IL SOLE DI SETTEMBRE SCOTTA ANCORA … SPECIE QUELLO DELLE ALPI

«Se non avessimo la Calabria, la conurbazione Napoli-Caserta, o meglio se queste zone avessero gli stessi standard del resto del Paese, l’Italia sarebbe il primo Paese in Europa». Così Renato Brunetta oggi [11 settembre, NdR] su Il Giornale. (da Il Messaggero.it )

Si legge sul quotidiano La Padania: «In molti hanno spiegato che ‘I Cesaroni’ hanno il pregio di rappresentare la famiglia media di questo Paese. Che le loro storie sono un po’ le storie di tutti. Ma da qui a dire che ‘I Cesaroni’ sono lo specchio degli italiani ce ne corre. […] tutto in perfetta salsa romanesca, compreso, ovviamente, quello dei linguaggio declinato in ogni spessore semantico dai vari personaggi e protagonisti».
Replica Claudio Amendola, protagonista della fiction I Cesaroni: «Questo attacco della Padania ai Cesaroni non mi tocca minimamente. Non mi sento neanche offeso. Mi sembra un attacco pretestuoso, ma a dir la verità da loro non mi aspettavo niente di diverso» […] Sia a livello di contenuti che a livello linguistico abbiamo avuto sempre un riscontro positivo nelle persone: da Trento, a Milano, fino alla Sicilia». (tratto da Il Messaggero)

Sì, il sole di settembre scotta ancora. Si consiglia di esporsi al sole nelle ore meno calde e indossare un berrettino … possibilmente di un colore diverso dal verde. Tricolore andrebbe meglio, ma sarebbe chiedere un po’ troppo.

AGGIORNAMENTO DEL POST, 13 SETTEMBRE 2010

Ad Adro, in provincia di Brescia, c’è un polo scolastico pubblico, perfettamente efficiente, costruito a costo zero per lo Stato, grazie all’autotassazione dei cittadini (tutti? Boh …). Le aule dispongono di sedie e banchi ergonomici, armadietti con chiave, ogni cattedra dispone del pc per l’insegnante, un proiettore, che pare avere anche funzione di telecamera consentendo agli alunni assenti di seguire le lezioni anche da casa.
Il rovescio della medaglia di tanta perfezione è che si tratta di un edificio scolastico i cui zerbini, i posacenere sui cestini dell’immondizia, ed ogni banco riportassero inciso in modo indelebile il simbolo della Lega Nord, ovvero il sole delle Alpi. (fonte: ilsegnocheresta , il blog di Loretta Dalola in cui potete trovare, fra i commenti, anche una mia riflessione sul caso).

«Il sindaco di Adro, Lancini, ha spiegato che “il Sole delle Alpi” impresso su tutte le attrezzature scolastiche non e’ un simbolo di partito. Al contrario, un simbolo di identità e tradizione, un po’ come la rosa camuna per la Lombardia. Impedire l’uso di quel simbolo sarebbe un segno di regime; se anche la Lega lo usa, non posso farci niente.» (fonte: liberonews)

Oggi qui è un po’ nuvoloso, ma evidentemente sulla Padania splende ancora, e soprattutto scotta, il sole … delle Alpi.

FRIULI VENEZIA-GIULIA: PER CELEBRARE L’UNITÀ D’ITALIA LA BANDIERA ASBURGICA AL POSTO DEL TRICOLORE?


Il Friuli Venezia-Giulia è sempre stata una regione speciale … anche per quanto riguarda lo Statuto. È, infatti, una delle regioni “autonome” che in Italia sono cinque in tutto: oltre a quella citata, le due isole maggiori della Sardegna e della Sicilia, la Valle d’Aosta, il Trentino -Alto Adige.

Sui festeggiamenti in corso per celebrare i 150 anni dall’Unità d’Italia, il presidente della Giunta Regionale, il leghista Edouard Ballaman, si è pronunciato in questo modo: «Se dovessimo celebrare in Friuli Venezia Giulia i 150 anni dovremmo issare sul pennone la bandiera austro-ungarica. Siamo in un’altra realtà». E già, come potremmo dimenticare la lunga e per certi versi felice dominazione austriaca? Mentre in altre regioni, come la Lombardia e il Veneto (Venezia, soprattutto), lo straniero non era così felicemente sopportato, qui si va ancora in giro a dire, con una vena di nostalgia, che “l’Austria era un paese ordinato” (che è anche il titolo di una commedia scritta nel 1969 dal duo satirico Lino Carpinteri e Mariano Faraguna). Poi, non si perde occasione di ricordare quanto Trieste, capoluogo regionale, sia stata fortunata ad essere retta, dall’inizio del secondo dopoguerra al 1954, dal cosiddetto Governo Militare Alleato, cioè dagli angloamericani: qui, a quei tempi, si stava decisamente meglio che nel resto d’Italia.

Quando centocinquant’anni fa Garibaldi, con i suoi Mille, occupava il sud dell’Italia e poneva le basi per la definitiva unificazione della penisola, a Trieste che succedeva? Noi si stava sotto l’Austria. Quando poi, durante la III guerra d’Indipendenza, nel 1866 l’Italia si alleò con la Prussia proprio per annettere le Venezie, il tentativo fu fallimentare e il Friuli Venezia-Giulia rimase fermamente ancorato all’impero asburgico.
L’unificazione dell’Italia si completa, quindi, solo al termine della I guerra mondiale. Ma il destino della nostra regione è ancora contrassegnato dalla presenza dello “straniero”. Alla fine del secondo conflitto mondiale, come già detto, in seguito alla firma del Trattato di Pace di Parigi la regione perde gran parte della Venezia Giulia. L’istituzione del TLT (Territorio Libero di Trieste) prevede la divisione in due zone: la Zona A che comprendeva Trieste e le zone limitrofe, e la Zona B che includeva parte dell’Istria nord-occidentale.
Il 26 ottobre 1954 la zona A del TLT ritornò all’Italia; la zona B restò invece alla Jugoslavia. Lo Stato italiano decise, nel 1963, di unire la parte del Territorio Libero di Trieste, assegnato all’Italia, al Friuli, formato all’epoca dalle sole province di Udine e Gorizia (la Provincia di Pordenone sarà istituita solo nel 1968 per distacco dalla Provincia di Udine), fornendo anche una certa autonomia alla nuova regione, che, oltretutto, era situata in prossimità della Cortina di ferro. (LINK)

Qui, come tutte le terre di confine, siamo multietnici d’avanguardia. Qui si parlano diverse lingue: quelle nazionali come ovviamente l’italiano, accanto allo sloveno e al tedesco; quelle regionali come il friulano (nelle sue infinite varietà), il carnico, il triestino, il “bisiacco” … Qui siamo da sempre nella mitteleuropa, prima ancora che si coniasse questo termine e gli altri Italiani ne comprendessero il significato . Una città cosmopolita, Trieste. Un crogiuolo di etnie che si sono arricchite con l’arrivo di altri popoli, altre culture, altre lingue e religioni. Nel capoluogo giuliano, ad esempio, da sempre esistono chiese di molti culti: la Chiesa di rito serbo – ortodosso di San Spiridione, quella di rito greco-ortodosso consacrata a San Nicola e la sinagoga. Ma ci sono anche molti altri luoghi di culto delle diverse Chiese evangeliche tra cui si annoverano quella Evangelico- luterana, la Chiesa Cristiana Evangelica, quella Evangelica Metodista e la Riformata Elvetica e Valdese. Esistono pure la Chiesa Cristiana Avventista, la Chiesa di Cristo, la Chiesa di Gesù Cristo dei S.V.G. e la Congregazione Cristiana dei Testimoni di Geova.

Cosa significa, dunque, essere italiani a Trieste? Forse essere cittadini del mondo con in tasca una carta d’identità che in fondo un po’ mente. Significa essersi abituati da sempre a rispettare anche l’alterità, senza rinunciare alla nostra identità arricchita, però, dall’esperienza quotidiana di cittadini mitteleuropei.
Tuttavia, senza dimenticarsi di essere Italiani, senza dimenticarsi dei nostri avi che hanno combattuto e sono morti per difendere la nostra italianità. Siamo Italiani come tutti quelli che cantano l’inno di Mameli guardando e tifando per la nazionale di calcio. Orgogliosi del nostro tricolore prima ancora che della nostra alabarda o dell’aquila friulana.

Garibaldi, è vero, ha fatto l’Italia ma non il Friuli Venezia-Giulia. Ma l’Austria, caro presidente Ballaman, è un ricordo lontano, seppur testimoniato ai nostri occhi dai monumenti di Sissi e di Massimiliano d’Asburgo, o dal castello di Miramare che guarda la distesa blu dell’Adriatico che non ha confini. Ci ricordiamo, forse, di essere anche un po’ asburgici quando mangiamo lo strudel o la torta Sacher seduti al Caffè Viennese.
Ma non ci dimentichiamo di essere Italiani.

[fonte della notizia Il Messaggero Veneto]