16 febbraio 2017

PASSEGGIATA O BLOG?

Posted in affari miei, web tagged , , , , , , , , a 6:44 pm di marisamoles

scrivereOggi, anche se siamo solo a metà febbraio, la giornata è decisamente primaverile. Temperatura mite, il sole che scalda l’aria e asciuga l’umidità lasciata dai giorni di pioggia, giornate decisamente più lunghe… cose che scaldano il cuore e fanno venire voglia di una bella passeggiata. E invece no, invece sono nel mio studio davanti al pc e sto scrivendo questo post.

Prima di sedermi alla scrivania pensavo a quanto sia cambiata la mia vita negli ultimi mesi. Ho rallentato il ritmo e, nonostante tutto, sento una stanchezza infinita che non lascia spazio a nessuna attività in cui debba concentrarmi con la mente o che implichi uno sforzo anche minimo. Pigra? No. Demotivata, forse.

A parte ciò che è successo a casa dei miei e il rientro forzato a Trieste per tre settimane abbondanti, è proprio la routine quotidiana che non riesco a ritrovare. Complice, forse, un progetto che ho concluso ieri a scuola e che ha prosciugato tutte le mie forze, specialmente a livello intellettivo (ne parlo QUI, nella “Premessa”) ma che mi ha anche coinvolta emotivamente parecchio.

Per il resto, a scuola questo momento è tranquillo. Dalla prossima settimana inizierà la solita mitragliata di compiti, uno dietro l’altro, e la correzione non mi lascerà il tempo di respirare. Se oggi avrei potuto concedermi, dopo settimane intense di lavoro, una passeggiata in centro, dalla prossima settimana sarò agli arresti domiciliari.

E ora che sono qui davanti al monitor del pc, scrivo ma non so bene di cosa io debba parlare, cosa io abbia voglia di comunicare e soprattutto a chi.

Un tempo il blog era davvero il mio rifugio, il mio angulus, come direbbe Orazio. Ille terrarum mihi semper praeter omnes angulus ridet, scriveva in un’ode. Io il mio “angolo di terra” lo trovavo nel mio studio, 20 metri quadri di felicità.

Cercavo di dedicare alla scrittura ogni momento libero. Era il mio sfogo, un modo per rilassarmi. Qualcuno diceva “meglio andare in palestra”. Vero, ma io odio la palestra anche se so che fa tanto bene, specialmente alla mia età. E proprio questa consapevolezza mi fa odiare la palestra ancora di più. Quando ero più giovane e non ne avevo bisogno, trovavo il tempo di andare in palestra e lì trovavo la mia felicità, quello era il mio “angolo di terra”, sul materassino blu che, alla fine, arrotolavo con cura e mettevo sotto il braccio prima di recarmi nello spogliatoio. Poi, all’uscita, trovavo il mio amore ad aspettarmi e, assieme alla mia amica e il suo fidanzato, spesso rimanevamo fuori per cena. Così le calorie perse andavano a farsi benedire. Pazienza. Ero felice.

Ho aperto questo blog più di otto anni fa e, devo dire, mi ha dato molte soddisfazioni. Ricordo che qualche anno fa un lettore malevolo, mal celando un’invidia profonda, aveva insinuato che avessi qualcuno che scriveva per me. Rido pensando a Terenzio, commediografo latino, che doveva difendersi dalle accuse di essere solo un prestanome e di farsi scrivere le commedie da altri.

Scrivevo per me, ne ero convinta. Ma, come credo di aver avuto modo di dire in un altro post, sono tutte balle: nessuno scrive per se stesso, almeno non su una piattaforma pubblica. Insomma, il blog non è il diario segreto cui, da ragazza, affidavo le mie più intime confidenze, richiudendolo accuratamente con il lucchetto in attesa di riempire ancora un’altra pagina, e un’altra ancora.

Da ragazza scrivevo molte lettere, avevo tanti amici di penna, qualche amore lontano… lettere che emanavano il profumo dell’altro. E poi l’attesa della risposta, l’invio di un’altra missiva… tempi lontani, fatti di cose buone, genuine, spontanee. Adesso, pensando a chi scrive sul web, soprattutto a chi frequenta i social, realizzo che spesso i commenti sono cattivi, a volte le adulazioni sono troppo evidenti, altre l’autoreferenzialità è davvero eccessiva. Forse i blog ancora si salvano ma per essere vivi, veramente vivi, devono avere dei lettori.

Non ho mai badato ai like, non ho mai contato i commenti. Ricordo quanto un tempo mi pesasse rispondere a tutti, con puntualità, in modo tempestivo. Occupavo ogni momento libero, perfino le ore buche a scuola, quelle non pagate che ciascuno di noi è libero di passare come meglio crede. C’è chi fa un giro in centro, chi si rifugia al bar in compagnia di un cappuccino fumante e una fragrante brioche, chi approfitta del tempo libero per correggere compiti o preparare le lezioni. Io, cappuccino e brioche a parte, ora faccio questo. Prima rispondevo ai commenti o preparavo la bozza per qualche post, approfittando di una postazione libera dotata di pc e connessione.

Ora che sto per concludere questo post, mi rendo conto di scrivere per me. Qualche volta capita. Per me che sono ancora l’amministratrice di un blog ormai silente. Certo, l’ho trascurato parecchio negli ultimi tempi e capisco che un blog ha bisogno di cura per mantenere i contatti, per ricordare agli altri che esiste. I lettori non mancano, ma i numeri non mi interessano. Molti ancora passano di qua però, nonostante i 457 follower, quasi più nessuno lascia traccia di sé.

Il sole è ormai tramontato da un pezzo, dalla scrivania vedo le luci della città che brillano e penso che forse avrei fatto meglio ad uscire. Una passeggiata sarebbe stata senz’altro più salutare di questo sfogo amaro che pochi leggeranno. Forse questa volta deciderò di chiudere. Anche se, in fondo, il web è pieno di luoghi abbandonati di cui nessuno quasi si accorge. Forse queste pagine rimarranno aperte, forse domani avrò già cambiato idea. Forse mi iscriverò in palestra o andrò dall’estetista a fare qualche massaggio. Mens sana in corpore sano.

Forse…

[immagine da questo blog]

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31 gennaio 2016

APPRENDISTA SUOCERA

Posted in affari miei, donne, famiglia, figli tagged , , , , , a 6:27 pm di marisamoles

un-mostro-di-suocera-2
Avendo due figli maschi mi sono spesso chiesta che suocera sarei stata. Con le femmine è diverso, se è vero che tra suocera e genero le cose vanno decisamente meglio. Tuttavia credo che i buoni rapporti siano determinati più dall’intelligenza delle persone che da ruoli stabiliti su cui atavici pregiudizi hanno lasciato il marchio.

Nella nostra vita abbiamo, non tutti ma molti, diversi ruoli (in senso familiare stretto): quello di figlia/o, moglie/marito, madre/padre e forse suocera/o. Non abbiamo il beneficio di nascere sapendo perfettamente come comportarci nei diversi ruoli ma l’esperienza, si sa, insegna. E non è detto che le relazioni che stringiamo con i familiari nei diversi ruoli siano tutte rose e fiori.

Gli scontri ci sono sempre. A volte hanno durata limitata, altre portano a contrasti insanabili. Succede nelle migliori famiglie, come si suol dire. Non c’è un registra che ci dirige, non c’è un copione da seguire, forse ci sono “parti” che riusciamo a “recitare” meglio e altre che non fanno per noi. Quello che è certo, non siamo indenni da errori e, purtroppo, tutto ciò che facciamo in ogni istante della nostra vita è irripetibile e non c’è un altro ciak per porre rimedio alle “scene” malriuscite.

Per tutto ciò che siamo e facciamo seguiamo, in modo più o meno conscio, dei modelli.
Quando mi chiedo che suocera sarò, due sono i modelli che devo tener presente: mia mamma e mia suocera.

Mia mamma non è stata – e non è – la genitrice perfetta. E chi mai lo è?
Come suocera, tuttavia, ha superato se stessa. Ora credo sia nella fase mi-rassegno-prendo-le-cose-come-vengono, quindi non si lamenta più. O quasi.

Quando mio fratello ha lasciato casa per convivere con quella che oggi è sua moglie, nella famiglia sembrava fosse passato un ciclone.
Per mia madre, sua nuora era tutto ciò che non avrebbe dovuto essere: sposata e divorziata, madre di due bambine e più vecchia di 5 anni rispetto a mio fratello.

Oggi una situazione del genere ci sembra normale, ma stiamo parlando di quasi 40 anni fa.
Per mia mamma – e mia nonna sicula – la situazione ha assunto i contorni di una vera e propria tragedia. Lei era semplicemente inadeguata.
Non andava bene come si vestiva, come teneva la casa, come cresceva le bambine (cui si è aggiunta mia nipote, quindi tre femmine in casa, irrimediabilmente portate sulla “cattiva strada”, sempre secondo mia madre, con un modello di madre di tal sorta). Mia madre ne era sicura: suo figlio avrebbe meritato di più.

Qual è la prima regola cui la suocera perfetta – se esiste – deve attenersi? Non dare mai consigli, non criticare né giudicare. Esattamente il contrario di ciò che ha fatto mia mamma. E per smentire l’asserzione fatta all’inizio di questo post sui migliori rapporti che si instaurano tra suocera e genero, mia mamma ha assunto – e assume – lo stesso atteggiamento nei confronti di mio marito.

Mai lamentarsi del proprio matrimonio. Non aspetta altro per osservare, con sadica soddisfazione: “Te l’avevo detto IO!”.

Ma veniamo a mia suocera. Lei era, o almeno sembrava, una donna autoritaria, molto sicura di sé e poco espansiva. Non mi ha mai fatto mancare il suo affetto, intendiamoci, ma stava molto sulle sue. Solo nell’ultima parte della sua vita, affetta purtroppo da demenza senile, ha messo a nudo il suo vero essere e si è rivelata in tutta la sua fragilità. So che può apparire un’osservazione inadeguata ma confesso che avrei voluto che lei fosse stata così sempre, senza maschere e senza trincerarsi dietro false ipocrisie.
Le ho volto molto bene e l’ho sempre rispettata (non le ho mai dato del tu, come si fa oggi). Ma l’ho amata in modo incondizionato nel lungo periodo della sua malattia e lei, nei pochi sprazzi di lucidità, mi ha fatto capire che ero stata e avrei continuato ad essere la nuora che desiderava. Ad un certo punto, mi ha eletto terza figlia (mio marito ha due sorelle) e da quel dì mi sono letteralmente sciolta. Avrei fatto qualsiasi cosa per lei.

Tuttavia ho parlato più di me come nuora ed è il momento di vedere in che cosa non dovrei seguire mia suocera come modello.
Come dicevo, lei era sempre piuttosto distaccata. Io sono, invece, una persona espansiva. Amo condividere con le persone care ciò che mi succede, gioie e dolori che siano.
C’è stato un periodo in cui il mio matrimonio non navigava in buone acque. Esclusa la possibilità di chiedere consiglio a mia madre -per non sentirmi dire il solito “Te l’avevo detto IO!” -, avevo cercato conforto in mia suocera. Ricordo che a stento mi lasciò parlare. Liquidò la faccenda con freddezza, dicendo semplicemente: “Sono affari vostri”. Ci rimasi molto male perché se è vero che la suocera perfetta non deve ficcare il naso negli affari che non la riguardano, credevo che si sentisse in dovere di dare un consiglio richiesto. Non intavolai mai più con lei discorsi troppo personali.

E ora veniamo a me.
Fin da quando i miei figli hanno portato a casa le varie morose, sono sempre stata gentile, affabile, affettuosa e accogliente. Qualche volta tutto ciò mi è costato un po’ di sforzo ma nella maggior parte dei casi il mio comportamento è stato del tutto spontaneo.

Ricordo che quando mio figlio maggiore lasciò la sua prima fidanzatina (sono stati assieme 20 mesi, dai sedici anni… lei era un po’ più piccola), sono stata io ad asciugarle le lacrime, io a dirle che lui si era comportato male e che lei meritava di meglio. Non ho pensato, allora, come si dovesse comportare una perfetta suocera. Sono stata semplicemente obiettiva.

Il mio primogenito ha ora 27 anni, di acqua ne è passata molta sotto i ponti (leggi: un sacco di morose e credo anche più di una alla volta) e da qualche mese è andato a convivere con la sua fidanzata. Non so se si sposeranno, ritengo siano abbastanza grandi (lei più di lui…) per decidere autonomamente. Certamente non sarò io a forzarli verso il matrimonio. Comunque, anche se in modo ufficioso, mi sento già suocera e quando parlo di lei la chiamo già “nuora”, anche per non dare tante spiegazioni.

In questi mesi ho cercato di tenere le debite distanze ma in certi casi non mi sono comportata come la suocera perfetta.

Ho pensato che non è tanto alta, lui è uno spilungone avrebbe potuto trovarsi una ragazza di 180 cm almeno e che E. (una ex morosa che mio figlio ha lasciato nel 2010) era meglio.

Ho detto che la casa è un po’ piccola e l’ho fatta piangere. Lei ne era perfettamente consapevole, non era necessario infierire. Mi ha consolato sua madre dicendomi che l’aveva fatta piangere anche lei per lo stesso motivo.

Ogni volta che vado a trovarli porto lo spezzatino, il ragù o due porzioni abbondanti di torta. Forse starà pensando che io sia convinta che non sappia stare ai fornelli.
Di una cosa devo darle merito: mio figlio era leggermente sovrappeso e in pochi mesi ha perso ben 6 chili. 🙂

Le ho consigliato la cura per una periartrite (vista la mia esperienza) e le ho dato il numero di cellulare del mio fisioterapista. Non credo che abbia fatto la cura e non mi risulta che abbia telefonato al fisioterapista. In compenso si lamenta sempre per i dolori alla spalla e io me ne sto zitta.

Mio figlio non mi telefona mai e io incolpo lei: potrebbe dirgli di chiamarmi ogni tanto, no? Mio marito è convinto che lei glielo dica ma tanto lui fa quello che gli pare.
Mio marito è decisamente il suocero perfetto.

Ma io imparerò mai ad essere una suocera modello?

[nell’immagine una scena del film “Un mostro di suocera” con Jane Fonda e Jennifer Lopez tratto da affaritaliani.it]

28 settembre 2014

I NONNI

Posted in affari miei, bambini, famiglia tagged , , , , , , , a 6:59 pm di marisamoles

mamma e nonna
Il 2 ottobre si celebra la Festa dei Nonni, introdotta in Italia con la Legge 159 del 31 luglio 2005, quale momento per celebrare l’importanza del ruolo svolto dai nonni all’interno delle famiglie e della società in generale. Dato che quest’anno la ricorrenza cade durante la settimana, la celebrazione è stata anticipata ad oggi, domenica 28 settembre.

Questa mattina in piazza San Pietro a Roma, proprio per ricordare questi “pilastri” della famiglia, Papa Francesco ha incontrato i fedeli e, per l’occasione, ha voluto la presenza del Papa emerito Benedetto XVI. Bergoglio, parlando della presenza di Ratzinger in Vaticano, una volta si espresse così: “È come avere il nonno a casa”. Quindi oggi il predecessore di papa Francesco non poteva mancare.

Io non amo molto le feste della mamma, del papà, della donna, San Valentino … sono feste consumistiche, nate per far muovere i soldi. Non credo ci sia bisogno di una festa per pensare a queste importanti figure nella vita di ciascuno, all’amore, all’orgoglio di essere donna. Tutti i giorni dobbiamo ricordarcene.
E ciò credo sia valido anche per i nonni, pertanto questa ricorrenza mi dà solo l’occasione per riflettere sui nonni e sulla loro importanza nella vita di ognuno di noi. Anche quando non ci sono più.

Io ho conosciuto soltanto una nonna, la mamma di mia mamma. Si chiamava Caterina – che poi è anche il mio secondo nome e devo dire che lo preferisco al primo – ma tutti la chiamavano Tina (nella foto sotto il titolo è in compagnia della mia mamma, a passeggio per il Corso Italia a Trieste). Per me era semplicemente “nonna”, visto che era l’unica e non c’era bisogno di nominarla per non confondersi con l’altra, nonna Vincenza, che è mancata poco prima delle nozze dei miei genitori.

Nonna era una donna autoritaria, esigente, con le sue idee … era siciliana, e pure dell’800, quindi le sue idee erano proprio particolari, distanti dalle mie e da quelle delle nuove generazioni.
Viveva con noi e dettava legge. Si pranzava e cenava all’ora che lei preferiva (sempre troppo tardi, per i miei gusti), si usciva se le andava, altrimenti si rimaneva a casa. Quando ho preso la patente sono automaticamente diventata la taxista di casa e la cosa non mi garbava affatto, io non ho mai amato guidare.

Io avevo un caratteraccio e con nonna gli scontri erano quotidiani. Naturalmente parlo di quando ero adolescente ma le cose non cambiarono poi tanto quando divenni adulta. Io ero trasgressiva e non sopportavo che qualcuno dicesse cosa dovessi e cosa non dovessi fare.
Per fare un esempio, quando ho avuto il mio primo ragazzo, lei si era messa in mezzo e aveva cercato di allontanarlo dicendogli; “Lascia stare mia nipote, è piccola e deve giocare con le bambole!”. Ora, ditemi voi se una non si deve incavolare … ero effettivamente molto giovane ma sapevo ciò che facevo e di certo avevo smesso di giocare con le bambole da un pezzo.

Mia mamma e mio papà le davano sempre ragione, così anche mio fratello, io quasi mai. I miei genitori per rispetto, mio fratello per convenienza. Lui aveva sempre capelli e barba lunghi e a mia nonna non piacevano. Così lei gli diceva: “Tieni 5 lire e vai dal barbiere”. Peccato che gli allungasse una banconota da 5000 lire, non una monetina da 5, che gli sarebbero bastate per andare dal barbiere almeno un paio di volte. Lui intascava e non ci andava, finché nonna non gli dava un’altra banconota, pensando di non avergliela data, e lui finalmente si faceva tagliare barba e capelli.

Ora non vorrei che si pensasse che con me nonna non fosse generosa. Nonostante la trattasi spesso male, lei era sempre pronta a comprarmi qualcosa. Quelle rare volte in cui mia mamma si rifiutava di accontentarmi, ci pensava nonna. Immagino che poi, in separata sede, facessero discussioni a non finire.
Caterina era orgogliosa di me, dei miei studi, del mio lavoro (le prime supplenze le ho fatte quando lei c’era ancora) e mi spiace che non abbia potuto vedermi laureata e sposata. Nonostante chiamasse mio marito – allora fidanzato – “coso”, fingendo di non ricordarsi il nome, so che lui le piaceva. E poi ero grande quando l’ho conosciuto, avevo superato da un pezzo l’età dei giochi con le bambole.

teo max nonni

I miei figli (nella foto sopra siamo in compagnia dei miei genitori) sono stati fortunati perché hanno potuto godere dei quattro nonni per molto tempo. Ora sono rimasti solo i miei genitori, anche se li vedono poco. A me dispiace perché so che non potranno godere della loro compagnia all’infinito e anche perché sono sempre stati per loro “nonni a distanza”, dato che viviamo in due città diverse.

Le nonne – Mariuccia (mia mamma) e Marcella (mia suocera) – erano rispettivamente “la nonna delle tute da ginnastica” e “la nonna delle scarpe”. Non che facessero solo questi regali, ma ad ogni cambio stagione le tute e le scarpe erano appannaggio loro.
A proposito di scarpe, devo raccontare un aneddoto. Per i primi anni, io compravo le scarpe e mia suocera mi dava l’importo dovuto. A un certo punto, non ho mai capito perché, ha iniziato a darmi i soldi e con quelli avrei dovuto arrangiarmi. Forse pensava che io spendessi troppo per le scarpe – non era affatto un problema di soldi, le possibilità le aveva, piuttosto una questione di principio -, fatto sta che la prima volta che mi diede la busta con l’importo, all’interno ritrovai esattamente metà della cifra che ero solita spendere. Il mio secondogenito, che è sempre stato un bimbo ciarliero (ora lo è molto meno) e sveglio (lo è ancora …), la prima volta che mia suocera, invece di rifondermi, mi consegnò la busta con il denaro, mi chiese se quelli fossero i soldi per le scarpe. Io purtroppo ho un bruttissimo vizio: penso ad alta voce. Fu così che replicai: “Veramente questi bastano per una sola scarpa”. Poi mi morsi la lingua ma era troppo tardi. Invano raccomandai al piccolo – poteva avere 4 o 5 anni – di non riferire alla nonna quanto avevo detto, pensando ad alta voce. Alla prima occasione d’incontro con nonna Marcella, le mostrò le scarpe nuove e disse: “Tu hai pagato la scarpa destra, l’altra l’ha comprata la mamma”. Avrei voluto sprofondare … 😦

I nonni – Vittorio (mio papà) e Silvo (mio suocero) – erano, invece, i “nonni bancomat”. I miei due demonietti sapevano bene come ruffianarseli ed ottenere una mancia. Raramente erano servizievoli ma in certe occasioni sfoggiavano tutte le abilità che pensavo non avessero e che invece tenevano ben nascoste.
Anche crescendo, le cose non sono cambiate. Io mi arrabbiavo sempre quando chiedevano soldi ai nonni, specialmente a mio suocero. Dicevo: i nonni non sono dei bancomat. In realtà a loro non pesava dare qualche banconota ai nipoti, ero io che trovavo disdicevole il solo pensiero che l’affetto si potesse comperare. D’altra parte, non vivendo nella stessa città, è anche vero che quello con i nonni per i miei figli era un rapporto occasionale, non c’era la possibilità di frequentazione quotidiana o settimanale, non c’è mai stato un rapporto speciale fra loro. Ora che sono grandi, si può dire che i nonni li vedano una o due volte l’anno e questo mi rammarica molto.

Ecco, queste sono le riflessioni che la Festa dei Nonni ha suscitato in me.
I Nonni ci sono sempre, anche quelli che non abbiamo mai conosciuto o quelli che ci hanno abbandonato. Sono le nostre radici, noi siamo i rami del loro albero e questo non dobbiamo mai dimenticarlo.

Un ultimo pensiero alla mia amica Isabella che da poco è diventata la nonna felice di Arianna. A lei va il mio pensiero speciale, a lei e a tutti i nonni il mio abbraccio.

14 agosto 2014

FERRAGOSTO IN CITTA’

Posted in attualità, auguri, famiglia, poesia tagged , , , , , , , , , , a 6:39 pm di marisamoles

Vignetta-Ferragosto-Ferragosto in città, e dov’è la novità?

Una volta le città si svuotavano veramente non solo a Ferragosto ma per tutto il mese. Trovare un negozio aperto era un’impresa. Per la spesa non si poteva fare affidamento sui grandi supermercati di oggi. C’erano i piccoli negozi di alimentari a gestione familiare che, però, in agosto tenevano le saracinesche abbassate per tutto il mese. Il titolare ti portava la spesa a casa con il sorriso, senza chiederti nulla in cambio. Si chiamava “cortesia”. Ormai è una parola che forse qualcuno associa ai romanzi cavallereschi o alla poesia in lingua d’Oc, se è istruito, o al massimo all’auto che qualche officina meccanica ti impresta per il tempo che ci vuole a ripararti la macchina.

Un tempo le ferie erano sacre e nessuno ci rinunciava. Magari si risparmiava tutto l’anno ma quelle due settimane (a volte anche un mese intero) si passavano fuori casa. Il riposo era un diritto. A casa non ci si riposava.

Ora le cose sono cambiate. Il traffico di qualche Ferragosto fa è solo un ricordo. Tutti a casa o quasi. Il meteo, poi, almeno qui al Nord Est, sembra complice di questa crisi che pare non finire mai. Non fa che piovere: che ci sia lo zampino del governo? Il vecchio detto è più che mai attuale.

Per caso ho scovato una vecchia filastrocca di Gianni Rodari. Leggendola mi sono resa conto di quanto sia attuale.

Ferragosto

soleFilastrocca vola e va
dal bambino rimasto in città.

Chi va al mare ha vita serena
e fa i castelli con la rena,
chi va ai monti fa le scalate
e prende la doccia alle cascate…

E chi quattrini non ne ha?
Solo, solo resta in città:
si sdrai al sole sul marciapiede,
se non c’è un vigile che lo vede,
e i suoi battelli sottomarini
fanno vela nei tombini.

Quando divento Presidente
faccio un decreto a tutta la gente;

“Ordinanza numero uno:
in città non resta nessuno;
ordinanza che viene poi,
tutti al mare, paghiamo noi,
inoltre le Alpi e gli Appennini
sono donati a tutti i bambini.
Chi non rispetta il decretato
va in prigione difilato”.

Che dite, gliela mando @matteorenzi via Twitter?

Comunque sia, BUON FERRAGOSTO A TUTTI!

[immagine da questo sito]

12 maggio 2013

UNA POESIA PER LA MAMMA

Posted in affari miei, auguri, famiglia, figli, poesia tagged , , , , , , a 4:02 pm di marisamoles

con mamma nonna a firenze
Mamma! Mammina mia!

Sei bella come una stella,

sei la più buona, sorridi sempre

e il tuo sorriso va nei miei occhi.

Hai una voce dolce che io sempre sento.

Io ti amo molto mamma

e non ti lascerò mai!

Questa poesia devo averla scritta quand’ero in prima o seconda elementare. L’ho riscoperta di recente grazie a mia mamma che ha ritrovato, nel tipico scatolone dei ricordi, un mio vecchio quaderno con la raccolta di poesie che amavo scrivere da bimba.

Vabbè, non è che sia un capolavoro poetico, ma almeno ci provavo. Poi devo aver smesso quando, raggiunta l’età della ragione, ho capito di non avere talento con i versi. Però da ragazzina scrivevo canzoni, accompagnandomi con la chitarra.

La fotografia sotto il titolo ritrae le femmine di casa Moles: mia mamma, la nonna ed io, con gli immancabili capelli corti e con il caschetto da fare invidia a Caterina Caselli. Sarà per quello che ho il broncio?

Siccome, però, mia mamma era bellissima davvero, e lo è tuttora, ma nella fotografia (scattata in occasione di un viaggio a Firenze) non è venuta bene, ne posto un’altra qua sotto che rende maggiormente merito alla sua bellezza.

mamma firenze

Ed ora, anche se la domenica della Mamma sta passando in fretta (e inosservata, almeno a casa mia … i figli latitano!), faccio gli AUGURI A TUTTE LE MAMME, TUTTE BELLISSIME, BUONISSIME, SORRIDENTI E CON LA VOCE DOLCE!

1 marzo 2013

I GIARDINI DI MARZO

Posted in affari miei, canzoni tagged , , , , , , , , a 10:33 pm di marisamoles

Il carretto passava e quell’uomo
gridava gelati
al ventuno del mese i nostri soldi
erano già finiti
io pensavo a mia madre
e rivedevo i suoi vestiti
il più bello era nero coi fiori
non ancora appassiti
all’uscita di scuola i ragazzi
vendevano i libri
io restavo a guardarli cercando
il coraggio per imitarli
poi sconfitto tornavo a giocar
con la mente e i suoi tarli
e la sera al telefono tu mi chiedevi
perché non parli uh uh
che anno è
che giorno è
questo e’ il tempo
di vivere con te
le mie mani come vedi non tremano più
e ho nell’anima
in fondo all’anima cieli immensi
e immenso amore
e poi ancora ancora amore amor per te
fiumi azzurri e colline e praterie
dove corrono dolcissime
le mie malinconie
l’universo
trova spazio
dentro me
ma il coraggio di vivere quello
ancora non c’è
i giardini di marzo si vestono
di nuovi colori
e le giovani donne in quel mese vivono
nuovi amori
camminavi al mio fianco e ad un tratto
dicesti tu muori
se mi aiuti son certa che io
ne verrò fuori
ma non una parola chiarì
i miei pensieri
continuai a camminare lasciandoti
attrice di ieri uh uh
che anno è
che giorno è
questo è il tempo
di vivere con te
le mie mani come vedi non tremano più
e ho nell’anima
in fondo all’anima cieli immensi
e immenso amore
e poi ancora ancora amore
amor per te
fiumi azzurri e colline e praterie
dove corrono dolcissime
le mie malinconie
l’universo trova spazio dentro me
ma il coraggio di vivere quello
ancora non c’è.

I giardini di marzo si vestono di nuovi colori

Non so, sarà che oggi è solo il 1° marzo ma io questi nuovi colori non li vedo. L’erba è un po’ più verde, sì, ma gli alberi portano ancora la tristezza dell’inverno. Qua e là si vede qualche primula ma non nei giardini, davanti ai negozi dei fiorai.

Io questi nuovi colori non li vedo. Sarà che la mia vita da un po’ di tempo è in bianco e nero, nero come il cappottino che volevo comprare oggi ma un incontro mi ha fatto passare la voglia. Parlammo a lungo ma non una parola chiarì i miei pensieri continuai a camminare lasciandoti attore di ieri. E dire che quella persona di cui parlammo a lungo dovrei conoscerla bene. Credevo di conoscerla, ne ero convinta, anzi. Un attore di ieri, di oggi, di domani. Quando smetterà di fingere? Forse mai.

questo è il tempo di vivere con te

Con te, senza te, che differenza fa? e poi ancora ancora amore amor per te ma a questo punto io di fare l’attrice non ho proprio voglia. Casomai mi sento una comparsa nella tua vita, io che credevo di avere la parte della protagonista. Quale regista malvagio mi ha tolto la parte? Perché? Non andavo più bene?

ma il coraggio di vivere quello ancora non c’è

Certo, per vivere adesso ci vuole coraggio e non so se lo troverò. Lo cercherò nelle tasche dei vecchi jeans abbandonati in chissà quale scatola. O forse è rimasto impigliato nella trama di quella maglia color rosa pesco che ti piaceva un sacco, quella che indossavo il giorno in cui ti accorgesti di me. Fiori rosa fiori di pesco c’eri tu … c’eri ma ora dove sei? Voglio dire, sei davanti a me ma non ti vedo perché tu non mi vedi. Noi non ci vediamo. Le mie mani come vedi non tremano più e ho nell’anima in fondo all’anima cieli immensi e immenso amore ma forse sta troppo in fondo all’anima e si nasconde nei cieli immensi così tu non lo vedi.
se mi aiuti son certa che io ne verrò fuori. Il fatto è che son certa che non mi vuoi aiutare.

i giardini di marzo si vestono di nuovi colori e le giovani donne in quel mese vivono nuovi amori

Io giovane donna non sono, non più. Ai nuovi amori non penso, sarà per questo che di nuovi colori non ne vedo proprio. E nemmeno il carretto passava e quell’uomo gridava gelati, ché fa ancora troppo freddo per mangiare i gelati. Anche le gelaterie sono in letargo, qualcuna ha chiuso definitivamente perché il gelato comincia ad essere un lusso.

E fa ancora troppo freddo per le gite fuori porta, fiumi azzurri e colline e praterie dove corrono dolcissime le mie malinconie devono aspettare momenti migliori. Le malinconie, quelle no, non aspettano, per loro ogni momento è buono. Marzo o aprile, non fa differenza. Anche settembre va bene. E i giardini si vestono di nuovi colori. Va anche meglio ai ragazzi.

all’uscita di scuola i ragazzi vendevano i libri io restavo a guardarli cercando il coraggio per imitarli

A marzo no, non li vendono i libri, troppo presto, c’è quasi tutto un quadrimestre ancora. A settembre, casomai. I più fortunati a giugno, quelli che non rischiano nulla. Io non rischiavo mai eppure il coraggio di imitarli non lo trovavo. Nemmeno lo cercavo. Solo una volta un’amica mi supplicò di venderle i libri dell’ultimo anno di liceo. Il primo che le diedi – volevo proprio regalarglielo! – fu quello di letteratura italiana, ironia della sorte. Il Pazzaglia, ancora me lo ricordo, lo odiavo. Ironia della sorte.

al ventuno del mese i nostri soldi erano già finiti

Questo vale per marzo, aprile, maggio … per fortuna io prendo lo stipendio il 23. Ma in fondo che sono mai i soldi quando l’universo trova spazio dentro me? Lo spazio, il tempo, la vita … che vita è? Vorrei dirlo ma non posso. Sarei volgare e non lo sono. L’importante è farsi capire … ma quando mai mi hai capita tu?

che anno è che giorno è questo e’ il tempo di vivere con te

Io vorrei, non vorrei ma se vuoi … a tale proposito ho le idee confuse e Battisti che mi frulla per la testa. E ricordo la mia amica Irene con cui passavamo pomeriggi interi ad ascoltare La canzone del sole e Motocicletta 10 HP. Non ho mai capito come si possa essere così scemi da viaggiare a fari spenti nella notte ma non avevo ancora la patente, sicché …
E poi ricordo anche Federico, mio compagno di scuola e amico, volevo fosse anche il mio ragazzo ma lui no. Andavo da lui e ascoltavamo Battisti a tutto volume. Mi chiedevo perché credevo di volare e non volo credevo che l’azzurro dei tuoi occhi per me fosse sempre cielo, non è. L’ho capito quando, anni dopo, durante l’intervallo, mi hai messo le mani addosso e ti volevo mollare un ceffone. Non l’ho fatto ma i tempi erano diversi per noi, io volevo e tu no tu volevi e io no. Troppo diversi noi, il tempo ci ha dato ragione.

che anno è che giorno è?

Oggi è il 1° marzo 2013. Penso a ventitré anni fa e mi rendo conto che la mia vita non è proprio inutile. l’universo trova spazio dentro me e il coraggio di vivere quello ancora ce l’ho.

16 maggio 2009

SULLE NOTE DI UN’ALTRA EMOZIONE

Posted in adolescenza, affari miei, amicizia, amore, Milano, vacanze tagged , , , , , , , , , , , a 11:23 am di marisamoles

mare-inverno
Le canzoni, quelle che ci piacciono particolarmente, rimangono indelebili nella nostra mente e, nota dopo nota, vanno a comporre la colonna sonora della nostra vita.

Dopo l’inattesa onda di emozioni che mi ha colpita ascoltando, in modo del tutto casuale, la canzone di Marco Carta “Dentro ad ogni brivido”, un’altra emozione questa volta me la sono andata a cercare. Devo essere proprio stanca, visto che vado alla ricerca di “evasione”. Anche questa volta corro indietro nel tempo: l’estate del 1975. Ero “piccola”, ma già molto intraprendente visto che stavo assieme a Guido, il mio primo vero boy friend. Almeno non era un amore platonico, considerato che già alle elementari avevo iniziato ad innamorarmi, sempre delle persone sbagliate, comunque.

Torno indietro a quella lontana estate. Ero a Lignano Sabbiadoro, dove passavo un mese di vacanza con la mia famiglia. Il mio boy friend mi aveva raggiunto, in compagnia di un amico –allora, evidentemente, anche i ragazzi di buona famiglia, non solo le ragazze, andavano in giro solo se accompagnati- e aveva trascorso una settimana in campeggio. Avevo perso di vista per un po’ le mie amiche e, una volta partito Guido, guarda chi mi ritrovo! La mia amica Elena che nel frattempo si era messa assieme ad un ragazzo milanese. Niente di male, aveva pur diritto anche lei di divertirsi. La cosa più triste per me era, però, il fatto che il milanese si trascinava appresso un bresciano, Angelo, che inizia a farmi una corte spietata. Ricordo che feci di tutto per sottrarmi a quell’assedio e alla fine lui capì e desistette. Meno male!

Come capita quando si incontra gente nuova in vacanza, ci scambiamo gli indirizzi. Io sinceramente non credevo che quei due li avrei più rivisti. Elena sì, dal momento che viveva nella mia stessa città. Ma non avevo fatto i conti con la mia assidua frequentazione milanese; almeno un paio di volte all’anno me ne andavo a Milano, ospite di una zia, e vi rimanevo per un po’ di tempo, durante le vacanze di Natale e Pasqua. Io adoravo Milano e la giravo tranquilla in lungo e in largo, anche da sola. Non avevo paura, ma forse allora le grandi città erano più sicure, e le linee della metropolitana non avevano segreti: avendo amici a Cinisello, Cologno e Sesto San Giovanni, dovevo per forza spostarmi un bel po’.
Quando durante le vacanze di Natale del 1975 mi recai a Milano, rispolverai il foglietto con l’indirizzo di Roberto, il boy friend di Elena, e andai a cercarlo. Sorrido pensando che oggi non ci si perde mai di vista. Cellulare e computer facilitano i contatti. Ma allora non c’erano e, non avendo il suo numero di telefono, mi recai a casa sua, vicino all’Arco della Pace, praticamente alla fine di Corso Sempione.

Non riesco a descrivere la sua sorpresa ma anche la sua gioia nel vedermi. Non riusciva a credere che fossi lì, a Milano, e che mi fossi ricordata di lui. Sapevo che con Elena era finita, ma d’altra parte quando hai quindici anni e abiti a 400 chilometri di distanza l’amore, se mai c’era stato davvero, se ne va … come una candela, a poco a poco si consuma fino a spegnersi. Non sapevo, allora, che la nostra amicizia appena iniziata era destinata a durare a lungo. In pratica siamo rimasti in contatto per sei anni prima di perderci di vista … causa il suo matrimonio. Per dire la verità lui non mi aveva avvisata, l’ho saputo dalla madre al telefono. Che tristezza!

Il legame che si era instaurato tra me e Roberto sembrava la classica eccezione che conferma la regola: l’amicizia tra un “uomo” e una “donna” può esistere davvero. Ne eravamo convinti e ne andavamo fieri. Io continuavo a stare assieme a Guido, lui preferiva flirtare con ragazze diverse. Sembrava allergico ai legami. Ci scrivevamo: la posta a quei tempi era l’unica soluzione, e sto parlando di posta posta, quella fatta di fogli di carta, a volte colorati e con dei disegni più o meno bizzarri, di buste e francobolli, oltre che di una settimana d’attesa tra la spedizione e l’arrivo a destinazione. Altro che e-mail! Facevamo i calcoli: ognuno rispondeva subito, la lettera partiva al massimo il giorno dopo, sette giorni più tardi si trovava nella cassetta della posta dell’altro.

L’amicizia si consolidò l’estate successiva … almeno così pareva. Avevamo un intero mese davanti, da passare sempre insieme. Io che ero abituata ad avere compagnie numerose, preferivo stare con Roberto. Di giorno in spiaggia, la sera in giro tra piano bar, discoteca, luna park … mai un momento di noia, mai un rimpianto nei confronti delle vecchie amicizie. Più che un’amicizia sembrava un idillio e fu questa strana alchimia a cambiare le cose. A poco a poco mi accorsi che non era più come prima. Stavamo distesi sulla sabbia dorata, all’ombra delle cabine; ci divertivamo a criticare la gente che passava: guarda quello, guarda quella … le note del juke box del bar della spiaggia, la classica “rotonda sul mare” alla Fred Bongusto, allietavano le nostre ore. Ricordo che una canzone in particolare era il tormentone dell’estate: “Donna amante mia” di Umberto Tozzi. Era ancora lontano il tempo di “Gloria” o di “Si può dare di più”. Credo che Tozzi fosse praticamente ai suoi esordi, ma quel motivo era davvero un successo.

Roberto iniziò a guardarmi con occhi diversi: il suo sguardo era più eloquente di qualsiasi parola. Io per lui avevo iniziato ad essere “quella donna”, “quell’amante”. Nella sua mente non ero più l’amica di prima e la consapevolezza di ciò mi mandò in crisi. Perché, nonostante cercassi di respingere quell’ipotesi, che noi due potessimo amarci e non più soltanto come amici, i dubbi c’erano, eccome. Ma fui determinata: l’amicizia poteva e doveva durare, altro non era possibile. Insomma, i risvolti alla “Harry ti presento Sally” non li tenevo in nessun conto. A costo di soffrire e di procurare in lui un dolore tale da fargli rischiare un esaurimento nervoso.

Non ci fu più nessuna estate insieme, ma non perdemmo i contatti. Lui ogni tanto tornava alla carica, ma io rimanevo ferma nella mia decisone. A Milano non tornai per un paio d’anni, almeno non tornai da lui. Pensavo che la cosa migliore fosse mantenere le distanze, non incontrarsi. Lo capii quando in una lettera mi informò che se non avessi deciso di stare con lui, e non solo come amica, naturalmente, avrebbe tentato il suicidio. Rimasi sconvolta e informai il padre. Lui avrebbe capito e avrebbe saputo aiutare suo figlio. La madre no, troppo ansiosa, troppo presa a difendere la sua creatura. Credo che avesse intuito qualcosa e già avesse iniziato ad odiarmi.

La crisi passò, l’amicizia continuò almeno fino a quando qualcosa cambiò nuovamente. Nel frattempo, dopo due anni, il mio rapporto con Guido si era concluso. Non ero libera, però, perché avevo incontrato un’altra persona. Non avrei mai creduto che da quel nuovo legame sarebbe sorta una grande sofferenza. Così, a Natale, di nuovo sola, tornai a Milano, tornai da lui. Forse cercavo un po’ di consolazione e basta, ma mi convinsi che fosse arrivato il momento di dirgli di sì, di tentare una nuova avventura. Se l’amicizia aveva sfidato gli ostacoli del cuore e la lontananza, l’amore avrebbe reso giustizia alla sofferenza passata. Nel mio egoismo e, perché no, egocentrismo, non avevo fatto i calcoli con i suoi sentimenti: io avevo rifiutato il suo amore sincero ed ora ero pronta a dirgli di sì solo perché mi sentivo libera d’amarlo; lui, però, non poteva accettarlo, non voleva essere un ripiego o forse l’orgoglio gli impediva di confessare che mi amava ancora. Disse di no. Il no più doloroso della mia vita. Un no che mi schiacciò come un macigno, perché era stato la conseguenza di un atto d’amore, mai provato prima con lui, e che avevo considerato il preludio di una nuova unione.

Ancor oggi, dopo tanti anni, quando ripenso a Roberto, nella mente risuonano le note di “Donna amante mia”. Ora le ho riscoperte e ho ritrovato l’antica emozione … finalmente libera di ammetterla.

8 maggio 2009

I TRIESTINI COME I TALEBANI? NEANCHE PER SOGNO!

Posted in affari miei, Trieste tagged , , , , , , , , a 5:46 pm di marisamoles

BAGNOStamattina mi sono imbattuta in un articolo de Il Giornale dal titolo shoccante: “SESSI SEPARATI IN SPIAGGIA. TALEBANI? NO, TRIESTINI”. Visto che sono triestina, non c’è voluto molto per realizzare che si stava parlando del famoso, almeno per noi, e mitico ‘bagno’ “Alla Lanterna”. Si tratta di un esempio unico in Europa e, vi assicuro, non ha nulla a che vedere con Talebani o mussulmani in genere. È semplicemente uno stabilimento balneare in cui la zona riservata alle donne, che occupa i due terzi dell’intera area, è separata da quella degli uomini. Il muro divisorio, rigorosamente bianco, prosegue per un tratto anche nel mare e ha un’altezza massima di ben tre metri, per poi degradare man mano che si fa strada verso il mare. Non è raro che, al largo, tra una bracciata e l’altra, gli sguardi maschili e quelli femminili s’incrocino, ma per il resto la separazione non solo è gradita, ma fa anche parte di una tradizione cui i triestini non intendono rinunciare. Anche a costo di essere tacciati per retrogradi, anacronistici, ridicoli e imbecilli … e sono solo alcune delle cose carine che ho letto sui commenti all’articolo de Il giornale sul sito internet.

Già, i triestini alle tradizioni sono molto attaccati, specie se riportano a quel periodo storico che ha visto come protagonista a Trieste l’impero Asburgico. Riguardo alla sua nascita le fonti sono discordanti: secondo alcuni lo stabilimento balneare sarebbe stato inaugurato nel 1890, secondo altri agli inizi del 1900. Il muro, forse eretto più tardi, nel 1906, doveva servire a proteggere quella che oggi modernamente chiamiamo privacy e ad impedire “atti contrari alla decenza”. Anche se questa divisione può sembrare anacronistica, vi assicuro che sia gli uomini sia le donne gradiscono molto la separazione tra i due sessi: i primi perché fanno volentieri a meno di ascoltare le “ciacole” (chiacchiere) delle donne e passano il tempo o da soli dedicandosi alla tintarella e al nuoto, o in compagnia facendosi una partita di briscola o tre sette; le seconde, che hanno la possibilità di portare con sé anche i bambini di entrambi i sessi, ma i maschi solo fino ai 12 anni, si godono il sole tranquillamente fregandosene altamente di “tette cadenti”, cellulite, smagliature e “rotoloni regina” attorno ai fianchi, libere di girare per la spiaggia in perizoma e in topless anche se hanno sessant’anni e un fisico lontanissimo dal modello pin up. Le ragazze, poi, specie quelle dotate fisicamente, si possono abbronzare in santa pace, senza essere assalite dai soliti “galletti” invadenti e sottraendosi agli sguardi impertinenti dei maschi bavosi. Volete mettere il vantaggio della separazione? E poi, visto che agli uomini le “ciacole” danno fastidio, sono ben liete di chiacchierare in santa pace, senza dover sopportare gli sguardi rivolti al cielo e gli sbuffi a ripetizione dei mariti, fidanzati, amanti che malvolentieri si adattano alla promiscuità quando ci sono di mezzo i pettegolezzi. Certo i signori uomini devono fare a meno di godersi lo spettacolo di qualche femmina avvenente, ma il vantaggio che dal muro di separazione deriva è senz’altro degno di qualsiasi rinuncia. Tanto ormai basta accendere la TV per rifarsi gli occhi, un tempo era diverso …

Una cosa, però, bisogna dire: a Trieste tutti conoscono “La Lanterna” ma praticamente il nome “italiano” non è mai usato. Per i triestini il “bagno” ha l’appellativo di “pedocin”. Anche sull’origine del nomignolo ci sono interpretazioni diverse: una riporta la parola “pedocin” al termine dialettale che tradotto significa “piccolo pidocchio” e farebbe riferimento ad una leggenda secondo la quale questo tratto di spiaggia sarebbe stato utilizzato dai soldati di Francesco Giuseppe che venivano a «spidocchiarsi» al mare. Non proprio romantica, come leggenda. Però è più probabile che il nome derivi da “pedoci“, che significa anche cozze; pare, infatti, che una volta nello specchio di mare dove ora sorge “La Lanterna” fossero coltivati i mitili nelle cosiddette “pedocere“.

Recarsi al “pedocin” è possibile tutto l’anno, anche se nell’ultimo periodo lo stabilimento è stato chiuso per un restauro, visto che cadeva praticamente a pezzi. L’assessore ai lavori pubblici e ai grandi eventi Franco Bandelli (quello della multa, per intenderci!) all’inaugurazione, avvenuta due giorni fa dopo i lavori di ristrutturazione, ha detto: «Abbiamo ristabilito il bagno originario inaugurato sotto l’Austria. I colori sono quelli dell’epoca: bianco e azzurro. Il muro è rimasto lo stesso, altro tre metri nel punto più basso. Sono state ristrutturate anche le panche, con il legno marino come un tempo». Per intenderci, il muro è bianco, mentre le porte, le finestre e gli sfondi dei porticati sono dipinti d’azzurro, come lo splendido mare che dalla spiaggia di ciottoli si può ammirare. Il vantaggio di questo stabilimento è quello di essere vicino al centro, nella zona del porto, e soprattutto di essere molto economico: attualmente l’ingresso costa 80 centesimi per tutta la giornata, nel senso che se uno vuole, può andare a casa a pranzo e poi tornare nel pomeriggio. Ma ci sono anche gli abbonamenti: 15 euro quello mensile e 50 per l’intera stagione. Prezzi popolari, dunque, ma non per questo il “pedocin” è snobbato dai benestanti. Ciò significa che l’attaccamento ad una tradizione prescinde da qualsiasi distinzione di classe.

I più assidui frequentatori sono, ovviamente , i pensionati. Ma, grazie alla comoda ubicazione e alla facilità di raggiungere il “bagno” con i mezzi pubblici, anche le commesse, le impiegate o le studentesse (ma ciò vale anche per gli uomini) lo frequentano durante la pausa pranzo. Nella parte femminile c’è anche un chiosco che vende bibite, gelati e snack vari, anche se la maggior parte degli avventori preferisce portarsi il pranzo da casa.
Ricordo con nostalgia i tempi in cui, studentessa universitaria, mi calavo dalla Facoltà di Lettere, molto vicina al porto, e mi crogiolavo al sole un paio d’ore per poi tornare intontita a studiare. Allora il biglietto d’ingresso era lo stesso … dell’autobus. Identica era anche l’obliteratrice. Visto che d’estate la dieta era, ed è, un obbligo, mi portavo quei beveroni schifosi, che poi erano pure caldi dopo ore passate in macchina sotto il sole, qualcosa tipo “Slim fast”, praticamente imbevibile. Ma non venivo tentata né dai sandwich né dai gelati che vedevo sfilare davanti a me, perché ero contenta dei miei sacrifici e soprattutto felice di godermi il sole primaverile o quello d’inizio estate, ascoltando la musica rapita dal vento a piccole radio sparse qua e là; erano i tempi dei Righeira e della loro Vamos alla playa, non lo dimenticherò mai.
In piena estate, però, trovare un posto per l’asciugamano è un’impresa davvero ardua. C’è chi va a stendere il telo da mare alle otto di mattina, poi va in ufficio e torna durante la pausa pranzo. Nessuno tocca niente e, visto che non ci sono spogliatoi ma solamente dei ganci dove appendere i vestiti sotto un porticato, è lodevole il fatto che ci si possa fidare a lasciare le proprie cose incustodite. Almeno, una volta era così, spero che le cose non siano cambiate.

La spiaggia è spartana; niente ombrelloni o lettini o sdraio a noleggio, ognuno si porta quel che gli pare. Gli affezionati lasciano addirittura là tutto il materiale da spiaggia, evitando l’incomodo di portarsi dietro ogni giorno tutto l’ambaradan, considerato anche il fatto che i più si spostano in autobus. Un tempo non era difficile trovare un posto per l’auto, ma ora praticamente il parcheggio è tutto a pagamento e si rischia di pagare il ticket ben più salato dell’ingresso allo stabilimento.
Nulla ostacola i triestini dall’andare al “bagno”; beh, detto così, il termine sembra ambiguo ma questo è il modo di dire comunemente diffuso a Trieste. Ricordo che una volta ho usato questo termine parlando con delle amiche milanesi; sono stata derisa così tanto che da allora, anche a costo di sembrare snob, evito di dire “vado al bagno” preferendo la più comune espressione “vado al mare”.
I triestini, dicevo, non perdono l’occasione di andare al “bagno”. Appena vedono il sole, come le lucertole sgaiattolano via da casa e non importa se i letti sono fatti, se il pranzo è pronto, se non c’è nessuno che va a prendere i figli a scuola, se si ha il raffreddore o la tosse … si va e basta, poi per il resto ci si arrangia. Le previsioni del tempo sono decisamente snobbate: al “bagno” si va anche se è nuvoloso, perché l’ottimismo dei triestini li porta a considerare il fatto che il sole può arrivare, magari si alza un po’ di borin, e che, nella peggiore delle ipotesi, ci si rifugia da qualche parte e si aspetta che il cielo si rassereni. Ricordo ancora le mattine passate, vestita di tutto punto, con in mano la tazza fumante del cappuccino, in compagnia della mia amica più cara con la quale andavo spesso al mare d’estate. Né io né lei triestine patoche (cioè veraci) ma a Trieste si vive così e l’atmosfera non può che essere contagiosa.

E allora, proprio perché Trieste è Trieste, e non esiste al mondo una città uguale a lei, nessuno osi criticare il bagno “Alla Lanterna”, o “pedocin” che dir si voglia, perché una tradizione asburgica non si può toccare. Anche Joyce prendeva il sole su quei sassolini, quindi il luogo non solo merita rispetto, ma è anche degno di essere elevato ad una sorta di monumento nazionale. E poi ciò che ricorda l’Austria è degno di venerazione, perché, come hanno scritto Carpinteri e Faraguna, “l’Austria era un paese ordinato” e “ordine” in greco si dice “cosmos” che poi vuol dire anche “bello”. Lasciate, allora, ai triestini le loro bellezze, compreso il “pedocin”. “Separare” non significa “tornare indietro”. Bisognerebbe forse interpretare la “separazione” guardando avanti: la libertà, per i due sessi, di incontrarsi, ma anche di evitarsi se è il caso.

[fonti: Il Giornale.it (articolo firmato da Fausto Biloslavo, dell’8 maggio 2009); La Repubblica.it (articolo firmato da Alessandra Longo, del 15 giugno1988); trivago; controcorrente satirica.com; vitanuovatrieste.it]

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