25 febbraio 2016

IO NON ADOTTO “PETALOSO” MA ADOTTEREI IL BAMBINO

Posted in bambini, lingua, scuola, televisione, web tagged , , , , , , , , , , a 9:19 pm di marisamoles

petaloso
Si chiama Matteo, come il mio primogenito. Ha otto anni ed è balzato, suo malgrado, agli onori della cronaca grazie alla sua maestra Margherita Aurora.

La storia la sapete. Non la ripeterò. Ma due parole su questo bambino e soprattutto sulla maestra le voglio spendere.

Margherita Aurora, 43 anni, insegna in provincia di Ferrara. E’ un’insegnante originale, a partire dai capelli viola. Già da aprile scorso si era distinta per aver assegnato ai bambini della scuola elementare di Copparo dei compiti per le vacanze di Pasqua piuttosto particolari: “Fai delle belle dormite riposanti, pisolini compresi”, “Se il tempo è bello, non stare chiuso in casa: esci e gioca all’aperto”. “Passa tutto il tempo con i tuoi genitori”. “Se hai dei nonni, fatti raccontare le storie di quando erano piccoli: sono divertenti e loro saranno felici di parlartene”, “Se fai un piccolo viaggio non giocare tutto il tempo ai videogames: guarda il paesaggio, leggi i cartelli lungo la strada e segna sul quaderno di italiano o su un taccuino i luoghi che visiti”.

Naturalmente anche allora, della maestra si è parlato a lungo. Ora, però, non si parla solo dei suoi compiti, si parla anche e soprattutto di Matteo, il bimbo che ha inventato un nuovo “aggettivo”. Un errore bello, l’ha definito Margherita Aurora, pur avendolo sottolineato in rosso sul compito dello scolaro. Tuttavia, invece di limitarsi a spiegare al bimbo che l’aggettivo “petaloso” non esiste, non si trova sui dizionari, ma che comunque lui sarebbe stato libero di usarlo perché molto bello, la maestra che fa? Scrive all’Accademia della Crusca, LEI, e segnala il neologismo inventato da Matteo.

Il seguito lo conoscete.
La scuola elementare di Copparo, la maestra, il piccolo Matteo, i suoi genitori, i suoi compagni… tutti famosi per quei 15 minuti profetizzati da Andy Warhol nel 1968. In realtà la notizia non è caduta nel dimenticatoio così presto e chissà per quanto ancora si parlerà della genesi di “petaloso” che, non faccio fatica a immaginarlo, presto sarà adottato dagli accademici della Crusca perché in fondo quel bambino se lo merita.

Qui una cosa è chiarissima: il bambino è solo vittima della sete di successo della sua maestra. Si era già data da fare con i “compiti” ma almeno poteva lasciar stare il piccolo Matteo.

Guardate QUI, se non l’avete visto, il video del servizio che il tg1 ha dedicato all’inventore di “petaloso”. Alla fine dell’intervista Matteo, con il pianto trattenuto in gola e gli occhi lucidi, non esita a dimostrare il suo disappunto nel vedersi attorniato da sconosciuti perché gli mettono ansia.

Ma lasciate stare quel povero piccolo! L’aggettivo che ha inventato non mi fa impazzire, non lo adotterei nella comunicazione quotidiana. Ma lui sì che lo adotterei, anche subito. E’ tenerissimo e innocente, come dev’essere ogni bambino della sua età.

Insomma, alla maestra dai capelli viola preferisco quella dalla penna rossa del libro Cuore. Di lei scrisse De Amicis:

«Sempre allegra, tien la classe allegra, sorride sempre, grida sempre con la sua voce argentina che par che canti, picchiando la bacchetta sul tavolino e battendo le mani per imporre silenzio; poi quando escono, corre come una bimba dietro all’uno e all’altro per rimetterli in fila; e a questo tira su il bavero, a quell’altro abbottona il cappotto perché non infreddino; li segue fin sulla strada perché non s’accapiglino, supplica i parenti che non li castighino a casa e porta delle pastiglie a quei che han la tosse».

Soprattutto non usava Facebook per far conoscere al mondo – almeno quello social – le prodezze dei suoi allievi.

[immagine da questo sito]

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10 settembre 2012

IL PRIMO GIORNO DI SCUOLA: VOI VE LO RICORDATE?

Posted in bambini, famiglia, figli, scuola, Trieste tagged , , , , , , , a 3:40 pm di marisamoles


Ricordo ancora il mio primo giorno di scuola. Intendo il primo giorno in cui ho varcato il cancello della scuola elementare (oggi detta primaria), perché non ho avuto la fortuna di frequentare l’asilo (ovvero la scuola materna, oggi detta “dell’infanzia”).

Ricordo l’atrio dell’edificio, enorme ai miei occhi di bimba seienne. Con quel busto di bronzo raffigurante un uomo a me sconosciuto (e che comunque è rimasto tale per tutti i cinque anni di frequenza), cui era intitolata la scuola. Ferruccio Dardi. Sì, perché allora le scuole avevano un nome, ciascuna il proprio. Ora ci sono gli istituti comprensivi e di norma le scuole vengono identificate con il nome della via o della piazza in cui è ubicata quella da cui dipendono tutte le altre. Se fosse stata in vigore questa consuetudine anche allora, la mia scuola si sarebbe chiamata “di via Giotto“, il che mi sarebbe parso vantaggioso perché almeno di Giotto avevo sentito parlare. Non che conoscessi le sue opere, intendiamoci, ma conoscevo benissimo i “suoi” pastelli.

Ricordo tutti i bambini, femmine a destra e maschi a sinistra (le classi erano rigorosamente formate in base al sesso, i maestri avevano solo maschi, le maestre solo femmine), ciascuno accompagnato dalla mamma. I papà a quei tempi tenevano altro cheffà. Davanti al busto del Dardi più conosciuto (il meno conosciuto era il mio pediatra che, però, non aveva intitolata alcuna scuola e poi a me stava sinceramente antipatico, non che quel busto bronzeo mi stesse più simpatico, intendiamoci), in piedi, con atteggiamento militaresco, stava il direttore, che allora si chiamava così, non dirigente scolastico come ora. Eppure aveva il potere di zittire tutti. Oggi, invece, i dirigenti scolastici non hanno il potere di zittire gli allievi, figuriamoci i genitori. Zittiscono, però, molto bene i docenti. Da ciò si intuiscono i rapporti di forza nella scuola italiana moderna.

Non ricordo il discorso del direttore. Ero troppo intenta a guardare le altre mamme. La mia era indubbiamente bellissima ma a me sembrava decisamente troppo vecchia. Aveva allora 35 anni, 36 da compiere a dicembre, ma le altre erano tutte più giovani, la maggior parte non arrivava a 30 anni. Altri tempi, decisamente.

Non ricordo nemmeno il passaggio dall’atrio enorme all’aula. Ho un vuoto di memoria. Immagino fossi sotto scorta della maestra, so solo che in quell’aula alle mamme non fu permessa l’entrata. Io non me ne curai, nel senso che non vedevo l’ora di iniziare la scuola ed ero sicura che non avrei minimamente sentito la mancanza della mamma. Volevo essere indipendente. Purtroppo compresi ben presto che continuavo a dipendere da qualcuno: la maestra era severa, dettava legge e soprattutto disegnava circonferenze minacciose con la sua bacchetta mentre ci spiegava per bene tutti i doveri che frequentare la scuola elementare comportava. Di diritti nemmeno se ne parlava, ovviamente. Nemmeno quello di fare la pipì quando scappava perché bisognava attendere la bidella (ora collaboratrice scolastica) in quanto da sole al bagno non ci potevamo andare. Erano i tempi in cui tutti conoscevano la barzelletta di Pierino che, avuto il divieto di andare ai servizi e interrogato dalla maestra su dove si trovasse il lago di Garda, rispose: “Sotto il mio banco, signora maestra”. Chi almeno una volta aveva avuto il divieto di andare a fare la pipì quando c’era la necessità impellente non rideva mai.

Signora maestra, certo. La mia era nubile quindi dovevamo rivolgerci a lei con “signorina maestra”, ché l’età non contava, contava il fatto che non avesse conosciuto uomo. E le davamo del lei, non come i bambini di oggi che si prendono delle confidenze con gli adulti a partire dal primo giorno di scuola materna.

Ricordo anche un enorme albero di cachi che si ergeva quasi fino al terzo piano dell’edificio. Quando nel passaggio dal pianerottolo fra il secondo e il terzo la sua chioma iniziava a scomparire, togliendoci alla vista i suoi meravigliosi frutti arancione, significava che eravamo arrivati quasi all’aula, per iniziare la nostra giornata di lezione. Non so perché ma non sopporto i cachi, eppure la scuola mi è sempre piaciuta.

Ricordo anche il grembiulino (certo, allora era obbligatorio mentre ora sembra quasi dittatoriale la proposta di farlo indossare ai bambini, roba da fascisti, insomma), bianco con il fiocco a quadretti bianchi e blu. Ogni sezione aveva il suo fiocchetto, così ci distinguevamo tutti/e e se qualcuno combinava qualche guaio, si sapeva subito almeno a quale sezione apparteneva. Roba che i Ris ci facevano un baffo.

E voi, come ve lo ricordate il primo giorno di scuola? Avete voglia di raccontarmelo?

[nell’immagine: un angolo del cortile della mia vecchia scuola da questo sito]

21 aprile 2012

SCUOLA: BAMBINI VITTIME DEI BULLI O DEGLI/DELLE INSEGNANTI?

Posted in affari miei, bambini, famiglia, figli, scuola tagged , , , , , , , , , , , , a 1:37 pm di marisamoles

Stamattina, grazie ad una segnalazione che ho trovato in sala insegnanti al mio arrivo a scuola (come sempre con largo anticipo!), ho letto un articolo che Massimo Gramellini ha pubblicato sul quotidiano La Stampa, dal titolo Il bambino e il congiuntivo. Con la sua solita ironia, il giornalista faceva una riflessione su un caso emerso grazie a Flavia Amabile che, nel suo blog, ha pubblicato la lettera di una madre amareggiata perché il figlio di nove anni, bravo, intelligente ed educato, è da quattro anni, cioè dall’inizio della scuola elementare, vittima dei soliti bulli che lo prendono in giro per la sua “diversità”: si esprime, infatti, con un linguaggio curato e conosce perfettamente l’uso del congiuntivo. (QUI potete leggere il post che ho pubblicato sull’altro mio blog, laprofonline)

Ora, anche se ormai da mesi pubblico sull’altro blog gli articoli che concernono la scuola, vorrei fare qui una mia riflessione su questo episodio, prendendo in esame la lettera di questa mamma sfiduciata e la risposta della dirigente della scuola frequentata dal figlio. (QUI potete leggere entrambi i testi) Lo faccio in questa sede perché la vicenda ha risvegliato in me antichi ricordi e riaperto ferite mai rimarginate, risalenti alla mia esperienza di madre alle prese con gli insegnanti dei figli.

Scrive, dunque, la mamma del bambino oggetto di scherno, descrivendo l’esperienza del figlio all’inizio della scuola primaria, dopo un periodo felice passato in quella dell’infanzia:

Poi sono arrivate le elementari, e il suo piccolo incubo quotidiano. È arrivata la sua identificazione come un bambino “diverso”, perché usa il congiuntivo, non fa a botte, ha spesso delle cose da dire sugli argomenti trattati in classe. Da “diverso” a “bersaglio” il passo è breve: mio figlio vive da quattro anni giorni in cui la violenza (quella verbale più di quella fisica) fa parte delle sue giornate.
Ho parlato con le madri dei bambini interessati e la risposta è stata – in sintesi – “sono bambini”.
Ho parlato con le insegnanti e la risposta è stata – in sintesi – “sì, ma non se la può prendere per tutto, e se noi non cogliamo gli altri bambini sul fatto, non possiamo farci niente”.
Ho parlato con la preside e la risposta è stata – in sintesi – che avrebbe provveduto.
[…]
Mi chiedo come sia possibile non vedere, non sentire. Perché io lo vedo, come fuori dalla scuola questi bulletti in erba lo apostrofano. Più di una persona mi ha riferito di aver notato questi atteggiamenti nei suoi confronti.
È bizzarro che solo nelle mura scolastiche tutto ciò passi inosservato. Come se su 20 bambini su cui dividere l’attenzione uno sia sempre fuori fuoco, e quello sia sempre lo stesso. Come se il concetto di “vince il più forte” fosse nel programma di studi
.

Sono parole che fanno riflettere, che rimandano ad una scuola – elementare, per giunta! – in cui vige la regola del più forte, in cui chi è più debole, pur trattandosi di una debolezza solo apparente, non ha strumenti con cui difendersi, non ha alleati su cui contare. E non sto parlando di bambini.

Risponde la dirigente della scuola frequentata dal bimbo:

A proposito del comportamento dei compagni verso T. , la maestra mi ha riferito che, non appena accadono episodi di questo tipo, nei confronti di qualsiasi alunno della classe, l’intervento delle insegnanti è immediato nel richiamare gli autori del fatto. Fa parte infatti dell’operato delle docenti educare i bambini al rispetto reciproco e alla tolleranza nel rapportarsi quotidianamente tra di loro.

Dunque, le maestre avrebbero agito sempre in modo tempestivo, educando al rispetto e alla tolleranza. Avrebbero, in altre parole, fatto il loro dovere. Mi chiedo: se gli episodi continuano da quattro anni, forse l’aspetto educativo da solo non basta. Nonostante io sia convinta che, specie quando si ha a che fare con bambini piccoli, le punizioni dovrebbero essere evitate il più possibile, sono anche dell’idea che, qualora l’intervento prettamente educativo non sia sufficiente, si debba procedere, con i mezzi idonei e adatti all’età (che ignoro, non avendo mai insegnato alle elementari ma che delle maestre degne di questo nome devono saper utilizzare), a punire i diretti interessati. La punizione dei colpevoli, la giusta sanzione per una trasgressione (non è forse un trasgredire alle regole prendersi gioco ripetutamente di un compagno?) sono a volte gli unici mezzi, accanto all’educazione alla convivenza civile, con cui si possono ottenere dei risultati.

Prosegue la dirigente:

La docente in questione ha sempre operato costruttivamente; ha sempre goduto anche della stima dei genitori della classe, stima manifestata apertamente alla fine di ogni anno scolastico, anche con scritti inviati alla Dirigenza, auspicanti la permanenza della docente, incaricata annuale, nella classe anche per l’anno successivo.
Da ultimo, l’Istituto Comprensivo, di cui la scuola elementare di Via Fabriano fa parte, ha alle spalle una lunga tradizione di accoglienza, parte integrante del POF dell’Istituto, declinata attraverso iniziative e pratiche quotidiane di tolleranza, rispetto, solidarietà
.

Ed ecco entrare in scena i luoghi comuni e quel burocratese usato e abusato ogni volta che sia necessario difendersi dalle accuse. E vediamoli uno ad uno questi luoghi comuni.

Le insegnanti stimate. Che vuol dire? Che sono preparate culturalmente? Oppure che, accanto alle conoscenze, certamente apprezzabili, dei contenuti delle materie insegnate e delle corrette metodologie didattiche, hanno anche una adeguata preparazione nell’ambito della psicologia infantile e della psicopedagogia? Perché la preparazione culturale in assenza delle altre competenze vale ben poco.
E poi, se l’insegnante in questione è stimata ed apprezzata dagli altri genitori significa ben poco se anche una sola madre racconta vicende di tale gravità accadute sotto i suoi occhi. O forse la maestra è stimata perché lascia che i bulletti facciano la loro parte indisturbati, ed è quindi apprezzata dalle loro famiglie.

Altra nota dolente: il POF. Quando non si sa cosa dire, si tira fuori il famoso POF, documento imposto a tutte le scuole, di ogni ordine e grado, dal momento in cui si ha avuto la pretesa di equiparare le scuole a delle aziende. Una carta dei servizi arricchita dai contenuti disciplinari, nulla di più. Allora, siccome nel POF di quell’istituto sta scritto che la scuola ha una lunga tradizione di accoglienza che presuppone iniziative e pratiche quotidiane di tolleranza, rispetto, solidarietà, quel bimbo, che sa usare i congiuntivi ed è quotidianamente vessato dai compagni, deve adattarsi lui a quel tipo di accoglienza? Deve stare al gioco? Deve rispettare lui quel clima impostato sulla tolleranza, il rispetto e la solidarietà? Sta a vedere che è lui l’intollerante perché manifesta, anche se soltanto entro le mura domestiche, il disagio che gli deriva dal fatto di essere vittima di scherzi e atteggiamenti volti allo scherno. Scusate ma non capisco.

Man mano che procedo nello scrivere questo post mi rendo conto che l’argomento sarebbe stato più adatto al blog laprofonline. Ma, come avevo anticipato, questa vicenda mi ha riportato indietro nel tempo ed è giunta l’ora di raccontare la mia esperienza.

Il mio primogenito era uno scolaro vivace, curioso e attento fino alla terza elementare. Poi, sostituite due maestre su tre, le cose sono cambiate.
Durante l’inverno accadeva spesso che, arrivata l’ora di preparare lo zaino, al termine delle lezioni, e prepararsi per l’uscita, lui non trovasse berretto e sciarpa. Era sempre l’ultimo ad uscire e, dato che nessuna maestra aspettava la sua uscita, non capivamo mai il perché del suo ritardo. Poi, un giorno confessò che i suoi compagni gli nascondevano il berretto e la sciarpa, quindi doveva cercarli in ogni angolo dell’aula e qualche volta anche fuori, nei corridoi e nei bagni. Con grande insistenza riuscimmo a fargli ripetere la frase che la maestra gli aveva rivolto il giorno in cui lo vedemmo parecchio abbacchiato e volemmo conoscerne il motivo: “Ninin [appellativo con cui qui in Friuli ci si rivolge ai bambini in tono affettuoso, equivalente a tesoro … quel giorno, però, il tono della maestra doveva essere parecchio ironico] non posso ogni giorno stare qui ad aspettare che tu ritrovi i tuoi indumenti, devo andare a pranzo“. Detto questo, se ne andò.
A questo punto dovrei ricordare, per chi non lo sapesse, che le maestre hanno l’obbligo di attendere fuori dalla scuola finché l’ultimo scolaro sia stato prelevato, nonché accertarsi che le persone che vengono a prendere i bambini siano conosciute e autorizzate. Per un periodo dovetti delegare per iscritto la baby-sitter a prendere mio figlio al rientro pomeridiano, essendo io occupata nella frequenza di un corso all’università.
In seguito all’episodio descritto mandai mio marito dalla maestra. Volevo evitare il confronto, sempre sgradevole, tra insegnanti e gli raccomandai di tenersi calmo ma fermo nel manifestare la propria contrarietà riguardo all’atteggiamento assunto da quella insegnante nei confronti del bambino. Ritornò ancora più abbacchiato dei figlio. Mi riferì che la signora gli aveva detto, testualmente: “E’ suo figlio che si deve svegliare, altrimenti non imparerà mai a vivere”. Da quel giorno assistemmo al degrado irreparabile dei rapporti con quella e le altre insegnanti, perché lei era una specie di leader. Non protestammo mai, né oralmente né per iscritto, rivolgendoci al direttore, sperando che mio figlio se la cavasse da solo, mantenendo sempre un comportamento educato e nello stesso tempo indifferente nei confronti di giochini stupidi come quelli. Alla fine i compagni si stufarono.

E che dire quando un insegnante diventa bullo a sua volta? L’episodio riguarda il mio secondogenito, di tutt’altro carattere rispetto al fratello: vivacissimo, deciso, testardo, intraprendente … ho finito gli aggettivi ma, pregi o difetti che fossero, ne aveva in quantità impressionante. La vicenda ebbe luogo in seconda media.
Terminata la lezione di educazione fisica, arrivato nello spogliatoio il mio piccolo (lo chiamo così tuttora che ha 22 anni!) non trovò più i suoi vestiti. Non era l’unico, comunque. Cerca che ti ricerca, lui e i suoi compagni trovarono gli indumenti nelle tazze dei water. Subito si rivolsero al docente, raccontando l’accaduto. Lui scoppiò a ridere e, senza smettere, li mandò in aula. Pensate che sia finita qui? No. Mio figlio e gli altri, non avendo avuto alcun supporto da parte del professore, si recarono, in pantaloncini corti e canotta (abbigliamento con cui tornò a casa alla fine delle lezioni … era marzo!), in presidenza. Raccontarono il fatto e il preside chiese subito a chi avessero chiesto il permesso di parlare con lui, se all’insegnante di educazione fisica o quello dell’ora successiva. Risposta: “a nessuno, il prof N. ci ha riso dietro e siamo venuti qui direttamente”. Risultato: mio figlio fu sospeso per due giorni dalle lezioni per insubordinazione. Gli altri no perché lui fu accusato di averli sobillati.
E i responsabili della bravata? Mai scoperti. Non chiedemmo neppure i danni per la tuta da ginnastica “finita” nel water e ovviamente facemmo una lavata di capo a nostro figlio che comunque avrebbe dovuto chiedere l’autorizzazione per conferire con il dirigente.

Altro episodio, sempre con protagonista il piccolo e il docente di educazione fisica, alla fine della terza media. Ultimo giorno di scuola, prima dell’inizio delle lezioni: mio figlio si trovava in cortile, pronto a varcare il portone d’ingresso, quando gli finì addosso un gavettone (effettivamente un secchio colmo d’acqua) gettato dalla finestra dell’aula insegnanti. Gliel’aveva tirato il professore di educazione fisica che, anche in quella occasione, scoppiò in una fragorosa risata. Mio figlio tornò a casa per cambiarsi e pretese di essere riaccompagnato a scuola dal padre senza giustificazione scritta perché, diceva, “mica ho fatto ritardo per colpa mia, io ero già davanti alla porta, pronto per salire in classe”. Anche in quell’episodio fu lui la vittima: non solo il preside pretese ugualmente la giustificazione per il ritardo ma gli fu anche detto che si trattava in fondo di uno scherzo innocente, da ultimo giorno di scuola. Peccato che fuori ci fossero 15 gradi e che a scuola non potesse disporre di una stufa per asciugarsi gli abiti inzuppati.

Ecco, allora io mi chiedo: perché i genitori devono sempre stare zitti (per evitare ritorsioni) e se parlano non vengono mai creduti?

18 gennaio 2010

A SCUOLA CON LA Q. GLI ITALIANI E L’ORTOGRAFIA

Posted in bambini, famiglia, figli, lingua, Mariastella Gelmini, scuola tagged , , , , , a 5:13 pm di marisamoles

Qualche giorno fa sui giornali è apparsa una notizia che deve far riflettere sulle conoscenze che gli italiani hanno della propria lingua: a Pitigliano, in provincia di Grosseto, 61 aspiranti vigili urbani sono stati bocciati al concorso per … troppi errori ortografici! Beh, pensandoci bene, a chi farebbe piacere trovarsi appiccicato al parabrezza l’odiato foglietto rosa infarcito di errori ortografici? La multa non ci farebbe, di per sé, tanto orrore, ma gli errori …

A tal proposito, sul quotidiano La Stampa, la nota scrittrice, nonché docente, Paola Mastrocola scrive:

Esiste una preoccupante nuova ignoranza a cui non possiamo assistere indifferenti. La maggior parte dei quindicenni di oggi che arrivano al liceo non sanno né leggere, né scrivere, né parlare. Hanno perduto il dono della parola: balbettano per mezzo minuto e restano in un silenzio imbarazzante, non capiscono i libri che leggono, non sanno scrivere quello che pensano, non conoscono la grafia corretta della loro lingua, hanno un lessico povero e limitato, non sanno leggere ad alta voce, prendere appunti, studiare, e ricordare quello che hanno letto.

Non sono una fan della Mastrocola ma devo darle in parte ragione. Il problema di fondo è, secondo lei e con il suo pensiero concordo pienamente, la scuola elementare, o primaria che dir si voglia. Non la scuola in sé o la didattica ma il ruolo che la scuola riveste in ambito sociale oggigiorno.
I bambini d’oggi sono molto svegli, è vero. Purtroppo, però, proprio perché hanno mille stimoli che provengono dai diversi luoghi in cui si formano, a scuola devono essere motivati in maniera diversa rispetto ai loro coetanei di trenta o quaranta anni fa. Noi eravamo desiderosi d’imparare perché la scuola rappresentava il luogo di educazione, di formazione e di apprendimento per eccellenza. Le famiglie avevano un ruolo marginale in ambito formativo e si fidavano ciecamente dell’istituzione. Veniva concessa ai maestri e alle maestre la cosiddetta “carta bianca” e nessuno si sognava minimamente di discutere ciò che l’insegnante diceva, faceva, pensava, decideva … Questo rapporto fra scuola e famiglia si fondava sulla fiducia reciproca ed è ciò che manca, oltre agli stimoli, nella scuola italiana oggi.

Ultimamente è emerso un altro problema: una recente indagine di Bankitalia ha insinuato che la scuola pubblica stia scadendo a causa del massiccio numero di immigrati presenti nelle nostre aule scolastiche. Ciò potrebbe portare ad un rilancio della scuola privata con conseguente riduzione dei finanziamenti elargiti dallo Stato per la scuola statale a vantaggio degli istituti privati. Mi permetto di dissentire. È vero che i bambini stranieri, specie quelli con limitate conoscenze linguistiche, hanno bisogno di maggiori attenzioni da parte degli insegnanti e la loro presenza potrebbe rallentare lo svolgimento dei programmi. Di conseguenza, i nostri bambini potrebbero annoiarsi e perdere la motivazione ad apprendere. Tuttavia, ammesso che ciò accada davvero, la colpa non è certamente della scuola, quanto dello Stato che non stanzia i finanziamenti adeguati per supportare gli insegnanti con mediatori culturali e linguistici che faciliterebbero l’insegnamento rivolto ai bambini stranieri. Detto ciò, non è assolutamente vero che la qualità della scuola debba scadere anche perché i docenti italiani, da sempre abituati a lavorare molto guadagnando poco, sanno affrontare anche situazioni di emergenza.
Recentemente il ministro Gelmini ha reso noto che il tetto massimo di stranieri (presumo non ancora sufficientemente padroni della lingua) sarà fissato al 30% per ogni classe. Le intenzioni sono certamente buone, ma bisogna tener conto che, in alcuni contesti regionali, causa anche la scarsa prolificità delle mamme italiane in confronto a quelle straniere, rispettare il tetto non sarà possibile.

Tornando alla Mastrocola, lei sostiene che oggi abbiamo una scuola elementare (molto lodata) in cui si fa preferibilmente teatro, pittura, canto, si dispongono i banchi in cerchio, si fanno gare di corsa nei corridoi e, anche, si leggono dei bei libri tutti insieme. Attività molto belle, divertenti, creative, di una scuola che desidera più che altro insegnare a stare insieme e aborre le nozioni, cioè le conoscenze, bollate ancora, e con insofferenza, come nozionismo.
Anche su questo sono fondamentalmente d’accordo ma non è detto che non si possa insegnare “intrattenendo” i bambini con strumenti ludici. Io credo che non si debba fare di tutta l’erba un fascio e sono convinta che la maggior parte degli insegnanti italiani siano molto validi e preparati. Purtroppo, però, manca da parte dei bambini quel senso del dovere che noi, un tempo, avevamo innato.

Ad esempio: fare i compiti per casa, che spesso costituiscono l’argomento primario di accesi dibattiti su opposti fronti, oltre ad essere un dovere ha anche un’utilità innegabile. L’esercizio domestico serve, infatti, a fissare quelle conoscenze e a consolidare quelle competenze e abilità che a scuola iniziano appena ad essere assimilate. In altre parole, non si riesce ad imparare davvero solo assistendo alle lezioni mattutine, tenendo conto anche del fatto che il periodo di massima attenzione nei discenti è di appena venti minuti per ora. Il che non significa affatto che negli altri quaranta i bambini e i ragazzi si guardano attorno, giocherellano, parlottano con i compagni e della lezione se ne infischiano; significa solo che non possono essere attentissimi per sessanta minuti di fila. Non saremmo capaci neanche noi adulti di tanta attenzione!
Ma qual è generalmente la reazione di grandi e piccoli di fronte ai compiti a casa? Uffa che barba, che noia, che barba, che noia, come diceva la simpatica Mondani in Casa Vianello. Le attività domestiche, insomma, sono un supplizio per l’intera famiglia e spesso vengono svolte in fretta perché c’è la lezione di pianoforte o d’inglese, l’allenamento di calcio o pallacanestro, si deve uscire a far la spesa … Tanto poi, pensano le mamme indaffarate, a scuola correggeranno quello che hanno sbagliato. Niente di più errato: chissà perché le correzioni a scuola non si fanno quasi mai e, diciamolo, gli insegnanti non sempre hanno tempo da investire nel ritiro e controllo dei quaderni di tutta la classe, specie se di scolari ne hanno 25 o 30.

Insomma, i torti e le ragioni non stanno mai da una parte sola. Una maggior collaborazione scuola-famiglia unita ad uno stanziamento adeguato di fondi per migliorare la qualità della scuola pubblica, specie in presenza di classi affollate e costituite da realtà complesse e diversificate, sarebbe la soluzione ideale. Forse gli scolari di oggi fra vent’anni riusciranno a superare un concorso pubblico per vigile urbano.

8 aprile 2009

BAMBINI IN FUGA … DALLA GELMINI!

Posted in bambini, maestro unico, Mariastella Gelmini, riforma della scuola, Trieste tagged , , , , , , a 9:20 pm di marisamoles

bambinic he corronoQuando ho letto l’articolo, su ilpiccolo.it (sito del quotidiano di Trieste), ammetto che non credevo ai miei occhi. La notizia mi sembra una revisione di una di quelle fiabe che hanno come protagonisti dei bambini e l’orco che se li mangia. In questo caso, trattandosi del ministro Mariastella Gelmini, l’orchessa …

In sintesi, la notizia è questa: la signora Cristina Canciani, che abita a Muggia, in provincia di Trieste, ha iscritto, per il prossimo anno scolastico, la propria figlia Stefania alla prima elementare in una scuola slovena, la “Pier Paolo Vergerio il Vecchio”. Si tratta di un istituto, con lingua d’insegnamento italiana, che si trova a Crevatini, distante solo sette chilometri dal centro di Muggia. Per la signora Canciani la distanza non è poi tanta, praticamente il percorso da casa a scuola sarebbe equivalente se la scelta fosse orientata verso la più vicina scuola primaria italiana.
Problemi logistici a parte, visto che poi non ci sono, perché questa decisione di mandare la bimba per un quinquennio oltre confine? La mamma di Stefania la giustifica in questi termini: “siamo stati convinti dalla disponibilità, dall’organizzazione e dalla chiarezza mostrataci da subito dal personale della scuola di Crevatini. È importante anche la possibilità di imparare una lingua in più come lo sloveno, un arricchimento ulteriore in un’ottica di un’Europa sempre più allargata.”. Niente da eccepire, il discorso fila liscio come l’olio. Ma è evidente che la molla è stata un’altra: l’incertezza legata ai provvedimenti firmati dal ministro Mariastella Gelmini e ai tagli del governo italiano, a confronto con l’efficienza riscontrata, almeno a parole, nella scuola d’oltre confine ha dissipato eventuali dubbi residui.

La fonte sostiene che la scuola “Vergerio” di Crevatini proponga un programma sostanzialmente di pari livello rispetto a quello delle vicine realtà del territorio muggesano. I libri di testo sono italiani, la lingua veicolare è sempre l’italiano. Accanto alle ore d’inglese, poi, s’impara, come già ha fatto notare la signora Canciani, lo sloveno, considerata “lingua dell’ambiente”. La responsabile della scuola in questione, una specie di succursale che ha la sede madre a Capodistria, spiega che solo queste materie presuppongono la presenza di docenti a parte, per il resto c’è «la maestra unica». Allora, mi chiedo, che cosa cambia rispetto all’offerta formativa della scuola italiana, se c’è la maestra unica? Posso solo ipotizzare che ci sia una presa di posizione nei confronti di un governo, o meglio del ministro Gelmini, “massacrato” ai tempi della mobilitazione studentesca dello scorso ottobre. Ciò dimostrerebbe che, a volte, quando si solleva un polverone su argomenti che non sono chiari – la “riforma”, infatti, è stata chiarita nei suoi molteplici aspetti solo a gennaio – si esercitano dei forti condizionamenti su persone che, trovandosi in una situazione di confusione, preferiscono non rischiare.

La mamma della bambina, tuttavia, tiene a precisare che già una nipotina sta vivendo quest’esperienza nella scuola slovena. Allora, nel 2007, era stata avanzata regolare richiesta di autorizzazione alla scuola di riferimento (generalmente la più vicina) e l’esito era stato positivo. Da parte sua, il Dirigente Scolastico della scuola di Muggia, l’Istituto comprensivo «Giovanni Lucio», conferma che una scelta del genere può essere fatta: “Ho sottoposto la questione della residenza e quindi della competenza territoriale scolastica sui bambini di queste famiglie ai miei superiori. Mi hanno risposto come la scelta di optare per la scuola di Crevatini sia equiparabile a quella dell’istruzione parentale”. Così si esprime la dottoressa Marisa Semeraro. Tuttavia in Slovenia l’istruzione primaria ha un’articolazione diversa: c’è un triplice triennio che si chiude dopo nove anni, quindi il percorso di studio prosegue nella scuola superiore. Sostanzialmente elementari e medie rappresentano un unicum che, continuando con il paragone, dura un anno in più del corso di studi italiano. Ma i bambini italiani, che per il prossimo anno saranno addirittura sette su un totale di quattordici iscritti, si fermano al quinquennio, cioè riescono a completare un triennio e un biennio, poi proseguono gli studi alle medie in Italia. Ma allora a me viene un dubbio: e i programmi? Nell’articolo non sono fornite indicazioni specifiche né sono riuscita a rintracciare sul web i programmi relativi. Della scuola “Vergerio” ho reperito un ottimo lavoro, pubblicato in Pdf, che riguarda varie attività legate al folklore locale, ma nulla di specificamente didattico. Ad ogni modo, si legge che i programmi sono analoghi. Resta il fatto che un bambino venga calato in un contesto culturale diverso, sicuramente stimolante per quanto riguarda il confronto tra “identità” e “alterità”, e che dopo cinque anni sia costretto a fare i conti con un’altra realtà e con una preparazione magari diversificata rispetto ai coetanei. L’arricchimento a livello linguistico è innegabile e, considerata la vicinanza dei due Stati, Italia e Slovenia, sicuramente utile. Tuttavia non si può dire che lo sloveno sia una lingua veicolare diffusa, se non all’interno del territorio nazionale. Stesso discorso vale, comunque, anche per l’italiano. Ma perché fare tanta fatica, anche se per i bambini l’apprendimento delle lingue non è affatto difficile, per poi disporre di uno strumento linguistico utilizzabile solo in un’area limitata?

Insomma, nonostante le lodi rivolte alla scuola istriana, sulla cui efficienza e validità a livello di offerta formativa non ho motivo di dubitare, non conoscendone la realtà, nonostante le famiglie triestine giustifichino la scelta fatta sulla base di due diverse opportunità di pari dignità – quindi, meglio scegliere la scuola slovena perché s’impara una lingua in più – a me i dubbi rimangono. Questi piccoli pendolari transfrontalieri a me sembrano proprio in fuga dall’Orchessa Gelmini. E come accade nelle fiabe, dove la mamma raccomanda ai pargoli di non fidarsi di nessuno e di star lontani dai lupi cattivi nonché dagli orchi, i bimbi ubbidiscono. D’altra parte un detto istriano recita: El fio che no scolta rason, rompe el timon (Il figlio che non ascolta, manda a male il governo della casa), quindi, bambini, conviene proprio ubbidire … per l’incolumità della famiglia intera!

[fonte: ilpiccolo.it, articoli pubblicati il 3 e 4 aprile, a firma di Matteo Unterweger)

18 dicembre 2008

GELMINI: RIFORMA È FATTA

Posted in attualità, maestro unico, Mariastella Gelmini, politica, riforma della scuola, scuola tagged , , , , , , a 10:24 pm di marisamoles

gelmini 3Il ministro della Pubblica Istruzione, Mariastella Gelmini, ha presentato oggi al Consiglio dei Ministri i quattro decreti presidenziali che riguardano la scuola di ogni ordine e grado. Si parte, dunque, dalla scuola dell’Infanzia, passando attraverso quella primaria, fino ad arrivare alla secondaria di I e II grado. Per la prima volta dalla riforma Gentile del 1923 sono stati riorganizzati tutti i cicli di istruzione. Superfluo dire che i quattro decreti sono stati approvati.

Alla scuola dell’infanzia sarà possibile accedere a partire dai due anni e mezzo. L’orario resta quello di sempre: 40 ore con due insegnanti per sezione. Le famiglie potranno anche scegliere l’orario antimeridiano compatibilmente con le richieste.
L’abbassamento dell’età, ora di 3 anni, per l’accesso alla scuola materna è certamente una buona cosa, visto che gli asili nido sono pochi, quasi tutti privati e con lunghe liste d’attesa. Ovviamente dipende dalle città; io, comunque, ho iscritto mio figlio nella lista d’attesa in una struttura privata 17 anni fa e non ho mai ricevuto risposta! Non solo, ma il costo più o meno si aggirava, allora, sulle 600 mila lire mensili. Fortunatamente ho potuto iscrivere i bambini ad una scuola materna cattolica, dove li hanno ammessi a due anni e mezzo, per la modica somma di 200 mila lire al mese. Beh, un gran vantaggio. Ma se si possono sfruttare le strutture pubbliche ovviamente è meglio.

Sulla scuola primaria ho parlato fin troppo, quindi vi rimando alla lettura di questo post . Comunque, nessuna novità riguardo ai docenti: maestro unico o prevalente, a seconda dell’orario prescelto, o i due maestri per il tempo pieno. Il modulo attuale, però, non sarà del tutto morto e sepolto dal prossimo anno scolastico, visto che l’avvio della riforma riguarda solo le classi prime. Anche i famigerati tagli del personale, quindi, avverranno gradualmente e comunque gli eventuali soprannumerari saranno impegnati nel tempo pieno di 40 ore. Anzi, proprio la disponibilità dei docenti favorirà l’aumento delle classi con il tempo pieno, sempre compatibilmente con le richieste delle famiglie.

Nella scuola media (secondaria di I grado) l’orario passa dalle attuali 32 ore a 29. Il tempo prolungato verrà attivato soltanto su specifica richiesta delle famiglie e soltanto quando ci sia un sufficiente numero di alunni per attivare il servizio. Le ore d’inglese possono aumentare da 3 a 5, sempre su richiesta delle famiglie. Sarà obbligatoria, pure, una seconda lingua straniera.

La riforma delle superiori (secondaria di II grado), come si sa, slitta di una anno e partirà, quindi, con il 2010. Molte le novità, a partire dall’orario che sarà ridotto in tutti i tipi di scuola. Le ore dovranno essere effettivamente di 60 minuti; banditi, quindi, i “moduli” di 50 minuti che la maggior parte delle scuole adotta per problemi di compatibilità con l’orario dei mezzi di trasporto, quindi per quelle “cause di forza maggiore” che normalmente si invocano per far durare di meno la mattinata. Se gli orari, per la maggior parte, si aggirano sulle 30 ore settimanali, 5 ore per 6 giorni, non dovrebbe essere un problema. Ma come la mettiamo con le sezioni che hanno l’orario concentrato in cinque giorni – quelle, cioè, a settimana corta – per avere il sabato libero? Personalmente non mi piace avere il sabato libero, ma pare che molti docenti lo gradiscano e molte famiglie preferiscano avere i figli a casa per organizzare un week – end sulla neve, ad esempio. Come si farà a rispettare l’orario completo con ore di 60 minuti resta un mistero. A meno che non ci siano le solite “deroghe”, ma allora resterebbe tutto come adesso, visto che anche ora la durata del modulo orario è effettivamente di 60 minuti.
Le novità più sostanziali, come ho già scritto nei precedenti post, riguardano appunto le scuole superiori. Per non ripetermi vi rimando a quest’altro post. Tuttavia, vedo di riassumere i punti salienti.

Ci saranno due nuovi licei: quello delle scienze umane (ex-magistrali) e quello musicale e coreutico (danza e musica). Tre nuovi indirizzi per il liceo artistico: figurativo, design, new media. In tutti i licei si studierà l’inglese per cinque anni (attualmente al classico rientra nel piano di studi del solo ginnasio) e in quelli di nuova istituzione anche una seconda lingua straniera. Allo scientifico, come scrive Il Giornale, il latino sopravvivrà: parola di Gelmini!
I nuovi istituti tecnici avranno 2 settori fondamentali, uno economico e l’altro tecnologico, e 11 indirizzi. L’economico avrà 2 indirizzi, il tecnologico 9. Saranno organizzati in 2+2+1 anni. Il primo biennio con un contenuto formativo di base, il secondo specialistico a seconda degli indirizzi. L’ultimo anno sarà di perfezionamento mirato all’indirizzo scelto ed è previsto anche lo stage per gli studenti. Non più, quindi, 750 indirizzi che creavano confusione negli studenti e nelle famiglie. La scelta è ristretta ma più orientata a soddisfare le attitudini personali, maggiormente compatibile con le richieste del mondo del lavoro. I laboratori, poi, acquisteranno un ruolo centrale: diventeranno dei veri e propri centri di innovazione attraverso la costituzione di dipartimenti di ricerca. Non solo, esperti e professionisti potranno entrare nel comitato scientifico della scuola.

Nel comunicato stampa del MIUR non c’è traccia delle famose classi – ponte, ma si rende noto che saranno organizzati dei corsi d’italiano per stranieri. Alle medie, le due ore della seconda lingua potranno essere utilizzate per corsi di italiano per gli allievi non italofoni.

Infine, una buona notizia per i docenti “più bravi”: dal 2011 i docenti eccellenti potranno ricevere un premio produttività che potrà arrivare fino a 7.000 euro l’anno. Resta un mistero che cosa si intenda per “eccellenti”. Si può pensare che siano quelli con gli studenti più bravi; peccato, però, che, se così fosse, molti sarebbero quelli dai “bei voti facili” per fare una bella figura. O forse i docenti eccellenti saranno quelli più graditi agli allievi; mi immagino già i questionari per gli studenti:l’insegnante è simpatico, arriva puntuale, dà pochi compiti, lo capisci quando spiega … ???
O forse si rispolvererà il vecchio “quizzone” proposto da Berlinguer, già osteggiato da tutti i docenti senza distinzione di schieramento politico? Mah, staremo a vedere.

12 dicembre 2008

MAESTRO UNICO NON PIÙ TANTO UNICO

Posted in attualità, maestro unico, Mariastella Gelmini, politica, riforma della scuola, scuola tagged , , , , , , , , a 4:41 pm di marisamoles

MAESTRA

Dopo il colpo di scena di ieri, vale a dire la decisione del governo di rimandare all’A.S. 2010/2011 l’avvio della riforma delle superiori, ecco che spunta un’altra novità: il maestro unico non sarà forzatamente unico ma solo su richiesta. Ci eravamo quasi abituati a chiamarlo “unico”, dopo i diversi tentativi di spostare l’attenzione dall’aggettivo scomodo ad un altro più accattivante, cioè “prevalente”. Anche se il ministro Gelmini ha più volte detto che sarebbe stato affiancato comunque da altri maestri, detti specialisti. Ci sembrava, dunque, di aver capito che fosse possibile scegliere il modello attuale, cioè quello dei moduli. Nient’affatto. Ci pareva, ma non avevamo capito bene.

Oggi sul Corriere della Sera si legge: «Un unico maestro – spiega la Gelmini – sarà il punto di riferimento educativo del bambino e viene abolito il modello a più maestri degli anni ’90». Ma allora, si torna a parlare di maestro prevalente, o no? Effettivamente, dice il ministro, la scelta delle famiglie sarà possibile solo a livello di orario scolastico. Infatti, Mariastella continua: «La responsabilità del percorso formativo e didattico antimeridiano d’ora in poi farà capo ad un unico docente, e potrà essere declinato in 24 o 27 ore. Nel primo caso avremo, di fatto, un maestro unico. Nel secondo un maestro prevalente. Come era già stato scritto nel piano programmatico sulla scuola. In questo modo si eliminano le compresenze e si supera il modello del modulo. Dunque nessun passo indietro».

Ecco, adesso le cose sono più chiare. Nessun ripensamento, dunque, e i risparmi sono assicurati. In fondo l’obiettivo era quello. Ma come si opererà la scelta? Mi immagino già i moduli di iscrizione, sullo stile dei quesiti a scelta multipla: nel caso dell’insegnante unico in orario antimeridiano, volete la maestra A, quella B o la C? Se volete, invece, il “tempo prolungato”, potete optare per il maestro prevalente A, B o C. Già, perché normalmente accade che assieme alla domanda di iscrizione si esprimano anche delle preferenze. Non si potrebbe, ma accade. Ecco che gli insegnanti considerati più severi saranno evitati come la peste, quelli più comprensivi, invece, saranno i più gettonati.

M’immagino la possibilità di scegliere il maestro unico o prevalente con tanto di profilo dell’insegnante, o magari, allegato al modulo d’iscrizione, un giudizio innocente e spassionato di qualche scolaro di quinta, già esperto, che si potrebbe esprimere più o meno così:

“Caro nuovo iscritto, scegli la maestra Pina che è brava e buona, ci porta le caramelle, non interroga mai, fa solo compiti scritti e ce li fa correggere, così noi bariamo e risultiamo tutti bravi. Poi lei è giovane e bella, il che non guasta. Non come le altre due maestre del mio modulo, che sono delle streghe, litigano sempre e la povera maestra Pina è costretta a far da paciere. Poi c’è da dire che con la maestra buona l’intervallo dura mezz’ora di più, se c’è qualcuno che disturba lei è comprensiva, perché capisce che si vuole sfogare, così lo manda a fare le fotocopie o a prenderle un caffè e lui se ne sta via un po’ di tempo lasciandoci finalmente in pace. Questo te lo dico in confidenza perché se lo viene a sapere il ministro Brunetta, poi la maestra Pina viene licenziata.”

Be’, insomma, ho scherzato un po’. Non si arriverà a tanto, spero, comunque docenti come la maestra Pina ce ne sono, purtroppo. Al di là dei giochi di parole, maestro unico o prevalente, la cosa che ci si deve augurare è che la qualità della scuola migliori davvero. Visto in che condizioni arrivano i ragazzi in prima liceo, dei dubbi ci sono. O dobbiamo credere che la scuola primaria funzioni benissimo e la secondaria di I grado sia una specie di buco nero?

AGGIORNAMENTO DEL POST, 27/07/2009

Leggo su tuttoscuola.com che il modello del maestro unico, per la scuola primaria, non è più prescrittivo: le scuole, secondo le prerogative della autonomia organizzativa, potranno procedere in maniera flessibile nell’organizzare le primi classi a riforma da settembre, utilizzando secondo necessità gli insegnanti.

Sempre secondo la fonte citata, “dopo che la precisazione era stata riportata all’interno della delibera della Corte dei Conti con la quale era stata dato l’ok alla registrazione del regolamento sul riordino del primo ciclo (dPR 89/2009), ora anche l’atto di indirizzo (in bozza) che dovrà accompagnare l’applicazione del regolamento parla esplicitamente di modello non prescrittivo e di flessibilità organizzativa da parte delle istituzioni scolastiche autonome.
Molte scuole non hanno aspettato quel benestare ministeriale e già in vista del nuovo anno scolastico hanno individuato il modello più comodo: un fitfy-fitfy che prevede l’impiego del docente unico per metà tempo su una classe e per l’altra metà su un’altra, con il reciproco speculare del collega dell’altra classe. Due maestri unici con un orario equamente suddiviso su due classi.
Le ore mancanti per arrivare a 27 o 30 ore settimanali vengono assegnate, per completamento, ad un terzo (o quarto docente) che dovrà comunque lavorare anche su altre classi.
È una soluzione che assomiglia a quella modulare (11 ore per docente in ciascuna delle due classi) che invece il regolamento ha inteso superare, con la sola differenza che il terzo maestro di complemento è fuori modulo.
”.

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