31 ottobre 2009

NOEMI, LA FIGLIA SEGRETA DI SARAH FERGUSON

Posted in Satyricon, spettacolo, talenti, televisione tagged , , , , , , , , a 10:35 pm di marisamoles

NoemiXfactor2009Nonostante non abbia mai visto Noemi a XFactor, ho avuto modo di sentirla cantare e devo ammettere che mi piace molto. Conoscevo la sua voce ma non il suo viso. Nelle ultime settimane, sentendo spesso alla radio il suo ultimo successo “L’amore si odia”, cantato a due voci con la splendida Fiorella Mannoia, mi sono incuriosita e sono andata a cercare un video su You Tube. Ho trovato quello in cui presenta il suo ultimo pezzo proprio a XFactor, su quel palcoscenico dove ha mosso i primi passi verso il successo. È curioso il fatto che lei e Giusy Ferreri, pur non avendo ottenuto la vittoria nel talent show di Rai2, hanno avuto molto più successo dei vincitori stessi, Ciò che accomuna le due interpreti è, secondo me, quel timbro particolare di voce che fa sì che, non appena le senti cantare, non puoi sbagliarti, ti convinci che sono proprio loro anche se non le hai sentite interpretare quella canzone.

SARA_FERGUSONMa, vi chiederete, che c’entra questo discorso con il titolo del post? C’entra, c’entra. Perché, mentre guardavo il video su You tube, non facevo altro che chiedermi a chi somigliasse questa ragazza che fino allora non avevo mai visto. Poi ho avuto un’illuminazione: sembra Sarah Ferguson, l’ex moglie del principe Andrea, nonché duchessa di York, titolo che ha mantenuto anche dopo il divorzio.
Ho cercato, allora, delle foto della duchessa e ne ho trovate parecchie. Tuttavia, non riuscivo a trovarne una in cui la somiglianza con Noemi fosse evidente. Tutt’altra cosa è, infatti, osservare un volto su di un video e vi assicuro che in quello scovato su internet la somiglianza tra Noemi e Sarah è davvero impressionante.

Fatta questa scoperta, avevo in mente di scrivere un post del tipo “Separate alla nascita”. Poi, però, ho fatto due conti: la Ferguson ha da poco compiuto 50 anni, Noemi ne ha 27, più che sorelle gemelle, separate alla nascita, potrebbero essere … madre e figlia!
Ecco che la cantante italiana potrebbe essere la primogenita della duchessa di York, nonché sorella delle principessine Beatrice (nata nel 1988) ed Eugenia (del 1990). La somiglianza delle tre principesse con Noemi è notevole, non trovate?

A parte gli scherzi, auguro a Noemi tutto il successo che merita e che di certo avrà perché il suo album “Sulla mia pelle” è uscito agli inizi di ottobre e in un paio di settimane è balzato ai vertici della classifica delle vendite. Mi vien da pensare: ma se non ci fossero questi new talents, le case discografiche avrebbero già chiuso i battenti!

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30 ottobre 2009

“AMORE 14” DI FEDERICO MOCCIA IN USCITA AL CINEMA

Posted in adolescenti, adolescenza, Alessandra Amoroso, amicizia, amore, attualità, spettacolo tagged , , , , , a 11:26 pm di marisamoles

amore 14Ora Moccia non si ferma più. Per uno che ha dovuto distribuire gratuitamente le prime copie del libro d’esordio, l’ormai famosissimo Tre metri sopra il cielo, pubblicato la prima volta a proprie spese nel lontano 1992, il quarto film in uscita (ma il secondo in cui è anche regista), con la pubblicazione dei relativi libri, sembra quasi un record. Non solo, “Amore 14”, il cui omonimo romanzo è stato pubblicato un anno fa, anticipa l’uscita di un altro film, il sequel del libro Scusa ma ti chiamo amore intitolato Scusa ma ti voglio sposare, nelle sale cinematografiche dal 30 gennaio 2010, per la regia dello stesso Moccia.

Tema di fondo dei libri di Moccia è, come sempre, il mondo degli adolescenti, con le sue stravaganze, con quella voglia di trasgressione tipica dei ragazzi di oggi che vogliono scoprire il mondo a modo loro, ma sempre animato dai sentimenti che non cambiano, con il trascorrere delle generazioni: l’amore causa quell’intima e unica tempesta nell’animo di ragazzi e ragazze, sempre uguale nel suo manifestarsi spesso in modo inaspettato.

Con “Amore 14” Moccia affronta la tematica del primo amore, forse un po’ precoce e acerbo, sullo stile dell’ormai antico “tempo delle mele”. Ma si sa, i ragazzi moderni bruciano le tappe, scoprono presto il sesso anche se poi comprendono, meglio tardi che mai, che l’amore è tutt’altra cosa.
Nel film in uscita oggi, si racconta la storia di Carolina detta Caro, 14 anni, alle prese con i primi amori, il primo bacio, la prima volta, l’amicizia, le feste, la scuola, il rapporto spesso conflittuale con i genitori.
Ci sono le amiche del cuore, Alis e Clod, con le quali condividere i giorni e i sogni. Ci sono i primi baci rubati nella penombra del portone. C’è la scuola, due nonni meravigliosi che la sanno guardare in fondo all’anima e un fratello leggendario, Rusty James, che aiuta il suo cuore a sognare. E poi c’è l’amore, quello vero, che ha il nome di Massimiliano, incontrato in una libreria un pomeriggio di settembre.
“Amore 14” è un viaggio attraverso i sentimenti, l’entusiasmo che si ha nell’incontrare il primo amore, il dolore di un’improvvisa delusione, la prima, quella che ti lascia senza parole, è la perdita di una persona cara, è l’amicizia che credi non ti deluderà mai. È la storia di un amore unico e dolcissimo, quello tra i nonni di Carolina, capace di superare il tempo e lo spazio. È una storia di grandi passioni e forti emozioni, di un giovane scrittore, Rusty James, che per inseguire le proprie ambizioni ha il coraggio di andare contro tutti e tutto, di contraddire il padre e andare a vivere in un barcone sul Tevere dove finalmente riuscirà a realizzare il suo sogno.
“Amore 14” è l’amore, visto in tutte le sue innumerevoli sfaccettature, è l’amicizia, è il coraggio di credere nei propri sogni. [per la trama del film, questo è il LINK]

La protagonista, Carolina, è interpretata da un’attrice diciannovenne al suo esordio, Veronica Olivier. Lui, invece, è Giuseppe Maggio, come Veronica alla prima esperienza cinematografica, fascino tipico del bel tenebroso stile Scamarcio. Nel cast, tra tanti sconosciuti, spicca solo il nome di Pamela Villoresi, attrice prevalentemente teatrale, che a sua volta ha esordito giovanissima, appena diciottenne, nello sceneggiatoTV “Marco Visconti” al fianco di Gabriele Lavia.

Da non dimenticare: Moccia per la colonna sonora del film ha scelto la canzone “Estranei a partire da ieri” di Alessandra Amoroso, vincitrice della scorsa edizione di “Amici”. (per il VIDEO, clicca QUI )
Per il trailer del film e interviste ai protagonisti clicca QUI .

LA SCELTA CORAGGIOSA DI ROBERTA SARDOZ: “IO E PIERO MARRAZZO SIAMO ANCORA UNA FAMIGLIA”

Posted in attualità, donne tagged , , , , , a 6:23 pm di marisamoles

roberta serdozNella triste vicenda di trans, ricatti e video compromettenti che come una valanga ha travolto l’ex presidente della Regione Lazio, Piero Marrazzo, il vero atto di forza l’ha fatto sua moglie. Giornalista del TG3, donna emancipata come la definisce in una lettera al Corriere della Sera l’avvocato Giulia Bongiorno, avrebbe potuto fare una scelta diversa. Anzi, le voci all’indomani del fattaccio sembravano propendere per il suo allontanamento da casa. E invece la moglie di Marrazzo, Roberta Serdoz, ha deciso di rimanere al suo fianco. Un’amica della coppia racconta al Corriere come la coraggiosa Roberta non se la sia sentita di abbandonare il marito in difficoltà. Lo stress psicofisico, diagnosticato a Marrazzo dai medici del Policlinico Gemelli, imporrebbe una terapia psicologica, forse lunga. Ma, secondo l’amica, il terapeuta Piero ce l’ha già in casa: Roberta per lui, da sempre, è la migliore terapeuta che possa esistere, con la sua capacità di parlare, di ridere, di riflettere. Forse, più in là, si prenderanno anche una vacanza. Per stare vicini, per ritrovarsi. Ma è presto per fare programmi, questi sono solo i giorni del dolore e della fatica di andare avanti.

Già, “ritrovarsi” è la cosa che conta di più. Perché non può essere diversamente: Roberta e Piero si erano persi, forse per il troppo lavoro, forse per quella inevitabile “noia” che mina le coppie collaudate, insieme da anni. Forse la gioia di essere una coppia era scemata insieme alla passione che, come gli stessi scienziati affermano, ha vita breve e ha bisogno ogni tanto di una scintilla che la riaccenda. Nel male più che nel bene forse, come coppia, i due avevano bisogno proprio di questa scintilla.
Da donna mi chiedo che cosa possa aver condotto un uomo apparentemente rigoroso, come Marrazzo, tra le braccia di un transessuale. Non capisco quali emozioni andasse cercando, forse perché sono una donna sposata e il solo pensiero che mio marito possa rimanere invischiato in tal genere di rapporti, inaccettabili a livello morale se una moralità esiste nelle persone “per bene”, mi fa rabbrividire. Qualche sera fa a Matrix un transessuale intervistato ha dichiarato, con una certa sicumera, che gli uomini cercano in loro quello che le donne italiane non sanno offrire, prese come sono dal loro essere “per bene” e magari anche un po’ bigotte. Mi sono chiesta dove volesse andare a parare con quel discorso una persona che non è né uomo né donna e come tale non potrebbe nemmeno capire cosa le donne, italiane e non, possano chiedere e offrire ai loro uomini. No, non c’è giustificazione che tenga. Al limite, scusate se sono schietta, se sono proprio le donne italiane a non soddisfare i loro compagni, perché allora quest’ultimi non vanno con le prostitute ma si rifugiano in rapporti così ambigui? Perché pare che siano molti gli uomini “per bene” e apparentemente ineccepibili quanto a moralità che frequentano i transessuali. Allora, evidentemente, c’è qualcosa che non va non nelle donne ma nella società stessa che ha permesso che certe relazioni fossero messe in piazza cosicché, anche quelli che non avrebbero mai concepito di avere dei rapporti con i trans, si sono quasi convinti che a provare una volta non si abbia nulla da perdere, tanto per vedere “l’effetto che fa”. Poi, magari, ci hanno preso gusto e dagli incontri sporadici si arriva presto ad una vera dipendenza, senza nemmeno rendersene conto.

Tornando a Roberta, mi hanno toccato profondamente le parole dell’avvocato Giulia Bongiorno scritte nella lettera al Corriere. Della giornalista, moglie tradita e donna coraggiosa che non si è lasciata schiacciare da questo macigno che le è piovuto addosso da un giorno all’altro, dice:

In questa insolita scelta di forza, Roberta Serdoz rivela un’attitudine che abita le donne, sebbene spesso rimanga nascosta: sapere quando è il momento di prendere in mano la situazione. Essere all’altezza, in un attimo. Dopo essersi adattate, magari per anni, a ruoli anonimi, dimessi, defilati, ma preparandosi silenziosamente ad assumere un ruolo diverso, senza smettere mai di coltivare la capacità di diventare artefici del destino proprio e altrui. Una marcia in più che appartiene alle donne, quasi ontologicamente.

Ebbene sì, è proprio vero: le donne hanno quella marcia in più che le porta a reagire alle situazioni critiche in modo quasi eroico. È vero che, di fronte alla debolezza del marito, ormai distrutto fisicamente e moralmente, la forza dimostrata da Roberta è l’unico mezzo che potrà, forse, risolvere i problemi tra di loro. Perché se è vero che la reazione più immediata sarebbe potuta essere la rabbia, la pietà e l’amore, in situazioni come queste, hanno senz’altro l’effetto migliore. La rabbia offusca la mente e porta ad atteggiamenti irrazionali, il dolore schiaccia psicologicamente le persone e non permette alcuna reazione. La moglie di Marrazzo, come osserva la stessa Bongiorno, ha scelto la terza via: superare il disorientamento iniziale, non lasciarsi trascinare dall’ira né opprimere dal dolore e dal risentimento. Se così avesse fatto, avrebbe lasciato da solo un uomo in difficoltà, un uomo a pezzi, come lo stesso Marrazzo si è definito, distrutto e pentito. E se qualcuno obiettasse che siamo di fronte alle solite lacrime di coccodrillo, potrei anche ammettere le sue ragioni ma, evidentemente, la signora Marrazzo ha agito seguendo la voce del cuore: ha deciso di non abbandonare la nave che affonda, cercando di prenderne il comando. Questo è la metafora con cui si conclude la lettera dell’avvocato Bongiorno e ritengo sia l’immagine più bella che potesse trovare per definire il coraggio di una donna che, una volta ancora, non può essere definita “sesso debole”.

29 ottobre 2009

RAZZISTA CHI LEGGE?

Posted in attualità, pubblicità tagged , , , , , , , , , a 6:59 pm di marisamoles

cartellone negro lesbica

Stamattina, mentre fumavo una sigaretta in un angolino del cortile “di servizio” della mia scuola, luogo solitario in cui mi sono autoesiliata -non si fa che parlare di dare il buon esempio! Poi i ragazzi fumano più di me ma questo non ha importanza-, la mia attenzione è stata attirata da un cartellone pubblicitario. Prima di tutto ho riconosciuto la donna ripresa nell’immagine fotografica: ho scoperto dopo, grazie a internet che toglie ogni curiosità, o quasi, che si tratta di una deputata del Pd, Anna Paola Concia, la cui faccia mi era nota poiché l’altra sera era ospite a Matrix su Canale 5 e ha stressato parecchio sottolineando, ad ogni pie’ sospinto, che l’articolo corretto da anteporre a “transessuale” è “la” e non “il”. La puntata, manco a dirlo, era dedicata alla triste vicenda di Piero Marrazzo, quindi non potevano mancare i riferimenti ai transessuali (alle transessuali, per far contenta la Concia). Che fosse un tipo strano, l’onorevole Concia, l’avevo capito; che fosse omosessuale avrei potuto anche intuirlo ma, vista l’ora tarda, la mia perspicacia, che anche in condizioni normali scarseggia, era del tutto annullata dal sonno che incombeva inesorabile su di me, ormai sfinita dalle consuete diciannove ore di attività.

Tornando al cartellone, accanto alla gentile signora era ben visibile un uomo di colore che ho poi scoperto essere, sempre grazie all’insostituibile Google, anche lui un deputato, tale Jean Leonard Touadì. Il testo del messaggio recita: CI CHIAMI SPORCO NEGRO E LESBICA SCHIFOSA, MA TI OFFENDI SE TI CHIAMANO ITALIANO MAFIOSO.
La campagna pubblicitaria è curata dall’ARCI che mette in guardia il lettore con parole minacciose: “IL RAZZISMO È UN BOOMERANG. PRIMA O POI TI RITORNA”.

Ora non vorrei fare la moralista dicendo che un tale cartellone non dovrebbe trovarsi ben in vista in prossimità di una scuola (e pazienza la mia che è un liceo, ma ce n’è uno un po’ più in là proprio di fronte ad una scuola elementare); quello che mi sconvolge, essendo stata costretta a leggere il testo, che mi si rimproveri di essere razzista e omofoba. Non solo, che si creda che io possa offendermi se qualcuno mi chiama “italiana mafiosa”. Prima di tutto, sono dell’idea che ogni uomo/donna abbia pari dignità, a prescindere dal colore della pelle, dalla cultura, religione, lingua, provenienza geografica o tendenze sessuali. Poi, anche se le mie origini sono meridionali, non ho nessun legame di parentela con famiglie mafiose o camorriste che dir si voglia. Io non offendo nessuno, purché nessuno offenda me. Se poi il razzismo è un boomerang, allora il suo effetto non mi sfiora nemmeno, perché razzista non sono.

A questo punto qualcuno potrà obiettare che i cartelli pubblicitari sono nelle strade bene in vista, alla portata di tutti –anzi, sarebbe meglio dire all’occhiata …- e che il messaggio non è rivolto al singolo. Certamente. Ma se un cartello mi invita a mangiare una deliziosa crema spalmabile di cui non sono consumatrice perché il mio colesterolo, già alto, andrebbe alle stelle, sarò libera di scegliere se acquistare quel prodotto o no, ma nessuno mi minaccerà mai, attraverso il messaggio stesso, che se non cederò alle lusinghe di quel bel barattolone mi accadrà qualcosa di male.
Ragion per cui, credo che quella di cui sto parlando non sia una pubblicità, sia un monito. E dà per scontato che chiunque legga sia razzista, così come chiunque veda la crema spalmata su una deliziosa fetta di pane fragrante, sia un consumatore. Ma mentre il consumatore del prodotto è considerato solo potenziale, e infatti si invita qualcuno ad acquistarlo, i due onorevoli, tra l’altro nudi, non mi invitano a non essere razzista, bensì danno per scontato che io lo sia e che sia enormemente infastidita dal fatto che qualcuno mi chiami mafiosa, cosa che nella mia vita non è mai accaduto proprio perché non lo sono, né nei fatti né potenzialmente.

Sarò un po’ rompina, ma questo tipo di pubblicità mi sembra alquanto sconveniente, basandosi solo su delle illazioni. Ma sul sito dell’onorevole Concia, le motivazioni che hanno indotto a questa campagna sono tutt’altre:

pensando a quanto ci assomigliamo noi due, lui nero e io lesbica, e quanto si assomiglia lo sguardo degli altri su di noi, ho concluso che il razzismo non ha solo a che fare con la razza. E’ l’atteggiamento di chi ragiona solo per classifiche. Di chi si sente sempre in serie A, e decide che quelli che non gli somigliano dovrebbero giocare in serie B, a prescindere da quanto valgono.
E’ un atteggiamento di immensa presunzione: ma purtroppo, il razzismo non guarda in faccia nessuno, neanche i presuntuosi. Il razzismo, i miei amici pubblicitari l’hanno pensato proprio come un boomerang, perché se lo fai partire, prima o poi torna al mittente.
[…] Quando un italiano, convinto di giocare a pieno diritto in serie A (in quanto maschio, bianco, eterosessuale, benestante, occidentale, cristiano) si sente dare del mafioso all’estero, ecco che si sente vittima. E soffre. E si agita. Ritiene di essere oggetto di razzismo. Non si accorge che è vittima dello stesso criterio che ha finora applicato, sul lavoro, in metropolitana, pensando di avere più diritto a sedersi degli altri esotici passeggeri. Il boomerang che ha lanciato è cioè tornato al mittente.

Certo, il ragionamento non fa una piega ma, come si suol dire, non è bene fare di tutta l’erba un fascio. Perché adottare uno strumento così provocatorio per sottolineare un concetto tanto semplice e facilmente comprensibile? Ogni uomo e donna hanno pari dignità. L’intolleranza è una cosa abietta e chi la esercita su persone che ritiene inferiori, non ha la capacità di pensare. Ma che all’estero noi tutti passiamo per mafiosi solo perché abitiamo in Italia, è solo un luogo comune che non ha troppe conferme, per fortuna. Almeno, non è mai capitato che qualcuno usasse questo appellativo riferendosi a me. Forse perché ho incontrato persone straniere ma intelligenti. Quelli che non capiscono, invece, che il razzismo e l’omofobia sono un’assurdità, nel momento in cui si trovano davanti a un cartellone cui campeggiano i corpi nudi dei due onorevoli, si fanno una risata e passano avanti con la stessa indifferenza di prima, sempre che non deturpino i cartelli o ci sputino sopra. D’altra parte, chi mai andrebbe a deturpare la pubblicità della crema spalmabile?

Leggo su internet che la campagna pubblicitaria risale al giugno scorso, io però ho visto i cartelloni solo oggi. Ora, io so che qui arriva tutto in ritardo –soprattutto la moda- ma forse c’è un’altra spiegazione a questa “rispolverata” pubblicitaria: non è che l’ARCI abbia diffuso nuovamente tale pubblicità proprio ora che è uscito lo scandalo di Marrazzo e dei suoi incontri intimi con un (una, per accontentare la Concia) transessuale? Il sospetto è legittimo, mi pare. Ma se così fosse, sarebbe un tentativo un po’ patetico di legittimare un comportamento moralmente non condivisibile, facendo leva sulla coscienza di ognuno di noi: se condanni il povero Marrazzo, sei intollerante. Non vorrai mica comportanti in modo così spregevole?

28 ottobre 2009

RIFORMA DELLA SECONDARIA: LA GELMINI CONFERMA CHE NON SLITTERÀ

Posted in attualità, Mariastella Gelmini, politica, riforma della scuola, riforma università, scuola tagged , , , , , , , a 11:23 pm di marisamoles

Maria Stella GelminiCome riportato dal quotidiano La stampa , giovedì il testo di riforma dovrebbe finalmente approdare in conferenza Stato-Regioni che darà il suo parere. Presto lo faranno anche le commissioni parlamentari che stanno esaminando il testo: sì, la riforma partirà nel 2010. Parola di Gelmini.

Sembra convinta, il ministro, anche se è cosciente del divario esistente fra i diversi istituti scolastici nazionali. Durante la registrazione di una puntata del Maurizio Costanzo Show, la Gelmini ha affermato che alcune regioni risultano del tutto carenti rispetto a questo tipo di istituti (quelli che saranno determinati dalla riforma ndr). La scuola è stata per troppo tempo autoreferenziale; è tempo di introdurre delle novità che superino il centralismo burocratico che la penalizza. E la pochezza delle risorse non può essere un alibi.
Chi nella scuola vive e lavora potrebbe sollevare delle obiezioni. A quanto ne so io, le risorse scarseggiano davvero, e non credo solo in alcune regioni, dato che i soldi promessi dal ministero alle scuole non arrivano. Ci sono degli istituti che, grazie alla razionalizzazione delle risorse tanto caldeggiata dallo stesso ministro, hanno potuto garantire il pagamento delle attività extra (quelle del fondo incentivante), altri, meno oculati, non hanno nemmeno i soldi per pagare le supplenze.

A proposito di supplenti, il ministro, che spesso ha affermato che la scuola italiana per troppo tempo è stata uno stipendificio e che i precari sono davvero troppi, colpa anche dei concorsi indetti in passato senza tener conto delle reali disponibilità di posti, ritiene che il ruolo dell’insegnante non sia per tutti. Su questo possiamo anche essere d’accordo con lei, così io personalmente mi sento di condividere il suo pensiero quando, facendo riferimento a delle recenti dichiarazioni del presidente USA, osserva: Il presidente Obama ha detto di recente che gli insegnanti devono essere dei coach e per fare questo devono sentire la professione come una missione, quindi meglio averne qualcuno in meno ma più preparato. Certo, per tanti anni l’insegnamento è stata considerata una “missione”, al pari di altre professioni in cui si ha a che fare con una particolare utenza (i medici e gli infermieri, per esempio); tuttavia, non bisogna confondere il termine “missione” (che deriva dal verbo latino mittere, mandare, e presume una sorta di molla interna che ci fa propendere per un determinato lavoro) con “volontariato”. Io credo che per troppi anni gli insegnanti abbiano lavorato sodo, profondendo molte energie, al di fuori del lavoro curricolare in classe, ma senza che venisse riconosciuto in termini monetari questo sforzo. Non vorrei, però, essere fraintesa: l’autoaggiornamento è un dovere per qualsiasi docente, così come la preparazione delle lezioni, la ricerca di nuove metodologie ecc. per migliorare le proprie prestazioni. Ma la scuola si migliora anche grazie ai progetti educativi e didattici che costano fatica a chi li cura e li realizza, ma che non sempre sono adeguatamente ricompensati attraverso i fondi incentivanti. Non certo per colpa dei docenti stessi che si accontentano e lavorano anche gratis, se è necessario, per realizzare ciò in cui credono, né per colpa dei capi di istituto che devono pur sempre far quadrare i conti e quindi sono costretti, in sede di contrattazione decentrata, a proporre delle somme modeste da destinare ai progetti, sperando che gli insegnanti le accettino con la rassegnazione di chi è ormai abituato a credere che “poco sia meglio che niente”. Diciamo che le risorse destinate alla scuola da parte del governo sono sempre più misere e arrivano a destinazione in forte ritardo.

Il “problema” dei precari, comunque, sta particolarmente a cuore al ministro Gelmini che si ritiene soddisfatta dei risultati raggiunti, anche con il consenso dell’opposizione, visto che è stato approvato alla Camera un decreto, ora al Senato che servirà a gestire meglio i 150mila supplenti, un’enormità, presenti nella scuola italiana. Se vogliamo evitare l’insorgere di altro precariato dobbiamo cambiare le regole: è bene che all’insegnamento si dedichino persone che hanno questa inclinazione. La scuola non può essere un ammortizzatore sociale. Ecco che il discorso ritorna sulla “predisposizione”, ma come si fa ad essere certi che davvero nella scuola sia utilizzato personale adatto ad un compito così delicato come l’educazione dei bambini e degli adolescenti? Dico educazione perché la scuola non serve solo a trasmettere il sapere, anche se è ovvio che dei docenti preparati nelle proprie materie sono una garanzia di qualità per l’apprendimento stesso. Io credo che nelle sue parole la Gelmini faccia riferimento ai tanti docenti che nel passato, più o meno prossimo, hanno considerato l’insegnamento come una sorta di dopolavoro: parlo dei professionisti che, terminata la mattinata in classe, si trasferiscono direttamente nello studio, trascurando, inevitabilmente, tutti quegli obblighi connessi alla funzione docente per cui si è, a tutti gli effetti, pagati.

Secondo il ministro, la scuola italiana è il bene più prezioso che il Paese ha. Ma io mi chiedo: come pensa di poter mantenere siffatta “preziosità”? Aumentando il numero di studenti per classe e diminuendo le ore di lezione? La riforma dei licei, ad esempio, è passabile, ma c’è da dire che in alcune discipline ci sarà una forte riduzione di ore e, conseguentemente, di cattedre. Forse il ministro è convinta che la “preziosità” della scuola si fondi sul detto popolare “pochi ma buoni”. E non avrebbe tutti i torti se poi non dovessimo fare i conti con lo svolgimento dei programmi che, in meno ore, potrà essere solo approssimativo. Ecco che le conoscenze dei futuri allievi saranno minori (sempre ammesso che ciò sia possibile: meno di così …) e sicuramente non qualitativamente superiori.
E poi, sempre nella puntata del Maurizio Costanzo show” che è stata registrata, la Gelmini ha osservato che Troppe volte il diploma e una laurea sono pezzi di carta che risultano poi poco spendibili. Ora io mi chiedo: per colpa della scarsa preparazione degli allievi o perché quello che imparano nel corso degli studi non sempre serve per svolgere un lavoro o una professione? Forse lo scrupolo del ministro è che la scuola italiana, così come l’università, non siano adeguatamente in contatto con il mondo del lavoro. Infatti, il ministro rassicura che è stato predisposto un progetto di integrazione della scuola con il mondo del lavoro attraverso un accordo con il ministro Sacconi.

Sentite queste dichiarazioni e ottenuta la rassicurazione che attendevamo riguardo l’avvio della riforma della Scuola secondaria di II grado nel 2010, ora non ci resta che incrociare le dita e sperare che la Conferenza Stato- Regioni si occupi davvero della scuola. Dobbiamo aspettare solo fino a giovedì, a quanto pare.

26 ottobre 2009

CASO MARRAZZO: BERLUSCONI SAPEVA MA HA TACIUTO

Posted in attualità, cronaca, politica, Silvio Berlusconi, televisione tagged , , , , , , , , , , , a 4:49 pm di marisamoles

marrazzoSul caso Marrazzo le notizie si sono susseguite ad un ritmo frenetico in questi giorni. Dal 21 ottobre, giorno in cui è scoppiato lo scandalo che riguarda l’ormai ex governatore del Lazio Piero Marrazzo, abbiamo assistito a smentite, conferme, fermezza nel voler rimanere al comando della Regione con Roma capitale, ripensamenti, autosospensione, lacrime e disperazione per quella che è una vicenda privata ma che tale non è potuta rimanere.

Le polemiche politiche non mancano: Marrazzo si deve dimettere, l’autosospensione è illegittima, grida la maggioranza al governo. Dalla parte opposta, al di là dell’umana comprensione, il giudizio rimane severo. Marrazzo ha sbagliato ma deve rimanere al suo posto. La questione è privata e, anche se la vicenda giudiziaria ha varcato le mura del Palazzo di Giustizia per essere data in pasto ai giornalisti, l’autosospensione è la cosa giusta da farsi. Così si arriva a dicembre e si evitano le elezioni anticipate. Ma se al posto di Marrazzo ci fosse stato Berlusconi?

Ieri, Maurizio Gasparri, presidente dei Senatori del Pdl, ha lanciato un monito: l’autosospensione presuppone l’esistenza di gravi impedimenti all’espletamento delle funzioni del governatore, come ad esempio i motivi di salute, ma se Marrazzo presenterà il certificato medico, seguirà una denuncia alla magistratura.
Io non so come si senta Marrazzo ora, ma posso immaginarlo. La moglie, la giornalista di Rai 3 Roberta Sardoz, ha avuto l’ingrato compito di occuparsi della rassegna stampa la notte stessa in cui la notizia del video in cui Marrazzo è in compagnia di un trans, del ricatto operato da quattro carabinieri e dell’indagine avviata dal Gip di Roma ha occupato di prepotenza le prime pagine di tutti i quotidiani. Da quella sera, la signora Marrazzo pare non abbia fatto ritorno a casa, nonostante le parole pronunciate ai microfoni della stampa televisiva dal marito: l’attenzione primaria in quel momento doveva essere rivolta alla sua famiglia, la cosa per lui più cara al mondo.

Man mano che i giorni passavano, la vicenda assumeva contorni sempre più chiari e allo stesso tempo più tragici. Due giorni fa, Marrazzo ha rilasciato un’intervista a Repubblica; le parole d’esordio tradiscono lo stato d’animo di un uomo distrutto: ho sbagliato. In questa storia ne esco a pezzi, maciullato, messo alla gogna, per colpa di chi si è infilato nella mia vita privata in una mattina di luglio. Un incubo, lo ricordo come un incubo.
Anche se a Gasparri sembrerà un falso, il certificato medico che dovrebbe giustificare l’autosospensione di Marrazzo sta per arrivare. Questa mattina, infatti, l’ex giornalista Rai si è sottoposto ad una visita di controllo al Policlinico Gemelli di Roma. Il referto medico parla di un accertato stato di stress psicofisico. Credo che umanamente sia il minimo che potesse accadergli. Per ora non sembrano avviate le azioni legali già minacciate da Gasparri. Le dichiarazioni del Pdl, come riporta Il Giornale, sono tuttavia esplicite: I gruppi parlamentari del Popolo della Libertà non hanno chiesto le dimissioni del presidente della giunta regionale del Lazio. Abbiamo sempre sostenuto che egli, se ritiene che ne sussistano le condizioni, può e deve andare avanti nel suo mandato. Se invece non ritiene che tali condizioni vi siano, deve dimettersi e consentire lo svolgimento delle elezioni il prima possibile. Non esistono terze vie, né si può ricorrere all’articolo 45 comma 2 dello Statuto della Regione Lazio, che in tal caso verrebbe attivato al solo scopo di rinviare la data delle elezioni, paventando impedimenti temporanei che qualcuno (un medico?) dovrebbe certificare anche in contrasto con l’evidenza dei fatti. Se si perseverasse su questa strada saremmo di fronte a un evidente abuso che non necessita di raffinati giuristi per essere ravvisato e denunciato come tale.

Autosospensione o dimissioni: questo non è il problema. Il problema, quello vero, è che ancora una volta il gossip pronto a massacrare un uomo politico, per di più una persona che, grazie alla sua conduzione della popolare trasmissione “Mi manda Rai3”, è sempre stata considerata integerrima, una sorta di paladino della giustizia. E ora il suo nome è infangato per colpa di ciò che egli stesso definisce una debolezza, ma allo stesso tempo un fatto privato. E tale avrebbe dovuto rimanere.

A me, sinceramente, viene da chiedere: un uomo politico dev’essere giudicato per come svolge il proprio lavoro o sulla base di “vizietti privati” che tutti sono pronti a condannare in nome di quelle “pubbliche virtù” attualmente assai scarse? Le vicende che hanno interessato mesi fa il premier Silvio Berlusconi hanno fatto gridare allo scandalo e hanno creato, se così si può dire, uno scomodo precedente. Allora il premier aveva accusato la stampa di sinistra di diffondere delle notizie private nel tentativo di danneggiarlo politicamente. Ma il maggior danno, a parer mio, Berlusconi l’ha avuto in famiglia, visto che Veronica Lario ha chiesto il divorzio. E anche in quel contesto tutti, da parte dell’opposizione, si sono sentiti autorizzati a dire la propria, anche a giudicare il premier nella veste di marito e di padre di famiglia.
Manco a dirlo, anche nella circostanza che ha visto Marrazzo colpito nel privato, qualcuno ha insinuato un complotto della destra; uno dei carabinieri interrogati, che oltretutto avrebbe dichiarato di non essere sicuro che l’uomo ripreso nel video scandalo fosse Marrazzo, ha parlato di una trama ordita molto in alto. Ok, i sospetti possono essere anche legittimi, per carità. Quello che non approvo è il fatto che molti di quelli che scrivono sul web si stanno chiedendo come mai Marrazzo abbia lasciato l’incarico e il premier sia ancora al suo posto. Beh, forse le vicende che hanno coinvolto i due personaggi sono un po’ diverse e poi, come hanno dichiarato Gasparri e Quagliarella nella nota congiunta sopra riportata, Marrazzo ha preso autonomamente la sua decisione sentendosi lui stesso inadeguato a rivestire quel ruolo con tutti gli occhi puntati addosso. Se Berlusconi è rimasto impassibile di fronte alle vicende, vere o presunte, che l’hanno coinvolto, deve essere sottoposto al giudizio popolare per questo?

Ma nella triste vicenda di Piero Marrazzo una parte ce l’ha anche il premier. Ai primi di ottobre, infatti, il direttore Alfonso Signorini informa la Presidente Marina Berlusconi e l’Amministratore Delegato della Mondadori Maurizio Costa dell’offerta di un video che riguarda Piero Marrazzo, il cui contenuto ormai è arcinoto. L’offerta viene rifiutata e Marina avvisa il padre. Lo stesso Berlusconi, dopo aver visionato il video e averne colto la scabrosità del contenuto, contatta personalmente Marrazzo. Lo mette in guardia, assicurandogli che il video rimarrà in Mondadori e che non vi è alcuna intenzione di rendere pubbliche quelle immagini. Non solo, il premier fornisce all’ex governatore del Lazio i dati dell’agenzia fotografica in modo che l’interessato valuti la possibilità di accordarsi direttamente con l’agenzia, bloccandone l’eventuale diffusione. Cosa, tra l’altro, improbabile visto che anche altri direttori, come lo stesso Belpietro di Libero, avevano giudicato quelle immagini “non pubblicabili”.

Insomma, Berlusconi avrebbe potuto mettere in atto la sua vendetta ma non l’ha fatto. Probabilmente perché se i suoi giornali avessero dato notizia del video e pubblicato le immagini, avrebbe avuto la disapprovazione di tutta l’opinione pubblica, da destra o da sinistra o dal centro, senza distinzione alcuna. A me, tuttavia, piace pensare al gesto di un gentiluomo, di una persona che sa cosa significhi essere colpiti nella vita privata, con accuse montate ad arte o vere che siano, quando la veste pubblica poi viene giudicata sulla base di ciò che fa l’uomo, e umanamente può anche sbagliare, e non il personaggio pubblico. Di errori se ne fanno tanti e anche chi giudica quelli degli altri è ben consapevole dei propri. Perché mai si deve fare un processo ad un uomo politico a causa di vicende private? Solo perché si parte dal presupposto che chi sta al “comando” non può sbagliare? In casi come questi bisognerebbe ricordare le parole che Gesù pronunciò in difesa dell’adultera che stava per essere lapidata: Chi è senza peccato, scagli la prima pietra.

Nessuno è perfetto ma quando si tratta di personaggi pubblici tutti vorrebbero che almeno loro lo fossero.

[altra fonte, oltre a quelle linkate: Il Corriere]

AGGIORNAMENTO DEL POST, 27 OTTOBRE 2009: MARRAZZO ANNUNCIA LE DIMISSIONI

Riporto la nota dell’agenzia ANSA:

(ANSA) – ROMA, 27 OTT – Si dimettera’ oggi. Piero Marrazzo vuole accelerare la sua uscita dalla Regione Lazio. Non vuole piu’ sostenere il peso della situazione.’Basta, voglio chiudere, non avere piu’ nessun contatto con la mia vita politica’ avrebbe detto Marrazzo ai suoi collaboratori annunciando la decisione di dimettersi. Dalle dimissioni al voto passeranno 135 giorni, 90 per i decreti di indizione dei comizi elettorali e 45 per indire i comizi. Dunque se Marrazzo si dimettera’ oggi si votera’ il 9 marzo.
27 Ott 16:27

Con queste parole Piero Marrazzo giustifica la sua decisione:

Le mie condizioni personali di sofferenza estrema non rendono più utile per i cittadini del Lazio la mia permanenza alla guida della Regione. Comunico con la presente le mie dimissioni definitive e irrevocabili dalla carica di presidente. A tutti coloro che mi hanno sostenuto e a quanti mi hanno lealmente avversato voglio dire che, finché mi è stato possibile, ho operato per il bene della comunità del Lazio. Mi auguro che al di là dei miei errori personali questo mi venga riconosciuto.
[fonte: Il Corriere ]

LA “PROF” BELEN HA PERSO IL POSTO: ORA FA IL MECCANICO

Posted in attualità, pubblicità, Satyricon tagged , , , , , a 2:00 pm di marisamoles

Belen meccanico

Tempi duri per i docenti, specie se precari. Anche la “prof” Belen, docente di Latino alle prese con un padre- galletto De Sica (ne ho scritto in questo articolo), ha perso il posto. La scure del ministro Gelmini non risparmia nessuno, nemmeno le professoresse avvenenti e tanto discrete da non diffondere il numero di telefono al primo genitore impertinente che capita.

L’avevamo già rivista, sempre alle prese con il noto De Sica, esprimere la sua arte, grazie anche al suo passato di “cubista” (il doppio senso è grazioso). Eh, i docenti, con il magro stipendio che si ritrovano, si arrangiano come possono per arrotondare …Se poi una ha pure la vena artistica, che male c’è ad esporre i suoi lavori?

Nell’ultimo spot della Tim, però, buttate via le minigonne e gli stivali, la ritroviamo con addosso una tuta da meccanico, e molto meno sexy, alle prese con il motore di una jeep che fa le bizze. Immancabile l’arrivo di Christian De Sica che fa pure dell’ironia a proposito di donne e motori.

Poveretta: sarà stata precaria e avrà avuto una supplenza breve di Latino. Ora si deve ingegnare con i motori, ma si sa che i docenti hanno mille risorse e prima o poi le conoscenze, al di là di quelle strettamente didattiche, tornano sempre utili. In fondo, la perifrastica a che serve? Solo a tradurre i classici latini. Ma saper aggiustare un motore prima o poi torna utile. E beata Belen che lo sa fare!

24 ottobre 2009

UN INCONTRO

Posted in affari miei, scuola tagged , , , , a 9:37 pm di marisamoles

udine

Ieri era una giornata no. Capita, alle volte. In questo periodo a me capita spesso, però. Sapete, una di quelle giornate in cui ci si rende conto di avere mille cose da fare e nel pensiero le si fa tutte, però in pratica, non sapendo da dove incominciare, alla fine non si inizia e non si conclude nulla. Chiamiamola disorganizzazione, chiamiamola indecisione oppure indolenza. Chiamiamola come vogliamo, ma alla fine quel tipo di giornata rischia di scivolar via e di lasciarci un po’ di amarezza.

Nel pomeriggio, mentre pensavo alle mille cose da fare senza sapermi decidere con quale iniziare, data un’occhiata all’orologio, mi sono resa conto che dovevo uscire. Avevo una commissione da fare e quindi, non potendo rimanere a casa, inevitabilmente ho rimandato a più tardi la realizzazione di almeno una delle mille cose.
Nell’arco di un’ora ero libera di tornare a casa, ma ogni volta che mi trovo in prossimità del centro, poi mi viene voglia di farmi un giro. Diciamo che, odiando la palestra, cerco di fare un po’ di moto camminando a passo veloce almeno per un’oretta. Ma, una volta arrivata in centro, complice anche il mal di stomaco che nel frattempo mi era venuto –di solito è questo l’epilogo delle mie giornate inconcludenti, è come se il mio fisico si ribellasse alla confusione della mia mente-, tutta questa voglia di andarmene in giro mi era proprio passata.

Sulla via del ritorno verso casa, mi sento chiamare in modo discreto. Il più delle volte, quando passeggio per il centro, mi sento chiamare a gran voce; di solito più che sentire il mio nome sento un urlo “prof” da cui deduco che si tratta o di un allievo o di ex allievo. Il ragazzo che ieri ha attirato la mia attenzione senza urlare era stato un mio studente almeno sette anni fa. Non era la prima volta che lo incontravo. Nell’ultima occasione mi aveva colpito il fatto che mi avesse detto: professoressa, io ho sempre un bel ricordo di Lei, perché è stata un modello per me, una di quelle insegnanti che lasciano una traccia nella mente e nel cuore, o qualcosa del genere. Sono quelle cose che un docente vorrebbe sentirsi dire sempre e sa che qualcuno certamente le pensa, ma forse non ha il coraggio di dirle.

Alberto era stato mio allievo solo al biennio, ma anche quando non ero più una sua insegnante, aveva continuato a fermarmi, di tanto in tanto, nei corridoi per chiedermi come stavo e per raccontarmi come proseguiva la sua esperienza di liceale. Un ragazzo quasi d’altri tempi: discreto, educato, affettuoso in quel suo modo di coinvolgermi nei casi della sua vita scolastica. Ho sempre pensato che fosse speciale, considerato anche il fatto che si era trovato in una classe da cui non mi sono mai sentita davvero coinvolta, anche causa una certa freddezza che quasi tutti mantenevano nei confronti degli insegnanti. Bravi, studiosi, educati ma nulla di più. Dei ragazzi che mantenevano le distanze, quel genere di classe che qualche collega è ben lieto di avere ma che a me crea, sinceramente, un po’ di disagio. Io con i miei ragazzi devo sentire un po’ di feeling, altrimenti mi pare di essere una pura e semplice trasmettitrice di sapere. Insegnare, però, non implica solo questo. C’è tutto un mondo fatto di sentimenti attorno al “sapere” che, per dovere, dobbiamo trasmettere. E anche quando sembra di non aver bisogno d’altro che la loro attenzione e il loro impegno, il clima favorevole ad una corretta dinamica insegnamento.- apprendimento implica anche una rete di relazioni, di scambi che non possono mancare.

Mentre mi parlava, osservavo quel ragazzo, i suoi occhi azzurrissimi già lievemente segnati dalle prime rughe, e ascoltavo quella voce discreta –nemmeno in classe aveva mai alzato troppo il tono- che mi raccontava dell’università abbandonata dopo il primo anno, del lavoro che l’aveva portato lontano da casa per tre anni, del ritorno al suo “nido” di cui sentiva ancora la necessità e della decisione di riprendere gli studi. Lo ascoltavo e capivo perfettamente la sua voglia di indipendenza e, nello stesso tempo, la consapevolezza di non essere ancora davvero in grado di camminare con le sue gambe. Il ritorno in famiglia l’aveva convinto che dal “nido” non si deve fuggire troppo presto, che la famiglia è troppo importante per un ragazzo di vent’anni. La sua storia era un po’ la mia e chi meglio di me era in grado di capirlo! Gli ho detto che aveva fatto bene a ritornare sui suoi passi, che il gioco valeva la candela, che non doveva pentirsi mai. Ho espresso il mio parere sugli studi universitari: bisognerebbe concedersi, dopo il liceo, una sorta di anno sabbatico perché alla fine dei cinque anni si arriva stressati, sempre che ci si impegni seriamente, e che oggi ci sono anche i test d’ammissione per cui certi miei studenti di quinta, terminati gli orali, il giorno dopo erano di nuovo sui libri a studiare. I corsi, poi, iniziano sempre prima, non come ai miei tempi in cui si poteva tirare il fiato fino ai primi di novembre e per fare il primo esame era d’obbligo aspettare maggio per i pre-appelli. Ho anche parlato delle mie rinunce: rimanere in Inghilterra almeno un anno, prima di iniziare l’università e dire di no ad una cattedra all’Università di Toronto, offertami dal mio relatore all’indomani della discussione della tesi. Per qual motivo avevo fatto quelle rinunce? In entrambi i casi per amore. Restare a Londra un intero anno, oltre che costringermi a rimanere lontana dal mio amore, avrebbe implicato rimandare di un anno l’iscrizione all’università e tutti i miei progetti sarebbero inevitabilmente slittati. Accettare la proposta all’università di Toronto avrebbe voluto dire non sposarmi (l’ho fatto a soli sei mesi dalla tesi) o quantomeno costringere mio marito ad intraprendere un’avventura senza certezze per il suo lavoro. Insomma, ho fatto capire ad Alberto che nella vita bisogna osare un po’, buttarsi senza pensare ai “se” e ai “ma”. Io non ero pronta, ma nemmeno adesso, per carattere, mi lancerei in un’impresa senza certezze perché sono, lo ammetto, un po’ fifona. Se tornassi indietro, ne sono certa, rifarei tutto ciò che ho fatto ma le nuove generazioni, pur senza rinunciare ai valori, devono avere la possibilità di realizzare i progetti senza lasciarsi condizionare da nulla e da nessuno.

Poi Alberto mi ha confessato di sentirsi, a volte, tanto diverso dai suoi attuali compagni di università. Ragazzi che spesso sono richiamati dai docenti perché si distraggono e fanno i fatti loro, che arrivano a lezione quando vogliono e se ne vanno prima del termine, tanto che qualche docente si vede costretto a bloccare la maniglia della porta dell’aula con una sedia per impedire entrate e uscite fuori orario. Confesso che un po’ mi sono sentita in colpa: noi professori di liceo siamo spesso costretti a richiamare i ragazzi, anche quelli di quinta, perché fanno i fatti loro e disturbano le lezioni. Speriamo, però, che arrivati all’università cambino atteggiamento, diventino più seri e responsabili. Ma nel mondo dell’istruzione è tutto uno scaricabarile: le maestre della primaria pensano che alla scuola materna le educatrici non sappiano fare il loro lavoro; i docenti delle medie sono convinti che gli insegnanti della primaria non siano capaci di istruire ed educare i bambini; negli istituti superiori i professori si lamentano perché i ragazzi arrivano dalle medie somari e maleducati; all’università, inevitabilmente, i docenti si convincano che questi ragazzi nei tredici anni di scuola precedenti non abbiano imparato a comportarsi in maniera decente e che abbiano delle lacune gigantesche nella preparazione di base.

Mentre facevo questo ragionamento di fronte ad Alberto, lui mi guardava con aria perplessa. Secondo lui un po’ di verità c’era in quello che avevo appena detto, ma dipendeva sicuramente dai ragazzi, non tanto dalle scuole o dagli insegnanti. Meno male, lui saggio mi aveva assolto mentre da sola mi stavo facendo il processo.
La cosa che più mi ha fatto riflettere è stata che Alberto si senta così distante dai ragazzi che hanno solo tre – quattro anni di meno. Posso capire che fra i ventenni di oggi e la mia generazione ci sia un abisso, posso anche ammettere che le generazioni ormai cambino ogni dieci anni, ma che un ragazzo di ventitré anni si senta a disagio perché in un’aula universitaria si trova in compagnia di ragazzini perditempo piuttosto che di giovani adulti desiderosi d’imparare, mi sembra quasi una cosa irreale. Eppure è così e la colpa non può essere attribuita ai docenti universitari troppo severi o a quelli del liceo troppo permissivi, senza voler per forza ripercorrere tutta la carriera scolastica dalla scuola per l’infanzia in su. Forse la “colpa” è più delle famiglie che questi figli non li fanno crescere dicendo troppi sì e sentendosi in colpa per qualche no saltuario. O forse la responsabilità è davvero della scuola che non ha gli strumenti per trasmettere, più che i contenuti, il valore di ciò che si fa. O meglio, opterei per un concorso di colpa.

Io e Alberto siamo stati più di quaranta minuti in piedi, in un angolino del marciapiede, a chiacchierare. Alle nostre spalle, un ragazzo di colore, uno di quelli che vendono libri o altra merce e che, al nostro diniego, chiedono almeno i soldi per un caffè. Chissà cos’avrà capito della nostra conversazione. Ha atteso pazientemente che finissimo di parlare, che ci scambiassimo un abbraccio e un bacio, che ci augurassimo di incontrarci di nuovo per chiacchierare ancora un po’ e che le nostre strade si dividessero. Poi quell’uomo paziente mi ha offerto la sua merce e, al mio rifiuto, mi ha detto: Ti offro un caffè. Beh, la conoscenza della lingua italiana è ancora incerta ma di fronte a tale proposta, ho declinato l’invito. Forse, ho pensato, avrei potuto offrire ad Alberto un caffè, evitando di stare in piedi tutto quel tempo. Ma è volato talmente in fretta che non mi sono resa conto che, nel frattempo, il mio mal di stomaco era scomparso e che mi era tornata la voglia di farmi un giro in centro. Ho guardato l’orologio: troppo tardi, ormai, ho ancora mille cose da fare. Quell’incontro, tuttavia, valeva da solo più di quelle mille cose che poi non ho fatto. Sono ritornata a casa leggera, senza pensieri nella testa. Quel mio ex allievo aveva trasformato la mia giornata no e mi aveva lasciato la gioia di quell’incontro. Sapere che qualcuno pensa a te anche dopo tanti anni, che per quel qualcuno hai rappresentato qualcosa, che hai lasciato un segno nella sua vita è la ricompensa più grande per i tanti sforzi, forse troppi, che un’insegnante fa ogni giorno per arrivare anche a quell’obiettivo. Lo so, è come un granello di sabbia in un deserto, ma anche un deserto intero non mi avrebbe portato la gioia che quel piccolo granello mi aveva procurato.

[nella foto: Udine, piazza Libertà, la Loggia di S. Giovanni]

23 ottobre 2009

ANCHE “GELMINI A MORTE” SU FACEBOOK

Posted in attualità, Mariastella Gelmini, politica, scuola tagged , , , , a 9:41 pm di marisamoles

facebook-img-logoIl gruppo che fino a ieri si chiamava “Uccidiamo Berlusconi”, da oggi cambia nome: “Berlusconi ora che abbiamo la tua attenzione rispondi alle nostre domande”. Questa, però, non è una novità. D’altra parte, le menti degenerate sono particolarmente fertili e ne trovano una o più al giorno. E mentre il ministro Maroni attende, dai responsabili di Facebook della California, notizie circa la sua richiesta che il sito in questione venga oscurato, si diffondono notizie inquietanti riguardo alle numerose “vittime” dei gruppi di aspiranti omicidi nati su Facebook. Ce n’è un po’ per tutti: calciatori, scrittori (come Federico Moccia), giornalisti (ad esempio Giampiero Mughini), l’ex sindaco di Napoli e attualmente Presidente della Regione Campania Antonio Bassolino, politici come Cappezzone e la Moratti.

Poteva mancare la Mariastella nazionale? Certamente no. Ed ecco che sul social network più famoso del mondo troviamo vari gruppi di aspiranti omicidi mediatici: si va da “Gelmini a morte” (112 membri), “A morte la Gelmini” (a parte la scarsa fantasia, conta ben 241 iscritti), “Ammazziamo la Gelmini” (solo 43 fanatici) e “Ammazziamo la Gelmini????” (un modesto numero di indecisi, 64 in tutto).
Fatti i conti, i nemici del ministro dell’Istruzione sono solo 460. Immagino che Mariastella se ne faccia un baffo: che sarà mai qualche centinaio di aspiranti assassini se confrontati alle parecchie migliaia che, invece, mirano a sopprimere il premier? O forse al momento è rosa dall’invidia perché, nonostante si dia un gran daffare per rendersi antipatica a studenti e docenti, non è arrivata ad eguagliare il primato di Berlusconi. Non lo sapremo mai.

C’è poi qualcuno che insinua che la Gelmini si stia adoperando per “tappare la bocca” ai nemici internauti. Sarebbe una bugia, visto che, sempre su Facebook, è nato un gruppo denominato “NON e’ vero che la Gelmini sta bloccando Msn e Facebook! E’ una Bufala!” (LINK).

Quanto a Facebook, io personalmente non lo sopporto e mi chiedo: non era nato per cercare ex amici o ex compagni di scuola sparsi nel mondo di cui si sono perse le tracce? Credo che lo spirito iniziale non fosse di seminare odio. È l’ennesimo esempio di quanto uno strumento mediatico, messo nelle mani di degenerati, finisca con il perdere lo spirito di amicizia e solidarietà per cui, almeno nelle buone intenzioni degli inventori, era stato creato.

[fonte: Tuttoscuola]

19 ottobre 2009

L’ORA DI RELIGIONE ISLAMICA A SCUOLA DIVIDE LA CHIESA E IL MONDO POLITICO

Posted in attualità, integrazione culturale, politica, religione, scuola tagged , , , , , , , , , , a 4:18 pm di marisamoles

ISLAM_-_Croce_

Ne ho già parlato in un altro post e ho già spiegato i motivi per cui, a mio modesto avviso, la proposta di offrire ai figli degli immigrati di fede musulmana la possibilità di studiare il Corano per un’ora alla settimana, mentre gli altri frequentano la lezione di religione, non sembra attuabile.
All’inizio l’idea era stata lanciata dal viceministro allo Sviluppo Economico Adolfo Urso di AN. Fin da subito si era schierata contro la Lega Nord, mentre il Vaticano, con un atteggiamento forse fin troppo entusiastico da parte di alcuni, aveva appoggiato la proposta, almeno stando alle parole del Presidente del Consiglio Pontificio per la Giustizia e la Pace, cardinal Martino. Netta opposizione, tuttavia, aveva manifestato il cardinal Tonini, facendoci capire che posizioni contrapposte erano possibili non solo nel mondo politico, ma anche entro le mura di San Pietro.

Oggi a Mattino 5, il ministro dell’Interno Maroni ha espresso la netta contrarietà della Lega, peraltro già manifestata attraverso le parole del presidente della Lega Nord al Senato, Federico Bricolo, che aveva definito la proposta inaccettabile e aveva assicurato che la Lega avrebbe difeso fino in fondo le nostre radici cristiane.

Mentre il viceministro Adolfo Urso, ieri in Libia, andava dritto per la sua strada, ricevendo pure il plauso del ministro libico dell’Economia, il mondo politico s’interrogava sull’eventualità o meno di aprire le porte delle scuole italiane all’islam. Se l’intera maggioranza prende le distanze dall’iniziativa di Urso, l’opposizione si divide: a parte l’apertura di Massimo D’Alema che due giorni fa si trovava d’accordo con Urso, favorevole appare solo l’Italia dei Valori che, per voce di Massimo Donadi, capogruppo alla Camera, ritiene che la proposta sia un valido strumento di arricchimento culturale e di conoscenza. Non è dato sapere per chi sarebbe un’occasione di arricchimento: per i bambini e i ragazzi musulmani che della loro fede sentono già parlare anche a casa oppure per i giovani italiani? Ma in questo caso, sembra quasi che l’idea sia di far frequentare l’ora d’Islam anche ai cattolici. Nulla di male, intendiamoci, ma mi sembra che la proposta non sia questa. D’altra parte, non dobbiamo dimenticare che lo studio di Maometto e della sua fede rientra nei programmi di Storia ed è un argomento trattato decisamente in modo ampio dai libri di testo.
Tornando alle posizioni politiche, da parte della maggioranza si assiste ad un coro di no, mentre Pierferdinando Casini, che come al solito non sa da che parte stare, non si sbilancia e osserva che l’idea è senz’altro generosa ma rischia di essere avventata.

E al Vaticano che succede? La CEI prende le distanze: secondo il cardinal Bagnasco l’ora di religione cattolica nelle scuole si giustifica in base al Concordato, in quanto essa è parte integrante della nostra storia e della nostra cultura. Non mi pare quindi che l’ora di Islam ipotizzata corrisponda a questa ragionevole e riconosciuta motivazione.
Non dobbiamo dimenticare che l’attuale papa Benedetto XVI, allora Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, e Marcello Pera, al tempo presidente del Senato, nel 2004 hanno pubblicato un magnifico libro intitolato Senza radici. Joseph Ratzinger allora, definiva un aspetto fondamentale per tutte le culture il rispetto nei confronti di ciò che per l’altro è sacro, e particolarmente il rispetto per il sacro nel senso più alto, per Dio, cosa che è lecito supporre di trovare anche in colui che non è disposto a credere in Dio. Laddove questo rispetto viene infranto in una società, qualcosa di essenziale va perduto. Da parte sua, Marcello Pera riteneva che sull’Europa soffiasse un brutto vento: si tratta dell’idea che basta aspettare e i guai spariranno da soli, o che si può essere accondiscendenti anche con chi minaccia e potremo cavarcela.

Io credo che due messaggi così, sebbene diffusi cinque anni fa, siano la più bella lezione di civiltà da cui dovremmo trarre i dovuti insegnamenti, invece di interrogarci sull’eventualità di far studiare il Corano nelle scuole italiane. In tal modo, non si favorirebbe di certo l’integrazione. E se per qualcuno l’ora di religione islamica a scuola potrebbe servire per tenere la situazione sotto controllo, a me sinceramente sembrerebbe un tentativo un po’ patetico, nonché poco rispettoso di ciò che per altri è sacro. Verrebbe infranto, per dirla con le parole di Ratzinger, quel qualcosa di essenziale per ogni società.

[fonte La repubblica]

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