QUEL FLOP DEI COBAS SUI TEST INVALSI …

Il Ministero dell’Istruzione e dell’Università ha reso noto che, a prove Invalsi ultimate (l’ultima, alle elementari, si è svolta il 13 maggio), solo una minima percentuale di scuole ha fatto ostruzionismo e perlopiù limitatamente alle scuole superiori (CLICCA QUI per leggere i dati forniti da Tuttoscuola.com).

I Cobas, sindacato del personale della scuola, ha portato avanti per mesi la sua battaglia contro la somministrazione delle prove. Una contrarietà scaturita da osservazioni per la maggior parte legittime, specie se consideriamo la prospettiva dell’utilizzo dei test ai fini meritocratici. Ma la maggior parte dei docenti interessati non si è sottratto agli ordini di servizio diffusi dai dirigenti che non se la sono sentita di dire di no al ministero, facendo leva sul senso di responsabilità e di dovere degli insegnanti.

Ma se quello dei Cobas può essere considerato un flop a livello di protesta (solo una ventina i dimostranti davanti al Ministero dell’istruzione in una manifestazione indetta per venerdì 13), dobbiamo riconoscere al sindacato il merito di aver promosso una riflessione seria e non proprio politicizzata sulla validità delle prove InValsi e sull’opportunità di rivedere la tipologia delle stesse per il futuro. Perché è impensabile che il MIUR torni indietro e ormai alla rilevazione dell’Istituto per la Valutazione del Sistema educativo di Istruzione e di formazione non si può dire di no. Ma le prove possono essere migliorate e adattate al contesto scolastico delle scuole italiane (assai diverso rispetto al sistema anglosassone, ad esempio, dove i test sono utilizzati da decenni), a condizione che si apra un dibattito tra “addetti ai lavori” e il ministero e se ne discuta anche a livello parlamentare.

Leggo su Tuttoscuola.com che in questi giorni il mondo politico ha preso piena consapevolezza della necessità di disporre di un sistema di valutazione libero da utilizzi strumentali, serio, attendibile e capace di sostenere la scuola nell’impegno quotidiano di assicurare qualità al servizio per gli alunni.
È stato chiaro a molti che i test non devono essere utilizzati per usi impropri. E il Parlamento ha chiesto di discuterne a viso aperto con il ministro. Merito anche, forse inconsapevole, dei Cobas
.

Questa riflessione mi sembra condivisibile e le premesse appaiono buone. E’, quindi, necessario che venga estesa al mondo politico per poter giungere ad un obiettivo comune che è quello di dare credibilità alle prove Invalsi, per evitare che siano sentite solo come un obbligo formale senza nessuna utilità pratica.
Secondo Tuttoscuola.com, la credibilità delle prove e la credibilità dell’Invalsi, passa attraverso almeno sei punti:

1) Le prove sono credibili innanzitutto se sono scientificamente corrette e oggettivamente valutate: da quanto emerge dai commenti degli insegnanti siamo sulla strada giusta, ma si può e si deve fare meglio.

2) Le prove sono credibili se non sono altro rispetto agli obiettivi di apprendimento definiti dalle Indicazioni nazionali: il rischio che le scuole si adeguino, di fatto, agli obiettivi contenuti nei test anziché a quelli delle Indicazioni nazionali, è reale. Spetta soprattutto al Miur chiarire la priorità e la portata degli obiettivi delle Indicazioni nazionali rispetto a quelli impliciti – ma non troppo – ricavabili dalle prove Invalsi.

3) Le prove sono credibili, poi, se sono condivise come strumento di lavoro e di autovalutazione utile e indispensabile per le scuole e per i docenti: i dirigenti scolastici e in primo luogo Miur possono concorrere a costruire questa credibilità nella condivisione delle forme, delle modalità e degli obiettivi.

4) Le prove sono credibili se il loro utilizzo non è inquinato dal timore di usi impropri che ne distorcano la finalità principale: la conoscenza dei punti di forza e di debolezza del sistema educativo da porre alla base delle decisioni delle politiche formative. Il dibattito in Parlamento può aiutare a consolidare questa consapevolezza.

5) Inoltre, le prove sono riconosciute dalle scuole anche in proporzione alla autorevolezza riconosciuta all’Invalsi, come autorità valutativa di eccellenza, autonoma il più possibile dal sistema di istruzione: è compito della politica assicurarne l’autonomia e la terzietà.

6) Concorrerebbe al superamento di comportamenti ostruzionistici l’esplicito riconoscimento del supplemento di lavoro e di fatica che accompagna le prove, con ricadute anche di natura retributiva con il salario accessorio nei confronti del personale coinvolto: sindacati e ministero al prossimo rinnovo contrattuale ne tengano conto.

Non credo ci sia altro da aggiungere. Spero solo che questa riflessione auspicata ci sia, in un futuro non troppo lontano, e che il dibattito dia dei risultati onesti e condivisi da tutte le forze politiche. Altrimenti il rischio sarebbe di vedere solo un’altra battaglia politica tra schieramenti opposti di cui la scuola non ha bisogno.

AGGIORNAMENTO DEL POST, 25 MAGGIO 2011

Anche se in ritardo, pubblico, per correttezza visto che ho citato l’articolo di Tuttoscuola.com, la replica inviata il 17 u.s. al quotidiano on line da parte del portavoce nazionale dei Cobas, all’articolo riportato nel presente post.

Cari redattori/trici di Tuttoscuola,

vi scrivo a proposito della vostra newsletter n.490 e della valutazione che, in uno degli articoli della stessa, date a proposito del ruolo svolto dai COBAS nella vicenda dei quiz Invalsi. Non entro nel merito, la discussione sarebbe lunga e complessa e non riassumibile in poche righe. Le nostre posizioni le potete trovare agevolmente nel nostro sito, articolate e dettagliate. Vi scrivo solo per tre precisazioni.

1) I dati sulle astensioni dai quiz che abbiamo fornito nella giornata del 10 maggio (quella davvero cruciale, perchè le prove si svolgevano, come sapete, per la prima volta alle superiori e non erano state precedute, quasi ovunque, da decisioni dei Consigli che vincolassero i docenti alla effettuazione dei quiz) sono reali e si riferiscono all’intero campione di 2 milioni e 200 mila studenti circa; la replica Miur non ha senso perchè si rivolge alle sole 2000 classi campione (studenti coinvolti meno di 50 mila, neanche il 3% del totale) dove a far svolgere i quiz ci hanno pensato gli ispettori ministeriali; l’astensione è stata diffusa e ampia, pur se spesso neutralizzata da interventi pesanti, minacciosi e repressivi di tanti presidi-padroni che sono stati convinti dal Miur di essere i proprietari dei loro istituti.

2) Noi non abbiamo convocato alcuno sciopero, perchè abbiamo ritenuto essenziale stare a scuola e condurre lì la nostra lotta, ora per ora. Lo sciopero, del tutto inutile e persino controproducente poi l’ultimo giorno di prove, è stato convocato da una micro-organizzazione che usa un nome simile al nostro, creando molta confusione nell’informazione, ma che non ha alcun peso nelle iniziative e mobilitazioni e che appunto, come giustamente rilevate voi, non è in grado di mettere in piazza più di una ventina di persone. Le nostre mobilitazioni nazionali di piazza, quando le facciamo, muovono sempre migliaia (o decine di migliaia) di persone: ed è facile dimostrarlo.

3) Dire che è “merito anche, forse inconsapevole, dei Cobas” di aver posto la questione dell’Invalsi e della valutazione alla attenzione nazionale come mai era successo in precedenza, è una pessima “chiusa” di articolo, che non fa onore al vero, che contraddice il titolo e l’intero scritto e che é davvero ingiusta nei nostri confronti. Il merito è TUTTO nostro (non “anche”) ed è totalmente CONSAPEVOLE: le nostre tesi sono state le uniche, in questi anni, di radicale opposizione ai quiz Invalsi (e i motivi, lo ripeto, li trovate ben argomentati sul nostro sito http://www.cobas-scuola.it), il nostro lavoro capillare e assiduo (nonostate la dittatura sindacale vigente in Italia ci neghi persino il diritto di svolgere assemblee nelle scuole in orario di lavoro) in questi mesi ha toccato tutte le province e le città ed è stato l’unica fonte di informazione e di protesta; il lavoro verso i massmedia è stato altrettanto diffuso e ampio. Tutto in piena consapevolezza: come ritengo avvenga per i vostri articoli, di cui non dirò mai che siano”inconsapevoli”.

Grazie comunque dell’attenzione e buon lavoro

Piero Bernocchi, portavoce nazionale COBAS

FRIULI – VENEZIA GIULIA, REGIONE LEADER NELL’INSEGNAMENTO DELLE LINGUE

Leggo su Tuttoscuola.com una notizia che mi riempie d’orgoglio e che mi fa piacere riportare per i miei lettori.

Il Friuli primeggia nell’insegnamento di lingua straniera

Il Friuli Venezia Giulia è all’avanguardia in Italia per aver avviato, da oltre 10 anni, l’insegnamento in lingua straniera di discipline non linguistiche. A riconoscerlo è lo stesso ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca, che ha organizzato a Trieste, nella sede della Camera di commercio, la prima conferenza nazionale sul “Content and Language Integrated Learning (CLIL)”, cioè “Apprendimento integrato di lingua e contenuto” che in Friuli Venezia Giulia coinvolge una rete di 90 scuole e 370 insegnanti.

Una situazione definita “di grande partecipazione” sia dal direttore dell’Ufficio scolastico del Fvg Daniela Beltrame, che dall’assessore regionale all’Istruzione Roberto Molinaro, presente all’apertura dei lavori assieme al consigliere del ministro Gelmini, Max Bruschi. Da parte regionale è stato evidenziato che il plurilinguismo appartiene culturalmente alla dimensione del Friuli Venezia Giulia “tanto per le minoranze che qui vivono, quanto per le tendenze europeiste maturate nella seconda metà del 900 in particolare a Trieste, tornata italiana nel 1954”.

Il Friuli Venezia Giulia ogni anno accoglie 8 mila ricercatori provenienti da tutto il mondo. La Conferenza – a cui hanno partecipato l’ispettrice per le lingue della Lombardia, Gisella Langè e i massimi esperti mondiali di CLIL come David Marsh (università di Jyvaskyla), Peeter Mehisto (institute of education di Londra) e Maria Frigols (università di Valencia) – è diventata così un riconoscimento per Trieste e il Friuli Venezia Giulia e un’occasione – è stato affermato – per condividere con il sistema Paese un’esperienza proposta dalle scuole alle istituzioni come priorità.

Be’, tra quei 370 docenti ci sono anch’io. Un’unica osservazione: non so perché il CLIL sia concepito come insegnamento in lingua straniera (normalmente l’Inglese ma, in minor misura, anche le altre lingue comunitarie) di discipline non linguistiche. Lo stesso concetto è presente nelle Indicazioni Nazionali per l’attuazione della Riforma della Secondaria di II grado che prevede l’insegnamento CLIL nell’ultimo anno del corso di studi, sempre relativamente ad una disciplina non linguistica. Sull’argomento tornerò con più calma e con un post dedicato. Ora mi limito a dire che sono cinque anni che insegno Latino e Storia in Inglese, in moduli rigorosamente interdisciplinari, e non ci trovo nulla di inadeguato nella didattica di una Lingua antica come il Latino – ma in relazione al suo aspetto di civiltà e cultura, quindi non strettamente linguistico e letterario – in lingua Inglese. Nei Paesi anglofoni, e non solo, il Latino si insegna. Che c’è di male se noi Italiani lo insegniamo anche in Inglese?