LA BUONA NOTIZIA DEL VENERDÌ: RITROVATO IL TELO DELL’IMPERATORE AMATO DA DANTE

arrigoVIIIl 17 aprile 1311 Dante scrisse un’accorata lettera (epistula) all’amato imperatore Arrigo VII di Lussemburgo, sceso in Italia, per essere incoronato dal Papa nell’autunno del 1310. In lui il poeta fiorentino, come molti altri esuli toscani, riponeva ogni speranza di ritornare nella sua Firenze, interrompendo così l’esilio.
Nell’Epistola VII l’Alighieri si rivolge all’imperatore, l’unico che davvero egli considerava l’erede della gloriosa dinastia sveva, con queste parole: Sanctissimo gloriosissimo atque felicissimo triumphatori et domino singulari domino Henrico divina providentia Romanorum Regi et semper Augusto e definiva se stesso devotissimus.

Purtroppo, le speranze di Dante vennero deluse dall’improvvisa morte dell’imperatore, avvenuta il 24 agosto del 1313 a Ponte d’Arbia, in provincia di Siena. La salma di Arrigo VII, che aveva soltanto 38 anni, fu tumulata a Pisa, nella cattedrale, all’interno di un sarcofago realizzato da Tino di Camaiano, allievo di Giovanni Pisano. Il sarcofago fu poi in parte smantellato e danneggiato da un incendio alla fine del Cinquecento.

Recentemente dei ricercatori, guidati dall’antropologo Francesco Mallegni, hanno aperto la tomba e hanno recuperato non solo i resti del sovrano (che saranno analizzati) ma anche alcuni oggetti straordinari. Tra questi un grande telo di seta lavorato con i leoni imperiali, probabilmente uno dei ritrovamenti di epoca medioevale più importanti mai rinvenuti, lo scettro e la corona imperiale e il globo che l’imperatore teneva in mano.

La notizia è stata data ufficialmente in occasione dell’apertura del convegno «Enrico VII, Dante e Pisa, a settecento anni dalla morte dell’imperatore e dalla Monarchia» che si tiene in questi giorni a Palazzo Gambacorti, sede del Comune di Pisa.

[fonte: Il Corriere; immagine da questo sito]

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UN ANNO FA IL NAUFRAGIO DELLA CONCORDIA. IL MISTERO DI DIMITRI CHRISTIDIS

naufragio concordia
Un anno fa la bella addormentata dell’Argentario subì un brusco risveglio. Non fu opera di un bacio quanto di uno schiaffo di cui il Giglio porta ancora i segni: di fronte alle sue rive, al suo incantevole ed intimo porto, non un principe s’inchinò ma un mostro marino che la stringe ancora a sé in un sinistro abbraccio.

Dodici mesi dopo l’isola è meta di una sorta di pellegrinaggio commemorativo. Il ricordo di quella notte, dei pianti di disperazione o di quelli di felicità, delle lacrime e dei sorrisi, delle urla e dei gemiti ha invaso le nostre case provenendo da uno schermo televisivo che, se non altro, ha il merito di conservarne la memoria.

Oggi al Giglio sono ritornati i naufraghi che si sono salvati, i parenti di quelle 32 vittime che sono state meno fortunate delle oltre quattromila persone che ora di quella notte serbano un triste ricordo ma possono raccontare quello che hanno visto, fatto, sentito, detto.

Il naufragio della nave da crociera Costa Concordia fu un evento che fece in breve tempo il giro del mondo. E non semplicemente perché si trattò di un dramma che ha pochi precedenti. A molti ritornò alla mente l’infausto viaggio inaugurale del Titanic il cui centesimo anniversario sinistramente stava per essere ricordato. Allora, però, le vittime furono 1518, su un totale di 2223 passeggeri imbarcati, compresi gli 800 uomini dell’equipaggio. Certo, erano altri tempi ma ora …

Quella notte, più che il numero delle vittime – che veniva aggiornato di ora in ora – portò allo sdegno il comportamento del comandante della nave da crociera: Francesco Schettino. Oltre ad aver cozzato contro uno scoglio delle Scole – parte del quale, andatosi a conficcare sul fianco della nave, ora è stato restituito al mare del Giglio -, sembrò incapace di gestire l’emergenza, perdendo tempo al telefono con i responsabili della Costa, tardando a dare l’allarme, minimizzando l’accaduto anche con la Capitaneria di Porto di Livorno. Infine, abbandonò la nave, volontariamente come sembra, in modo del tutto fortuito come continua a ripetere lui, mentre le operazioni di sbarco dei naufraghi non erano ancora concluse.

Chi ha dimenticato la famosa telefonata che gli fece il Comandante della Capitaneria di Porto di Livorno, Gregorio De Falco, una volta resosi conto dell’immane tragedia? Nessuno. Non foss’altro perché anche in occasione dell’anniversario del triste e luttuoso evento, i telegiornali non fanno che riproporcene la registrazione.

Allora io presi le difese di Schettino perché quella telefonata fu, a parer mio vergognosa. De Falco, dipinto dall’opinione pubblica come un eroe (tanto da essersi guadagnato una medaglia concessa dal Capo dello Stato), si rivolse al comandante della Concordia con un’arroganza, una prepotenza, un tono di biasimo, di rimprovero e di minaccia che non si possono accettare. Dall’altra parte del telefono, un comandante in stato confusionale, comprensibilmente scosso per l’accaduto e certamente conscio dell’immane tragedia che quell’inchino malriuscito (operazione che, tuttavia, Costa non aveva mai sanzionato, lasciando che fosse tacita e innocua pratica abituale) aveva causato, nonché delle conseguenze che avrebbe avuto sulla sua carriera, sulla sua famiglia, sulla sua vita futura.

Chi dipinge Schettino come unico responsabile del naufragio secondo me trascura il fatto che a decretare la sua colpa, senza possibilità di appello, è stata fin da subito la gogna mediatica cui il comandante è stato sottoposto. Certo, lui è il responsabile numero uno ma non l’unico. Prova ne sia che l’inchiesta, ormai conclusa, ha rinviato a giudizio tredici persone. Anche quelli della Costa che, sebbene a scoppio ritardato, hanno scaricato sul comandante ogni responsabilità, negandogli persino la tutela legale e, alla fine, l’hanno licenziato.

A distanza di un anno io non ho cambiato idea. Non ritengo innocente Schettino – e ci mancherebbe! –ma continuo a pensare che le colpe non siano tutte sue e che abbia pure qualche merito nell’aver scongiurato il peggio, salvando la vita forse a decine di persone. Se avesse dichiarato l’abbandono nave in mare aperto, l’approdo per le scialuppe sarebbe stato molto più lento e difficile. Ma non voglio entrare nel merito di questioni che non conosco, di cui non sono esperta. Esprimo solo una mia ipotesi che, tuttavia, un anno fa fu sostenuta e rafforzata dal parere che il Contrammiraglio della CP Salvatore Schiano Lomoriello aveva pubblicamente espresso, condannando energicamente il contenuto e soprattutto il tono assunto da De Falco durante quella telefonata.

Proprio un dettaglio di quella telefonata forse ai più è sfuggito. Non a me. Infatti, ci penso da dodici mesi senza ottenere risposte. Ho atteso pazientemente la conclusione delle indagini e la pubblicazione dei nomi dei rinviati a giudizio e quel nome non c’è. Ne parlarono allora assai poco anche le cronache, eppure si scrissero fiumi di parole, tonnellate di carta furono impiegate per condannare Schettino assai prima che le operazioni degli inquirenti iniziassero, chissà quanti multipli di byte furono impegnati per far girare quella telefonata a livello globale.

De Falco trova Schettino su uno scoglio, apparentemente spettatore incredulo e passivo di una tragedia senza precedenti. Lui salvo, mentre ancora centinaia di persone erano in attesa di lasciare il relitto maledetto, mentre trentadue naufraghi trovavano la morte, imprigionati senza scampo da un mostro marino senza più un comandante. Schettino, però, su quello scoglio non era solo. Lo dice nella telefonata a De Falco: con lui c’era anche il comandante in seconda Dimitri Christidis. Altri ufficiali erano con lui su quello scoglio maledetto, ancor più delle stesse Scole contro cui il gigante del mare aveva cozzato un paio di ore prima. Di certo il comandante era in compagnia anche del suo terzo: Silvia Coronica. L’ufficiale di origine triestina era con Schettino in plancia alle 21 e 45 di quel venerdì funesto. Ed era con lui su quello scoglio. Entrambi in compagnia di Christidis.

La Coronica compare nell’elenco dei rinviati a giudizio, assieme al suo comandante. Dimitri no, eppure anche lui si era dato alla fuga, anche lui pare fosse in plancia al momento dell’impatto con lo scoglio. Ma di Dimitri Christidis si perdono subito le tracce. Ho letto e riletto le cronache di quei frenetici giorni, successivi al 13 gennaio 2012: il suo nome, se escludiamo i primi articoli in cui si descriveva nei dettagli la tragedia della Concordia, è sparito. Non si sa dove, ma certamente non compare nell’elenco dei “colpevoli” (lo virgoletto perché la legge italiana riconosce la presunta innocenza degli imputati).

Misteri a parte, ora io semplicemente mi chiedo come mai Dimirti non sia fra le persone rinviate a giudizio e, soprattutto, perché, visto il suo ruolo ai vertici di comando della nave, nessuno ha pensato di biasimare il suo comportamento mentre tutti hanno condannato Schettino senza pensarci su nemmeno un secondo. Perché?