18 aprile 2014

LA BUONA NOTIZIA DEL VENERDÌ: I CITTADINI ACQUISTANO L’ISOLA DI POVEGLIA

Posted in attualità, La buona notizia del venerdì, società, web tagged , , , , , , , a 9:45 pm di marisamoles

poveglia
Bisogna ammettere che, per certi versi, Facebook è un insostituibile mezzo per diffondere iniziative anche di pregio. E’ questo il caso dell’acquisto, da parte di comuni cittadini, dell’isola di Poveglia, nella laguna di Venezia, già sede di un Lazzaretto e ormai abbandonata da decenni. L’asta pubblica è accessibile fino al 6 maggio e prevede la concessione da parte del Demanio con un long lease di 99 anni sul modello anglosassone.

Perché dunque non fondare un’associazione e comprarsi l’isola?

“L’isola di Poveglia, nella laguna di Venezia, antica città nella città, è oggi messa all’asta dal Demanio. Potevamo semplicemente assistere all’ennesima vendita di un’isola a qualche albergatore internazionale, o tentare almeno una sortita, un progetto – recita la pagina Facebook -. E’ per questo che vogliamo provarci: prendere in concessione Poveglia per 99 anni”. Ci si può associare con 99 euro e prendere parte al progetto e all’asta, ma sono gradite anche somme più alte.

L’iniziativa, promossa da un gruppo di architetti e urbanisti, ha ottenuto un grande successo dato che è già stata ampiamente superata la quota di 20mila euro necessaria per la fideiussione che garantirebbe un utilizzo pubblico dell’isola e la realizzazione di diversi progetti.

«Non siamo degli spiantati» – dice Lorenzo Pesola, uno dei fondatori dell’associazione – «È un sogno concreto, quello che abbiamo. Nel gruppo dei fondatori l’età media è 40 anni. Ci sono giovani e anziani della zona. Le idee politiche sono diverse. Una cosa però ci accomuna: il sogno di restituire quei giardini alla gente».

Chi ha aderito alla raccolta fondi non si cura delle leggende di fantasmi che aleggiano intorno all’isola, favorite dallo stato d’abbandono dell’ex ospedale che vi aveva sede. Anche il parco ormai è selvatico. «Noi lo vorremmo trasformare in un grande orto pubblico» – racconta Lorenzo – «Un luogo accessibile, gratuito, dove ormeggiare per un barbecue, per giocare coi bambini». Poi, nello spazio coperto, spazio per le attività e le idee che rispettino il manifesto dell’associazione, ovvero che siano eco-sostenibili, non profit e serie. Niente fantasmi, insomma, e niente affaristi.

La raccolta è stata estesa anche ai cittadini che abitano fuori regione. Chiunque può versare i 99 euro che danno diritto a entrare nell’associazione, o partecipare con una donazione spontanea a fondo perduto, accedendo alla pagina Facebook o scrivendo ai fondatori (associazionepoveglia@gmail.com).
I soldi saranno restituiti qualora i fondi raccolti non bastassero a conquistare Poveglia.

Un’utopia? Un sogno destinato a rimanere tale? Un progetto irrealizzabile? Un’iniziativa lodevole comunque perché volta a salvare un patrimonio che altrimenti potrebbe cadere nelle fauci dei grandi investitori alla ricerca di lauti guadagni. Meglio un resort o un parco pubblico?

[fonte: espresso.repubblica.it]

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21 settembre 2013

LA BUONA NOTIZIA DEL VENERDÌ (IN RITARDO!): SI VIVE (BENE) ANCHE DI STRESS

Posted in La buona notizia del venerdì, psicologia, salute, scienza, società, terza età tagged , , , , , , , , , , , , , a 3:40 pm di marisamoles

terza etàA Venezia si è parlato di stress, ma non solo dei suoi effetti negativi, anche di quelli positivi. Avete mai pensato che possano esserci degli effetti positivi dello stress? Be’, in fondo la classificazione dello stress ne comprende due tipi: eustress (eu: in greco, buono, bello) o distress (dis: cattivo, morboso). L’eustress, o stress buono, è quello indispensabile alla vita, che si manifesta sotto forma di stimolazioni ambientali costruttive ed interessanti. Un esempio può essere una promozione lavorativa, la quale attribuisce maggiori responsabilità ma anche maggiori soddisfazioni. Il distress è invece lo stress cattivo, quello che provoca grossi scompensi emotivi e fisici difficilmente risolvibili. Un esempio può essere un licenziamento inaspettato, oppure un intervento chirurgico. (LINK)

Un esempio, tra i tanti, emerge dalla relazione del Nobel Elisabeth Blackburn che sottolinea come una gestante stressata (un lutto o una perdita di lavoro legata alla maternità, per esempio) mette al mondo un figlio con un’aspettativa di vita più bassa. I telomeri dei cromosomi – il patrimonio genetico che si trasmette nella replicazione cellulare – del nascituro sono più corti e oggi è noto che la lunghezza di questa componente cellulare è sinonimo di una vita più o meno lunga. Il telomero ripara i danni cellulari: se i danni sono riparati non ci sono malattie. E il 20% degli ultracentenari muore di «vecchiaia», non di malattia.

La vera scoperta consiste, dunque, nel fatto che i telomeri dipendono anche dalla psiche, anche se i modi in cui quest’ultima agisce sono ancora misteriosi.
Secondo gli studiosi i 125 anni di vita media «scritti» nei geni si potrebbero raggiungere se non si odia (e si ama), si vive in stress positivo (per esempio fare un lavoro che piace o che gratifica, con vacanze regolari e senza vivere sempre connessi ai gadget tecnologici), se si pratica una religione con convinzione e senza sentirsi obbligati. Ma non solo, mangiare ciò che piace realmente e non cosa è indotto consumisticamente. Ecco il punto: lo stress negativo, e invecchiante, è quando si fa ciò che non piace ma è richiesto da altri. Dal datore di lavoro alla cosiddetta società civile, dalla religione ai genitori.

Secondo Howard Friedman, psicologo dell’università della California a Riverside, «la longevità dipende dall’essere coscienti in positivo di ciò che si fa».

E voi, di che stress siete?

[fonte Il Corriere; immagine da questo sito]

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Enorme riserva sotterranea di acqua in Kenia di laurin42

LE MIE ALTRE BUONE NOTIZIE

4 aprile 2013

SIATE FELICI E … CORRETE!

Posted in attualità tagged , , , , , , , , a 6:59 pm di marisamoles

venezia-Forse perché stiamo attraversando un periodo di profonda crisi, sociale, politica ed economica, sembra sempre più difficile trovare un motivo per essere felici. E meno si è felici più si parla di felicità, chiacchierando fra amici, virtuali e non, leggendo svariati articoli sui giornali o assistendo a dibattiti televisivi. Il 20 marzo scorso abbiamo celebrato la Giornata Internazionale della Felicità, un diritto oltreché un bisogno. Ma sentirsi felici per un giorno solo non basta, e non è detto che ci si riesca.

Allora perché non provare a stare insieme, a trascorrere una giornata diversa, in compagnia anche di persone sconosciute, godendosi una città speciale come Venezia? Domenica prossima, infatti, si correrà Su e Zo per i ponti di Venezia, una gara non competitiva, se non si ha fretta una semplice passeggiata, che prevede un percorso di 12 chilometri con l’attraversamento di 48 ponti, una minima parte dei 417 ponti che attraversano gli oltre 150 canali lagunari e che tagliano la città in lungo ed in largo.

La corsa (o passeggiata!) avrà due percorsi: uno breve (di soli 6 km) con partenza dalla stazione FS S.Lucia, indicato in particolare per le scuole materne ed elementari, e uno lungo, di 12 km, con partenza da piazza san Marco, all’angolo con Palazzo Ducale.
Tutti sono invitati a partecipare alla S. Messa che si terrà alle ore 8 nella Basilica di San Marco, officiata da concelebrata da don Igino Biffi, responsabile dell’Équipe Pastorale Giovanile dell’Ispettoria Salesiana “San Marco” Italia Nord Est.

Ma tutto ciò che c’entra con la felicità, vi starete chiedendo. C’entra perché quest’anno si corre all’insegna del motto di don Bosco “Siate felici”. Un invito a godere delle piccole cose belle della vita, sullo sfondo di una città che è, invece, una delle grandi meraviglie del nostro pianeta.

A me viene in mente Claudio Baglioni che, molti anni fa, cantava:

poi correre felici a perdifiato
fare a gara per vedere
chi resta indietro

Io di certo, se partecipo, resto indietro. E voi?

Altre notizie a questo LINK.

QUI potete leggere delle curiosità sui ponti di Venezia.

[foto Venezia da questo sito]

12 agosto 2012

LIBRI: “VENEZIA È UN PESCE” di TIZIANO SCARPA

Posted in libri tagged , , , , , , a 7:43 pm di marisamoles

PREMESSA.
Ho la fortuna di abitare non lontano da Venezia (meno di due ore di treno, ancor più breve il viaggio in automobile ma non consigliabile per il problema del parcheggio: piazzale Roma è infatti superaffollato in tutte le stagioni e il ticket è alquanto salato … almeno quanto il mare della laguna!), sicché l’ho visitata tante volte e la conosco abbastanza bene. Chi dice di conoscere Venezia come le sue tasche, a meno che non ci abiti ma anche in qual caso avrei dei dubbi, è presuntuoso: nessun turista potrà mai vederla tutta e ad ogni visita ci saranno sempre dei posti nuovi da scoprire. L’ideale sarebbe farsi accompagnare da un veneziano doc nei luoghi meno turistici. Come dice Scarpa: “senza meta” e “smarrirsi è l’unico posto in cui valga la pena di andare” (pag. 13).
Io amo Venezia e ci vorrei vivere, pur consapevole dei tanti disagi che una città come questa comporta. È ovvio che in me la lettura di questo libro abbia destato delle emozioni particolari, dettate anche dai ricordi come i week-end romantici che mio marito ed io abbiamo fatto da fidanzati. Tuttavia mi rendo conto che chi non ha mai visitato questa meraviglia forse potrà non apprezzare il libro di Scarpa. Mi spiego: non ci sono immagini, la descrizione dei luoghi non sempre è dettagliata e può risultare decisamente vaga a chi non ha memoria dei posti. Ma posso dare un consiglio: leggere il libretto così com’è, per goderselo perché la scrittura è davvero accattivante. Poi, volendo, ci si può piazzare davanti al computer, ricercare i luoghi su Google-immagini e avere un’idea, un po’ meno vaga, di ciò che dall’autore viene descritto.

Comunque sia, buona lettura! Godetevelo perché merita davvero.


Si tratta di una nuova edizione rivisitata e ampliata di Una gita a Venezia con Tiziano Scarpa, edita da Paravia nel 1998.
Non lasciatevi ingannare dal sottotitolo di questo libriccino, tanto piccolo quanto incantevole: Venezia è un pesce. Una guida (Feltrinelli, Collana Universale Economica, 2000). Letto così uno s’immagina di trovarsi di fronte ad una guida, l’ennesima, sulla città lagunare, piccolo ma prezioso gioiello dell’alto Adriatico. La città più bella del mondo. E invece sfogliando questa “guida” non si trovano illustrazioni né mappe né itinerari consigliati né luoghi in cui si possa alloggiare o riposarsi mettendo i piedi sotto la tavola, anzi la tola, come direbbe un veneziano. Che guida è, allora?

Fin dalle prime pagine ci si rende conto di quanto sia speciale questo libriccino scritto da Tiziano Scarpa, veneziano classe 1963, residente a Milano, scrittore, giornalista, autore di testi teatrali e per la radio, nonché lettore live appassionato.

“Venezia è un pesce. Guardala su una carta geografica. Assomiglia ad una sogliola colossale distesa sul fondo. Come mai questo animale prodigioso ha risalito l’Adriatico ed è venuto a rintanarsi proprio qui? […] Venezia è sempre esistita come la vedi, o quasi. È dalla notte dei tempi che naviga: ha toccato tutti i porti, ha strusciato addosso a tutte le rive […] Sulla cartina geografica il ponte che la collega alla terraferma assomiglia a una lenza: sembra che Venezia abbia abboccato all’amo.” (pagg. 7-8)

Così inizia quest’affascinante avventura: un viaggio a Venezia, in compagnia di un veneziano che guida una ipotetica turista (Scarpa le dà del tu) alla scoperta della città attraverso il coinvolgimento di tutti i sensi. Un’esperienza fisica, oltreché emotiva, attraverso ciò che i piedi, le gambe, il cuore, le mani, il volto, le orecchie, la bocca, il naso e gli occhi riescono a percepire.

A Venezia i piedi sono importanti perché, se davvero si vuol godere delle sue bellezze, è necessario camminare, preferibilmente senza meta. I piedi calpesteranno la caratteristica pavimentazione della città lagunare, formata da i masegni, percorreranno in su e in giù i gradini dei quasi cinquecento ponti che collegano un isolotto ad un altro.

Le gambe, a volte non senza fatica, ci porteranno attraverso le calli, le salizade, i campi e campielli (di piazze ce n’è una sola: la meravigliosa piazza San Marco), le fondamenta … E gli occhi scruteranno tutte le meraviglie di Venezia, la sua architettura, i suoi monumenti, le bellezze di una città in cui il tempo sembra essersi fermato, come in uno scatto fotografico, quello in cui i turisti la immortalano e allo stesso tempo neutralizzano quella che Scarpa definisce pulchroattività. Eh sì, perché per gli abitanti troppo splendore nuoce gravemente alla salute, non possono difendersi dal radium pulchritudinis che li fiacca, smorza ogni slancio vitale, li intorpidisce, li deprime. Non per niente i veneziani si sono sempre chiamati Serenissimi: che è come dire morbosamente calmi, istupiditi, sonnambuli. (pag. 72)

Chiudi gli occhi e leggi con le dita la fisionomia delle statue, i bassorilievi, le modanature scanalate. Gli alfabeti scolpiti nelle lapidi ad altezza d’uomo. Venezia è un ininterrotto corrimano Braille. (pag. 42)

“Mettere le mani addosso a Venezia” è il più spontaneo dei gesti. Chi ha la possibilità di fare un giro in gondola, ad esempio, può tastare le sue fòrcole, gli scalmi che svettano a poppa. Oppure non si può fare a meno di toccare la circonferenza delle vere da pozzo, chiuse da coperchi di bronzo, stringerla quasi in un abbraccio.

Se pensiamo al volto ci vengono immediatamente in mente le maschere veneziane. Volto in veneziano significa maschera come persona in latino. Qui Scarpa ci prende per mano e ci porta a vedere le maschere della Commedia dell’Arte, ce le fa conoscere, ci fa sperimentare quanto sia bello essere a Venezia nel periodo del Carnevale. Con la bocca assaporiamo i piatti tipici e impariamo a pronunciare alcuni termini della gastronomia locale, come i bigoli (bigoi )in salsa, il figà a la venessiana e le sarde in saór:

Potrebbero allibirti le papille e lasciare interdetti i tuoi spasimanti: l’alto tasso cipollino è un antifurto antibacio. (pag. 56)

A proposito di naso, gli odori si spargono tra le calli, invadono i rii, si sprigionano dal mercato del pesce. Non sempre con l’olfatto si percepiscono dei profumi, provenienti dalle numerose trattorie. Talvolta a Venezia bisognerebbe turarselo, il naso. Se pensiamo, ad esempio, che i turisti a volte scambiano le calli per gabinetti all’aperto. Ed è qui che si scatena l’ingegno dei veneziani: per esempio, delle lastre di pietra che sembrano triangoli di tetto spiovente, che capita di vedere ovunque, sono progettati per far rimbalzare gli schizzi addosso al maleducato di turno. (pag. 66)

Con le orecchie si colgono rumori d’ogni tipo: le voci dei gondolieri che hanno un clacson portatile nell’ugola, le sirene delle navi, i versi degli uccelli, primi fra tutti i piccioni, incontestati inquilini di piazza San Marco, e i gabbiani in sosta sui tronchi che in laguna segnano la via ai battelli per non farli incagliare.

“I gabbiani si riposano in cima a quei tronchi, ognuno sul suo rotondo monolocale di cento centimetri quadri. Fanno la siesta sulle bricole dei rii. Si svegliano tutti insieme, si danno appuntamento alle Zattere con i pensionati e le vecchiette che svuotano sulla riva pane secco e cornici di pancarrè”. (pag. 51)

In ultimo il cuore. Venezia è sinonimo di cuore e fa rima con amore, come nella migliore tradizione poetica. Venezia è per antonomasia la città egli innamorati. Cosa c’è da aggiungere? Per esempio degli episodi “piccanti” che Scarpa si diverte a raccontare, oppure una storia d’amore che si può leggere su una delle colonne del palazzo Ducale, la più triste e struggente che sia mai stata raccontata. (pag. 35)

A conclusione di questo straordinario viaggio, Tiziano Scarpa ci mette la “coda”, come a tutti i pesci che si rispettino: una piccola antologia di testi veneziani, fra cui un reportage di Guy de Maupassant tradotto, dall’autore stesso, per la prima volta in italiano.
Il letterato francese così inizia il suo scritto:

“Venezia! Esiste una città più ammirata, più celebrata, più cantata dai poeti, più desiderata dagli innamorati, più visitata e più illustre?
Venezia! Esiste un nome nelle lingue romanze che abbia fatto sognare più di questo? È grazioso, dì altronde, è sonoro e dolce: evoca d’un sol colpo nello spirito una chiassosa parata di ricordi magnifici e un intero orizzonte di sogni incantatori”. (pag. 99)

Questa guida così speciale si è rivelata una lettura emozionante, travolgente, quasi incantatrice. L’esiguo numero di pagine (126, compresa la “coda”) fa sì che la si possa legger tutta d’un fiato, dimenticando ciò che ci sta attorno, estraniandoci per immergerci completamente nella magia che solo Venezia può produrre agli occhi di chi la “vede”, anche solo leggendo questa guida particolare. Perché il merito che va dato a Scarpa è quello di aver scritto con il cuore, da veneziano innamorato della sua città e consapevole che la sua è una città indimenticabile.
Se i napoletani dicono: “Vedi Napoli e poi muori”, io ho un detto di miglior auspicio: “Vedi Venezia e prega di non morire prima di rivederla ancora una volta, e un’altra ancora, e poi ancora, ancora, ancora …”.

La lettura è nel complesso gradevole e agevole, nonostante lo stile particolare, a volte intriso di retorica, ma mai spicciola, con un lessico non troppo comune. Simpatico l’uso di neologismi che ben rappresentano la fervida immaginazione linguistica di Scarpa.

LE MIE (ALTRE) LETTURE

28 marzo 2011

LE POESIE DEL RISORGIMENTO: “LE ULTIME ORE DI VENEZIA” DI ARNALDO FUSINATO

Posted in 150 anni unità d'Italia, Letteratura Italiana, poesia tagged , , , , , , , , , , a 4:37 pm di marisamoles

Un altro poeta romantico (ho già parlato di Giuseppe Giusti QUI e di Luigi Mercantini QUI) che legò la sua produzione poetica allo spirito patriottico fu Arnaldo Fusinato, autore di numerose liriche anche se la più nota è, senz’ombra di dubbio, Le ultime ore di Venezia, ricordata anche con il titolo di Bandiera bianca, dall’ultimo verso che chiude ben quattro delle undici ottave di cui si compone la lirica. Gli ultimi due versi di quello che appare quasi un appassionato ritornello, Sul ponte sventola / bandiera bianca, furono resi popolari dal cantautore Franco Battiato che li riprese nella nota canzone del 1981.


Arnaldo Fusinato nacque a Schio, in provincia di Vicenza, nel 1817. Fin dai tempi dell’università (studiò a Padova), iniziò a comporre le sue liriche, caratterizzate dalla vena satirica, in cui manifestava spesso quel “male di vivere” sotto la dominazione austriaca comune a molti patrioti del tempo.
La lotta contro l’usurpazione austro-ungarica nel Lombardo-Veneto vide il giovane poeta, allora trentenne, imbracciare le armi a difesa prima della sua città, che fu assediata e dovette arrendersi, poi di Venezia alla cui eroica resistenza dedicò i versi della poesia menzionata. In seguito alla sconfitta della città lagunare, Fusinato condivise con molti altri eroi del Risorgimento l’amara esperienza dell’esilio. Morì a Verona nel 1888 e fu sepolto nel cimitero del Verano a Roma.

Nella poesia Le ultime ore di Venezia l’autore descrive, coniugando patriottismo e sentimentalismo (a tratti par di leggere tra i versi un amore disperato nei confronti di una donna), l’estrema agonia di una città che solo ridotta allo stremo è costretta ad arrendersi (la bandiera bianca, infatti, è convenzionalmente simbolo della resa) al nemico, dopo una strenua difesa operata dall’eroico Daniele Manin che per breve tempo fu a capo della “Repubblica di San Marco”. Costui, dopo aver guidato per oltre un anno, dal 1848 al 1849, la straordinaria resistenza di Venezia assediata dagli Austriaci, fu esiliato a Parigi, dove continuò fino alla morte, sopraggiunta nel 1857, a lavorare per l’unità d’Italia.
La “schiavitù” di Venezia non era recente. Nel 1797 Napoleone aveva decretato la fine della gloriosa Repubblica della Serenissima e con il Trattato di Campoformio (17 ottobre) aveva tradito le aspettative di molti che ritenevano concreto il pericolo di passare sotto la dominazione asburgica (uno tra tutti, Ugo Foscolo che, sentendosi tradito dall’imperatore francese, preferì l’esilio volontario e la morte in miseria, al giogo straniero), cedendo definitivamente Venezia all’Austria. Ma i veneziani non si arresero mai alla dominazione austriaca e quasi miracolosamente, dopo diciotto mesi di lotta, il 22 marzo 1848 riuscirono a riacquistare la libertà, dopo più di cinquant’anni di oppressione, prima francese e poi austriaca. Liberato Manin dal carcere (era stato imprigionato perché ritenuto pericoloso per la stabilità del dominio austriaco, vista la sua propensione per gli atti di ribellione), “per unanime volontà del popolo”, e portato quasi in trionfo in piazza san Marco, fu nominato presidente della neonata “Repubblica Veneta di San Marco”.
Come già detto, la resistenza contro gli Austriaci fu feroce e determinata ma i veneziani furono lasciati soli a combattere contro l’oppressore. Il Piemonte, Stato guida nei moti insurrezionali, non si curò della città lagunare e Cavour definì l’indipendenza veneta di Manin “una corbelleria”. Ma la resistenza contro l’esercito del generale Radetzky, pur indefessa e valorosa, non fu sufficiente per difendere la libertà: ai mali della guerra, si aggiunsero la fame, dovuta all’impossibilità del vettovagliamento, e il caldo afoso di luglio che causò un’epidemia di colera. A questa tragedia si riferisce Fusinato quando canta il morbo infuria, il pan ci manca, una tragedia che ha le ore contate: Manin, vincendo la resistenza del popolo che avrebbe voluto, nonostante tutto, continuare a lottare per l’indipendenza, il 27 agosto 1849 consegnò agli Austriaci una città silenziosa, ammutolita dal dolore, dagli stenti, dalla morte. Una popolazione decimata non solo dalle armi ma anche e soprattutto dalla fame e dal morbo insensibile all’eroismo dei veneziani.
Il 30 agosto Radetzky entrò in città e fece celebrare dal Patriarca una messa solenne per ringraziare Dio di aver restituito Venezia, sebbene semidistrutta, al legittimo sovrano. (mi sono limitata ad una sintesi della vicenda; trovate la cronaca dettagliata consultando la FONTE cui ho attinto).

Ecco, dunque, come il poeta patriota Arnaldo Fusinato, descrive la fine della città.

È fosco l’aere,
il cielo è muto,
ed io sul tacito
veron seduto,
in solitaria
malinconia
ti guardo e lagrimo,
Venezia mia
!

La lirica, dal punto di vista metrico, è costituita da ottave di quinari, per lo più a rima ABCBDEFD, dove A, C,E sono sdruccioli.
Fin dall’incipit si nota come la natura accompagni con la sua fosca tristezza lo sgomento del poeta, ma anche quello di tutti i veneziani, per la prossima caduta della città: l’aere è fosco, il cielo è ammutolito, quasi impotente di fronte all’imminente disgrazia che grava sull’eroica città. Dal balcone Fusinato, malinconico e solo, non può far altro che osservare, sconsolato e con le lacrime agli occhi, la “sua città”, una città che non è propriamente sua, essendo egli nato a Vicenza, ma sente come sua patria.

Fra i rotti nugoli
dell’occidente
il raggio perdesi
del sol morente,
e mesto sibila
per l’aria bruna
l’ultimo gemito
della laguna
.

Il sole scompare al tramonto (occidente) tra le nuvole che spezza con il suo raggio cui si accompagna l’estremo gemito della città sconfitta, un sibilo portato dal vento attraverso l’aria scura, quasi a voler sottolineare la tristezza di cui è pervaso il paesaggio, partecipe inerte della tragedia del popolo veneziano. Da sottolineare l’accostamento di un elemento visivo (il raggio del sole) e uno uditivo (il gemito) in cui si esprime tutta la sofferenza del poeta.

Passa una gondola
della città:
– Ehi, della gondola,
qual novità?
– Il morbo infuria
il pan ci manca,
sul ponte sventola
bandiera banca
!

Ecco che il paesaggio cupo è animato da una gondola in transito. Il poeta s’informa sullo stato della povera Venezia, ma la malattia e la carestia hanno già messo in ginocchio l’eroica popolazione. Non resta altro da fare che collocare sul ponte la bandiera bianca, segnale della resa.

No no, non splendere
su tanti guai,
sole d’Italia,
non splender mai;
e sulla veneta
spenta fortuna
si eterni il gemito
della laguna
.

Anche in questa strofa il poeta invoca la natura, chiedendo al sole dell’Italia (la laguna non può più condividere la sorte della Nazione) di non illuminare la sofferenza, il dolore senza fine di una città costretta dalla sorte a cadere nuovamente in mani nemiche.

Venezia! l’ultima
ora é venuta;
illustre martire
tu sei perduta…
Il morbo infuria,
il pan ci manca,
sul ponte sventola
bandiera bianca
!

Ormai il destino si è compiuto: Venezia acquista, nei versi di Fusinato, una fisionomia quasi umana, quella del martire che sacrifica se stesso per la fede in cui crede. L’unica fede per la città ormai perduta è la libertà.

Ma non le ignivome
palle roventi,
né i mille fulmini
su te stridenti,
troncaro ai liberi
tuoi dì lo stame…
Viva Venezia!
muore di fame
.

L’unica consolazione che rimane alla città lagunare è quella di non morire colpita dai proiettili che paiono vomitare fuoco e che piombano fischiando su di lei come fulmini. È la fame che uccide Venezia, una fame dovuta all’assedio nemico che impedisce il rifornimento di viveri. Per cantare la fine dell’amata Patria il poeta riprende l’immagine classica della Parca che, decretando la morte di qualcuno, tronca lo stame della vita.

Sulle tue pagine
scolpisci, o Storia,
l’altrui nequizie
e la sua gloria,
e grida ai posteri:
tre volte infame
chi vuol Venezia
morta di fame
!

In questa strofa ritroviamo l’invito alla Storia a scrivere, usando lettere indelebili, la gloria di Venezia e le colpe malvage dei suoi nemici. La Storia, dunque, deve perpetuare l’eroismo della popolazione facendo ricadere sui nemici vigliacchi la malvagità di chi, non potendo ottenere lo scopo con le armi, cerca di arrivarci con un mezzo molto meno nobile: la fame. Ma l’infamia rimarrà marchio eterno sugli avversari così come la gloria stessa della città.

Viva Venezia!
L’ira nemica
la sua risuscita
virtude antica;
ma il morbo infuria,
ma il pan le manca…
sul ponte sventola
bandiera bianca
!

Ecco che in quel “Viva Venezia” dell’incipit il poeta esprime tutta la stima che dev’essere tributata ad una città che ha saputo reagire all’impeto iroso degli Austriaci trovando il coraggio e la determinazione nel ricordo della sua gloria passata, emulando il valore degli antenati che hanno difeso più volte la città. Un esempio di virtù che, tuttavia, non servirà più.

Ed ora infrangasi
qui sulla pietra,
finché è ancor libera
questa mia cetra.
A te, Venezia,
l’ultimo canto,
l’ultimo bacio,
l’ultimo pianto
!

A questo punto Fusinato dedica alla sua patria l’ultimo canto, prima che la cetra (evidente simbolo della poesia) s’infranga sulla pietra. È chiaro il senso di queste parole: d’ora in poi il poeta tacerà, non scriverà più dal momento che il suo canto non sarà più libero. E insieme alle ultime parole dedicate alla città stremata, invia anche l’ultimo bacio, a dimostrazione dell’affetto che prova, e l’ultimo pianto, espressione di un dolore ormai inconsolabile.

Ramingo ed esule
in suol straniero,
vivrai, Venezia,
nel mio pensiero,
vivrai nel tempio
qui del mio cuore
come l’immagine
del primo amore
.

L’aggettivo ramingo, ad inizio verso, rende il lettore partecipe del destino del poeta: l’esilio. Ma anche lontano dalla sua patria, calpestando il suolo di una terra straniera, la città lagunare sarà sempre la Patria e continuerà a vivere nella memoria e nel cuore. L’immagine del tempio dà sacralità al concetto stesso di Patria mentre il riferimento al primo amore pervade questi versi di un sentimentalismo sincero e nello stesso tempo maturo: il primo amore non si scorda mai, recita il detto. E Fusinato lo sa.

Ma il vento sibila,
ma l’onda è scura,
ma tutta in tenebre
é la natura:
le corde stridono,
la voce manca…
sul ponte sventola
bandiera bianca
!

Ed eccoci alla strofa finale, un commiato triste e rassegnato. Il sibilo del vento e l’onda scura ripresentano l’immagine di una natura desolata di fronte alla tragedia umana. Le tenebre che avvolgono la natura rappresentano il lutto di un popolo che, guardando la bandiera bianca sventolare sul ponte, non può che ammettere la sua sconfitta. Anche le corde della cetra stridono, si rifiutano di cantare oltre così come al poeta manca la voce. Non c’è più nulla da dire.

11 settembre 2009

CHE CI FA NOEMI LETIZIA A VENEZIA?

Posted in attualità, Satyricon tagged , , , a 9:57 pm di marisamoles

FILM-VENICE/Ci facesse la turista, non ci sarebbe nulla di male. Ma vederla sfilare sul red carpet del Lido, lo stesso calcato da famosi personaggi che al cinema danno lustro, pare davvero un’eresia.
C’eravamo appena dimenticati dell’entrée trionfale della coppia del momento, George Clooney ed Elisabetta Canalis, e avevamo storto il naso. Ma almeno lui, l’inquilino di Villa Olenadra, attore lo è davvero. Ma Noemi?

Sul Corriere leggo che era accompagnata, oltre che dall’immancabile mammà, dal produttore Massimo Gobbi che avrebbe in serbo per lei addirittura un film. D’altra parte lei ha dichiarato: Amo il cinema ed è il mestiere che voglio fare da grande. Da anni studio recitazione. Da anni? A be’, certo, avrà iniziato con le recite all’asilo.

Massimo riserbo sul titolo della sua prossima “fatica” cinematografica. Azzardo un’ipotesi: che sia “Colazione da papi”?

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Macaronea

Considerazioni sparse di una prof di lettere.

Diemme - La strada è lunga, ma la sto percorrendo

Non è vero che sono invincibile, mi rompo in mille pezzi anche io...è solo che ho imparato a non fare rumore. *** Amami quando meno lo merito, che è quando ne ho più bisogno (Catullo) - Non sprecate tempo a cercare gli ostacoli: potrebbero non essercene. Franz Kafka —- Non è ciò che tu sei che ti frena, ma ciò che tu pensi di non essere. Denis Waitley -- Non c'è schiaffo più violento di una carezza negata

viaggioperviandantipazienti

My life in books. The books of my life

oןısɐ,ןןɐ ɐɯ ɐןonɔs ɐ opɐʌ uou

pagina a traffico illimitato, con facoltà di polemica, di critica, di autocritica, di insulti, di ritrattazioni, di sciocchezze e sciocchezzai, di scuola e scuole, di temi originali e copiati, di nonni geniali e zie ancora giovani (e vogliose), di bandiere al vento e mutande stese, di cani morti e gatti affamati (e assetati)

Marirò

"L'esistenza è uno spazio che ci hanno regalato e che dobbiamo riempire di senso, sempre e comunque"

PindaricaMente

C'è una misura in ogni cosa, tutto sta nel capirlo (Pindaro)

Il mestiere di scrivere

CORSI DI SCRITTURA CREATIVA, ATTUALITA' EDITORIALE, DIDATTICA E STRUMENTI PER LA SCRITTURA

dodicirighe

...di più equivale a straparlare.

marialetiziablog

salviamolascuolaprimadisubito.com site

Studio di Psicoterapia Dr.ssa Chiara Patruno

Psicologa - Psicoterapeuta - Criminologa - Dottore di Ricerca Università Sapienza

Le Parole Segrete dei Libri

Una stanza senza libri è come un corpo senz'anima.

onesiphoros

[...] ἀλλ᾽ ὥσπερ ἄνθρωπος, φαμέν, ἐλεύθερος ὁ αὑτοῦ ἕνεκα καὶ μὴ ἄλλου ὤν, οὕτω καὶ αὐτὴν ὡς μόνην οὖσαν ἐλευθέραν τῶν ἐπιστημῶν: μόνη γὰρ αὕτη αὑτῆς ἕνεκέν ἐστιν. Aristot. Met. 1.982b, 25

Il ragazzo del '46

Settanta: mancano solo 984 anni al 3000.

Insegnanti 2.0

Insegnare nell'era digitale

i media-mondo: la mutazione nella connessione

Prove di pensiero di GIOVANNI BOCCIA ARTIERI

Psicologia per Famiglia

Miglioriamo le relazioni in famiglia, nella coppia, con i figli.

Studia Humanitatis - παιδεία

«Oὕτως ἀταλαίπωρος τοῖς πολλοῖς ἡ ζήτησις τῆς ἀληθείας, καὶ ἐπὶ τὰ ἑτοῖμα μᾶλλον τρέπονται.» «Così poco faticosa è per i più la ricerca della verità, e a tal punto i più si volgono di preferenza verso ciò che è più a portata di mano». (Tucidide, Storie, I 20, 3)

unpodichimica

Non tutto ciò che luccica è oro, ma almeno contiene elettroni liberi G.D. Bernal

scuolafinita

Un insegnante decente (CON IL DOTTOR DI MATTEO)

Pollicino Era un Grande

Psicologia e dintorni a cura della Dr.ssa Marzia Cikada (Torino e Torre Pellice)

la fine soltanto

un blog e un libro di emiliano dominici (per ingrandire la pagina premi ctrl +)

ACCENDI LA VITA

Pensieri, parole and every day life

CRITICA IMPURA

LETTERATURA, FILOSOFIA, ARTE E CRITICA GLOBALE

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LE LUNE DI SIBILLA

"Due strade trovai nel bosco, io scelsi la meno battuta, per questo sono diverso"(R.Frost)

Il mondo di Ifigenia

Svegliati ogni mattina con un sogno da realizzare!

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L'innocenza non ha ombre

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No sabía qué ponerme y me puse feliz.

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"In ogni cosa c'è un'incrinatura. Lì entra la luce" - Leonard Cohen

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