LA BUONA NOTIZIA DEL VENERDÌ: L’AMATRICIANA SOLIDALE PER SOSTENERE I TERREMOTATI

amatriciana
La buona notizia di oggi è probabilmente conosciuta dalla maggior parte dei lettori e non poteva che riguardare il recente terremoto che ha colpito il centro Italia.

Come si sa, una delle cittadine più colpite dalla forza distruttrice del sisma è stata Amatrice, la patria della pasta all’amatriciana che è famosa in tutto il mondo. Proprio per questo, il blogger Paolo Campana ha lanciato l’iniziativa di devolvere ai terremotati 2 euro per ogni piatto di amatriciana servito nei ristoranti d’Italia.

L’iniziativa ha già raccolto le adesioni spontanee di molti ristoratori ed è stata rilanciata da Carlo Petrini, fondatore e presidente di Slow Food International, estendendola a tutti i ristoranti del mondo che vorranno aderirvi.

“Futuro per Amatrice” è il nome del progetto, che verrà illustrato da Petrini, in accordo con il sindaco del comune reatino, nei prossimi giorni a Copenaghen, dove si terrà un simposio con oltre 400 chef di tutto il mondo.

La donazione, prevede 1 euro a carico del ristoratore e 1 del cliente per ogni piatto di pasta all’amatriciana consumato, e verrà fatta direttamente al Comune di Amatrice (coordinate bancarie IT 28 M 08327 73470 000000006000).

Un piccolo contributo che, se esteso in tutti i ristoranti del mondo, poterà dare un concreto aiuto ai sopravvissuti al sisma, per ricostruire un paese ricco di storia ormai raso praticamente al suolo.
Un piatto di pasta per salvare un patrimonio di cultura e tradizioni che la natura, o forse l’incuria umana, ha cancellato in pochi attimi.

[LINK della fonte]

LITTLE DRESSES FOR AFRICA ITALIA CERCA “SARTINE” PER BIMBI AFRICANI

abiti per l'africa
A commento del post, pubblicato nell’ambito delle “buone notizie” il 19 settembre, che ho dedicato alla “sartina” 99enne Lillian Weber che ogni giorno confeziona degli abiti da inviare ai bambini africani – tramite la Ong Little Dresses for Africa -, ho ricevuto la testimonianza della Coordinatrice per l’Italia di Little Dresses for Africa.org che pubblico anche qui, sperando di dare maggior rilievo ad una iniziativa davvero lodevole.

Sono passati poco più di due mesi dalla comparsa sul web d’articolo sulla Sig.ra Lilian Weber che cuce vestitini per i bambini dell’Africa e in questo breve lasso di tempo sono riuscita a mettere insieme un sostanzioso numero di meravigliose sartine che hanno iniziato una produzione tutta Italiana di abitini. Non sapendo bene da dove partire, ho contattato l’associazione America Little Dresses for Africa cercando con loro accordi per poter diffondere anche nel bel paese questa bellissima iniziativa. Due aspetti sono fondamentali e trainanti: il donare ad un bambino un vestito fatto apposta per lui, simbolo di unicità…un modo per dirgli sei speciale, sei unico e dall’altra offrire a tante donne un’ottima occasione per rendersi utili, per passare il loro tempo pensando che ciò che fanno regalerà un sorriso a qualcuno, veder materializzato il proprio aiuto, poter aiutare in modo tangibile e concreto spesso aiuta a sua volta a ritrovare la voglia di vivere, di ricominciare a lottare. Questo è lo spirito che anima la mia iniziativa, e in poco più di un mese sono arrivati vestitini, donazioni, belle….bellissime parole che mi hanno colpito nel profondo; e poi dall’altra parte del mondo in un angolo del continente Africano, un piccolo orfanotrofio tenuto da una gentile Signora italiana, Micaela De Gregorio, con la quale parlo ogni giorno ed ogni giorno i suoi bambini animano il mio schermo con i loro meravigliosi sorrisi, aspettano i nostri vestiti, chiedono se è vero che riceveranno un vestito tutto loro, fatto a posta per loro, se sarà di stoffa vera; li vorrebbero per Natale anche loro per le feste vogliono sentirsi belli, in ordine, possibilmente eleganti, purtroppo però non faremo in tempo, li avranno per Pasqua, ma il pensiero di loro ci anima, ci guida, ci porta ogni giorno a scambiarci idee, modelli, consigli, a ritrovarci come fossimo amiche di sempre. Abbiamo bisogno di tante, tante amiche, perché tanti sono i bambini che aspettano i nostri vestitini, abbiamo bisogno di tanto materiale per poterli fare…….un semplice gesto…..che toccherà tante vite e ad ognuna di queste regalerà un sorriso, regalerà speranza!!!

Ci venga trovare sulla nostra pagina Facebook. L’aspettiamo sperando voglia aiutarci in a divulgarla, in fondo ogni bambino merita qualcosa di bello, noi non vorremmo mai deluderli. Grazie per il tempo che mi ha voluto dedicare, le auguro buon lavoro.
Cordiali saluti

Sabrina Coccoloni
(Coordinatrice per l’Italia di Little Dresses for Africa.org)

[immagine tratta dal sito Facebook linkato]

FECONDAZIONE ETEROLOGA: OVODONATRICI OPPURE OVOVENDITRICI?

fecondazione eterologa
Nonostante la fecondazione eterologa sia attualmente prevista dalla Legge italiana, mancano delle norme stabilite a livello centrale e le Regioni hanno la possibilità di orientarsi autonomamente. Questo per quanto riguarda, ad esempio, la gratuità o meno dell’intervento; infatti, il vuoto normativo porta alla discrezionalità e per questo crea delle discriminazioni nel caso in cui una coppia intenzionata a ricorrere alla fecondazione eterologa viva in una regione dove l’ASL chieda il pagamento di un ticket (orientativamente tra i 400 e i 600 euro, ma solo per coprire i costi degli esami necessari), come per qualsiasi prestazione sanitaria convenzionata.

Ma mentre la Regione Emilia-Romagna ha stabilito la gratuità dell’intervento, in Lombardia la fecondazione eterologa sarà possibile solo a pagamento: 4000 euro. Questi sono i due casi estremi, il che fa supporre che si assisterà al pendolarismo di coppie che, per risparmiare, si rivolgeranno ai centri in cui l’intervento è gratuito o quasi.

Al di là di quelli che sono i regolamenti regionali, la Legge in materia di fecondazione assistita eterologa stabilisce che ci debbano essere dei donatori di sperma e di ovociti. Pare, tuttavia, che in quanto ad ovociti, ci sia una carenza di donatrici.

Luigi Ripamonti, medico e responsabile di Corriere Salute, affronta questo problema sulle pagine del blog del Corriere.it “LA 27ESIMA ORA”. Un articolo interessante che invito a leggere interamente. Ne riporterò solo alcuni stralci.

Perché, dunque, in Italia non ci sono donatrici?

L’assenza di incentivi economici alla donazione (salvo aggirare l’ostacolo con «rimborsi» vari) e, secondo diversi osservatori, la mancanza di cultura della donazione di queste cellule (che richiede una stimolazione ovarica non del tutto priva di rischi).

Infatti, al contrario di quanto accade per la donazione di sperma che è possibile attraverso un’operazione naturale (a volte spiacevole, per alcuni uomini), le donatrici devono sottoporsi a delle terapie invasive.

A questo punto, Ripamonti pone degli interrogativi interessanti.

Per chi una donatrice dovrebbe sottoporsi a terapie invasive? La risposta più ovvia sarebbe per puro spirito di solidarietà, per offrire un personale contributo alla felicità di donne che non possono procreare.
Ma di quali donne stiamo parlando?

[…] donazione per chi? Per una donna di 35 anni in menopausa precoce? Per una devastata dall’endometriosi? Per una che ha avuto un tumore? Pare indiscutibile incoraggiare alla donazione in questi casi.

Promuovere la donazione gratuita per una donna che ha più di 45 anni e che, per libera e legittima scelta, ha deciso di ritardare il momento in cui avere figli?

Sono dei casi molto diversi. Nel primo, donare i propri ovuli sarebbe più che legittimo ma nel secondo?
Ripamonti ammette che per far felice una donna che, per puro capriccio, ha atteso troppo e i suoi ovuli sono ormai “scaduti”, potrebbe essere anche incoraggiata la “vendita” degli ovociti.

A questo punto sono io a porre un quesito: se fecondazione eterologa dev’essere, come si possono fare dei distinguo? Posto che sarei dell’idea di lasciare che a decidere sulla maternità sia la natura, mi chiedo perché mai, scarseggiando le donatrici, si dovrebbe regalare la felicità solo alle donne giovani malate. E’ come se fosse vietato dalla Legge far figli dopo i 45 anni …

Un’alternativa sarebbe quella di formare una lista d’attesa dando la precedenza alle donne più giovani e sterili per motivi non imputabili alla loro volontà. Ma non si può certo dire alle più mature, se vuoi un figlio ti devi comperare gli ovuli … cosa che comunque molte donne hanno fatto e continueranno a fare all’estero, nel caso di scarsa disponibilità da parte delle donatrici italiane.

Senza contare che Ripamonti prende in esame anche le conseguenze negative di un’eventuale “vendita” di ovociti:

[…] liberalizziamo la vendita degli ovociti? Oggi gli ovociti, domani un rene? Non è la stessa cosa, nel primo caso non ci sarebbe la perdita della possibilità di avere figli, nel secondo se «salta» il rene residuo c’è la dialisi. Però qualche timore di una deriva potrebbe esserci.

La terza via proposta da Ripamonti, per quanto concerne le donne che hanno intenzione di rimandare la maternità, è quella di mettere da parte gli ovuli per poterne disporre al momento ritenuto più adatto. Ma questa ipotesi si allontana dalla fecondazione eterologa, oggetto della mia riflessione.

Infine, mi sento di appoggiare la proposta che conclude l’articolo: insieme alla cultura della donazione si potrebbe cominciare a promuovere anche una cultura dell’accettazione.
Ecco, questo è il punto.

La maternità non è un diritto acquisito alla nascita. Se poi si ricorre alla fecondazione assistita perché è “scaduto il tempo”, trovo che sia un discorso egoistico che non mette in primo piano il bene del nascituro ma risponde ad un desiderio, quasi un capriccio, che poteva comunque essere esaudito nei tempi giusti.
Anche sull’eventuale conservazione di ovuli propri, avrei delle riserve, per lo stesso motivo. Se poi affrontiamo nello specifico il problema della fecondazione eterologa, ritengo che un’eventuale vendita di ovuli potrebbe dar luogo ad un mercato scandaloso dettato perlopiù dalla crisi attuale, soprattutto per ciò che riguarda la disoccupazione femminile.

La donazione deve rimanere tale, un gesto di solidarietà per venire incontro alle difficoltà altrui.

[immagine da questo sito]

AGGIORNAMENTO DEL POST, 15 NOVEMBRE 2014

E’ di oggi la notizia, riportata dal Corriere.it, che la Regione Lombardia è stata denunciata per aver imposto il pagamento della fecondazione eterologa.

Il ricorso è stato depositato ieri mattina al Tar di Milano. L’ha presentato la squadra di legali che – insieme all’associazione Sos Infertilità – ha già vinto davanti alla Corte costituzionale le due cause che hanno fatto cambiare radicalmente la legge 40 del 2004 sulla procreazione assistita.

L’associazione Sos infertilità ha giustificato la presa di posizione in quanto impedire a una coppia affetta da sterilità o infertilità la possibilità di diventare genitori vuol dire ledere il loro diritto alla salute, sancito dall’articolo 32 della Costituzione (che riguarda anche la salute psichica oltre che fisica). Secondo la Consulta, nel garantire questo diritto non ci possono essere discriminazioni economiche.

Da parte sua, la Regione Lombardia ha motivato la scelta di far pagare la fecondazione eterologa in quanto le cure non sono comprese nell’elenco nazionale dei trattamenti da coprire con la sanità pubblica. Ma l’intento è principalmente politico: «difendere la famiglia tradizionale».

A questo punto, mi chiedo cosa c’entri il diritto alla salute con una gravidanza cercata attraverso la fecondazione assistita. Forse una donna che non può procreare è malata?

LA BUONA NOTIZIA DEL VENERDÌ: LA “SARTINA” 99ENNE CHE CUCE VESTITI PER L’AFRICA

Lillian
Decisamente una vecchietta arzilla la signora Lillian Weber che vive a Scott County (Iowa): ogni giorno, grazie alle sue “mani di fata” e all’ausilio della macchina per cucire, confeziona un vestito da mandare a un bambino in Africa.

Non ci sarebbe nulla di strano se non fosse per l’età della signora. Lillian ha 99 anni e negli ultimi due ha realizzato ben 850 capi da inviare in Africa. L’obiettivo che si pone, per il suo 100esimo compleanno che festeggerà il prossimo 1° maggio, è di arrivare a 1000.

Nonostante l’età, non si sente affatto stanca di confezionare abiti, attività che ha iniziato a praticare quando aveva solo 8 anni. Come racconta uno dei suoi numerosi nipoti (ne ha in tutto 32), nonna Lillian cuciva le uniformi scolastiche dei nipotini e riparava i loro abiti quand’erano piccoli.

Di anni ne sono passati tanti ma la passione per il taglio e il cucito non ha mai abbandonato la 99enne statunitense né la signora Weber ha mai pensato di rinunciare al suo passatempo. A maggior ragione ora che la sua abilità serve per aiutare i piccoli africani.

Quando la Ong Little Dresses for Africa – che invia vestiti fatti a mano a famiglie bisognose in 47 paesi africani – cercava dei volontari, nonna Lillian non ci ha pensato su un attimo e ha subito accolto l’invito. Se fosse per lei, di abiti ne cucirebbe due al giorno, non solo uno. Ma i nipoti le hanno posto un limite per salvaguardare la sua salute e per non farla stancare troppo.

Leggendo questa storia mi viene solo un pensiero: altre generazioni! Noi ora ci lamentiamo che siamo troppo stanchi a 50 anni. Dovremmo prendere ad esempio nonna Lillian.

[fonte: buonenotizie.corriere.it, da cui è tratta anche l’immagine]

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LA BUONA NOTIZIA DEL VENERDÌ: REGALARE LE FERIE A CHI NE HA BISOGNO

rossella cioniniUn disegno di legge sul job act, che nei prossimi giorni passerà il vaglio della commissione Lavoro in Senato, porta la firma della senatrice della Lega Nord Emanuela Munerato.

Si tratta di una proposta presa in prestito dalla legislazione francese.
La “legge Mathis” prende il nome di un bambino ammalato di tumore la cui vicenda ha commosso la Francia. I colleghi del padre di Mathis, dopo l’ennesima ricaduta del bimbo, hanno rinunciato alle proprie ferie in favore dell’amico, consentendogli di rimanere accanto al figlioletto fino all’ultimo giorno di vita, senza perdere nemmeno un giorno di lavoro. Prendendo spunto da questa vicenda, la Francia ha varato la legge che consente ai lavoratori di regalare i propri giorni di ferie o di permesso ai colleghi che ne hanno bisogno.

Esiste un caso analogo anche in Italia, pur in assenza di una legge ad hoc.
La signora Rossella Cionini lavora per la Ctt, azienda del servizio pubblico toscano. Dopo aver subito alcuni interventi chirurgici e fatto le relative terapie, aveva esaurito i giorni a disposizione e avrebbe rischiato di perdere il lavoro per poter continuare a curarsi. I colleghi hanno, quindi, chiesto all’azienda di poter donare le loro ferie a Rossella. L’azienda ha permesso ai dipendenti, che ne avevano fatto richiesta, di rinunciare ad un giorno delle proprie ferie in favore della Cionini, che si è vista così recapitare un bonus di 250 giorni – non tutti utilizzati – con il quale ha potuto continuare le sue cure.

«Per me sono stati degli angeli custodi – ha raccontato Rossella Cionini parlando dei suoi colleghi -, sapevo che si stavano muovendo ma quando ho ricevuto la telefonata di un collega che mi informava del gesto ho cominciato a piangere».

«È uno strumento che abbiamo utilizzato – conferma Riccardo Gennari della Cisl -, si tratta delle festività soppresse che il lavoratore può anche farsi pagare».

Ora questo gesto di solidarietà potrebbe diventare legge. Speriamo che per una buona causa come questa si possano superare le barriere di partito, arrivando ad un sì unanime.

[fonti: ilsalvagente.it e familyidea.it; immagine da Il Mattino]

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LA BUONA NOTIZIA DEL VENERDÌ: A LONDRA PANCHINE-LIBRO PER RILANCIARE LA LETTURA

panchine letterarie londra
Non sono solo gli Italiani poco amanti della lettura, evidentemente. Gli Inglesi sembrano passarsela meglio, dato che secondo un sondaggio della National Literacy il 53% dei giovani londinesi si definisce lettore appassionato e anche i piccolissimi dichiarano di essere sempre alla ricerca di un buon libro e di una bella storia.
Ciononostante, a Londra, camminando per uno dei numerosi quartieri – da Notting Hill a Portobello Road, da Chelsea a Soho, da King’s Cross a Westminster – in questo periodo capita di ritrovarsi seduti su una panchina a forma di libro.

Le 50 «book benches» (panchine-libro) sono state decorate da cinquanta artisti, tra i quali molte giovani promesse, e realizzate a forma di libro aperto. Gli artisti si sono ispirati ad una serie di libri (tutti famosissimi) ambientati nella capitale del Regno Unito. Si tratta di un progetto, denominato «Books about Town» e promosso da The National Literacy e dalla Wild in Art, che ha lo scopo di ricordare a tutti i passanti quanto sia bello leggere ma ha anche un obiettivo umanitario: le panchine, infatti, saranno battute all’asta dal Southbank Centre di Londra il 7 ottobre per raccogliere fondi in favore della National Literacy Trust allo scopo di combattere l’analfabetismo nelle zone più povere della città.

La gamma di autori, libri e personaggi rappresentati nelle panchine va da Geoffrey Chaucer a Shakespeare, da Lewis Carroll ad alcune firme contemporanee, come Helene Fielding, autrice del Diario di Bridget Jones, da James Bond a Hercule Poirot, da Peter Pan all’orsetto Paddington.

L’orso Paddington è un personaggio della letteratura inglese ma non autoctono, in quanto immigrato dal Perù, amatissimo dai bambini e protagonista di diverse storie. La panchina a lui dedicata si trova naturalmente alla Paddington Station ed è firmata dalla matita di Michelle Heron.

Un altro personaggio, diventato un cult e amato da generazioni di piccoli e grandi lettori, è Mowgli, protagonista de “Il libro della giungla”, ritratto, assieme ai suoi amici – Shere Khan, Bagheera e Baloo e Kaa – nella panchina a lui dedicata e firmata da Ruth Green.

Non poteva mancare, per i più grandi, la Book Bench dedicata ad Agatha Christie che, cosa forse ignota a molti, scrisse anche romanzi rosa con lo pseudonimo di Mary Westmacott.
I due artisti che hanno ideato e pensato la panchina alla famosa giallista, Tom Adams e Mandii Pope, hanno scelto tra tutte le creazioni di Agatha Christie «Hercule Poirot and the Greenshore Folly».

Ma non si può pensare al “giallo” senza tenere nel debito conto l’agente segreto di Sua Maestà più famoso al mondo: James Bond, agente 007. Anche il personaggio creato da Ian Lancaster Fleming, giornalista, militare e scrittore inglese, ha la sua Book Bench disegnata da Freyja Dean.

E se Agatha Christie è l’autrice più tradotta, più dello stesso Shakespeare, anche il più famoso drammaturgo inglese ha la sua panchina a forma di libro. La creatrice, Lucy Dalzell, vi ha riprodotto di fronte e sul retro – tutte le panchine sono completamente decorate – riferimenti alle opere più importanti di Shakespeare, da “Sogno di una notte di mezza estate” all’indimenticabile storia d’amore di “Romeo e Giulietta”.

Sono tutte bellissime queste panchine letterarie. Vi invito a scoprirle, in buona parte, a questo LINK da cui ho tratto anche l’immagine postata sotto il titolo e che ha ispirato l’intero post.

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LA BUONA NOTIZIA DEL VENERDÌ: IL CAMPEGGIO IN CITTA’ PER CONOSCERSI MEGLIO

campeggio in città
Passare le vacanze in città non è più da “sfigati” come una volta. Ormai, come ho scritto QUI, le città non si svuotano nemmeno a Ferragosto. Però rimanere dentro le quattro mura domestiche, sempre le stesse, per 12 mesi all’anno è davvero triste. Perché allora non provare una vacanza diversa, pur rimanendo in città e senza spendere molto?

La notizia proviene da Amsterdam dove, in tre parchi cittadini, l’Oosterpark, il Rembrandtpark e il Noorderpark, è stato allestito un campeggio per vacanzieri con tanta voglia di fare nuove conoscenze, cosa non sempre facile in una grande città dove i contatti umani sono sempre sfuggenti.

L’iniziativa è già collaudata e si è ripetuta nel periodo di Ferragosto. «De Buurtcamping – In camping con i vicini» è nata dall’idea di Roderik Schaepman, olandese residente nella capitale ma nato e cresciuto in Drente, la regione più verde e tranquilla dell’Olanda.

«Volevo che anche in una grande città ci fosse quell’atmosfera cordiale e accogliente, come nel paesino di 400 abitanti in cui sono nato – racconta Schaepman -. E poi in un camping è molto facile entrare in contatto. Il nostro motto è Power to the crowd, se metti insieme tante persone con tutti i loro talenti vengono fuori delle cose bellissime: nuovi rapporti di lavoro, relazioni romantiche, iniziative sociali. Poi fra i nostri ospiti abbiamo accolto anche alcuni senza tetto, che al camping si sono sentiti accettati come tutti gli altri. Se ci si mette insieme si possono raggiungere obiettivi insperati e migliorare veramente il mondo. L’idea del nostro camping può funzionare in ogni parco del pianeta».

La quota per partecipare era davvero esigua: 20 euro a persona per tutti i tre giorni, più 20 euro per la tenda. Nei tre parchi si sono ritrovate più di 700 persone, di cui un terzo rappresentato da quelli che hanno un sussidio per vivere o comunque un reddito annuo lordo al massimo di 21.000 euro, coloro che quindi non possono permettersi di andare in vacanza. Un altro terzo costituito dai volontari, che organizzano le più svariate attività durante il soggiorno e fanno sì che il campeggio funzioni e il restante terzo è rappresentato da persone comuni che vivono nel quartiere.

Un’esperienza che non è servita soltanto a familiarizzare tra vicini ma anche a divertirsi. Molte sono state, infatti, le attività proposte: lezioni di yoga, trattamenti di shiatsu e fisioterapia, lettura dei tarocchi, corsi per fare il pane o i cup-cakes, per la corsa di fondo o per imparare a dipingere. I genitori hanno potuto persino prenotare una ninna-nanna che veniva cantata davanti alla tenda per far addormentare i bambini.

A me sembra davvero una bella idea e non solo per chi non si può permettere una vacanza fuori porta. Anzi, potrebbe essere un’occasione per imparare cose nuove, per dare una mano a chi ha bisogno e per mettere al servizio della collettività il proprio talento.

E voi che ne dite? Sarebbe possibile organizzare una cosa del genere nelle nostre grandi (ma anche in quelle più piccole) città?

QUI potete vedere il VIDEO girato lo scorso anno.

[fonte: Corriere.it; immagine da questo sito]

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