13 luglio 2009

QUESTIONE DI PUNTI (E VIRGOLA) DI VISTA

Posted in affari miei, libri, lingua, scuola, web tagged , , , , , , , , , , , , , a 8:27 pm di marisamoles

Punto_e_virgolaIeri ho trovato in coda di moderazione un commento assai sgradevole. Lì per lì volevo rispondere per le rime, poi ho pensato che, al di là del tono antipatico e offensivo, le parole di quella sedicente “collega” erano proprio fuori luogo. Il suo commento, infatti, non aveva nulla a che vedere con il post, “Arrivederci ragazzi”, che ho dedicato ai miei allievi di quinta neodiplomati. In breve, invece di commentare il contenuto dell’articolo, la “gentile” signora, o signorina, ha pensato bene di farmi una “lezioncina” del tutto gratuita sull’uso della punteggiatura, insinuando poi che io non sappia fare il mio mestiere. Alla fine ho deciso di non pubblicare il commento, ma non per mancanza di argomenti con cui controbattere, piuttosto perché, conoscendomi, avrei finito per scrivere un altro post. Ecco, quindi, da dove è scaturita l’idea di scrivere davvero un altro post, visto che la mia eventuale replica sarebbe stata fuori contesto, esattamente come il commento della “simpatica collega”.

Sia chiaro: io non temo il giudizio di nessuno e sono sempre pronta ad accettare critiche e consigli se costruttivi. Non temo il confronto a patto che ci sia. Ma un commento del genere non l’avrei accettato nemmeno da Umberto Eco in persona, se non debitamente argomentato. Purtroppo, però, c’è chi preferisce sparare la sua, per il gusto di farlo, e si accontenta. Sono arrivata a tale conclusione perché, almeno in questo caso, non vedo quale potesse essere lo scopo del commento. Di sicuro la “collega” non era interessata al confronto; a me la sua è parsa più una provocazione e sinceramente non comprendo quali vantaggi potesse trarne lei e quali danni potessero arrivare a me. Sul web si scrivono tante cose, a volte anche molto insensate; se si dovesse dar retta a tutto quel che si legge …

Ad ogni buon conto, visto che mi sono imposta di replicare, ecco il testo del messaggio postato da Annalisa (ammesso che sia il suo vero nome):

Gentile Professoressa, suvvia, corso accelerato di italiano per docenti di scuola media superiore: per non rendere le frasi troppo lunghe il punto al posto del punto e virgola, please!
Non è che anche Lei appartiene alla vastissima schiera dei brillanti predicatori che razzolano malissimo?
Saluti.
Una collega

Mi scusino i miei 25 lettori se per replicare a dovere sono costretta ad entrare in un ambito piuttosto tecnico, quindi è possibile che la lettura di quel che segue risulti piuttosto noiosa. Non me ne vogliano, così come io non me la prenderò se decideranno di cambiare blog.
Per i “tecnici”: la replica si basa non su dati soggettivi –il mio personale punto di vista– ma oggettivi, rifacendomi a quanto spiega a proposito della produzione del testo la linguista Maria Teresa Serafini , autrice di molti libri sulla scrittura. Il testo che prendo in considerazione è però un manuale di grammatica, una vecchia edizione non più in commercio perché nel frattempo ne sono uscite altre più aggiornate. Tuttavia, i consigli che vengono forniti dal manuale in mio possesso sono gli stessi contenuti nel libro della Serafini Come si fa un tema in classe, considerato una specie di bibbia per gli studenti in difficoltà nella produzione scritta.

Innanzitutto la sedicente “collega” dimostra di non conoscere la terminologia specifica, definendo frase quello che nel testo deve essere considerato periodo. La differenza tra le due parole è fondamentale e una docente di Lettere, quale credo ella sia, deve saperlo.
Non credo di sbagliarmi se affermo che il periodo – non frase! – a cui la signora/signorina si riferisce si trova nel secondo capoverso, laddove elenco delle “ipotesi”. Un paragrafo di questo tipo viene denominato dalla Serafini “per enumerazione”. A tal proposito l’autrice scrive:

Nella costruzione del testo gli elementi della lista vengono collegati con segni d’interpunzione e/o con connettivi appropriati. Dopo la frase organizzatrice troviamo generalmente i due punti […] Tra gli elementi della lista si usa preferibilmente lo stesso segno di punteggiatura, che viene scelto in base alla lunghezza degli elementi della lista: la virgola per parole o frasi brevi; il punto e virgola per frasi di lunghezza intermedia; il punto per periodi lunghi e complessi […]

Osservando l’organizzazione del paragrafo “oggetto del contendere”, si può affermare quanto segue: i due punti sono posti correttamente all’inizio e anticipano l’enumerazione; il punto e virgola posto alla fine di ogni sezione dell’elenco è usato in modo appropriato poiché si tratta di frasi di lunghezza intermedia.

Detto questo, passiamo alla distinzione fra stile segmentato e coeso, stili che richiedono, evidentemente, l’utilizzo di due tipi di punteggiatura. A questo proposito la Serafini scrive:

I testi con stile coeso e ipotattico sono caratterizzati da periodi lunghi e articolati e presentano una punteggiatura ricca. Vengono usati tutti i segni; in particolare compaiono frequentemente i due punti e il punto e virgola.
I testi in stile segmentato e paratattico utilizzano tutti i segni, con l’eccezione del punto e virgola che compare raramente. Dato che hanno periodi molto brevi, presentano un gran numero di punti, che compaiono anche al posto delle virgole, dei due punti e soprattutto del punto e virgola.
Il caso estremo di stile segmentato è il testo giornalistico, per cui si parla di punteggiatura giornalistica
.

Analizzando il mio scritto, appare evidente che lo stile usato è quello coeso; a detta della Serafini, che è un’autorità in ambito linguistico, l’uso del punto e virgola in questo stile è più che giustificato. A me personalmente lo stile giornalistico, o quello segmentato in generale, non piace, basta dare una letta ai post contenuti nel mio blog per arrivare alla conclusione che il taglio non è quello giornalistico. Mi sforzo di usare uno stile segmentato solo quando scrivo degli articoli di cronaca, ma onestamente è solo uno sforzo perché, come appena detto, non rientra nello stile naturale della mia scrittura.

Se poi le parole della Serafini non bastassero, Elisabetta Degl’Innocenti nel suo manuale Scrittura Scritture definisce in questo modo la punteggiatura: quell’insieme di segni che, da una parte indicano – in un certo senso rappresentano visivamente – la scansione logico–sintattica di un testo, dall’altra imitano le intonazioni del parlato e suggeriscono le pause nella lettura. Ora, credo che tutti sappiano che il punto fermo indica una pausa lunga, al contrario del punto e virgola che segnala una pausa più breve rispetto al punto fermo e un po’ più lunga rispetto alla virgola. Quindi, a rigor di logica, separare le parti di un’enumerazione con dei punti, al posto dei punti e virgola, crea una sorta di scollegamento tra le parti stesse e conseguentemente disorientamento nel lettore che non capisce che l’elenco non è ancora finito ma continua. Questo in linea generale. L’uso di uno stile segmentato al posto del coeso non è proibito ma certamente non può essere imposto. È dunque solo una questione di scelte personali, di punti d vista, in un certo senso.

Elisabetta Degl’Innocenti, tuttavia, ammette che alcuni segni appaiono in disuso, soprattutto nella scrittura giornalistica, pubblicitaria e aziendale, mentre permangono nella scrittura scolastica e accademica. Tra questi segni poco usati enumera anche il punto e virgola tradizionalmente utilizzato per separare proposizioni coordinate in periodi complessi o per enumerare porzioni di testo abbastanza ampie. Se si conosce il significato del termine “disuso”, non lo si potrà considerare sinonimo di “errato”. Se il punto e virgola è ormai poco usato ma io continuo a farne un uso moderato e solo in alcune situazioni, significa che il mio modo di scrivere rientra nella “tradizione” e di ciò, sinceramente, vado fiera. Odio, infatti, la scrittura giornalistica in cui ai vari “orrori” sintattici si aggiungono i sempre troppo frequenti errori ortografici, e non sopporto il modo di scrivere delle nuove generazioni di scrittori che partoriscono romanzi di successo solo perché l’argomento che trattano attira l’attenzione dei teenager. Quindi se mi si può muovere una critica, la mia non è una scrittura troppo moderna, ma non accetto che la si consideri scorretta. Né mi fa particolarmente piacere che si insinui che ai miei allievi non sappia insegnare l’uso corretto dei segni d’interpunzione. Io mi sono sempre sforzata di trasmettere loro degli strumenti utili all’acquisizione di competenze nell’ambito di una “scrittura scolastica corretta”, poi decideranno loro se continuare a scrivere usando per lo più uno stile coeso o se preferirgli quello segmentato. Non mi pare, dunque, di aver fatto dei danni.

Infine, mi permetto di osservare che la “collega Annalisa” – che non so dove insegni, se alle elementari, alle medie o addirittura all’università, visto che vuol fare un corso accelerato di italiano per docenti di scuola media superiore – avrebbe potuto risparmiarsi il commento finale: mi sa che è lei una che predica brillantemente – si fa per dire – ma razzola malissimo. Parole sue, non mie.

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