PASQUETTA: ORIGINI E SIGNIFICATO DELLA FESTA


In realtà la giornata di Pasquetta viene ricordata dalla Chiesa come Lunedì dell’Angelo o anche Lunedì in Albis o, secondo il calendario liturgico, lunedì dell’Ottava di Pasqua. Fin dal dopoguerra è una giornata festiva, un po’ come lo è santo Stefano, il 26 dicembre, con l’intento forse di allungare di un po’ le feste pasquali.

Il termine Pasquetta ha origine popolare e per tradizione questa è una giornata in cui si sta all’aria aperta, dedicata a pic nic e spensieratezza, meglio se in compagnia, naturalmente. Il fatto che si chiami anche Lunedì dell’Angelo in realtà deriva da una errata interpretazione di questo passo dal Vangelo di Marco (16, 1-8a):

Passato il sabato, Maria di Màgdala, Maria madre di Giacomo e Salome comprarono oli aromatici per andare a ungerlo. Di buon mattino, il primo giorno della settimana, vennero al sepolcro al levare del sole. Dicevano tra loro: «Chi ci farà rotolare via la pietra dall’ingresso del sepolcro?». Alzando lo sguardo, osservarono che la pietra era già stata fatta rotolare, benché fosse molto grande. Entrate nel sepolcro, videro un giovane, seduto sulla destra, vestito d’una veste bianca, ed ebbero paura. Ma egli disse loro: «Non abbiate paura! Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. È risorto, non è qui. Ecco il luogo dove l’avevano posto. Ma andate, dite ai suoi discepoli e a Pietro: “Egli vi precede in Galilea. Là lo vedrete, come vi ha detto”». Esse uscirono e fuggirono via dal sepolcro, perché erano piene di spavento e di stupore.

Passato il sabato dovrebbe far capire chiaramente che il giorno in cui le tre donne si recarono al sepolcro di Gesù, incontrando l’angelo che rivelò loro la resurrezione di Cristo, era la domenica. Tuttavia, quando poi si legge il primo giorno della settimana si è portati a far riferimento alla giornata di lunedì, che appunto dà inizio alla settimana. Non dimentichiamo, però, che il testo del Nuovo Testamento si inserisce nel contesto ebraico che considera il sabato come giornata di festa e, di conseguenza, la settimana inizia con la domenica. Seguendo lo stesso ragionamento, per gli Arabi musulmani, che considerano il venerdì la giornata festiva, la settimana inizia dal sabato.

Convenzionalmente, svincolandosi dalle religioni, in Europa la settimana inizia dal lunedì, mentre nel Nord America il primo giorno è la domenica e nei paesi arabi è sempre il sabato.

Il termine Pasquetta ormai ha sostituito la vera denominazione di questa giornata che nemmeno per la Chiesa è di precetto. Ciò non toglie che qualcuno preferisca ricordare il significato religioso di questa giornata festiva. Nel 1991 l’allora Papa Giovanni Paolo II in un discorso tenuto il 1 aprile ci tenne a precisare:

Ieri è stata la solennità di Pasqua, oggi è il lunedì di Pasqua. In Italia c’è la bella tradizione di chiamare questa giornata “Pasquetta”, ma io non voglio parlare di “Pasquetta”. C’è anche un altro nome per indicare questo giorno: il giorno, o la festa “dell’Angelo”. È questa una tradizione molto bella che corrisponde profondamente alle fonti bibliche sulla Risurrezione. Ci ricordiamo della narrazione dei Vangeli Sinottici, quando le donne vanno al Sepolcro e lo trovano aperto. Esse temevano di non poter entrare perché la tomba era chiusa da una grande pietra. Invece è aperta e, dall’interno, sentono le parole: “Gesù Nazareno non è qui”. Così questa festa dell’Angelo, almeno io la intendo in questo modo, è un completamento dell’Ottava pasquale.

Un proverbio italiano dice: «La notte di Pasquetta, parla il chiù con la civetta», per indicare che in questa occasione la pace della Pasqua coinvolge tutti, anche uccelli diversi tra di loro (il chiù è il nome con cui è conosciuto l’assiolo, dal suo verso, e a esso è dedicata anche una poesia di Giovanni Pascoli).

[fonti: blog.graphe.it, wikipedia.org, curiositaeperche.it immagine da questo sito]

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LE POESIE DIMENTICATE: “L’AQUILONE” di GIOVANNI PASCOLI

Pietro Lerda aquiloni
PREMESSA:
Inauguro con questa delicata poesia, ricordo dei miei studi liceali, una sezione dedicata alle poesie scomparse dai manuali scolastici. Purtroppo molte liriche che hanno appassionato gli studenti nella seconda metà del secolo scorso, non vengono più trattate nei programmi scolastici. Accolgo, quindi, l’invito che qualche lettore mi ha fatto, intervenendo sul blog o scrivendomi in privato, a commentare qualcuna di queste poesie dimenticate dai curatori delle antologie scolastiche (almeno di quelle in uso nelle scuole superiori) ma mai del tutto scomparse dai nostri cuori.

pascoli giovaneGiovanni Pascoli (1855-1912), noto poeta romagnolo, compì gran parte dei suoi studi presso il Collegio Raffaello di Urbino, retto dai padri Scolopi. Entratovi a sette anni, nel 1862, assieme ai fratelli Giacomo e Luigi, vi rimase fino al 1871, concludendo la prima classe liceale.
La morte del padre, avvenuta il 10 agosto 1867, avvenimento che traumatizzò il giovane Pascoli, provocò un cambiamento del curricolo di studi cui era già stato avviato: la famiglia, infatti, avrebbe voluto che proseguisse gli studi in ambito tecnico per succedere al padre nel ruolo di amministratore della tenuta dei principi di Torlonia, a San Mauro. Il poeta, però, dopo l’uscita dal collegio di Urbino, riuscì a frequentare il secondo anno di liceo classico a Rimini e l’ultimo anno presso il collegio degli Scolopi di Firenze nel 1872. Bocciato a giugno nelle materie scientifiche, riparò ad ottobre sostenendo gli esami a Cesena.
Grazie ad una borsa di studio e all’interessamento di Giosue Carducci, che in lui intravide delle doti letterarie, si iscrisse alla Facoltà di Lettere dell’università di Bologna dove si laureò a pieni voti, dopo varie vicissitudini, nel 1882, ottenendo in seguito un incarico di insegnamento al liceo di Matera.
Dal 1897 al 1903 Pascoli insegnò Letteratura Latina all’Università di Messina. Qui compose la poesia L’aquilone, rievocando momenti lieti e tristi passati al collegio di Urbino. La lirica fa parte della raccolta Primi poemetti che il poeta pubblicò, nell’edizione definitiva, nel 1904.

Dal punto di vista metrico, la lirica è composta da 21 terzine di endecasillabi più un verso isolato che la conclude. Lo schema metrico è ABA, BCB, CDC, rima incatenata detta anche terza rima. La stessa usata da Dante Alighieri per la sua Commedia. Qui, tuttavia, il metro scelto non appare affatto solenne, anzi, si fa discorsivo e le rime spesso nemmeno si avvertono.

C’è qualcosa di nuovo oggi nel sole,
anzi d’antico: io vivo altrove, e sento
che sono intorno nate le viole.

Son nate nella selva del convento
dei cappuccini, tra le morte foglie
che al ceppo delle quercie agita il vento
.

A Messina, complice il clima mite, già a febbraio si respira un tepore primaverile: è quel qualcosa di nuovo che porta con sé l’antico, i ricordi dell’infanzia passata in quel convento dei Cappuccini, a Urbino, dove il poeta immagina siano già spuntate le viole tra le foglie ormai morte che il vento agita ai piedi delle querce.

Si respira una dolce aria che scioglie
le dure zolle, e visita le chiese
di campagna, ch’erbose hanno le soglie:

un’aria d’altro luogo e d’altro mese
e d’altra vita: un’aria celestina
che regga molte bianche ali sospese…

sì, gli aquiloni! E’ questa una mattina
che non c’è scuola. Siamo usciti a schiera
tra le siepi di rovo e d’albaspina.

Le siepi erano brulle, irte; ma c’era
d’autunno ancora qualche mazzo rosso
di bacche, e qualche fior di primavera

bianco; e sui rami nudi il pettirosso
saltava, e la lucertola il capino
mostrava tra le foglie aspre del fosso
.

L’aria tiepida scioglie la terra indurita dal ghiaccio, accarezza le soglie cosparse d’erba delle chiese di campagna; è l’aria di un luogo diverso da quello in cui Pascoli si trova, quella che respirava nella sua infanzia (d’altra vita) e in un mese diverso. A Urbino, infatti, la primavera tarda ad arrivare rispetto a Messina, in cui ora vive. Ed ecco che sospinti da quell’aria celestina i ricordi vagano nel rievocare le bianche ali sospese: gli aquiloni.
È una mattina senza scuola, gli scolari felici, in gruppo, sono usciti tra le siepi spoglie e spinose di rovo e di biancospino. Fra i bianchi fiori primaverili si intravedeva ancora qualche bacca rossa, reminescenza autunnale. Sui rami degli alberi, ancora spogli, saltellava sulle sue zampette il pettirosso e la lucertola faceva capolino tra le foglie aride di un fossato.

Or siamo fermi: abbiamo in faccia Urbino
ventoso: ognuno manda da una balza
la sua cometa per il ciel turchino.

Ed ecco ondeggia, pencola, urta, sbalza,
risale, prende il vento; ecco pian piano
tra un lungo dei fanciulli urlo s’inalza.

S’inalza; e ruba il filo dalla mano,
come un fiore che fugga su lo stelo
esile, e vada a rifiorir lontano.

S’inalza; e i piedi trepidi e l’anelo
petto del bimbo e l’avida pupilla
e il viso e il cuore, porta tutto in cielo.

Più su, più su: già come un punto brilla
lassù, lassù… Ma ecco una ventata
di sbieco, ecco uno strillo alto… – Chi strilla
?

bambina-con-aquilone

Ora il ricordo si fa più nitido e alle immagini della natura si sovrappongono quelle dei compagni. Il poeta ricorda che, dall’alto di un colle che sovrasta Urbino, con il favore del vento ciascuno libera nel cielo turchese il suo aquilone che qui assume l’aspetto di una stella cometa che ondeggia, quasi sospesa in precario equilibrio, trova un ostacolo poi riprende il volo e si libra leggera nell’aria. Quando l’aquilone si rialza, il movimento viene accompagnato dall’urlo dei bambini.
Particolarmente efficace, nella seconda terzina riportata qua sopra, i verbi elencati per asindeto, quasi a voler seguire l’avventura aerea della cometa, e quell’ultimo s’inalza ripreso, in anafora, all’inizio delle strofe che seguono.
Delicata l’immagine dell’aquilone che prende il volo, quasi a rubare il filo dalle manine dei bimbi, paragonato ad un fiore che si libera dallo stelo per andare a rifiorire altrove. E poi i piedi dei piccoli che sulle punte sembrano spiccare il volo, mentre la corsa, o forse l’emozione, rende il loro petto ansimante. Gli occhi (la pupilla è una sineddoche) seguono anch’essi trepidanti il volo dell’aquilone che sembra portare tutto con sé in cielo, il viso e il cuore.
Il volo continua sempre più in alto finché un colpo di vento devia il volo dell’aquilone, accompagnato da uno strillo. Di chi è quella voce?

Sono le voci della camerata mia:
le conosco tutte all’improvviso,
una dolce, una acuta, una velata…

A uno a uno tutti vi ravviso,
o miei compagni! E te, sì, che abbandoni
su l’omero il pallor muto del viso.

Sì: dissi sopra te l’orazioni,
e piansi: eppur, felice te che al vento
non vedesti cader che gli aquiloni
!

Le ricorda tutte quelle voci, il poeta. Sono quelle dei suoi compagni di camerata, riesce a distinguerle ad una ad una, non appena si affacciano alla sua memoria. Tutte, e ciascuna con la sua caratteristica propria: qualcuna dolce, un’altra acuta, un’altra ancora velata, forse di pianto. E anche i volti dei compagni visitano nuovamente la mente di Pascoli, uno in particolare: quello di chi ha abbandonato sulla spalla del poeta il viso pallido e muto.
È forse l’amico più caro, per lui il poeta giovinetto aveva pianto e pregato, invano. Un fanciullo che non aveva goduto dello spettacolo sulla collina, che non era riuscito a vedere gli aquiloni cadere. Felice, nonostante tutto, perché aveva goduto dell’età più bella e la morte l’aveva sottratto ai dolori della vita.
In questi versi ritorna, seppur attraverso immagini delicate, quel male di vivere, mai celato, che accompagnò il poeta durante la sua esistenza contrassegnata da numerosi lutti, iniziati con la scomparsa del padre che causò in lui un trauma mai superato. Ecco, dunque, che la morte in giovane età è, per Pascoli, una morte felice.

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Tu eri tutto bianco, io mi rammento:
solo avevi del rosso nei ginocchi,
per quel nostro pregar sul pavimento.

Oh! te felice che chiudesti gli occhi
persuaso, stringendoti sul cuore
il più caro dei tuoi cari balocchi!

Oh! dolcemente, so ben io, si muore
la sua stringendo fanciullezza al petto,
come i candidi suoi pètali un fiore

ancora in boccia! O morto giovinetto,
anch’io presto verrò sotto le zolle
là dove dormi placido e soletto…

L’autore qui ricorda il pallore di quel bimbo, il bianco che contrasta con il rosso delle ginocchia causato dalle preghiere che erano costretti a recitare piegati sul pavimento.
Nelle terzine che seguono, l’anafora di quell’oh iniziale racchiude il pensiero pascoliano sulla morte, una morte che anche il poeta sente vicina. Eppure quel fanciullo morì felice, stringendo al petto il suo giocattolo preferito assieme alla sua giovane vita troncata anzitempo, come i petali bianchi di un fiore non ancora sbocciato del tutto. Una dolce morte che accompagnò il bimbo nell’estremo riposo sotto le zolle, tranquillo e solo.

Meglio venirci ansante, roseo, molle
di sudor, come dopo una gioconda
corsa di gara per salire un colle!

Meglio venirci con la testa bionda,
che poi che fredda giacque sul guanciale,
ti pettinò co’ bei capelli a onda

tua madre… adagio, per non farti male.

Per Pascoli la morte felice del compagno è caratterizzata dall’immagine di chi giunge alla fine della vita ancora ansimante, sudato e accaldato dalla corsa fatta per salire il colle, facendo a gara con i compagni per chi arriva primo. E per primo è arrivato alla meta finale: ha ancora i capelli biondi, quel bimbo, l’età non li ha fatti ingrigire. La sua testolina, che custodisce immutate le infantili illusioni, ora riposa fredda sul guanciale mentre la madre pettina dolcemente la chioma, creando un’onda, adagio per non fare male al figlio che non vide cadere al vento altro che gli aquiloni.

[le immagini: “Aquiloni” di Pietro Lerda da questo sito; “Bambina con l’aquilone” da questo sito; “Madre pettina bambino” di Mary Cassat da questo sito; barra divisoria da questo sito]

UNA POESIA PER PASQUA: “GESU’” DI GIOVANNI PASCOLI

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GESU’

E Gesù rivedeva, oltre il Giordano,
campagne sotto il mietitor rimorte,
il suo giorno non molto era lontano.
E stettero le donne in sulle porte
delle case, dicendo: Ave, Profeta!
Egli pensava al giorno di sua morte.
Egli si assise, all’ombra d’una mèta
di grano, e disse: Se non è chi celi
sotterra il seme, non sarà chi mieta.
Egli parlava di granai ne’ Cieli:
e voi, fanciulli, intorno lui correste
con nelle teste brune aridi steli.
Egli stringeva al seno quelle teste
brune; e Cefa parlò: Se costì siedi,
temo per l’inconsutile tua veste;
Egli abbracciava i suoi piccoli eredi:
-Il figlio – Giuda bisbigliò veloce-
d’un ladro, o Rabbi, t’è costì tra ‘piedi:
Barabba ha nome il padre suo, che in croce
morirà.- Ma il Profeta, alzando gli occhi
-No-, mormorò con l’ombra nella voce,
e prese il bimbo sopra i suoi ginocchi.

Non è una delle poesie di Pascoli più conosciute ma in essa si può riconoscere la religiosità del poeta che immagina il Salvatore nei giorni che precedono la Sua morte.
Fa da sfondo alla poesia quel mondo contadino assai caro a Pascoli, lo stesso di tante poesie in cui, attraverso l’umanità del pensiero più che lo sguardo dell’uomo, il poeta riesce ad esprimere la gioia e il dolore.

All’inizio della poesia, come spesso accade nelle sue liriche, una congiunzione, quella “e” che sembra voler continuare un discorso interrotto. Poi il protagonista del canto: Gesù, un Gesù che “rivede” il Suo Giordano, che riporta i suoi passi laddove aveva ricevuto il battesimo da Giovanni. Quando ormai il “suo giorno” è vicino, Gesù ritorna dal lungo peregrinare per portare la parola del Padre Suo al popolo, fatto di mietitori e di donne che lo accolgono con quel saluto romano che riporta l’attenzione del lettore alla provincia dell’impero che nel suo governatore, Pilato, vedrà l’iniquo giudice.
Le campagne cui vien tolta la vita dai mietitori, l’ombra prodotta dalle pile di grano accatastate dai contadini porta il Messia ad una considerazione: se il seme non viene sotterrato da alcuno, nessun lavoro verrà concesso ai mietitori. Ma ci sono anche dei granai speciali, quelli che non necessitano del lavoro dell’uomo e che fanno dono di se stessi a chi li merita: sono i granai dei Cieli. Gesù ne parla ai bimbi che si affollano intorno a Lui; uno di essi, Cefa, gli si rivolge esprimendo il timore che la Sua “inconsutile” veste possa rovinarsi sedendosi sull’arida terra. Ma quella veste è speciale; quella tunica senza cuciture che assurge a simbolo dell’indivisibilità della Chiesa, non teme nulla. Altri i timori di Gesù. E quando il piccolo Giuda lo mette in guardia dal figlio di un ladro, quel Barabba che morirà sulla croce, Gesù lo rassicura: no, non morirà. Conosce il Suo destino, il figlio di Dio, già sa che il popolo sceglierà di liberare Barabba, pur di non concedergli la grazia. Sa che la Sua morte è necessaria, così come la sentenza che verrà dal popolo miscredente. Il profeta alza lo sguardo al cielo come a voler la conferma dal Padre, mentre la voce si fa incerta. L’espressione “l’ombra nella voce” rende così umano il timore di Gesù che ancora non è Dio e che, da uomo, prende in braccio il bimbo, quasi in un gesto di protezione. Il “giorno” è vicino ma non incombe ancora. Ora è la vita che prende il sopravvento: quella dei suoi piccoli “eredi” cui Gesù non avrà predicato invano.

BUONA PASQUA A TUTTI

ANALISI E COMMENTO DELLA POESIA “Gelsomino notturno” di G. PASCOLI

E s’aprono i fiori notturni,
nell’ora che penso ai miei cari.
Sono apparse in mezzo ai viburni
le farfalle crepuscolari.

Da un pezzo si tacquero i gridi:
là sola una casa bisbiglia.
Sotto l’ali dormono i nidi,
come gli occhi sotto le ciglia.

Dai calici aperti si esala
l’odore di fragole rosse.
Splende un lume là nella sala.
Nasce l’erba sopra le fosse.

Un’ape tardiva sussurra
trovando già prese le celle.
La Chioccetta per l’aia azzurra
va col suo pigolio di stelle.

Per tutta la notte s’esala
l’odore che passa col vento.
Passa il lume su per la scala;
brilla al primo piano: s’è spento…

È l’alba: si chiudono i petali
un poco gualciti; si cova,
dentro l’urna molle e segreta,
non so che felicità nuova.

Per acquisito giudizio critico questa lirica è da considerare uno dei risultati più alti e originali della produzione pascoliana. Per essa più che per qualsiasi altra del Pascoli è difficile indicare la trama, produrre una traduzione prosastica: ciò perché vi è portato all’estremo quel processo di rarefazione dell’elemento logico-narrativo che è una caratteristica fondamentale della poesia moderna e che Pascoli (in tanta parte della sua produzione) ha introdotto nell’ambito della poesia italiana. La lirica quindi – che deriva il suo esile pretesto realistico dalla caratteristica del gelsomino notturno, che solo di notte apre la sua corolla per richiuderla ai primi raggi del sole – è tutta una trama di impressioni apparentemente disordinate e casuali nel loro succedersi,, ma in realtà legate reciprocamene da sottili e rarefatti rapporti; da una logica del sentimento più difficile da cogliere, ma forse più vera della logica della ragione.

Per una prima lettura basterà ricordare che questi versi furono scritti dal Pascoli per le nozze dell’amico Raffaele Briganti e in essi è adombrato – con mirabile levità simbolica – il tema dell’unione di due esseri; e del conseguente germogliare, dentro l’urna molle e segreta, di una nuova vita.

La lirica venne pubblicata in un opuscolo “per nozze” nel luglio 1901, e poi inclusa nei Canti di Castelvecchio (1903).

Su questo testo esiste una produzione critica che ne ha messo in luce – a volte con sofisticata sottigliezza – l’originalità e la complessità. Noi ci limitiamo a sottolineare alcuni dati fondamentali.

La tematica affrontata si collega in un certo senso a quella di Digitale purpurea: è anche qui dominante – sia pure attraverso una complessa trama di mediazioni simboliche – il tema dell’eros al quale il Pascoli si accostò sempre con una sensibilità turbata e adolescenziale, con un complesso rapporto di attrazione e frustrazione. Questo componimento cioè mostra con risultati poetici di alta suggestione «quali sono le condizioni, sempre anomale, ma sempre straordinariamente acute, dentro cui Pascoli sente l’esperienza erotica: come sofferenza, morte, violazione, rinunzia, esperienza misteriosa e preclusa» (Tropea). L’atteggiamento del poeta dinnanzi all’atto nuziale, all’unirsi degli sposi nella loro casa, è quello di un adolescente ,”è un morboso coesistere di vaghe e conturbanti idee di violenza (vv. 21-22: «i petali / un poco gualciti») e di attrazione voyeristica (vv. 19-20:-«Passa il lume su per la scala; / brilla al primo piano: s’è spento…»). Ma questo tema di fondo – il morboso turbamento di fronte all’eros è inserito nella rappresentazione di un “notturno” fitta di voci, di sensazioni, di corrispondenze (v. 1, .«i fiori notturni»; v. 9, «i calici aperti»; v. 10, «l’odore di fragole rosse») che analogicamente ad esso si collegano.

Per quanto riguarda l’aspetto metrico, va sottolineata la differenza di ritmo che si instaura tra versi che pure sono uguali (tutti novenari): in ogni strofe i primi due novenari hanno un ritmo incalzante, concitato, ascendente, con quell’impennata prodotta soprattutto dall’accento sulla seconda sillaba e poi sulla quinta e sulla ottava («E s’àprono i fiòri notturni»); gli ultimi due invece sono caratterizzati da un ritmo discendente, fortemente pausato nel mezzo con accento sulla terza, quinta e ottava sillaba («Sono appàrse in mèzzo ai vibùrni»). L’alternanza ritmica è sottolineata dal fatto che costantemente si susseguono unità ritmico-sintattiche costituite da due versi (1-2, 3-4; 5-6, 7-8; ecc.). Questa alternanza si spezza solo nell’ultima strofa, nella quale il v. 21 (« È l’alba: si chiudono i petali») ha una forte pausa dopo la terza sillaba ed è ipérmetro, per cui la sillaba li di petali si elide con la prima del verso seguente e permette la rima di peta con segreta.

A proposito di questa alternanza ritmica il Vicinelli ha osservato (ma è ormai un dato critico acquisito) che «nella movenza impennata dei primi due versi il Pascoli ha rinvenuto il grafico, l’immediata significazione musicale dell’aggressività con cui la natura e la notte stringono l’assedio dei loro inviti d’amore. Negli ultimi due con quel gorgo lento che la sosta centrale produce ha trasfuso un crollare smemorato e blando». L’anomalia ritmica dell’ultima quartina (dei v. 21 soprattutto) servirebbe a sottolineare questo “crollare“, questo smemorato languore, dopo la notte nuziale. (A chi ritenesse discutibile o eccessiva questa attenzione ai dati metrici, ricorderemo col Debenedetti che questa è «una poesia, dove le figure metriche sono altrettanto significative quanto le immagini».).

(FONTE: GUGLIELMINO – GROSSER, Il sistema letterario, vol. Novecento, Ed. Principato)

VIENE VIENE LA BEFANA …

befanaSiamo quasi arrivati alla fine delle vacanze. Fin da piccola ho imparato che per “ultima arriva l’Epifania che tutte le feste porta via”. Certo che è un bel periodo per i bambini: prima i vari santi (Santa Lucia o San Nicolò, dipende dai luoghi), poi Babbo Natale, infine la Befana portano i doni ai pargoli che si godono questa pacchia annuale almeno finché ci credono.

Io penso di essere stata in assoluto la più tonta tra le bambine della mia età. Ancora adesso, in certe situazioni, mi sembra di essere una specie di Alice nel paese delle meraviglie. Nel mio mondo fantastico, popolato da befane, santi e babbi natale, mi rifiutavo di credere all’evidenza: come facevano quei personaggi ad insinuarsi in casa nostra e a lasciare tutti quei doni? Quando ero in quinta elementare, io ancora ci credevo a quei dispensatori di doni e ricordo che scoppiai in lacrime quando una mia compagna, una delle più smaliziate, mi rivelò che i regali li portavano i genitori e che non esistevano né befane, né santi, né babbi natale. Dopo un attimo di smarrimento, riassunsi il mio atteggiamento risoluto e chiesi alla maestra Alberta conferma della malignità che avevo appena sentito. Lei, sorridente e con l’aria affabile che sapeva assumere nelle giuste occasioni, mi rispose: “Per le bambine buone come te esistono, per quelle cattive no, quindi sono i genitori a portare i doni.”. Appagata dalla risposta, cui la compagna cattiva non trovò valide argomentazioni contrarie, ringraziai la maestra e continuai, ancora per poco, a cullarmi nella certezza di essere una buona bambina.

A dire la verità la Befana non era presa in grande considerazione a casa mia. Una cosa, però, me la sono sempre chiesta: che c’entravano i re Magi, ai quali mio fratello faceva fare un lungo percorso prima di farli arrivare a destinazione, davanti alla capanna del presepe, con la Befana? Insomma, quella promiscuità tra sacro e profano mi creava una certa inquietudine. Ma a tutto c’è una spiegazione, quindi ora vediamo che nesso ci può essere tra una festa sacra e un’usanza folkloristica.

Il termine “Epifania” deriva dal greco epiphaneia che significa apparizione e si riferisce, logicamente, all’apparizione della stella cometa che portò i re Magi al cospetto di Gesù bambino. Dal termine greco si passò poi al latino epiphania che, attraverso il linguaggio popolare, diventa prima Pifania, poi Bifania, fino alla distorsione del termine nella parola finale “Befana”.
Ma se dal punto di vista etimologico la spiegazione appare plausibile, che nesso c’è tra i re Magi e la vecchietta, diciamolo pure, un po’ bruttina che viaggia nei cieli a cavallo di una scopa e si intrufola nei camini, lasciandosi scivolare fino a sotto per infilare i doni nelle calze dei bambini? Ebbene, anche a questa domanda c’è una risposta. Infatti, secondo la tradizione, i re Magi, durante il loro lungo viaggio guidato dalla cometa, avrebbero chiesto informazioni sul luogo in cui si trovava Gesù proprio ad una vecchietta; questa pare si fosse rifiutata di aiutarli, salvo pentirsi subito dopo. Così la donna si sarebbe messa alla ricerca lei stessa del bambino ma, non trovandolo, avrebbe iniziato a distribuire dolci e frutta a tutti i bambini che incontrava, nella speranza che uno di essi fosse Gesù. Da quel giorno, sempre secondo la leggenda, nella notte tra il 5 e il 6 gennaio a cavallo della sua scopa la Befana continua a distribuire doni ad ogni bambino facendo il giro di tutti i camini del mondo.

Pare, però, che la data del 6 gennaio fosse già “festiva” prima della nascita di Gesù. Secondo Alfredo Cattabiani, giornalista e grande esperto di tradizioni popolari scomparso nel 2003, la data coincideva con il solstizio d’inverno. In Egitto, ad esempio, il 6 gennaio si celebrava la nascita del dio Eone dalla vergine Kore con una processione rituale sulle sponde del Nilo. Anche la dea celtica Epona può essere paragonata alla nostra Befana, ma nello stesso tempo pure alla greca Demetra, a Diana patrona della stregoneria, alle dee Berchta e Frau Holle della mitologia nordico-scandinava.

Insomma, credevamo fosse solo una vecchierella e invece scopriamo che è l’erede di divinità fondamentali nei pantheon di vari religioni. Anticamente la notte dell’Epifania era anche l’occasione per praticare tutta una serie di riti apotropaici, in cui la tradizione cristiana si mescolava al paganesimo in un sincretismo davvero originale. Ancor oggi è’ diffusa l’usanza di “ardere la vecia”: un enorme pupazzo, composto da legna, stracci e fascine, di forma umana, viene posto su di una pila di legna e dato alle fiamme. La figura della “vecia” era una specie di capro espiatorio per esorcizzare tutto il male e per propiziarsi l’abbondanza e la fertilità dei campi.
In Friuli, dove vivo, c’è anche l’usanza di accendere i pignarui; il più importante è quello di Tarcento, il pignarul grant, il falò grande, dal cui fumo si traggono auspici: se volta a oriente l’annata sarà propizia, se dirige a occidente vi saranno difficoltà. In quel momento vengono accesi anche gli altri falò preparati sulle alture che gareggiano in bellezza e dimensioni. Anche questa tradizione affonda le radici nei riti antichi; si riscontrano, infatti, delle somiglianze con i fuochi propiziatori che i Celti accendevano per il dio Beleno.
Sulla scia di antiche leggende e riti propiziatori la Befana è giunta fino a noi. Forse non ha il fascino di Babbo Natale ma è certamente attesa dai bimbi con un po’ di trepidazione: porterà dolcetti e doni o solo carbone.

Per finire, vi lascio una poesia di Giovanni Pascoli, forse una delle più note anche se i versi conosciuti sono per lo più quelli iniziali. Ma leggendola tutta ci si rende conto del messaggio recondito che il poeta voleva lanciare: la Befana non è un essere soprannaturale in grado di portare la felicità a tutti i bambini. È solo una vecchia infreddolita che spia nelle case della gente, si rallegra del benessere che trova presso le famiglie “ricche” ma di fronte alla finestra del povero casolare può solo osservare le lacrime della madre che non riempirà di doni gli zoccoli consunti dei figli e, impotente, se ne vola via sull’ “aspro monte”.

LA BEFANA
di Giovanni Pascoli

Viene viene la Befana
vien dai monti a notte fonda.
Come è stanca! La circonda
neve, gelo e tramontana.
Viene viene la Befana.
Ha le mani al petto in croce,
e la neve è il suo mantello
ed il gelo il suo pannello
ed il vento la sua voce.
Ha le mani al petto in croce.
E s’accosta piano piano
alla villa, al casolare,
a guardare, ad ascoltare
or più presso or più lontano.
Piano piano, piano piano.
Che c’è dentro questa villa?
Uno stropiccio leggero.
Tutto è cheto, tutto è nero.
Un lumino passa e brilla.
Che c’è dentro questa villa?
Guarda e guarda…tre lettini
con tre bimbi a nanna, buoni.
guarda e guarda… ai capitoni
c’è tre calze lunghe e fini.
Oh! tre calze e tre lettini.
Il lumino brilla e scende,
e ne scricchiolan le scale;
il lumino brilla e sale,
e ne palpitan le tende.
Chi mai sale? Chi mai scende?
Co’ suoi doni mamma è scesa,
sale con il suo sorriso.
Il lumino le arde in viso
come lampada di chiesa.
Co’ suoi doni mamma è scesa.
La Befana alla finestra
sente e vede, e s’allontana.
Passa con la tramontana,
passa per la via maestra,
trema ogni uscio, ogni finestra.
E che c’è nel casolare?
Un sospiro lungo e fioco.
Qualche lucciola di fuoco
brilla ancor nel focolare.
Ma che c’è nel casolare?
Guarda e guarda… tre strapunti
con tre bimbi a nanna, buoni.
Tra la cenere e i carboni
c’è tre zoccoli consunti.
Oh! tre scarpe e tre strapunti…
E la mamma veglia e fila
sospirando e singhiozzando,
e rimira a quando a quando
oh! quei tre zoccoli in fila…
Veglia e piange, piange e fila.
La Befana vede e sente;
fugge al monte, ch’è l’aurora.
Quella mamma piange ancora
su quei bimbi senza niente.
La Befana vede e sente.
La Befana sta sul monte.
Ciò che vede è ciò che vide:
c’è chi piange e c’è chi ride;
essa ha nuvoli alla fronte,
mentre sta sull’aspro monte.