7 maggio 2010

FRIULI VENEZIA-GIULIA: PER CELEBRARE L’UNITÀ D’ITALIA LA BANDIERA ASBURGICA AL POSTO DEL TRICOLORE?

Posted in 150 anni unità d'Italia, attualità, Friuli Venzia-Giulia, politica, Trieste tagged , , , , , , a 4:24 pm di marisamoles


Il Friuli Venezia-Giulia è sempre stata una regione speciale … anche per quanto riguarda lo Statuto. È, infatti, una delle regioni “autonome” che in Italia sono cinque in tutto: oltre a quella citata, le due isole maggiori della Sardegna e della Sicilia, la Valle d’Aosta, il Trentino -Alto Adige.

Sui festeggiamenti in corso per celebrare i 150 anni dall’Unità d’Italia, il presidente della Giunta Regionale, il leghista Edouard Ballaman, si è pronunciato in questo modo: «Se dovessimo celebrare in Friuli Venezia Giulia i 150 anni dovremmo issare sul pennone la bandiera austro-ungarica. Siamo in un’altra realtà». E già, come potremmo dimenticare la lunga e per certi versi felice dominazione austriaca? Mentre in altre regioni, come la Lombardia e il Veneto (Venezia, soprattutto), lo straniero non era così felicemente sopportato, qui si va ancora in giro a dire, con una vena di nostalgia, che “l’Austria era un paese ordinato” (che è anche il titolo di una commedia scritta nel 1969 dal duo satirico Lino Carpinteri e Mariano Faraguna). Poi, non si perde occasione di ricordare quanto Trieste, capoluogo regionale, sia stata fortunata ad essere retta, dall’inizio del secondo dopoguerra al 1954, dal cosiddetto Governo Militare Alleato, cioè dagli angloamericani: qui, a quei tempi, si stava decisamente meglio che nel resto d’Italia.

Quando centocinquant’anni fa Garibaldi, con i suoi Mille, occupava il sud dell’Italia e poneva le basi per la definitiva unificazione della penisola, a Trieste che succedeva? Noi si stava sotto l’Austria. Quando poi, durante la III guerra d’Indipendenza, nel 1866 l’Italia si alleò con la Prussia proprio per annettere le Venezie, il tentativo fu fallimentare e il Friuli Venezia-Giulia rimase fermamente ancorato all’impero asburgico.
L’unificazione dell’Italia si completa, quindi, solo al termine della I guerra mondiale. Ma il destino della nostra regione è ancora contrassegnato dalla presenza dello “straniero”. Alla fine del secondo conflitto mondiale, come già detto, in seguito alla firma del Trattato di Pace di Parigi la regione perde gran parte della Venezia Giulia. L’istituzione del TLT (Territorio Libero di Trieste) prevede la divisione in due zone: la Zona A che comprendeva Trieste e le zone limitrofe, e la Zona B che includeva parte dell’Istria nord-occidentale.
Il 26 ottobre 1954 la zona A del TLT ritornò all’Italia; la zona B restò invece alla Jugoslavia. Lo Stato italiano decise, nel 1963, di unire la parte del Territorio Libero di Trieste, assegnato all’Italia, al Friuli, formato all’epoca dalle sole province di Udine e Gorizia (la Provincia di Pordenone sarà istituita solo nel 1968 per distacco dalla Provincia di Udine), fornendo anche una certa autonomia alla nuova regione, che, oltretutto, era situata in prossimità della Cortina di ferro. (LINK)

Qui, come tutte le terre di confine, siamo multietnici d’avanguardia. Qui si parlano diverse lingue: quelle nazionali come ovviamente l’italiano, accanto allo sloveno e al tedesco; quelle regionali come il friulano (nelle sue infinite varietà), il carnico, il triestino, il “bisiacco” … Qui siamo da sempre nella mitteleuropa, prima ancora che si coniasse questo termine e gli altri Italiani ne comprendessero il significato . Una città cosmopolita, Trieste. Un crogiuolo di etnie che si sono arricchite con l’arrivo di altri popoli, altre culture, altre lingue e religioni. Nel capoluogo giuliano, ad esempio, da sempre esistono chiese di molti culti: la Chiesa di rito serbo – ortodosso di San Spiridione, quella di rito greco-ortodosso consacrata a San Nicola e la sinagoga. Ma ci sono anche molti altri luoghi di culto delle diverse Chiese evangeliche tra cui si annoverano quella Evangelico- luterana, la Chiesa Cristiana Evangelica, quella Evangelica Metodista e la Riformata Elvetica e Valdese. Esistono pure la Chiesa Cristiana Avventista, la Chiesa di Cristo, la Chiesa di Gesù Cristo dei S.V.G. e la Congregazione Cristiana dei Testimoni di Geova.

Cosa significa, dunque, essere italiani a Trieste? Forse essere cittadini del mondo con in tasca una carta d’identità che in fondo un po’ mente. Significa essersi abituati da sempre a rispettare anche l’alterità, senza rinunciare alla nostra identità arricchita, però, dall’esperienza quotidiana di cittadini mitteleuropei.
Tuttavia, senza dimenticarsi di essere Italiani, senza dimenticarsi dei nostri avi che hanno combattuto e sono morti per difendere la nostra italianità. Siamo Italiani come tutti quelli che cantano l’inno di Mameli guardando e tifando per la nazionale di calcio. Orgogliosi del nostro tricolore prima ancora che della nostra alabarda o dell’aquila friulana.

Garibaldi, è vero, ha fatto l’Italia ma non il Friuli Venezia-Giulia. Ma l’Austria, caro presidente Ballaman, è un ricordo lontano, seppur testimoniato ai nostri occhi dai monumenti di Sissi e di Massimiliano d’Asburgo, o dal castello di Miramare che guarda la distesa blu dell’Adriatico che non ha confini. Ci ricordiamo, forse, di essere anche un po’ asburgici quando mangiamo lo strudel o la torta Sacher seduti al Caffè Viennese.
Ma non ci dimentichiamo di essere Italiani.

[fonte della notizia Il Messaggero Veneto]

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8 maggio 2009

I TRIESTINI COME I TALEBANI? NEANCHE PER SOGNO!

Posted in affari miei, Trieste tagged , , , , , , , , a 5:46 pm di marisamoles

BAGNOStamattina mi sono imbattuta in un articolo de Il Giornale dal titolo shoccante: “SESSI SEPARATI IN SPIAGGIA. TALEBANI? NO, TRIESTINI”. Visto che sono triestina, non c’è voluto molto per realizzare che si stava parlando del famoso, almeno per noi, e mitico ‘bagno’ “Alla Lanterna”. Si tratta di un esempio unico in Europa e, vi assicuro, non ha nulla a che vedere con Talebani o mussulmani in genere. È semplicemente uno stabilimento balneare in cui la zona riservata alle donne, che occupa i due terzi dell’intera area, è separata da quella degli uomini. Il muro divisorio, rigorosamente bianco, prosegue per un tratto anche nel mare e ha un’altezza massima di ben tre metri, per poi degradare man mano che si fa strada verso il mare. Non è raro che, al largo, tra una bracciata e l’altra, gli sguardi maschili e quelli femminili s’incrocino, ma per il resto la separazione non solo è gradita, ma fa anche parte di una tradizione cui i triestini non intendono rinunciare. Anche a costo di essere tacciati per retrogradi, anacronistici, ridicoli e imbecilli … e sono solo alcune delle cose carine che ho letto sui commenti all’articolo de Il giornale sul sito internet.

Già, i triestini alle tradizioni sono molto attaccati, specie se riportano a quel periodo storico che ha visto come protagonista a Trieste l’impero Asburgico. Riguardo alla sua nascita le fonti sono discordanti: secondo alcuni lo stabilimento balneare sarebbe stato inaugurato nel 1890, secondo altri agli inizi del 1900. Il muro, forse eretto più tardi, nel 1906, doveva servire a proteggere quella che oggi modernamente chiamiamo privacy e ad impedire “atti contrari alla decenza”. Anche se questa divisione può sembrare anacronistica, vi assicuro che sia gli uomini sia le donne gradiscono molto la separazione tra i due sessi: i primi perché fanno volentieri a meno di ascoltare le “ciacole” (chiacchiere) delle donne e passano il tempo o da soli dedicandosi alla tintarella e al nuoto, o in compagnia facendosi una partita di briscola o tre sette; le seconde, che hanno la possibilità di portare con sé anche i bambini di entrambi i sessi, ma i maschi solo fino ai 12 anni, si godono il sole tranquillamente fregandosene altamente di “tette cadenti”, cellulite, smagliature e “rotoloni regina” attorno ai fianchi, libere di girare per la spiaggia in perizoma e in topless anche se hanno sessant’anni e un fisico lontanissimo dal modello pin up. Le ragazze, poi, specie quelle dotate fisicamente, si possono abbronzare in santa pace, senza essere assalite dai soliti “galletti” invadenti e sottraendosi agli sguardi impertinenti dei maschi bavosi. Volete mettere il vantaggio della separazione? E poi, visto che agli uomini le “ciacole” danno fastidio, sono ben liete di chiacchierare in santa pace, senza dover sopportare gli sguardi rivolti al cielo e gli sbuffi a ripetizione dei mariti, fidanzati, amanti che malvolentieri si adattano alla promiscuità quando ci sono di mezzo i pettegolezzi. Certo i signori uomini devono fare a meno di godersi lo spettacolo di qualche femmina avvenente, ma il vantaggio che dal muro di separazione deriva è senz’altro degno di qualsiasi rinuncia. Tanto ormai basta accendere la TV per rifarsi gli occhi, un tempo era diverso …

Una cosa, però, bisogna dire: a Trieste tutti conoscono “La Lanterna” ma praticamente il nome “italiano” non è mai usato. Per i triestini il “bagno” ha l’appellativo di “pedocin”. Anche sull’origine del nomignolo ci sono interpretazioni diverse: una riporta la parola “pedocin” al termine dialettale che tradotto significa “piccolo pidocchio” e farebbe riferimento ad una leggenda secondo la quale questo tratto di spiaggia sarebbe stato utilizzato dai soldati di Francesco Giuseppe che venivano a «spidocchiarsi» al mare. Non proprio romantica, come leggenda. Però è più probabile che il nome derivi da “pedoci“, che significa anche cozze; pare, infatti, che una volta nello specchio di mare dove ora sorge “La Lanterna” fossero coltivati i mitili nelle cosiddette “pedocere“.

Recarsi al “pedocin” è possibile tutto l’anno, anche se nell’ultimo periodo lo stabilimento è stato chiuso per un restauro, visto che cadeva praticamente a pezzi. L’assessore ai lavori pubblici e ai grandi eventi Franco Bandelli (quello della multa, per intenderci!) all’inaugurazione, avvenuta due giorni fa dopo i lavori di ristrutturazione, ha detto: «Abbiamo ristabilito il bagno originario inaugurato sotto l’Austria. I colori sono quelli dell’epoca: bianco e azzurro. Il muro è rimasto lo stesso, altro tre metri nel punto più basso. Sono state ristrutturate anche le panche, con il legno marino come un tempo». Per intenderci, il muro è bianco, mentre le porte, le finestre e gli sfondi dei porticati sono dipinti d’azzurro, come lo splendido mare che dalla spiaggia di ciottoli si può ammirare. Il vantaggio di questo stabilimento è quello di essere vicino al centro, nella zona del porto, e soprattutto di essere molto economico: attualmente l’ingresso costa 80 centesimi per tutta la giornata, nel senso che se uno vuole, può andare a casa a pranzo e poi tornare nel pomeriggio. Ma ci sono anche gli abbonamenti: 15 euro quello mensile e 50 per l’intera stagione. Prezzi popolari, dunque, ma non per questo il “pedocin” è snobbato dai benestanti. Ciò significa che l’attaccamento ad una tradizione prescinde da qualsiasi distinzione di classe.

I più assidui frequentatori sono, ovviamente , i pensionati. Ma, grazie alla comoda ubicazione e alla facilità di raggiungere il “bagno” con i mezzi pubblici, anche le commesse, le impiegate o le studentesse (ma ciò vale anche per gli uomini) lo frequentano durante la pausa pranzo. Nella parte femminile c’è anche un chiosco che vende bibite, gelati e snack vari, anche se la maggior parte degli avventori preferisce portarsi il pranzo da casa.
Ricordo con nostalgia i tempi in cui, studentessa universitaria, mi calavo dalla Facoltà di Lettere, molto vicina al porto, e mi crogiolavo al sole un paio d’ore per poi tornare intontita a studiare. Allora il biglietto d’ingresso era lo stesso … dell’autobus. Identica era anche l’obliteratrice. Visto che d’estate la dieta era, ed è, un obbligo, mi portavo quei beveroni schifosi, che poi erano pure caldi dopo ore passate in macchina sotto il sole, qualcosa tipo “Slim fast”, praticamente imbevibile. Ma non venivo tentata né dai sandwich né dai gelati che vedevo sfilare davanti a me, perché ero contenta dei miei sacrifici e soprattutto felice di godermi il sole primaverile o quello d’inizio estate, ascoltando la musica rapita dal vento a piccole radio sparse qua e là; erano i tempi dei Righeira e della loro Vamos alla playa, non lo dimenticherò mai.
In piena estate, però, trovare un posto per l’asciugamano è un’impresa davvero ardua. C’è chi va a stendere il telo da mare alle otto di mattina, poi va in ufficio e torna durante la pausa pranzo. Nessuno tocca niente e, visto che non ci sono spogliatoi ma solamente dei ganci dove appendere i vestiti sotto un porticato, è lodevole il fatto che ci si possa fidare a lasciare le proprie cose incustodite. Almeno, una volta era così, spero che le cose non siano cambiate.

La spiaggia è spartana; niente ombrelloni o lettini o sdraio a noleggio, ognuno si porta quel che gli pare. Gli affezionati lasciano addirittura là tutto il materiale da spiaggia, evitando l’incomodo di portarsi dietro ogni giorno tutto l’ambaradan, considerato anche il fatto che i più si spostano in autobus. Un tempo non era difficile trovare un posto per l’auto, ma ora praticamente il parcheggio è tutto a pagamento e si rischia di pagare il ticket ben più salato dell’ingresso allo stabilimento.
Nulla ostacola i triestini dall’andare al “bagno”; beh, detto così, il termine sembra ambiguo ma questo è il modo di dire comunemente diffuso a Trieste. Ricordo che una volta ho usato questo termine parlando con delle amiche milanesi; sono stata derisa così tanto che da allora, anche a costo di sembrare snob, evito di dire “vado al bagno” preferendo la più comune espressione “vado al mare”.
I triestini, dicevo, non perdono l’occasione di andare al “bagno”. Appena vedono il sole, come le lucertole sgaiattolano via da casa e non importa se i letti sono fatti, se il pranzo è pronto, se non c’è nessuno che va a prendere i figli a scuola, se si ha il raffreddore o la tosse … si va e basta, poi per il resto ci si arrangia. Le previsioni del tempo sono decisamente snobbate: al “bagno” si va anche se è nuvoloso, perché l’ottimismo dei triestini li porta a considerare il fatto che il sole può arrivare, magari si alza un po’ di borin, e che, nella peggiore delle ipotesi, ci si rifugia da qualche parte e si aspetta che il cielo si rassereni. Ricordo ancora le mattine passate, vestita di tutto punto, con in mano la tazza fumante del cappuccino, in compagnia della mia amica più cara con la quale andavo spesso al mare d’estate. Né io né lei triestine patoche (cioè veraci) ma a Trieste si vive così e l’atmosfera non può che essere contagiosa.

E allora, proprio perché Trieste è Trieste, e non esiste al mondo una città uguale a lei, nessuno osi criticare il bagno “Alla Lanterna”, o “pedocin” che dir si voglia, perché una tradizione asburgica non si può toccare. Anche Joyce prendeva il sole su quei sassolini, quindi il luogo non solo merita rispetto, ma è anche degno di essere elevato ad una sorta di monumento nazionale. E poi ciò che ricorda l’Austria è degno di venerazione, perché, come hanno scritto Carpinteri e Faraguna, “l’Austria era un paese ordinato” e “ordine” in greco si dice “cosmos” che poi vuol dire anche “bello”. Lasciate, allora, ai triestini le loro bellezze, compreso il “pedocin”. “Separare” non significa “tornare indietro”. Bisognerebbe forse interpretare la “separazione” guardando avanti: la libertà, per i due sessi, di incontrarsi, ma anche di evitarsi se è il caso.

[fonti: Il Giornale.it (articolo firmato da Fausto Biloslavo, dell’8 maggio 2009); La Repubblica.it (articolo firmato da Alessandra Longo, del 15 giugno1988); trivago; controcorrente satirica.com; vitanuovatrieste.it]

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