7 maggio 2014

“LA BUSTINA DI MINERVA” di UMBERTO ECO: “E QUANT’ALTRO”

Posted in attualità, lingua, scuola tagged , , , , , , a 5:29 pm di marisamoles

lettereE quant’altro: un’espressione che detesto. Mi fa venire l’orticaria quasi come “assolutamente sì”. Hai voglia di spiegare a scuola, agli allievi, che “assolutamente” non ha una connotazione positiva, che è nato come avverbio negativo. Loro candidamente replicano che sul dizionario è scritto che si può dire “assolutamente sì”. Per forza, i vari Zingarelli, Sabatini-Coletti e i Devoto-Oli, cari compagni dell’età che fu, hanno deposto le armi davanti agli usi impropri del lessico italiano. Il bell’idioma è morto, facciamocene una ragione.
Personalmente nella riflessione di Umberto Eco, non trovo disdicevole quanto lui l’uso dell’abbreviazione prof. Un tempo sì, la ritenevo alquanto offensiva. Ora non più, anzi, mi sembra quasi un titolo affettuoso più che accademico, un’apostrofe che rimanda all’umanità della persona piuttosto che al suo titolo professionale. Sarà che la scuola è caduta dal suo piedistallo, sta sulla terra e non più innalzata al cielo del beati italofoni, ed è già tanto che non sprofondi nell’inferno più buio. Saremo noi prof dal titolo abbreviato a salvarla dallo sfacelo? Speriamo.

E quant’altro non avrei da dire, se non rivolgere l’invito a voi tutti a leggere questa “Bustina di Minerva” del sempreverde Eco. Mi rammarico, tuttavia, che fra le espressioni in voga nel nostro eloquio (a volte trasformato in turpiloquio) quotidiano, il buon Umberto, paladino del bel parlare, non abbia inserito anche l’insana abitudine di usare “piuttosto che” nell’accezione, tutta sbagliata ma tanto amata da molti, disgiuntiva al posto di “oppure”. Ma questo è un altro libro.

BUONA LETTURA!

umberto_ecoÈ ovvio che le persone che hanno raggiunto un’età sinodale siano infastidite dallo sviluppo della lingua, non riuscendo ad accettare i nuovi usi degli adolescenti. E la loro unica speranza è che questi usi durino lo spazio di un mattino, così come è accaduto con espressioni come “matusa” (anni Cinquanta-Sessanta, e chi la impiega ancora si rivela appunto, lui o lei, come matusa) o “bestiale” (ho udito una signora di incerta età usarlo e ho capito che era ragazza nei lontani anni Cinquanta). Però sino a che i nuovi usi circolano tra i ragazzi, direi che sono affari loro, talora molto divertenti. Diventano urtanti quando ci coinvolgono.

Non ho mai potuto sopportare, diciamo dagli Ottanta in avanti, che mi si chiamasse “prof”. Forse che un ingegnere lo si chiama “ing” e un avvocato “avv”? Al massimo si chiamava “doc” un dottore, ma era nel West, e di solito il doc stava morendo alcolizzato.

Non è che abbia mai protestato esplicitamente, anche perché l’uso rivelava una certa affettuosa confidenza, ma la cosa mi dava noia e me la dà ancora. Meglio quando nel ’68 gli studenti e i bidelli mi chiamavano Umberto e mi davano del tu. Chissà perché quando uno dice “prof” mi viene in mente uno con la faccia di Ricky Memphis.

Un’altra cosa a cui ero abituato è che le donne si dividevano in bionde e brune. A un certo punto “bruna” è diventato forse fuori moda e certo a me evoca le canzoni degli anni Quaranta e le pettinature con la frangetta. Fatto sta che a un certo punto non solo i ragazzi ma anche gli adulti hanno iniziato a parlare di una “mora” (e l’altro giorno ho letto su un giornale che un ballerino classico è un bel moro).

Orribile espressione, perché ai tempi andati “mora” veniva riservato alle odalische musulmane che danzavano sui cadaveri degli ultimi difensori di Famagosta, e oggi mi evoca il richiamo scurrile di un maschiaccio in canottiera che grida a una ragazza che passa “ehi, bella mora!”, e fatalmente si pensa alle maggiorate fisiche di Boccasile, o a giovani italiane che vincevano il concorso Cinquemila Lire Per Un Sorriso, olezzanti di profumi nazional popolari e con una foresta sotto le ascelle. Ma è così, le bionde rimangono bionde (platinate o cenere o paglierino che siano) mentre chi ha capelli scuri diventa una mora, anche se ha il viso di Audrey Hepburn. Insomma, preferisco gli inglesi che dicono “dark-haired” o “brunette”.

Detto questo, non è che sia misoneista, e via via ho assorbito nel mio lessico, se non come parlante attivo almeno come ascoltatore passivo, gasato, rugare, tavanare, sgamare, assurdo, punkabbestia, mitico, pradaiola, pacco, una cifra, lecchino, rinco, fumato, gnocca, cannare, essere fuori come un citofono, caramba, tamarro, abelinato, fighissimo, allupato, bollito, paglia e canna, fancazzista, taroccato, fuso, tirarsela. Ancora giorni fa un quattordicenne mi ha informato che a Roma, anche se si capisce ancora “marinare”, in ogni caso non si usa più “bigiare” ma si dice “pisciare la scuola”.

Comunque, a essere sincero, preferisco i neologismi giovanili al vizio adulto di dire a ogni piè sospinto “e quant’altro”: Non potete dire “e così via” o “eccetera”? Per fortuna son tramontati “attimino” ed “esatto”, per cui l’Italia era diventato il bel paese dove l’esatto suona, ma “quant’altro” rimane anche nei discorsi di persone serie ed è pareggiato in Francia solo dall’uso incontenibile di “incontournable” che serve a dire (udite, udite) che qualcosa è importante (e al massimo è imprescindibile). “Incontournable” è qualcosa che quando lo incontri non puoi giragli intorno ma devi farci i conti, e può essere una persona, un problema, la scadenza del pagamento delle tasse, l’obbligo della museruola per i cani o l’esistenza di Dio.

Pazienza, meglio i vezzi linguistici che l’uso improprio della lingua e, visto che recentemente un nostro deputato, per dire che non l’avrebbe tirata per le lunghe, ha affermato in Parlamento che sarebbe stato “circonciso”, sarebbe stato preferibile che si fosse limitato a dire soltanto “sarò breve, e quant’altro”. Però, almeno, non era antisemita. [LINK all’articolo originale]

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9 settembre 2009

CIAO MISTER ALLEGRIA. UN RICORDO DI MIKE BONGIORNO

Posted in affari miei, attualità, televisione tagged , , , , , , , , , , , , , a 3:53 pm di marisamoles

Mikebongiorno_allegria

Ho riflettuto a lungo prima di scrivere questo post. Mi sono chiesta: c’è posto per Mike nel mio blog? In questo blog che parla tanto di scuola ma s’interessa anche di attualità, di spettacolo e di politica, magari in modo un po’ soft, puntando un po’ sull’ironia, che spazio potrebbe occupare un post sulla scomparsa di un mito della TV? Pensandoci, però, mi sono detta sì, scriviamolo questo post, in fondo il ricordo di Mike Bongiorno è nella mia mente e copre qualche decennio della mia vita; allora è un po’ come se lui facesse parte della memoria e altre volte ho scritto qualcosa sui miei ricordi, sulle mie esperienze. La categoria in cui posso collocare questo post è, dunque, quella che riguarda gli “affari miei”. E allora lo scrivo, questo post, senza essere celebrativa, anche perché ora sono tutti capaci di dire “quant’era buono, quant’era bravo …”. Un po’ di compassione ci vuole, come quella che gli abitanti del borgo esprimevano nei confronti della “Quercia caduta” di Pascoli, salvo poi andarsene via ognuno con il suo fascio di rami. Allo stesso modo, nelle tante interviste TV che si sono susseguite nelle 24 ore che ci dividono dall’ultimo istante di vita del celebre presentatore, Confalonieri, Pier Silvio Berlusconi, il premier stesso hanno speso parole di elogio, di rimpianto, di dolore. Eppure lui, Mike, si era sentito tradito, messo in pensione senza nemmeno due righe di spiegazione, costretto ad approdare su altri lidi, quelli delle pay TV, le televisioni del domani che è già oggi. Un progetto rimasto nella mente e nel cuore di un ottantacinquenne instancabile che della pensione non voleva nemmeno sentir parlare.

La notizia della scomparsa di Mike Bongiorno ci ha raggiunti a tavola, mentre intenti ad arrotolare gli spaghetti sulla forchetta, con un’abilità tutta italiana, stavamo dando un’occhiata alle immagini del TG. La notizia ci ha lasciati impietriti, con la forchetta sospesa a mezz’aria e il boccone in gola che non andava né su né giù.
Nessuno è immortale, lo si sa. Ma chissà perché vedendo Mike Bongiorno c’eravamo quasi convinti che lui e la televisione fossero una cosa sola e che lui, il re dei quiz, avrebbe smesso di esistere con la TV. Ma così non è stato. Se n’è andato in silenzio, proprio all’inizio di una vacanza a Montecarlo dove si sarebbe rilassato prima di intraprendere una nuova avventura televisiva che non è mai iniziata e che forse nessuno realizzerà. Perché Mike era Mike. Ineguagliabile. Se ci guardiamo attorno e cerchiamo nel panorama televisivo odierno l’erede di Bongiorno, non lo troviamo. Nemmeno Gerry Scotti, che ha espresso la sua commozione nel sentirsi nominare come il suo erede, nemmeno Enrico Papi che ha riportato sui canali mediaset la “Ruota della Fortuna” senza riuscire, tuttavia, a bissare il successo del celebre predecessore.

Ero bambina ai tempi di “Rischiatutto”. Erano i tempi in cui i più piccoli dopo Carosello dovevano andare a nanna. Forse per questo si sperava che il susseguirsi delle reclame non finisse più. Per Mike e per il suo quiz c’era una specie di deroga e si stava alzati per vedere i campioni di allora vincere cifre impensabili per la gente comune. Mica come adesso che a parlar di quiz o di lotterie i milioni di euro ci sembrano noccioline. Anche se le nostre tasche sono vuote.
Io ero fortunata perché avevo la Tv in casa, quello scatolone rosso con lo schermo in bianco e nero che i miei genitori ancora non possedevano ai tempi di “Lascia e Raddoppia” e di “Campanile sera”. Già allora il giovedì era la giornata del quiz televisivo e Mike non ha mai voluto cambiare, dalle prime trasmissioni ai quiz più recenti come Super Flash o Genius.
Ai tempi di “Lascia e Raddoppia” non si parlava ancora di audience e di “guerre” tra reti televisive, ma attaccati all’ “apparecchio televisivo” erano in 20 milioni. Non si sa su quali dati si basino le stime, anche perché pochi avevano la TV e la gente affollava i locali pubblici. Ma a quella cifra ci crediamo, considerando il fatto che esisteva solo Mamma RAI e un’unica rete.

Di Mike ricorderò sempre il saluto “Allegria” che l’ha contraddistinto da sempre. Me lo immagino negli ultimi attimi con il sorriso stampato sulle labbra e il braccio alzato. Voleva e sapeva trasmettere allegria davvero, anche quando s’impegnava negli spot –chi ha dimenticato quello della famosa grappa? O gli ultimi con Fiorello?- o nelle imprese estreme come quella che l’ha portato a Capo Nord ad un’età non più giovanissima.
L’altro motto che ricordo con nostalgia è quel suo “fiato alle trombe Turchetti” che non capivo ma mi piaceva un sacco pensare che ci fosse qualcuno che soffiasse nelle trombe di chissà quale orchestra. E poi adoravo Sabina. La Ciufffini è stata di certo la più amata tra le vallette di Mike, quella che l’ha sfidato trasgredendo alla prassi che voleva le vallette mute. Nessun’altra ha superato Sabina in notorietà e simpatia: mi vengono in mente Paola Manfrin, Patricia Buffon, Antonella Elia, brave, spigliate, ammiccanti ma Mike e Sabina Ciuffini rimarrà il binomio più famoso nella storia dei quiz televisivi.

E che dire dei concorrenti? Quelli dei quiz moderni ce li dimentichiamo presto, non ricordiamo nemmeno i loro nomi. Ma chi ha dimenticato Andrea Fabbricatore, farmacista fiorentino, o Massimo Inardi parapsicologo bolognese o ancora la signora Giuliana Longari che aveva sbagliato una risposta ed era stata apostrofata così dal presentatore: “Ahi, ahi, che peccato, mi è caduta sull’uccello”? Gaffe vera o presunta, che rientrava perfettamente nello stile di Mike, perché lui era esattamente così: spontaneo, diretto, sincero, anche a costo di risultare involontariamente offensivo. Quante volte ci siamo chiesti: Ma Mike ci è o ci fa? Inutile rispondere ora. Adesso lo ricordiamo per quel che era: un fenomeno. Ed è per questo che, dopo aver trascritto queste “povere cose”, forse anche un po’ imprecise, dal libro della mia memoria, lascio la parola ad un grande, Umberto Eco, che nel 1961 scrisse Fenomenologia di Mike Bongiorno.

[…]
Il caso più vistoso di riduzione del superman all’every¬man lo abbiamo in Italia nella figura di Mike Bongiorno e nella storia della sua fortuna. Idolatrato da milioni di persone, quest’uomo deve il suo successo al fatto che in ogni atto e in ogni parola del personaggio cui dà vita davanti alle telecamere traspare una mediocrità assoluta unita (questa è l’unica virtù che egli possiede in grado eccedente) ad un fascino immediato e spontaneo spiegabile col fatto che in lui non si avverte nessuna costruzione o finzione scenica: sembra quasi che egli si venda per quello che è e che quello che è sia tale da non porre in stato di inferiorità nessuno spettatore, neppure il più sprovveduto. Lo spettatore vede glorificato e insignito ufficialmente di autorità nazionale il ritratto dei propri limiti.
Per capire questo straordinario potere di Mike Bongiorno occorrerà procedere a una analisi dei suoi comportamenti, ad una vera e propria “Fenomenologia di Mike Bongiorno”, dove, si intende, con questo nome è indicato non l’uomo, ma il personaggio.
Mike Bongiorno non è particolarmente bello, atletico, coraggioso, intelligente. Rappresenta, biologicamente parlando, un grado modesto di adattamento all’ambiente. L’amore isterico tributatogli dalle teen-agers va attribuito in parte al complesso materno che egli è capace di risvegliare in una giovinetta, in parte alla prospettiva che egli lascia intrav¬vedere di un amante ideale, sottomesso e fragile, dolce e cortese.
Mike Bongiorno non si vergogna di essere ignorante e non prova il bisogno di istruirsi. Entra a contatto con le più vertiginose zone dello scibile e ne esce vergine e intatto, confortando le altrui naturali tendenze all’apatia e alla pigrizia mentale. Pone gran cura nel non impressionare lo spettatore, non solo mostrandosi all’oscuro dei fatti, ma altresì decisamente intenzionato a non apprendere nulla.
In compenso Mike Bongiorno dimostra sincera e primitiva ammirazione per colui che sa. Di costui pone tuttavia in luce le qualità di applicazione manuale, la memoria, la metodologia ovvia ed elementare: si diventa colti leggendo molti libri e ritenendo quello che dicono. Non lo sfiora minimamente il sospetto di una funzione critica e creativa della cultura. Di essa ha un criterio meramente quantitativo. In tal senso (occorrendo, per essere colto, aver letto per molti anni molti libri) è naturale che l’uomo non predestinato rinunci a ogni tentativo.
Mike Bongiorno professa una stima e una fiducia illimitata verso l’esperto; un professore è un dotto; rappresenta la cultura autorizzata. È il tecnico del ramo. Gli si demanda la questione, per competenza.
L’ammirazione per la cultura tuttavia sopraggiunge quando, in base alla cultura, si viene a guadagnar denaro. Allora si scopre che la cultura serve a qualcosa. L’uomo mediocre rifiuta di imparare ma si propone di far studiare il figlio.
Mike Bongiorno ha una nozione piccolo borghese del denaro e del suo valore (“Pensi, ha guadagnato già centomila lire: è una bella sommetta!”).
Mike Bongiorno anticipa quindi, sul concorrente, le impietose riflessioni che lo spettatore sarà portato a fare: “Chissà come sarà contento di tutti quei soldi, lei che è sempre vissuto con uno stipendio modesto! Ha mai avuto tanti soldi così tra le mani?”.
Mike Bongiorno, come i bambini, conosce le persone per categorie e le appella con comica deferenza (il bambino dice: “Scusi, signora guardia…”) usando tuttavia sempre la qualifica più volgare e corrente, spesso dispregiativa: “signor spazzino, signor contadino”.
Mike Bongiorno accetta tutti i miti della società in cui vive: alla signora Balbiano d’Aramengo bacia la mano e dice che lo fa perché si tratta di una contessa (sic).
Oltre ai miti accetta della società le convenzioni. È paterno e condiscendente con gli umili, deferente con le persone socialmente qualificate.
Elargendo denaro, è istintivamente portato a pensare, senza esprimerlo chiaramente, più in termini di elemosina che di guadagno. Mostra di credere che, nella dialettica delle classi, l’unico mezzo di ascesa sia rappresentato dalla provvidenza (che può occasionalmente assumere il volto della Televisione).
Mike Bongiorno parla un basic italian. Il suo discorso realizza il massimo di semplicità. Abolisce i congiuntivi, le proposizioni subordinate, riesce quasi a tendere invisibile la dimensione sintassi. Evita i pronomi, ripetendo sempre per esteso il soggetto, impiega un numero stragrande di punti fermi. Non si avventura mai in incisi o parentesi, non usa espressioni ellittiche, non allude, utilizza solo metafore ormai assorbite dal lessico comune. Il suo linguaggio è rigorosamente referenziale e farebbe la gioia di un neo-positivista. Non è necessario fare alcuno sforzo per capirlo. Qualsiasi spettatore avverte che, all’occasione, egli potrebbe essere più facondo di lui.
Non accetta l’idea che a una domanda possa esserci più di una risposta. Guarda con sospetto alle varianti. Nabucco e Nabuccodonosor non sono la stessa cosa; egli reagisce di fronte ai dati come un cervello elettronico, perché è fermamente convinto che A è uguale ad A e che tertium non datur. Aristotelico per difetto, la sua pedagogia è di conseguenza conservatrice, paternalistica, immobilistica.
Mike Bongiorno è privo di senso dell’umorismo. Ride perché è contento della realtà, non perché sia capace di deformare la realtà. Gli sfugge la natura del paradosso; come gli viene proposto, lo ripete con aria divertita e scuote il capo, sottintendendo che l’interlocutore sia simpaticamente anormale; rifiuta di sospettare che dietro il paradosso si nasconda una verità, comunque non lo considera come veicolo autorizzato di opinione.
Evita la polemica, anche su argomenti leciti. Non manca di informarsi sulle stranezze dello scibile (una nuova corrente di pittura, una disciplina astrusa… “Mi dica un po’, si fa tanto parlare oggi di questo futurismo. Ma cos’è di preciso questo futurismo?”). Ricevuta la spiegazione non tenta di approfondire la questione, ma lascia avvertire anzi il suo educato dissenso di benpensante. Rispetta comunque l’opinione dell’altro, non per proposito ideologico, ma per disinteresse.
Di tutte le domande possibili su di un argomento sceglie quella che verrebbe per prima in mente a chiunque e che una metà degli spettatori scarterebbe subito perché troppo banale: “Cosa vuol rappresentare quel quadro?” “Come mai si è scelto un hobby così diverso dal suo lavoro?” “Com’è che viene in mente di occuparsi di filosofia?”.
[…]
la gaffe (in cui Bongiorno eccelle, a detta dei critici e del pubblico) nasce proprio quando si è sinceri per sbaglio e per sconsideratezza. Quanto più è mediocre, l’uomo mediocre è maldestro. Mike Bongiorno lo conforta portando la gaffe a dignità di figura retorica, nell’ambito di una etichetta omologata dall’ente trasmittente e dalla nazione in ascolto.
Mike Bongiorno gioisce sinceramente col vincitore perché onora il successo. Cortesemente disinteressato al perdente, si commuove se questi versa in gravi condizioni e si fa promotore di una gara di beneficenza, finita la quale si manifesta pago e ne convince il pubblico; indi trasvola ad altre cure confortafo sull’esistenza del migliore dei mondi possibili. Egli ignora la dimensione tragica della vita.
Mike Bongiorno convince dunque il pubblico, con un esempio vivente e trionfante, del valore della mediocrità. Non provoca complessi di inferiorità pur offrendosi come idolo, e il pubblico lo ripaga, grato, amandolo. Egli rappresenta un ideale che nessuno deve sforzarsi di raggiungere perché chiunque si trova già al suo livello. Nessuna religione è mai stata così indulgente coi suoi fedeli. In lui si annulla la tensione tra essere e dover essere. Egli dice ai suoi adoratori: voi siete Dio, restate immoti
.

[Umberto Eco, Diaio Minimo, 1961; per leggere l’intero testo cliccate qui.]

NB. Ho riportato parzialmente questo testo perché è un’analisi attenta e, per certi versi, condivisibile. Se in alcune parti Umberto Eco risulta “offensivo” nel suo ritratto di Mike Bongiorno, lo fa con una nota ironica che, a pare mio, non ne offende la memoria.

13 luglio 2009

QUESTIONE DI PUNTI (E VIRGOLA) DI VISTA

Posted in affari miei, libri, lingua, scuola, web tagged , , , , , , , , , , , , , a 8:27 pm di marisamoles

Punto_e_virgolaIeri ho trovato in coda di moderazione un commento assai sgradevole. Lì per lì volevo rispondere per le rime, poi ho pensato che, al di là del tono antipatico e offensivo, le parole di quella sedicente “collega” erano proprio fuori luogo. Il suo commento, infatti, non aveva nulla a che vedere con il post, “Arrivederci ragazzi”, che ho dedicato ai miei allievi di quinta neodiplomati. In breve, invece di commentare il contenuto dell’articolo, la “gentile” signora, o signorina, ha pensato bene di farmi una “lezioncina” del tutto gratuita sull’uso della punteggiatura, insinuando poi che io non sappia fare il mio mestiere. Alla fine ho deciso di non pubblicare il commento, ma non per mancanza di argomenti con cui controbattere, piuttosto perché, conoscendomi, avrei finito per scrivere un altro post. Ecco, quindi, da dove è scaturita l’idea di scrivere davvero un altro post, visto che la mia eventuale replica sarebbe stata fuori contesto, esattamente come il commento della “simpatica collega”.

Sia chiaro: io non temo il giudizio di nessuno e sono sempre pronta ad accettare critiche e consigli se costruttivi. Non temo il confronto a patto che ci sia. Ma un commento del genere non l’avrei accettato nemmeno da Umberto Eco in persona, se non debitamente argomentato. Purtroppo, però, c’è chi preferisce sparare la sua, per il gusto di farlo, e si accontenta. Sono arrivata a tale conclusione perché, almeno in questo caso, non vedo quale potesse essere lo scopo del commento. Di sicuro la “collega” non era interessata al confronto; a me la sua è parsa più una provocazione e sinceramente non comprendo quali vantaggi potesse trarne lei e quali danni potessero arrivare a me. Sul web si scrivono tante cose, a volte anche molto insensate; se si dovesse dar retta a tutto quel che si legge …

Ad ogni buon conto, visto che mi sono imposta di replicare, ecco il testo del messaggio postato da Annalisa (ammesso che sia il suo vero nome):

Gentile Professoressa, suvvia, corso accelerato di italiano per docenti di scuola media superiore: per non rendere le frasi troppo lunghe il punto al posto del punto e virgola, please!
Non è che anche Lei appartiene alla vastissima schiera dei brillanti predicatori che razzolano malissimo?
Saluti.
Una collega

Mi scusino i miei 25 lettori se per replicare a dovere sono costretta ad entrare in un ambito piuttosto tecnico, quindi è possibile che la lettura di quel che segue risulti piuttosto noiosa. Non me ne vogliano, così come io non me la prenderò se decideranno di cambiare blog.
Per i “tecnici”: la replica si basa non su dati soggettivi –il mio personale punto di vista– ma oggettivi, rifacendomi a quanto spiega a proposito della produzione del testo la linguista Maria Teresa Serafini , autrice di molti libri sulla scrittura. Il testo che prendo in considerazione è però un manuale di grammatica, una vecchia edizione non più in commercio perché nel frattempo ne sono uscite altre più aggiornate. Tuttavia, i consigli che vengono forniti dal manuale in mio possesso sono gli stessi contenuti nel libro della Serafini Come si fa un tema in classe, considerato una specie di bibbia per gli studenti in difficoltà nella produzione scritta.

Innanzitutto la sedicente “collega” dimostra di non conoscere la terminologia specifica, definendo frase quello che nel testo deve essere considerato periodo. La differenza tra le due parole è fondamentale e una docente di Lettere, quale credo ella sia, deve saperlo.
Non credo di sbagliarmi se affermo che il periodo – non frase! – a cui la signora/signorina si riferisce si trova nel secondo capoverso, laddove elenco delle “ipotesi”. Un paragrafo di questo tipo viene denominato dalla Serafini “per enumerazione”. A tal proposito l’autrice scrive:

Nella costruzione del testo gli elementi della lista vengono collegati con segni d’interpunzione e/o con connettivi appropriati. Dopo la frase organizzatrice troviamo generalmente i due punti […] Tra gli elementi della lista si usa preferibilmente lo stesso segno di punteggiatura, che viene scelto in base alla lunghezza degli elementi della lista: la virgola per parole o frasi brevi; il punto e virgola per frasi di lunghezza intermedia; il punto per periodi lunghi e complessi […]

Osservando l’organizzazione del paragrafo “oggetto del contendere”, si può affermare quanto segue: i due punti sono posti correttamente all’inizio e anticipano l’enumerazione; il punto e virgola posto alla fine di ogni sezione dell’elenco è usato in modo appropriato poiché si tratta di frasi di lunghezza intermedia.

Detto questo, passiamo alla distinzione fra stile segmentato e coeso, stili che richiedono, evidentemente, l’utilizzo di due tipi di punteggiatura. A questo proposito la Serafini scrive:

I testi con stile coeso e ipotattico sono caratterizzati da periodi lunghi e articolati e presentano una punteggiatura ricca. Vengono usati tutti i segni; in particolare compaiono frequentemente i due punti e il punto e virgola.
I testi in stile segmentato e paratattico utilizzano tutti i segni, con l’eccezione del punto e virgola che compare raramente. Dato che hanno periodi molto brevi, presentano un gran numero di punti, che compaiono anche al posto delle virgole, dei due punti e soprattutto del punto e virgola.
Il caso estremo di stile segmentato è il testo giornalistico, per cui si parla di punteggiatura giornalistica
.

Analizzando il mio scritto, appare evidente che lo stile usato è quello coeso; a detta della Serafini, che è un’autorità in ambito linguistico, l’uso del punto e virgola in questo stile è più che giustificato. A me personalmente lo stile giornalistico, o quello segmentato in generale, non piace, basta dare una letta ai post contenuti nel mio blog per arrivare alla conclusione che il taglio non è quello giornalistico. Mi sforzo di usare uno stile segmentato solo quando scrivo degli articoli di cronaca, ma onestamente è solo uno sforzo perché, come appena detto, non rientra nello stile naturale della mia scrittura.

Se poi le parole della Serafini non bastassero, Elisabetta Degl’Innocenti nel suo manuale Scrittura Scritture definisce in questo modo la punteggiatura: quell’insieme di segni che, da una parte indicano – in un certo senso rappresentano visivamente – la scansione logico–sintattica di un testo, dall’altra imitano le intonazioni del parlato e suggeriscono le pause nella lettura. Ora, credo che tutti sappiano che il punto fermo indica una pausa lunga, al contrario del punto e virgola che segnala una pausa più breve rispetto al punto fermo e un po’ più lunga rispetto alla virgola. Quindi, a rigor di logica, separare le parti di un’enumerazione con dei punti, al posto dei punti e virgola, crea una sorta di scollegamento tra le parti stesse e conseguentemente disorientamento nel lettore che non capisce che l’elenco non è ancora finito ma continua. Questo in linea generale. L’uso di uno stile segmentato al posto del coeso non è proibito ma certamente non può essere imposto. È dunque solo una questione di scelte personali, di punti d vista, in un certo senso.

Elisabetta Degl’Innocenti, tuttavia, ammette che alcuni segni appaiono in disuso, soprattutto nella scrittura giornalistica, pubblicitaria e aziendale, mentre permangono nella scrittura scolastica e accademica. Tra questi segni poco usati enumera anche il punto e virgola tradizionalmente utilizzato per separare proposizioni coordinate in periodi complessi o per enumerare porzioni di testo abbastanza ampie. Se si conosce il significato del termine “disuso”, non lo si potrà considerare sinonimo di “errato”. Se il punto e virgola è ormai poco usato ma io continuo a farne un uso moderato e solo in alcune situazioni, significa che il mio modo di scrivere rientra nella “tradizione” e di ciò, sinceramente, vado fiera. Odio, infatti, la scrittura giornalistica in cui ai vari “orrori” sintattici si aggiungono i sempre troppo frequenti errori ortografici, e non sopporto il modo di scrivere delle nuove generazioni di scrittori che partoriscono romanzi di successo solo perché l’argomento che trattano attira l’attenzione dei teenager. Quindi se mi si può muovere una critica, la mia non è una scrittura troppo moderna, ma non accetto che la si consideri scorretta. Né mi fa particolarmente piacere che si insinui che ai miei allievi non sappia insegnare l’uso corretto dei segni d’interpunzione. Io mi sono sempre sforzata di trasmettere loro degli strumenti utili all’acquisizione di competenze nell’ambito di una “scrittura scolastica corretta”, poi decideranno loro se continuare a scrivere usando per lo più uno stile coeso o se preferirgli quello segmentato. Non mi pare, dunque, di aver fatto dei danni.

Infine, mi permetto di osservare che la “collega Annalisa” – che non so dove insegni, se alle elementari, alle medie o addirittura all’università, visto che vuol fare un corso accelerato di italiano per docenti di scuola media superiore – avrebbe potuto risparmiarsi il commento finale: mi sa che è lei una che predica brillantemente – si fa per dire – ma razzola malissimo. Parole sue, non mie.

23 giugno 2009

COME SCRIVERE BENE … LA SEMPRE VERDE “BUSTINA” DI UMBERTO ECO

Posted in lingua, scuola tagged , , a 9:29 pm di marisamoles

fiammiferi minervaLa bustina di Minerva è una rubrica, curata da Umberto Eco, iniziata sull’ultima pagina dell’Espresso nel marzo del 1985 e continuata con regolarità settimanale sino al marzo 1998, quando è diventata quindicinale. Le “Bustine” sono state selezionate e raccolte in un libro, La bustina di Minerva, Bompiani editore (collana I Lemuri) nel 2001. Si spazia da riflessioni sul mondo contemporaneo, alla società italiana, alla stampa, al destino del libro nell’era di Internet, sino ad alcune caute previsioni sul terzo Millennio e a una serie di “divertimenti” o raccontini. La raccolta dà il senso alla rubrica che, come vuole il titolo, intendeva raccogliere quegli appunti occasionali e spesso extravaganti che talora si annotano nella parte interna di quelle bustine di fiammiferi che si chiamano appunto Minerva.

Una delle più famose “bustine” è quella in cui lo scrittore dà dei consigli semiseri su come scrivere bene. Alla vigilia della prova scritta d’Italiano dell’Esame di Stato, non si sa mai che qualcuno di questi consigli possa essere utile.

1. Evita le allitterazioni, anche se allettano gli allocchi.
2. Non è che il congiuntivo va evitato, anzi, che lo si usa quando necessario.
3. Evita le frasi fatte: è minestra riscaldata.
4. Esprimiti siccome ti nutri.
5. Non usare sigle commerciali & abbreviazioni etc.
6. Ricorda (sempre) che la parentesi (anche quando pare indispensabile) interrompe il filo del discorso.
7. Stai attento a non fare… indigestione di puntini di sospensione.
8. Usa meno virgolette possibili: non è “fine”.
9. Non generalizzare mai.
10.Le parole straniere non fanno affatto bon ton.
11.Sii avaro di citazioni. Diceva giustamente Emerson: “Odio le citazioni. Dimmi solo quello che sai tu.”
12.I paragoni sono come le frasi fatte.
13.Non essere ridondante; non ripetere due volte la stessa cosa; ripetere è superfluo (per ridondanza s’intende la spiegazione inutile di qualcosa che il lettore ha già capito).
14.Solo gli stronzi usano parole volgari.
15.Sii sempre più o meno specifico.
16.L’iperbole è la più straordinaria delle tecniche espressive.
17.Non fare frasi di una sola parola. Eliminale.
18.Guardati dalle metafore troppo ardite: sono piume sulle scaglie di un serpente.
19.Metti, le virgole, al posto giusto.
20.Distingui tra la funzione del punto e virgola e quella dei due punti: anche se non è facile.
21.Se non trovi l’espressione italiana adatta non ricorrere mai all’espressione dialettale: peso e! tacòn del buso.
22.Non usare metafore incongruenti anche se ti paiono “cantare”: sono come un cigno che deraglia.
23.C’è davvero bisogno di domande retoriche?
24.Sii conciso, cerca di condensare i tuoi pensieri nel minor numero di parole possibile, evitando frasi lunghe — o spezzate da incisi che inevitabilmente confondono il lettore poco attento — affinché il tuo discorso non contribuisca a quell’inquinamento dell’informazione che è certamente (specie quando inutilmente farcito di precisazioni inutili, o almeno non indispensabili) una delle tragedie di questo nostro tempo dominato dal potere dei media.
25.Gli accenti non debbono essere né scorretti né inutili, perché chi lo fa sbaglia.
26.Non si apostrofa “un” articolo indeterminativo prima del sostantivo maschile.
27.Non essere enfatico! Sii parco con gli esclamativi!
28.Neppure i peggiori fans dei barbarismi pluralizzano i termini stranieri.
29.Scrivi in modo esatto i nomi stranieri, come Beaudelaire, Roosewelt, Niezsche, e simili.
30.Nomina direttamente autori e personaggi di cui parli, senza perifrasi. Così faceva il maggior scrittore lombardo del XIX secolo, l’autore del 5 maggio.
31.All’inizio del discorso usa la captatio benevolentiae, per ingraziarti il lettore (ma forse siete così stupidi da non capire neppure quello che vi sto dicendo).
32.Cura puntigliosamente l’ortografia.
33.Inutile dirti quanto sono stucchevoli le preterizioni.
34.Non andare troppo sovente a capo. Almeno, non quando non serve.
35.Non usare mai il plurale majestatis. Siamo convinti che faccia una pessima impressione.
36.Non confondere la causa con l’effetto: saresti in errore e dunque avresti sbagliato.
37.Non costruire frasi in cui la conclusione non segua logicamente dalle premesse: se tutti facessero così, allora le premesse conseguirebbero dalle conclusioni.
38.Non indulgere ad arcaismi, apax legomena o altri lessemi inusitati, nonché deep structures rizomatiche che, per quanto ti appaiano come altrettante epifanie della differanza grammatologica e inviti alla deriva decostruttiva – ma peggio ancora sarebbe se risultassero eccepibili allo scrutinio di chi legga con acribia ecdotica – eccedano comunque le competente cognitive del destinatario.
39.Non devi essere prolisso, ma neppure devi dire meno di quello che.
40. Una frase compiuta deve avere.

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