Se la fa addosso, urla, ha bisogno di tutto. Ma te ne innamorerai pazzamente. Non perdere i primi giorni di un grande amore.

Succhia, avido, e poi crolla addormentato. Tientelo stretto ancora un momento. Fermati a scoprire con meraviglia che ogni uomo al mondo è stato, un giorno, come tuo figlio stanotte: un bambino inerme fra le braccia di una donna. Ognuno, pensa: tutti i guerrieri e tutti i soldati, e gli assassini e gli eroi, tutti i morti di tutte le guerre del mondo sono stati, un giorno, uguali a tuo figlio stanotte: come lui innocenti, come lui abbandonati. Se lo capisci, non guardi più agli altri come prima. Sei quasi sottilmente cambiata. È un’altra donna, quella che incroci allo specchio con quel neonato fra le braccia. Come avendo per un istante sperimentato cos’è, la misericordia; che vuol dire, in ebraico, “amare con viscere materne”.

Gusta gli attimi, non avere fretta, contempla ciò che ti è accaduto. Hai avuto un dono. Esserne felice è già il principio di una gratitudine. (E chi è grato, è lieto).

Questo dirò a mia figlia, quando sarà grande. Le dirò che il lavoro è una cosa bellissima, è una cosa importante. Ma non lo è tanto da rinunciare ai primi mesi con tuo figlio. Sono tuoi, ti appartengono. Sono un privilegio – sì, privilegio, anche se oggi non si usa dirlo – delle donne: la straordinaria gioia di mettere al mondo, dalla propria carne, noi capaci di nulla, un uomo.
Signora ministro, auguri. Se lo goda almeno un po’, il suo bambino. Tutto, di fronte a lui, può attendere. Non si perda l’inizio di un grande amore.

Marina Corradi