A VOLTE TORNANO


Li vedi da lontano e li riconosci subito: senza libri, con lo sguardo luminoso, anche di prima mattina, con quell’aria soddisfatta di chi, guardando gli studenti che si avviano tristi e rassegnati verso le aule scolastiche, pensa “Beccatevi un’altra giornata di lezione, noiosa, pesante o forse no, potrebbe essere anche leggera e divertente ma io ho già dato, io ne sono fuori, finalmente”.

Non hanno zaini sulle spalle né il badge in mano, pronto per registrare puntualmente la loro presenza a scuola. Sono gli ex studenti. A volte tornano. Aspettano i “vecchi” prof fuori dall’aula insegnanti, nei corridoi, davanti alla porta dell’aula che la bidella ha indicato, in attesa che si accorgano di loro. A volte bussano e tu non puoi far finta di niente, non puoi dire che non va bene interrompere una lezione, che aspettino il suono della campanella, così magari ti accompagnano nell’altra aula, dove altri ventisette allievi ti aspettano, pronti per la lezione di letteratura.

Mentre cinquantaquattro occhi ti scrutano, che immagini già quello che stanno pensando “Evvai, ora esce e noi ci perdiamo cinque minuti di lezione!”, e allora dici che ti assenti un attimo, stiano buoni e zitti, tanto sei fuori dalla porta e li senti, anzi, lasci la porta aperta. E quelli che a volte tornano ti raccontano dei test d’ingresso all’università, che sono andati bene o sono andati male. “Tanto fa niente, m’iscrivo a un’altra facoltà e ritento il prossimo anno.” Oppure ti dicono che ne hanno tentati due, uno a medicina e uno a ingegneria; è andato bene il secondo, fa lo stesso. E tu ti chiedi “come fa lo stesso?”, ma poi pensi che bravi come sono, ogni scelta sarà quella giusta.

Poi, prima dell’inizio della lezione, ne trovi uno davanti all’aula e ti dice “ho seguito il suo consiglio: vado all’estero per un anno, imparo la lingua, lavoro e poi vedremo”. Tu ti chiedi quando hai dato questo consiglio, ché non te lo ricordi. Poi t’illumini e pensi che sì, hai fatto un discorso generale, un consiglio dato a tutti ma in realtà era rivolto a uno solo, i genitori ti avevano chiesto la collaborazione, “magari lei ci riesce a convincerlo”. Tu sapevi già, comunque, che avresti convinto tutti ma non lui. Infatti.

A volte li incontri per strada e non li riconosci. Sono passati tanti anni, quanti? Otto, dieci … ma sì, “si ricorda, ero discolo, non avevo voglia di fare niente. Grazie a lei sono cambiato, mi sono iscritto all’università, vado piano ma alla laurea ci arrivo, vedrà.” E tu lo guardi e finalmente ricordi, riconosci il suo visetto da adolescente dietro la barba incolta dell’uomo che è diventato, i suoi occhi vispi da furbetto, azzurri come il mare. Poi, quando fa per salutarti, ti dice: “prof io sono la testimonianza vivente del buon lavoro che ha fatto. Grazie.”. E tu lo guardi e vorresti abbracciarlo ma gli stringi solo la mano che lui ti tende con uno sguardo che sa di gratitudine eterna.

Ritorni a casa e ti sembra di camminare a un metro da terra. Ripensi a quell’incontro e ti convinci che il tuo lavoro è davvero il più bello del mondo. E piangi. Di felicità, finalmente.