5 ottobre 2014

I MIEI RICORDI DI SCUOLA

Posted in affari miei, amicizia, scuola tagged , , , , , , , , , a 7:21 pm di marisamoles

Oggi si celebra la Giornata Mondiale degli Insegnanti. Avevo iniziato un post per il blog laprofonline ma ne è uscita una specie di pagina di diario che preferisco pubblicare qui, per riservare al mio blog sulla scuola una riflessione più seria.

La data del 5 ottobre è stata scelta perché nel 1966 si tenne un Congresso speciale, organizzato congiuntamente fra UNESCO e OIL (Labour International Organization), per elaborare ed adottare una “Raccomandazione” sulla condizione degli insegnanti.
Quella data mi ha riportato indietro nel tempo ed ecco qua i ricordi che mi ha risvegliato.
Un modo anche per ringraziare i miei vecchi insegnanti, quelli che lasciano una traccia di sé nel cuore degli studenti.
Buona lettura!

holly hobbie scuola
A quel tempo ero piccina e ho nella mente solo pochi fotogrammi che mi riportano all’infanzia. Ricordo, però, molto bene gli anni della scuola elementare, quelli della media e, infine, del liceo.

La mia maestra era una donna nubile, di mezza età, molto appassionata ed estremamente preparata su tutte le materie di studio. Erano gli anni del “maestro unico”, anche se la maggior parte dei docenti era di sesso femminile. Nella mia scuola, però, le classi non erano miste e la maestra o il maestro erano dei punti di riferimento rispettivamente per le femminucce e per i maschietti.
La mia insegnante elementare, tuttavia, era molto moderna, forse preparata dal punto di vista pedagogico e consapevole che i due sessi non dovevano essere per forza separati, a livello educativo il confronto poteva costituire una ricchezza, un’occasione formativa che l’austerità della scuola del tempo metteva in secondo piano con la “segregazione” imposta, in quanto poteva apparire sconveniente la promiscuità tra maschi e femmine.
Così lei e un maestro, che era anche il papà di una mia compagna, di tanto in tanto facevano lezione a “classi aperte”. Una metodologia didattica che, se calata in quegli anni, poteva apparire davvero all’avanguardia.

Non avrei dovuto, comunque, attendere molto per ritrovarmi in una classe mista: conclusi i cinque anni delle elementari, infatti, iniziò la mia avventura scolastica in compagnia anche dei maschi. Alcuni di essi, tra l’altro, li conoscevo già in quanto avevano frequentato la classe del maestro amico della mia maestra.
Il mio impatto con la scuola media fu contraddistinto da una sensazione di estremo disagio. Mi sentivo incompresa. Feci fatica ad ambientarmi, mi sembrava di non essere particolarmente apprezzata né dai compagni né dai docenti. Ero stata una scolara molto brava, studiosa, intelligente. La mia maestra tesseva di me elogi e mi prendeva a modello, cosa che tra l’altro mi metteva in imbarazzo, essendo io particolarmente timida. Però lei sapeva gestire bene il gruppo, era in grado di spronarci alla competizione in modo sano, senza invidie, capricci o ripicche.

Alla scuola media, specialmente il primo anno, non mi sentivo motivata e anche lo studio, che avevo sempre amato, finì per annoiarmi. Avevo, però, una professoressa di Lettere molto intelligente. Lei comprese che in qualche modo dovevo sentirmi protagonista. Nel senso buono, però, niente esibizionismo né superiorità, semplicemente avevo bisogno di distinguermi in qualcosa, di diventare un traino per gli altri.
La prof di Lettere lesse in me una propensione che io non sospettavo nemmeno di avere: aiutare chi è in difficoltà. Fu così che mi propose di organizzare delle visite a casa di un ragazzo più grande di noi ma che aveva una malattia che lo faceva apparire nostro coetaneo. Fu così che mi attivai e riuscì a formare, tra i compagni di classe, un gruppetto che andava un sabato pomeriggio al mese (forse anche di più, non ricordo bene) a far compagnia a questo ragazzo meno fortunato di noi. A soli 12 anni facevo la “volontaria” senza nemmeno sospettare che questo tipo di attività un giorno avrebbe avuto un posto importante nella società.

studenti sarah kayLa stessa professoressa, in terza media, mi affidò l’incarico di assistere un mio compagno, che soffriva di ricorrenti emicranie, portandogli i compiti e studiando con lui, affinché non rimanesse indietro nei lunghi periodi di assenza. La cosa non mi entusiasmò, soprattutto perché non lo conoscevo. Era stato inserito nella mia classe quell’anno – credo in seguito alla bocciatura dovuta, appunto, al suo stato di salute – e non pensavo fosse facile instaurare un rapporto di collaborazione con un perfetto sconosciuto. La mia prof senz’altro mi aveva scelta perché conosceva il mio spirito solidale e soprattutto per il fatto di essere praticamente una sua vicina di casa.
Tra me e quel ragazzo nacque una bella amicizia, forse da parte sua qualcosa di più. Da parte mia imparai che aiutare gli altri mi rendeva una persona migliore.

I ricordi del liceo sono sicuramente più nitidi. Devo, però, essere onesta: non sono proprio bellissimi.
La mia classe non era molto unita anche se mi sentivo un po’ a casa avendo ritrovato ben sette compagni della scuola media. Crescevo in fretta, troppo. Ero molto matura per la mia età, credevo di avere ben poco da spartire con i miei compagni, specie con i maschi che mi apparivano frivoli, un po’ sciocchi, troppo infantili. A parte qualche compagna che vedevo nei pomeriggi durante la settimana, frequentavo perlopiù gente più grande e i sabati pomeriggio li passavo a ballare in una discoteca improvvisata all’interno di un garage.

Dei miei professori ricordo con infinita gratitudine e molto affetto la professoressa di Lettere del ginnasio: buonissima, anche troppo, dolcissima, estremamente comprensiva, quasi materna. Per me, anzi, più materna della mia stessa madre, dato che lei era piuttosto severa e poco comprensiva. Non si sforzava nemmeno di capirmi.
Gli anni del ginnasio furono una passeggiata. Non mi ammazzavo di studio ma ottenevo ottimi risultati perché sapevo organizzarmi. Non ho mai sentito lo studio come una limitazione della libertà. Studiare era per me un piacere ma occupava uno spazio non troppo grande tra le altre mille attività in cui ero occupata, le tante passioni che mi davano enormi soddisfazioni.

studio sarah kayAl liceo (dal terzo anno, quindi) iniziai a comprendere che si doveva fare sul serio. Due professori presero il posto della mia amata prof di Lettere del ginnasio.
Quello che insegnava Italiano era buono e comprensivo, molto appassionato, estimatore di Dante, tanto da far passare in secondo piano la Storia della letteratura. Fu un male e un bene allo stesso tempo: mi trasmise la passione per il ghibellin fuggiasco, tanto da laurearmi in Filologia e Critica dantesca, e mi costrinse a studiare come una matta per superare brillantemente gli esami di Storia della letteratura alla facoltà di Lettere.
L’altro prof insegnava Greco e Latino, le mie due vere passioni. Era agli antipodi rispetto alla mia prof del ginnasio: severo ed esigente in modo fin quasi esagerato, serissimo, mai un sorriso una parola di incoraggiamento, anzi, usava spesso l’ironia per sottolineare le nostre debolezze. Sadico al punto da iniziare a distribuire i compiti scritti, dopo la correzione, non in ordine alfabetico, come faccio io, ma partendo dal voto più alto. Insomma, avete presente la fatidica frase: “per te Miss Italia finisce qui!”, pronunciata dal conduttore di turno del programma tv? Ecco, quando si arrivava al 6 e non si era stati ancora nominati, il mondo finiva lì. Fortunatamente non provai quasi mai quell’esperienza, una sola volta, mi pare, in una versione dall’italiano al latino, una vera croce a quei tempi.

Ecco, questi sono gli insegnanti che ricordo con maggiore affetto. Sono stati loro i miei maestri, in tutti i sensi. Dal primo momento in cui, poco più che ventenne, salii in cattedra, ciascuno di loro è stato per me un modello da seguire.

Dalla maestra ho imparato che la competizione, quella sana, può offrire stimoli e facilitare l’integrazione nel gruppo degli studenti più introversi, quelli che si sentono inadeguati.

La mia prof di Lettere della scuola media mi ha insegnato che gli studenti sono soprattutto persone, al di là dei voti segnati sul registro. Come tali hanno bisogno di non sentirsi soltanto dei numeri, di non essere giudicati solo per i voti che prendono perché il valore di una persona non è misurabile su una scala decimale. A volte è necessario investirli di qualche responsabilità per farli sentire “importanti”, persone di cui ci si può fidare.

La mia professoressa di Lettere del ginnasio mi ha insegnato a non esitare a mostrare di me anche il lato umano. Si può essere bravi insegnanti e rispettati nel proprio ruolo anche se, di tanto in tanto, si racconta qualche aneddoto personale o ci si confronta con le generazioni che ci scorrono davanti agli occhi iniziando con il detestato “Ai miei tempi …”.

Il mio professore di Italiano del liceo mi ha trasmesso un amore incondizionato per Dante. Soprattutto mi ha fatto capire che la “Divina Commedia” non sarà mai un’opera fuori luogo e fuori tempo perché permette di fare molti confronti con i tempi attuali e con tante altre discipline di studio.

inegnante sarah kay
Fra tutti, però, il modello di riferimento costante è il mio professore di Greco e Latino, nel bene e nel male.
Agli inizi della carriera non elargivo molti sorrisi, ero piuttosto austera, mi vestivo come una suora. Un po’ perché non dimostravo l’età che avevo e pensavo che un certo contegno autoritario mi avrebbe procurato la rispettabilità che credevo non fosse conciliabile con l’aria sbarazzina e spensierata che la mia giovane età mi avrebbe suggerito. Volevo essere come il mio prof ma mi sbagliavo. I tempi erano cambiati, semplicemente. Quando una ragazzina di seconda media mi fece notare che, al contrario della mia collega che insegnava in una classe parallela, non sorridevo mai e non offrivo mai loro le caramelle, mi fermai a riflettere. E cambiai … anche se non offro caramelle.
Ma quando spiego la letteratura latina, quando analizzo e traduco un passo d’autore, allora prendo il meglio di quel prof che, pur senza sorrisi, mi ha fatto amare così tanto la sua disciplina.

Infine ringrazio la mia maestra Alberta Penso, le professoresse Fulvia Tassan e Anna Buttazzoni, i professori Sergio Pirnetti e Sergio Daris. Assieme ai loro colleghi, che non ho citato e forse non hanno lasciato dentro di me una così vasta orma di sé, mi hanno accompagnato negli anni della mia infanzia e adolescenza e hanno fatto di me la persona ma soprattutto l’insegnante che sono.

[immagini Holly Hobbie da questo sito; immagini Sarah Kay da questo sito]

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21 aprile 2012

SCUOLA: BAMBINI VITTIME DEI BULLI O DEGLI/DELLE INSEGNANTI?

Posted in affari miei, bambini, famiglia, figli, scuola tagged , , , , , , , , , , , , a 1:37 pm di marisamoles

Stamattina, grazie ad una segnalazione che ho trovato in sala insegnanti al mio arrivo a scuola (come sempre con largo anticipo!), ho letto un articolo che Massimo Gramellini ha pubblicato sul quotidiano La Stampa, dal titolo Il bambino e il congiuntivo. Con la sua solita ironia, il giornalista faceva una riflessione su un caso emerso grazie a Flavia Amabile che, nel suo blog, ha pubblicato la lettera di una madre amareggiata perché il figlio di nove anni, bravo, intelligente ed educato, è da quattro anni, cioè dall’inizio della scuola elementare, vittima dei soliti bulli che lo prendono in giro per la sua “diversità”: si esprime, infatti, con un linguaggio curato e conosce perfettamente l’uso del congiuntivo. (QUI potete leggere il post che ho pubblicato sull’altro mio blog, laprofonline)

Ora, anche se ormai da mesi pubblico sull’altro blog gli articoli che concernono la scuola, vorrei fare qui una mia riflessione su questo episodio, prendendo in esame la lettera di questa mamma sfiduciata e la risposta della dirigente della scuola frequentata dal figlio. (QUI potete leggere entrambi i testi) Lo faccio in questa sede perché la vicenda ha risvegliato in me antichi ricordi e riaperto ferite mai rimarginate, risalenti alla mia esperienza di madre alle prese con gli insegnanti dei figli.

Scrive, dunque, la mamma del bambino oggetto di scherno, descrivendo l’esperienza del figlio all’inizio della scuola primaria, dopo un periodo felice passato in quella dell’infanzia:

Poi sono arrivate le elementari, e il suo piccolo incubo quotidiano. È arrivata la sua identificazione come un bambino “diverso”, perché usa il congiuntivo, non fa a botte, ha spesso delle cose da dire sugli argomenti trattati in classe. Da “diverso” a “bersaglio” il passo è breve: mio figlio vive da quattro anni giorni in cui la violenza (quella verbale più di quella fisica) fa parte delle sue giornate.
Ho parlato con le madri dei bambini interessati e la risposta è stata – in sintesi – “sono bambini”.
Ho parlato con le insegnanti e la risposta è stata – in sintesi – “sì, ma non se la può prendere per tutto, e se noi non cogliamo gli altri bambini sul fatto, non possiamo farci niente”.
Ho parlato con la preside e la risposta è stata – in sintesi – che avrebbe provveduto.
[…]
Mi chiedo come sia possibile non vedere, non sentire. Perché io lo vedo, come fuori dalla scuola questi bulletti in erba lo apostrofano. Più di una persona mi ha riferito di aver notato questi atteggiamenti nei suoi confronti.
È bizzarro che solo nelle mura scolastiche tutto ciò passi inosservato. Come se su 20 bambini su cui dividere l’attenzione uno sia sempre fuori fuoco, e quello sia sempre lo stesso. Come se il concetto di “vince il più forte” fosse nel programma di studi
.

Sono parole che fanno riflettere, che rimandano ad una scuola – elementare, per giunta! – in cui vige la regola del più forte, in cui chi è più debole, pur trattandosi di una debolezza solo apparente, non ha strumenti con cui difendersi, non ha alleati su cui contare. E non sto parlando di bambini.

Risponde la dirigente della scuola frequentata dal bimbo:

A proposito del comportamento dei compagni verso T. , la maestra mi ha riferito che, non appena accadono episodi di questo tipo, nei confronti di qualsiasi alunno della classe, l’intervento delle insegnanti è immediato nel richiamare gli autori del fatto. Fa parte infatti dell’operato delle docenti educare i bambini al rispetto reciproco e alla tolleranza nel rapportarsi quotidianamente tra di loro.

Dunque, le maestre avrebbero agito sempre in modo tempestivo, educando al rispetto e alla tolleranza. Avrebbero, in altre parole, fatto il loro dovere. Mi chiedo: se gli episodi continuano da quattro anni, forse l’aspetto educativo da solo non basta. Nonostante io sia convinta che, specie quando si ha a che fare con bambini piccoli, le punizioni dovrebbero essere evitate il più possibile, sono anche dell’idea che, qualora l’intervento prettamente educativo non sia sufficiente, si debba procedere, con i mezzi idonei e adatti all’età (che ignoro, non avendo mai insegnato alle elementari ma che delle maestre degne di questo nome devono saper utilizzare), a punire i diretti interessati. La punizione dei colpevoli, la giusta sanzione per una trasgressione (non è forse un trasgredire alle regole prendersi gioco ripetutamente di un compagno?) sono a volte gli unici mezzi, accanto all’educazione alla convivenza civile, con cui si possono ottenere dei risultati.

Prosegue la dirigente:

La docente in questione ha sempre operato costruttivamente; ha sempre goduto anche della stima dei genitori della classe, stima manifestata apertamente alla fine di ogni anno scolastico, anche con scritti inviati alla Dirigenza, auspicanti la permanenza della docente, incaricata annuale, nella classe anche per l’anno successivo.
Da ultimo, l’Istituto Comprensivo, di cui la scuola elementare di Via Fabriano fa parte, ha alle spalle una lunga tradizione di accoglienza, parte integrante del POF dell’Istituto, declinata attraverso iniziative e pratiche quotidiane di tolleranza, rispetto, solidarietà
.

Ed ecco entrare in scena i luoghi comuni e quel burocratese usato e abusato ogni volta che sia necessario difendersi dalle accuse. E vediamoli uno ad uno questi luoghi comuni.

Le insegnanti stimate. Che vuol dire? Che sono preparate culturalmente? Oppure che, accanto alle conoscenze, certamente apprezzabili, dei contenuti delle materie insegnate e delle corrette metodologie didattiche, hanno anche una adeguata preparazione nell’ambito della psicologia infantile e della psicopedagogia? Perché la preparazione culturale in assenza delle altre competenze vale ben poco.
E poi, se l’insegnante in questione è stimata ed apprezzata dagli altri genitori significa ben poco se anche una sola madre racconta vicende di tale gravità accadute sotto i suoi occhi. O forse la maestra è stimata perché lascia che i bulletti facciano la loro parte indisturbati, ed è quindi apprezzata dalle loro famiglie.

Altra nota dolente: il POF. Quando non si sa cosa dire, si tira fuori il famoso POF, documento imposto a tutte le scuole, di ogni ordine e grado, dal momento in cui si ha avuto la pretesa di equiparare le scuole a delle aziende. Una carta dei servizi arricchita dai contenuti disciplinari, nulla di più. Allora, siccome nel POF di quell’istituto sta scritto che la scuola ha una lunga tradizione di accoglienza che presuppone iniziative e pratiche quotidiane di tolleranza, rispetto, solidarietà, quel bimbo, che sa usare i congiuntivi ed è quotidianamente vessato dai compagni, deve adattarsi lui a quel tipo di accoglienza? Deve stare al gioco? Deve rispettare lui quel clima impostato sulla tolleranza, il rispetto e la solidarietà? Sta a vedere che è lui l’intollerante perché manifesta, anche se soltanto entro le mura domestiche, il disagio che gli deriva dal fatto di essere vittima di scherzi e atteggiamenti volti allo scherno. Scusate ma non capisco.

Man mano che procedo nello scrivere questo post mi rendo conto che l’argomento sarebbe stato più adatto al blog laprofonline. Ma, come avevo anticipato, questa vicenda mi ha riportato indietro nel tempo ed è giunta l’ora di raccontare la mia esperienza.

Il mio primogenito era uno scolaro vivace, curioso e attento fino alla terza elementare. Poi, sostituite due maestre su tre, le cose sono cambiate.
Durante l’inverno accadeva spesso che, arrivata l’ora di preparare lo zaino, al termine delle lezioni, e prepararsi per l’uscita, lui non trovasse berretto e sciarpa. Era sempre l’ultimo ad uscire e, dato che nessuna maestra aspettava la sua uscita, non capivamo mai il perché del suo ritardo. Poi, un giorno confessò che i suoi compagni gli nascondevano il berretto e la sciarpa, quindi doveva cercarli in ogni angolo dell’aula e qualche volta anche fuori, nei corridoi e nei bagni. Con grande insistenza riuscimmo a fargli ripetere la frase che la maestra gli aveva rivolto il giorno in cui lo vedemmo parecchio abbacchiato e volemmo conoscerne il motivo: “Ninin [appellativo con cui qui in Friuli ci si rivolge ai bambini in tono affettuoso, equivalente a tesoro … quel giorno, però, il tono della maestra doveva essere parecchio ironico] non posso ogni giorno stare qui ad aspettare che tu ritrovi i tuoi indumenti, devo andare a pranzo“. Detto questo, se ne andò.
A questo punto dovrei ricordare, per chi non lo sapesse, che le maestre hanno l’obbligo di attendere fuori dalla scuola finché l’ultimo scolaro sia stato prelevato, nonché accertarsi che le persone che vengono a prendere i bambini siano conosciute e autorizzate. Per un periodo dovetti delegare per iscritto la baby-sitter a prendere mio figlio al rientro pomeridiano, essendo io occupata nella frequenza di un corso all’università.
In seguito all’episodio descritto mandai mio marito dalla maestra. Volevo evitare il confronto, sempre sgradevole, tra insegnanti e gli raccomandai di tenersi calmo ma fermo nel manifestare la propria contrarietà riguardo all’atteggiamento assunto da quella insegnante nei confronti del bambino. Ritornò ancora più abbacchiato dei figlio. Mi riferì che la signora gli aveva detto, testualmente: “E’ suo figlio che si deve svegliare, altrimenti non imparerà mai a vivere”. Da quel giorno assistemmo al degrado irreparabile dei rapporti con quella e le altre insegnanti, perché lei era una specie di leader. Non protestammo mai, né oralmente né per iscritto, rivolgendoci al direttore, sperando che mio figlio se la cavasse da solo, mantenendo sempre un comportamento educato e nello stesso tempo indifferente nei confronti di giochini stupidi come quelli. Alla fine i compagni si stufarono.

E che dire quando un insegnante diventa bullo a sua volta? L’episodio riguarda il mio secondogenito, di tutt’altro carattere rispetto al fratello: vivacissimo, deciso, testardo, intraprendente … ho finito gli aggettivi ma, pregi o difetti che fossero, ne aveva in quantità impressionante. La vicenda ebbe luogo in seconda media.
Terminata la lezione di educazione fisica, arrivato nello spogliatoio il mio piccolo (lo chiamo così tuttora che ha 22 anni!) non trovò più i suoi vestiti. Non era l’unico, comunque. Cerca che ti ricerca, lui e i suoi compagni trovarono gli indumenti nelle tazze dei water. Subito si rivolsero al docente, raccontando l’accaduto. Lui scoppiò a ridere e, senza smettere, li mandò in aula. Pensate che sia finita qui? No. Mio figlio e gli altri, non avendo avuto alcun supporto da parte del professore, si recarono, in pantaloncini corti e canotta (abbigliamento con cui tornò a casa alla fine delle lezioni … era marzo!), in presidenza. Raccontarono il fatto e il preside chiese subito a chi avessero chiesto il permesso di parlare con lui, se all’insegnante di educazione fisica o quello dell’ora successiva. Risposta: “a nessuno, il prof N. ci ha riso dietro e siamo venuti qui direttamente”. Risultato: mio figlio fu sospeso per due giorni dalle lezioni per insubordinazione. Gli altri no perché lui fu accusato di averli sobillati.
E i responsabili della bravata? Mai scoperti. Non chiedemmo neppure i danni per la tuta da ginnastica “finita” nel water e ovviamente facemmo una lavata di capo a nostro figlio che comunque avrebbe dovuto chiedere l’autorizzazione per conferire con il dirigente.

Altro episodio, sempre con protagonista il piccolo e il docente di educazione fisica, alla fine della terza media. Ultimo giorno di scuola, prima dell’inizio delle lezioni: mio figlio si trovava in cortile, pronto a varcare il portone d’ingresso, quando gli finì addosso un gavettone (effettivamente un secchio colmo d’acqua) gettato dalla finestra dell’aula insegnanti. Gliel’aveva tirato il professore di educazione fisica che, anche in quella occasione, scoppiò in una fragorosa risata. Mio figlio tornò a casa per cambiarsi e pretese di essere riaccompagnato a scuola dal padre senza giustificazione scritta perché, diceva, “mica ho fatto ritardo per colpa mia, io ero già davanti alla porta, pronto per salire in classe”. Anche in quell’episodio fu lui la vittima: non solo il preside pretese ugualmente la giustificazione per il ritardo ma gli fu anche detto che si trattava in fondo di uno scherzo innocente, da ultimo giorno di scuola. Peccato che fuori ci fossero 15 gradi e che a scuola non potesse disporre di una stufa per asciugarsi gli abiti inzuppati.

Ecco, allora io mi chiedo: perché i genitori devono sempre stare zitti (per evitare ritorsioni) e se parlano non vengono mai creduti?

21 maggio 2011

FONDAZIONE AGNELLI: LA RICERCA BOCCIA LA SCUOLA MEDIA. LA COLPA È DEGLI STRANIERI?

Posted in adolescenti, bambini, integrazione culturale, scuola tagged , , , , , , , a 9:19 pm di marisamoles

Il ritardo scolastico è spesso il primo campanello d’allarme del “rischio abbandono”, una delle maggiori criticità della scuola italiana. Durante il periodo dell’obbligo i ritardi scolastici arrivano al 25% nei primi due anni di scuola secondaria superiore. E’, però, nella scuola media che cominciano a manifestarsi significativamente, giungendo fino al 10%, dopo essere rimasti molto contenuti alle elementari. Ma quali sono i fattori socio-demografici e familiari che accrescono per gli adolescenti della secondaria di I grado la probabilità di essere in ritardo negli studi?

Questo è la domanda da cui muove la ricerca “I ritardi scolastici a 11 e 13 anni”. Comportamenti, abitudini e contesto scolastico-familiare-territoriale degli studenti delle scuole secondarie inferiori con percorsi non regolari realizzata in collaborazione dalla Fondazione Giovanni Agnelli e dall’équipe del Dipartimento di Sanità Pubblica e Microbiologia (DSPM) dell’Università di Torino, guidata dal Prof. Franco Cavallo.

Così inizia la sintesi della relazione prodotta dalla Fondazione Agnelli sui ritardi scolastici da 11 a 13 anni. Il quadro non è affatto confortante: la scuola secondaria di I grado (ex scuola media) ne esce bocciata. Si mettono in dubbio la capacità della scuola secondaria inferiore di garantire pari opportunità di apprendimento a tutti e di adempiere, quindi, a una delle missioni istituzionali che le sono state attribuite.

Il maggior fattore di rischio per il ritardo scolastico e, di conseguenza, l’abbandono è costituito, secondo i ricercatori, dall’origine straniera degli alunni. Non tanto perché ritenuti incapaci di adattarsi al nostro modello scolastico, quanto perché il sistema italiano prevede che i ragazzi vengano inseriti immediatamente nelle scuole se arrivano in Italia e sono nell’età dell’obbligo scolastico. A prescindere, quindi, dalla conoscenza della lingua, abilità indispensabile per l’apprendimento di qualsiasi disciplina, data la sua trasversalità. Questi ragazzi (la cosiddetta generazione 1.5) hanno una probabilità di essere in ritardo in I media rispetto ai coetanei italiani di circa 18 volte superiore, 19 volte una volta arrivati in III media.

Va un po’ meglio, sempre secondo i ricercatori, agli stranieri di seconda generazione, ovvero nati in Italia da genitori non madrelingua. Ma anch’essi, seppur con un ritardo rispetto ai ragazzi arrivati da poco nel nostro Paese, sembrano destinati a “perdersi per strada”: entro la III media la loro probabilità di perdere uno o più anni cresce fino a diventare di 3,5 volte superiore a quella dei compagni di classe italiani.

Ma il problema si può risolvere? Certamente, ma ci vorrebbe un investimento nell’organizzazione didattica tale da venir incontro al disagio di questi giovani studenti: rare o inesistenti risultano essere le forme di sostegno specifico alle difficoltà che i ragazzi di origine straniera – anche quando bene integrati nella loro classe – possono incontrare nello studio. Non di rado, aggiungo io, la problematicità della situazione che si viene a creare in una classe con alta percentuale di alunni stranieri (il ministero ha stabilito il 30% ma non di rado si sfora e, in ogni caso, appare una percentuale niente affatto contenuta), ha una ricaduta negativa sull’intera scolaresca.

La Fondazione propone una soluzione: un supporto differenziato ma garantito a tutti nelle ore pomeridiane e sostegno agli studenti stranieri arrivati in Italia in età scolare con «classi di benvenuto» e «specifici supporti pomeridiani».
Bene. Allora perché quando nell’ottobre 2008 la Lega ha proposto le “classi di inserimento” per allievi stranieri si è gridato allo scandalo? Quella era una proposta razzista, naturalmente. Le “classi benvenuto” proposte dalla Fondazione Agnelli sono più graziose e non offendono la suscettibilità dei piccoli stranieri e delle loro famiglie?

[fonti: Tuttoscuola.com, Fondazione Agnelli, La Stampa; l’immagine è tratta da questo sito]

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