8 maggio 2011

IN QUESTO MONDO DI MASCHI: IL MORALISMO DI SINISTRA E IL PARERE DI VITTORIO SGARBI

Posted in attualità, donne, politica, Silvio Berlusconi tagged , , , , , , , , , , , , , , , , a 11:25 am di marisamoles

Non sono una fan accanita di Vittorio Sgarbi, anzi. Diciamo, però, che quando scrive (e lo fa spesso sul quotidiano Il Giornale) è meno irruente e più riflessivo di quando parla. Nella comunicazione orale, infatti, si lascia andare troppo, per i miei gusti, al turpiloquio e manca completamente di rispetto nei confronti di chi non la pensa come lui.

Leggo su Il Giornale di oggi un articolo in cui Sgarbi commenta la battuta infelice di Ignazio La Russa, circa la bruttezza delle deputate di sinistra, contrapposta all’avvenenza della meggior parte delle elette nell’ambito della maggioranza. Una battuta, nulla di più. Infelice fin che si vuole, ma certamente nemmeno degna di considerazione. E invece ne è scaturita, com’era prevedibile, una polemica che occupa le pagine di tutti i quotidiani. Una polemica inutile, esattamente come la battuta del ministro della Difesa. Sarebbe meglio tacere eppure anch’io ne ho parlato ieri (nel post linkato) e oggi sono stata attratta dall’articolo di Vittorio Sgarbi.

Sgarbi, nella sua riflessione, parte da un presupposto perfettamente condivisibile: le donne, se belle, sono guardate con sospetto quando ottengono un posto di prestigio, in politica ma non solo. Spesso la bellezza passa in primo piano e i maschi (soprattutto loro ma anche non poche donne invidiose) pensano che una donna avvenente non possa essere anche intelligente. L’opinione comune è, infatti, quella che tali bellezze abbiano ottenuto il successo andando a letto con qualche uomo potente.
Il problema è, secondo Sgarbi che mi trova d’accordo, che si continua, evidentemente, a ritenere che la bellezza sia un requisito essenziale, e comunque non trascurabile per le femmine e non per i maschi. Il che non sarebbe una novità, effettivamente, ma nel mondo antico la bellezza e la bravura erano considerati doti esclusive, e perfettamente coesistenti, degli uomini.

Nell’antica civiltà greca, infatti, vigeva il concetto del kalòs kai agathòs (bello e bravo), per cui un uomo bello doveva per forza dimostrare di essere anche bravo. Nel caso contrario, sarebbe stato disprezzato e deriso dalla comunità. Un esempio proviene dall’epica omerica in cui un uomo come Paride, tutt’altro che coraggioso e per giunta uno che combina un sacco di guai per colpa della bella Elena, era il modello da non seguire, al contrario di altri eroi come Achille o Ettore.

I modelli antichi, ribaditi nel Rinascimento e in età neo-classica, da Michelangelo a Canova, e le rivendicazioni moderne non riescono a travalicare il luogo comune dell’obbligatorietà della bellezza femminile che resta invece facoltativa e non necessaria per l’uomo la cui attrazione si riconduce piuttosto al fascino e al potere, osserva Sgarbi. A maggior ragione dovremmo essere autorizzati a pensare che le donne non bellissime, come la Bindi o la Concia (faccio i loro nomi solo perché sono intervenute nella polemica seguita alla battuta di la Russa), siano bravissime proprio perché nella loro carriera non hanno potuto utilizzare il fascino che non hanno (spero non si offendano) per dimostrare di essere all’altezza degli uomini nell’acquisizione del potere.

Ma se nel mondo antico il concetto del kalòs kai agathòs era considerato inconfutabile, anche se solo relativamente all’ambito maschile, nella società contemporanea non è preso minimamente in considerazione, anzi. Sgarbi, inoltre, osserva che la convinzione che solo le donne usino la bellezza e il proprio corpo per ottenere il successo, è del tutto errata.

Si continua infatti a pensar male della donna, nel perpetrarsi dei luoghi comuni sull’uso del corpo, che ci ha portato alla legittimazione della prostituzione in una memorabile uscita di Stracquadanio. Per lo spregiudicato deputato qualunque mezzo è lecito per ottenere un risultato. E anche il prostituirsi è contemplato. D’altra parte ci sono diversi modi di prostituirsi, con diverse parti del corpo, e in molteplici settori, dal mondo universitario al mondo del cinema. E ci sono il servilismo, la prostituzione intellettuale; e, proprio oggi, anche quella sessuale non è soltanto femminile. Un importante capopartito gay potrà, come mille volte è capitato nel mondo del cinema e del teatro, favorire la carriera, non di una donna ma di un giovane compiacente. Il metodo è sempre lo stesso. E però le riserve e le allusioni investono sempre il campo femminile. Si tratta, di evidenza di contrapposizioni insensate benché suggestive. Nessuno penserebbe, infatti, di contrapporre bellezza e intelligenza, in modo così schematico nell’ambito del mondo maschile, contrapponendo uno studioso a un calciatore.
Quando si parla di «scorciatoie» si pensa a l’utilizzo del fascino femminile per ottenere migliori risultati in politica o in televisione. Nessuno farebbe le stesse considerazioni per un conduttore televisivo o per un deputato. Allo stesso modo nessuno metterebbe in contrapposizione i risultati ottenuti da un uomo con la testa con quelli ottenuti da un altro con i piedi
.

Il ragionamento di Sgarbi, secondo me, è condivisibile. Perché, in questo mondo di maschi, si continua a fare i moralisti solo quando c’è di mezzo una bella donna? Perché non si riconosce alla bellezza solo un valore estetico, quale in effetti è, che non deve far passare in secondo piano l’intelligenza? Perché si continua erroneamente a pensare che le scorciatoie, come le chiama Sgarbi, siano appannaggio delle giovani avvenenti e non anche dei maschi dotati di un certo fascino?

Chi non ricorda un’altra battuta infelice, quella di Berlusconi nei confronti della bellezza di Rosy Bindi? Ora Sgarbi le restituisce l’intelligenza che il premier le voleva togliere osservando: l’intelligenza di Rosy Bindi è proprio del non sottrarsi, se non per opportunismo politico, alle battutacce, alle espressioni vernacolari di spirito toscano, senza filtri e ipocrisie.

Massì, continua per la tua strada, Rosy: non ti curar di lor ma guarda e passa, come cantava il Sommo Vate. La bellezza sfiorisce mentre l’intelligenza, se c’è, rimane per sempre.

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29 novembre 2009

ACHILLE: COCCO DI MAMMA

Posted in Pagine d'Epica tagged , , , , , , , , , , a 9:41 pm di marisamoles

L’Eroe, con la “e” maiuscola, dei Greci è senz’altro Achille, un tipo un po’ incazzoso e talvolta lagnoso. Il primo difetto lo conosciamo tutti: infatti Omero nel proemio dell’Iliade scrive: Cantami, o dea, del Pelide Achille l’ira funesta.
Il motivo di questa “ira funesta” è altrettanto noto: il rapimento della di lui schiava Briseide da parte di Agamennone, altro eroe greco. Non mi dilungherò su questo episodio rimandando alla lettura del I libro del poema omerico; vorrei, però, sottolineare che, nonostante Briseide sia una schiava, il fatto di averla perduta per uno stupido capriccio dell’Atride (Agamennone) manda in bestia il nostro eroe. Perché mai? Dal nostro punto di vista una schiava è più o meno una moderna colf; se per un motivo o per un altro ci dovesse lasciare, ci si limiterebbe a pubblicare un annuncio sul giornale per trovarne un’altra. Per Achille, però, Briseide è qualcosa di più che una cameriera, è colei che divide anche il suo letto, perché in guerra mica ci si poteva portare la moglie!

In ogni caso, sulla storia coniugale di Achille non sappiamo molto: a Sciro aveva sposato la figlia del re, Deidamia, e da quell’unione era nato Neottolemo (detto anche Pirro). Legittima consorte a parte, è certo che per lui Briseide è una persona speciale e poi bisogna prendere in considerazione anche l’orgoglio: come, ad Agamennone portano via Criseide, la sua schiava, per restituirla al padre Crise che altrimenti, essendo sacerdote di Apollo, avrebbe scatenato il putiferio e messo ancora più nei guai i Greci già abbastanza inguaiati, e poi lui ha il coraggio di prendersi Briseide gettando Achille nello sconforto! Fatto sta che, vuoi per l’affetto provato nei confronti della schiava, vuoi per l’orgoglio ferito, il Pelide, colto dall’ira, si ritira dalla guerra facendo sprofondare i suoi compagni nella depressione più nera. Infatti, dicono che i Troiani solo alla vista di Achille (ovvero della sua armatura, nota a tutti) se la facessero sotto! Tanto che il caro amico Patroclo in seguito convincerà l’eroe a fargli indossare le sue armi per spaventare un pochino i nemici e poi ci rimetterà le penne immedesimandosi troppo nei panni dell’eroe invincibile. Dopo la morte di Patroclo, che i maligni indicano come un amico molto particolare del Pelide, Achille riuscirà pure ad ottenere la restituzione di Briseide da parte di Agamennone. Quest’ultimo, visto che le cose si mettono male per i Greci, chiederà umilmente scusa all’eroe, forse per un rimorso di coscienza o forse perché è l’unico modo per convincere Achille a riprendere le armi. Non è difficile dar credito alla seconda ipotesi, conoscendo l’arroganza e la presunzione dell’Atride.

Il secondo difetto del Pelide è quello di essere un po’ lagnosetto. Infatti, dopo aver subito il torto da parte di Agamennone, si ritira piangendo sulle rive del mare guardando l’immensa distesa / e molto la cara madre implorava tendendo le mani. (I, vv.350-351)
Ma come, un eroe come lui, di fronte alla prima difficoltà, se ne corre da mammà in lacrime chiedendo aiuto! Beh, forse per capire un po’ meglio come stanno le cose, è opportuno spiegare che tipo di madre è quella di Achille, non certo una qualunque. Ella si chiamava Teti ed era una ninfa del mare. Aveva generato Achille da Peleo, un comune mortale. Appena nato il figlioletto, l’immerse nello Stige, uno dei fiumi infernali, rendendo il suo corpo invulnerabile, eccettuato il tallone per il quale lo reggeva (in onore di Achille, abbiamo tutti un tendine che porta il suo nome). A questo punto mi pare il caso di fare delle considerazioni: noi tutti sappiamo che il tallone non è un punto vitale, a chi non è mai capitato, camminando sulla spiaggia, per esempio, di ferirsi con un pezzetto di conchiglia, un legnetto appuntito, un coccio di vetro abbandonato da qualche incivile? Siamo forse morti? Chi ha avuto la peggio, se l’è cavata con qualche punto di sutura! Vi pare possibile che il nostro Achille sia morto a causa di una freccia che l’ha colpito sul tallone? In effetti, l’uccisore di Achille era un certo Filottete, abile arciere, che doveva avere una mira infallibile e una fortuna sfacciata per riuscire a colpire l’avversario proprio sul tallone durante un combattimento in cui, normalmente, ci si muove con una certa rapidità. Qualcuno, però, per dare un senso a questa vicenda, sostiene che la freccia fosse avvelenata e che nulla si poteva fare per salvarlo dal veleno.

Comunque sia, Teti doveva essere abbastanza tranquilla dopo aver escogitato questo piano per salvare la pelle al figlio e farlo morire di vecchiaia. A sconvolgere i suoi programmi, però, ci pensa un indovino, Calcante, il quale le predice che senza l’intervento del figlio la città di Troia non sarebbe mai stata conquistata dai Greci. Pensate ora se a Teti che la città della Troade capitolasse o meno, gliene poteva importare qualcosa. Dea o non dea, resta sempre una mamma e con uno stratagemma tenta di salvare il figlio da morte sicura: lo nasconde, facendogli indossare abiti muliebri, tra le figlie del re Licomede in Sciro. Onestamente questo espediente può sembrare un po’ patetico e per nulla divino, ma dobbiamo anche metterci nei panni della poveretta: il vaticinio svelava anche che Achille avrebbe avuto una vita breve ma gloriosa se avesse partecipato all’evento bellico (vale a dire, non sarebbe più tornato a casa sano e salvo), altrimenti, rimanendo a Ftia, la sua città, avrebbe goduto di una vita lunga ma senza gloria. Vi pare che sarebbe passato alla storia come eroe se non fosse partito? Ebbene, nonostante il travestimento, che al virile Achille doveva stare un po’ “stretto”, Ulisse, non a caso il più furbo dei Greci, lo scovò e lo condusse nella Troade dove, pare, l’eroe primeggiasse tra i suoi compagni anche perché possedeva due cavalli immortali, Balio e Xanto, che il padre Peleo aveva ricevuto come dono di nozze da Poseidone in persona, suo suocero, e un’armatura magica forgiata appositamente per lui da Efesto. Insomma, il solito privilegiato.

Ma torniamo sulle rive del mare dove Achille piangente si reca per invocare la madre alla quale rivolge queste parole:

Madre, poi che a una vita assai breve mi generasti,
almeno avrebbe dovuto concedermi gloria l’Olimpio,
Zeus altisonante! Ora affatto non m’ha onorato.
Oltraggiato m’ha infatti l’Atride dal vasto dominio,
Agamennone, lui che m’ha tolto e si tiene il mio premio
. (Iliade, I, vv. 352-356)

Vale a dire: “Mamma, visto che sono destinato a morire giovane, quel farabutto di uno Zeus poteva darmi una mano e non lasciarmi offendere da quell’odioso e insolente di un Agamennone che si è pure preso Briseide cui tenevo tanto e che era un premio per le mie vittorie passate”.
Per dire la verità Achille, prima di andare a piangere da mammà, non si era astenuto dal dirne di cotte e di crude al rivale, il quale, però, l’aveva liquidato con poche ma efficaci parole, rinfacciandogli di essere non solo odioso ma anche piantacasini, nonostante fosse raccomandato da Zeus in persona:
Il più odioso mi sei tra i re, pupilli di Zeus,
sempre a te sono care e contese e guerre e battaglie
. (I, vv. 176-177)

Vediamo ora cosa risponde Teti all’appello del figlio:
Figlio, di che piangi? Qual pena nel cuore ti giunse?
Parla, non chiuderla in te, in modo che entrambi sappiamo
. (I, vv. 362-363)
Vi pare che una dea come lei non sapesse già tutto? Infatti il dubbio sfiora anche la mente di Achille che, un po’ stizzito, esordisce dicendo:
Lo sai, perché dire questo a te che tutto già sai? (I, v. 365)
Ma nonostante la legittima osservazione, l’eroe si affretta a descrivere con minuzia di particolari tutta la vicenda che la madre, comunque, già conosce ed il lettore anche: infatti, per non annoiarsi, salta tranquillamente la lettura di questa parte. Finito il riassunto delle puntate precedenti, si arriva alla parte più interessante, cioè la richiesta di un aiuto concreto da parte della genitrice: visto che tempo addietro Teti aveva sventato una congiura a palazzo, sull’Olimpo, Zeus non potrà esimersi dal darle una mano.

A questo punto apro una parentesi che riguarda le beghe di famiglia in quel d’Olimpo. Ora, noi tutti immaginiamo, credo, il mondo degli dei come un luogo tranquillo, in cui la felicità regni sovrana, la forza venga usata solo in casi estremi e tutti vadano d’amore e d’accordo visto che sono dei e come tali onnipotenti. Nulla di più sbagliato: l’Olimpo, infatti, è un’appendice terrena, gli dei, oltre ad essere antropomorfi, possiedono tutti i vizi e le virtù tipicamente umani e nelle famiglie, anche quella “reale”, cioè quella di Zeus, si combina ogni sorta di malvagità, dettate soprattutto dall’invidia.
Fatta questa premessa, si capisce il motivo per cui Achille è così sicuro che Zeus non negherà l’aiuto a sua madre. La “congiura di famiglia” ordita a palazzo era davvero grave anche perché aveva avuto illustri protagonisti: Era, moglie e sorella di Zeus, Poseidone, suo fratello, e Pallade, figlia dell’Olimpio, avevano incatenato l’onnipotente (?) parente per sottrargli il potere, ma Teti prontamente era venuta in suo soccorso chiamando il gigante Briareo, dotato di cento braccia e cinquanta teste, che, manco a dirlo, in quattro e quattr’otto aveva liberato l’illustre prigioniero. Poteva, dunque, Zeus negare alla ninfa il suo aiuto? Come vedete le raccomandazioni e i favori, se non le bustarelle perché pare che sull’Olimpo non girasse il vile denaro, sono mezzi antichissimi per raggiungere uno scopo.
Il bello è che Achille non chiede alla madre un aiuto per sé ma si augura che Zeus interceda per concedere la vittoria ai nemici e questo solo per fare uno sgarbo ad Agamennone, che aveva osato offendere il più forte dei Greci, ovvero il Pelide in persona. A parte l’osservazione un tantino egocentrica, ci mette pure un po’ di ironia, nel discorso, visto che spera che i compagni gioiscano per aver avuto un re folle come quello.

Teti, dunque, congeda il figlio assicurandogli la sua intercessione presso il padre degli dei che, però, era momentaneamente assente:
Zeus infatti all’Oceano tra gli ottimi Etiopi è sceso
Ieri a un banchetto, e con lui andarono tutti gli dei;
nel dodicesimo giorno ritornerà sull’Olimpo
… (I, vv. 423-425)
Quindi attenderà il suo ritorno e poi andrà a pregarlo in ginocchio sperando che l’ascolti.
Al ritorno di Zeus e compagni, Teti di buon mattino si reca sull’Olimpo, dopo essere emersa dai flutti del mare, ed espone al Cronide il suo problema. Certo la proposta della ninfa dovette sembrare un po’ strana, ma ciò che in particolare preoccupava il dio era qualcosa di ben più banale: l’eventualità di un litigio con la moglie Era.
Certo anche così, davanti agli dei immortali
mi biasima sempre, e afferma che aiuto in battaglia i Troiani
. (I, vv. 518-521)
Beh, uno come Zeus, il dio per eccellenza, il più forte di tutti, il più temuto, armato di fulmini e saette, pronto a scagliarli contro chiunque gli stesse solo un pochino antipatico, si preoccupa della reazione della moglie ad una sua eventuale presa di posizione contro i Greci! Eh già, perché Era stava proprio dalla parte degli Achei e voleva che questa guerra la vincessero loro, non quei vili dei Troiani. Non aveva dimenticato, infatti, che quel bifolco di Paride non le aveva assegnato la mela d’oro, che valeva più o meno come il titolo di Miss Olimpo, preferendole quella rovinafamiglie di Afrodite.

Manco a dirlo, i timori del Cronide si rivelano più che fondati, dato che non appena la moglie lo vede, sente puzza d’imbroglio. Sentite un po’ come gli si rivolge:
Chi tra gli dei ha tramato con te, mente ingannevole?
Sempre ti è caro, andandotene lontano da me,
pensare in segreto e decidere, e mai
a me osi dire che cosa hai pensato
. (I, vv. 540-543)
Davvero un bel caratterino, questa Era! Non le si può nascondere niente, nemmeno da parte di uno come Zeus che non è certo l’ultimo dei pivelli. È inutile, da parte del dio, ogni tentativo di schernirsi, perché la moglie, sempre più acida, gli rivela di essere a conoscenza del suo incontro con Teti (aveva i suoi informatori) e della trama ordita insieme alla ninfa a danno degli Achei. Di fronte alla disarmante consorte, che può fare il nostro Zeus se non gettare la spugna ed ammettere la ragione della moglie? Lo fa, però, con un po’ di stizza, come ogni marito colto in fallo:
Ardita, sempre vai macchinando qualcosa, mai ti posso sfuggire! (I, v. 561)
Il rimprovero di Era, però, non lo intimorisce più che tanto e, dopo aver rammentato di essere, nonostante tutto, il padre e padrone di tutti gli dei, le ricorda che è lui a portare i pantaloni in famiglia, e se non sta zitta ed ubbidisce ai suoi voleri, sono botte! State a sentire cosa le dice:
Stattene seduta in silenzio ed obbedisci alle mie parole,
non ti potranno aiutare gli dei, quanti ce ne sono sull’Olimpo,
se mi avvicino a te, se ti metto addosso le mani tremende
! (I, vv. 565-567)
Era sarà pure una rompiscatole ed un’impertinente, ma di fronte alle minacce non può far altro che calare le orecchie ed arrendersi:
Atterrita ne fu la veneranda Era, sguardo profondo,
ma in silenzio stette, piegando il suo cuore
. (I, vv. 568-569)
Vorrei un attimo attirare la vostra attenzione sull’epiteto attribuito alla dea che il traduttore, molto bonariamente, ha reso con una formula un po’ eufemistica. Infatti, in greco hoopis letteralmente significa “dagli occhi bovini”: lascio a voi ogni possibile considerazione.

Il passo appena analizzato ci fa, insomma, un po’ riflettere sui rapporti che si instauravano tra gli dei e, in particolare, tra marito e moglie divini. Da parte sua Zeus, pur ottenendo alla fine ciò che vuole, cioè che la moglie non interferisca nei suoi piani e lo lasci fare come meglio crede, dapprincipio si pone almeno il problema della possibile reazione della consorte, evidenziando una debolezza che un dio di certo non dovrebbe avere. L’acida moglie, al contrario, tira fuori gli artigli e se non può vincere con la forza, almeno tenta con le parole, taglienti più di qualsiasi lancia. Alla fine deve cedere, è vero, ma di fronte alla volontà dell’Olimpio tutti sono costretti a capitolare!

Insomma, nonostante la lite tra i due divini coniugi, alla fine Teti la spunta: esaudisce il desiderio di un figlio che ha ancora ben poco da vivere. E chi la può biasimare. Certo questa Teti doveva stare un po’ antipatica alle colleghe (si dice fosse bellissima) e la reazione di Era ne è la prova. Perché mai invidiarla, visto che passava la sua vita sul fondo del mare, era monogama, non si concedeva svaghi, come la Sirenetta di Andersen che ogni tanto si faceva un giretto sulla terraferma, e inoltre aveva già la certezza di perdere un figlio in giovane età? C’è da dire che Era stessa l’aveva allevata, ma siccome su di lei, oltre che Apollo, aveva messo gli occhi anche l’incontenibile Zeus, certo la cosa alla consorte del Cronide non era andata giù. Da parte loro, i due divini contendenti rinunciano alla ninfa non appena vengono a conoscenza, attraverso il solito vaticinio, che se si fosse unita ad un dio, avrebbe generato un figlio che da adulto avrebbe spodestato il padre. Evitata la poveretta come la peste, le rifilano come sposo il povero, si fa per dire, Peleo, sovrano di Ftia, che nulla ha da temere visto che un altro oracolo aveva predetto la morte di Achille in guerra.
Insomma, tanto umani, questi dei, da essere così superstiziosi! Sempre a dar retta ad oracoli e indovini, rovinandosi l’esistenza! Almeno noi ci affidiamo agli innocui oroscopi che leggiamo un po’ distrattamente sui giornali, senza dare loro più importanza di quanta in realtà meritino.

[nella foto: statua di Achille a Corfù, Grecia]

22 novembre 2009

PARIDE: BELLO E IMPOSSIBILE

Posted in Pagine d'Epica tagged , , , , , , , , , , a 10:22 pm di marisamoles

Paride, uno dei cento figli di Priamo, re di Troia, è passato alla storia per la sua bellezza e la sua impresa ardita: il rapimento di Elena che tanti lutti ha portato ai Troiani in una guerra decennale conclusasi con la distruzione della città di Priamo. “Bello qual dio”, di lui si dice. Conosciuto con il nome di Paride ma citato nell’Iliade omerica quasi esclusivamente con l’altro nome: Alessandro, che letteralmente significa “difensore degli uomini”. Quali uomini abbia difeso e in che modo, lo scopriremo più avanti. Per ora c’interessa la sua storia, quella di un ragazzo spensierato, ignaro di essere un principe. Infatti la madre era una tipa un po’ superstiziosa, come si addice alle vere donne mediterranee, ed il padre doveva essere troppo impegnato a fare il re e troppo prolifico per accorgersi della sua mancanza (uno più, uno meno). Sta di fatto che la madre Ecuba lo abbandona in fasce spaventata da un terribile sogno premonitore. In effetti, con il senno di poi, chi non avrebbe dato retta al sogno che preannunciava la distruzione di Troia? Paride, comunque, si salva e diviene, destino comune a tutti i pargoli regali abbandonati, un pastore.

La sua è una vita tranquilla, forse non troppo appagante, ma neanche troppo noiosa, visto che ha anche un flirt con una certa Enone, una ninfa del monte Ida, sua vicina di casa. Ad ogni modo, quando, come tutti sanno, al cospetto del pastorello si presenta niente meno che Afrodite la quale, in cambio della famosa mela d’oro, gli offre Elena, non c’è niente da fare: Paride non ci pensa su un istante e, piantata in “asso” la povera Enone, se ne corre a Sparta per rapire la donna promessagli dalla dea dell’amore. Che poi la fanciulla fosse sposata con un certo Menelao, per giunta re, non è cosa che al principe-pastore interessi più di tanto.
Il suo comportamento è quanto di più disdicevole si possa immaginare in un mondo, quello greco arcaico, in cui certe scorrettezze erano considerate non solo sconvenienti, ma addirittura sacrileghe. Infatti Paride prima si fa ospitare dal marito di lei e poi gli rapisce la moglie, violando un vincolo, quello dell’ospitalità, che era considerato sacro a quei tempi.

I fatti successivi sono noti: Menelao convince gli altri re greci a partire per Troia che viene cinta d’assedio per dieci lunghi anni. Ma Paride, una volta tornato nella città natale e rivendicato il suo posto a corte, che fa? Finché si trattava di fare il pastore, si era dimostrato coraggioso nel difendere il gregge e i suoi compagni pastori dai lupi, tanto che venne chiamato Alessandro, che significa, come già anticipato, “difensore degli uomini”, ed è con questo appellativo che lo troviamo a combattere a Troia. Ma in guerra tutto ‘sto coraggio non lo dimostra. La faccenda per lui diventa troppo seria e poco dopo il suo arrivo in città con la sua bella preda, Elena, probabilmente si rode il fegato perché non riesce nemmeno a godere della sua compagnia.
L’atteggiamento vile dimostrato da Paride nell’imbracciare le armi era motivo di grande disonore per il suo popolo. In effetti il poveretto incarna la negazione dell’ideale greco del kalòs kai agathòs (bello e buono). Per i Greci, infatti, virtù e bellezza erano doti complementari e Paride rappresenta, quindi, l’eccezione alla regola.

Anche Elena, probabilmente ben presto pentita di averlo seguito fin sui lidi della Troade, non doveva nutrire per lui una grande stima. La poveretta, infatti, si era ridotta un po’ maluccio e doveva rimpiangere la vita di corte che a Sparta aveva condotto prima di seguire colui che Afrodite stessa le aveva destinato come amante. Elena ebbe illustri natali: era, infatti, figlia di Zeus e di Leda, sorella di Castore e Polluce, di Clitennestra (moglie di Agamennone ed uxoricida) e di Filanoe (moglie di Glauco). Una stirpe di vip, insomma. Le disgrazie di questa bellissima donna non iniziano ad Ilio, perché quando era ancora una fanciullina fu rapita da Teseo. Questi era una via di mezzo tra un play-boy ed un pedofilo, visto che aveva già sedotto e abbandonato, in Nasso, la povera Arianna, quella del filo. Un vero mascalzone, insomma. Una volta liberata dai fratelli, Elena viene data in sposa a Menelao, da tutti noto come il più grande cornuto della storia greca. Le vicende successive sono conosciute e non mi pare il caso di perderci altro tempo.
Del legittimo marito le fonti narrano lo spirito di vendetta e la forza nelle armi; poco si sa del suo aspetto fisico ma se Elena gli preferisce Paride ce lo possiamo immaginare. D’altra parte, del sacrilego rapitore conosciamo un epiteto che ricorre con ossessionante frequenza nei versi in cui compare: “bello qual dio”. E questo dice tutto.

Sarà bello come un dio, ma il nostro Paride-Alessandro di coraggio ne ha ben poco. Lo troviamo, infatti, nel libro III dell’Iliade, pronto – si fa per dire- a sfidare il suo rivale sul campo di battaglia. I due eserciti sono schierati l’uno di fronte all’altro:

Quando furon vicini, avanzando gli uni sugli altri,
tra i Teucri innanzi muoveva Alessandro, bello qual dio,
con una pelle di pardo sulle spalle, l’arco ricurvo
e la spada; agitando due lance con punta di bronzo
voleva degli Argivi sfidare tutti i migliori
e scontrarsi in duello con lui nell’orrenda battaglia
. (Iliade, III, vv. 15-20)

Fin qui ci sembra di essere di fronte ad un eroe pronto a tutto; da parte sua, Menelao gioiva nel vedere davanti ai suoi occhi / Paride, bello qual dio; e sperò far vendetta al reo./ Subito egli dal carro a terra saltò con le armi. (Ibidem, vv.27-29)
L’aspetto del re greco doveva essere tutt’altro che incoraggiante, visto che Paride non appena intuisce le intenzioni poco confortanti, si comporta da vero eroe:
Come dunque lo vide Alessandro bello qual dio
in prima fila apparire, sentì un gran colpo nel cuore
e tra le schiere dei suoi si ritrasse, fuggendo la morte
(Ibidem, vv.30-32)
Vale a dire, girò i tacchi e andò a nascondersi dietro agli scudi e alle corazze dei suoi compagni. Una gran bella figura, insomma.

A questo punto interviene Ettore, il vero eroe in campo troiano, nonché fratello di Paride, uno degli innumerevoli figli di Priamo, il quale lo assale con parole oltraggiose:

Paride tristo, bello di viso, che impazzi a sedurre
le donne, oh non fossi mai nato e celibe fossi morto:
questo preferirei e sarebbe più vantaggioso
d’essere invece così la vergogna e l’odio degli altri.
Certo sghignazzano i Danai chiamati, che avevano creduto
che fossi un valente campione, visto che sei così bello
nell’aspetto, ma in cuore non hai né valore né forza
. (III, vv.38-45)

Insomma, ormai lo sapevano tutti che il bell’Alessandro era una sorta di “bello senz’animo”. Diciamo pure, prendendo a prestito le parole con cui Manzoni presenta don Abbondio, che non era nato, insomma, con un cuor di leone . Diciamo anche che a buon diritto Ettore s’infuria: gli rimprovera, tra le altre cose, di essersi scelto, per rapirla, non solo la donna più bella del mondo, ma anche parente di arditi guerrieri. Proprio uno sciagurato!
E gli insulti non si fermano: Ettore continua impietoso, affermando che solo attraverso il confronto con Menelao si potrebbe rendere conto di qual uomo si tiene la moglie. E allora:
La cetra e di Afrodite i doni non ti gioveranno,
la chioma e la bellezza, se vinto cadrai nella polvere
(III, vv.54-55)
A questo punto al bell’ “eroe” non resta che cedere e proporre, poco convinto, di affrontare da solo in duello Menelao. Il vincitore potrà, dunque, a buon diritto tenersi la bella Elena.

La notizia del duello si diffonde subito e il pubblico si riunisce velocemente sulla rocca di Ilio. Ai poveri Troiani non pare vero di poter, in breve, uscire da quell’incubo. Personalmente credo che a nessuno importasse che il bel Paride salvasse la pelle, nemmeno ad Elena che già si era pentita di essersi lasciata sedurre dal suo fascino e, diciamo la verità, si sentiva un po’ in colpa per aver provocato tutto quel putiferio. La ritroviamo, Elena, sulla rocca insieme agli altri Troiani pronti a tifare per Paride, probabilmente, senza però confidare troppo nella sua vittoria (visto il tipo). La donna è avvicinata dal suocero Priamo che con molto savoir faire le manifesta il suo affetto e la solleva da ogni colpa:
Ai miei occhi tu non sei colpevole, ma gli dei;
essi suscitarono la guerra luttuosa degli Achei
. (III, vv.164-165)
In realtà il re non ha torto, vista e considerata la brillante idea di Ate (la dea della discordia) di seminar zizzania fra le colleghe con quella benedetta mela d’oro!
Le affettuose parole di Priamo, però, nascondono un secondo fine che non tarda a palesarsi: quello di conoscere dalla nuora nomi, cognomi (o meglio patronimici), qualità e difetti degli eroi greci su cui Elena, stando prima dall’altra parte, deve per forza essere informata. La donna, da parte sua, risponde volentieri alle curiosità del re, non prima, però, di essersi sfogata:
Meglio sarebbe stato che io preferissi morte terribile,
quando seguii tuo figlio lasciando il talamo e gli amici,
la figlia delicata e le amabili coetanee
. (III, vv.173-175)
In effetti, non si era comportata in modo esemplare: pazienza mettere le corna al marito, ma fuggire lasciando anche una figlia! Si tratta di Ermione, anch’ella alquanto sfortunata: infatti andò in sposa ad un tale Neottolemo, figlio di Achille, che amava profondamente nonostante fosse promessa ad Oreste. Costui, poi, uccise il rivale e si riprese la fanciulla. A quei tempi faccende come queste venivano sbrigate velocemente e senza tanti complimenti.

Tornando ai sensi di colpa della nostra Elena, in un successivo colloquio con Ettore dà di sé un giudizio ancor più severo (condivisibile, tra l’altro, da molti suoi contemporanei):

Cognato mio, di me cagna che ha tramato disgrazie funeste,
meglio sarebbe stato che nel giorno in cui la madre mi generò
una malvagia tempesta di vento mi avesse trascinata via,
sulle vette di un monte o nel mare echeggiante infinito,
e le onde mi avessero travolta prima che questi mali si compissero.
Ma poiché gli dei così hanno stabilito queste sciagure,
avrei preferito essere la sposa di un uomo più valoroso,
che conoscesse la vendetta e le innumerevoli offese degli uomini.
Costui invece non ha animo saldo, né mai lo avrà:
e io penso che un giorno ne raccoglierà i frutti
. (VI, vv.345-349)

Belle parole, non c’è che dire; in questa circostanza il vero uomo è proprio Elena che non solo ribadisce le sue colpe, assumendosi le proprie responsabilità, ma riesce ad inveire, in modo garbato, contro il suo sposo, prendendosi, almeno a parole, la sua rivincita.
Ma cos’è che porta la donna ad esprimersi in tal modo? Avevamo lasciato la rocca di Troia affollata di pubblico accorso per assistere allo spettacolo dell’anno: Paride contro Menelao, all’ultimo sangue. Elena sta sempre a fianco del re Priamo quando inizia il duello. I due eroi con le loro belle armi si posizionano uno di fronte all’altro sul campo, agitando le lance. Colpisce per primo Alessandro ma manca il bersaglio; il greco risponde, non prima di aver invocato Zeus affinché gli dia una mano contro il traditore. Fallito a sua volta il colpo, furibondo più che mai Menelao si rivolge nuovamente al padre degli dei che pare non aver colto le sue preghiere. Probabilmente in quel momento l’Olimpio era impegnato; una dea libera e a disposizione di Paride, però, c’era: la cara Afrodite che forse si era fatta un esame di coscienza – “Bel casino ho combinato!” – ed interviene pronta e veloce a salvare il suo protetto facendo finire l’incontro 0 a 0. Immaginatevi i fischi che dovevano provenire dagli spalti … pardon, dalla rocca! Non si poteva nemmeno sperare nei tempi supplementari, cosicché quello che doveva essere l’incontro, anzi lo scontro decisivo, si risolve in un nulla di fatto, riportando la situazione al punto di partenza.
La guerra, quindi, continua ma non sarà certo Paride, con il suo coraggio e le sue sole forze, a risolvere la situazione; con un colpo di fortuna – e l’aiuto di Apollo – riuscirà ad uccidere Achille, il più valoroso dei Greci. Sarà, però, ferito da Filottete, infallibile arciere, e quando si recherà, alquanto sfacciatamente, da Enone, la fanciulla sedotta e abbandonata sul monte Ida, per essere curato con una delle sue erbe mediche – la ninfa, infatti, era un’esperta in fitoterapia – lei gli negherà il suo aiuto e lo lascerà morire. Finalmente una che si comporta da vero uomo! Peccato che poi la poveretta si lasci torturare dal rimorso fino al suicidio.

Come tutti sanno, la guerra sarà vinta dai Greci grazie all’astuzia di quel gran figlio di … chiamato Odisseo, per gli amici Ulisse.
Elena, invece, che fa? Come si dice, “morto un papa se ne fa un altro” … morto Paride, la fanciulla sposa uno dei cognati troiani, Deifobo, un vero eroe, visto che era riuscito anche a ferire Achille durante uno scontro. Caduta Troia, però, la perfida donna vuole riguadagnarsi i favori dell’ex e introduce Menelao, accompagnato dall’immancabile Ulisse, nella sua stanza nuziale e fa trucidare l’ignaro Deifobo. Una vera megera! Altro che sesso debole.
Dopo la fine del suo terzo marito, se ne torna tranquilla in Grecia con il primo che la perdona (ci vuole un bel coraggio, però!) e vive in pace con lui finché, sopraggiunto il decesso anche di questo, viene cacciata con tutte le più sante ragioni dai figli di lui. Si rifugia quindi a Rodi presso un’amica – almeno, era convinta che lo fosse! – una certa Polisso che, a tradimento, la fa impiccare. Secondo altre fonti, Elena si suicida ma, conoscendo il tipo, credo proprio che non l’avrebbe mai fatto: troppo orgogliosa e troppo abituata a vincere. Dalla morte di Paride in poi, la storia di Elena sembra quella di alcune dive di Hollywood che si divertono a far strage di uomini, facendoli cadere nelle loro reti con grande facilità. È il caso di dirlo: nonostante quello che gli antichi scrittori vogliono farci credere, erano le donne, almeno quelle come Elena, a portare i pantaloni in casa. Altro che il bel Paride-Alessandro!

[nell’immagine: “Paride” di Antonio Canova, Venezia, Museo Correr]

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