12 giugno 2011

MATRIMONIO O CONVIVENZA: QUAL È LA SCELTA GIUSTA?

Posted in amore, divorzio, famiglia, figli, matrimonio, religione tagged , , , , , , , , , a 11:59 pm di marisamoles


Era da un po’ che ne volevo parlare, ma non avevo mai tempo: ora dirò la mia sulla questione matrimonio o convivenza. Se dovessi scegliere ora, essendo “in età da marito”, o se dovessi scegliere per i miei figli, non ho dubbi: convivenza.

Premetto che sono cattolica, credente (anche se, onestamente, da un paio d’anni la mia fede vacilla, per motivi troppo privati per poter essere spiegati qui), per il momento non praticante ma lo sono stata per lunghissimi anni. Anni in cui, lo ammetto, più di un dubbio ha attanagliato la mia mente, anni in cui il mio rapporto con la Chiesa è stato oscillante, un po’ come l’ossimoro catulliano: odi et amo. Ma, nonostante i miei dilemmi interiori, mi sono spostata in Chiesa. Non perché andasse di moda (più di venticinque anni fa, infatti, matrimoni civili e convivenza erano sicuramente in minoranza), non perché il mio sogno era l’abito bianco con il velo lungo, addobbi floreali, bomboniere, cena di gala … No. È stata una scelta responsabile, meditata, condivisa, anche se mio marito, in verità, con la fede e la Chiesa ha avuto nella sua vita un rapporto molto più oscillante del mio. Ora non ha rapporti del tutto. E qui sta la differenza: io non ho chiuso le porte al Signore, lui sì. Eppure, è lecito osservare, anche lui, come me, ha fatto una promessa davanti a Lui e l’ha rinnovata in occasione delle Nozze d’Argento, sempre davanti allo stesso altare. Ma l’ha fatto, credo, più per far felice me che per soddisfare un suo intimo desiderio.

Detto questo, probabilmente qualcuno si starà chiedendo come mai, allora, io sia contraria al matrimonio e favorevole alla convivenza. Be’, non c’è un motivo soltanto. Tenterò, quindi, di essere sintetica (sempre nei limiti delle mie scarse capacità di sintesi) ma sufficientemente chiara.

Intanto vediamo com’è la situazione attuale, in Italia, circa il matrimonio e la convivenza. Siccome non ho molto tempo per andare alla caccia dei dati, mi affiderò a quelli che il mio amico frz40 ha recentemente pubblicato sul suo blog (LINK)

«[…] nel 2009 sono state celebrate 230.613 nozze, e ancor meno sono state quelle, secondo dati provvisori, stimate per il 2010: poco più di 217mila. Il 30 % in meno rispetto al 1991.
Crescono, è vero, le convivenze pre-matrimoniali, ma meno, e i giovani tendono a sposarsi sempre più tardi prolungando spesso fino ai 35 anni la permanenza in famiglia, dieci anni più tardi di quando convolarono a nozze i propri genitori. Inoltre sia i matrimoni che le convivenze hanno sempre minor durata. La diminuzione ha interessato tutte le aree del Paese. Tra le regioni, quelle in cui il calo è stato più marcato sono Lazio (-9,4%), Lombardia (-8), Toscana (-6,7), Piemonte e Campania (-6,4 in entrambi i casi).»

Fin qui i dati riportati da frz40. In questo contesto non si fa distinzione tra matrimoni religiosi e civili, ma è un dato inequivocabile che i matrimoni, in generale, sono in drastico calo. Come se ciò non bastasse, la “convivenza”, consacrata e legalizzata o meno, non è affatto “per sempre”. Ormai il “per sempre” si è perso per strada e i divorzi avvengono anche tra coppie sposate da trent’anni e più.

Non ho intenzione, in questa sede, di trattare le cause che portano alla rottura delle unioni, anche quelle collaudate da tempo. Mi limito a fare un discorso generale sul perché la convivenza sia preferibile al matrimonio, almeno per un periodo. Nulla vieta, infatti, alle coppie di rimandare il matrimonio di qualche anno. Ma, in questo caso, la decisione non deve essere presa per il semplice fatto che non si vogliono avere obblighi e responsabilità. Convivere può portare ad una maggior coscienza di ciò che significhi essere una coppia ma non deve essere un escamotage, un modo per prendere alla leggera l’unione, tanto poi ci si separa, amici come prima, e si risparmiano anche i soldi del divorzio. Se queste sono le premesse, è chiaro che la scelta di non sposarsi sarebbe di comodo e dettata da una certa superficialità.

Quando dico che sono favorevole alla convivenza, voglio intendere, infatti, che la decisone debba essere presa con la stessa maturità e il medesimo grado di coscienza che porta un uomo e una donna a sposarsi. Il matrimonio di per sé non è un vaccino contro il divorzio e anche se davanti all’altare si recita “finché morte non ci separi”, non è detto che poi si rispetti tale promessa. Il matrimonio non ha il potere di tenere unite due persone più di quanto non l’abbia una scelta di convivenza ponderata e basata sull’amore e sul rispetto reciproco.

Partire dal presupposto che andare a convivere sia una scelta di comodo, così poi se le cose non funzionano ci si lascia, è la cosa più sbagliata che esista. Perché, tranne rari casi, la decisione è seria ed è preferita al “pezzo di carta” anche per questioni economiche. Sposarsi, oggi come oggi, è un investimento economico non indifferente che spesso le coppie devono sostenere con le sole proprie forze. Una volta, molto più di adesso, le spese venivano affrontate dalle famiglie e gli sposi andavano tranquillamente a vivere nel loro nido d’amore senza subire salassi. Certo, ci sono ancora coppie fortunate che non devono staccare assegni a sei cifre o dar fondo al credito della Mastercard, ma credo siano una minoranza. Per questo motivo penso che le famiglie non debbano opporsi alla decisione dei figli quando essi manifestano l’intenzione di convivere piuttosto che sposarsi. Ma di questo parlerò dopo.

A questo punto bisogna aprire una parentesi sulla cosiddetta “questione morale”.
Il matrimonio religioso è l’unica unione convalidata dalla Chiesa e per questo l’unica che Essa approvi. Ne consegue che c’è, da parte dell’istituzione ecclesiastica, la presunzione che il matrimonio religioso, supportato dalla fede e coerente con le scelte dettate da Essa, sia il solo degno di tale nome. E non lo dico a caso: la parola “matrimonio”, infatti, contiene in sé la radice “mater”, quindi è concepito come un vincolo il cui unico scopo, o quasi, è quello di procreare. Questo è il motivo per cui la Chiesa non si è mai aperta, nel corso dei secoli, sulla legittimità di una convivenza more uxorio e sulla possibilità che i coniugi dovrebbero avere di scegliere se mettere al mondo dei figli o no. Prova ne sia il fatto che, tutt’oggi, la Rota Romana ha il potere di annullare i matrimoni contratti in chiesa qualora uno dei coniugi “accusi” l’altro di non volere dei figli.

Per non parlare dei rapporti prematrimoniali, proibiti dalla Chiesa proprio perché non finalizzati, in genere, allo scopo di procreare. Il che equivale a dire che il vero amore, tra un uomo e una donna, è quello che li unisce nel comune intento di “metter su famiglia”, tutelati da un “contratto” che sancisce la legittimità della famiglia stessa.

Ora, non è mia intenzione discutere sui precetti religiosi, ma sfido chiunque a trovare chi si è adeguato ad essi magari durante un fidanzamento durato anni e anni e chi, pur essendo sposato, anche con rito religioso, non rinunci a metter su famiglia subito e, quindi, non abbia mai fatto uso dei contraccettivi più svariati. Queste coppie si amano meno? Sono meno coppie di quelle che si adeguano ai precetti della Chiesa?
Stesso discorso vale per i figli: quelli nati al di fuori del matrimonio o da coniugi sposati con rito civile sono figli di serie B? Hanno dei genitori meno amorevoli e meno bravi?

Io sono del parere che un’unione per essere solida debba essere basata sull’amore e che l’amore, anche quando non è rivolto a Dio, sia l’elemento indispensabile per le famiglie felici. Ma che il cammino di due coniugi debba essere ispirato dalla Grazie di Dio o cose del genere a me pare una cosa senza senso, visto che non viviamo nel Medioevo da qualche secolo.

A questo proposito, ho letto un bell’articolo di Costanza Miriano (LINK), apparso su La Bussola Quotidiana e pubblicato ora sul blog della giornalista. Dico che è un bell’articolo perché è scritto bene, con uno stile fresco e di sicuro impatto. Ma la forma non deve nascondere quella che è la sostanza.
Scrive la Miriano:

«Tra matrimonio e convivenza la differenza non è affatto nella durata. Conosco convivenze decennali e matrimoni, purtroppo, durati mesi. La differenza è una vera e propria rivoluzione copernicana. Chi sta al centro.
Nella convivenza io, noi due nella migliore delle ipotesi, siamo il metro di noi stessi. Cerchiamo, spesso con impegno, serietà, onestà e lealtà di far andare le cose, ma se non vanno niente ci obbliga.
Il matrimonio è un trascendere se stessi, è affidare a un vincolo la propria vita, decidendo di spenderla tutta senza calcolare, senza risparmiare. In modo imprudente anche.»

Sul primo punto sono d’accordo: un vincolo sacro come quello del matrimonio non è garanzia di quel “per sempre” cui accennavo poc’anzi.
Quello su cui non concordo affatto è il ritenere il matrimonio un dono gratuito dell’uno nei confronti dell’altro, senza calcolare nulla né risparmiare nulla. Se ho capito bene. Però, poche righe prima, la giornalista ammette che anche nella convivenza ci sia una profusione di impegno, serietà, onestà e lealtà per far sì che l’unione funzioni, anche se … ed ecco qui il solito luogo comune: niente ci obbliga.

Più avanti la Miriano aggiunge: «Senza l’aiuto di Dio non siamo capaci di un’impresa come imparare ad amare un’altra persona, diversa da noi, e per di più dell’altro sesso.». E qui mi pare che si rasenti l’illogico: sarebbe come dire che un ateo o un agnostico non siano in grado di amare e, quindi, di impegnarsi in un’impresa non facile, quella di convivere con una persona diversa da noi e pure dell’altro sesso.

Conosco coppie più che collaudate che convivono da vent’anni e oltre; altre sposate civilmente da più di trent’anni. Mi chiedo come possano aver compiuto questa difficile impresa senza alcun aiuto dall’alto.

Più avanti prosegue con lo stesso ragionamento: «In questo la grazia di Dio agisce abbondante, copiosa, fluisce come un fiume a chi la chiede, perché questa è la Sua specialità: amare. Come si possa fare un progetto di amore senza metter Dio al centro, è incomprensibile
Con tutto il rispetto, cara Costanza, sarà incomprensibile per te ma comprensibilissimo per milioni di persone nel mondo che scelgono di non seguire Dio, a prescindere dal matrimonio o dalla convivenza.

Sarà che per esperienza personale ho coltivato un certo scetticismo riguardo al tema in questione, ma per me a volte un sacramento conta ben poco nella riuscita del matrimonio, mentre altre la mancanza dell’illuminazione divina non ha compromesso un’unione felice.

Faccio un esempio: i miei suoceri, sposati da quasi sessant’anni. Lei religiosissima, lui molto meno. La loro unione non è stata felice come appariva dall’esterno perché era basata soprattutto sull’ipocrisia. Tutto doveva sembrare perfetto perché in ogni caso una sacra unione non poteva finire. La parola “divorzio” in casa loro suonava come una bestemmia. In questo caso mi sembra che Dio abbia fatto ben poco per la loro felicità ma molto per l’infelicità. Il “per sempre”, come dicevo, è certamente sincero quando ci si ama, che Dio sia al centro della vita della coppia o meno. Ma quando quel “per sempre” diventa un obbligo morale da non trasgredire, si limita ad essere fonte d’infelicità e rimpianto.


Un altro esempio, sempre dalla mia esperienza, serve a dimostrare che l’ipocrisia non è solo prerogativa di certi coniugi che non vogliono infrangere la promessa fatta sull’altare, ma è anche prerogativa della Chiesa stessa. Mia nipote, figlia di mio fratello, è nata da un’unione solo civile. Per questo, in un primo tempo, le era stato negato il battesimo. Sotto accusa era mia cognata, al suo secondo matrimonio dopo il divorzio dal precedente marito. Secondo il parroco lei era una peccatrice quindi … la colpa della madre doveva per forza ricadere sulla figlia. Ma una soluzione c’era: chiedere l’annullamento del precedente matrimonio alla Rota Romana. Questo avrebbe cancellato la sua terribile colpa, lei avrebbe potuto risposarsi in chiesa e la figlia sarebbe stata degna del battesimo. Un colpo di spugna e via il peccato.
A parte il fatto che se mia cognata avesse seguito il consiglio, mia nipote sarebbe stata battezzata a otto anni, la cosa più grave è pensare che la Rota Romana avrebbe incassato qualche milione di lire per annullare un sacramento senza che ci fossero nemmeno i presupposti.

A questo punto, affronto l’ultimo problema: le famiglie. Può una famiglia religiosissima, come quella di Costanza Miriano, ad esempio, garantire che i figli, una volta diventati adulti, siano disposti ad assecondare i precetti divini? Io dico di no. Ma non lo dico facendo una semplice supposizione e tenendo conto del fatto che i figli, molte volte, sono una specie di bastian contrario e che del buon esempio se ne fregano altamente. Lo dico perché anche in questo caso ne ho avuto esperienza diretta.

Una ragazza a me molto cara, poco più che ventenne, decide di andare a convivere con il fidanzato. Fin qui, nulla di tanto eccezionale. Ma la famiglia è una di quelle tutte casa e chiesa, la figlia stessa ha fatto la catechista per un periodo; rispettosa e ubbidiente, non ha mai trasgredito alle regole. Ma, ad un certo punto, inizia a pensare con la propria testa e decide che vuole andare a convivere, che il matrimonio comporta una spesa che la giovane coppia non può o non vuole sostenere, che se i genitori le vogliono bene non possono non desiderare la sua felicità. Sbagliato!
In casa scoppia il dramma: alla notizia, le viene detto chiaramente: “se te ne vai, per noi sei morta”. A quel punto la ragazza deve scegliere la strada verso la felicità e quella strada la porta dal suo amore. I genitori? Capiranno. Sbagliato anche questo! La poveretta non solo viene bandita dalla casa dei genitori ma anche i parenti tutti, o quasi, le sbattono la porta in faccia. Chi le sta vicino è un’unica zia che per oltre un anno tenta di far da paciere. Con scarsi risultati, purtroppo. Finché succede quel miracolo che da solo mette a posto le cose: un bimbo in arrivo. Di fronte a ciò la famiglia capitola ed è pronta ad accogliere quel bambino perché, sarà pure figlio del peccato, ma è sempre una creatura di Dio, un dono del Signore.

Tutto l’odio, il rancore, l’incapacità di perdonare, tutta quella carità cristiana che è rimasta sepolta chissà dove, per più di un anno, ma comunque lontano dal cuore di quella famiglia, ecco che all’improvviso rimangono un lontano ricordo.

Alla fine i due innamorati si sono sposati civilmente ( ma solo per la creatura in arrivo) e non hanno invitato nessuno, ma proprio nessuno, alle nozze. Quei genitori si sono persi un momento speciale, come può essere un matrimonio, religioso o civile che sia. Per che cosa? Per la solita questione di principio che ben poco ha a che vedere con la religione e il buon senso.

Concludendo, sono favorevole alla convivenza purché sia un impegno preso seriamente e con lo stesso senso di responsabilità che un matrimonio comporta. Perché, poi, in fondo è l’amore che conta, è il legame che si instaura tra due persone che, amandosi, hanno fatto la scelta di proseguire insieme il cammino. Perché è l’amore una “prigione dorata”, non il matrimonio. Così come recita un canto egiziano:

Mi ha legato coi suoi capelli,
Mi ha trafitto con i suoi occhi,
l’arco delle sue braccia è la mia dolce prigione
.

[l’ultima immagine da questo sito]

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8 maggio 2009

I TRIESTINI COME I TALEBANI? NEANCHE PER SOGNO!

Posted in affari miei, Trieste tagged , , , , , , , , a 5:46 pm di marisamoles

BAGNOStamattina mi sono imbattuta in un articolo de Il Giornale dal titolo shoccante: “SESSI SEPARATI IN SPIAGGIA. TALEBANI? NO, TRIESTINI”. Visto che sono triestina, non c’è voluto molto per realizzare che si stava parlando del famoso, almeno per noi, e mitico ‘bagno’ “Alla Lanterna”. Si tratta di un esempio unico in Europa e, vi assicuro, non ha nulla a che vedere con Talebani o mussulmani in genere. È semplicemente uno stabilimento balneare in cui la zona riservata alle donne, che occupa i due terzi dell’intera area, è separata da quella degli uomini. Il muro divisorio, rigorosamente bianco, prosegue per un tratto anche nel mare e ha un’altezza massima di ben tre metri, per poi degradare man mano che si fa strada verso il mare. Non è raro che, al largo, tra una bracciata e l’altra, gli sguardi maschili e quelli femminili s’incrocino, ma per il resto la separazione non solo è gradita, ma fa anche parte di una tradizione cui i triestini non intendono rinunciare. Anche a costo di essere tacciati per retrogradi, anacronistici, ridicoli e imbecilli … e sono solo alcune delle cose carine che ho letto sui commenti all’articolo de Il giornale sul sito internet.

Già, i triestini alle tradizioni sono molto attaccati, specie se riportano a quel periodo storico che ha visto come protagonista a Trieste l’impero Asburgico. Riguardo alla sua nascita le fonti sono discordanti: secondo alcuni lo stabilimento balneare sarebbe stato inaugurato nel 1890, secondo altri agli inizi del 1900. Il muro, forse eretto più tardi, nel 1906, doveva servire a proteggere quella che oggi modernamente chiamiamo privacy e ad impedire “atti contrari alla decenza”. Anche se questa divisione può sembrare anacronistica, vi assicuro che sia gli uomini sia le donne gradiscono molto la separazione tra i due sessi: i primi perché fanno volentieri a meno di ascoltare le “ciacole” (chiacchiere) delle donne e passano il tempo o da soli dedicandosi alla tintarella e al nuoto, o in compagnia facendosi una partita di briscola o tre sette; le seconde, che hanno la possibilità di portare con sé anche i bambini di entrambi i sessi, ma i maschi solo fino ai 12 anni, si godono il sole tranquillamente fregandosene altamente di “tette cadenti”, cellulite, smagliature e “rotoloni regina” attorno ai fianchi, libere di girare per la spiaggia in perizoma e in topless anche se hanno sessant’anni e un fisico lontanissimo dal modello pin up. Le ragazze, poi, specie quelle dotate fisicamente, si possono abbronzare in santa pace, senza essere assalite dai soliti “galletti” invadenti e sottraendosi agli sguardi impertinenti dei maschi bavosi. Volete mettere il vantaggio della separazione? E poi, visto che agli uomini le “ciacole” danno fastidio, sono ben liete di chiacchierare in santa pace, senza dover sopportare gli sguardi rivolti al cielo e gli sbuffi a ripetizione dei mariti, fidanzati, amanti che malvolentieri si adattano alla promiscuità quando ci sono di mezzo i pettegolezzi. Certo i signori uomini devono fare a meno di godersi lo spettacolo di qualche femmina avvenente, ma il vantaggio che dal muro di separazione deriva è senz’altro degno di qualsiasi rinuncia. Tanto ormai basta accendere la TV per rifarsi gli occhi, un tempo era diverso …

Una cosa, però, bisogna dire: a Trieste tutti conoscono “La Lanterna” ma praticamente il nome “italiano” non è mai usato. Per i triestini il “bagno” ha l’appellativo di “pedocin”. Anche sull’origine del nomignolo ci sono interpretazioni diverse: una riporta la parola “pedocin” al termine dialettale che tradotto significa “piccolo pidocchio” e farebbe riferimento ad una leggenda secondo la quale questo tratto di spiaggia sarebbe stato utilizzato dai soldati di Francesco Giuseppe che venivano a «spidocchiarsi» al mare. Non proprio romantica, come leggenda. Però è più probabile che il nome derivi da “pedoci“, che significa anche cozze; pare, infatti, che una volta nello specchio di mare dove ora sorge “La Lanterna” fossero coltivati i mitili nelle cosiddette “pedocere“.

Recarsi al “pedocin” è possibile tutto l’anno, anche se nell’ultimo periodo lo stabilimento è stato chiuso per un restauro, visto che cadeva praticamente a pezzi. L’assessore ai lavori pubblici e ai grandi eventi Franco Bandelli (quello della multa, per intenderci!) all’inaugurazione, avvenuta due giorni fa dopo i lavori di ristrutturazione, ha detto: «Abbiamo ristabilito il bagno originario inaugurato sotto l’Austria. I colori sono quelli dell’epoca: bianco e azzurro. Il muro è rimasto lo stesso, altro tre metri nel punto più basso. Sono state ristrutturate anche le panche, con il legno marino come un tempo». Per intenderci, il muro è bianco, mentre le porte, le finestre e gli sfondi dei porticati sono dipinti d’azzurro, come lo splendido mare che dalla spiaggia di ciottoli si può ammirare. Il vantaggio di questo stabilimento è quello di essere vicino al centro, nella zona del porto, e soprattutto di essere molto economico: attualmente l’ingresso costa 80 centesimi per tutta la giornata, nel senso che se uno vuole, può andare a casa a pranzo e poi tornare nel pomeriggio. Ma ci sono anche gli abbonamenti: 15 euro quello mensile e 50 per l’intera stagione. Prezzi popolari, dunque, ma non per questo il “pedocin” è snobbato dai benestanti. Ciò significa che l’attaccamento ad una tradizione prescinde da qualsiasi distinzione di classe.

I più assidui frequentatori sono, ovviamente , i pensionati. Ma, grazie alla comoda ubicazione e alla facilità di raggiungere il “bagno” con i mezzi pubblici, anche le commesse, le impiegate o le studentesse (ma ciò vale anche per gli uomini) lo frequentano durante la pausa pranzo. Nella parte femminile c’è anche un chiosco che vende bibite, gelati e snack vari, anche se la maggior parte degli avventori preferisce portarsi il pranzo da casa.
Ricordo con nostalgia i tempi in cui, studentessa universitaria, mi calavo dalla Facoltà di Lettere, molto vicina al porto, e mi crogiolavo al sole un paio d’ore per poi tornare intontita a studiare. Allora il biglietto d’ingresso era lo stesso … dell’autobus. Identica era anche l’obliteratrice. Visto che d’estate la dieta era, ed è, un obbligo, mi portavo quei beveroni schifosi, che poi erano pure caldi dopo ore passate in macchina sotto il sole, qualcosa tipo “Slim fast”, praticamente imbevibile. Ma non venivo tentata né dai sandwich né dai gelati che vedevo sfilare davanti a me, perché ero contenta dei miei sacrifici e soprattutto felice di godermi il sole primaverile o quello d’inizio estate, ascoltando la musica rapita dal vento a piccole radio sparse qua e là; erano i tempi dei Righeira e della loro Vamos alla playa, non lo dimenticherò mai.
In piena estate, però, trovare un posto per l’asciugamano è un’impresa davvero ardua. C’è chi va a stendere il telo da mare alle otto di mattina, poi va in ufficio e torna durante la pausa pranzo. Nessuno tocca niente e, visto che non ci sono spogliatoi ma solamente dei ganci dove appendere i vestiti sotto un porticato, è lodevole il fatto che ci si possa fidare a lasciare le proprie cose incustodite. Almeno, una volta era così, spero che le cose non siano cambiate.

La spiaggia è spartana; niente ombrelloni o lettini o sdraio a noleggio, ognuno si porta quel che gli pare. Gli affezionati lasciano addirittura là tutto il materiale da spiaggia, evitando l’incomodo di portarsi dietro ogni giorno tutto l’ambaradan, considerato anche il fatto che i più si spostano in autobus. Un tempo non era difficile trovare un posto per l’auto, ma ora praticamente il parcheggio è tutto a pagamento e si rischia di pagare il ticket ben più salato dell’ingresso allo stabilimento.
Nulla ostacola i triestini dall’andare al “bagno”; beh, detto così, il termine sembra ambiguo ma questo è il modo di dire comunemente diffuso a Trieste. Ricordo che una volta ho usato questo termine parlando con delle amiche milanesi; sono stata derisa così tanto che da allora, anche a costo di sembrare snob, evito di dire “vado al bagno” preferendo la più comune espressione “vado al mare”.
I triestini, dicevo, non perdono l’occasione di andare al “bagno”. Appena vedono il sole, come le lucertole sgaiattolano via da casa e non importa se i letti sono fatti, se il pranzo è pronto, se non c’è nessuno che va a prendere i figli a scuola, se si ha il raffreddore o la tosse … si va e basta, poi per il resto ci si arrangia. Le previsioni del tempo sono decisamente snobbate: al “bagno” si va anche se è nuvoloso, perché l’ottimismo dei triestini li porta a considerare il fatto che il sole può arrivare, magari si alza un po’ di borin, e che, nella peggiore delle ipotesi, ci si rifugia da qualche parte e si aspetta che il cielo si rassereni. Ricordo ancora le mattine passate, vestita di tutto punto, con in mano la tazza fumante del cappuccino, in compagnia della mia amica più cara con la quale andavo spesso al mare d’estate. Né io né lei triestine patoche (cioè veraci) ma a Trieste si vive così e l’atmosfera non può che essere contagiosa.

E allora, proprio perché Trieste è Trieste, e non esiste al mondo una città uguale a lei, nessuno osi criticare il bagno “Alla Lanterna”, o “pedocin” che dir si voglia, perché una tradizione asburgica non si può toccare. Anche Joyce prendeva il sole su quei sassolini, quindi il luogo non solo merita rispetto, ma è anche degno di essere elevato ad una sorta di monumento nazionale. E poi ciò che ricorda l’Austria è degno di venerazione, perché, come hanno scritto Carpinteri e Faraguna, “l’Austria era un paese ordinato” e “ordine” in greco si dice “cosmos” che poi vuol dire anche “bello”. Lasciate, allora, ai triestini le loro bellezze, compreso il “pedocin”. “Separare” non significa “tornare indietro”. Bisognerebbe forse interpretare la “separazione” guardando avanti: la libertà, per i due sessi, di incontrarsi, ma anche di evitarsi se è il caso.

[fonti: Il Giornale.it (articolo firmato da Fausto Biloslavo, dell’8 maggio 2009); La Repubblica.it (articolo firmato da Alessandra Longo, del 15 giugno1988); trivago; controcorrente satirica.com; vitanuovatrieste.it]

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