15 dicembre 2014

IL NATALE DEGLI ALTRI: IL RITO GRECO ORTODOSSO

Posted in Capodanno, crocifisso, cultura, dolci natalizi, Natale, religione, tradizioni popolari, Trieste tagged , , , , , , , , , , , , a 12:00 pm di marisamoles

natale atene
La Grecia, come si sa, è stata la patria della religione politeista che ha visto nel sommo Zeus il padre di tutte le divinità e nel monte Olimpo la sede del cosiddetto pantheon.
Con la diffusione del Cristianesimo anche la terra di Socrate, Platone e Aristotele ha abbandonato l’antica fede e abbracciato la religione diffusa dalla Chiesa di Roma.

La rottura vera e propria tra la Chiesa occidentale, quella di Roma, e la Chiesa Orientale avvenne nel 1054. Da questo Grande Scisma nacque la religione ortodossa che ben presto da Gerusalemme e Costantinopoli si diffuse in Bulgaria, Romania, Grecia e Russia.
Nonostante nell’ambito delle diverse Fedi si possano riscontrare delle diversità, anche per quanto riguarda la celebrazione delle feste principali, come Natale e Pasqua, tutte le Chiese ortodosse hanno identica struttura, sono autonome e indipendenti, non avendo un’organizzazione accentrata, e ciascuna di esse è retta da un patriarca. I patriarcati più importanti sono quelli di Mosca, di Costantinopoli e di Gerusalemme. In Grecia la Chiesa ortodossa è Chiesa di Stato.

natale-barra-stelline

Per i Greci il Natale è una festività molto importante e sentita. A differenza di altre Chiese ortodosse – ad esempio, slave e copte che adottano il calendario giuliano e celebrano la nascita del Signore il 7 gennaio – la Chiesa greca condivide con quella cattolica il calendario gregoriano e quindi festeggia il Natale il 25 dicembre, anche se i riti si protraggono per tutto il periodo natalizio, ovvero fino al 6 gennaio, giorno in cui i Greci ricordano il battesimo di Cristo da parte di San Giovanni Battista sulle rive del fiume Giordano.

In Grecia non c’è l’usanza di addobbare l’albero né di allestire il presepe (introdotto in occidente da San Francesco), sostituito da dei splendidi modellini di barche a vela in legno, decorati in modo speciale con tondini scintillanti e che evocano il mare, elemento con cui i Greci hanno un legame particolare. L’unica icona di Natale è rappresentata da una candela accesa che simboleggia la Stella Cometa e che viene portata in chiesa la notte del 24 dicembre, in attesa delle celebrazioni di rito.

kourabiedes
I bambini non attendono Babbo Natale né, ovviamente, trovano i regali sotto l’albero, visto che non rientra nelle usanze greche. Ma non rimangono a bocca asciutta: infatti il 24 dicembre ai più piccoli viene regalata una sacca e un bastone con cui si recano di casa in casa cantando le calanda, tipiche canzoni natalizie, accompagnati dal suono di piccoli strumenti musicali come il trigono (un triangolo in acciaio suonato da una bacchetta metallica). In cambio della loro performance canora ricevono in dono frutta secca e biscottini, soprattutto i tradizionali kourabiedes, piccoli biscotti ricoperti di zucchero candito. (QUI potete trovare la ricetta)
Una specie di Babbo Natale, tuttavia, è San Basilio che porta i doni ai bambini il 1° gennaio. Si tratta, quindi, di pazientare un po’ …

vasilopitaNella notte di Capodanno c’è anche l’usanza di preparare la vasilopita, ovvero la “torta di San Basilio”, che consiste in un dolce a base di latte, uova, burro e zucchero, nel cui interno è stata inserita una moneta di buon auspicio. La torta viene tagliata dal capofamiglia seguendo un preciso ordine gerarchico: la prima fetta è di Gesù, la seconda è della casa, la terza del capofamiglia, la quarta del coniuge, poi dei figli, nipoti, sempre in ordine di età. Perciò la vasilopita viene tagliata in tante fette quanti sono i componenti della famiglia, più due. La monetina diventerà il portafortuna di tutto l’anno per colui che la troverà nella propria fetta. E’ ovvio che se la monetina capiterà nella fetta di Gesù o della casa tutta la famiglia sarà benedetta. (QUI trovate la ricetta per preparare la vasilopita)

Ma torniamo al Natale. La sera del 24 dicembre le famiglie si riuniscono per la tradizionale cena in cui non mancano i piatti tipici. E’ usanza che le donne di casa portino in tavola il Christopsomo, che letteralmente significa “pane di Cristo”. Si tratta di una pagnotta dolce di varie forme con decorazioni sulla crosta che rappresentano vari aspetti della vita familiare. Questo pane speciale verrà mangiato il giorno di Natale e sarà spezzato dal capofamiglia che poi lo distribuirà ai commensali. Un rito che, in un certo senso, ricorda la Comunione.

icona santa-famigliaLa mattina del 25 dicembre i Greci vanno a messa. Le loro chiese hanno una particolare struttura architettonica che ricorda il Tempio di Salomone a Gerusalemme. Si entra prima in un vestibolo, dove si trova il fonte battesimale, poi c’è la navata della chiesa vera e propria, luogo in cui la comunità si raccoglie durante la funzione religiosa. L’altare è separato dalla navata e sottratto alla vista dei fedeli dall’iconòstasi, una specie di parete ricoperta dai tipici quadri religiosi ortodossi, le icone, con le immagini di Cristo, di Maria, degli Apostoli e dei Santi, e si trova nel punto più sacro del tempio al quale può accedere solo il sacerdote.
La messa ortodossa trasmette un grande senso di armonia e di bellezza. E’ caratterizzata da processioni con incenso e torce, candele che vengono accese e spente, l’atto di inginocchiarsi e baciare le icone, i canti eseguiti dal coro senza accompagnamento di strumenti musicali.

Melomakaronagreek
Dopo la messa, le famiglie si riuniscono per il pranzo natalizio in cui vengono servite delle pietanze particolari come la tiropitakia, dei fagottini di pasta a filo ripieni di formaggio serviti come antipasto, la galopoula, tacchino farcito con castagne, uvetta di Corinzio e noci o mandorle, accompagnata da patate al forno, e il gourounopoulo psito, un porcellino arrosto in olio d’oliva e fatto cuocere a forno lento per circa 3 ore, e bagnato regolarmente col suo succo, acqua calda e succo di limone. Non può mancare il dolce tipico che è il melomacarona, a base di noci e sciroppo di miele. (QUI potete trovare la ricetta)

Passando alle tradizioni popolari diffuse in Grecia in occasione del Natale, è nota la leggenda dei Kallikantzaroi, delle creature mostruose che vivono gran parte dell’anno negli inferi e divorano l’albero che regge il centro della Terra. A Natale, però, la nascita di Gesù fa sì che quest’albero si rigeneri completamente. Per questo motivo si crede che il 25 dicembre i Kallikantzaroi escano dalle viscere della Terra per vendicarsi degli uomini, rimanendo sulla Terra fino al 6 gennaio, quando, grazie alla Benedizione delle Acque, vengono rispediti negli inferi.

natale greco benedizione acquaLa benedizione dell’acqua, che conclude le festività il 6 gennaio in occasione dell’Epifania (in greco ta fota), avviene gettandovi dentro una croce: in chiesa il sacerdote compie quest’atto nell’acquasantiera, ma è usanza farlo anche nei fiumi, lungo le coste e nei porti. Quando la croce cade in acqua, nei porti suonano le sirene delle navi e le chiese celebrano l’evento con continui rintocchi di campane mentre gruppi di ragazzi, a volte sfidando l’acqua gelida, fanno a gara per recuperare il crocifisso perché si crede che chi lo tocca per primo avrà una vita prosperosa durante l’anno. (nella foto a lato, il rito che si svolge nel porto di Trieste dove la comunità greco-ortodossa è assai numerosa e ha una propria chiesa, intitolata a San Nicolò, dove celebrare le funzioni)

[fonti: guidagrecia.net, www.storico.org, angiecafiero.it, www.grecia.cc e lastampa.it; immagini tratte dal web da siti vari, qualora coperte da copyright, si prega di contattarmi]

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13 febbraio 2014

SAN VALENTINO? CHE STRESS!

Posted in amore, attualità, tradizioni popolari, Uomini e donne tagged , , , , , , , , , a 9:10 pm di marisamoles

cupido è morto
Dove sono finiti gli inguaribili romantici, quelli che non vedevano l’ora arrivasse San Valentino? Pare che al giorno d’oggi la celebre festa dedicata agli innamorati produca solo stress. Almeno per il 50% delle persone intervistate dall’Associazione europea disturbi da attacchi di panico (Eurodap).

L’indagine è stata condotta on line tramite un questionario cui hanno risposto 500 persone di età compresa tra i 20 e i 60 anni. Per cinque persone su dieci il 14 febbraio genera solo stress per motivi che vanno dalla scelta del regalo per il partner alle aspettative molto alte che immancabilmente vengono deluse. Per alcuni la causa di maggior stress deriva dalla situazione da vivere assieme.

Come spiega Paola Vinciguerra, psicoterapeuta e presidente Eurodap, il giorno degli innamorati preoccupa più le coppie mature perché, dopo tanti anni di vita uno accanto all’altro, è più difficile creare una situazione romantica, mentre le coppie giovani si preoccupano molto del regalo da fare.

Certamente il clima che si respira in questi tempi di crisi, che non è solo economica, non aiuta. La Vinciguerra a questo proposito osserva: «In un momento sociale così complesso e stressante, in cui già la coppia risente fortemente delle tensioni che si producono nel quotidiano, è importante fare in modo che questa ricorrenza produca invece armonia, complicità e contatto profondo».

A questo punto, sarò anche poco romantica ma se questa festa non è più sentita, se deve generare ansia e stress, mi chiedo perché non far finta di nulla. Chi si ama non ha bisogno di una festa per vivere un momento speciale né ha bisogno di regali. E chi non si ama … vabbè, sarà meno stressato. Ogni tanto bisogna pur vedere il lato positivo delle cose.

[LINK della fonte]

6 gennaio 2014

“VOGLIO FARE UN REGALO ALLA BEFANA” di GIANNI RODARI

Posted in auguri, poesia, tradizioni popolari tagged , , , , , , a 2:30 pm di marisamoles

calze befana
La Befana, cara vecchietta,
va all’antica, senza fretta.

Non prende mica l’aeroplano
per volare dal monte al piano,
si fida soltanto, la cara vecchina,
della sua scopa di saggina:
è così che poi succede
che la Befana… non si vede!

Ha fatto tardi fra i nuvoloni,
e molti restano senza doni!

Io quasi, nel mio buon cuore,
vorrei regalarle un micromotore,
perché arrivi dappertutto
col tempo bello o col tempo brutto…

Un po’ di progresso e di velocità
per dare a tutti la felicità!

Gianni Rodari

[immagine da questo sito]

5 gennaio 2014

I NUOVISSIMI SMS PER BEFANE 2014

Posted in auguri, Natale, tradizioni popolari tagged , , , , , a 12:59 pm di marisamoles


Come da tradizione, ecco i nuovissimi sms per befane. In verità, non si tratta di messaggi “augurali” – che poi, onestamente, mica tutte le donne apprezzano! – quanto piuttosto di freddure sulla vecchina più famosa della nostra tradizione. Tutte rigorosamente originali, pensate stamattina mentre stiravo. Chissà perché quello dedicato allo stiro è il momento di massima ispirazione per la scrittura dei post. Poi, però, appena mi metto di fronte alla tastiera … regolarmente dimentico tutto ciò che mi era passato per la mente stirando i panni. 😦

Spero che queste battute vi piacciano e vi facciano sorridere un po’, dimenticando che le feste stanno per finire e la Pasqua quest’anno arriva tardi, molto tardi.

Buon divertimento e, se non sono riuscita a divertirvi, chiedo scusa anticipatamente.

La befana incontra il ministro Cancellieri e esclama: “Caspita! Ho trovato una che mi batte, speriamo vada piano con la scopa”.

La calza che il presidente Letta preparerà per la befana sarà extralarge … ci devono stare le larghe intese.

La befana è preoccupata per il suo futuro: con la riforma dell’ex ministro Fornero dovrà attendere i 90 anni per andare in pensione.

Il ministro Kyenge e la befana si incontrano. La prima domanda: “Ce l’hai il permesso di soggiorno?”. La befana risponde: “No, ho chiesto asilo e sto partendo per Lampedusa”.

Berlusconi incontra la befana e fa: “Cara Rosy, hai trovato un altro lavoro visto che per la politica sei troppo intelligente?”

Quando il presidente Napolitano s’imbatte nella befana, le dice: “Ho visto che anche tu sei costretta a rimanere in carica alla tua bella età. Al parlamento hanno proposto la Bonino per sostituirmi ma mi sa che hanno sbagliato: dovevano eleggerla al posto tuo”.

La befana è costretta a fare gli straordinari: gli italiani hanno pochi soldi e lei trova, appese al caminetto, le calze bucate. Le tocca pure portarsi ago e filo per ricucirle.

I bambini non credono più alla befana. D’altronde, guardando Ballarò si sono resi conto che non bisogna mai credere a tutto ciò che dicono i grandi.

Il tweet preferito della befana: “Raga, ho cambiato look. Andate a vedere le nuove foto su Instagram”.

La befana è stata denunciata per omissione di soccorso: si è scontrata con il ministro Cancellieri e ha pensato: “Una concorrente in meno”. E via con la scopa …

Lo scherzo preferito della befana: lasciare nella calza un biglietto con su scritto: “Sono momentaneamente irraggiungibile. Si prega di richiamare l’anno prossimo”.

La befana è stata raggiunta da una cartella di Equitalia che l’ha denunciata per evasione fiscale. Ormai lavora in nero anche lei perché nessuno si sognerebbe mai di assumerla a tempo indeterminato.

GLI ALTRI SMS PER BEFANE QUI E QUI.

Poi ci sono anche i post seri sull’Epifania, naturalmente:
I re Magi, tra verità e leggenda (il mio preferito)
Viene viene la Befana … (la sempreverde poesia di Giovanni Pascoli) e un articolo correlato:
Presepe o presepio?

31 ottobre 2013

DOLCETTO O SCHERZETTO? DOLCETTO, OVVIO!

Posted in auguri, dolci, tradizioni popolari tagged , , , , , , , , a 2:12 pm di marisamoles

halloween_pumpkin
Halloween è, da tempo ormai, entrata a far parte delle tradizioni nostrane, pur essendo sempre considerata un’americanata. Le sue origini, tuttavia, sono europee e risalgono ad un’antica festa celtica durante la quale venivano richiamati gli spiriti dei morti, con l’intento principale di scacciare la paura della morte.

Emigrata in America a metà dell’Ottocento assieme agli irlandesi, la festa di Halloween conquista ben presto la popolazione locale e viene arricchita da altre tradizioni, come per esempio il travestimento (derivato anch’esso dall’antica usanza dei Celti di indossare pelli di animali e maschere mostruose durante i riti di Samhain e dell’accensione del Fuoco Sacro, il 31 ottobre). Usata tipica statunitense sembra essere quella dei bambini che, la notte di Ognissanti, se ne vanno di casa in casa recitando la famosa frase: “Dolcetto o scherzetto?” (“Trick or treat?”). Ma anch’essa probabilmente ha origine celtica e rievoca l’usanza di lasciare cibo e latte fuori dalla porta, nella speranza di ingraziarsi gli spiriti ed evitare le loro malefatte.

Ora, io personalmente non mi porrei il problema della scelta, essendo golosissima di dolci. E per l’occasione, vi regalo una semplicissima ricetta che, in qualche modo, è legata alla tradizione di Halloween e alla zucca, usata dagli immigrati irlandesi per confezionare le classiche lanterne per le quali, in origine, si utilizzavano le cipolle. Un dolcetto alle cipolle credo possa essere considerato un esperimento azzardato ( e non poi così gradito), ma con la zucca si possono preparare ottimi dolci.

Pumpkin Muffins
MUFFIN ALLA ZUCCA E MANDORLE

Ingredienti per 14 muffin:

200g farina 00

50g fecola di patate

200 ml latte

130g olio di semi di girasole

130g zucchero di canna

1 cucchiaino cannella

1 cucchiaino lievito

1 uovo

130g polpa di zucca lessata

20g mandorle pelate

zucchero a velo

Fate lessare la zucca (io uso il passato già pronto surgelato), frullatela con le mandorle e lasciatela raffreddare. Mescolate tutte le polveri e aggiungete tutti i liquidi mescolando energicamente fino ad ottenere una pastella omogenea. Ponete i pirottini di carta nello stampo da muffin e riempiteli fino a 1 cm dal bordo con la pastella. Infornate per 30 minuti a 180°.
A piacere, spolverate con lo zucchero a velo.

E ora non mi resta che augurare a tutti (anche a quelli come me che non amano particolarmente questa festa) un buon Halloween e … BUON DOLCETTO!

[immagine muffin da questo sito]

28 marzo 2013

LA TRADIZIONE PASQUALE

Posted in auguri, Buona Pasqua, religione, tradizioni popolari tagged , , , , , , , a 4:29 pm di marisamoles

Marisa Moles's Weblog

Ripropongo questo vecchio post per AUGURARE A TUTTI I LETTORI UNA BUONA PASQUA.

Com’è noto, la Pasqua cristiana celebra la resurrezione di Cristo, ma dal punto di vista etimologico si collega al rito ebraico del Pèsach (parola che significa “passaggio”) ed il periodo in cui Gesù fu catturato, condannato, in seguito ad un sommario processo popolare, e crocifisso, per gli ebrei di Palestina era appunto la “pasqua”. Tale festività ricordava ai figli di Israele l’esodo dall’Egitto in cui essi erano ridotti in schiavitù, con cui aveva inizio il lungo viaggio verso la Terra Promessa.

La Bibbia racconta che gli ebrei egiziani furono salvati dalla tremenda punizione divina che si abbatté sugli egizi: l’Angelo di Dio aveva, infatti, decretato l’uccisione di tutti i primogeniti delle famiglie egiziane, dopo che il faraone aveva impedito agli ebrei di andarsene. Questi ultimi avevano scampato il pericolo cospargendo gli stipiti delle porte delle loro case…

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2 febbraio 2013

LA MADONNA CANDELORA E LA PRIMAVERA CHE VERRÀ … TARDI

Posted in religione, tradizioni popolari tagged , , , , , , , , , , , a 6:40 pm di marisamoles

madonnacandelora
Il 2 febbraio la Chiesa celebra la Madonna Candelora perché in questo giorno si benedicono le candele, simbolo di Cristo che illumina la strada ai fedeli. In realtà la festa ricorda la presentazione di Gesù bambino al Tempio e, nello stesso tempo, la purificazione di Maria. Infatti, secondo l’usanza ebraica, una donna era considerata impura per un periodo di 40 giorni dopo il parto di un maschio e doveva andare al Tempio per purificarsi: il 2 febbraio cade appunto 40 giorni dopo il 25 dicembre.

Fino a qualche decennio fa, a pensarci bene, in occasione del battesimo la Chiesa non ammetteva che la mamma del bambino portasse alla fonte il suo piccolo in braccio. Da qui l’usanza di presentare il nuovo nato da parte della madrina, mentre la madre doveva rimanere in fondo alla chiesa. La donna nel periodo post partum era, infatti, considerata impura e non degna di avvicinarsi all’altare. Fortunatamente quest’usanza non c’è più e il battezzando è portato alla fonte direttamente dalla mamma, anche se è vero che difficilmente i genitori hanno la possibilità di far celebrare l’ingresso del loro piccolo nella comunità dei cristiani entro i primi quaranta giorni dalla nascita.

Tornando a questa festa, come spesso accade, essa ha origini precristiane. Tra le tante leggende, quella che più facilmente si può accostare alla festività della Candelora è dedicata alla dea Februa (espiazione) o Iuno Febrata (Giunone), madre di Marte dio della guerra, dea deputata a presiedere ai riti di purificazione a cui si sottoponevano le donne dopo il parto. Questa festa veniva celebrata alle Calende di febbraio, il primo giorno del mese secondo l’antico calendario romano. Era usanza portare per le vie della città i Ceri di Februa per tenere lontano le negatività. Lo stesso nome del mese deriva dal latino februus che significa “purificante”, quindi c’è uno stretto legame tra l’antico rito e il nome della Candelora attribuito dalla Chiesa alla madre di Gesù.

Un’altra tradizione associa la Candelora ai riti pagani dei Lupercali (Lupercalia), in onore del dio Fauno Lupercus (protettore del bestiame) o, secondo Dionigi di Alicarnasso, in ricordo della lupa nutrice di Romolo e Remo. Questa festa veniva, però, celebrata il 13 febbraio: la tradizione vuole che i sacerdoti, detti Luperci, andassero per le strade muniti di cinghie di cuoio, ricavate dalla pelle degli animali sacrificati, percuotendo gli uomini in segno di penitenza o toccando le donne per dar loro fertilità. Le origini di questa usanza sarebbero da ricercare nella leggenda secondo la quale la dea Giunone Lucina (o Lucezia) aveva reso feconde le Sabine, incapaci di procreare dopo il ratto, suggerendo all’aruspice di toccarle con delle strisce di pelle (februa o amiculum Iunonis), ricavate dalla pelle di un “becco” (caprone) a lei immolato.

Già ai tempi di Papa Gelasio (V secolo) il senato romano abolì la festa pagana dei Lupercali, sostituendola con la celebrazione della Madonna Candelora. In seguito, l’imperatore Giustiniano, nel VI secolo, anticipò la ricorrenza al 2 febbraio.

Il 2 febbraio e la festività della Candelora sono legati anche a molti detti popolari che, pur cambiando nella forma, mantengono la stessa sostanza: dal tempo atmosferico che caratterizza questa giornata si fanno pronostici sull’arrivo più o meno tempestivo della primavera.
Da nord a sud d’Italia i proverbi sulla Candelora dicono che se la giornata è piovosa la primavera è ancora lontana, mentre se splende il sole essa è più vicina.
Questa tradizione è probabilmente legata ad altri riti che venivano compiuti all’inizio di febbraio: quelli in onore di Cerere, dea della fertilità e delle messi, madre di madre di Proserpina. La fanciulla era stata rapita da Plutone, dio dell’Oltretomba, e la madre, disperata, l’aveva cercata a lungo alla luce delle fiaccole. Nel frattempo la natura era abbandonata a se stessa e gli agricoltori pregavano affinché Demetra tornasse ad occuparsi di loro. Quando la dea scoprì il rapimento della figlia, con Plutone arrivò ad un compromesso: la giovane sarebbe rimasta con lo sposo nel regno degli Inferi per sei mesi, quelli in cui la natura riposa (autunno e inverno), mentre la madre avrebbe potuto godere della compagnia della figlia nella rimanente parte dell’anno in cui la natura era più rigogliosa.
Dalle fiaccole portate da Demetra alla ricerca della figlia deriverebbe la Candelora cristiana (festum candelorum), appunto l’usanza dell’accensione delle candele il 2 febbraio.

Tornando ai proverbi sulla Candelora e il tempo, a Roma si dice:

Quanno viè la Candelora
da l’inverno sémo fóra,
ma se piove o tira vènto,
ne l’inverno semo dentro
.

In Romagna, invece, l’interpretazione è proprio opposta:

Per la Candelora,
se piove o nevica,
dall’inverno siamo fuori;
ma se non piove,
abbiamo ancora quaranta giorni di inverno
.

Anche in Friuli si va controcorrente:

A la Madone-cjandelore,
s’al è nulât il frêt al è lât,
s’al è seren il frêt al ven
.

[Alla Madonna della Candelora se c’è nuvolo il freddo è andato, se c’è sereno il freddo viene]

A Trieste il detto è legato ai due fenomeni della bora chiara (con il sole) e di quella scura (accompagnata dalla pioggia):

Se la vien con sol e bora
de l’inverno semo fora.
Se la vien con piova e vento,
de l’inverno semo drento
.

Che dire? Pare che friulani e triestini siano in disaccordo anche su questo! Io, tuttavia, non tradisco le mie origini: qui piove a dirotto dalla scorsa notte e nel pomeriggio si è alzato il vento … per maggior sicurezza, ho interpellato mia mamma e ho saputo che a Trieste xe piova e vento (bora scura), quindi temo proprio che la primavera sia ancora lontana.

Segnalo anche questo bell’articolo di Laurin42: *2 febbraio, il giorno dell’orso.

[fonti: Wikipedia, genova.erasuperba.it, meteogiornale.it; nell’immagine: “Madonna della Candelora delle Piume”, primi anni del secolo XXI, olio su tela, cm 30 x 40, collezione privata G. B. C., Bergamo, dal sito baroccoandino.com]

23 dicembre 2012

LA VERA DATA DI NASCITA DI GESÙ … NON LA SAPREMO MAI. BUON NATALE COMUNQUE!

Posted in auguri, Natale, religione, tradizioni popolari tagged , , , , , , , , , , a 8:38 pm di marisamoles

nativita
Una cosa è certa: la vera data di nascita di Gesù, sia per quanto riguarda il giorno sia per quanto riguarda l’anno, non la sapremo mai con certezza. I Vangeli, in questo senso, ci aiutano poco e le fonti storiche sono perlopiù in contraddizione con quei pochi indizi che possiamo trarre dalle letture sacre.

 

Iniziamo dal 25 dicembre. È possibile che questa data sia stata scelta per creare un parallelismo con la data del concepimento di Gesù: il 25 marzo. Tuttavia, anche quest’ultima data è più simbolica che reale. Infatti, il 25 marzo, giorno più giorno meno, coincide con l’equinozio di primavera e un tempo si riteneva che questa giornata, in cui si riscontra un perfetto equilibrio fra notte e giorno, fosse la più adatta per il concepimento del Redentore. Da qui la data del Natale, nove mesi dopo.

Ma c’è anche un’altra ipotesi: il 25 marzo potrebbe essere anche il giorno in cui Cristo morì. Infatti,  i primi Cristiani pensavano che la morte del Salvatore fosse collocabile tra il 25 marzo e il 6 aprile. Seguendo, poi, l’antica idea che i profeti del Vecchio Testamento morirono in una “era integrale”, corrispondente dunque all’anniversario della loro nascita, si ritenne plausibile che Gesù fosse morto nell’anniversario della sua Incarnazione, così la sua data di nascita avrebbe dovuto cadere nove mesi dopo la data del Venerdì Santo, il 25 Dicembre o 6 Gennaio. Non a caso, tra gli ortodossi, gli Armeni celebrano il Natale il 6 gennaio, facendo coincidere la data con quella dell’altra ricorrenza natalizia, l’Epifania, mentre la maggior parte degli ortodossi hanno fatto slittare la data al 7 gennaio, secondo il calendario giuliano, non avendo accettato la riforma gregoriana.

Ma non è finita qui. La data del 25 dicembre potrebbe essere stata scelta nel III secolo facendola coincidere con una ricorrenza pagana: il Dies Natalis Solis Invicti , festa dedicata al nascita del Sole, che si celebrava appunto il 25 dicembre, ed era stata introdotta da Aureliano nel 273 d.C. Questa festa era anche in stretta relazione con i culti orientali, specie quello di Mitra, il dio solare di origine indo-iranica che aveva avuto il suo massimo sviluppo nell’area mesopotamica e che era stato portato a Roma grazie ai legionari romani di ritorno dalle spedizioni in Estremo Oriente. Non solo: secondo alcune versioni di questo mito, Mitra veniva generato da una fanciulla vergine il 25 dicembre e moriva a primavera per poi risorgere. Quindi ecco che le due date, il 25 marzo e il 25 dicembre, ricorrono anche in questo caso per collocare cronologicamente la vita e la morte della divinità.

 

L’unica cosa certa è che nel calendario liturgico della chiesa occidentale la data del 25 dicembre fu fissata dal IV secolo in poi. Rimane, però, un dubbio di ordine climatico. Nella zona della Giudea in cui nacque Gesù gli inverni sono parecchio rigidi e a dicembre le temperature possono scendere, di notte, anche sotto lo zero. Ciò contrasterebbe con quanto scritto da Luca nel suo Vangelo:

 

C’erano in quella regione alcuni pastori che vegliavano di notte facendo la guardia al loro gregge. Un angelo del Signore si presentò davanti a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande spavento, ma l’angelo disse loro: “Non temete, ecco vi annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia”. E subito apparve con l’angelo una moltitudine dell’esercito celeste che lodava Dio e diceva: Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama.

(II, 8-14)

 

Ora, pare alquanto strano che, con il rigore delle temperature notturne, i pastori se ne stessero all’aperto a fare la guardia al gregge. Sarebbe, infatti, più verosimile collocare la nascita di Gesù in primavera ed effettivamente secondo alcuni, prima della data definitiva, il Natale si festeggiava in concomitanza del natale di Roma, il 1° marzo. Tuttavia questa data non sembra essere stata presa in considerazione dagli studiosi che preferiscono collocare in primavera, la stagione della rinascita, non l’inizio dell’esistenza di Gesù bensì la fine della sua esperienza terrena e l’inizio di quella celeste, con la resurrezione.

 

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Per quanto riguarda l’anno le cose, se possibile, appaiono ancor più complicate. L’unica cosa certa, almeno secondo gli studiosi, è che la datazione dell’era cristiana, con la suddivisione del tempo in “prima e dopo Cristo”, è inaffidabile. Va da sé che, essendo convenzionalmente accettata, non influisce sul lato pratico, però Gesù certamente nacque prima dell’anno 1.

La datazione che prende in considerazione l’Annus Domini (cioè la nascita di Cristo) si deve al monaco Dionigi il Vecchio. Il Papa, nel 525 d.C., gli aveva assegnato il compito di stabilire la data esatta dell’equinozio di primavera, per determinare la ricorrenza della Pasqua (questa, infatti, è fissata alla prima domenica successiva al primo plenilunio che segue l’equinozio di primavera, secondo quanto stabilito dal Concilio di Nicea nel 325 d.C.). Dionigi andò oltre e “rivoluzionò” la datazione del tempo fissando nell’anno 754 dalla fondazione di Roma l’Annus Domini.

Questa usanza poi si diffuse in tutto il mondo cristiano entro l’VIII secolo, sostenuta da chierici come Beda il Venerabile.

 

Comunque sia, della nascita di Cristo, cioè della sua Incarnazione, ci parlano i Vangeli e da questi possiamo trarre delle informazioni storiche.

Matteo colloca la nascita di Gesù durante il regno di Erode il Grande (2,1), morto il 13 marzo del 4 a.C., e questo sarebbe il termine ante quem.

Anche Luca fa riferimento a Erode (1,5) e aggiunge che Gesù nacque in occasione del censimento degli abitanti di ogni provincia dell’Impero indetto dal governatore della Siria Quirinio (2,2) che, secondo alcune fonti, avrebbe bandito un censimento nel 6 d.C., anno in cui divenne governatore.

Potrebbe darsi, però, che il censimento cui si fa riferimento nel Vangelo di Luca sia quello che, secondo Tertulliano, fu bandito dall’imperatore Augusto nel 7 a.C. Le cose si complicano, però, dato che gli storici, documenti alla mano, attestano che i censimenti realizzati nell’epoca augustea furono tre: nel 28 a.C., nell’8 a.C. e nel 14 d.C. In questo caso, la data più attendibile sarebbe quella dell’8 a.C. che, tuttavia, porterebbe ad escludere che a bandirlo fosse stato il governatore della Siria Quirinio. L’ipotesi più probabile (sostenuta dai biblisti della “Scuola di Madrid”) è che Luca si sia sbagliato nel tradurre una presunta fonte in lingua aramaica, che parlava in realtà di un censimento precedente a quello di Quirino (quindi quello indicato da Tertulliano).

 

Un altro punto di riferimento per la corretta datazione dell’Annus Domini, derivata sempre dai Vangeli, è quello che riguarda la stella cometa (argomento che ho trattato in modo più ampio QUI).  Il primo tentativo, in ordine di tempo, fu quello di identificare la “stella” con la cometa di Halley che, tuttavia, passò nel 12 a.C., il che sembra essere troppo presto se consideriamo le date proposte per il censimento ma sarebbe compatibile con il regno di Erode il Grande che governò la Giudea, sotto il protettorato romano, dal 37 a.C. alla morte avvenuta, come già detto, nel 4 a.C.

Più recentemente la “cometa” è stata identificata, in realtà, con un allineamento planetario: da questa ipotesi si ottiene una datazione compresa tra il 7 e il 6 a.C..

Già Keplero segnalò, come avvenuta nel 7 a.C., una tripla congiunzione di Giove con Saturno, evento che si verifica ogni 805 anni. Secondo alcuni astronomi nel febbraio del 6 a.C., invece, vi furono simultaneamente le congiunzioni di Giove con la Luna e di Marte con Saturno, entrambe nella costellazione dei Pesci.

 

A questo punto, come ho già premesso, una cosa è certa: l’Annus Domini individuato da Dionigi il Vecchio non è attendibile. Quindi, se consideriamo che starebbe per terminare il 2012, secondo il calendario corrente, in realtà quest’anno dovrebbe essere spostato indietro di 6 o 7 anni … il che significa che la famosa profezia Maya potrebbe avverarsi nel 2018 o 2019!

Ora so che qualcuno starà pensando: ecco perché non è successo nulla il 21! Be’, come ho spiegato, io non credo a questa annunciata fine del mondo e per ora, sperando di non avervi annoiato con tutti questi calcoli, che Gesù sia o non sia nato il 25 dicembre (per festeggiare il suo “compleanno”, poi, non è importante l’anno …), AUGURO A TUTTI UN FELICE NATALE, allietato dall’amore delle persone che vi sono vicine.

buon natale 2012

[fonti: edicolanet.web e lopinionista.it; scritta Buon Natale da questo sito]

20 marzo 2012

BENTORNATA PRIMAVERA … UN GIORNO PRIMA!

Posted in tradizioni popolari tagged , , , , a 4:46 pm di marisamoles


Forse non tutti sanno che quest’anno, essendo bisestile, la primavera arriva un giorno prima … cioè oggi. Ciò si deve al fatto che, essendo stato allungato di un giorno il mese di febbraio, l’arrivo della primavera è anticipato al 20 marzo. Un anticipo apparente, è ovvio.

Questa giornata coincide con l’equinozio di primavera. La parola significa “notte uguale” (al giorno), ovvero le 24 ore della giornata dovrebbero essere equamente distribuite tra il giorno e la notte. Ma la durata delle due parti non è mai precisissima a causa della rifrazione atmosferica.
Il sole, nel giorno dell’equinozio, dovrebbe sorgere esattamente ad est e tramontare esattamente a ovest, ma questo non avviene, ovvero si verifica solo uno dei due casi.

In termini astronomici per equinozio s’intende ognuno dei due punti in cui l’eclittica interseca il piano dell’equatore celeste (definizione tratta dal dizionario Il Sabatini Coletti), per estensione ognuno dei due momenti dell’anno in cui il Sole transita per tali punti e in cui su tutta la Terra la durata del giorno è uguale a quella della notte (ibidem).

Numerosi sono i riti legati all’arrivo della primavera nelle antiche civiltà.
In Egitto, ad esempio, all’arrivo di questa stagione dall’Uovo cosmico plasmato da Ptah, da lui deposto sulle rive del Nilo e qui covato dall’oca sacra, nasceva Ra, il Sole. Nello stesso tempo, le lacrime profuse dalla dea Iside nella disperata ricerca del suo amato Osiride si asciugavano e la gente, nel santuario di Abido, festeggiava la fine del suo dolore con riti in onore del dio suo sposo. Il risveglio della natura rappresentava la resurrezione del dio che avveniva quando dalle zolle che stavano alla base sel sicomoro sacro spuntavano i germogli di grano ed orzo.

In Grecia, ad Eleusi, Demetra, dea delle messi, riabbracciava la figlia Persefone che per il resto dell’anno dimorava con il suo sposo Plutone (o Ade) nel regno dei morti. In suo onore la popolazione festeggiava con danze e canti, procedendo in un corteo sacro che accomunava in un’unica manifestazione di gioia, oltre a Demetra, Dioniso e Pan. Si tratta dei famosi misteri di Eleusi che rappresentavano il mito del ratto di Persefone, strappata alla madre Demetra dal re degli Inferi, Ade, in un ciclo di tre fasi, la “discesa” (la perdita), la “ricerca” e l’ascesa, dove il tema principale era la “ricerca” di Persefone e il suo ricongiungimento con la madre.
Il rito era diviso in due parti: la prima, piccoli misteri, era una specie di purificazione che si svolgeva in primavera, la seconda, grandi misteri, era un momento consacratorio e si svolgeva in autunno.
La cerimonia voleva rappresentare il riposo e il risveglio perenne della vita delle campagne.

Dalla Grecia a Roma, Demetra si trasforma in Cerere e sua figlia in Porserpina. Ad esse e a Dioniso-Libero la plebe romana dedicava riti che si celebravano sull’Aventino, attraverso i Ludi Ceriales. I patrizi, invece, sul colle Palatino festeggiavano l’arrivo della primavera con i Ludi Megalenses in onore di Cibele e di Attis. (per maggiori dettagli sui riti primaverili CLICCA QUI)

E dopo questo bagno di cultura (in attesa di fare un bel bagno nell’acqua turchina del mare Adriatico 😉 ), vi lascio con alcuni versi di un poeta che amo molto, anche se non riusciva a godere del risveglio della natura, preso com’era dal suo inguaribile pessimismo: Giacomo Leopardi

Primavera d’intorno
brilla nell’aria, e per li campi esulta,
si ch’a mirarla intenerisce il core.
Odi greggi belar, muggire armenti;
gli altri augelli contenti, a gara insieme
per lo libero ciel fan mille giri,
pur festeggiando il lor tempo migliore
[…]

Questo giorno ch’omai cede alla sera,
festeggiar si costuma al nostro borgo.
Odi per lo sereno un suon di squilla,
odi spesso un tonar di ferree canne,
che rimbomba lontan di villa in villa.
Tutta vestita a festa
la gioventù del loco
lascia le case, e per le vie si spande;
e mira ed è mirata, e in cor s’allegra
. (da Il passero solitario)

[altre fonti: Wikipedia, Orticalab.it; immagine da questo sito; PER I DIFFIDENTI: IN QUESTO SITO SI PUO’ CALCOLARE L’EQUINOZIO DI PRIMAVERA NEI DIVERSI ANNI]

21 febbraio 2012

IL MIO MARTEDI’ MAGRO. ALMENO I RICORDI NON INGRASSANO

Posted in affari miei, bambini, tradizioni popolari, Trieste tagged , , , , , , , , , , , , , a 5:05 pm di marisamoles


Ed eccoci arrivati all’ultimo di Carnevale: il martedì grasso che invita agli eccessi, soprattutto culinari, in vista del periodo di “magra”, cioè la Quaresima, che ci accompagnerà fino a Pasqua. Ma perché l’aggettivo “grasso” è scelto per identificare le due giornate più importanti della settimana di Carnevale, ovvero il giovedì e il martedì?

L’etimologia della parola sembra aver origine da carnem levare, locuzione latina che indica l’assenza della carne nell’alimentazione a partire dal mercoledì delle Ceneri, primo giorno di Quaresima. In origine, infatti, per tutto questo periodo si usava togliere dalla mensa (parola latina che indica la tavola imbandita) la carne, tutta. Poi, però, tale limitazione è stata ridotta ai soli venerdì di Quaresima, anche se qualcuno tende quantomeno ad astenersi dal consumo di carne di maiale per tutto il periodo. Dipende da quanto si è ligi nel rispettare la tradizione cattolica. Ricordo, ad esempio, lo sguardo inorridito di mia suocera quando, ad un pranzo domenicale in periodo quaresimale, si trovò di fronte un piatto a base di carne suina. Lo rifiutò, con la cortesia che la contraddistingueva, adducendo non so quale pretesto, ma io compresi subito la gaffe fatta in assoluta buona fede. Non era, insomma, mia volontà mancarle di rispetto.

Se pensiamo alle prescrizioni alimentari “imposte” (sarebbe meglio dire “suggerite” perché poi ognuno fa un po’ come gli pare) dalla Chiesa, siamo portati a credere che il Carnevale abbia origini cristiane. In realtà pare abbia visto la luce in età ben più antiche, risalendo alle feste pagane come le dionisiache greche e i saturnali romani. Lo scopo di tali riti era quello di sovvertire l’ordine lasciandosi andare al caos e agli eccessi (non solo a tavola, per altro…). Non a caso i culti antichi erano legati alla primavera, periodo di rinascita, e il Carnevale stesso acquisisce, in un certo senso, una dimensione metafisica, in cui l’uomo si trova quasi sospeso tra cielo e terra, in stretto contatto con il sovrannaturale. Le stesse maschere, in fondo, rappresentano la volontà di trovare un contatto tra il mondo dei vivi e quello dei morti, basti pensare all’origine di una delle maschere più note, quella di Arlecchino, che è in realtà legata all’oltretomba, una sorte di demone di cui si conservano i tratti nella maschera seicentesca con quel ghigno nero nel quale pare riconoscibile il resto di un corno perso dal diavolo nel suo aspetto più umanizzato.

Nonostante la Chiesa non vedesse di buon occhio la tendenza ai bagordi per tutto il periodo di Carnevale, questa tradizione su molto seguita fin dal Rinascimento. Nella Firenze medicea, ad esempio, si organizzavano sfilate mascherate su grandi carri chiamati “trionfi” (da cui deriva tutt’oggi la tradizione dei carri in molte località della nostra penisola, anche se forse la più nota è Viareggio, ma non è l’unica), accompagnate da canti e balli. Lo stesso Lorenzo de’ Medici, detto Il Magnifico, fu autore della Canzone di Bacco e Arianna, un vero inno alla giovinezza e al piacere che da essa deriva:

Quant’è bella giovinezza,
che si fugge tuttavia!
chi vuol esser lieto, sia:
di doman non c’è certezza.

Quest’è Bacco ed Arïanna,
belli, e l’un de l’altro ardenti:
perché ‘l tempo fugge e inganna,
sempre insieme stan contenti.
Queste ninfe ed altre genti
sono allegre tuttavia.
Chi vuol esser lieto, sia:
di doman non c’è certezza
. (QUI potete leggere l’intero testo)

Tornando alle tradizioni culinarie, il Carnevale è soprattutto caratterizzato dalla preparazione dei dolci: credo che in tutte le regioni si preparino i crostoli (però ci sono nomi diversi per indicare queste sfoglie sottili e dorate: cenci, frappe, galani, chiacchiere …) e vari tipi di frittelle (a Trieste le chiamiamo fritole). A casa mia, quando il livello di colesterolo nel sangue era ancora nei limiti, si usava consumare un dolce tipico napoletano: gli struffoli. Buonissimi! Al solo ricordo mi lecco i baffi … si fa per dire.
Essendo io una golosa glucosiodipendente, non prendo nemmeno in considerazione i piatti salati ma presumo che ce ne siano di tipici. Se qualcuno vuole postare qualche ricetta, faccia pure. Anzi, mi farebbe molto piacere anche se, ahimè, non potrò gustare alcun piatto. Per me la Quaresima è iniziata subito dopo l’Epifania (guarda caso in concomitanza con le prime esposizioni in vetrina dei crostoli e delle frittelle, da parte dei fornai che, nemmeno finite le feste natalizie già pensano a Carnevale. D’altronde, i panettoni iniziano a venderli a settembre …). L’ipercolesterolemia (dovuta, secondo me, alla mia stupidità che mi ha suggerito di andare a fare le analisi il 7 gennaio perché dopo ricominciava la scuola …) mi ha imposto la dieta rigida che mi porterà alla rinuncia delle classiche scorpacciate di dolci. Non solo, visto che la dieta normalmente fa diventare egoisti (non compero più, infatti, i dolci nemmeno per gli altri … si arrangino e se li comprino da soli!), non preparerò, come ero solita fare, né crostoli né fritole. Perché mai dovrei fare tanta fatica senza poter nemmeno assaggiare il prodotto del sudore della mia fronte? Insomma, stare a dieta significa anche rinunciare a farsi del male.
Ecco, quindi, spiegato il titolo del post.

E ora veniamo alle maschere. Io, per la verità, non ho mai amato vestirmi in maschera. Nemmeno nella mia famiglia era sentita questa tradizione, visto che per il mio primo Carnevale a scuola, in prima elementare, mia madre pensò bene di spedirmi in grembiulino come tutti gli altri giorni. Non vi posso nemmeno dire come mi sentii vedendo tutte le altre bambine (la mia era una classe solo femminile!) vestite con abiti meravigliosi in perfetta sintonia con il reddito pro capite familiare. Ero in una classe di gente decisamente benestante. Io e un’altra scolara (me la ricordo bene, nome e cognome che celerò nel rispetto della privacy) eravamo le uniche senza costume. La maestra, quindi, pensò bene di non farci sentire diverse in occasione della foto di gruppo e ci impose di indossare delle maschere. Le uniche disponibili erano quelle dei sette nani, creature che, guarda un po’, non mi erano troppo simpatiche se non altro perché avevano schiavizzato quella poveretta di Biancaneve. Già da piccola, evidentemente, ritenevo che le mansioni domestiche spettassero a uomini e donne in ugual misura, forse perché mio padre, con la sua disponibilità, mi aveva fatto credere che tutti i mariti dovessero essere come lui. Ah, che brutto esempio! Non sono sicura di aver subito un trauma più grosso quando fui costretta dalla maestra ad indossare la maschera di Cucciolo, per la famosa foto, (d’altra parte la mia compagna di sventura fu obbligata a mascherarsi da Brontolo il che mi portò a considerare che almeno in quella occasione potessi ritenermi fortunata), oppure quando, crescendo, mi resi conto che il mio adorato e disponibilissimo papà non era la norma bensì l’eccezione.

Uscii indenne da quel primo Carnevale, con l’intima speranza di non essere costretta a mascherarmi negli anni a venire. Non avevo fatto i conti con l’orgoglio ferito di mia madre: non sia mai che mia figlia si presenti un’altra volta a scuola senza costume! Fu così che l’anno successivo scelsi, senza troppo entusiasmo, la maschera di damina. Avete presente quegli abiti con gonna a diciotto strati, che impediva una camminata decente, parrucca bianca con boccoli e neo posticcio vicino alle labbra? Ecco, proprio quel tipo di costume. Lo odiai nel momento stesso in cui quel simpaticone di mio fratello, visto che allora ero leggermente sovrappeso, mi ribattezzò damona (che poi a Trieste è ai limiti dell’insulto!). Roba da non uscire di casa ma siccome ero una bambina docile e ubbidiente, uscii e andai mesta alla festa di Carnevale organizzata dalla zelante maestra che fu ben contenta di non dover procurare alle scolare “povere” le maschere dei nani di Biancaneve.

Andò meglio l’anno successivo: spinta dalla precoce – anche se imposta – passione per la lirica, chiesi a mia mamma, sarta provetta, la confezione di un costume alquanto insolito: volevo travestirmi da Mimì de La Boheme. Non avevo a mia disposizione una fata come Cenerentola ma mia mamma, che le mani di fata le aveva allora e le ha tutt’oggi, confezionò un abito meraviglioso, in velluto blu con una bordura in finto pelo bianco, manicotto compreso. Dalla tradizionale cuffia uscivano, in bella mostra i boccoli naturali perché nel frattempo ero riuscita a convincere la genitrice a lasciarmi crescere i capelli. Il mio fisico si era assottigliato e anche mio fratello non ebbe nulla da eccepire. L’orgoglio di mia madre fu salvo, mio fratello si salvò da uno schiaffone -nel frattempo ero anche cresciuta e a mio fratello non riconoscevo più alcun diritto della primogenitura, tanto meno quello d’insultarmi – ed io presi gusto a travestirmi per Carnevale.

Vi risparmio l’elenco delle maschere scelte negli anni successivi. Alle medie, tuttavia, non c’era l’insana abitudine di presentarsi a scuola in maschera, così potei rifarmi alle feste del sabato che venivano organizzate negli ambienti della Società Ginnastica Triestina dove studiavo danza classica.
Ricordo, in particolare, una volta in cui mi vestii da hippy, con tanto di parrucca alla Minnie Minoprio e pantaloni viola a zampa, anzi, zampissima. Poco originale, tuttavia, visto che correvano gli anni Settanta …

Al liceo un anno volli emulare Anna Oxa, famosa allora per il recente debutto al Festival di Sanremo con l’abbigliamento punk. Cantava Un’emozione da poco, una delle sue canzoni più belle in assoluto. Io quell’anno indossai un completo nero da uomo, giacca e pantaloni, stile Blues Brothers, con camicia bianca e cravattino nero. ma la cosa che più mi esaltò fu il trucco, pesantissimo, e le unghie dipinte di nero. Indossai questa mise in un’occasione importante: una festa a casa del sindaco – suo figlio era mio compagno al liceo -, anzi nella villa del Comune che costituiva la sua residenza. Un’emozione non da poco, tutto sommato.

Sempre all’epoca del liceo risale un’altra maschera che sembrava preannunciare il destino da futura prof di storia antica: mi travestii da Poppea, discussa moglie di Nerone. Diciamo che madre natura non mi aveva dotato dell’attributo fondamentale, riconducibile al nome Poppea (per quello devo ringraziare i miei due figli che, magicamente, hanno involontariamente provocato una mastoplastica additiva naturale e soprattutto gratuita), ma il vestito, sempre confezionato da mia mamma, era fantastico. Certamente poco adatto al clima invernale, tipico del Carnevale nel nostro emisfero, soprattutto i calzari infradito che costrinsero mia mamma a modificare il piede dei collant in modo da evitare di indossarli senza calze.
Si potrebbe pensare che la mia scelta fosse dettata da un amore incondizionato nei confronti degli antichi Romani, di quel popolo la cui lingua avrei poi insegnato. Nossignori. In realtà, l’idea mi venne leggendo un fotoromanzo – sì, avete letto bene – imprestatomi dalla mia compagna di classe Nilla, grande appassionata del genere. In un episodio, infatti, di uno dei mitici numeri della Lancio, la protagonista era travestita da Poppea, proprio in occasione di una festa di Carnevale. Per chi pensa che la lettura dei fotoromanzi sia prerogativa delle femmine stupide e incolte, vi informo che la mia compagna di liceo era in assoluto la più brava della classe. Fu solo questo il motivo per cui mia madre non ebbe nulla da obiettare sulla mia lettura appassionata dei fotoromanzi, prima di allora assolutamente criminalizzati a casa mia.


Quando conobbi mio marito, appena finito il liceo, lo portai sulla cattiva strada … della maschera carnevalesca. Lui non sentiva poi tanto trasporto per le carnevalate ma per amor mio si sottopose a varie torture, trucco compreso. Come la volta in cui scegliemmo – ma dovrei dire scelsi, in tutta onestà – di travestirci da Pierrot e Pierrette. Mia madre, ancora una volta, fu l’artefice di un travestimento meraviglioso (quello di mio marito, più modesto, per par condicio fu opera di mia suocera): seguendo il mio consiglio, riutilizzò un vecchio tutù da danza, quello romantico (il che significa lungo) bianco, confezionando la parte superiore con del raso nero, con tanto di bottoni-pon pon bianchi. Il tradizionale cappello a cono in testa, mentre mio marito – allora fidanzato – portava la cuffia nera, il trucco bianco con lacrima finta e la maschera fu pronta. In assoluto la migliore che abbia mai indossato.

Per finire, ricordo anche quella volta in cui ci travestimmo da Charleston: lui con lo smoking di mio fratello (vistosamente corto, dato che tra i due vi sono circa venti centimetri di differenza), mantella, cilindro e bastone; io con abito nero frangiato, originale anni Venti -imprestatomi da un’amica di mamma -, parrucca a caschetto bionda, con tanto di pennacchio incorporato, bocchino e sigaretta, calze nere con cucitura dietro e mantellina in marabù. L’unico problema fu la temperatura rigidissima e la bora che soffiò per giorni, tanto che per aver osato fare una passeggiata in centro (cosa che allora si faceva di rito), mi buscai una bella infreddatura per iniziare degnamente la Quaresima pentendomi amaramente per aver troppo osato.

Ora dovrei passare ad illustrare gli innumerevoli carnevali dei miei figli. Credo, però, di avervi tediato abbastanza, per cui rimando l’argomento al post carnevalesco del prossimo anno.
Mi dispiace non poter postare alcune delle foto “di famiglia” ma il mio pc è rotto e quindi non posso usare lo scanner. Penso che la cosa faccia felice mio marito-Pierrot.

Buon ultimo di Carnevale a tutti e, mi raccomando, mangiate anche per me.

[immagine sotto il titolo da questo sito; immagine Pierrot e Pierrette da questo sito]

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