12 maggio 2019

CIAO PAPÀ

Posted in Uncategorized a 9:23 pm di marisamoles

Una settimana fa se n’è andato il mio amatissimo Papà.

Non ci sono parole per descrivere questo momento doloroso e triste. Non ci sono lacrime che possano bastare per colmare una perdita così grande.

Era malato ma non poi così tanto, nonostante l’età. Da più di un anno la sua vita era cambiata, con la dialisi e più ricoveri in ospedale e nella RSA per la riabilitazione.

Fino a due anni fa, alla bella età di 85 anni, quasi ogni mattina si recava in ufficio. Era il suo modo per sentirsi vivo. Non posso immaginare come si sentisse costretto sulla sedia a rotelle o, nei momenti di maggior forza, a camminare con l’aiuto del deambulatore.

Non si lamentava. Quando al telefono gli chiedevo come stesse, la sua risposta era sempre: “Ma sì, dai”.

Nell’ultimo periodo era preoccupato per mia mamma che vedeva sempre più stanca e provata. Quando vedeva me e mio fratello al suo capezzale, sempre più spesso, si scusava per il disturbo che ci arrecava. “Ma va’ là!”, dicevamo.

Sembra che questa scomparsa improvvisa, inaspettata anche a detta dei medici (aveva superato crisi peggiori) sia stato il suo modo di “togliere il disturbo”.

Se n’è andato a tre settimane dal matrimonio di mio figlio. Sapeva bene che non avrebbe potuto esserci ma non tollerava il fatto che non ci fosse nemmeno mia mamma. Lei non l’avrebbe mai lasciato solo. Più di 70 anni assieme, un vero miracolo se ci penso.

Ora tutti dobbiamo farci forza. Non sarà facile ma Lui non avrebbe mai voluto vederci tristi e abbattuti.

Ciao Papà. Riposa in Pace.

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8 giugno 2018

LA MIA CITTÀ HA UN CUORE CHE BATTE

Posted in Uncategorized a 12:00 pm di marisamoles


La mia città ha un cuore che batte: il cuore di Udine, il suo centro storico. Conserva ancora quell’aspetto del borgo medievale, con le vie strette, i vicoli tutt’oggi coperti dall’acciottolato, le case basse con il cortile all’interno, dove un tempo la gente coltivava gli orti. Passando per quello che un tempo fu il borgo Villalta, il rumore dei tacchi che battono sull’acciottolato rievocano in qualche modo lo scalpiccio degli zoccoli che allora gli umili abitanti della città, per lo più contadini e artigiani, indossavano. Pare quasi di sentire, nel silenzio della notte, i cavalli che trascinano i carri dei mercanti.

Il cuore di Udine ha una piazza, quella di San Giacomo, il salotto buono della città. La forma quadrata, con i palazzetti antichi, su cui svettano le tradizionali altane, è di origine veneta. Qui si respira l’aria di San Marco e i tavolini dei caffè e dei bistrot ricordano l’anima di Venezia. Quella che oggi gli udinesi chiamano ancora piazza San Giacomo, nonostante da decenni sia intitolata a Giacomo Matteotti, è nata grazie alla volontà del patriarca Bertoldo di Merania che, trasferita la sua residenza da Cividale a Udine, desiderò che quella piazza, il mercato nuovo, diventasse il cuore pulsante dell’attività mercantile. Lì, infatti, volle che sorgesse il mercato settimanale, istituito nel 1223, attirando a Udine mercanti d’ogni dove e trasformando il borgo in cittadella operosa.

Nella piazza San Giacomo, chiamata dagli udinesi anche piazza delle Erbe, che rimane come antico toponimo, il mercato si tiene ancora. L’allegro vociare dei bimbi che giocano sgambettando attorno alla fontana, nella parte rialzata della piazza, si mescola ai richiami dei venditori, pronti ad offrire ai passanti i frutti della campagna e i prodotti dei pascoli, ma anche il pesce fatto arrivare in gran fretta, nottetempo, da Marano Lagunare, fresco fresco, pronto per la griglia o il tegame. Gli odori si confondono gli uni con gli altri e rimandano all’antico mercato. Mentre la gente, nelle giornate di sole, si riposa ai tavolini dei caffè, godendosi il tepore del sole primaverile, i raggi ancora un po’ incerti di quello invernale o riparandosi sotto i grandi ombrelloni dal sole cocente di mezza estate. La piazza apre le sue braccia ospitali in tutte le stagioni e durante il periodo natalizio, nell’ombra della sera, viene illuminata da timide luci che disegnano sui bei palazzetti dei candidi fiocchi di neve.

Percorrendo uno dei vicoli che dalla piazza delle Erbe portano in via Mercatovecchio, ci si immerge nel tempo più antico di questa città. Il primo mercato, non ancora così famoso e popolato soltanto dalla gente del borgo, soprattutto dagli artigiani che lì avevano le loro botteghe. I lunghi porticati che, da ambo i lati della strada, corrono verso Riva Bartolini, seppur ricostruiti nel tempo, ricordano il clima tipico di questa città, molto piovoso in tutte le stagioni. Forse ora non è più come allora e a Udine il sole splende generoso, anche nelle giornate invernali, dopo aver squarciato la nebbia e l’uggia che essa porta con sé. Ma un tempo gli artigiani che vendevano le merci al di fuori delle loro botteghe, spazi angusti in cui abitavano anche con la loro famiglia, si riparavano sotto i porticati nelle giornate meno clementi, esposti, così come i loro clienti, al freddo ma almeno protetti dalla pioggia e, un minimo, dall’umidità. Erano perlopiù calzolai, ombrellai, cappellai ma anche sarti, orefici e barbieri come testimoniano i toponimi delle vie sorte perpendicolarmente al Forum Vtini: l’attuale Via Mercerie, ad esempio, era detta “dai cialiariis” e la Via Rialto sarà chiamata in seguito “dai barbariis”.

Proseguendo questa immaginaria passeggiata sotto i porticati di via Mercatovecchio, si arriva in piazza Libertà, impreziosita dalle due belle logge di San Giovanni e del Lionello. Dalla parte sopraelevata svettano maestose bianche statue che sembrano riflettere ancor più il candore dei sassi che coprono il grande spiazzo. Dalla loggia del Lionello echeggia il vociare concitato dei giovani che lì si danno appuntamento, perlopiù il sabato pomeriggio. Le nuove generazioni che calpestano lo stesso suolo su cui anni, decenni, secoli prima hanno poggiato i loro piedi minuti i cittadini più giovani, piccole speranze di un futuro ancora incerto. E da lì, come nei tempi passati, i ragazzi muovono i loro passi per raggiungere, ansimanti per la fatica della salita che non concede soste, il grande spiazzo del castello. Qui è nato, più di mille anni fa, il primo cuore di Udine: il castrum Utini, concesso da Ottone II al patriarca di Aquileia. Un castello certamente molto diverso dall’attuale che risale al XVI secolo, forse opera di Giovanni da Udine, allievo di Raffaello. Un palazzo dalla pianta rettangolare, con la sua torretta dalla quale vedette a noi sconosciute sorvegliavano la pianura antistante. Un castello assai differente da quello originario che, come testimonia un antico sigillo, doveva essere costituito di un maschio e da varie torri, circondato da due gironi di mura merlate di cui il superiore correva intorno al rialzo del colle e da quello si dipartivano due ali di muro che comprendevano le falde del colle verso nord-ovest, giungendo fino all’attuale Palazzo Bartolini, al termine di Via Mercatovecchio. Il girone inferiore comprendeva invece la contrada di Sottomonte e parte dell’attuale Piazza Libertà. Il primo borgo, racchiuso entro le mura per difendere i “villani” dagli attacchi stranieri. Non solo un castello, dunque, ma un microcosmo chiuso, tipicamente feudale, in cui gli abitanti vivevano protetti e producevano quanto bastava per la loro sopravvivenza, instancabili lavoratori come i friulani sanno essere ancora.

All’ombra del castello, ove adesso si trova la grande area di piazza Primo Maggio, un tempo chiamata, nell’idioma friulano, Zardin Grant, tutto era deserto, paludoso, senza vita. In quell’area si estendeva una depressione in cui s’era formato un lago detto poi “del Patriarca” perché egli era solito farvi dei giri in barca, solitario in quei luoghi ancora tranquilli. Il lago, congiuntamente alle due rogge, formava una sorta di difesa naturale su tre lati del colle. A tratti, possiamo ancora vedere le due rogge, quella di Palma e quella di Udine, che hanno ancora oggi un avvio comune poco a nord di Zompitta, anche se la gran parte di esse scorre attualmente sottoterra.
Le rogge – la cui manutenzione, in Udine, spettava agli uomini del Patriarca – furono indubbiamente importanti per la vita e lo sviluppo della città: innanzitutto vi portavano acqua potabile – a volte magari non proprio batteriologicamente pura, per cui già negli statuti comunali del Trecento si faceva divieto a chiunque, sotto pena di sanzioni pecuniarie, di gettare “acqua di lavaggio” dalle case o “corteccie di concia” sulla roggia o di tenere vicino il letame. Tali corsi d’acqua procuravano, inoltre, forza motrice a macine e mulini e fornivano la materia prima indispensabile in numerosi processi di lavorazione delle nascenti attività manifatturiere. Ora, per quel che ne rimane visibile, sono spesso deposito di materiali non biodegradabili, gettati dalla mano incivile di chi sa di non correre alcun rischio di essere punito. Gli antichi decreti trecenteschi ispiravano, forse, più efficacemente quel senso civico in cui oggi il regolamento comunale, spesso disatteso, difetta.
Sotto il giardino Ricasoli, in piazza Patriarcato, un tratto della roggia è da anni abitato da due splendidi cigni, immancabile attrazione per i turisti. Il giardino è spesso animato dai bimbi e dalle loro mamme, oltreché dalle coppiette di innamorati e da qualche studente che si rifugia in qualche angolo, ben protetto dal vivace frastuono, per studiare, con le cuffie dell’I-Pod ben attaccate alle orecchie. Dall’entrata del cancello, si è costretti a salire, raggiungendo la parte sopraelevata. Inconsapevolmente il passante calpesta le orme del passato più remoto: là sotto, infatti, correva il perimetro di uno dei più antichi castellieri del Friuli, risalente all’età del bronzo.

Attraversato il giardino, scendendo dalla parte opposta, verso piazza Primo Maggio, ci si imbatte nella torre di San Barolomeo, meglio nota come Porta Manin. Essa testimonia l’esistenza del terzo recinto murario: dalla prima cittadella, infatti, si arriva ad una città sempre più popolata ed animata, che ospita all’interno delle mura i borghi cresciuti attorno al primo insediamento. Le targhe gialle, posizionate al di sotto dei cartelli indicanti i nomi delle vie del centro storico, ci svelano i loro nomi: San Cristoforo, Santa Maria, Santa Lucia, a testimonianza della grande fede del popolo udinese che consacra ai santi ogni angolo della città. Un popolo che cresce sempre più, fino ad imporre l’esigenza di un’altra cerchia di mura, la terza. La piccola città racchiusa entro la terza cinta – sorta dall’unione dei Borghi di Sore (o Gemona, corrispondente a Riva Bartolini), del Fen (poi S. Tommaso, corrispondente a Via Cavour), d’Olee di dentri (attuale Via Vittorio Veneto) e Grezan di dentri (Via Stringher) – si reggeva ormai come una vera e propria comunità urbana.

Se si procede verso la grande depressione di piazza Primo Maggio, si è subito colpiti dalla collina erbosa che si intravede tra i rami degli alberi sullo sfondo. Lassù, nei pomeriggi d’estate, quando l’afa soffocante lascia un po’ di tregua, i giovani si distendono a prendere il sole. Da lì si ammira il colle del castello, al cui fianco domina il campanile della chiesa di Santa Maria, una delle più antiche della città. Sul campanile, custode fedele degli udinesi, si slancia un angelo che, secondo la tradizione, ha anche il potere di prevedere il tempo che verrà. L’alata creatura è montata su un piedistallo girevole e mostra, con il dito indice, la direzione dei venti: a seconda del punto in cui indirizza il dito, svela agli udinesi se dovranno aspettarsi il bello o il cattivo tempo. Un antico previsore che per gli abitanti della città è più affidabile del moderno meteo televisivo.

Zardin Grant, come si è detto, un tempo era occupato da un lago cui è legata anche un’antica leggenda, secondo la quale sarebbe stato abitato da un mostro, e che si prosciugò in modo talmente rapido da far ritenere quel fenomeno un vero e proprio prodigio. Ne ebbe notizia anche Boccaccio che nel suo Decameron, citando esplicitamente Udine, ne prende vaga ispirazione per la quinta novella della decima giornata. Verso la fine del XV secolo, quando Udine era una città ormai prospera e faceva parte dei possedimenti veneziani, qui fu spostata la Fiera di Santa Caterina, che in origine si teneva in altro luogo. Un secolo prima, il patriarca Marquardo di Randeck, riconoscente per l’aiuto ricevuto dagli udinesi durante la guerra contro Venezia, con un decreto del 4 novembre 1380 concesse il permesso di tenere un mercato, dal 23 al 27 novembre, presso la chiesa di Santa Caterina d’Alessandria, vicino alle rive del Cormor. Tutti i rivenditori potevano accedervi e vendere qualsiasi prodotto senza pagare dazi o imposte, eccetto coloro che avevano commesso qualche reato.

La Fiera di Santa Caterina è tutt’oggi una tradizione assai cara agli udinesi ed un’attrazione per molti abitanti della regione e anche del Veneto. Qualche visitatore vi arriva, incuriosito, anche da oltreconfine. L’aria di festa che si respira in quei giorni fa quasi dimenticare l’autunno già inoltrato e l’inverno che, almeno qui, bussa già alla porta. Camminando sui sentieri disegnati tra il verde manto della grande piazza, ci si immerge in un’atmosfera gioiosa, grazie alle merci variopinte che vengono esposte nelle numerose bancarelle caratterizzate, ormai, dal gusto multietnico. Il profumo delle frittelle e dei croccanti si espande ovunque, invitando anche il palato a far festa, mentre l’aria novembrina un po’ frizzante provoca un leggero brivido che corre lungo la schiena. L’autunno colora i sentieri con le foglie che ormai cadono inesorabilmente dagli alberi e l’erba che ha perso quell’aspetto smeraldino delle stagioni migliori.

La passeggiata ci sta portando fuori dal cuore di Udine. Dalla piazza Primo Maggio, attraverso via Manin, torniamo sulla strada principale. Percorriamo via Vittorio Veneto e poi via Aquileia, fino ad arrivare alla porta omonima, una delle due superstiti della quinta cerchia muraria. La popolazione udinese con il tempo è cresciuta e, dopo la costruzione di un quarto recinto, si iniziò a pensare al quinto che occupava l’area attualmente racchiusa all’interno del centro storico. Una previsione, tuttavia, ottimistica smentita dai fatti: gli udinesi riuscirono a starci comodamente fino al 1800, stretti da quelle mura possenti, vigilati dalle torri antiche. Qui inizia la periferia sud di Udine. Ormai siamo fuori dal suo centro storico eppure anche qui c’è un cuore che batte, un cuore che ha molti colori e parla molte lingue. È il borgo stazione, il quartiere più multietnico della città. Nelle strade si mescolano gli odori del kebab, della pizza, degli hamburger e degli involtini primavera, segno tangibile di un’identità, quella degli udinesi, che pur custodendo come un prezioso tesoro il proprio patrimonio culturale, fatto di tradizioni e lingua, si sta aprendo all’alterità. Un popolo di emigranti, specie durante il secolo scorso, che apre le porte e dona il suo cuore alle migliaia di immigrati che cercano quel po’ di fortuna che gli udinesi a loro volta cercarono in terre straniere.

Il borgo stazione ha anche un altro nome, certamente più poetico: quartiere delle magnolie. Questi alberi antichissimi hanno una particolarità: i fiori, nelle varietà bianco avorio e rosa, sbocciano tra i rami nudi prima delle foglie. Quando ancora il calendario ci ricorda che la primavera è lontana, i fiori delle magnolie, già spuntati tra febbraio e marzo, inondano con il loro profumo questa zona di Udine e risvegliano i cuori dal torpore invernale. Allineate sui marciapiedi della centrale via Roma, le magnolie danno il benvenuto ai visitatori che arrivano in città con il treno, pronti ad immergersi nell’ospitale e pulsante cuore di Udine.

Udine, dal castello alla città

[link foto: uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette, otto]

30 dicembre 2015

REPORT del 2015 by WORDPRESS

Posted in Uncategorized a 2:09 pm di marisamoles

Come ogni anno, pubblico il report di questo blog preparato da WordPress. E’ stato un anno “silenzioso” e con un notevole calo di accessi rispetto agli anni passati. Delle visualizzazioni mi importa poco, onestamente, ma mi dispiace aver pubblicato così pochi post. Chi mi segue ne conosce il motivo ma, ad essere onesti fino in fondo, i problemi di salute e il pc rotto (da un anno! riparato più volte inutilmente…) sono in parte un alibi: in realtà, allontanatami dal web, mi sono riappropriata del mio tempo, anche se quello libero è sempre troppo poco. Da una parte la “disintossicazione” mi ha fatto bene, perché pubblicare i post tenendo il blog aggiornato il più possibile era quasi diventato un dovere, come se fosse un secondo lavoro; dall’altra, ho perso un po’ il piacere di scrivere che ho sempre avuto, fin da quando, scolaretta alle elementari, ho iniziato a scrivere poesie, sostituite, in piena adolescenza, dalla prosa (un romanzo che, se letto ora, mi farebbe ridere un sacco 🙂  ).

Non voglio fare programmi per il 2016, impegnarmi in promesse che so di non poter mantenere. Cercherò di riprendere la scrittura (anche usando il pc di mio figlio, come sto facendo ora, sentendo mio marito che brontola perché dice che faccio troppo rumore schiacciando i tasti 😦 ), anche perché so che qualche lettore affezionato ha sentito molto la mia mancanza in questi mesi di silenzio ( ❤ ).

Cercherò ma senza promettere nulla!

Un abbraccio a tutti voi e BUONA LETTURA!

I folletti delle statistiche di WordPress.com hanno preparato un rapporto annuale 2015 per questo blog.

Ecco un estratto:

Il Museo del Louvre riceve 8,5 milioni di visitatori ogni anno. Questo blog è stato visto circa 260.000 volte nel 2015. Se fosse un’esposizione al Louvre, ci vorrebbero circa 11 giorni perché lo vedessero altrettante persone.

Clicca qui per vedere il rapporto completo.

4 agosto 2015

Rudolf Nureyev: «Ogni uomo dovrebbe danzare, per tutta la vita»

Posted in Uncategorized tagged , , , , , a 12:15 pm di marisamoles

Impossibile leggere senza commuoversi fino alle lacrime. Impossibile per me che ho amato la danza classica nell’età spensierata, a metà strada tra l’infanzia e l’adolescenza. Impossibile per tutti quelli che amano la vita. Perché la danza è amore per la bellezza e per la vita.

La parte della lettera che preferisco è questa:

«…se si prova stanchezza e fatica ballando, e se ci si siede per lo sforzo, se compatiamo i nostri piedi sanguinanti, se rincorriamo solo la meta e non comprendiamo il pieno ed unico piacere di muoverci, non comprendiamo la profonda essenza della vita, dove il significato è nel suo divenire e non nell’apparire. Ogni uomo dovrebbe danzare, per tutta la vita.»

Mi ricorda l’abbandono, la resa, la consapevolezza che danzare non faceva per me, pur amando la danza con tutta me stessa. Rinunciare è stato, però, un sacrificio più grande del dolore che provavo a causa dei miei piedi sanguinanti. Un segno, credevo. Ora, dopo aver letto queste splendide parole di Nureyev, lo vedo ancora come un segno: quello di un sogno perduto.

Buona lettura.

Il mestiere di scrivere

Rudolf Nureyev, uno dei più grandi artisti del ventesimo secolo e genio della danza, ormai giunto alla fine della sua vita (morirà di AIDS nel 1993), scrive una bellissima lettera-testamento sul grande amore della sua vita: la danza. La pubblichiamo integralmente perché pensiamo che anche per chi scrive ci sia lo stesso senso di dedizione e di amore, gli stessi passi da compiere per sollevarsi dentro la propria vita e oltre il dolore.

Non essere ballerino, ma danzare. Non essere scrittore, ma scrivere.

Paris_Beaton_2

«Era l’odore della mia pelle che cambiava, era prepararsi prima della lezione, era fuggire da scuola e dopo aver lavorato nei campi con mio padre perché eravamo dieci fratelli, fare quei due chilometri a piedi per raggiungere la scuola di danza. Non avrei mai fatto il ballerino, non potevo permettermi questo sogno, ma ero lì, con le mie scarpe consunte ai piedi, con il mio corpo che…

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29 luglio 2014

CREDI DI AVERMI MESSA A FUOCO?

Posted in Uncategorized a 11:10 am di marisamoles

premio vero falso
Un nuovo premio è piovuto sul mio blog e per questo ringrazio le amiche Trutzy (Il blog della felicità) e Veronica (Scrutatrice di Universi).

Si tratta di un premio decisamente curioso perché è anche un gioco in cui il blogger premiato sfida i lettori ad indovinare se, nelle 10 affermazioni che fa, dice il vero o mente.
Insomma, voi che mi leggete CREDETE DI AVERMI MESSA A FUOCO?

Mettetevi alla prova, su!

1. Quando sono nata, a Trieste soffiava una bora fortissima

2. Da piccola ero allergica alle fragole

3. Vado pazza per il risotto alla milanese

4. Ho preparato la prima torta a 12 anni

5. Pur avendo sempre sentito la vocazione per l’insegnamento, per un certo periodo ho pensato che mi sarebbe piaciuto studiare medicina

6. I miei genitori volevano che facessi l’avvocato

7. Indosso sempre scarpe con il tacco a spillo

8. Odio indossare i jeans

9. Ho una sfrenata passione per gli anelli

10. Quand’ero assistente in una colonia estiva ho schiaffeggiato una bambina

A questo punto dovrei nominare i 10 blogger cui affidare il compito di continuare questo gioco. Purtroppo, facendo un giro nei blog che frequento assiduamente (pochini, in realtà!), mi sono resa conto che quasi tutti hanno già ricevuto questo premio.
Mi piacerebbe comunque che i lettori, blogger e no, provassero ad indovinare se le affermazioni che ho riportato sono vere o false.

Buon divertimento! 🙂

22 marzo 2014

TAG: The Book Burger.

Posted in Uncategorized a 9:27 am di marisamoles

Simpatica iniziativa di una nuova follower. Un po’ laboriosa l’idea ma si può fare. Se volete potete ribloggare il post e aggiungere le vostre osservazioni nello spazio commenti. Altrimenti, se la promotrice non ha nulla in contrario, potete creare un vostro post indicando i “gusti” dei vostri panini. 🙂
I miei lettori non blogger (ma anche i blogger che non hanno tempo per creare un post) possono sempre utilizzare lo spazio commenti per i loro book burger.

SnidgetPhoenix

Hi Followers!
Prima di ritornare alle mie care vecchie recensioni, con qualche ritaglio di tempo tra studio e lavoro, girellando così per internet, ho trovato un tag molto carino, riguardante il nostro amato mondo dei libri.

Il tag consiste nel creare un vero e proprio hamburger di libri e la trovo una cosa molto simpatica.
Partiamo con gli ingredienti!

Come prima cosa occorre:

PANE – Scegli il primo libro di una serie che hai amato.

“Harry Potter e la pietra filosofale” di J.K. Rowling.

E’ stato l’inizio di qualcosa.
Non so bene di cosa, ma so che con questa saga si è aperto un mondo davanti a me e sono tremendamente affezionata alla storia perché Harry è praticamente cresciuto con me.
Quando lui è entrato ad Hogwarts aveva dodici anni ed io ero si e no in prima media.
L’ho amato, lo amo e lo amerò sempre.
Ogni personaggio mi…

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24 luglio 2013

PERCHÉ UN BLOG ESTIVO?

Posted in Uncategorized a 7:49 pm di marisamoles

Una sorpresa per gli amici …

summertimetogether

granita mentaIo ormai posso essere considerata una veterana dei blog. Ne ho due, quello principale e uno specifico sulla scuola. Il primo è nato per essere un blog dedicato ai miei studenti, poi ho iniziato a prenderci gusto e a pubblicare riflessioni, più o meno profonde, su fatti di attualità o argomenti che mi stanno a cuore. Poche volte ho davvero parlato di me. Un po’ perché, essendo il blog primario letto dai miei studenti, ho sempre trovato difficile “aprirmi”. Un po’ perché, con il passare del tempo, mi sono sentita “condizionata” dai miei follower e ho iniziato a selezionare gli argomenti a seconda dell’interesse che ritenevo (e ritengo) potessero riscuotere i miei post. Alla fine ho iniziato a scrivere non ciò che volevo (non tutto, almeno) ma ciò che pensavo fosse “conveniente”. Insomma, alla fine ci si sente prigionieri della creatura cui si ha dato vita!

Stesso discorso vale…

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17 luglio 2013

LIBRI: “LA STRADA DI SMIRNE” di ANTONIA ARSLAN

Posted in Uncategorized a 9:08 pm di marisamoles

Premessa: questo romanzo è la continuazione de “La Masseria delle Allodole” (Rizzoli, 2004). Nonostante l’autrice nell’introduzione cerchi di riallacciarsi al primo romanzo, consiglio di affrontare “La strada di Smirne” previa lettura de “La Masseria delle Allodole”. A meno che non si voglia vedere il film che i fratelli Taviani ne hanno tratto nel 2007. QUI è disponibile la visione in streaming.

L’AUTRICE.Antonia-Arslan
Antonia Arslan, padovana di origine armena, è laureata in archeologia ed è stata professore di Letteratura italiana moderna e contemporanea all’Università di Padova. Dopo aver scritto alcuni saggi sulla narrativa popolare e d’appendice e sulla letteratura femminile, si accosta alla storia del popolo da cui proviene attraverso la traduzione delle raccolte II canto del pane e Mari di grano del poeta armeno Daniel Varujan, curando anche la stesura di un libretto divulgativo sul genocidio armeno (Metz Yeghèrn, Il genocidio degli Armeni di Claude Mutafian) e una raccolta di testimonianze di sopravvissuti rifugiatisi in Italia (Hushèr. La memoria. Voci italiane di sopravvissuti armeni).
Il suo primo romanzo, La masseria delle allodole, uscito nel 2004, ha vinto il Premio Stresa di narrativa ed è stato finalista del Premio Campiello. Nel 2009 è stato pubblicato il seguito con il titolo La strada di Smirne.

la strada di smirne

LA TRAMA
La strada di Smirne racconta i fatti successivi alla deportazione degli Armeni, avvenuta nel 1916, fatti che riguardano la famiglia dell’autrice Antonia Arslan (cognome “italianizzato” dall’armeno Arlsanian). Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, racconta l’autrice nell’introduzione, la sorte del popolo armeno è segnata:

Qualcuno ha deciso che la minoranza armena debba essere eliminata, gli uomini uccisi, le donne e i bambini deportati nel deserto. […] Ma l’orrore è solo all’inizio. Ai massacri degli uomini seguono le carovane dirette al deserto di Deir-es-Zor: donne, bambini e anziani in marcia verso la morte. Shushanig [una delle protagoniste de La Masseria delle Allodole, NdR], le figlie, le cognate e Nubar, l’unico maschio sopravvissuto perché vestito da bambina. Con il popolo armeno d’Anatolia si mettono in cammino: molti di loro ce la faranno e i sopravvissuti arriveranno stremati ad Aleppo, la città che secondo i piani avrebbe dovuto essere l’ultima tappa prima della fine. (edizione BURextra Rizzoli, pag. 7)

Nel racconto si intrecciano più storie. I figli di Shushanig , dopo un avventuroso viaggio per mare, raggiungono l’Italia, dove abita lo zio Yerwant, e si adattano con fatica a una nuova vita, sicuramente più agiata ma segnata da un dolore profondo per la perdita delle persone care. Alcuni di quelli che hanno aiutato la famiglia di Sempad (il padrone della masseria e marito di Shushanig) negli ultimi e strazianti momenti di vita della masseria delle allodole, raggiungono la città di Smirne: la lamentatrice greca Ismene, che con il prete Isacco vivrà un’inaspettata e tenera storia d’amore e si prenderà cura dell’orfanotrofio armeno, diretto da una spaesata Fräulein Nussbaum che nei due troverà dei validi e intraprendenti collaboratori. Personaggi secondari che prendono parte a queste vicende sono lo storpio Yussuf e il mendicante Nazim che sapranno ingegnarsi e trovare una via d’uscita anche nelle situazioni più complicate.
Tra gli orfanelli i due più grandi, Hagop e Sylvia, forse per sfuggire la disperazione e per guardare al futuro con maggiore ottimismo, o forse soltanto per fondere le loro due anime già unite dallo stesso tragico destino, nasce un amore, delicato e nello stesso tempo vissuto in modo maturo. Nelle avversità i due ragazzi, con poca esperienza della vita se escludiamo il lato più doloroso di essa, si aggrappano a quel concetto di famiglia che non hanno mai avuto, nella speranza di dar vita ad una tutta loro.

In Italia, a Padova, nella agiata casa del capostipite Yerwant, la vita scorre tranquilla. I due figli, Khayël e Wart, così diversi, sono perfettamente integrati nel bel mondo dell’aristocrazia veneta e non coltivano il sogno di rinascita del popolo armeno. Yerwant, medico ricco e stimato, pur non volendo rinunciare agli agi conquistati in terra italica, a quel sogno non smette mai di pensare e, nel 1919, quando le acque si sono calmate in Anatolia, si ripropone di risollevare le sorti della sua famiglia di origine e di far rinascere la vecchia masseria.
Pensa di affidare questo compito al fratello Zareh che, fin dall’inizio, sembra gradire poco quella proposta:

Zareh ha subito rifiutato, rabbrividendo. In un momento gli è passata davanti agli occhi la vita nella Piccola Città [luogo in cui vivevano e prosperavano gli Armeni prima della persecuzione e della diaspora, NdR], quella da cui tanti anni fa è fuggito, ma terribilmente immiserita. Case e chiese saccheggiate e distrutte, ombre di morti dappertutto, frutteti abbandonati, giardini ridotti a stalle, e lavoro duro, e i turchi di cui non ci si può fidare, e la fertile dorata pianura di fronte alla cittadella inselvatichita da anni di abbandono […] No, non è cosa per lui.
Lui preferisce il mondo siriano e la tranquilla vita di Aleppo, i suoi clienti arabi, il circolo degli scacchi, le serate danzanti all’Hotel Baron […] (pag. 146)

Nonostante le difficoltà a trovare qualcuno che possa portare a termine il progetto di rinascita della masseria, Yerwant non demorde: il piccolo Nubar, l’unico erede maschio di Sempad sopravvissuto alla strage, ha diritto di ritrovare le sue radici, di vivere nel luogo in cui ha passato i primi anni felici della sua vita. La masseria rinascerà dalle ceneri e lui, diventato grande, potrà tornare nella Piccola Città e continuare la professione di famiglia, diventando farmacista come il padre. O forse medico come lo zio Yerwant. I due zii, Yerwant e Zareh, intorno a lui cominciano a costruire un nuovo sogno armeno, uno spiraglio di fiducia. (pag. 147) Se ne occuperà Aris, un lontano cugino, che è sempre stato sfortunato negli affari, ma fortunato per essere sopravvissuto tranquillamente alla catastrofe, avendo scelto di vivere a Damasco, inosservato factotum di un ricco signore arabo, che lo nutre con la famiglia, ma lo paga pochissimo. (pag. 148)

Ma la Storia è in agguato, sempre pronta a calpestare gli infelici, quelli che hanno avuto poco dalla vita e che tanto hanno perduto. Piccole storie che nulla, o quasi, possono di fronte al destino crudele che la Storia ha riservato loro.

“Addio, monti sorgenti dall’acque, ed elevati al cielo …” viene in mente alla bambina [si tratta dell’autrice stessa, NdR] mentre scrive queste cose; e le pacate, riflessive frasi manzoniane allentano la tensione del cuore, calmano come un sonno improvviso la sua pena.
“Nessuno, paziente lettore, è più tornato nella Piccola Città”, ha scritto come conclusione del Libro della Masseria, e ora capisce davvero perché l’ha scritto: agli armeni, come sovrappiù di pena, il ritorno è negato per sempre.
E ora bisogna affrontare l’ultimo strappo, l’ultimo addio. Perché la Grande Storia, ancora una volta, annulla le piccole storie degli uomini qualunque. (pag. 228)

***

Non è facile leggere questo romanzo, soprattutto a causa dei numerosi personaggi, dai nomi di non immediata memorizzazione, le cui vicende si intrecciano. Anche se la Arslan pubblica l’albero genealogico che aiuta a orientarsi nei meandri di questa intricata famiglia. Non è semplice seguire gli eventi narrati, che, in una dimensione sincronica, hanno diversi protagonisti nei diversi spazi, tenendo presente anche il piano diacronico, il susseguirsi degli eventi nel tempo. Ma lo stile della Arslan, molto delicato e semplice, rende la lettura abbastanza agevole, riuscendo a trasmettere al lettore quella sensazione di essere quasi testimone egli stesso dei fatti, senza tuttavia riversare su di lui la drammaticità di ciò che accade ai protagonisti. In fondo, mentre si legge si è perfettamente consapevoli del fatto che qualcuno è sopravvissuto alla Catastrofe, e quel qualcuno ha trasmesso il ricordo perché la tragedia del popolo armeno non venga dimenticata.
La narrazione procede in terza persona e il narratore conosce gli eventi, in qualche caso li anticipa con delle prolessi che vengono evidenziate, all’interno del racconto, con osservazioni scritte in corsivo tra parentesi. Narratrice, in quest’altro piano narrativo), è la bambina che è stata l’autrice la quale, una volta diventata grande, ha ricostruito la storia della sua famiglia attraverso la testimonianza dei superstiti e grazie al ritrovamento, a volte fortuito, di alcuni scritti, piccole e grandi note intrise di indicibile sofferenza.
Oppure, dalle pagine del romanzo, all’interno di queste parentesi, l’autrice si rivolge al padre (figlio di Yerwant junior, detto Wart):

[…] Come parlavi coi tuoi cugini esiliati, coi profughi d’Armenia che ti trovasti in casa? Quale fonda paura, irrimediabile, ti hanno trasmesso, come hanno – con la loro sola presenza – quelle povere ragazze resa fragile la tua sicurezza di giovane occidentale ben nato, ben allevato, ben parlante? […] E intanto giorno dopo giorno si approfondiva in te – e in tuo fratello – la consapevolezza di quella diversità irrimediabile, di quell’antica colpa che nessuna maschera avrebbe più potuto davvero coprire. Il marchio del sangue, del padre e del nome.

Onestamente a me è piaciuta di più La Masseria delle Allodole (letta due volte, la seconda poco prima di assistere ad una conferenza della Arslan nel mio liceo, un’occasione che mi ha dato molto di più rispetto alla semplice lettura del romanzo), però capisco che spesso affrontando un seguito le aspettative siano maggiori con il rischio di rimanere delusi. Per questo consiglio di leggere i due romanzi uno di seguito all’altro. La narrazione semplice e nello stesso tempo coinvolgente della Arslan non vi deluderà.

[per la biografia dell’autrice la fonte è wikipedia]

LE MIE (ALTRE) LETTURE

27 gennaio 2012

NUOVA SCOSSA DI TERREMOTO IN EMILIA: AVVERTITA ANCHE A UDINE

Posted in Uncategorized tagged , a 4:11 pm di marisamoles

Una violenta scossa di terremoto di magnitudo 4,9, durata alcuni secondi, è stata avvertita nel nord Italia. Si attendono le verifiche per capire gli eventuali danni a persone o cose. La scossa è stata avvertita in particolare a Genova, a Milano e in Emilia.
La situazione in tempo reale
16.05 – La forte scossa nell’Appennino
Un terremoto di magnitudo 5.1, secondo le primissime stime dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (Ingv) è avvenuto nella zona confine fra la provincia di Parma e Appennino tosco emiliano.

16.02 – Epicentro in Emilia
La forte scossa di terremoto sentita in tutto il nord Italia, secondo i primi dati, dovrebbe avere una magnitudo superiore al 5. L’epicentro del sisma sarebbe in Emilia Romagna, in provincia di Modena.

16.01 – Gente in strada in Liguria
La scossa è stata chiaramente avvertita anche nel Ponente Ligure. A Genova, come a Sanremo, molte persone sono scese in strada allarmate. Una precedente scossa era stata avvertita due giorni fa anche in Liguria.
(FONTE: TG.COM)

Chi scrive abita a Udine (al settimo piano!) e l’ha sentita nettamente e non è durata pochissimo. Mi tremano ancora le gambe! Spero solo che non abbia fatto danni a persone e a cose.

[immagine da Libero.it]

17 dicembre 2009

ALBERTO STASI ASSOLTO: “LO SAPEVO”

Posted in Uncategorized a 9:51 pm di marisamoles

Dopo cinque ore di Camera di Consiglio, il Gup di Vigevano, Stefano Vitelli, ha assolto Alberto Stasi: non è lui l’assassino di Chiara Poggi, la fidanzata dell’unico indagato per il delitto che ebbe luogo a Garlasco il 13 agosto di due anni fa.
L’assoluzione Stasi se l’aspettava; alla notizia del verdetto ha affermato “lo sapevo”. E se Alberto è uscito dall’incubo, come lui stesso ha ammesso abbozzando, per la prima volta, un sorriso, di tutt’altro avviso sono i signori Poggi: “Una sentenza che non rende giustizia”, ha commentato amaramente la madre di Chiara che, evidentemente, confidava nell’accolgimento dell’istanza del Pm che aveva chiesto trent’anni di reclusione (nel rito abbreviato, infatti, è esclusa la condanna all’ergastolo).

Innocente, dunque, ma non assolto con “formula piena”. Il Gup, infatti, si è pronunciato in base all’articolo 530, secondo comma, del codice di procedura penale: stabilisce che deve essere pronunciata sentenza di assoluzione “quando manca, è insufficiente o è contraddittoria la prova”. Tanto basta a Stasi per sentirsi risollevato, ma non per dare certezza ai genitori di Chiara che Alberto non sia l’assassino. Eppure lui si è sempre dichiarato innocente; altrettanto certo della sua innocenza si era detto il padre, Nicola Stasi, che nell’ottobre scorso aveva rilasciato un’intervista al quotidiano La Provincia Pavese, su cui ho scritto anche un post.

Forse, ancora una volta, sulla vicenda ha avuto un influsso negativo l’eccessivo interesse dei media. Stasi, descritto anche oggi, nei servizi che rendevano nota la sua assoluzione, come persona fredda, impassibile, con quel suo sguardo glaciale, aveva tutte le caratteristiche per essere l’assassino di quella povera ragazza. Anche se poi un vero movente non è mai stato trovato. Le perizie descritte così minuziosamente sui quotidiani e nei vari servizi giornalistici televisivi, insinuavano di volta in volta, a seconda che fossero pro o contro Stasi, il sospetto che lui fosse colpevole o, nel caso contrario, fosse ingiustamente accusato. Lui, alla lettura del verdetto, è scoppiato in lacrime, forse le prime dopo quelle versate subito dopo la morte di Chiara. Poi ha abbracciato la sua nuova fidanzata, Serena: “Lo sapevo, io non ho ucciso. Sono uscito da un incubo”, ha esclamato, abbracciando poi anche i suoi avvocati. Per lui inizia da domani una nuova vita, pur nell’attesa di un ulteriore giudizio: i genitori di Chiara, infatti, hanno annunciato il ricorso in Appello, è un loro diritto. Ma questa volta Alberto affronterà il processo da innocente non da presunto colpevole.

Per ora, Alberto chiede silenzio: lui che in due anni di indagini non ha quasi mai rilasciato dichiarazioni, ora vuole che anche la gente taccia, che non si occupi più di lui, che i giornalisti non gli facciano domande. Quello che c’è da sapere lo si può leggere sui giornali o vedere alla TV. Alberto Stasi non partecipa nemmeno alla conferenza stampa cui non mancano, però, di presenziare i signori Poggi. Qualcuno chiede se hanno intenzione di parlare con Alberto. Per ora no, rispondono, è troppo presto. Già, sono troppo addolorati per questa sentenza che non rende giustizia, dimostrando, ancora una volta, che gli Italiani della giustizia si fidano assai poco. Pare che sia difficile accettare il verdetto quando non è quello che ci aspettava. Sarebbe più onesto, ora, fidarsi e chiedere scusa ad Alberto. Forse si sono sbagliati loro, non il giudice.

[Per leggere un resoconto dettagliato invito alla lettura de Il Corriere]

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