MA CAPITANO TUTTE A ME?

Dopo l’impatto scioccante con la e-mail di un ormai ex webfriend, in cui mi rimproverava aspramente di non aver risposto tempestivamente ad una sua precedente, dandomi dell’ingrata, un altro edificante episodio ha vivacizzato la settimana che sta per terminare.
Questa volta non si tratta di e-mail ma di una telefonata.

Premessa: avevo deciso di andare al mare venerdì in giornata. Mi tratteneva un po’ questo caldo insopportabile e temevo che nemmeno in spiaggia si potesse godere di un po’ di fresco. Visto che, tra l’altro, quando vado al mare non prendo mai l’ombrellone ma il lettino in riva e praticamente non sto mai all’ombra (so che non dovrei … ma mi spalmo la crema protezione 20 ogni ora!).
Guardo le previsioni su Internet, un sito infallibile, e vedo che per tutta la giornata è prevista una brezza abbastanza sostenuta. Evvai! dico esultante. Però non mi fido e penso all’amica di mamma. Lei per me è una semplice conoscente, nel senso che non la frequento e mi limito a brevi conversazioni sotto l’ombrellone. Lei ha una casa al mare quindi decido di telefonarle per chiederle se in questi giorni si sta bene in spiaggia o si muore dal caldo anche là. Aspetto le nove meno dieci di sera e la chiamo a casa.

Come d’abitudine, anche se effettivamente non sempre è necessario (l’amica di mamma vive da sola quindi se risponde la telefono dev’essere lei per forza), appena sento una voce dall’altro capo del filo, prima ancora di presentarmi, chiedo “Buona sera, è la signora …?“. Lei (perché è lei, al 100%), seccata risponde “No, non sono la signora …!” e butta giù la cornetta. Rimango come un’imbecille e fisso la mia cornetta quasi fosse incredula quanto me e volesse condividere il mio stato d’animo di assoluta desolazione.

Telefono a mia madre e racconto l’accaduto. “vabbè, dice, lo sai com’è fatta. Avrà pensato che fosse una del call center, capita anche a me …. no, non butto mai giù la cornetta ma dico che non m’interessa e taglio corto”. Ok, replico, ma io non ho avuto modo di presentarmi, avesse aspettato qualche secondo ….”. Mamma dice che bisogna portar pazienza, che la sua amica è un po’ rinco. Belle amiche! penso senza commentare.

Venerdì vado al mare comunque. “Chemmefrega, penso, se non mi ha dato ragguagli sul tempo. Mi fido di Internet”. Effettivamente la giornata è stupenda: soffia un venticello gradevolissimo, non si suda quasi, l’acqua è stranamente pulita … l’amica di mamma è sotto l’ombrellone e faccio finta di nulla. “Mi vedrà e verrà lei se vuole”. Passa la mattinata, passa un bella fetta del pomeriggio, è quasi ora di tornare a casa. L’amica di mamma è sempre sotto il suo ombrellone, non mi ha vista, o ha fatto finta di non vedermi, in ogni caso decido che non è da persone educate andare via senza salutarla. Ma perché, mi chiedo, devo essere così educata, IO?

Mi avvicino alla tipa (come dicono i miei figli), saluto e inizia la solita breve conversazione. “Si sta bene, davvero una giornata splendida …” e così via. Non le dico che ho telefonato la sera precedente e, prima di congedarmi, mi fa:

Peccato che tu abbia preso il lettino, la mia amica, quella con cui condivido l’ombrellone, non c’è per tutta la settimana”.

Non si preoccupi, io sto bene sul bagnasciuga …”

“Ma la prossima volta avvisami, no? Mi telefoni la sera prima così ti dico se è libero il lettino oppure no …”

“?????”

L’ESTATE D’AUTUNNO


Sembra un ossimoro il titolo di questo post. E invece è proprio lo specchio di questo settembre “anomalo” che, però, non può che far piacere: mai così caldo, almeno nel Centro-Nord, negli ultimi 150 anni. Temperature decisamente estive e se non fosse per i raggi del sole, meno diretti, e per la riduzione delle ore di luce (più di 15 a giugno, meno di 12 attualmente), parrebbe davvero di essere in piena estate.

Per gli affezionati della tintarella una grande goduria. Peccato, però, che le scuole siano ricominciate da tre settimane e che le ferie estive siano decisamente terminate per la maggior parte degli italiani. Ma nonostante questo, molti stabilimenti balneari hanno prorogato l’apertura fino alla fine di ottobre. L’unico problema: attrezzature ridotte e un minor numero di bagnini. Alcuni gestori si lamentano della decisione improvvisa di rimandare la chiusura degli stabilimenti, il che ha impedito di rinnovare i contratti del personale.
Insomma, questo caldo fuori stagione ha anche i suoi lati negativi: per molti, infatti, poter contare su un mese di stipendio in più non sarebbe stato un dettaglio trascurabile con i tempi che corrono.

Se genericamente è stato detto che nel Centro-Nord non faceva così caldo da 150 anni, ovvero dall’unificazione dell’Italia (che sia un “regalo” dei nostri avi, per far dispetto a quelli della Lega?), in alcune regioni o città il periodo si allunga fino a 170 anni.

A Trieste, ad esempio, in attesa della Barcolana fanno gli scongiuri: non sia mai che il tempo cambi proprio nel prossimo fine settimana! Per ora, comunque, pare che la città giuliana sia stata, dalla metà di settembre, una delle più calde nel Nordest.
Sergio Nordio, previsore dell’Osmer, commenta così questo caldo eccezionale: «Dal 1841, cioè da quando esistono rilevazioni regolari, questo mese non è mai stato così caldo, ben 3,7 gradi in più della media degli ultimi centosettant’anni. I dati non sono sempre perfettamente comparabili, perchè le stazioni di rilevamento sono state spostate. Quattro gradi, però, sono comunque tanti. Attenzione: è la media che conta, a prescindere dal giorno più afoso, il 15 settembre, quando abbiamo toccato i 30,5 gradi. Un dato di per sé non eclatante, eguagliato nel settembre 2009. Il caldo si è fatto sentire anche nel 2006, ma non a questi livelli».

I triestini, si sa, sono delle lucertole. Qualcuno si avventura al “bagno” (termine usato per indicare l’andare al mare) già a marzo e non la smette, tempo meteorologico e personale permettendo, fino ad ottobre. Gli stabilimenti balneari, come l’Ausonia, hanno rimandato la chiusura e in quelli liberi c’è la folla. Sembra d’essere in pieno agosto sulla riviera barcolana, compreso il problema dei parcheggi che non si trovano perché gli irriducibili non si fanno scappare un’occasione del genere, visto che capita ogni 170 anni.

Ed io? Lo confesso: in questo momento vorrei abitare a Trieste per non lasciarmi scappare questo scampolo d’estate fuori stagione. In ogni caso non mi scoraggio: continuo a prendere il sole nella mia “spiaggia a un passo dal cielo“. Abitando all’ultimo piano, posso godermi indisturbata quest’estate d’autunno. Certo, il terrazzo, per quanto attrezzato (sedia a sdraio, sedia normale e tavolino) non è proprio una spiaggia e il rumore che sento non è quello delicato e armonico del mare, bensì quello alquanto sgradevole del traffico. Se poi consideriamo che l’aria non è proprio salubre … Ma a me non interessa. Per quell’oretta al giorno non mi avveleno di più di quando vado a fare una passeggiata in centro!

Sono una che si accontenta ed è felice con poco. Una “spiaggia” da cui posso vedere il cielo ad un passo è quel che mi basta. Cosa voglio di più dalla vita? Un Lucano? Sì ma non l’amaro … un bagnino. 🙂

[fonte: Il Piccolo; foto della Mula de Trieste sa questo sito; foto del bagnino da questo sito]

UMANITÀ SOTTO L’OMBRELLONE

OmbrelloniDiciamolo chiaramente: in spiaggia, sotto l’ombrellone, in pace non si può stare. A meno che non si scelga qualche spiaggia semideserta, sconosciuta ai più. Ma se ci si trova in una località turistica nota, meta ogni anno, specie in agosto, di migliaia di turisti, allora in pace non si può proprio stare. Ma, tant’è, alla fine un po’ di chiasso ce lo andiamo pure a cercare.

Mancavo da Lignano da dodici anni (l’ho già detto ) e sotto l’ombrellone non ho notato tante novità. Contrariamente agli anni passati, però, non ho letto nemmeno due righe del romanzo che mi portavo quotidianamente in spiaggia e non mi sono dedicata neppure alle parole crociate che, dopo molti anni, quest’estate ho riscoperto come passatempo rilassante. Mi sono dedicata, invece, all’osservazione dell’umanità che mi stava attorno e mi piace rendere partecipi anche i miei lettori di queste mie osservazioni balneari.

Conversazioni. Le chiacchiere da spiaggia, si sa, sono sempre state il passatempo preferito dei bagnanti. Tuttavia quest’anno ho notato una maggiore indifferenza nei confronti del vicino d’ombrellone. Sarà che l’individualismo sta sempre più prendendo piede –in altre parole, ognuno si fa i fatti suoi- ma ho potuto notare che spesso i nemici delle chiacchiere da spiaggia sono principalmente due: il cellulare e l’i-pod.
Nell’ombrellone di fronte al mio una signora piuttosto petulante ha speso metà del suo tempo a parlare al cellulare. Così ho potuto sapere che in famiglia ci sono degli ammalati, anche piuttosto gravi –che dispiacere!- e che è in corso una lite con il fratello a causa di un’eredità, cosa di cui si occuperà un notaio che, per giunta, pretende un onorario piuttosto costoso.
Nell’ombrellone a fianco, una coppia di fidanzati si sono scambiati pochissime parole, forse a tutela della propria privacy, ma in compenso, muniti di i-Pod e cuffie, si sono goduti della buona musica, scelta ognuno secondo i propri gusti. A parte l’azzeramento della comunicazione interpersonale, sono grata ai ragazzi per aver risparmiato alle mie orecchie la musica a tutto volume che fino a qualche anno fa mi faceva temere il rischio di una sordità precoce.

Giochi di bimbi. Giocare con la sabbia è stato per generazioni la cosa più straordinaria e deliziosa da fare sotto l’ombrellone. In questo i bambini d’oggi non sono per nulla diversi da quelli di un tempo. Armati di palette e secchielli, creano i loro giochi divertendosi un mondo e lasciando in pace, almeno per un po’, i genitori.
Fin qui nulla da dire, a parte il fatto che la sabbia smossa dai bambini dell’ombrellone a fianco ti arriva nel naso, negli occhi e nelle orecchie. Solo che una volta i genitori, sempre presenti, sorvegliavano i giochi, pronti a richiamare i figli qualora creassero disturbo agli altri bagnanti. I miei vicini, però, lasciavano costantemente soli i bambini, propri e degli amici, quindi non ho potuto fare a meno, mio malgrado, della razione quotidiana di sabbia.
Quello che mi ha stupita realmente è stata la varietà di giochi che i bimbi moderni sanno inventarsi, influenzati, purtroppo, anche da ciò che vedono in TV. All’inizio tutto sembrava rientrare nella consuetudine: chi, giocando con la sabbia, non ha mai preparato minestre, polpette e caffè da offrire ai compagni di gioco? Tutti noi abbiamo sfogato in questo modo la creatività balneare. I miei vicini d’ombrellone, tuttavia, dopo un inizio per così dire canonico, si sono lasciati andare a giochi meno tradizionali: ecco che con la sabbia potevano plasmare esseri umani, secondo la loro fantasia, ovviamente, a cui amputare un braccio per fare chissà quale esperimento, o prelevare il sangue per avere un campione da cui isolare il DNA, o sezionare un cadavere alla ricerca della causa della morte, ritenuta evidentemente non naturale. Insomma, mi sembrava un misto tra ER, RIS e CSI, con qualche divagazione verso Cold Case, visto che in un’occasione ho sentito parlare di riesumazione di cadaveri brulicanti di vermi.
Certo, i bimbi sono cambiati, ma che orrore i loro giochi!

Plurilinguismo. Fin da piccola a Lignano mi sono abituata a sentir parlare lingue diverse, soprattutto il tedesco, anche se non sono mai riuscita a distinguere tra il tedesco che si parla in Germania e l’austriaco. Poi, dovendo comunicare con gli stranieri, era d’obbligo l’uso dell’inglese che, però, non si parlava mai con i britannici anche perché a quel tempo migravano verso altri lidi.
Accanto alle lingue nazionali, la spiaggia risuonava delle più svariate parlate locali: il più gettonato era il veneto, anche se non ho mai capito perché tanti veneti dovessero venire in Friuli nonostante le loro bellissime spiagge, il lombardo e, naturalmente, il friulano. Pochi erano e sono tuttora i triestini che preferiscono Grado a Lignano.
Ora la situazione è un po’ cambiata: accanto alle lingue e i dialetti che ho già menzionato, ho potuto sentire anche svariate lingue dell’est, che non saprei distinguere ma che ho potuto ricondurre a orecchio al ceppo slavo, e il romeno. Ciò mi fa supporre che ci siano degli immigrati, meno sfortunati di tanti altri, che si sono ben inseriti nel contesto italiano e si possono permettere le vacanze a Lignano che, specie in agosto, sono tutt’altro che a buon mercato.
Sotto l’ombrellone due file più avanti del mio stazionava, però, una famigliola un po’ speciale: mamma italiana, anzi triestina, papà americano e figli piccoli perfettamente bilingui. Per me stare ad ascoltarli, senza sentirmi impicciona come potrebbe sembrare, è stato un passatempo delizioso. Ero affascinata da quel menage particolare che si era creato tra i componenti del gruppo familiare: marito e moglie parlavano a tratti in inglese a tratti in italiano, anzi era lei che parlava entrambe le lingue perché il marito usava sempre e solo l’inglese, mentre i figli, che tra loro comunicavano in inglese, usavano quest’idioma per rivolgersi al padre e l’italiano quando dovevano dire qualcosa alla madre. La comunicazione linguistica è stata resa ancora più variegata dall’arrivo della zia materna: con lei i bimbi parlavano in italiano, tra l’altro perfetto a parte qualche lieve inflessione americaneggiante, la sorella le si rivolgeva metà in italiano e metà in triestino, mentre con il cognato la nuova arrivata tentava di comunicare in inglese ma essendo, a suo dire, arrugginita, ha accettato ben volentieri qualche lezione veloce d’inglese in cambio di un corso accelerato di triestino per stranieri.
Per una volta, sentire i fatti altrui non mi è per nulla dispiaciuto.

Bikini e linea. Nelle due file successive alla mia, sdraiate sul lettino decisamente deformato c’erano due ragazze, ognuna sotto il proprio ombrellone, un po’ sovrappeso, diciamo così. Per una volta ho potuto consolarmi e considerare la mia una silouette niente male, nonostante le due fanciulle in questione avessero qualche decina d’anni in meno di me.
Il diritto di indossare il bikini è, indubbiamente, sacrosanto ma dovrebbe, secondo me, sottostare al buonsenso dell’interessata. Insomma, pazienza la cellulite che, grazie al cielo, ho potuto notare anche sulle ragazze giovani e per nulla grasse (è evidentemente un problema diffuso e moderno), pazienza la sesta di reggiseno che faceva sembrare, nella fantasia del tessuto, un timido e minuto fiore una specie di girasole dai colori innaturali, ma ciò che secondo me ha contribuito a creare una nota quasi disgustosa nel già sconcertante spettacolo era il perizoma. di cui entrambe facevano uso. Per un istante mi è apparso come un flash il fondoschiena della Senicar, nuova testimonial dell’Intimo Roberta. Ho pensato che forse qualche ragazza non capisce che il perizoma non è di per sé uno strumento magico che, indossato da chiunque, fa apparire qualsiasi sedere perfetto come quello della Senicar. E poi mi chiedo: a cosa serve abbronzarsi le chiappe quando nessuno poi esce con il sedere di fuori?
Osservando una delle due leggiadre fanciulle, ho notato che mentre camminava le due cosce strusciavano tra loro e ho immaginato il fastidioso arrossamento che lo sfregamento deve creare, specie dopo aver fatto il bagno. Allora mi è venuta in mente un’altra pubblicità, quella di una crema che dovrebbe evitare gli arrossamenti, formando una sorta di pellicola. Ecco, quella era la reclame certamente più adatta alle mie “vicine” d’ombrellone.

Topless per neonati. Una volta la spiaggia di Lignano pullulava di topless, ora non più. A parte qualche ragazza che prendeva il sole sul bagnasciuga e qualche donna in età un po’ esibizionista, tutte le donne usavano il bikini. Unica eccezione: il topless momentaneo di due mamme che avevano l’ombrellone dall’altra parte della passerella. Una di fronte all’altra, come se i due neonati si mettessero d’accordo per strillare affamati in un perfetto sincronismo, si scoprivano il seno e allattavano i loro bimbi continuando a conversare tra loro, mentre i mariti facevano una partita a carte. Quello di una mamma che allatta è lo spettacolo più tenero del mondo e se penso a quella povera turista che è stata allontanata dalla sala da pranzo dell’hotel perché infastidiva i clienti, mi rendo conto che c’è gente sciocca che non capisce nulla della bellezza della natura, tanto meno di quella umana.

Carrozzine e carrozzelle. Mai visti a Lignano tanti bambini, soprattutto mai viste tante famiglie numerose: genitori, per di più giovani, con tre o quattro figli, sono ormai cosa rara. Ma c’è da scommetterci che la maggior parte di queste coppie così prolifiche sia straniera. Altrimenti non si spiegherebbe come mai in Italia la natalità sia a quota 0.
Andare in spiaggia con carrozzine e passeggini è un’impresa ardua. Chi ha fortuna, però, riesce a guadagnarsi l’ombrellone a fianco della passerella, non importa in quale fila tanto sul bagnasciuga il bimbo lo si può portare pure in braccio. I meno fortunati, invece, devono trascinare le quattro ruote (talvolta anche tre, vista la nuova tipologia di passeggini) sulla sabbia, formando le classiche scie che dalla passerella arrivano esattamente all’ombrellone, segnando una sorta di corsia preferenziale.
Fin qui, tutto normale. Quello che sinceramente mi ha stupito maggiormente è stata la gran quantità di carrozzelle per disabili, spesso molto giovani. Su una cosa ho riflettuto in particolare: gli invalidi ci sono sempre stati, solo che non si facevano vedere, anche perché vivere su una carrozzella non era considerata vita vera, con tanto di sacrosanto diritto di vedere il mondo. Ora le carrozzelle sono aumentate e, purtroppo, l’età media dei loro possessori si è abbassata. Questo la dice lunga sul rischio sempre in agguato di incidenti automobilistici che se non sono letali, riducono molte giovani vite sulle quattro ruote, ma non più quelle dell’auto.
Una scena fra tutte mi ha particolarmente impressionata: nell’ombrellone dietro a quello di una delle mamme che allattavano i loro bimbi, un’altra mamma, con infinta pazienza e un sorriso sempre stampato sulla bocca, dedicava tutto il suo tempo, ogni gesto e tutte le parole che fluivano dolcemente dalle sue labbra ad un figlio un po’ speciale: non piccolissimo, forse sui cinque – sei anni d’età, lo portava tutti i giorni in spiaggia su un passeggino diverso da tutti gli altri, se non altro per le dimensioni, e da qui lo spostava sul lettino da mare, adagiandolo con delicatezza. Un bambino diverso, senza dubbio, quasi immobile, con gli occhi sbarrati e le braccine rattrappite, così come le gambette. La sua mamma lo coccolava, lo accarezzava, lo spostava dall’ombra al sole, non prima di avergli spalmato su tutto il corpo la crema protettiva, lo portava in braccio sul bagnasciuga e gli faceva fare il bagno, sotto lo sguardo a volte disgustato delle mammine che sorvegliavano i giochi dei loro bimbi in riva al mare. Certo, quello spettacolo strideva se paragonato a quello dei bimbetti con i costumini colorati e berrettini in testa, intenti a scavare buche e a costruire castelli. Strideva pure in confronto ai ragazzini sgambettanti che rincorrevano la palla o che si tuffavano nell’acqua troppo bassa, impantanandosi nella sabbia melmosa.
Ma per me quella mamma è stata lo spettacolo più bello che potessi godermi sotto l’ombrellone, soprattutto perché mi ha fatto comprendere come l’amore materno non abbia confini né limiti né ostacoli. Ho pensato anche che tante volte noi mamme, sempre pronte a rimproverare e criticare, mai contente dei nostri figli “normali”, non siamo capaci di amarli così tanto. O perlomeno non lo facciamo vedere così bene.

NIENTE TOPLESS, SIAMO INGLESI

6185468Non è il titolo di uno spettacolo teatrale, nulla a che vedere con “Niente sesso siamo inglesi” di Anthony Marriot & Alistair Foot, gradevole commedia anni Settanta, ma il “pudore” tutto anglosassone in fondo c’entra un po’. La ditta Kiniki ha, infatti, inventato un costume da bagno, il Tan Through, che permette l’abbronzatura totale anche senza scoprirsi. Il merito è di un tessuto speciale, il Transol, la cui trama è costituita da microscopici forellini che permettono il passaggio dell’80% dei raggi solari. Un gioco di fantasie astratte e animalier permette di nascondere le nudità sia maschili che femminili, poiché il costume è disponibile in più modelli per entrambi i sessi. Il prezzo, poi, è conveniente: il modello meno caro costa poco meno di 40 euro.

Naturalmente le associazioni antitumore inglesi non sembrano apprezzare l’invenzione: l’abbronzatura integrale fa male e il costume non offre alcun tipo di protezione, anzi. Ma a me viene da pensare: lo stesso discorso non vale forse anche per il topless? Il proprietario della Kiniki, John Walker, spiega: «Abbiamo lanciato ufficialmente la linea appena quattro settimane fa ma non riusciamo già più a stare al passo con la domanda. L’idea mi è venuta sei anni fa, ma siamo noi stessi i primi ad avvertire i clienti dei rischi di un’eccessiva esposizione al sole, spiegando che devono mettere comunque un’adeguata protezione sia sopra che sotto al costume, perché i raggi, passando attraverso il tessuto, possono bruciare la pelle». Quindi, la crema protettiva si può stendere anche sopra il costume; m’immagino che poltiglia ne viene fuori, specie sulle spiagge sabbiose. Per applicarla sotto il costume, però, quanto meno bisogna trovare un posto dove potersi spogliare per eseguire l’operazione. Ma se uno è veramente patito dell’abbronzatura, è pronto a qualsiasi sacrificio
La cosa che mi sembra più strana, però, è che questa specie di rivoluzione nell’ambito dell’abbigliamento da spiaggia arrivi proprio dall’Inghilterra, dove anche in piena estate non sono molte le giornate di sole e, soprattutto, fa piuttosto freddo. Almeno io ho avuto questa esperienza sul Mare del Nord dove, complice il vento e anche un po’ di pioggia, la spiaggia l’ho vista solo dall’alto di una stradina panoramica. I pochi “bagnanti” erano vestiti di tutto punto e perlopiù si davano al windsurf.

Insomma, niente topless per le inglesi. Ma siamo sicuri che l’invenzione sia proprio britannica? Sarà, ma su e-bay sono già in vendita da tempo degli articoli simili, made in Netherlands (sito sunselect.nl), e ad un prezzo molto più conveniente: da più o meno 10 euro a 20. Oddio, non è che in Olanda faccia più caldo che in Inghilterra, quindi mi stupisco che siano proprio dei paesi nordici a proporre sul mercato questo tipo di indumenti. In ogni caso, topless a parte, siamo sicuri che funzionano? Perché il rischio che al posto delle “chiappe chiare” ci si ritrovi un fondo schiena tipo bertuccia c’è. Io, che comunque non ho mai preso in considerazione il fatto di prendere il sole nuda, preferisco i vecchi tessuti e soprattutto le valide e anche un po’ costose creme protettive. Sono un po’ diffidente, lo so, ma la pelle è preziosa e proteggerla è una precisa responsabilità che tutti dobbiamo avere. Inglesi e Olandesi compresi.

[fonte principale: Il Corriere.it, articolo di Simona Marchetti, del 30 maggio 2009; nella foto: la spiaggia di Cromer, Norfolk, UK]