MISS ITALIA 2012: IL CASO DI NAYOMI ANDIBUDUGE, “STRANIERA” NATA IN ITALIA


Nayomi Andibuduge è nata in Italia, a Roma, città in cui vive, da genitori provenienti dallo Sri Lanka. Il padre Reymond vive nella Capitale da 30 anni, e la mamma, Sandhya, da 20. Nayomi, per legge, può richiedere la cittadinanza italiana ora che da poco ha raggiunto la maggiore età. Può farlo ma lei lo ritiene ingiusto, pensa che chi, come lei, è nato in Italia e nel nostro Paese è sempre vissuto, dovrebbe poter godere di un diritto acquisito e non a richiesta.

Nayomi partecipa a Miss Italia 2012 ma nella sezione speciale che quest’anno Patrizia Mirigliani, che ha seguito le orme del celebre papà, patron del concorso, ha voluto dedicare alle ragazze che sono nate in Italia oppure ci vivono da tempo. Per la bella ragazza dello Sri Lanka, tuttavia, questa viene considerata una magra consolazione. Lei si sente italiana a tutti gli effetti: perché non può concorrere per il massimo titolo, perché non potrà mai diventare, o almeno sperare di diventarlo, Miss Italia?

Così la ragazza decide di scrivere una lettera al Presidente della Repubblica Napolitano. Uno sfogo, niente di più. Ormai i giochi sono fatti e le regole non possono essere cambiate. Ma la lettera di Nayomi deve far riflettere sull’assurdità di una legge che non considera dove una persona vive dalla nascita ma da dove vengono i genitori.
Per quanto riguarda il concorso di Miss Italia, non dimentichiamo la discussa elezione di Denny Mendez nel 1996, appena diciottenne. Nonostante vivesse nel nostro Paese soltanto da 7 anni, proveniente da Santo Domingo, riuscì ad indossare la corona della più bella d’Italia perché naturalizzata italiana. Come mai, mi chiedo, sia possibile che una ragazza come Nayomi, nonostante sia nata qui, sia esclusa dal concorso per il massimo titolo, cosa che invece fu permesso a Denny?

Ecco il testo della lettera scritta al Presidente Napolitano.

Illustrissimo Presidente,

mi chiamo Nayomi Andibuduge, sono una ragazza che in questi giorni sta partecipando al Concorso di “Miss Italia” a Montecatini. Ho diciotto anni e sono nata a Roma. E non ho la cittadinanza italiana, cittadinanza che vorrei invece avere “di diritto” essendo nata in Italia da genitori dello Sri Lanka che da decenni vivono nel Vostro (nostro) Paese.

Pur senza esserlo secondo le attuali leggi dello Stato, mi sento italiana a tutti gli effetti, vivo una vita normale e sono perfettamente inserita nel tessuto sociale di Roma, città che amo ed in cui vivo. A Montecatini, nella sezione di “Miss Italia nel mondo” ho avuto modo di incontrare altre ragazze che – come me – parlano alla perfezione l’italiano, studiano, lavorano e progettano una vita da costruire proprio qui nel Vostro (nostro) Paese.

Io e le altre 22 ragazze che, pur non essendo nate in Italia, mi accompagnano nell’avventura di Montecatini vorremmo poter essere considerate italiane, capaci di fornire con senso civico e morale un apporto, impegnandoci a migliorare il Paese che verrà, che sentiamo come nostro, moderno e cosmopolita.

La ringrazio, Signor Presidente, per la Sua cortese attenzione e Le invio i migliori saluti. Nayomi Andibuduge

[LINK della fonte]

“VIETATO L’INGRESSO AI MAROCCHINI”. GESTORE DI UN BAR APPONE UN CARTELLO CHOC DOPO L’AGGRESSIONE SUBITA DALLA FIGLIA

Sicuramente il cartello apposto dal gestore del bar “No problem” di Alassio può suscitare sdegno a prima vista. Ma leggendo la notizia forse si può comprendere la rabbia di un padre la cui figlia è stata aggredita e molestata da un marocchino ubriaco, individuo ben noto alle Forze dell’ordine.

Ghalfi El Mohammed, 30 anni, in evidente stato di ebbrezza (ma i musulmani non hanno il divieto di assumere alcolici?), la notte precedente aveva avvicinato e aggredito la giovane 21enne mentre rientrava a casa. Alla reazione di lei, l’aveva colpita con un fondo di bottiglia causandole ferite a un braccio e al collo. Alle urla della ragazza, si era dato alla fuga venendo, però, bloccato dai Carabinieri.

Quello che sembra incredibile, in questa vicenda, è che Ghalfi El Mohammed non è uno sconosciuto per la giustizia italiana. Mentre i Carabinieri lo avevano denunciato più volte per ricettazione, vendita di prodotti con marchio contraffatto, porto abusivo d’armi, spaccio di stupefacenti, stalking e altri reati contro il soggiorno sul territorio, la polizia comunale di Alassio lo aveva arrestato il mese scorso per resistenza durante un controllo contro l’abusivismo commerciale. Dopo aver patteggiato 66 mesi di reclusione, aveva tuttavia ottenuto la sospensione della pena.

La domanda è lecita: com’è possibile che un uomo del genere fosse libero di circolare e aggredire una ragazza? La vicenda avrebbe potuto avere dei risvolti ben più tragici.

Il padre della ragazza si sarebbe fatto pure giustizia da solo: “Ho preso una spranga, se lo prendevo … Gli è andata bene che l’hanno trovato prima i Carabinieri”, ha dichiarato. Quanto al cartello, umanamente è comprensibile la sua rezione. Ma, come al solito, si tende a fare di tutta l’erba un fascio.

Senza nulla togliere alla reità del marocchino protagonista di questo episodio, forse i veri colpevoli sono altri: le Forze dell’Ordine che non hanno i mezzi per arginare la criminalità che vede protagonisti giovani, stranieri ma anche italiani, che non hanno rispetto per le donne e le considerano solo degli oggetti con cui trastullarsi, e una magistratura sempre più esautorata.

A dispetto del nome del locale, un cartello non risolve questo tipo di problemi e non fa altro che rendere ancora più complessa l’integrazione di tanti stranieri onesti che si sentono ora additati solo perché hanno in comune con un criminale la nazionalità.

[fonte: Il Giornale; foto di Franco Silvi, Ansa]